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Cap 9 – Arnold

La notizia della morte di Arnold giunge come un fulmine a ciel sereno e mi getta in uno stato di profondo sconforto. L’evento è di tal magnitudo che almeno due punti fermi della mia vita, sui quali si basavano molte delle mie aspettative future, vengono messi in discussione:
Dal fidato TG1 apprendo nell’ordine che:
  1. il piccolo Arnold era in realtà un signore di circa 42 anni;
  2. non viveva più con il Signor Drummond da molto tempo;
  3. nonostante il padre facoltoso, Arnold  aveva abbandonato precocemente gli  studi e si era ridotto a lavorare come guardia giurata per sbarcare il lunario;
  4. è più importante tutelare la privacy dei cittadini che arrestare i mafiosi e i delinquenti (credo fosse la notizia successiva a quella della morte del mio eroe).
Profondamente affranto, decido di scrivere una accorata lettera di condoglianze ai congiunti del defunto.
Rifletto per un attimo sull’idioma da utilizzare per redigere la missiva e alla fine opto per l’italiano,  mi conforta il fatto che in anni di programmazione non ho mai sentito alcun membro della famiglia commettere errori di sintassi o di pronuncia.
Ho appreso dalla televisione della tragica scomparsa del nostro amato Arnold. Anche se mai abbiamo avuto modo di conoscerci volevo porgervi  le mie più sincere condoglianze.
Tutti voi (anche se, in effetti, della signora domestica fatico a ricordare il nome) siete stati per me  dei preziosi consiglieri di vita.
Dovete sapere che per molti della mia generazione  la televisione ha rappresentato un degno surrogato dell’affetto famigliare.
Mentre mia madre Bianca era impegnata a svilire e troncare sul nascere tutte le mie iniziative, e mio padre Ioli lavorava come un negro (scusi! È un nostro modo di dire),  è solo incamerando sapere dal tubo catodico che ho imparato a vivere.
Da “Bo and Luke” ho appreso a guidare , dall’”A-Team” come si risolvono i problemi,  guardando “Happy Days” ho capito che i bulli in giacca di pelle rimorchiano un botto e hanno sempre ragione, dai “Visitors” e “Megaloman” che gli alieni esistono e che gli stessi possono essere sconfitti qualora  qualcuno si faccia crescere i capelli e pronunci le fatidiche parole “Fiamma di Megalopoli”.
Le vostre storie, a volte commoventi,  a volte ricche di humor, mi hanno aiutato a crescere come uomo e come persona. Arnold per me era il fratello che non ho mai avuto (mentre ho una sorella probabilmente adottata che, secondo la mia ricostruzione,  è ci è stata fornita in omaggio dopo che mamma aveva comprato 2 confezioni da 1 Kg di arachidi), era il figlio di colore che Ioli mai avrebbe accolto in casa.
Ho passato intere giornate fantasticando su come avrebbe potuto essere la mia famiglia con un “Arnold in più”: ho riso  immaginandoci tutti insieme vicino al camino con il mio fratellino intento a redarguire mio padre con il suo famoso  “Che cavolo stai dicendo Ioli”, ho ricreato nella mia mente dotte disquisizioni sul paradosso insito in una famiglia ove ad un figlio nero si contrappone una madre di nome Bianca.
Lasciatemi anche aggiungere che le vostre vicissitudini  mi hanno aiutato  nel difficile passaggio dalla infanzia  alla adolescenza, giungendo a rappresentare con il tempo, un punto quasi inamovibile nella galassia delle mie fantasia sessuali più turpi e peccaminose.
Mia dolce Kimberly, mi rivolgo a te come una zia potrebbe parlare alla figlia di un giornalaio, se oggi sono una persona dalla sessualità quasi mai deviata è anche grazie alle conturbanti orge che hai consumato nella mia testa con i 2 tuoi fratelli di colore all’insaputa del povero Sig Drummond.
Voglio salutarvi così, con questa immagine di profonda accettazione e rispetto interculturale,  nella speranza che le mie umili parole siano testimonianza dell’affetto e della stima nei confronti dello splendido e indimenticabile Arnold.

