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Cap 44 – Epilogo

Mi chiamo Sebastiano, ho 36 anni e…vedo demoni.

Non sono mostri con corna e forcone, sia chiaro, i miei demoni sono differenti; persone apparentemente normali: parlano, scherzano e vivono accanto a noi.

Ho scoperto da poco di non essere l’unico, siamo in molti a possedere questa facoltà.

Sia stato per natura, per un colpo di fortuna, o tutto sia dipeso da un disegno divino, questo non lo so, fatto sta che i miei occhi vanno al di là delle apparenze: percepiscono il bene e il male nascosto in chi mi circonda.

Mi guardo intorno, cammino per le strade, entro in una banca, o in una discoteca, capita sempre più spesso: i volti di uomini meschini assumono le fattezze di animali, a volte sono cavalli, altre volte rospi, più raramente coccodrilli.

In altri casi è un particolare che mi avverte: un monile esagerato che d’improvviso si duplica all’infinito ed adorna i volti di decine di donne, o un poncho color rosa che veste e ripara ragazze che sembrano tante fotocopie. Sono i segnali di un qualcosa che non funziona, le campanelle che mi avvertono che sono davanti ad un altro demone.

Mi volto, e un momento dopo sto parlando con una persona umile e dignitosa, e percepisco una luce che mi riscalda. Riconosco il suo genio, la rosa che avrebbe potuto nascere, e che le vicissitudini della vita hanno ucciso. Non vi è status sociale, lavoro, macchina o telefono, vi è solo un’anima candida, che merita il mio rispetto, e mi concede la forza per continuare a sorridere.

Ho creduto di poter aiutare le persone che ho incontrato, ma ho capito che non spetta a me giudicare e salvare; ciascuno di noi è dotato di libero arbitrio, e davanti alle opzioni, si ha sempre la facoltà di scegliere per poi magari di ritornare sui propri passi. Io posso arrivare a mostrare l’alternativa, spetta agli altri decidere se continuare a sbagliare.

Ho scoperto tutto questo grazie ad un dottore folle, di cognome fa Fabiani, il suo nome non lo ho mai voluto sapere.

Ha finto di curare una malattia chiamata MCI, una delle mie mille invenzioni, create ad hoc per proseguire nella mia opera di auto sabotaggio. Grazie a lui ho scoperto il mio dono, ma non solo.

Ho fatto luce dentro di me, ho preso coscienza di quelli che sono i miei pregi, e ho imparato a conoscere meglio la mia famiglia e i miei amici.

Ho un padre meraviglioso, si chiama Ioli, si è spaccato la schiena per offrirci un futuro sereno. Adora mia madre, ed è l’esempio di come la dedizione e la perseveranza paghino. Se potessi dargli un solo consiglio, gli direi di godersi la vita, di viaggiare, di trovarsi un gruppo di amici con i quali giocare a carte, a bocce o a tennis.

Ho una madre splendida che si chiama Bianca. Fabiani mi ha fatto capire molte cose su di lei. Se a 36 anni non ho ancora imparato a godere della vita è un po’ per causa sua, ne sono consapevole, ma non le porto rancore.

Sono un uomo onesto, retto, e ligio al dovere, ed è soprattutto grazie ai suoi insegnamenti, ai suoi rimproveri e le sue imposizioni che lo sono diventato, non smetterò mai di ringraziarla per questo.

Ho una sorella, si chiama Nicoletta, ho sempre creduto fosse adottata, ma comincio a credere non lo sia; le voglio bene, e anche se continuerò a cercare i documenti di adozione, e persevererò con i miei esperimenti pavloviani, prometto che farò di tutto affinché sia felice.

Non ho molti amici. C’è Stefan, il mio fido scudiero: spero che la sua storia con Lia vada a buon fine, avere una ragazza veterinaria sarà utile qualora lui vorrà comprare un altro topo; poi ci sono il nano, Paolo, Mauro, e poche altre magnifiche persone che hanno imparato a conoscermi, e mi hanno aiutato a capire tante cose che prima non conoscevo.

Nella mia vita ho sprecato tempo, ed occasioni. Ho perduto treni per paura di montarci, mi sono giocato chance che capitano forse una volta sola nella vita. Ho avuto paura di rischiare, e così mi sono condannato alla sicura sconfitta.

Cosa succederà ora? Ancora non lo so, di sicuro spetta a me prendere in mano le redini della mia esistenza. Mi aspettano momenti felici e altri che lo saranno meno, ho deciso di smettere di preoccuparmi troppo delle conseguenze.

Magari un giorno in un centro commerciale incrocerò nuovamente Asia, e la vedrò sorridente, insieme a suo marito e a due splendide bimbe vestite di rosa.

Penserò al giorno in cui per paura di lottare e di soffrire, la ho spinta lontano da me. Ora sono certo che questo non accadrà più, non caccerò mai più lontano da me la possibilità di essere felice.

Poi forse un giorno incontrerò una donna, succederà ne sono certo nel luogo più impensato e inatteso, mi innamorerò di lei e per lei deciderò di attraversare il mondo intero.

Forse un giorno, guardando fuori dalla finestra, aprirò una pagina bianca di word e deciderò di raccontare a tutti la storia di uno strano ragazzo…che vedeva i demoni.

FINE

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Cap 43 – Ultimo incontro

Io e Scrid siamo seduti uno davanti all’altro, aspettiamo da qualche minuto che Fabiani apra la porta e ci faccia entrare.

Non ci siamo nemmeno salutati, ma confesso che ho quasi sorriso non appena la ho vista.

L’unica cosa che mi impedisce di manifestare un minimo di gentilezza nei suoi riguardi, è che sono un vero uomo, e come tale dovrei in teoria non salutare, fumare, bestemmiare, picchiare i bambini, evitare di ballare, di piangere e di lasciar trasparire le emozioni.

A tratti fingo stanchezza e porto le mani davanti al viso, dai piccoli spazi tra le dita la spio, cerco di capire se anche lei stia fingendo indifferenza, o realmente sia talmente furiosa dopo quanto le ho detto, da decidere di estromettermi dalla sua vita.

Non che ci fossi mai entrato, a dire il vero, ma la comunanza di medico, e quella buffa serie di incongruenze e piccole follie che aveva manifestato, le avevano fatto guadagnare un posto nel mio personale Olimpo dei migliori amici, poco sotto il coniglio Osvaldo del mio amico Pietro, ma direi alla pari con il figlio sordomuto del giornalaio dove da piccoli compravamo di nascosto il Blitz.

Scrid non alza mai lo sguardo dalla rivista che ha raccolto dal tavolino davanti a sé, i suoi occhi esplorano con attenzione le pagine che monotonamente gira.

Il fatto di venire ignorato in maniera così palese mi mette a disagio e mi innervosisce, e ben presto mi ritrovo a fingere di grattarmi la testa utilizzando solamente il dito medio ben indirizzato verso di lei, o tirare fuori la lingua tutte le volte che la mia mano, o il telefono, possono fungere da barriera al suo sguardo.

Comportamenti pacificatori, li chiamerebbe qualcuno, ossi gesti per abbassare la tensione.

A rifletterci bene, di tensione ne ho accumulata fin troppa in questi ultimi tempi; da quando ho cominciato la cura dal dottore ne sono successe di cotte e di crude, ho scoperto molti miei pregi, e alcuni giganteschi difetti, ho fatto luce all’interno di una stanza buia, e come per incanto, ho cominciato a vedere dei demoni.

Quando ero sul punto di chiudere questa maledetta avventura, ecco comparire Scrid, spocchiosa ed insolente, a raccontarmi che la MCI non esiste, che tutto sta dentro di me e 1000 altre frottole.

Oggi sono qui più per orgoglio che per altro, voglio che sia il Fabiani a umiliare Scrid, a dirle che la MCI esiste, e che con un ultimo ed imponente rituale sarà definitivamente sconfitta, oggi, qui, per sempre.

La mia mente prende nuovamente il volo, gli occhi aperti già hanno smesso di osservare; ciò che ho davanti è una scena così vivida, che ne posso percepire i rumori e gli odori.

Ci siamo io e il dottore, concentrati a recitare formule esoteriche in lingue oramai morte, mentre i vetri vibrano a causa dell’energia che si sprigiona dal mio corpo.

E’ la MCI che lotta fino alla fine per non abbandonarmi, che vuole rimanere dentro di me, perché ha trovato un uomo ideale da sabotare.

E quando finalmente il Fabiani grida al cielo le ultime parole, il coltello sacrificale saetta verso la carne della giovane vittima….Scrid?

Non riesco a trattenere un grido di terrore, porto le mani alla bocca.

Fatti, supposizioni, fantasie, correlazioni illusorie, in un attimo tutto si unisce, e la visione che mi appare davanti agli occhi mi lascia sgomento.

Sarà possibile? Fabiani ha deciso di sacrificare una ragazza per liberarmi dalla mia malattia? Sarà per questo che me la ha fatta conoscere? Voleva conoscessi prima la vittima?

Non riesco a distogliere lo sguardo da Scrid, non so più che fare, se dirle di scappare, e condannarmi così ad una MCI eterna, o lasciare che il rituale si compia.

“Vedo che ci siete entrambi” dice il dottore che nel mentre ha aperto la porta, “volete accomodarvi?”.

Per la sorpresa quasi cado dalla sedia. Il dottore si è fermato accanto a me e mi poggia una mano sulla spalla sinistra, evito di morderlo per puro caso.

Scrid si muove per prima e mi passa davanti continuando ad ignorarmi. Una volta passata oltre la mia sedia, scopro che fingendo prurito ad un fianco, mi sta mostrando il medio.

L’affronto è sufficiente a farmi andare su tutte le furie, quel minimo di pietà stranamente apparsa in me scompare, e la ragazza viene prontamente annoverata tra le possibili “casuality”.

Lascerò che venga sacrificata, rifletto, al massimo porterò le sue ceneri avvolte in una bandiera alla famiglia.

Rinfrancato da tale pensiero, entro nello studio.

Scrid ha occupato la poltrona ove normalmente sono solito sedere, e sta armeggiando alla ricerca di un qualcosa nella sua borsa da hippy.

Scopro d’improvviso di detestare la sua stupida spilla Accidenti come amo la mozzarella di bufala.

Approfitto della sua momentanea distrazione per urtare con l’anca lo schienale della poltrona.

Scrid è protesa in avanti e l’improvvisa spinta la scaraventa al suolo. Riesce a malapena a ripararsi il viso con una mano prima di cozzare contro lo spigolo della scrivania.

“Scusa, non lo ho fatto apposta” le dico.

In silenzio lei si mette nuovamente in piedi, alza e sistema la poltrona, e senza rispondermi si mette comoda.

Ora siamo seduti uno accanto all’altro, entrambi in silenzio. La sua sacca di canapa è posata accanto al piede sinistro.

“Meglio sistemi la mia borsa dall’altro lato” dice, e nel mentre, afferra la borsa con la mano destra, e con forza la solleva da terra. E’ una questione di inerzia, non appena giunta all’altezza del suo viso, è sufficiente un piccolo impulso verso destra, e la borsa si trasforma in un proiettile che si scaglia con forza sul mio viso.

L’impatto è tale che per un attimo vedo tutto nero. Il colpo al naso è quello che più mi provoca dolore e in un attimo le lacrime che scendono dagli occhi cominciano a mischiarsi con il sangue che cola copiosamente dalle mie narici.

“Scusa, non lo ho fatto apposta” mi dice dopo avermi osservato per un po’.

Il Fabiani che ha assistito a tutta la scena ci osserva senza dire una parola.

Mi tampono il naso con un fazzoletto che il dottore mi porge, ma non degno di uno sguardo la ragazza, la mia vendetta sarà vedere il suo corpo sacrificato sull’altare della MCI.

“Vedo che avete fatto amicizia” esclama alla fine il dottore, chi di vuoi due ha voglia di raccontarmi come è andato il vostro incontro?

“La scema dice che la MCI non esiste” esclamo io dopo qualche secondo di silenzio. Mi volto verso di lei e la fisso con cattiveria.

“Lo scemo dice che la ECI è una mia invenzione” risponde Scrid e volgendosi verso di me, raccoglie la sfida e mi guarda negli occhi.

“Sei una poveretta” le dico.

“E tu uno scarafaggio” mi risponde.

“Specchio riflesso” le sgancio.

“Vai in cesso, ti ho fregato” ribatte e mi mostra il dito medio.

“Dottore, dica alla pazza qui che la MCI esiste, che la ECI è una boiata, e sbrighiamoci con il sacrificio, più tardi voglio festeggiare”.

