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Cap 35 – Vicini di casa

Miei adorati vicini (a pensarci bene non è che vi adori, però mi sembrava un modo carino di coinvolgervi emotivamente già da subito), è con estrema tristezza che vi annuncio che a partire dalle ore 6 pm di giovedì 11 c.m. io non sarò più tra di voi, avendo infine deciso di passare a miglior vita. Quale occasione migliore per un’ultima bevuta e quattro chiacchiere tra di noi? Vi aspetto tutti questa sera alle ore 20 nel mio appartamento.

RSVP

Invio la mail alle 14.03 e alle 14.08 sento bussare alla porta. Dalla forza immagino si tratti di Stefan, decido di non aprire immediatamente, voglio che l’attesa renda l’incontro ancor più drammatico.

Dopo la seduta del lunedì ho passato lunghi momenti di pura apatia e sconforto. In poco tempo i miei pensieri hanno assunto il colore nero dell’odio, e mi sono ritrovato a maledire il giorno in cui ho conosciuto il Fabiani.

Non ho avuto il coraggio di sospendere la cura, sarà forse per quell’esigua rimanenza di amor proprio che ancora alberga in me. Pur senza molta voglia, ho affrontato le prove elencate nel foglio consegnatomi.

Ho camminato a quattro zampe per quasi due ore nel tentativo di recuperare il mio “rapporto con la flora e la fauna del mondo che mi circonda” (avrei sicuramente preferito mangiarmi un bel filetto a tal proposito) e ho sistematicamente aperto la porta nudo a tutti i poveri fattorini che hanno avuto la sfortuna di dover consegnare le 10 pizze che ho ordinato, seguendo i dettami del mio “amato dottore”. Ammetto che dopo un po’ uno ci fa anche l’abitudine e non si rende conto di essere nudo, sino a quando non nota lo sguardo disperato e, debbo dire, a tratti inorridito di chi si ha davanti.

“…così da creare una connessione perfetta tra lei e il suo corpo“. Non so se realmente questa connessione si sia creata, sicuramente ho rotto definitivamente quella che esisteva tra me e le pizzerie della zona.

Stefan continua a battere come un forsennato alla mia porta, comincia ad innervosirmi.

Per rendere ancor più drammatica la situazione decido di alzare il volume dello stereo quasi al massimo, le imponenti note del requiem di Mozart si diffondono nella stanza.

A dirla tutta, non ho alcuna intenzione di suicidarmi, avevo solo bisogno di vedere qualcuno, di scambiare con qualche amico delle riflessioni, di confrontarmi. Ho ritenuto che la mail potesse essere il modo migliore per assicurarmi la presenza di tutti.

Ho esteso l’invito a coloro che nel bene e nel male mi sono stati vicini in questi mesi: Stefan, Flavia, il mio amico nanetto e quel genio del Ruberti.

Considerando il fatto che soprattutto quest’ultimo ha continuato nel tempo ad evitare di confrontarsi con il mio amore, ho ritenuto che “un ultimo saluto” avrebbe potuto alla fine smuoverlo da quel suo ostile antro di intelligenza e solitudine.

Per l’occasione ho anche ordinato casa: i gatti di polvere sono scientificamente finiti sotto il mio letto, Elisabetta è tornata a abbellire la parete del mio salotto, i piatti sono stati lavati con una dovizia quasi maniacale.

In uno slancio di inaudita bontà ho anche rotto il rituale del lunedì single (Stefan ha inaspettatamente saltato gli ultimi due appuntamenti) e mi sono recato da Simona per acquistare un pacchetto di patatine, delle olive e alcune bottiglie di vino.

Da dove nasce tanta gentilezza e spirito di ospitalità? Da una necessità. Lo spirito di sopravvivenza può spingere le persone a compiere gesti aberranti: cannibalismo, tradimenti, voti a Berlusconi; il mio caso non è dissimile, ho di fatto dimenticato le mie note caratteristiche di asociale bastardo perché per la prima volta in vita, ho sentito la necessità di un confronto, di calore umano, ma più di qualsiasi altra cosa, di una valvola di sfogo.

