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Cap 41 – Gli S.a.S

Non salverò il mondo, di questo oramai sono certo, ma almeno potrò renderlo migliore, eliminando il maggior numero di demoni possibile.

Questo è la prima cosa cui penso il martedì mattina. Non alla Nutella, e nemmeno alla scusa per non andare a lavorare. Evito di concentrarmi su alcuni evidenti segnali fisici, indicativi di una concentrazione di testosterone ancora a livelli accettabili; si sa, una cosa tira l’altra, e vorrei conservare per un po’ di tempo ancora le poche diottrie rimaste.

Ecco una cosa interessante da fare: aprire il vocabolario e verificare l’esistenza della parola “idiottria”, ovvero l’unità di misura per riconoscere un ignorante a colpo d’occhio, o di “pupille gustative”, attraverso le quali osserviamo cibi abbondanti e all’apparenza succulenti.

In caso contrario, cercare sulle pagine bianche online il numero di telefono del signor Devoto o del signor Oli, e comunicare loro le modifiche da apportare alla nuova versione del vocabolario.

Sono al settimo cielo, non c’è che dire, penso alla mia missione, alla sovrastruttura di obiettivi, regole e interazioni che regoleranno e restituiranno senso alle mie azioni nei prossimi giorni.

Sono ancora un uomo in prigione, ma con il mio cucchiaino sono riuscito a scavare un tunnel sufficiente ampio da permettermi di fuggire, di respirare, forse per la prima volta, l’aria nuova della libertà. Ho davanti l’ultima settimana di vita “imprigionata”, da lunedì prossimo sarò definitivamente libero dalla mia MCI.

Mi crogiolo mentre penso alle decine di cose che potrò fare: potrei decidere di punto in bianco di fare il giro del mondo, di trasferirmi in India e dedicare la mia vita ai più bisognosi, di fare il mago o il cuoco in tv, di diventare un miliardario e dedicare la mia vita a leggere libri di Bruno Vespa.

Nel frattempo, ho solo un impegno in tutta la settimana, telefonare a questa ragazza di nome Scrid, e scambiarci due parole. Pochi impegni significano solo una cosa, molto tempo libero da dedicare alla mia caccia.

Un pensiero continua ad assillarmi: come posso riuscire ad eliminare i demoni che man mano incontrerò? Secondo quanto mi è stato riferito da Paolo debbo solo imparare a conviverci, io tutto sommato vorrei qualcosa in più, magari essere il primo in grado di sterminarli.

Potrebbero dedicarmi una statua un giorno, “A colui che ci liberò dai demoni”. La vorrei in marmo, di proporzioni simili al Colosseo. Vedo un’enorme massa di demoni morti ed io in cima a questa montagna, armato del mio stuzzicadenti magico.

Mi alzo dal letto e mi dirigo in cucina. Mi trascino lentamente, sono come un’automobile diesel che necessita di tempo per andare a regime.

Finisco la mia abbondante colazione e mi siedo davanti al computer. Ho pensato a questa opzione ieri notte, prima di addormentarmi: in che modo attualmente le persone cercano le cose cui sono interessate? Risposta: Google.

Perché allora non cercare anche online i demoni? Di gente malvagia è pieno il mondo, magari si vedranno in forum o blog per parlare delle loro nefandezze o delle loro teste di cavallo.

Apro la pagina di Google e digito: “demoni”. 6.350.000 risultati, un po’ tanti. Affino la ricerca aggiungendo via via nuove keywords sino a quando mi imbatto in un qualcosa di interessante.

Si fanno chiamare S.a.S e si definiscono Scambisti adoratori di Satana. La homepage page è un delirante affresco della loro filosofia di vita: non credono in Dio, ma nel suo gemello cattivo. Sono convinti che attraverso il sesso non monogamo si potrà raggiungere l’estasi e la purificazione. Qualche foto, un blog, un gruppo in Facebook ed un forum.

“Questa volta, miei cari demoni, sarà la montagna ad andare da Maometto” pronuncio a denti stretti.

Non mi è difficile farmi accettare; delle buone conoscenze sulle dinamiche di gruppo online, e qualche bella foto di una ex in topless fanno il resto. Ricevo ben presto gli accessi e mi presento a tutti con li nickname Zozzodizolfo69.