“Io dico che la MCI te la sei inventata, che sei un buffone e che il dottore ti caccerà a pedate oggi” ribatte Scrid.

“Io dico che sembrate due bambini, e noi normalmente i bambini li calmiamo con le caramelle. Volete una Mentos? O forse, a furia di mangiarne nel corso dei rituali, già non le sopportate più?”.

Smettiamo di fissarci con astio e lentamente torniamo a sederci in direzione del dottore. Sul tavolo ci sono delle caramelle bianche, del tutto simili a quelle usate nei rituali…del tutto simili anche alle Mentos.

“Chi di vuoi due vuole azzardare una spiegazione? Domanda il dottore.

“Erano Mentos benedette?” provo io.

“Acqua”.

“Magari modificate a causa di una fuga radioattiva di cui nessuno ci ha informati? Io ho partecipato ad una manifestazione a favore, e una in contra” interviene Scrid.

“Che idiozia” ribatto “sarà una nuova linea delle Mentos, alla menta, alla frutta, e..comportamentali”.

“Acqua ancora” dice il Fabiani che continua “vi dico cosa facciamo adesso: ciascuno di voi mi racconta come è andato l’incontro del venerdì, cosa vi siete detti, a quali conclusioni siete arrivati. L’altra persona rimane in assoluto silenzio. Alla fine parlerò io, e vi dirò che ha ragione e chi ha torto”.

“Scrid, per favore, inizia tu”.

La giovane riordina per un momento i propri pensieri e comincia a narrare la sua versione dei fatti. Racconta di come sia riuscita ad intrufolarsi prima nel pc del dottore e poi nel mio.

Dice di aver letto con attenzione i miei file, e di essersi fatta un’idea ben precisa della mia situazione.

“A mio avviso, la MCI è una enorme stronzata. Nessun libro ne parla, e per quanto ho capito, questo scemo un giorno è venuto da lei dopo che si era auto diagnosticato il problema. Che avesse dei problemi, questo era evidente. I suoi appunti mi hanno restituito un’immagine di un uomo intento a sabotare le sue iniziative, a trascurare i propri pregi, e a perdere tempo in inutili battaglie”.

“Nel tempo però le cose sono cambiate” continua, “mi riferisco alla sua visione nei confronti di se stesso: non più un supereroe, ma una persona più saldamente ancorata alla realtà. Guarda caso, appena scoperto questo, lo scemo comincia a vedere delle cose. In un primo momento ho pensato fosse un pazzo, affetto da schizofrenia o una diavoleria del genere, ma poi mi è venuta in mente una battaglia che io ho affrontato in passato”.

Si volta verso di me, il suo tono ora è calmo e pacato, ricomincia ad essermi simpatica.

“Combattevo a favore di persone con problemi alla vista, e parlando con molti di loro ho avuto una conferma ad una cosa già nota, ossia che certi sensi, in mancanza di altri, si amplificano. La mia impressione è che tu sia speciale, che tu non abbia più necessità di nasconderti dietro ad una MCI, ma che debba affrontare la tua vita, prendere la tua strada, affrontare le conseguenze delle tue azioni, alla luce dei pregi e dei difetti concreti che ti ritrovi”.

Scrid mi sorride e torna a volgersi verso il dottore.

Il Fabiani annuisce e volge lo sguardo verso di me.

“E lei, che mi dice di Scrid?”.

“Le mie idee sulla ECI o come cavolo si chiama gliele ho già espresse personalmente. Conosco Scrid da poche ore ma mi sembra evidente che se in questa stanza c’è qualcuno che si sabota, quella persona è lei. Mi ha raccontato del fidanzato, di come non sia riuscita a rielaborare la sua perdita e di come, finita l’università si sia imbarcata in una serie di iniziative, per molti tratti illogiche. Come si può manifestare un giorno a favore e l’altro in contra della stessa cosa? Dal mio punto di vista è solo un modo banale di non affrontare la propria vita, perché si ha paura di prendere una decisione, di vivere sulla propria pelle momenti che potrebbero essere anche difficili. Le ho detto che la perdita del ragazzo è stata dolorosa perché Scrid non è mai vissuta indipendentemente dalla simbiosi che si era creata, così quando lui la ha lasciata, cosa triste ma umana, una parte di lei è morta”.

Questa volta sono io a dirigere lo sguardo verso Scrid.

“La ECI non può esistere, tutto sta nell’ammetterlo a se stessi, fare un respiro profondo, e guardare avanti. E’ ovvio che tutte quelle lotte non fossero altro che un modo di posticipare il tuo ingresso nel mondo degli adulti, ma adesso è arrivato anche per te, affronta le tue paure, scoprirai che non è così drammatico come sembra. Recupera la tua famiglia, i tuoi amici, perché su di loro potrai sempre contare. Butta quelle ciabatte orride, scegli un look coerente con chi sei..e poi…vola”.

Quando volgo lo sguardo, il Fabiani sta sorridendo.

“Direi che entrambi siate ansiosi di sapere cosa ne penso” esordisce.

Prende un po’ di tempo, deve aver studiato qualche tecnica di Public Speaking.

“La MCI e la ECI…ragazzi miei, non esistono”.

“Rispondo subito alla tua obiezione” dice rivolgendosi a me.

“Il libro che hai visto era un semplice elenco telefonico che ho avvolto con una falsa copertina. Volevo tu credessi di essere malato, per affrontare con te un percorso alla scoperta di chi veramente sei”.

“Ritengo che Scrid abbia fatto un’analisi perfetta di quanto è successo, mi sentirei di condividere in toto le sue parole. Tu sei venuto qui con una malattia inventata, un falso problema. Ti sei fidato di me, e nel tempo hai scoperto doti e qualità che fino al giorno prima o non sapevi di avere, o facevi di tutto per nascondere. Il rituale che vi ho proposto era talmente eccessivo e palesemente surreale proprio per comunicare ad entrambi che la vera cura, non poteva che risiedere altrove”.

“Questo altrove, miei cari amici, è dentro di voi: e se siete stati cosi bravi nel leggere l’altrui problema, è giunto il momento che entrambi guardiate per l’ultima volta dentro voi stessi. Il mio lavoro può giungere fino a qui, fino a farvi aprire le finestre delle vostre stanze buie, fino ad aiutarvi a spolverare l’argenteria lasciata in disuso per 30 o più anni. Adesso spetta a voi vivere le vostre vite, e affrontare quanto sarete in grado di creare. Non di galleggiare, come nel suo caso” dice fissandomi, “o di posticipare, come nel suo, ma combattere per un obiettivo. Quale sia, non spetta a me dirlo”.

“Se non ricordo male è stato in occasione dell’uomo Rospo che il suo amico Paolo le ha confessato due cose importanti, se le ricorda?”.

“Che non sono l’unico e…che debbo imparare a conviverci, o qualcosa di simile” rispondo.

“Giusto, che cosa ha appreso dagli incontri con la donna con il volto di cavallo, l’uomo Rospo o la donna Poncho?”.

“Che ci sono demoni che…non vogliono essere salvati. Io riesco a vederli, ma loro amano il loro status. Ho vissuto una situazione di impotenza, ho visto il male di certe persone e mi sono reso conto che non avrei potuto fare nulla per salvarle, soprattutto perché erano loro le prime a non volerlo”.

“Per molte è meglio essere una donna Poncho che farsi salvare da me”.

Interviene Scrid: “tu puoi arrivare sino ad un certo punto, poi la scelta finale non spetta più a te. Se sei in grado di vedere certe cose, segui il tuo percorso in modo coerente, ed accetta che altri possano scegliere di essere demoni per sempre”.

Passano alcuni secondi prima che il dottore prenda ancora la parola.

“Scrid, anche nel suo caso il discorso è simile: l’analisi che il suo gentile amico ha fatto è assolutamente condivisibile. La ECI non esiste, non fugga, scoprirà che le sue risorse sono più che sufficienti a renderla felice, e a dare un senso alla sua vita”.

“Lasci che le racconti un’ultima cosa” dice infine rivolgendosi a me.

“Poco dopo aver cominciato le visite oggi è arrivata una signora con il figlioletto. Il bimbo piangeva, e piangeva, ma la madre continuava a sostenere che si trattasse di una finta per non andare a scuola. Ho toccato la fronte del piccolo, scottava. Ho consigliato alla signora di portarlo a casa e di metterlo al caldo, vi assicuro che era qui davanti a me e stava tremando. La donna ha cominciato a dirmi che non era possibile, che aveva un pranzo importante con delle amiche e che mai avrebbe rinunciato a causa di uno stupido moccioso imbroglione. Quella donna se ne è andata strattonando il figlio ed io…ho avuto modo di vederle la coda verde spuntare da sotto la gonna, e il suo viso allungato da alligatore salutare con mal celato odio. A volte è difficile convivere con i demoni, ma le nostre battaglie possono arrivare solo ad un certo punto, poi la vita degli altri si separa dalla nostra, per sempre”.

“…anche lei vede” dico io sorridendo, “…avrei dovuto immaginarmelo, non ha mai chiamato il manicomio quando le raccontavo le mie visioni..”

Mi sorride. “Vedo il male, ma vedo anche il bene, e per quello che è in mio potere, cerco di aiutare. E’ per questo che ho accettato di parlare ad entrambi, nelle vostre diversità siete due persone che valeva la pena accompagnare fuori dal pantano in cui entrambi stavate affogando”.

“Che ne dite di andarvene adesso?” dice sorridendo.

Ci alziamo insieme ed in silenzio ci avviamo verso la porta. Probabilmente sarà l’ultima vote che lo vedrò, e sono certo un po’ mi mancherà.

Saluta Scrid con un abbraccio e poi mi tende la mano che stringo con forza.

“Adesso spetta a lei, esca di qui, e affronti la sua vita, ne ha tutte le capacità”.

Cap 42 – La hacker

Per destare subito una buona impressione, ed evitare di essere catalogato tra le persone banali, telefono a Scrid alle 3.34 del mattino. Ho dovuto puntare la sveglia alle 3.20, non avrei potuto altrimenti.

Dopo un attimo d’imbarazzante e completa confusione, durante il quale ho creduto in sequenza di aver ricevuto la chiamata da un essere supremo, di essere sotto attacco alieno, e di aver votato Berlusconi, torno finalmente in me, e mi metto seduto sul letto.

Mi alzo, e silenzioso mi avvicino alla finestra. Le luci dei lampioni illuminano un paesaggio che sembra incantato. E’ come se una gigantesca macchina fotografica avesse immortalato per sempre un istante di pace. Sembra che tutto stia dormendo, esseri animati e cose inanimate hanno chiuso i loro occhi, in attesa di riprendere a vivere alle prime luci del sole. La pace assoluta che si respira viene di rado interrotta dal lontano eco di copertoni che solcano l’asfalto.

Persone che tornano alle loro case dopo turni di lavoro estenuanti, giovani spensierati che si spostano in massa verso l’ultimo bar, per il bicchiere della staffa con gli amici di una vita.

Penso a quando ancora le serate si chiudevano giocando a scopone scientifico in un bar vicino alla stazione dei treni. Da un lato anziani ingobbiti dagli anni e dai litri di rosso scadente, noi dall’altro, ad imitarne gesti e parole, mentre il fumo di sigarette rendeva la sala simile a quei paesaggi irreali, che solo la fitta nebbia del Veneto riesce a disegnare.

Di quelle serate mi è rimasto solo uno sbiadito ricordo.

Le scelte che ciascuno è costretto a fare nella propria vita cambiano irreversibilmente certe consuetudini; alcuni amici sono divenuti prima mariti, poi padri, altri se ne sono andati lontano, per fuggire da un’Italia ignorante e malvagia, altri ancora si sono semplicemente spenti, e lentamente la loro vita si è separata dalla mia, senza che veramente io ne abbia sofferto. Andati, scomparsi, cambiati, distanti.

Mentre sono ancora immerso in questi pensieri, comincio a giocare con il biglietto che Fabiani mi ha consegnato. “Scrid, che nome particolare. Non come Fruscalzo o Cunzia, ma sicuramente da annoverare nella mia particolare Top 5 di “nomi che darò ad un figlio non voluto”.

Secondo quanto mi è stato riferito dal Fabiani, la ragazza, perché sono quasi certo di ricordare che si tratti di una ragazza, è in cura da lui. Non soffre però di MCI, immagino quindi sia affetta da qualcosa di molto purulento e splatter come TBC, pertosse, denghe o meteorismo.

Divertito dall’ultima ipotesi, ed elevata quindi a verità assoluta, decido di entrare subito nelle grazie di Scrid, consigliandole un ottimo rimedio per il suo fastidioso problema.