Sento rabbia per il Fabiani che con le sue edulcorate riflessioni ha abbattuto le certezze su cui si basava la mia esistenza, e di riflesso odio il mondo, perché da oggi sono costretto a guardarlo con gli occhi tristi di chi è uno tra molti, e non uno differente e migliore dei più.

Volevo cambiare, questo è certo, ma sicuramente non volevo ritrovarmi a non sapere più nemmeno come mi chiamo, perché le persone mi stanno vicine, cosa sono io per gli altri.

Un tempo la cosa non mi avrebbe importato, a settimane alterne sapevo perfettamente di essere o una sorta di semi dio sceso sulla terra per dominare il mondo, o un alieno dotato di poteri inimmaginabili come “saper limonare senza lingua”, “vedere il futuro quando è già passato”, “impadronirsi della mente altrui e far dire loro cose che loro decidono di dire, indipendentemente dalla mio volere”. Tutte caratteristiche, e potenzialità sperimentate sul campo, in decine e decine di minuti di duro lavoro.

Poi sapevo di essere bello, più che bello dannatamente figo, uno di quelli che le donne le cambia con la stessa frequenza con cui cambia i boxer, una a settimana.

Dopo lunedì tutto questo si è frantumato come un cristallo, e mille frammenti luminescenti sono sparsi davanti a me, non ho la voglia e la forza di chinarmi a raccoglierli e cominciare una lenta e faticosa opera di ricostruzione, ma soprattutto adesso so che ciascuno di queste piccole schegge, ha la facoltà di lacerare la mia pelle e macchiarsi del rosso del mio sangue.

Davanti al proprio nulla, ai fallimenti, allo zero che siamo stati, ogni parola, riflessione, obiettivo, progetto rappresentano una lama incandescente che penetra nella nostra anima, e ci lascia squarci di profonda sofferenza.

Quando qualcosa ti ferisce, cerchi di ripartire dalle poche sicurezze che ti circondano, dai tuoi familiari, dai tuoi amici.

Abbasso la musica, il vociare fuori dalla mia porta si è fatto più intenso. Riconosco la voce di Flavia e lo squittire del mio amico nano.

Mi avvicino alla porta, sono quasi commosso che tutti si siano preoccupati per per me. Penso a quando ero bambino, alle ore passate davanti alla televisione guardando Goldrake.

Mi innamorai per la prima volta a quell’età di Venusia, nelle mie fantasie non vi era ancora il sesso, ma vi era una strana forma di dipendenza. Sognavo di essere ferito e di ricevere le cure e l’affetto dalla mia amata. Non vi erano baci, non vi era null’altro che comprensione, vicinanza calore, quello di cui sento ora la necessità.

Fuori dalla porta hanno capito che sono ancora vivo, ho abbassato il volume e sono certo che il genio del Ruberti abbia notato la cosa, e già istruito gli altri.

Il più scatenato sembra il nano, non smette di gridare, mi sembra di vederlo mentre si agita come una pallina davanti alla mia porta.

Sento bussare con insistenza, percepisco che l’origine del suono non si situi come normalmente accade, all’altezza dei miei occhi ma provenga da molto più in basso. Anche l’intensità del suono è differente, anche se non ne conosco la corretta spiegazione fisica, deduco che delle mani piccole producano un suono differente rispetto a delle mani di un adulto.

“Smettetela di prendere a calci la mia porta!”.

Per un attimo l’incessante borbottare proveniente dall’esterno si placa per poi ricominciare ancor più rumoroso di prima.

Le grida si confondono, il sovrapporsi di voci e rumori mi ricorda una composizione di cacofonia.

Il rumore proveniente dalla zona più bassa della porta è il più ostinato, ed è l’unico che anche dopo alcuni minuti continua a martoriare le mie orecchie.