Dopo qualche approccio andato a vuoto, riesco finalmente ad agganciare la mia prossima vittima, una ragazza che dalla foto valuto avere 25 anni, nickname “Schiavadeldemonio”.

Le invio una mail proponendole del sesso sufficientemente strano da farle comparire sporadiche ciocche di capelli bianchi o in alternativa, di sgozzare un gattino.

Cade facilmente nella trappola ed opta per l’opzione B.

Dopo aver annotato nella mia personale agenda del rimorchio che l’approccio “Ciocca di capelli bianchi” non sortisce l’effetto desiderato, comincio a riflettere sul dress code da adottare per un evento mondano come quello che mi appresto a presenziare.

La prima idea che mi sovviene è quella di arrivare cavalcando un caprone: mi sembra logico supporre che se le brave ragazze sognano il principe azzurro che monta un bianco cavallo, è facile che una come Schiavadeldemonio fantastichi di un uomo peloso a cavallo di un caprone.

Faccio una rapida ricerca in Google ma non trovo alcun maneggio e/o noleggio di caproni nella zona. Idea bocciata.

L’appuntamento è per le 14 del mercoledì, ho tempo a sufficienza per preparare con dovizia di particolari, l’agguato. Decido di evitare accuratamente di farmi la doccia affinché il mio odore possa sortire un effetto afrodisiaco nella peccatrice.

Mi alleno a salutarla parlando al contrario, memore dei molti messaggi satanici che sono certo di aver individuato in passato  facendo girare al contrario i dischi di Pupo e dei Ricchi e Poveri di Bianca.

“Oaic Schiavadeldemonio oteil id eraf al aut aznecsonoc”…

Oppure: “Leb oproc, otaccep ehc a everb arinif otazlifni emoc olleuq id naS onaitsabeS”.

Da Stefan prendo in prestito una maglietta degli Slayer raffigurante un inquietante girone infernale e per finire, con abile gioco di Attak, riesco a capovolgere il crocifisso regalatomi da mio zio il giorno della mia prima comunione.

L’appuntamento è per le 3 del pomeriggio del mercoledì.

Alla fine abbiamo optato per un semplice bar, nonostante io avessi a lungo insistito per un primo incontro presso la cappella del cimitero. Arrivo alle 3.15 per darle prova della mia sconcertante personalità e mettermi in una situazione dominante.

Mi prova la sua sconcertante personalità arrivando alle 3.30. Non sono certo se a mettermi in soggezione sia il suo comportamento, o la sua bellezza, fatto sta che mi sento a disagio dal primo momento che la vedo.

E’ più bella di persona che in foto, mi dispiacerà quando la vedrò tramutarsi in sabbia.

“Oaic Schiavadeldemonio oteil id eraf al aut aznecsonoc”…esordisco.

“Che?” .

“Ho detto, oaic Schiavadeldemonio oteil id eraf al aut aznecsonoc”

“Non capisco” risponde sgranando gli occhi.

Annoto mentalmente che a) o questa Schiavadeldemonio non è una satanista come dice o b) non ci sono più i demoni di una volta.

Mi spiazza dimostrandomi incredibili doti di chiaroveggenza: “Quindi tu saresti il tipo strano che mi ha proposto di fare sesso o in alternativa sgozzare un gattino”.

“Come hai fatto ad indovinare” domando in maniera inquisitoria, adoro prendere in castagna i messaggeri del demonio.

“Vediamo…magari perché ti ho riconosciuto dalla foto mi hai spedito?”

Bella ed intelligente, una donna pericolosa, rifletto.

Valuto per un secondo la possibilità di negare e presentarmi come Ajmed, un giovane marocchino che cerca di ripercorrere le gesta di Kledi, il ballerino albanese di Maria De Filippi, ma capisco al volo che la bugia non reggerebbe a lungo.

“Comunque io sono Giovanna, nel caso ti interessasse la cosa” e dicendolo mi tende la mano.

La lascio alcuni secondi in quella buffa posizione. Senza un motivo ben preciso comincio ad immaginarla addobbata con palline natalizie, la cosa mi diverte a tal punto che mi scappa una risata.

“Sono tanto buffa?” domanda irritata.

“Addobbata con palline di natale lo saresti” le rispondo seriamente…non voglio creda che io sia un tipo strano.

Ci riflette per alcuni secondi poi annuisce: “Sì, sarei buffa”

Si siede accanto a me, per sua sfortuna la posizione migliore per essere trafitta dal mio paletto caccia demoni.