Quando sono sul punto di profumare la mia lettera con alcune gocce di Chanel Nr 5 un dubbio mi assale:  “Siamo davvero certi che tutti loro sapessero di essere ripresi?” “E se si fosse trattato invece di una sorta di Truman Show registrato all’insaputa dell’intera famiglia?”
L’insicurezza mi assale e l’idea di comunicare al provato signor Drummond una verità potenzialmente devastante, soprattutto in un momento di evidente difficoltà emotiva, mi obbliga a stracciare la missiva. In un atto di squisito e sublime simbolismo  scelgo di recarmi quindi  dal vicino Nano per porge a lui – e contemporaneamente a tutti i nani della terra – le mie condoglianze.
Busso con insistenza per almeno 15 secondi prima di udire la sua voce proveniente dall’interno: “Chi è?” domanda.
“Apri, ti debbo parlare” gli rispondo.
Dopo un attimo di silenzio risponde: “Hai intenzione di spararmi questa volta o ti limiterai solamente ad investirmi?”
“Pensavo stessi giocando” rispondo “dai aprimi, c’è una cosa importante che ti debbo dire”.
“Ti rendi conto che mi hai segnalato come possibile terrorista? Rincara la dose.
“Non sapevo che stessi facendo nel tuo garage” rispondo “e comunque davvero, aprimi, non mi piace parlare con una porta”.
“Rimani fuori sino a quando decido io” ribatte “avresti potuto domandarmelo che ci facevo in garage, te lo avrei detto senza problemi”.
“Non volevo disturbarti” rispondo “ e poi con voi terroristi non si da mai”.
Apre la porta di scatto, con una velocità inaspettata mi calcia due volte lo stinco destro e rimane a fissarmi.
Il dolore è molto forte e per un attimo ne sono accecato, cerco di afferrarlo per i capelli ma indietreggia rapidamente schivando il mio attacco.
Non lo vedo partire ma lo sento arrivare, mi colpisce altre due volte nello stinco  lasciandomi senza fiato.
“Ok” dice “questi te li dovevo, cosa vuoi da me?”
Faccio l’ultimo tentativo di raggiungerlo con un calcio ma il nano è davvero veloce, evita il mio colpo e mi sferra un pugno alle palle. Cado a terra dove ci rimango per almeno 4 minuti.
“Tu sei un pazzo” gli dico “ero qui per farti le mie condoglianze”
“Il pazzo in realtà sei tu” ribatte “perché primo non è morto nessuno che io conosca, e secondo mi hai fatto passare uno dei giorni più brutti della mia vita con la tua denuncia”
“E’ morto Arnold” gli grido in faccia “mi sembrava un bel gesto venire a farti le condoglianze…ma a quanto pare a te interessa solo la vendetta”.
Rimane per un minuto a fissarmi, nel mentre sono riuscito a mettermi seduto, il dolore gradualmente sta svanendo.
“Nel migliore dei casi sei la persona più strana che io abbia mai conosciuto” esordisce “nel peggiore sei da camicia di forza”.
Mi aiuta a rialzarmi e mi indica di seguirlo dentro casa. Mi fa accomodare su di un divano bianco che io provvedo immediatamente a sporcare con le mie All Star sudice in sprezzante gesto di sfida e vendetta.
“E’ un divano lavabile, coglione” mi dice ferendo profondamente il mio orgoglio.
“Ora spiegami perché a me dovrebbe importare qualcosa della morte di Arnold” dice poco dopo.
“Pensavo per te fosse importante, come dire..fosse uno di voi, magari un simbolo..ho pensato potesse farti piacere avere qualcuno vicino in questo momento” rispondo.
Mi fissa in silenzio.
“Quindi saltuariamente tu provi sentimenti e sei capace di gesti che si potrebbero definire…umani”.
La sua affermazione mi stupisce, percepisco una sorta di vicinanza tra di noi, decido di approfittarne: “Che ci fai in garage?”
“Leggo i miei Dylan Dog senza che mia moglie mi rompa” risponde.
“Sai leggere?” domando.
“Non fare il figlio di puttana” ribatte “mangio, dormo, respiro, leggo come fa qualsiasi altra persona”.
Coglie il mio sguardo perplesso e decide di rilanciare.
“Toccami le braccia” dice.
“Mi fai senso..potresti attaccarmi la nanite” rispondo d’istinto.
“La nanite non esiste idiota, toccami il braccio” insiste.
La sua risolutezza mi convince, con il mio dito indice tocco il suo grassoccio avambraccio.
“Sei diventato nano?” domanda.
Non rispondo.
“Aspettami qui” mi dice “ e non sporcarmi il divano”.
Mi tolgo una caccola dal naso e gliela spalmo in uno dei braccioli in segno di sfida.
Torna, ha in mano una busta, estrae quelle che all’apparenza sembrano delle lastre, me le porge.
“Queste me le hanno fatte dopo che mi hai investito” mi dice, “che ci vedi?”.
“Ossa…qui invece c’è un cranio” rispondo.
“Come ti sembrano?”
Capisco dove vuole arrivare, “ok..messaggio recepito” gli dico “è come dire che tu hai un corpo da bambino ma la testa di un adulto”.
“Finalmente! Esclama..è proprio così”.
Rileggo molti dei miei ultimi comportamenti sotto la lente di queste nuove considerazioni e sento un profondo senso di disagio salire in me.
“Sono stato proprio un coglione vero?” domando. Non lo lascio rispondere, lo afferro per le ascelle e me lo metto seduto sulle ginocchia.
“Ti prometto una cosa” continuo “d’ora in poi mi comporterò bene con te”.
Comincio a muovere su e giù le ginocchia ritmicamente, il nano che in un primo momento non capisce, d’improvviso sgrana gli occhi.
“Non sono né un bambino né un bambolotto..smettila di muovere le gambe che vomito”
Non presto attenzione a quanto mi dice, la mia voce è quella di una mamma che sta coccolando il suo bambino: “e ti comprerò tanti vestitini nuovi tutte le settimane, vero amore?”
Appoggio la mia bocca sulla pancia del nano e soffiando forte produco una tempesta di pernacchie.
“Smettila cretino!” mi intima.
Ormai sono entrato nel loop “Genitore modello”, “Picipicipicipici..pucipucipucipuci..hai fame amore? Vuoi la tettina?” e così dicendo alzo la maglia e forzo la testa del malcapitato verso il mio petto.
Il suo pugno diretto alla mia bocca ha il pregio di risvegliarmi.
“Mi hai fatto male cretino” gli dico.
“Volevi alimentarmi al tuo seno” risponde.
“Poteva essere il suggello alla nostra amicizia” ribatto.
“Senti…sei un pazzo ma un pazzo buono, dimentichiamo tutto quello che è successo, magari una volta usciremo a bere qualcosa, adesso però vattene a casa tua e lasciami stare”.
Mi alzo e mi dirigo verso la porta, sento che se me ne andassi così vivrei il resto della mia vita da vero sconfitto…ed io odio perdere.
“Ci vediamo” gli dico sulla soglia “e….ti ho spalmato una caccola sul divano”.
Mi giro giusto in tempo per evitare un suo calcio, saluto sorridendo il mio nuovo amico e me ne torno a casa.