Apro la porta di scatto e contemporaneamente esordisco dicendo: “Vi ho detto di smetterla di prendere a pedate la..”

Alla vista del nano con la mano ancora a mezz’aria pronto a colpire nuovamente il legno, continuo con la gag: “ahhh ma non erano calci..eri tu!!”

Dopo alcuni secondi tutti, eccetto il piccoletto che rimane basito e praticamente immobile, scoppiano a ridere. La risata è davvero liberatoria, lo leggo dai loro volti e dagli sguardi che si scambiano furtivamente.

Come già successo in passato, dimentico del suo carattere a dir poco infiammabile, perdo di vista per qualche secondo il mio piccolo amico il quale, realizzato per ultimo di essere al centro della ennesima burla da parte mia, non si preoccupa nemmeno di abbassare la mano e la scaglia con notevole forza direttamente tra le mie gambe.

Il dolore al basso ventre è micidiale e mi costringe al suolo in una posizione fetale. In mio soccorso intervengono i tre vicini meno bellicosi, e lentamente mi aiutano a rimettermi in piedi e recuperare il fiato troncato di netto dal dolore.

“Dovresti andarci piano con questi colpi” esclamo fissandolo. Il piccoletto non si scompone e con fare deciso entra nel mio appartamento. Lo seguiamo in silenzio, Stefan si preoccupa di chiudere la porta e si sistema alla destra di Flavia.

Sembra meno interessato al suo corpo nudo rispetto all’ultima volta che ci siamo visti, la cosa mi sorprende non poco.

“Alla fine siete venuti tutti” esclamo sfoggiando un sorriso che farebbe invidia a Moira Orfei, “che gentili, non era così importante”.

La mia falsa modestia non coglie nel segno e la risposta di Flavia mi fulmina: “Pezzo d’idiota, dopo quella mail era il minimo che potessimo fare”.

Non è una cosa piacevole sentirsi gli occhi di tre persone e mezzo che ti fissano tra l’interdetto e l’incazzato, ho bisogno di un diversivo per abbassare la tensione e l’occasione di avere tra di noi il signor Ruberti si presta alla perfezione al mio scopo.

Non credo conosciate il signor Ruberti del 3b” dico rivolgendo lo sguardo verso Flavia, “non ricordo nello specifico quale sia il suo lavoro, sicuramente però posso dirvi che è un maledettissimo ed estremamente figlio di puttana genio”.

A suggello di tale mia poetica affermazione passo la parola direttamente all’interessato affinché stupisca tutti con una delle sue mirabolanti riflessioni: “Glielo dimostri, dica qualcosa da genio”.

Colto di sorpresa il Ruberti arrossisce come un’educanda, indietreggia impercettibilmente e balbettando riesce solo a proferire un semplice: “Ma, ma io veramente.”

“Visto, che vi avevo detto? Lo interrompo. “E’ o non è il più stramaledettoecazzutissimo genio che abbiate mai conosciuto?”

Approfitto dell’attimo di perplessità causato dalle mia affermazioni per balzare in avanti e, afferrata la testa del malcapitato, stampargli un sonoro bacio sulla bocca.

“Sai che ti amo vero? Non mi sono dimenticato di te. In realtà a pensarci bene mi ero dimenticato di te, ma il fatto che tu sia qui oggi mi riempie d’orgoglio e felicità!”

Il genio mi spinge via con tutte le sue forze e comincia a pulirsi la bocca con le maniche della camicia. Mi guarda sconcertato, probabilmente teme un mio secondo attacco.

Ignoro l’impulso di gettarmi tra le sue braccia come farebbe un bimbo con i nonni che ha appena rivisto dopo un lungo periodo di assenza e, riacquistato il mio self control, racconto a Stefan, Flavia e al nano la storia del signor Ruberti. Tutti alla fine sembrano decisamente affascinati dalla nostra strana relazione.