Elaboro in pochi secondi la mia strategia di azione, che comporterà da un lato l’accettazione del suo problema e una rapida spiegazione di quelle che potrebbero rappresentare le cause, dall’altro qualche sano consiglio, preso a prestito dalla saggezza popolare.

Compongo il numero.

Risponde dopo soli tre squilli, la voce è assonnata, come è ovvio che lo sia. Dicono che per togliere un cerotto è meglio agire con decisione e non prolungare troppo a lungo l’agonia.

Vado subito al punto.

Fase uno: rapida presentazione. “Ciao, non mi conosci, mi ha detto di chiamarti il dottor Fabiani, dice che dovremmo incontrarci”.

Fase due: riconoscere e accettare l’altrui problema. “Sono consapevole che soffrire di meteorismo non sia una gran cosa, ma sappi che non ti giudico per questo.

Fase tre: le cause. Dicono che possa dipendere da differenti fattori quali: un aumento dell’aria ingerita, una iperproduzione di gas dovuta alla composizione degli alimenti, alcune intolleranze alimentari, come anche condizioni patologiche dell’apparato digerente, e un alterato assorbimento dei gas intestinali”.

Fase quattro: i saggi consigli. “Il mio consiglio, e ti parlo come una zia potrebbe parlare con il figlio dell’amico del fratello del postino, è quello di cibarti di tonnellate di carbone vegetale; è ottimo con la carne o semplicemente grattato su di una bruschetta, e lo accompagnerei con un sublime Barbaresco Conti della Cremosina”.

Rimango in attesa, non ottengo risposta.

Passano alcuni secondi, poi il telefono mi viene sbattuto in faccia. Mentre rifletto sulla poca gratitudine che a volte gli esseri umani manifestano, torno a letto e in meno di un minuto, mi addormento.

Quando squilla il mio iPhone sono sul punto di fare l’amore con Elisabetta. Si è appena tolta la maglia e non indossa il reggiseno. Si è voltata coprendosi maliziosamente il seno, e sta camminando verso la camera da letto, dove si preannuncia una festa da far impallidire il signor Bunga Bunga.

Nel sogno il suono del telefono diviene prima quello di una campana di una chiesa in lontananza, poi la sveglia della camera del Bunga Bunga, infine, (merda!), il mio iPhone!

Sono le 6 del mattino, mi sta chiamando Scrid, ed io la maledico.

“Preparati” mi dice, “c’è da salvare il mondo”.

Allietato dalla notizia, le sbatto il telefono in faccia e mi rimetto a dormire.

Alle 6.32 minuti qualcuno comincia a bussare alla mia porta. Prima due tocchi lievi, poi sempre più insistenti e fragorosi, alla fine sono colpi a mano aperta che potrebbero abbattere la porta da un momento all’altro.

Mi alzo furioso, afferro un coltello e mi avvicino all’uscio.

“Chi è?”.

“Apri, sono Scrid”.

Rimango interdetto, è possibile che Fabiani le abbia dato il mio indirizzo? Lo dubito. E allora come è riuscita a scoprire dove vivo?

Potrebbe essere un demone, rifletto, uno di quelli che leggono nel pensiero o diventano invisibili. Magari sono stato seguito, ed ora è davanti alla mia porta, pronta per lo scontro finale.

Poso il coltello, non mi servirebbe, afferro il mio bacchetto in legno, bacio per l’ultima volta Elisabetta, poi apro l’uscio.

Scrid è bionda. Mi colpiscono i suoi occhi azzurri, il colore mi ricorda per un attimo il logo di Skype. Indossa un paio di jeans bucati in più parti, e una maglietta Amnesty International. Detesto le sue Dr. Sholl’s da subito, non meno della borsa in canapa color verde su cui fa bella mostra una spilla con la A di”anarchia” o di “accidenti come amo la mozzarella di bufala”, non lo saprò mai.

Mi tende la mano.

Gliela pungo.

Non succede nulla, nemmeno un po’ di sabbia.

Mi calcia uno stinco.

“Pezzo di scema” le dico.

“Io sarei la scema? Tu mi hai punto.”

“Verificavo, temevo fossi un demone”.

“Contento allora? Non lo sono. Mi chiamo Scrid, abbiamo poco tempo, dobbiamo salvare il mondo”.

“Prima vorrei fare colazione” le rispondo, e senza aspettare la sua replica, le chiudo la porta in faccia.

Non faccio a tempo a raggiungere il mio vasetto di Nutella, che Scrid ricomincia a bussare come una pazza forsennata.

A malincuore la faccio entrare, più per evitare l’ennesima denuncia del Farino che per pietà.

Scrid si mette seduta davanti a me, e osserva in silenzio mentre mangio.

Come spesso succede, il quantitativo esagerato di nutella che sono solito depositare sul pane, è causa di una singolare pioggia di gocce color nocciola che imbrattano, quando ho un po’ di fortuna il pavimento, molto più spesso le mie gambe.

Scrid ride quando l’ennesimo gocciolone atterra sulla mia coscia destra, ma improvvisamente ritorna seria e mi guarda con un poco celato disprezzo.

“Sai che io ho partecipato ad una battaglia mondiale contro il consumo della cioccolata?”

Non mi lascia il tempo di manifestarle con uno sbuffo il mio completo disinteresse per la cosa.

“Intere popolazioni vengono sfruttate da sordidi capitalisti affinché coltivino per pochi dollari al giorno piantagioni immense di cacao. Nessuno si salva, donne, vecchi, bambini compresi. E’ una barbarie, ricorda che quando tu mangi cioccolata, ti stai lordando con il sangue degli schiavi”.

Mi guarda con disprezzo mentre io porto lentamente la fetta di pane alla bocca.

Un’altra goccia di nutella cade al suolo, maledetto Newton e la sua teoria strampalata!.

“Mi stai dicendo che non dovremmo più mangiare cioccolato?” le domando incredulo e sul punto di defenestrarla.

“Sei impazzito forse?” risponde tutto d’un fiato “tu lo sai che se cominciamo a togliere a certe popolazioni il sostentamento proveniente dallo sfruttamento delle risorse della terra, provocheremo la loro certa estinzione? Io ho partecipato ad una battaglia mondiale a favore il consumo della cioccolata, si chiamava Meglio ciccione che senza una popolazione

“Mi hai appena detto che hai partecipato ad una manifestazione contro, ed adesso mi dici che hai partecipato ad una a favore?”

“Certo. E se ti può essere utile anche ad una battaglia a favore delle donne lavoratrici ed una contro le donne che preferiscono andare a lavorare invece di stare a casa a fare la maglia; una a favore dell’abolizione dell’uso del congiuntivo e un’altra per il rispetto delle ferree regole grammaticali e la conseguente eliminazione di tutti i termini derivati dall’inglese; una contro la caccia alle foche e l’altra a favore dei poveri cacciatori costretti dalle contingenze della vita a cacciare foche; una contro la mignottocrazia e l’altra a favore delle donne che sanno di essere sedute su di un tesoro e lo usano a piacimento, una a favore e una in contra del nucleare. Continuo?”

“Ti prego”, la esorto, “ne sono affascinato”.

“Oggi manifesterò contro il razzismo, il buco dell’ozono, l’utilizzo degli Arbre Magique in macchina, contro la vivisezione, a favore della pesca a strascico, e per la pace. Domani contro l’arrivo degli immigrati in Italia, per la diffusione delle bombolette contenenti clorofluorocarburi, a favore degli esperimenti sugli animali, per la libertà di espressione manifestata anche attraverso addobbi tamarri alla propria vettura, contro la pesca a strascico, e a favore delle illuminanti battaglie per esportare la democrazia nel mondo.

Dopo queste rivelazioni, Scrid mi diventa improvvisamente simpatica. Per suggellare la nostra amicizia, mi pulisco la coscia con il dito indice della mano destra e glielo porgo. Rifiuta schifata, ma la cosa stranamente non mi offende.

“Secondo te”, domando, “perché Fabiani ha insistito tanto affinché ci incontrassimo?

Rimane per un attimo a riflettere, i suoi occhi si posano sul calendario di Elisabetta, si volge verso di me e sorride.

“Io sono affetta da ECI, eccesso cronico di iniziativa” confessa, “tutto il contrario rispetto alla tua MCI. Forse Fabiani voleva far incontrare due opposti, ma sto solo azzardando”.

“Tu come conosci la MCI, e come fai a sapere che io ne sono affetto?” domando infastidito.

“Ho letto il file in cui Fabiani annota i tuoi progressi, debbo dire che sei strano come tipo…voglio dire, vedi demoni giusto?”

Non sono certo sia più la rabbia o lo sdegno, mi sento improvvisamente tradito, è come se mi trovassi nudo davanti a Scrid, e lei stesse indicandomi con un dito, irridendo la mia figura, la mia persona, il mio essere uomo. Vorrei strozzare il Fabiani.

Cerco di recuperare un minimo di tranquillità, mi schiarisco la voce e le domando se per caso sia stato il dottore a farle leggere le mie carte.

“No, no, scherzi!”, risponde immediatamente, “con un piccolo stratagemma mi sono intrufolata nel suo PC, così adesso ho completo accesso a tutti i suoi file”.

Il mio sguardo perplesso provoca in Scrid una sonora risata.

“E come avresti fatto tutto ciò, di grazia?”

“Sono una hacker”, mi dice.

“..certo..capisco..come la torta

“No idiota, quella è la sacher”, risponde dopo un attimo di smarrimento.

“Sono una hacker, riesco ad intrufolarmi nei sistemi e pc altrui. Con Fabiani è stato sufficiente distrarlo un attimo, ho fatto partire un piccolo software di mia invenzione e… miracolo, tutti i suoi segreti più reconditi ed inconfessabili erano a mia disposizione!”.

“Nel tuo caso invece è stato ancora più semplice: ho scoperto la tua passione per la Canalis leggendo il tuo file, ti ho inviato una mail in cui si preannunciavano nuove foto di nudo, e tu come un tonto hai fatto click sull’immagine. In un attimo sono entrata nel tuo pc, senza che tu te ne accorgessi!”

“Pezzo di scema”, grido, “ieri mi è arrivata una mail così, e le foto non c’erano!”.

Ride di gusto, i suoi occhi adesso sono ancora più luminosi.

“E quindi? Mi stai dicendo che hai visto il mio Pc?”

“Sì tesoro”.

“Tutto?”.

Non smette di ridere e annuisce.

“Anche…”

“Le foto delle tue ex in topless in spiaggia? Sì. E i filmati? Anche. Quella raccolta di immagini nella cartellina nascosta tra i file di sistema? Oh mio Dio, sì, anche quella!”

Mentre Scrid continua a ridere di gusto, io mi passo la mano sul volto per la vergogna. Non è tanto per quanto è riuscita a vedere, ma per come sia riuscita a prendersi gioco di me.

Mi sento davvero umiliato.

“E’ così che sei arrivata al mio appartamento, lo avrai letto da qualche parte immagino..”

Torna seria per un attimo. “A me non interessa se tu guardi siti sconci, hai filmati porno con le tu ex o sei iscritto a un sito si S.a.S, volevo capire qualcosa di te, della tua MCI, e capire che cosa avesse spinto il Fabiani a farci incontrare”.

“Io una mezza idea della tua situazione me la sono fatta” continua, “però se sei d’accordo, direi di approfittare del momento. Mi piacerebbe raccontarti qualcosa sulla mia ECI e vorrei tu facessi lo stesso con il tuo problema. Se Fabiani ha spinto affinché ci incontrassimo, un motivo ci sarà”.

Annuisco, la proposta mi sembra sensata e mi permetterà di finire la colazione senza altre interruzioni.

Nei trenta minuti successivi vengo a sapere che Scrid non è il suo vero nome, che ha 27 anni e che ha scoperto di essere malata di ECI da circa due, alla fine del suo percorso universitario e in concomitanza con la fine di una relazione con Sergio, il suo fidanzato storico.

Da quel giorno ha iniziato ad imbarcarsi in tutte le lotte le sono capitate a tiro.

A causa di questa spirale di iperattività, si è allontanata dalla sua famiglia, e dagli amici di sempre.

L’incontro con il Fabiani è avvenuto in occasione di una manifestazione contro l’eccessivo l’utilizzo di consonanti ritenute “poco” eleganti, quali la “T” e la “R”.

Il dottore, che nell’occasione si era dimostrato tra i più temerari negli scontri con la polizia, le aveva parlato per un po’, tra uno slogan e una molotov.

Alla fine si era detto interessato a parlare del suo disturbo e le aveva fissato un appuntamento per il martedì successivo.

Da quel momento la vita di Scrid era cambiata: con il dottore aveva parlato molto, della sua famiglia, dei suoi amici, di quanto succedeva nel corso delle settimane.