Decido di non terminarla subito, quindi intavolo un interessantissimo monologo sui nessi causa-effetto esistenti tra l’usare il filo interdentale ed essere del segno dell’acquario.

Il nocciolo della questione ruota attorno al fatto che l’acquario è indipendente, generoso ma a volte irascibile, mentre il filo interdentale ha la doppia valenza costrittiva data dall’obbligatorietà temporale – usarlo almeno una volta al giorno – e quella simbolica – una corda che lega-.

Non sembra completamente presa dalla mia arte oratoria, ma non smette di fissarmi e questo provoca in me un certo trambusto ormonale.

Finisco il mio bicchiere di spuma e decido di farla finita.

La distraggo con la più classiche delle scuse: “Non è una tarantola quella cosa dietro di te?”

Lei grida, si allontana rapidamente dallo schienale della poltroncina in cui è seduta, lasciandomi il bersaglio completamente libero.

Faccio partire lo spiedino, la punta si conficca nel centro della sua natica destra…non vedo sabbia.

“Ahi! Ma sei cretino?” grida girandosi.

La pungo un’altra volta, questa volta all’altezza della coscia sinistra. Il buco nel jeans è evidente.

“Smetti di pungermi con quello stuzzicadenti, scemo!”

“Non c’è sabbia…cioè, non ti sei trasformata in sabbia” le dico incredulo.

“Perché avrei dovuto trasformarmi in sabbia, razza di imbecille?” risponde passandosi la mano sopra la ferita.

“Perché sei un demone” le rispondo.

“Io non sono un demone” ribatte.

“Ti ho conosciuta in un forum di scambisti adoratori di Satana, e sei qui per sgozzare un gattino” replico io.

“Ma tu sei fuori” risponde “Io non sono né una scambista, né una adoratrice di Satana, e per tua informazione ho 3 gatti a casa”.

“Morti?”

“No”

“Che ucciderai?”

“Ma no!”

Ci rifletto alcuni secondi.

“Torture? Magari a volte?”

“Noooooooo”.

“Ok, ok, non ti arrabbiare. Perché eri in quel forum allora?” domando.

Sorride. “Sono dei tipi folli..gli unici che mi ascoltano e mi credono quando racconto loro le mie storie e i miei casini. Molti sono da evitare, ma ci sono persone di gran cuore anche tra di loro, devi solo vincere il pregiudizio e conoscerli”.

Giovanna continua a massaggiarsi la gamba sinistra. Noto le sue mani, sono curate anche se confesso di detestare il suo smalto viola scuro.

Comincia a raccontarmi qualcosa di lei dopo poco, senza che io le chieda nulla. Mi parla dei suoi sogni, della sua famiglia, dei suoi gatti “così pigri da sembrare di peluche“.

Ascoltarla mi rilassa, i suoi racconti sono a tratti buffi, a tratti drammaticamente sinceri. Scopro che nella sua vita ci sono stati molti uomini meschini, che hanno approfittato della sua ingenuità per affondare delle lame nel suo cuore, che queste esperienze la hanno forgiata, fatta più forte, pragmatica, disillusa.

Fissandomi negli occhi mi dice che trova più semplice incontrare affetto ed umanità in gruppo come gli S.a.S, piuttosto che in altre situazioni socialmente e moralmente più normali e accettate.

Sono completamente perso nel suo sguardo, seguo il movimento delle sue labbra come fossero l’orologio che il dottore fa oscillare davanti a chi vuole ipnotizzare.

Incapace di resistere più a lungo e spinto da una strana forma di euforia e felicità che sento nascere all’interno, le propongo di baciarmi.

“Direi di no” risponde divertita, ma senza esitare un secondo.

Per un attimo ho l’impressione che a colpirmi sia stato Mike Tyson, la doccia gelata ed inaspettata mi riporta alla realtà.

Sono in un bar, davanti ad una ragazza che ho appena cominciato a conoscere. È bella, e ci sono stato bene. Mi ha appena rifiutato.

Rivedo come un flashback quanto successo con Annalisa: una persona interessante, uno scambio acceso di vedute, un addio.

Cosa posso guadagnare da Giovanna? Ci sono stato bene, è intelligente, sensibile, simpatica. Un giorno potremmo davvero innamorarci. Cosa posso perdere? Potrebbe essere un’altra Annalisa, potrei perderla per sempre.