Il Ruberti ascolta in silenzio e in più di un’occasione si trincea dietro un mutismo imbarazzato e commovente. A dispetto di tutto, rifletto, se non fosse per il viso davvero mostruoso ed un corpo sformato dalla pastasciutta e dall’età, sarebbe anche un bell’uomo.

Flavia tempesta l’uomo con mille domande ed io approfitto del mio momento di svago, per smettere i panni di splendido anfitrione, e studiare attentamente i miei ospiti.

Chi non ha bisogno di presentazioni è Stefan, seduto in silenzio sul mio divano ascolta con interesse le parole del genio. Con un taccuino in mano ed una matita tra le dita avrebbe tutto per sembrare un giornalista alle prese con un proprio informatore.

A dispetto del solito, oggi Stefan sembra appena uscito dalla doccia, si è sicuramente fatto la barba e profuma di pulito. Indossa una comunissima Polo bianca che cozza con il ricordo più vivido che ho di lui, “quasi frantumato da due grossi energumeni vestiti di nero”.

Il corpo nudo di Flavia oramai non mi fa più effetto, e a dire il vero anche gli altri maschietti invitati la trattano come se indossasse un tailleur grigio. Divertente, rifletto, come la conoscenza diretta con una persona possa farti dimenticare per incanto che vestiti stia indossando.

Decido di attirare l’attenzione di tutti i miei invitati rivolgendo loro la domanda più ovvia: “Scusatemi” dico interrompendo le loro dotte disquisizioni sul chi sia più intelligente tra il Trota Bossi o la crosta di formaggio grana spuntata per miracolo da sotto uno dei cuscini del mio divano, “sareste così gentili da spiegarmi perché siete arrivati tutti adesso, quando l’appuntamento era per le ore 20?”

Risponde Flavia per tutti: “Abbiamo letto la tua mail, credo di parlare a nome di tutti se ti dico che ci siamo preoccupati e senza nemmeno metterci d’accordo ci siamo precipitati alla tua porta”.

Un silenzio imbarazzato segue le parole della ragazza. Rifletto su da farsi e ritengo che in questo caso la mia sincerità sarà sicuramente apprezzata dal gruppo.

“Ah ma quella mail era una balla, non ho alcuna intenzione di suicidarmi. Cercavo un pretesto per convocarvi tutti, perché vorrei parlarvi di alcune cose, mi sembrava il metodo più rapido”.

L’esperienza insegna, e al primo fremito che percepisco sul volto del nano, mi alzo dal divano e mi riparo dietro una sedia strategicamente posizionata alla mia destra.

Il piccolo uomo, che senza pensarci un secondo si era alzato di scatto e gettato verso di me con l’intenzione di colpirmi nuovamente tra le gambe, sembra per un momento spiazzato dalla mia rapidità.

Cerca di colpirmi nonostante il mio riparo e i suoi pugni non si avvicinano nemmeno al mio basso ventre. Come in un vecchio gioco di bambini cominciamo a girare intorno alla sedia, quando si muove verso destra io faccio un passo a sinistra e viceversa.

C’è profondo odio nei suoi occhi, una rabbia tale che ancora il piccoletto non è riuscito a proferire parola. Schiumante di rabbia si blocca e mi fissa intensamente, i respiri si fanno sempre più affannosi, per un momento penso sia in procinto di avere un infarto.

Accumula aria nei polmoni che mi scarica di punto in bianco gridando: “figliODIPUTTANAAAAAAAA”.

Torna ad ansimare come un cane dopo una lunga corsa, non ha ancora esaurito la rabbia a quanto pare.

Mi ricorda uno di quei palloncini che si gonfiano soffiandoci dentro, cresce pian piano sino a giungere ad uno stadio prossimo all’esplosione. La meccanica del folletto è molto simile, inspira di continuo ma invece di esplodere mi scaglia addosso tutta la sua rabbia gridandomi i più turpi improperi da lui conosciuti.