“Poi un martedì” dice Scrid, “mi tira fuori un sacchetto di pillole e un foglio in cui elencate vi sono tutta una serie di attività da svolgere, una al giorno”.

“Il rituale!” la interrompo, “anche a me lo ha dato! Cose tipo ballare nudo, vestirmi da pagliaccio ed andare al mercato, guardare film 1000 volte..”

“Esatto, e le pillole che sembrano Mentos?” domanda lei.

“Anche a me sono sembrate Mentos” rispondo pensieroso.

Rimaniamo in silenzio per qualche secondo.

“Due malattie differenti…la stessa cura” dice Scrid, “non ti sembra strano?”.

“Ma è ovvio che la tua malattia è solo una stronzata” le rispondo, e prima di ascoltare le sue ovvie rimostranze le espongo il mio parere.

“Insomma, è evidente che non sei malata, la ECI non esiste!. La mia impressione è che tu stia solo fuggendo da qualcosa. Ti imbarchi in mille battaglie ma realmente, non credi ad alcuna di queste. Combatti contro una cosa un giorno, il giorno dopo ne sei a favore, il terzo hai già dimenticato le prime due e sei intenta a battagliare per non si sa bene cosa”.

Anche se non sono certo di fare la cosa giusta, continuo a manifestare alla ragazza le mie idee, mi sembra così evidente la realtà che non riesco a tacere.

“Non offenderti, ma la mia impressione è che tu non abbia realmente rielaborato due cose: la fine della tua storia, e il cambio drastico che impone uscire dall’università. Ti faccio una ipotesi: hai perso il fidanzato, probabilmente ci avevi investito troppo. Lui non era semplicemente una persona, ma era diventato parte di te. Così quando ti ha lasciata, non hai perso un uomo, ma è come se avessi perduto un braccio, il cuore, qualcosa che prima ti apparteneva. Bella maturità, lascia che te lo dica. Scrid rimane Scrid a prescindere dal fidanzato che ha o non ha. Quindi se ti molla, pazienza, ci rimarrai male, ma hai perduto una persona, non te stessa. E il discorso dell’università, è ovvio! Il giorno prima sei una studentessa modello, il giorno dopo devi darti da fare per lottare, affermarti, consolidarti come persona nel mondo. E’ un lavoro che comporta sacrificio, pazienza e forza di volontà, è una completa ridefinizione di chi siamo e del nostro ruolo. Invece di impegnarti, tu perdi tempo in 1000 battaglie, così da avere una scusa per non affrontare la tua vita. Credo che Fabiani ti abbia preso in cura solo per pietà. Tu non sei malata, non vuoi semplicemente crescere e hai paura di lottare per qualcosa in cui realmente credi”.

La risposta di Scrid non si fa attendere: “Ma senti questo! Come ti permetti? Dimmi solo una cosa, chi si è inventato la malattia MCI? Sei stato tu, non ne parla alcun libro, ho già controllato. Hai 36 anni, ti inventi una malattia solamente perché hai così la scusa per continuare a galleggiare invece che prendere in mano la tua vita. Sei pieno di pregi ma fai di tutto per sabotarti. Dici di non avere iniziativa, ma guarda caso vai a caccia di demoni, e non negarlo, ricordati che ho visto il tuo computer. La ECI è inventata? No signorino, la MCI non esiste, ci sei solo tu che ti stai buttando via. Non sei malato, non hai nulla, tutto sta in te, e devi darti una mossa se vuoi navigare e non galleggiare”.

Rimaniamo in silenzio a fissarci.

Scrid sembra turbata, per un momento ho come l’impressione che sia sul punto di piangere. A dire il vero voglia di piangere ce l’ho pure io, ma non lo farò, almeno non davanti a lei.

La MCI è una stronzata? Tanto quanto la ECI? E se fosse così, quale sarebbe il ruolo del Fabiani in tutto questo? Non riesco a darmi una risposta.

“Forse è meglio che io vada” dice Scrid alzandosi.

Non tento nemmeno di fermarla, l’unica cosa di cui abbiamo bisogno è riflettere su quanto ci siamo appena detti.

Si avvia verso la porta, ma prima di uscire si gira e mi porge la mano.

“La ECI esiste, la MCI no, ma rifletterò su quanto mi hai detto”.

“No, la MCI esiste..e la tua ECI è una stupidata…ma…ci rifletterò pure io” le rispondo.

Le stringo la mano e le sorrido.

Non mollo la presa, e appena lei accenna a voltarsi, porto la sua mano all’altezza della mia bocca.

Con decisione mi metto in bocca il suo dito indice e comincio a mordicchiarlo.

Scrid grida e riesce con uno strattone a togliere il dito dalla mia bocca. L’impeto ha causato una piccola lacerazione della pelle che comincia a sanguinare.

“Che cazzo fai?” esclama con gli occhi sbarrati.

“Verificavo l’informazione, confermo, sei hacker..non sacher”.

Se ne va senza salutarmi, la vedrò lunedì, per l’ultimo incontro dal Fabiani.

Cap 41 – Gli S.a.S

Non salverò il mondo, di questo oramai sono certo, ma almeno potrò renderlo migliore, eliminando il maggior numero di demoni possibile.

Questo è la prima cosa cui penso il martedì mattina. Non alla Nutella, e nemmeno alla scusa per non andare a lavorare. Evito di concentrarmi su alcuni evidenti segnali fisici, indicativi di una concentrazione di testosterone ancora a livelli accettabili; si sa, una cosa tira l’altra, e vorrei conservare per un po’ di tempo ancora le poche diottrie rimaste.

Ecco una cosa interessante da fare: aprire il vocabolario e verificare l’esistenza della parola “idiottria”, ovvero l’unità di misura per riconoscere un ignorante a colpo d’occhio, o di “pupille gustative”, attraverso le quali osserviamo cibi abbondanti e all’apparenza succulenti.

In caso contrario, cercare sulle pagine bianche online il numero di telefono del signor Devoto o del signor Oli, e comunicare loro le modifiche da apportare alla nuova versione del vocabolario.

Sono al settimo cielo, non c’è che dire, penso alla mia missione, alla sovrastruttura di obiettivi, regole e interazioni che regoleranno e restituiranno senso alle mie azioni nei prossimi giorni.

Sono ancora un uomo in prigione, ma con il mio cucchiaino sono riuscito a scavare un tunnel sufficiente ampio da permettermi di fuggire, di respirare, forse per la prima volta, l’aria nuova della libertà. Ho davanti l’ultima settimana di vita “imprigionata”, da lunedì prossimo sarò definitivamente libero dalla mia MCI.

Mi crogiolo mentre penso alle decine di cose che potrò fare: potrei decidere di punto in bianco di fare il giro del mondo, di trasferirmi in India e dedicare la mia vita ai più bisognosi, di fare il mago o il cuoco in tv, di diventare un miliardario e dedicare la mia vita a leggere libri di Bruno Vespa.

Nel frattempo, ho solo un impegno in tutta la settimana, telefonare a questa ragazza di nome Scrid, e scambiarci due parole. Pochi impegni significano solo una cosa, molto tempo libero da dedicare alla mia caccia.

Un pensiero continua ad assillarmi: come posso riuscire ad eliminare i demoni che man mano incontrerò? Secondo quanto mi è stato riferito da Paolo debbo solo imparare a conviverci, io tutto sommato vorrei qualcosa in più, magari essere il primo in grado di sterminarli.

Potrebbero dedicarmi una statua un giorno, “A colui che ci liberò dai demoni”. La vorrei in marmo, di proporzioni simili al Colosseo. Vedo un’enorme massa di demoni morti ed io in cima a questa montagna, armato del mio stuzzicadenti magico.

Mi alzo dal letto e mi dirigo in cucina. Mi trascino lentamente, sono come un’automobile diesel che necessita di tempo per andare a regime.

Finisco la mia abbondante colazione e mi siedo davanti al computer. Ho pensato a questa opzione ieri notte, prima di addormentarmi: in che modo attualmente le persone cercano le cose cui sono interessate? Risposta: Google.

Perché allora non cercare anche online i demoni? Di gente malvagia è pieno il mondo, magari si vedranno in forum o blog per parlare delle loro nefandezze o delle loro teste di cavallo.

Apro la pagina di Google e digito: “demoni”. 6.350.000 risultati, un po’ tanti. Affino la ricerca aggiungendo via via nuove keywords sino a quando mi imbatto in un qualcosa di interessante.

Si fanno chiamare S.a.S e si definiscono Scambisti adoratori di Satana. La homepage page è un delirante affresco della loro filosofia di vita: non credono in Dio, ma nel suo gemello cattivo. Sono convinti che attraverso il sesso non monogamo si potrà raggiungere l’estasi e la purificazione. Qualche foto, un blog, un gruppo in Facebook ed un forum.

“Questa volta, miei cari demoni, sarà la montagna ad andare da Maometto” pronuncio a denti stretti.

Non mi è difficile farmi accettare; delle buone conoscenze sulle dinamiche di gruppo online, e qualche bella foto di una ex in topless fanno il resto. Ricevo ben presto gli accessi e mi presento a tutti con li nickname Zozzodizolfo69.

Dopo qualche approccio andato a vuoto, riesco finalmente ad agganciare la mia prossima vittima, una ragazza che dalla foto valuto avere 25 anni, nickname “Schiavadeldemonio”.

Le invio una mail proponendole del sesso sufficientemente strano da farle comparire sporadiche ciocche di capelli bianchi o in alternativa, di sgozzare un gattino.

Cade facilmente nella trappola ed opta per l’opzione B.

Dopo aver annotato nella mia personale agenda del rimorchio che l’approccio “Ciocca di capelli bianchi” non sortisce l’effetto desiderato, comincio a riflettere sul dress code da adottare per un evento mondano come quello che mi appresto a presenziare.

La prima idea che mi sovviene è quella di arrivare cavalcando un caprone: mi sembra logico supporre che se le brave ragazze sognano il principe azzurro che monta un bianco cavallo, è facile che una come Schiavadeldemonio fantastichi di un uomo peloso a cavallo di un caprone.

Faccio una rapida ricerca in Google ma non trovo alcun maneggio e/o noleggio di caproni nella zona. Idea bocciata.

L’appuntamento è per le 14 del mercoledì, ho tempo a sufficienza per preparare con dovizia di particolari, l’agguato. Decido di evitare accuratamente di farmi la doccia affinché il mio odore possa sortire un effetto afrodisiaco nella peccatrice.

Mi alleno a salutarla parlando al contrario, memore dei molti messaggi satanici che sono certo di aver individuato in passato  facendo girare al contrario i dischi di Pupo e dei Ricchi e Poveri di Bianca.

“Oaic Schiavadeldemonio oteil id eraf al aut aznecsonoc”…

Oppure: “Leb oproc, otaccep ehc a everb arinif otazlifni emoc olleuq id naS onaitsabeS”.

Da Stefan prendo in prestito una maglietta degli Slayer raffigurante un inquietante girone infernale e per finire, con abile gioco di Attak, riesco a capovolgere il crocifisso regalatomi da mio zio il giorno della mia prima comunione.

L’appuntamento è per le 3 del pomeriggio del mercoledì.

Alla fine abbiamo optato per un semplice bar, nonostante io avessi a lungo insistito per un primo incontro presso la cappella del cimitero. Arrivo alle 3.15 per darle prova della mia sconcertante personalità e mettermi in una situazione dominante.

Mi prova la sua sconcertante personalità arrivando alle 3.30. Non sono certo se a mettermi in soggezione sia il suo comportamento, o la sua bellezza, fatto sta che mi sento a disagio dal primo momento che la vedo.

E’ più bella di persona che in foto, mi dispiacerà quando la vedrò tramutarsi in sabbia.

“Oaic Schiavadeldemonio oteil id eraf al aut aznecsonoc”…esordisco.

“Che?” .

“Ho detto, oaic Schiavadeldemonio oteil id eraf al aut aznecsonoc”

“Non capisco” risponde sgranando gli occhi.

Annoto mentalmente che a) o questa Schiavadeldemonio non è una satanista come dice o b) non ci sono più i demoni di una volta.

Mi spiazza dimostrandomi incredibili doti di chiaroveggenza: “Quindi tu saresti il tipo strano che mi ha proposto di fare sesso o in alternativa sgozzare un gattino”.

“Come hai fatto ad indovinare” domando in maniera inquisitoria, adoro prendere in castagna i messaggeri del demonio.

“Vediamo…magari perché ti ho riconosciuto dalla foto mi hai spedito?”

Bella ed intelligente, una donna pericolosa, rifletto.