Cap 8 – Mariolino

Nonostante le mie perplessità in molti sostengono che io abbia sia una madre che un padre.

Mio papà si chiama Mariolino, per gli amici o Mario o Lino, per me semplicemente Ioli per quella forma di anticonformismo cronico che mi ha sempre caratterizzato, e che negli anni mi ha fatto schierare dalla parte degli Spandau Ballet quando tutti andavano con i Duran Duran, con Sabrina Salerno quando tutti amavano Samantha Fox, con La Toya Jackson quando tutti impazzivano per la sorella Michael.

Ioli è molto ricco, è il tipico uomo si è fatto con le proprie mani, considero l’abbondante peluria che ricopre il suo corpo, e gli occhiali da miope che indossa, come prove di quanto appena affermato.

Ha creato dal nulla un’azienda che produce pannelli per isolamento termico, sembra che il business funzioni perché negli anni, pur definendosi sempre più povero, ha potuto girare il mondo, comprare un appartamento a me, uno alla “mia sorella probabilmente adottata” e una casa per lui e mia madre nella ridente, prestigiosa e vippissima località di Jesolo.

Ioli professionalmente parlando è il tipico imprenditore di successo del Nord Est, mentre dal punto di vista affettivo è tipico imprenditore di successo del Nord Est.

E’ scientificamente programmato per 4 cose:

  • guadagnare su tutto;
  • monetizzare le mie esigenze e le mie richieste di affetto;
  • mettermi in imbarazzo;
  • ignorare le mie domande.

Ricordo che dopo l’arrivo di “mia sorella probabilmente adottata”, comparsa quando io avevo all’incirca 2 anni e consegnataci (secondo la mia attendibile ricostruzione) da un solerte fattorino come omaggio alle due confezioni di arachidi da 1 kg comprate da mamma, mio padre appese in alcune zone strategiche della casa, la “Tabella dell’affetto e delle mansioni”.

A detta di Ioli questo era il modo migliore per insegnarci il valore del denaro.

Si andava dalle 100 lire per 5 minuti di grattata di schiena, alle 250 per un abbraccio (dato o ricevuto), fino alle 5000 lire per chi si fosse arrampicato nel tetto e avesse sistemato il fastidioso disturbo che gli impediva di vedere Colpo Grosso in qualità accettabile.