Gli altri sono fermi, immobili come se un gigantesco ragno avesse iniettato loro il suo veleno paralizzante. Guardano la scena come davanti ad un grande schermo, mi aspetto che a momenti qualcuno dei tre estragga dal nulla dei pop corn ed inizi a s mangiucchiarne distrattamente.

“Ti rendi conto aberrante figlio di puttana che ci hai fatto spaventare? Tutti noi abbiamo sentito un tonfo al cuore quando abbiamo letto le tue parole, io per primo, lo ammetto, ho anche pianto”. “Poi quando sono venuto da te, e ho visto che c’era qualcuno che aveva avuto la mia stessa idea, ho pensato che forse qualcosa si potesse ancora fare, forse la nostra presenza avrebbe potuto farti desistere dal proseguire in quella tua stupida scelta. Poi scopro che era tutta una messa in scena, per essere sicuro di averci tutti qui…una delle tue innumerevoli cavolate che metti in atto senza pensare alle possibili implicazioni, senza guardare mai al di là del tuo enorme naso”.

Capisco di aver esagerato quando il Ruberti non risponde nemmeno con un piccolo sorriso ai bacetti che gli sto mandando. Il gelo che percepisco intorno mi mette a disagio, credo di dover loro delle scuse.

Mi siedo e con un sorriso di circostanza aspetto che tutti prendano posizione. Il nano fatica a montare sul divano, gentilmente Stefan lo aiuta.

Cerco di stemperare la tensione sottolineando la scena con una risata sguaiata, ma nessuno se la sente di condividere con me la goliardica esperienza.

Mi tranquillizzo e dopo aver velatamente chiesto scusa, faccio un brave riassunto di quanto mi sia capitato negli ultimi tempi, non faccio mistero di essere sotto cura sperimentale, aspetto che sembra accendere la curiosità di tutti i presenti.

Racconto del rituale, di come proprio durante una delle prove io abbia conosciuto Annalisa. A nessuno sfugge il fatto che le parole della ragazza, citate da me quasi a memoria, abbiano avuto un effetto devastante sulla mia autostima.

Il silenzio si fa cupo non appena termino di raccontare quanto successo l’ultimo lunedì, nello studio del Fabiani.

“In fin dei conti” concludo “voi siete miei amici, vorrei il vostro parere, vorrei capire anche grazie a voi, chi sono…perché ad oggi, sembra che tutti siano in grado di dirmi solo ed esclusivamente chi non sono, e cosa non sono in grado di fare”.

“Sei un gran cretino, questo credo di avertelo più volte detto”. Le parole del nano non mi sorprendono più di tanto, a lasciarmi senza possibilità di replica sono le parole che seguono. “Sei un cretino con qualità che sistematicamente ignora per dare spazio a idee balzane e false rappresentazioni di se stesso”.

Tutti riflettono in silenzio per alcuni secondi.

“A volte non sono certo tu riesca a leggermi nel pensiero” aggiunge Stefan, “visto che siamo in confidenza posso dirtelo, in più di un’occasione ti ho mandato a cagare, e tu non ti sei incazzato”.

“Forse non ero sintonizzato con la tua mente” replico debolmente, il primo a non credere a queste parole sono io.

“Non scherziamo” a parlare è Flavia ” nessuno di noi si è preparato prima questo incontro, ma l’impressione è che tutti noi siamo concordi nel dirti che…tu, ti stai sabotando. Hai delle qualità, indubbiamente ne hai, però passi il tuo tempo affrontando battaglie inutili, paventando super poteri che non hai, gettando tutto sommato del tempo in avventure prive di uno scopo, e di un senso”.

Non credo che quei poveri uomini capitati sotto le grinfie di Tomás de Torquemada tanti anni fa si siano sentiti tanto peggio di come sto io in questo momento. La domanda che pongo al gruppo è a tutti gli effetti un assist per ricevere la mazzata finale. “Nello specifico, a cosa vi state riferendo…vorrei qualche esempio”.