Valuto per un secondo la possibilità di negare e presentarmi come Ajmed, un giovane marocchino che cerca di ripercorrere le gesta di Kledi, il ballerino albanese di Maria De Filippi, ma capisco al volo che la bugia non reggerebbe a lungo.

“Comunque io sono Giovanna, nel caso ti interessasse la cosa” e dicendolo mi tende la mano.

La lascio alcuni secondi in quella buffa posizione. Senza un motivo ben preciso comincio ad immaginarla addobbata con palline natalizie, la cosa mi diverte a tal punto che mi scappa una risata.

“Sono tanto buffa?” domanda irritata.

“Addobbata con palline di natale lo saresti” le rispondo seriamente…non voglio creda che io sia un tipo strano.

Ci riflette per alcuni secondi poi annuisce: “Sì, sarei buffa”

Si siede accanto a me, per sua sfortuna la posizione migliore per essere trafitta dal mio paletto caccia demoni.

Decido di non terminarla subito, quindi intavolo un interessantissimo monologo sui nessi causa-effetto esistenti tra l’usare il filo interdentale ed essere del segno dell’acquario.

Il nocciolo della questione ruota attorno al fatto che l’acquario è indipendente, generoso ma a volte irascibile, mentre il filo interdentale ha la doppia valenza costrittiva data dall’obbligatorietà temporale – usarlo almeno una volta al giorno – e quella simbolica – una corda che lega-.

Non sembra completamente presa dalla mia arte oratoria, ma non smette di fissarmi e questo provoca in me un certo trambusto ormonale.

Finisco il mio bicchiere di spuma e decido di farla finita.

La distraggo con la più classiche delle scuse: “Non è una tarantola quella cosa dietro di te?”

Lei grida, si allontana rapidamente dallo schienale della poltroncina in cui è seduta, lasciandomi il bersaglio completamente libero.

Faccio partire lo spiedino, la punta si conficca nel centro della sua natica destra…non vedo sabbia.

“Ahi! Ma sei cretino?” grida girandosi.

La pungo un’altra volta, questa volta all’altezza della coscia sinistra. Il buco nel jeans è evidente.

“Smetti di pungermi con quello stuzzicadenti, scemo!”

“Non c’è sabbia…cioè, non ti sei trasformata in sabbia” le dico incredulo.

“Perché avrei dovuto trasformarmi in sabbia, razza di imbecille?” risponde passandosi la mano sopra la ferita.

“Perché sei un demone” le rispondo.

“Io non sono un demone” ribatte.

“Ti ho conosciuta in un forum di scambisti adoratori di Satana, e sei qui per sgozzare un gattino” replico io.

“Ma tu sei fuori” risponde “Io non sono né una scambista, né una adoratrice di Satana, e per tua informazione ho 3 gatti a casa”.

“Morti?”

“No”

“Che ucciderai?”

“Ma no!”

Ci rifletto alcuni secondi.

“Torture? Magari a volte?”

“Noooooooo”.

“Ok, ok, non ti arrabbiare. Perché eri in quel forum allora?” domando.

Sorride. “Sono dei tipi folli..gli unici che mi ascoltano e mi credono quando racconto loro le mie storie e i miei casini. Molti sono da evitare, ma ci sono persone di gran cuore anche tra di loro, devi solo vincere il pregiudizio e conoscerli”.

Giovanna continua a massaggiarsi la gamba sinistra. Noto le sue mani, sono curate anche se confesso di detestare il suo smalto viola scuro.

Comincia a raccontarmi qualcosa di lei dopo poco, senza che io le chieda nulla. Mi parla dei suoi sogni, della sua famiglia, dei suoi gatti “così pigri da sembrare di peluche“.

Ascoltarla mi rilassa, i suoi racconti sono a tratti buffi, a tratti drammaticamente sinceri. Scopro che nella sua vita ci sono stati molti uomini meschini, che hanno approfittato della sua ingenuità per affondare delle lame nel suo cuore, che queste esperienze la hanno forgiata, fatta più forte, pragmatica, disillusa.

Fissandomi negli occhi mi dice che trova più semplice incontrare affetto ed umanità in gruppo come gli S.a.S, piuttosto che in altre situazioni socialmente e moralmente più normali e accettate.

Sono completamente perso nel suo sguardo, seguo il movimento delle sue labbra come fossero l’orologio che il dottore fa oscillare davanti a chi vuole ipnotizzare.

Incapace di resistere più a lungo e spinto da una strana forma di euforia e felicità che sento nascere all’interno, le propongo di baciarmi.

“Direi di no” risponde divertita, ma senza esitare un secondo.

Per un attimo ho l’impressione che a colpirmi sia stato Mike Tyson, la doccia gelata ed inaspettata mi riporta alla realtà.

Sono in un bar, davanti ad una ragazza che ho appena cominciato a conoscere. È bella, e ci sono stato bene. Mi ha appena rifiutato.

Rivedo come un flashback quanto successo con Annalisa: una persona interessante, uno scambio acceso di vedute, un addio.

Cosa posso guadagnare da Giovanna? Ci sono stato bene, è intelligente, sensibile, simpatica. Un giorno potremmo davvero innamorarci. Cosa posso perdere? Potrebbe essere un’altra Annalisa, potrei perderla per sempre.

Questa volta non voglio che la cosa si ripeta.

Respiro profondamente, la rabbia che per un attimo era salita a livelli di guardia si attenua, quando sono più rilassato le parlo: “Vediamo se indovino, ti sono simpatico, ma non sei in cerca di un’avventura. Hai ragione, sono stato un po’ precipitoso, ti prego di perdonarmi. Ti faccio un’altra proposta, mi piacerebbe poter uscire con te, come due amici”.

“Io e te amici…” riflette ad alta voce, “senza baci, senza sesso”.

“No, non lascerò che tu ti approfitti di me” le rispondo.

Ride. “Ok..ci sto…prometti però due cose”.

“Vai” rispondo

“Niente più spilloni o stuzzicadenti strani”.

“Promesso”.

“E la prossima volta ti lavi..”

Le sorrido ma non le prometto nulla…è ovvio che la mia essenza di vero uomo ha già cominciato a fare effetto su di lei.

Cap 38 – L’uomo rospo

Dopo quanto successo ieri, smetterò di seguire il rituale. Almeno per alcuni giorni, una settimana forse. Ho avuto delle allucinazioni, non mi era mai capitato prima. Ho visto il volto di una donna tramutarsi in cavallo, non credo si possa annoverare tra le esperienze “normali e rassicuranti”.

A causa mia ieri sera un uomo ha pianto; inginocchiato accanto ad una aguzzina, mi ha intimato di andarmene, dopo che ero quasi riuscito a liberarlo da quel demone. Non c’è alcun senso, non vedo logicità in quanto mi sta accadendo, so solo che per evitare guai, sarà meglio smettere per un po’ con queste cure per la MCI.

Non sono certo sia la cosa migliore, spero di non buttare nel cesso tutti i miglioramenti fino ad oggi ottenuti, se questo venerdì passerà senza grossi intoppi, magari riprenderò la cura domani.

Secondo quanto riportato nel foglio consegnatomi dal Fabiani, oggi avrei dovuto indossare un completo da ballerina, un tutù rosa nello specifico, e recarmi ai campi di rugby.

Titolo: “Affrontare gli orchi”.

Nel corso della giornata del venerdì il paziente, vestito di un semplice tutù rosa, dovrà recarsi presso i campi di allenamento della locale squadra di rugby. Una volta attirata l’attenzione del gruppo di atleti, il soggetto procederà a rubare l’altrui pallone di allenamento, per poi bucarlo in gesto di sfida. Una volta fatto questo, sarà compito del malato fuggire il più rapidamente possibile, e pregare di non essere mai afferrato.

Rituale studiato per permettere ai pazienti di sfidare le proprie paure più ancestrali senza timore delle possibili ripercussioni.

Decido di soprassedere, ho come l’impressione che essere pestato da un branco di orchi di venerdì sera, sia un programma cui posso fare a meno.

Questa sera ho voglia di banalità, né più né meno di ciò che fanno ragazzi della mia età. Lontano dai pericoli, alla sola ricerca di un momento di relax; credo di meritarmelo.

Esco di casa in boxer e maglietta, cammino velocemente verso l’appartamento di Stefan. Appoggio per alcuni secondi l’orecchio alla porta, quanto basta per percepire alcuni rumori provenire dall’interno.

Mi attacco al campanello e non lo lascio sino a quando percepisco distintamente un’imprecazione. Stefan apre la porta di scatto, si è vestito rapidamente e senza prestare troppa attenzione, a giudicare dalla maglietta indossata al contrario.

Il primo pensiero che mi viene alla mente è che se ci vedesse qualcuno così conciati potrebbe trarre delle conclusioni avventate, decido di evitare il commento e senza essere invitato, entro in casa.

Dall’ultima volta che sono stato qui, qualcosa è cambiato, mi guardo attorno con sospetto. Alle pareti Elisabetta continua a fare bella mostra di sé, da quando Stefan ha conosciuto la mia passione per la subrette, ne è diventato automaticamente un fan sfegatato.

Anche la disposizione dei mobili non è cambiata, l’appartamento è sostanzialmente uguale al mio, come metratura e come disegno, quella volta l’architetto non si deve essere sforzato molto.

Senza smettere di guardarmi intorno, vado al frigorifero e mi servo una birra, mi siedo sul divano e accendo la televisione. I genitori del ragazzo debbono essere abbastanza facoltosi, gli hanno comprato un plasma da 37 pollici in full HD che lui sfrutta al massimo con i miei DVD di Taylor Rain.

Stefan non ha detto nulla, i nostri rapporti sono da sempre così: io parlo, lui esegue.

Lascio passare cinque minuti prima di rivolgergli la parola. Non ha smesso di fissarmi ed è rimasto in piedi accanto a me…ammetto che la cosa comincia ad infastidirmi.

“Sarei un po’ occupato in questo momento” mi dice sommessamente non appena riesce ad incrociare il mio sguardo.

“Ne dubito” rispondo distratto.

“..la verità è che, non sono solo in questo momento”.

Con la bottiglia ancora a mezz’asta fisso con interesse il volto del ragazzo. Il suo sguardo imbarazzato mi comunica inevitabilmente che sta mentendo.

Sorrido e a gran voce grido: “E così mi stai dicendo che in camera tua c’è la zoccola di cui mi parlavi ieri!”.

Stefan strabuzza gli occhi, muove un passo verso di me, allunga una mano quasi a cercare di tapparmi la bocca, poi si porta entrambe le mani sui capelli e muovendole velocemente in circola, spettina ancor di più la sua folta capigliatura.

Mi ricorda Edward Mani di Forbice, bevo un sorso di birra e ridacchio godendomi lo spettacolo.

La scena da “miodioquantosonopreoccupato-maèunabugia” non accenna a fermarsi, tanto che, in gesto di sfida mi volto verso di lui.

Dei rumori provenienti dalla stanza da letto catturano la mia attenzione. Il fatto che dalla sua camera esca d’improvviso una ragazza, mi comunica che probabilmente, Stefan in effetti, fosse a letto con una ragazza. Lapalissiano.

Potrebbe sembrare anche carina, sfortunatamente cammina a testa bassa e si volta solo per mostrarci il dito medio. Una gran maleducata insomma, meglio perderla che trovarla.

Stefan non prova nemmeno a fermarla, si porta le mani al volto e rimane in quella posizione per almeno 10 secondi. Lentamente abbassa le braccia, i polpastrelli delle dita non scivolano sulla sua pelle. Il suo volto si deforma, mi ricorda l’urlo di Munch.

L’odore! Mi batto la mano sulla fronte! Ecco cos’era la novità che avevo percepito appena entrato. Avrei dovuto rendermene conto subito, la casa di Stefan non puzzava come sempre. Era profumo ciò che aveva catturato la mia attenzione, un profumo indiscutibilmente femminile.

“Una pazza, amico mio, meglio perderla che trovarla una così” esclamo, certo che la mia considerazione porterà giovamento al ragazzo.

Stefan non dice nulla e mi siede accanto, mi ruba dalle mani la bottiglia e ne beve un sorso.

Non appena me la porge nuovamente, la afferro e la scaglio con tutta la forza contro il muro. Si disintegra, i vetri si spargono in parte della sala, mentre un’enorme macchia ora lorda la parete.

“Sai che mi fa schifo bere dove un estraneo ha poggiato la bocca” gli dico; il ragazzo rimane in silenzio per un po’: “Avresti semplicemente potuto poggiarla a terra” risponde.

“Non ci avevo pensato”.