Ho cercato in più di un’occasione di taroccare la tabella inserendo la voce “Gettarsi dalla finestra – 10000 lire” per eliminare alla fonte il problema di “mia sorella probabilmente adottata” ma mia madre, di cui per ora non confesserò il nome per una questione di privacy, me lo impedì.

L’altro aspetto di Ioli che negli anni non ho ancora imparato a tollerare, è la sua indubbia capacità di mettermi in imbarazzo. Per un evidente caso di sdoppiamento di personalità, mio padre è capace di interpretare il ruolo dell’imprenditore quando si trova solo con me e del padre fastidiosamente affettuoso in presenza di sconosciuti.

Così mentre siamo soli in ufficio suole darmi del lei, davanti ad estranei o nel corso di importanti riunioni a cui io vengo inspiegabilmente invitato, divento “Zucchero”, “Amore”, “Piccolo”, “Tesoro”.

“Tesoro, tu che ne pensi?”, “Piccolo credi che papà stia facendo bene?”, “Zucchero, tutto bene?, “Amore vorresti dire al signore quello che abbiamo deciso?”.

Gli occhi di tutti puntati su di me, specialmente quando si tratta di giovani stagiste potenzialmente attratte dal figlio belloccio e ribelle del boss, riescono ancora, a distanza di anni, a farmi sprofondare in uno stato pervasivo di vergogna e senso di nausea dal quale emergo, sfortunatamente male, con frasi impacciate tipo “Scusatemi”, “Scusatelo”, “Chiedo scusa”, retaggio di un’educazione in cui dell’affetto ci si deve vergognare e scusare.

Ogni domenica Ioli e mamma ci invitano a pranzo e sistematicamente mi convinco che sia arrivato il giorno in cui confesseranno a “mia sorella probabilmente adottata” che il vero padre, ipotizzo un brasiliano, è ricomparso per far ritorno con lei nella favelas di Rio da cui provengono.

Le mie speranze vengono sistematicamente disattese ma perlomeno mi viene offerta la possibilità di dialogare con mio padre di qualcosa che non sia lavoro.

“Fatico a spiegarmi alcune cose relative alla mia nascita” ho esordito la settimana scorsa tra un boccone e l’altro di fumante spezzatino.

Ioli non mi ha nemmeno degnato di uno sguardo preso com’era dal fenomenale servizio sulle “scimmie che dicono il loro nome a rutti” che il TG2 stava mandando in onda.

“Cerca di seguire il mio ragionamento” ho continuato “Partiamo da un assunto: mamma e direi anche nonna sono sicuramente ancora vergini”

“Basta guardarle per rendersi conto che mai e poi mai hanno conosciuto uomo e fatto cose turpi e peccaminose, dico bene?”

“Ti posso concedere che mamma, in quanto sessantottina bolognese, è probabile che qualche bacio lo abbia anche dato, ma nonna no…nonna è santa e tutt’ora vergine”.

“Appurato tutto ciò, capisci che questo mette in crisi molte delle certezze sulle quali si è fondato il mio sviluppo emotivo e psicologico” continuo.

Attendo un qualche tipo di reazione che non arriva quindi continuo con il mio monologo.

“Ora io apprezzo che voi mi abbiate accolto per anni nella vostra famiglia, ma credo sia arrivato il momento di dirmi se è vero come credo, che sono il figlio di un qualche essere superiore comparso d’improvviso 36 anni fa in Italia”

…ancora niente.

“Che mia sorella sia adottata questo è scontato…ma dimmi almeno che aspetto aveva mio padre, se mi ha lasciato qualcosa, un’arma, un messaggio…magari ‘ricorda a mio figlio di salvare il mondo a 36 anni’ oppure ‘L’assassino di Laura Palmer è..”…qualcosa del genere”.

Guardo per un secondo mia madre, giusto in tempo per ammirare il suo sguardo tra lo stupito e il rassegnato, mi giro nuovamente verso Ioli e mi accorgo  che sta ridendo sguaiatamente alla vista di una scimmia di nome Giada.

“Avete sentito?” grida divertito “Ha detto Giada con un rutto!”

“Non mi hai ascoltato” gli dico.

“No” risponde.

“Nemmeno quando ho parlato del mio vero padre?”

“Figuriamoci” ribatte.

“Tarpi le ali della mia dirompente vitalità ed originalità in questo modo” dico dopo un po’  “e forse metti in pericolo l’intero mondo” continuo.

“100 euro vanno bene?” risponde distrattamente.

Intasco 100 euro da questa persona che non può essere mio padre anche se lui è convinto di esserlo e contino a mangiare.