“Di esempi ce ne sono a milioni!” tuona Flavia, “dici ad esempio di poter spostare gli oggetti con la forza del pensiero, di poter leggere il futuro, una volta volevi fare il Papa, un’altra volta mi parlavi di giocare a basket..”

“…come giocatore di colore” specifica il nano.

“Lo ha raccontato anche a te?” domanda la ragazza stupita.

“Ovvio, usava la storia per irridermi” risponde l’altro in tono rassegnato.

Un silenzio imbarazzato scende nella sala, Stefan ha lo sguardo rivolto verso le sue scarpe e le braccia incrociate, una forte chiusura nei confronti miei o della situazione, direbbe qualcuno.

È proprio lui a prendere la parola: “A volte io non ti capisco, quando sembra che una cosa funzioni, ne cominci un’altra. Non hai pazienza, c’è sempre una eccessiva dose di ansia in quello che fai. Mi viene in mente tuo padre, mi hai raccontato del suo lavoro, e di come si relaziona con te. Invece di fare esperienza, di apprendere un mestiere e di correggere eventualmente quelli che sono gli errori di Ioli, tu ti incazzi, non vai al lavoro, ti inventi scuse”.

Sembra pesare bene le parole prima di sferrare l’ultimo affondo: “A volte con me sei un bastardo. Mi hai detto e fatto fare cose solo per il tuo divertimento, non certo per il mio bene”.

Il ragazzo ha la decenza di non raccontare agli altri a che episodi si stia riferendo, anche se la cosa mi provoca un moto di rabbia estremo, sento che non è andato tanto distante dalla verità.

“Un bastardo inconcludente” sentenzio alla fine io con finta ironia. Se cercavo sincerità, non posso negare di averla trovata, sfortunatamente le mazzate che mi sono arrivate, non avranno di certo la capacità di farmi affrontare serenamente il mio futuro.

“Tu hai un dono”.

La voce del Ruperti rompe il silenzio come uno sparo in piena notte. Gli occhi sono tutti puntati su di lui, fino a quel momento rimasto in silenzio.

“Tu sei dotato di una sensibilità che poche persone hanno”. La frase rimane in sospeso, come un soffione, impercettibilmente spinto da brezze primaverili.

“Insomma, guardati intorno. C’è un nano, una nudista, un ragazzo che si professa maestro di Okuto..e ci sono io”.

“Io non so cosa tu abbia visto in noi, ma ti assicuro che il 99% della popolazione mondiale ci definirebbe come freaks“.

“Tu invece ci hai accolti e accettati, con i tuoi limiti e le tue pazzie, ma ci hai sicuramente fatti sentire normali. A te non importa che Flavia sia nuda, perché quando le parli tu non guardi il suo corpo; con il nostro piccolo amico sei totalmente privo di riserbo e delicatezza, irridi la sua statura ma, in fin dei conti, sembra tu gli stia mostrando la sua normalità”.

“..conosco poco Stefan, però per il poco che ho poco che ho potuto intuire, lo hai aiutato ad uscire da uno stato di semi autismo..che alcuni si spingerebbero a definire follia; in lui hai visto qualcosa di speciale, e raccontandogli la sua storia, lo hai fatto rinascere”.

“In me hai visto un genio..non sono io la persona migliore per confermare o meno questa tua lettura, ma di certo hai colpito nel segno, perché sei riuscito ad evocare in me ricordi, aspirazioni, propositi che quando ero bambino mi motivavano a studiare ed impegnarmi, ma che poi le contingenze della vita mi hanno obbligato a lasciare”.

“Non sei speciale perché puoi volare o altre amenità del genere…sei speciale perché ci hai fatti sentire speciali”.

Quando Savicevic segnò al Barcellona in una indimenticabile finale di Coppa dei Campioni, ricordo di aver pianto. Fu tale la bellezza di quel gesto che le lacrime cominciarono a scendere e non ci fu alcuna possibilità di fermarne il flusso.

A distanza di anni le sensazioni sono le stesse, mi metto le mani davanti al viso e piango come un bambino.

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