Rimaniamo in silenzio ancora qualche minuto, Stefan non accenna a muoversi, la luce che entra dalla finestra riflette sui vetri sparsi sul pavimento, il gioco di luci è affascinante ed alienante al tempo stesso, potrei rimanere così in eterno.

Stefan, ho deciso di mollare la cura”, riesco a dire dopo che con un immane sforzo, sono riuscito a destarmi da quello stato catatonico in cui ero piombato, “ieri sera sono successe delle cose molto strane, mi sono spaventato. L’unica cosa di cui ho bisogno adesso è di un po’ di sana e innocente banalità. Un venerdì tipico, uscire, fare le cose che normalmente voi umani siete soliti fare.

“Vuoi invitarmi ad una pizza, poi cinema e poi portarmi a letto?”.

Per quanto allettante, rifiuto cortesemente il piano proposto, ed esorto il ragazzo  a sforzarsi un po’ e propormi qualcosa di differente.

Lui volge lo sguardo verso la finestra, un condominio color verde è il massimo che si possa ottenere da queste parti alla voce “panorama “. Uno strano senso di angoscia mi assale, vedo decine di minuscole terrazze, tutte addobbate con vasi di gerani probabilmente di plastica, ove fanno bella mostra chiller arrugginiti e parabole satellitari. Penso alle famiglie che vivono in quegli appartamenti, alle sofferenze ed ai sacrifici che hanno dovuto affrontare per quelle piccole concessioni al consumismo moderno, deboli colpi di coda, per affermare se stessi nei confronti dei molti vicini, che non hanno nome né volto. Penso a quei genitori, che spinti dalle pressanti richieste di figli ancora immaturi, hanno accettato di spendere parte dei loro risparmi, per godere dell’effimera sensazione del sentirsi migliori per ciò che possiedi, e non per ciò che sei, per poi ritrovarsi senza rendertene conto, uguale agli altri, omologato nell’acquisto, in una uniformità di desideri e ambizioni che anche una parete di un edificio certifica inesorabilmente.

C’è un po’ di melanconia nei miei pensieri, ma non voglio che queste riflessioni mi facciano piombare in uno stato di apatia. Anche Stefan sembra strano, ho l’impressione che stia subendo la mia presenza, piuttosto che godendo della mia amabile persona.

“Stefan, dimmi che cosa c’è” lo esorto “sei strano. C’è qualcosa che non va?”.

Non ottengo risposta, ma riesco a leggere chiaramente i segnali non verbali che mi sta lanciando con il corpo.

“Dimmi che ti succede, non mi incazzo, giuro”.

Prende un respiro più profondo e mi fissa: “Io questa sera sono stato invitato ad un compleanno. Uno dei ragazzi che vengono in palestra con me ha riservato un tavolo in birreria. Non ci sarei andato, se non fosse che tra gli invitati c’è una tipa che mi piace. Ho accettato, ma…” si guarda intorno in evidente imbarazzo, “ho paura che se ti invito tu mi farai fare brutte figure con lei; quindi, se mi prometti che non dirai cose strane o racconterai aneddoti buffi su di me, possiamo andare insieme”.

“Lei si chiama Lia, studia veterinaria, è intelligente ed educata, mi piace”.

E come la mettiamo con Santa Maria Goretti che ci ha da poco salutati mostrandoci il dito medio?”.

“Ecco, appunto, non devi dire nulla. Quella che hai visto è una scema che ho conosciuto in un pub, però non mi interessa. Con Lia non c’è stato mai nulla, a mala pena ci salutiamo, questa sera però vorrei cercare di conoscerla, insomma hai capito”.

Accetto il tratto e dopo poco saluto e torno nel mio appartamento. L’idea di affrontare un venerdì sera banale ha paradossalmente un effetto euforizzante in me.

D’un tratto mi rendo conto di non avere praticamente nulla di pulito da mettermi, decido di meritarmi un piccolo regalo, e inforcata la Graziella Blu, mi dirigo in centro.

Ben presto mi rendo conto di non aver la benché minima idea di cosa indossa la gente il venerdì sera, penso nuovamente alla camicia del Fabiani e a quel suo dannato modo di vestirsi sempre in maniera impeccabile.

Un tale un giorno mi disse che di un uomo bisogna sempre osservare le scarpe e la camicia, decido si seguire il consiglio alla lettera.

Acquisto un paio di Prada nere e un gentile signore mi convince che la mia vita non sarebbe degna di nota senza una camicia Barba.

Evito accuratamente di sommare anche solo mentalmente il prezzo dei due capi, e estremamente orgoglioso, faccio ritorno a casa.

A dispetto del solito, dedico ben 15 minuti alla mia igiene personale, senza tralasciare alcun arto o sezione del mio corpo. Tempo addietro avevo dato inizio ad una buffa iniziativa. Stabilivo arbitrariamente quale parte del corpo non avrei lavato per una settimana intera.

A volte si trattava di un’ascella, a volte di una gamba, più spesso tendevo a boicottare l’intera sezione sinistra o destra del mio corpo, comprendente quindi mezzo volto, un braccio, una gamba e così via.

Ero affascinato dalla dicotomia amore/odio, ossia della possibilità di poter risultare nel medesimo tempo una persona a modo, profumata e gradevole per tutti coloro si fossero trovati alla mia destra, e un detestabile puzzone per gli sfortunati del lato sinistro.

Oggi no, il venerdì banale necessita una doccia banale. Davanti allo specchio, lavato, rasato, con una bella camicia e un elegante paio di scarpe, decido che tutto sommato, faccio anche la mia figura. Per migliorar, decido di indossare anche un paio di boxer e dei jeans.

Stefan bussa alla mia porta alle nove in punto, quando apro sembra non credere ai suoi occhi. Dice: “Sembri quasi…normale”.

“E’ la Barba”.

“Sicuramente, incolta come la tenevi sembravi un po’ un hippy“.

“No ebete, Barba è la marca della camicia, se mi vedi normale è perché mi sono vestito bene”.

Accenna un sorriso anche se non credo abbia capito perfettamente ciò che gli ho appena detto. Per l’appuntamento con Lia anche lui ha dato il meglio di sé: le scarpe sono nere, lucide da sembrare quasi di vernice, indossa dei jeans scuri con un evidente taglio sulla coscia. Se leggo bene l’etichetta credo si tratti di un paio di Diesel. La camicia mi lascia alquanto perplesso, stretta in vita all’inverosimile, si apre a livello del collo lasciando ben evidente una collana di spago con un piccolo pendaglio a forma di croce.

Non l’emblema dell’eleganza, rifletto, ma preferisco tacere, questa sera farò il bravo. Durante il viaggio in macchina Stefan mi racconta qualcosa di Lia, dice di averci parlato un po’ di volte solamente e sempre in occasioni molto neutre. Mi strappa un sorriso quando mi racconta di aver comprato il nuovo profumo Gucci solo perché, origliando una conversazione della ragazza, ha scoperto che è il suo favorito.

Arriviamo per ultimi nel locale, strategicamente non la cosa migliore dal momento che non ti permette di stringere tacite alleanze con altri componenti della tavolata. Vi sono due soli posti liberi, uno vicino a quella che intuisco essere Lia ed uno più spostato verso il capo tavola.

Stefan imbarazzato come poche altre volte mi è capitato di vedere prima, chiede tre volte il permesso prima di sedersi, io mi accomodo in fondo.

Non conosco alcuno dei presenti ma questo non bloccherà la mia idea di passare una fantasmagorica serata banale. Davanti a me è seduto un ragazzo che valuto possa avere la mia età. Mi sorride e tendendo la mano, si presenta come Paolo. Nei pochi minuti che seguono conosco Gianmaria, Riccardo e Matteo, ovvero il Gu, il Ric, e il Teo.

Comincio ad odiarli dal minuto successivo.

Dei tre detesto senza dubbio quello che ad occhi e croce sembra essere l’alfa dog, il capo indiscusso della combriccola: il Ric.

Forte di un tono di voce palesemente eccessivo se paragonato alla sua massa corporea, ed evidentemente su di giri a causa di una pinta di birra in più del dovuto, il ragazzo non perde occasione per far conoscere all’intero tavolo le sue opinioni su tutto lo scibile umano, oltre che massacrare gli astanti con battute dal dubbio gusto.

“Stefan” esordisce, “non ti avevo detto di evitare di portare i tuoi amici gay?”. la battuta, evidentemente indirizzata a me, in altri momenti avrebbe sicuramente fatto guadagnare al simpatico amico una sonora gomitata sul naso, ma oggi no, ho deciso di soprassedere e fingo quasi di essermi divertito.

Il Ric è un fiume in piena, ne ha per tutti: la ragazza dell’amico alla sua destra? Una puttana, lui l’ha scopata almeno 3 volte; la mamma dell’altro ragazzo? Dio ci liberi da tal genere di svergognata. Delle ragazze presenti non ce n’è una che si salvi, tutte sceme, utili solo per un’oretta di svago orizzontale.

Il Ric grida, sottolinea le sue battute a suon di bestemmie e gesti inequivocabili. Accanto a lui nessuno sembra dar peso a quanto sta avvenendo, comincio a dubitare della mia scelta, avrei fatto meglio a rimanere a casa.

“Che macchina hai?” domanda d’improvviso rivolgendomi per la prima volta la parola.

Una Citroen” rispondo sorridendo. Guarda il Teo per un secondo, poi grida: “Ma che cazzo hai da sorridere se guidi una Citroen”.

La gag deve essere già collaudata perché in un attimo gran parte della tavolata sta ridendo di me.

Volgo lo sguardo verso Stefan, sembra non essersi accorto di nulla, sta parlando con Lia e il baccano che li circonda non sembra disturbarli.

Faccio un attimo mente locale e ricordo a me stesso la parola data a Stefan, prima di volgere nuovamente lo sguardo verso il Ric respiro profondamente.

Mi volto, e succede nuovamente.

Per un secondo davanti ho un uomo, ma la sua testa è scomparsa, al suo posto vi è l’estremità di un rospo.

Lo shock è enorme, sento il cuore aumentare improvvisamente la frequenza di pulsazione e un cerchio invisibile si stringe attorno alla mia testa.

“Non te la prendere – bestemmia – ricordati che la cosa più importante del mondo non sono le macchine…ma è la figa!”.

La battuta provoca le reazioni scomposte di molti che si affannano a dargli il 5, io distolgo per un secondo lo sguardo dal ragazzo e incrocio gli occhi di Paolo. Mi fissa e accenna un rapido sorriso.

“Un rospo vero?”.

Il panico mi assale, non sono più sicuro di quanto ho visto e di quanto ho udito. Possibile che Paolo mi abbia appena descritto la mia allucinazione? Non sarà forse che gli ultimi strascichi di medicinale ancora in circolo nel mio organismo, mi stanno giocando un pessimo scherzo?

Le grida dei ragazzi si sono fatte assordanti, c’è chi discute del Grande Fratello, chi canta le lodi della propria vettura, chi mostra agli amici video imbecilli registrati sul telefonino.

In silenzio mi guardo attorno, come travolto da ondate di banale umanità.

Stefan e Lia sono sempre più vicini, e questa volta è lei a prendere la parola: “Oggi mi sono comprato l’ultimo libro di Eco” esclama sorridente.

La reazione non si fa attendere, e come sempre è il Ric a condurre le danze: “Ma che due palle che sei – bestemmia – ovvio che non trovi un uomo! Leggi di meno e dalla di più” continua “vedrai che saremo tutti più felici – bestemmia -“.

Ancora una volta le grida divertite della combriccola riescono a coprire la musica emessa dall’impianto di amplificazione del locale, peccato, rifletto, mi piaceva ascoltare i REM.

Pur conoscendo il rischio cui sto per correre, decido di osservare nuovamente il Ric. Mi volgo. Davanti a me c’è nuovamente un rospo: ha la voce del Ric, il corpo del ragazzo, e le stesse movenze, peccato sia verde e abbia due enormi occhi neri incastonati ai lati, come gemme preziose.

Mi sforzo di continuare ad osservare la scena, deciso a sconfiggere con la forza della mia ragionevolezza le allucinazioni, ed è in quel momento che Paolo parla ancora: “Che razza di rospo, vero?”.

Questa volta non ci sono dubbi, a parlare è stato lui e la parola rospo è stata scandita a dovere.

Mi sta sorridendo quando mi metto a fissarlo, si alza e si viene a sedere accanto a me.

“Non ti preoccupare” mi dice, “sono così ebbri e imbecilli che non capiranno una parola di quanto ci stiamo dicendo”.

“Lascia che parli prima io” mi dice “è meglio così”.

Annuisco con la testa, mi sembra di vivere in un sogno.