Questa volta non voglio che la cosa si ripeta.

Respiro profondamente, la rabbia che per un attimo era salita a livelli di guardia si attenua, quando sono più rilassato le parlo: “Vediamo se indovino, ti sono simpatico, ma non sei in cerca di un’avventura. Hai ragione, sono stato un po’ precipitoso, ti prego di perdonarmi. Ti faccio un’altra proposta, mi piacerebbe poter uscire con te, come due amici”.

“Io e te amici…” riflette ad alta voce, “senza baci, senza sesso”.

“No, non lascerò che tu ti approfitti di me” le rispondo.

Ride. “Ok..ci sto…prometti però due cose”.

“Vai” rispondo

“Niente più spilloni o stuzzicadenti strani”.

“Promesso”.

“E la prossima volta ti lavi..”

Le sorrido ma non le prometto nulla…è ovvio che la mia essenza di vero uomo ha già cominciato a fare effetto su di lei.

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Cap 19 – Le strade

Quando apro gli occhi sono oramai le 10.30, stanchezza e postumi della nottata si fanno ancora sentire, la testa mi scoppia, ho solo bisogno di un’aspirina.

Mi riaddormento per alcune ore non appena l’effetto dell’acido acetilsalicilico comincia a farsi sentire; dormo profondamente e di gusto, non ci sono incubi a turbare il mio riposo.

Verso le 12.30 il telefono squilla, a cercarmi è l’operatrice 246 di una sconosciuta società di ricerche di mercato, desiderosa di sapere se voglio partecipare ad un sondaggio sull’utilizzo dei telefoni cellulari. La informo che normalmente il mio cellulare lo utilizzo come disco volante per trasporto acari e così facendo, tiro l’iPhone, e la sciagurata 246, direttamente sul divano.

Rifletto per alcuni minuti su quanto successo nelle ultime ore: Ioli, Baffino, ma soprattutto il mio comportamento nei confronti di Stefan, e Gian Antonio…sebbene non abbia le idee ancora completamente chiare, sento che c’è stato un qualcosa di malato nelle mie azioni.

Ho deciso aprioristicamente che i colpevoli fossero loro senza analizzare obiettivamente i miei comportamenti; il sonno deve avere qualche potere curativo perché è come se mi sentissi meglio, percepisco dentro di me che esiste una possibilità di uscire da questa strana situazione.

Dicono che il passo più difficile per le persone che hanno un problema sia proprio quello di ammetterlo, questa mattina sono stanco di nascondermi dietro un dito, sono consapevole che esista qualcosa in me che negli ultimi anni ha pregiudicato un po’ tutti i settori nevralgici della mia vita, e questo qualcosa si chiama MCI.

Dare un nome al proprio nemico ha una certa importanza, riuscire anche a immaginarsene le fattezze è ancor più importante.

Gioco alle libere associazioni da solo sul letto, il passaggio di idee è talmente lineare che allo scoprire il risultato, vivo come in una sorta di gigantesco deja vù.

MCI – malattia – infermo – letto – infermiera – siringa – drogato – tossico – Lapo Elkann.

Mi sembra impossibile, decido di provarci ancora:

MCI – MGM – ONG – OGM – Organismo geneticamente modificato – Organismo Transgenico – Trans…..Lapo Elkann.

Ancora, percorso diverso, risultato uguale.

Sono malato di MCI, ergo ho una sorta di Lapo Elkann che vive dentro di me e sabota sistematicamente in tutto quanto faccio.

Cerco disperatamente un’immagine della mia nemesi e finalmente la trovo, LUI veste occhiali bizzarri, ha un cappello rosa…è chiaramente la MCI.

Una strana eccitazione mi pervade, ho bisogno di raccontare questa mia incredibile scoperta a qualcuno, una persona che però non sia un semplice amico, ma che possa ragionare con me sugli effetti e implicazioni di questa nuova verità.

Esclusa la lista BANU (battone – amici – numeri utili) mi rimangono Ioli, Bianca e Quella probabilmente adottata, alla fine la scelta cade su Ioli.

Chiamo in azienda e come al solito mi risponde Lina, la solerte segretaria di mio padre che, per un caso a me ancora sconosciuto, tende a detestarmi.

“Ciao Lina, passami Ioli, è urgente”.