“Prima di tutto ti posso dire che anche io vedo in questo momento un rospo, e ti posso assicurare che non sono pazzo; di conseguenza tranquillizzati, nemmeno tu lo sei. A volte io vedo coccodrilli, altre maiali..”

Io ho visto una donna con la testa di cavallo” esclamo titubante.

Ride. “Sì ce l’ho. Alcune trasformazioni sono comuni a tutti, i rospi, i cavalli, i coccodrilli, altri demoni sono peculiari, cambiano da persona a persona”.

“Demoni?”

Paolo deve aver percepito il panico nella mia voce perché si affretta a tranquillizzarmi. “Non ti spaventare” mi dice “non stiamo parlando di Satana e Anticristo. Li chiamiamo demoni perché sono persone malvagie, esseri la cui stupidità è di danno non solo a loro stessi, ma anche agli altri. Ve ne sono ovunque, c’è il padre che suole picchiare il figlio, la madre che si dimentica di amare ed immerge la sua vita in un bicchiere di vodka, c’è il piccolo teppistello che adora molestare il ragazzo down che vive sotto casa, la ragazzina quindicenne che accetta di vendere se stessa e la sua dignità per una borsa di Prada, chi picchia gli animali, chi non rispetta gli anziani. Il mondo è pieno di questi esemplari; io, te e molti, altri abbiamo solo la capacità di riconoscerli più facilmente”.

“All’inizio non ci volevo credere, ero certo di essere pazzo” continua “poi ho incontrato una persona speciale che mi ha aperto gli occhi, e tutto è diventato più semplice e chiaro”.

“Sono sconvolto” gli dico.

“E ci mancherebbe” risponde ridendo.

“Perché?” è la prima domanda che mi viene alla mente, “e..cosa possiamo fare? Dobbiamo piantare loro un paletto di frassino nel cuore?”.

La risata fragorosa di Paolo si diffonde per tutta la sala, non molti sembrano farci attenzione: “Niente di tutto questo” risponde, “Dovrai solo imparare a conviverci, e ti assicuro che non sarà facile. Lascia che ti mostri una cosa”.

Afferra il paletto in legno del mio spiedino dal piatto e me lo mostra: “Non tutti i demoni si visualizzano come l’ebete qui accanto, però tutti reagisco allo stesso modo, osserva”.

Senza dare nell’occhi avvicina il paletto alla gamba del Ric, è sufficiente un piccolo tocco e come per magia una sottile cascata di sabbia comincia a fluire dai corpo del ragazzo.

Sono senza fiato, quanto ho appena visto è talmente incredibile che stento io stesso a crederlo.

“Fico no?” dice ridendo ” porta sempre con te qualcosa di appuntito, ti servirà, soprattutto le prime volte”.

“Ma se si trasformano in sabbia, potremmo eliminarli facilmente!” esclamo di colpo.

“Non dobbiamo né possiamo eliminarli” dice “i soliti neofiti irruenti!”.

Ride di gusto alla sua battuta.

“Divertiamoci un po’” mi dice.

“Ric, sei stato in palestra oggi?”.

Il Ric volge lo sguardo verso di noi: “Ovvio – bestemmia – pettorali e spalle”.

“Sei così grosso che sembri un rospo” risponde Paolo.

Quasi scoppio a ridere mentre il Ric sorride a malapena, indeciso se quanto appena udito sia un complimento o meno.

Il Ric, innervosito dai nostri sguardi, estrae una sigaretta dal pacchetto e accenna ad alzarsi, evidentemente vuole andare a fumare.

“Non dovresti” dice Paolo, “poi scoppi” continuo io.

“Che cazzo dite voi due sciroccati?”.

“Se cominci a fumare, poi non riesci a sputarlo fuori, ti gonfi sempre di più sino ad esplodere” gli spiego con tono accondiscendente.

“Poi sai che casino…tutti pezzetti verdi sui muri” continua Paolo.

“Era un gioco molto crudele che facevano i ragazzini scemi alle elementari, fortuna che non ti hanno mai beccato, non saresti qui” concludo.

“Ma che cazzo dite?” risponde il ragazzo ora rosso in viso “i rospi scoppiano con le sigarette, lo facevo sempre, troppo forte. Ma che cazzo c’entra con me? Non sono un rospo, sono un umano, vedete?” con gesti plateali ci fa passare davanti agli occhi le mani prima, e poi gli avambracci.

“Cra cra” rispondo io, “Cra” mi fa eco Paolo.

Il Ric reagisce nell’unico modo a lui consono: “Stefan – bestemmia – smetti di provarci con Lia che tanto non te la dà, che razza di imbecille di amico hai? Questo sua madre lo ha partorito per il buco sbagliato quella volta”.

In un decimo di secondo decido che:

  • il Ric è un demone,
  • sono stanco di farmi offendere da un deficiente,
  • Stefan e Lia meritano rispetto,
  • Bianca merita rispetto,
  • i demoni, nonostante quello che dice Paolo, si possono sconfiggere.

Afferro il legnetto e con tutta la forza che ho lo pianto nella mano del ragazzo, momentaneamente appoggiata davanti a me.

Quello che segue è presto detto: invece che sabbia vedo sgorgare un bel po’ di sangue, il Ric comincia a bestemmiare e subito dopo mi sferra un pugno che fortunatamente mi manca. Mani sconosciute mi afferrano e accompagnano fuori dal locale.

Vedo gente alzarsi, alcuni strillano, altri inveiscono contro me e tutte le divinità a loro conosciute.

Le braccia possenti mi trascinano fuori, il mio primo pensiero è per il cielo, non c’è una nuvola, davvero affascinante come spettacolo.

“Te lo avevo detto, non si uccidono, bisogna imparare a conviverci”.

Paolo. È stato lui a proteggermi ed accompagnarmi fuori. Mi volto verso di lui e lo ringrazio.

Dentro al locale vedo ancora il Ric intento a tamponarsi la ferita con della carta, osservo Stefan mentre saluta e annota nel telefonino il numero di Lia, bel colpo.

Esce anche lui all’aria aperta, il suo sorriso è inequivocabile.

“Come è andata” ci domanda.

“Bene” risponde Paolo.

“Molti rospi” rispondo io ridendo.

Stefan mi guarda dubbioso, gli batto la mano sulla spalla facendogli cenno che è ora di andare.

Saluto Paolo e l’unica cosa che riesco a dirgli è nuovamente, grazie.

Cap 37 – La trasformazione

Assisto alla prima trasformazione alle 10.32 di un giovedì mattina. Dall’ultima volta che ho controllato l’ora sono passati solamente alcuni minuti. Tra tutti i rituali che il dottore mi ha intimato di seguire, questo è quello che mi imbarazza maggiormente.

Sarà perché sono vestito da pagliaccio, sarà perché ho l’ordine di rimanere in silenzio nel bel mezzo della piazza in cui si sta svolgendo il mercato cittadino, fatto sta che gli occhi puntati su di me sono piccole saette color viola che sfregiano il mio corpo come lame affilate.

Inizialmente le persone hanno riso di me, a molti sono probabilmente sembrato una buffa ed innocua intromissione alla loro routine, fatta di acquisti e parole banali lasciate raminghe a disperdersi nell’aria.

Bambini vocianti, sporchi di gelato al cioccolato, mi hanno sorriso, e con forza hanno strattonato le gonne delle loro madri nella speranza di poter avvicinare l’oggetto delle loro fanciullesche fantasie.

Da me hanno ricevuto solo il gelo, il silenzio di una statua, che fissando il nulla, vive l’infinito dei suoi giorni.

Ben presto la mia presenza silenziosa ha cominciato ad infastidire, la tensione è cresciuta, i sorrisi si sono tramutati prima in stupore, poi gradualmente gli sguardi hanno cominciato a trasmettermi livore, una sorda ostilità verso qualcuno di diverso, che agli occhi della massa è apparso strano, inquietante, forse pericoloso.

Prima uno sguardo, poi un gesto di sufficienza, ai quali sono seguite piccole frasi bisbigliate, infine offese sempre meno celate, e al culmine, minacce.

La gente disprezza ciò che non riesce o vuole comprendere, la diversità di un atteggiamento è già la prova sufficiente che discrimina il bene dal male, il giusto da ciò che è sbagliato, in una folle visione manichea del mondo dove le sfumature non hanno possibilità di vita, sono fiori che si affacciano spaventati nel deserto, e muoiono senza aver avuto, nemmeno per un secondo, la possibilità di essere colti e donati ad una donna amata.

C’è stato chi si è avvicinato, e con fare quasi paternalistico, ha cercato di spiegarmi che per essere un pagliaccio credibile, avrei dovuto sorridere, e far divertire le persone.

Presentandomi in quelle vesti avevo ai loro occhi assunto l’obbligo morale di confermare con i gesti, e le parole, il mio ruolo di buffone. Non altro comportamento era tollerato, pena la perdita della tranquilla navigazione nello sconfinato oceano delle vite banali, e la mia conseguente cacciata da una piazza che, pur appartenendo a tutti, sarebbe divenuta della sola maggioranza.

La società non può accettare che un pagliaccio rimanga in silenzio, il contrasto è troppo forte per non scatenare reazioni a tratti esagerate, come quelle cui sono sottoposto da alcune ore.

Rifletto. Concentrato sul mio silenzio lascio che i pensieri liberi di percorrere praterie immense fatte di associazione che dal nulla si creano, e in un attimo svaniscono.

Episodi, momenti, atomi della mia vita che scie luminose uniscono come fossero stelle di una costellazione ancora sconosciuta. Il passato con il presente, ambiti di vita all’apparenza lontani che adesso uniti, assumono forme tridimensionali, ove all’interno i significati della mia esistenza prendono i colori della ragionevolezza e della luce.

Sarà questa la luce di cui il dottore mi parlava? Fare luce sulla propria esistenza, assaporare nuove prospettive significa forse semplicemente rileggere i passi già compiuti con degli occhi nuovi?

“Sai cosa sei? Un enorme pezzo di merda!”.

Le parole hanno in me l’effetto di un secchio d’acqua fredda scaraventato d’improvviso sull’indifeso dormiente.

La donna che ho davanti avrà circa 60 anni, decisamente sovrappeso. La prima cosa che noto sono i suoi orecchini, potrebbe portarci in giro un pappagallino. Evito il commento.

I suoi occhi mi colpiscono, vi leggo dell’odio, per un attimo ho la netta sensazione che sia in procinto di colpirmi, per mia fortuna questo non succede.

A differenza di tutti coloro che fino a questo momento, armati di coraggio, si sono avvicinati a manifestare il loro disgusto nei miei confronti, questa signora non accenna ad andarsene.

Veste in modo troppo appariscente, se Bianca si azzardasse un giorno a comprarsi una maglia così scollata, probabilmente Ioli cambierebbe la serratura di casa.

Incrocia le braccia, la posizione accentua ancor di più l’enorme seno. Dalla rapida valutazione che riesco ad eseguire lanciando un furtivo sguardo verso di lei, deduco che peserà almeno 1300 kg, etto più, quintale meno.

La posizione che assume è davvero bellicosa e il trucco esagerato che la fa sembrare molto simile ad un maori, sicuramente non aiuta.

Le collane d’oro sono una palese ostentazione di ricchezza che fanno a pugni con la totale mancanza di raffinatezza e savoir faire.

Dietro di lei scorgo un uomo minuto, deduco sia il compagno dal momento che non si allontana per tutto il tempo in cui lei rimane a sfidarmi.

Sta sorreggendo a fatica le borse della spesa, se ho visto bene, prima della scenata contro di me, l’allegra coppietta ha fatto visita al panificio, ad una profumeria, a Benetton, e ad una pasticceria.

“Pensi che abbia paura di un tipo come te, pagliaccio dei miei stivali?. Perché non fai un favore al mondo e torni a casa tua? Qui dai fastidio, lo capisci?”.

Il tono sostenuto della signora ha incuriosito molti passanti che ora si sono fermati e guardano in silenzio la scena. Quello che io credo sia il marito si avvicina alla donna e le sussurra qualcosa in un orecchio.

“No che non mi calmo, a me non importa nulla della gente che ci osserva, mi preoccupo di più di questo barbone che invece di andare a lavorare, rimane qui a rubare i nostri soldi e spaventare i nostri figli”.

Mi trattengo dal desiderio di far notare alla signora come tra lei e il suo compagno, probabilmente l’unico a lavorare sia lui e che, soprattutto, difficilmente potrei rubare dei soldi rimanendo immobile come una statua e con una strana pillola in bocca.

Il mio silenzio sembra esasperare la donna che solleva la borsa e minacciosamente si avvicina.

Mi salvo solamente perché nuovamente il marito interviene e afferratala per un braccio, la allontana da me. Vedo i due parlottare per qualche minuto, non riesco a cogliere tutto lo scambio ma mi sembra evidente che le parole dell’uomo non sortiscono l’effetto sperato.

“Il problema non sono io” grida ad un certo punto la pazza. Il viso è paonazzo e non fatico a notare una vena che si è ingrossata all’altezza della tempia destra.

“Il problema sono quelli come questo sfaccendato qui!” grida volgendomi lo sguardo. “Questi qui vengono in Italia solo a rompere le scatole, bevono, fanno casino, non pagano le tasse, però poi se una cittadina come me gli spacca la testa, vanno in ospedale e il servizio medico copre tutto!”

“Ma vi pare possibile? Nemmeno mi risponde, sicuramente sarà uno di quei Crudi o Arabi”.

“Curdi, si dice Curdi, non crudi” la corregge l’uomo.

“A me non interessa nulla, sono sempre la stessa cosa”.

Osservo la folla che assiste, l’impressione che ne traggo non è certo benevola.  Le parole della donna sono spesso accolte da cenni di assenso e più di qualcuno la esorta al più presto a passare alle vie di fatto.

Non si alza nessuna voce discordante dal coro, gli incresciosi deliri della donna vengono sottolineati dalle risatine divertite di giovani e meno giovani.

Gli unici che non si divertono sono i bambini, involontari spettatori di un triste spettacolo fatto di banalità e semplificazioni. Immobilizzati dalla tenace stretta dei propri genitori, assistono impotenti al teatrino dell’uomo vile, che fiuta la preda tra i più deboli, e gode senza proferir parola innanzi anche ai più biechi tra i comportamenti.

La donna non accenna a mollare la presa, è il capocomico di questo grottesco circo. Ora si sbraccia, ora sbraita. Nel suo mirino non vi sono più solo io, vi è tutto il popolo dei diversi, degli emarginati, di coloro che non si sono assuefatti alla società, ma continuano a viverla da uomini indipendenti e dotati di arbitrio.

“Non sai parlare la nostra lingua? Ma allora torna a casa tua! Sei qui, vuoi fare il pagliaccio, ma non fai ridere, non sai nemmeno parlare! Vai a casa tua, qui non ti vogliamo, e portati via le tue due mogli e 300 bambini, chissà che i nostri figli possano respirare aria salubre in classe”.

Termina la frase volgendo lo sguardo alla folla, e un fragoroso applauso le conferma di aver anche questa volta fatto centro. E’ nel momento stesso in cui si gira che vedo il suo volto deformarsi.

Per un secondo che sembra durare un’eternità, davanti a me non ho più una donna dallo sguardo d’odio, ma un essere con la testa di cavallo.

L’allucinazione mi fa sobbalzare, cosa che non passa inosservata ai più. Chiudo gli occhi e quando li riapro ho nuovamente davanti a me le poco amabili fattezze della signora.

Sebbene non mi possa dire felice, accolgo la ritrovata visione con un sospiro di sollievo. I miei occhi incrociano quelli dell’uomo che silente si è ritirato un po’ in disparte, il suo è lo sguardo di un uomo rassegnato, che ha accettato di subire la prepotenza e che in silenzio accetta la vergogna, e lo smacco dell’ignoranza altrui.

“Tu tornare a casa tua, capito? Casa tua, qui Italia casa di italiani”.

Poi succede ancora. La voce della donna si deforma e contemporaneamente le sue fattezze tornano quelle di un cavallo, il muso allungato, la criniera, gli occhi neri di un essere malvagio.

Un gigantesco cavallo mi sta alitando addosso le sue ipocrite filippiche, e il suo sordido razzismo da strada. Il tiepido olezzo dell’alito dell’animale mi nausea, schizzi di saliva proiettati da una bocca schiumante di rabbia, lordano il mio volto. Capisco che non potrò controllarmi più a lungo quando oramai è troppo tardi.

Ho la netta sensazione che il tempo rallenti per permettermi di vivere appieno quanto sta succedendo. Vedo il getto di vomito volare in slow motion verso l’essere. Nei pochi attimi che precedono l’impatto non vi è più traccia dell’animale. Davanti a me vi è nuovamente la malvagia signora, talmente sorpresa da quanto sta avvenendo, da non avere nemmeno la forza di accennare una reazione. Il getto la colpisce in mezzo ai seni.

Rimaniamo entrambi a bocca aperta mentre le grida di divertimento e di disgusto provenienti dalle persone raccolte vicino a noi, si confondono.

Mi porto la mano alla bocca, “Pardon”, le dico in perfetto inglese.

Credo che quella che segue si possa definire una crisi isterica. La donna viene prima di tutto scossa da tremendi conati, poi inizia a gridare, cerca di togliere il vomito dalla maglia, ma l’unico risultato che ottiene è quello di spalmarlo ancora di più. Appena si rende conto della cosa comincia a saltellare e girare su se stessa, sembra una trottola. Il suo viso è un’unica smorfia di disgusto, emette dei suoni gutturali che mi fanno credere che a breve stramazzerà al suolo con un principio di infarto.

Le persone intorno a noi cominciano ad andarsene, non vi è più nulla da vedere. Vedo il marito avvicinare la moglie e allontanarsi a passi rapidi dalla piazza.

Decido di seguirli, l’immagine del cavallo mi ha turbato, voglio parlare al più presto all’uomo.

Non è difficile seguire la coppia: la mole della donna e le poco celate chiazze di vomito stampate sulla maglia, fanno sì che la folla si apra come il Mar Rosso al passaggio di Mosè.

Mi mantengo ad una distanza di sicurezza anche se il mio costume da pagliaccio non aiuta la mia mimetizzazione.

Si fermano in una piazzola poco distante, la donna si accomoda sui gradini di una chiesa mentre l’uomo si muove verso una bancarella di frutta e verdura. Capisco che si tratta della mia occasione e decido di affrontarlo.

“Compra le carote per il cavallo?”.

La mia domanda lo coglie impreparato tanto che istintivamente arretra di un passo. Non mi risponde, sembra che non abbia mai visto un pagliaccio parlare.

“Le ho chiesto, se è qui per comprare le carote al cavallo”.

Ancora una volta l’uomo non risponde, non smette di fissarmi.

La situazione mi spazientisce, e il rischio di trovarmi nuovamente addosso quella strana donna mi spinge ad accelerare i tempi.

“La signora di prima, quella con il vomito, in realtà credo sia un cavallo gigantesco. Mi piacerebbe sapere come lei possa continuare a condividere la sua vita con quell’essere”

La mia frase sembra risvegliarlo da un profondo sogno, apre la bocca come se volesse dire qualcosa ma si trattiene.

“E’ mia moglie, non è un cavallo” dice dopo alcuni secondi di riflessione.

La sua semplicità è fin commovente, sembra non voler accettare una verità che è sotto gli occhi di tutti.

“A parte il fatto che ho visto perfettamente il volto dell’animale poco fa, lei evidentemente si è fermato a comprare delle carote e guarda caso, ai cavalli piacciono le carote”.

“Anche ai conigli piacciono le carote” mi risponde “potrei semplicemente avere un coniglio in casa”.

Valuto per un istante la risposta dell’uomo: una difesa evidentemente scriteriata e eccessiva, frutto probabilmente di una coscienza sporca, che cerca con la bugia di negare una inconfutabile evidenza.

“Cerchiamo di non sviare l’attenzione dal problema principale, ho chiaramente assistito alla trasformazione della sua signora poco fa. Sono certo si trattasse di un cavallo per due semplici motivi: riesco a distinguere un cavallo da un coniglio, e secondo, io detesto i cavalli e non i conigli”.

“In realtà più dei cavalli, io odio i Bamby, ma in questo caso sono certo che sua moglie non appartenga a questa immonda razza”.

Cercando ancora una volta di allontanarsi da me, l’uomo appoggia male il piede destro e cade rovinosamente sull’asfalto. Si alza prima che io riesca ad aiutarlo.

“Ci pensi bene, non le sembra contro natura frequentare una bestia di siffatta proporzione? Il cavallo è una bestia malvagia, mangia le carote ma non si abbronza, morde, perde appositamente le gare per rovinare le persone, e per causa di un cavallo Candy Candy ha visto morire il suo amato Anthony. Lei mi sembra una persona seria e buona…non dovrebbe accettare supinamente questa situazione, ma non si preoccupi, io la salverò”.

All’udire tali parole l’uomo fugge a gambe levate, lo vedo parlottare con la moglie e poi incamminarsi verso la fermata del bus.

Non mi risulta troppo difficile seguirli, i due salgono nel numero 9 e si piazzano nei posti vicini all’autista.

Scendono mestamente in una zona che si potrebbe definire popolare. Le case, una volta fiore all’occhiello del comune, sono state lasciate sole a combattere l’impari lotta contro il tempo.

Un piccolo bastardino non smette di abbaiare.

Rimango ad una distanza di sicurezza fino a scoprire con esattezza l’ubicazione della loro dimora. Evidentemente debbono essere tra i facoltosi della zona perché la casa, distribuita su due piani, è circondata da uno splendido giardino. Il cancello è aperto, ne approfitto per entrare a dare un’occhiata. Cammino indisturbato per una decina di metri, scorgo quella che ritengo essere una piscina sul retro dell’edificio.

Faccio ritorno a casa, mangio velocemente alcuni rimasugli di formaggio, e mi preparo alla grande notte. Ho deciso che aiuterò l’uomo, quel povero signore vittima di un maleficio ha solo bisogno di qualcuno che gli faccia aprire gli occhi.

Nel mio zaino faccio entrare una Umarex 92 FS XX Treme a carica elettrica, tra le più micidiali delle mie pistole ad aria compressa.

Raggiungo il quartiere verso le 21. Il cielo è stellato, e il frinire dei grilli accompagna i miei passi fino alla casa dei coniugi. Dalla strada si odono delle voci, forse sono dei nitriti. La serata è fresca ma questo non ha impedito alla coppia di cenare all’aperto. Hanno allestito un piccolo tavolino davanti alla porta del garage, dalla strada è già possibile osservare le loro mosse con chiarezza.

Entro dal cancello e mi nascondo dietro il tronco di un albero. Distinguo chiaramente la voce dell’uomo, il tono sembra sommesso, è probabile che stia cercando di scusarsi. Deduco stia parlando con quello strano essere con cui si accompagnava in giornata, controllo la carica della pistola.

La petulante donna sta rimproverando qualcosa al marito, è la goccia che fa traboccare il vaso.

E’ sufficiente spostarmi lateralmente di solo 50 centimetri per avere una visuale di tiro perfetta. Prendo la mira. Con il primo colpo mando in frantumi un bicchiere della tavola. Dopo alcuni secondi di smarrimento le voci si fanno più forti e nitide. Non aspetto, sparo nuovamente.

Sento un urlo. Continuo a sparare nella stessa direzione, ad ogni colpo un urlo nuovo. “Strano modo di lamentarsi ha questo cavallo” penso, poi riconosco la voce dell’uomo gridare: “Basta, basta per pietà”.

Decido di smettere e andare a controllare il lavoro svolto. Mi avvicino e saluto l’uomo. E’ accovacciato a terra e si sta riparando con una delle sedie in plastica. Sta tremando, immagino sia gratitudine.

Poco distante l’essere demoniaco si sta massaggiando una gamba. Nel tentativo di ripararsi ha fatto cadere la tavola con tutte le vettovaglie. Mi fissa con orrore, probabilmente non riesce a riconoscermi. Anche lei trema, una reazione che non mi sarei aspettato da un demonio come lei.

Volgo lo sguardo all’uomo e lo aiuto a mettersi in piedi.

Piange.

“Non pianga” gli dico “lo ho fatto con piacere”.

“Perché?” mi domanda.

“Odio i cavalli” gli rispondo.

“Qui non c’è alcun cavallo” mi risponde “è mia moglie” grida lui. Corre verso la donna, le accarezza i capelli e la bacia con dolcezza. Le sussurra qualcosa all’orecchio, lei singhiozzando si stringe a lui.

Si volge verso di me: “Vattene, pazzoide, o io chiamo la polizia”.

Lo sfogo dell’uomo mi lascia interdetto, ho come l’impressione che il mio aiuto non sia stato compreso. Dove ho sbagliato? Ho individuato un essere malvagio, mi sono battuto affinché una buona persona potesse sconfiggerlo, mi sono dato da fare, e il ringraziamento? Lei che piange, lui che la consola, entrambi che vogliono denunciarmi.

C’è qualcosa in tutto questo che non capisco, perché le persone non dovrebbero accettare il mio aiuto?