“Buongiorno a lei, il signor Mario è in questo momento occupato in un’altra linea, se vuole lasciarmi un recapito, non mancherò di farglielo pervenire non appena si libera”.

“Lina è davvero urgente questa volta”.

“La hanno finalmente arrestata?”

In passato tra me e Lina vi è stata qualche tensione per via di una serie di accuse, a mio avviso fondatissime, che ho pensato di muovere nei suoi confronti. Da quel momento Lina, complice comunque l’età e l’ormai prossima pensione, ha smesso di venerarmi come sempre aveva fatto, assumendo nei miei confronti un atteggiamento distaccato, e a tratti quasi scontroso.

“Lina, non farmi innervosire, passami Ioli”.

“Il signor Mario è ancora impegnato nell’altra linea, se vuole anticiparmi il tema, sarò lieta di comunicarglielo non appena si libera”.

“Ok, digli che ho scoperto che il problema era mio e che Lapo Elkann vive dentro di me”.

Mi rendo conto di quanto possa essere difficile per chi ascolta capire una frase del genere, quindi decido di tradurla per Lina: “Lapo Elkan è la MCI, vive dentro di me e dovrò sconfiggerlo“.

Ora tutto sembra più chiaro, attendo una risposta che non arriva.

Dopo alcuni secondi di silenzio decido di verificare che la vecchia sia ancora dall’altra parte della cornetta.

“Lina, ci sei? Stai prendendo appunti?”.

“Ovviamente, non vedo l’ora di riferire a suo padre che il suo amato figlio è posseduto da Lapo Elkann”.

Detta così la cosa sembra più grave di quello che pensassi.

“Ricordati di dirgli che però questa volta voglio sconfiggere Lapo, lo ucciderò”.

“…suo figlio ucciderà Lapo Elkann” sento che appunta, “Ne sarà felicissimo” continua.

“Ok, io ho bisogno di un appuntamento con Ioli quanto prima, magari anche oggi”.

“Non mi dica, avremo la possibilità di vederla in ufficio oggi? Spero non si stancherà troppo a lavorare 4 ore mentre noi..”

Smetto di ascoltare la sua filippica ed inserita nuovamente la modalità Disco Volante, lancio lei e il telefono nel letto.

Quando esco dalla doccia trovo un SMS di Ioli, mi stupisce il tono stranamente preoccupato: “Stai tranquillo, non fare niente, ci vediamo qui alle 15”.

Arrivo con 5 minuti di anticipo che saggiamente spendo per cercare di ricucire i rapporti con Lina.

“Frequenti ancora i club scambisti?” le domando dopo averla tramortita con un “5-secondi-di-sorriso-TomCruise”.

“Per sua informazione, io non ho mai frequentato quel genere di club e mai li frequenterò”.

“E di quella confessione, che mi dici allora?”.

“Vorrei ricordarle che all’epoca esisteva ancora in questa azienda la cattiva abitudine di utilizzare cartelle condivise. Anche se mai si è scoperto il colpevole, io ritengo che lei modificò un mio documento utilizzando la funzione “Cerca – sostituisci” di word. La mia unica colpa è stata quella di non verificare quanto consegnato poi ai diversi manager di questa società, che scoprirono così, in una maniera peraltro estremamente ridondante, che ‘sono una porca, faccio le orgie, amo i club scambisti’.

Scoppio a ridere di gusto: “E’ stato molto coraggioso da parte sua ammetterlo quella volta, e le dirò che ho trovato il suo gesto quasi romantico”.

“Che senso ha nascondersi” continuo “se una è porca è porca”.

“Lascia stare Lina ed entra in ufficio”. La voce di mio padre mi interrompe un secondo prima che mi lanciassi in una richiesta di applauso via interfono per “Il coraggio di Lina che ha ammesso di fare gli scambi di coppia”.

L’ufficio di Ioli è ordinato come sempre, mi accomodo davanti a lui e lo guardo con un super sorriso stampato in volto.

“A che viene questo sorriso?”

“E’ il TomCruise”.

Ioli non capisce ma salta a piè pari l’argomento.

“Dimmi allora, perché vorresti uccidere Lapo Elkann”.

“Detta così suona male, in realtà io non voglio uccidere Lapo Elkann, voglio eliminarlo da dentro di me”.

Il silenzio di Ioli mi spinge ad argomentare un po’ di più la mia idea.

“Tu sai che io sono malato di MCI…”

“Certo, la mancanza di bla bla bla, che tu ti sei inventato perché sei un hippy”.

“No, ascolta, questa volta è una cosa seria, la MCI..ho capito che dovrò fare qualcosa per sconfiggerla perché a causa sua ho deluso te, ho perso cose e persone importanti”.

“Prima pensavo fosse in parte colpa di Stefan e del Farino, adesso ho capito che avevi ragione, ho un problema, dovrò trovare da solo la soluzione. Anzi, vorrei sapere se tu hai qualcuno in mente, che mi possa aiutare”.

Ioli rimane a fissarmi per alcuni secondi, poi si lascia sprofondare nella sedia senza perdermi di vista.

“Spiegami di Lapo Elkann prima”.

“In realtà dico Lapo Elkann per dire MCI, ho fatto una serie di libere associazioni e mi sono reso conto che partendo dalla MCI finivo sempre a lui. Mi serve visualizzare il mio problema, ora non è solo una sigla, c’è anche un volto”.

“Fammi un esempio” dice lui.

“Ok, vediamo: MCI – mIci – gatti – pelosi – capelli – Shakira Lapo Elkann

“Sono sempre più convinto che tua madre nel ’68 abbia sperimentato qualcosa in più dei semplici spinelli” afferma.

“Quindi comunque tu non ucciderai Lapo Elkann, perché Lina mi aveva scritto nel biglietto che tu..”

“No, no..non lo ucciderò, cioè lo ucciderò metaforicamente, ma dentro di me…per poter essere libero di trovare e seguire una strada, come tu mi hai detto poco tempo fa”.

Ioli apre un cassetto situato alla destra della scrivania e ne estrae un’agenda di color nero, apre la rubrica e assorto comincia a leggerne il contenuto.

“Io non conosco bene il tuo problema, per questo ritengo tu debba provare diversi approcci e poi scegliere quello che per te è il più esaustivo, quello che ti fa sentire più a tuo agio, quello che magari ha degli effetti”.

“Personalmente fossi in te, andrei a parlare con il Fabiani, magari cercherei un confronto anche di tipo spirituale, in chiesa magari, e non tralascerei un incontro con questa persona”.

Mi porge un biglietto da visita che ha staccato da una pagina della rubrica, riporta tutti i dati di un certo Bruno Voli Eclissi.

“Bruno Voli Eclissi?” domando.

“Eclissi è il cognome della vecchia moglie, lui lo ha mantenuto ed ora è il nome anche della società che presiede, è una specie di life coach”.

“Ho mandato da lui diversi dei ragazzi qui in azienda, lui afferma che “quando c’è una luce troppo forte che ti abbaglia, tu non riesci a vedere la strada, ed è allora che arrivano lui e la sua Eclissi”.

“Suona interessante” rispondo “potrebbe essere quello che sto cercando”.

“Fai pure il mio nome quando vai da lui”, si alza e mi porge la mano “sono fiero di te”.

Esco dall’ufficio di Ioli davvero sollevato, mi soffermo solo 1 minuto con Lina: “Alla fine non mi ha mai detto se preferisce i semplici threesome o si dedica più alla gang bang”.

Mi guarda con sospetto, finge di non sapere di cosa io stia parlando.

Cap 8 – Mariolino

Nonostante le mie perplessità in molti sostengono che io abbia sia una madre che un padre.

Mio papà si chiama Mariolino, per gli amici o Mario o Lino, per me semplicemente Ioli per quella forma di anticonformismo cronico che mi ha sempre caratterizzato, e che negli anni mi ha fatto schierare dalla parte degli Spandau Ballet quando tutti andavano con i Duran Duran, con Sabrina Salerno quando tutti amavano Samantha Fox, con La Toya Jackson quando tutti impazzivano per la sorella Michael.

Ioli è molto ricco, è il tipico uomo si è fatto con le proprie mani, considero l’abbondante peluria che ricopre il suo corpo, e gli occhiali da miope che indossa, come prove di quanto appena affermato.

Ha creato dal nulla un’azienda che produce pannelli per isolamento termico, sembra che il business funzioni perché negli anni, pur definendosi sempre più povero, ha potuto girare il mondo, comprare un appartamento a me, uno alla “mia sorella probabilmente adottata” e una casa per lui e mia madre nella ridente, prestigiosa e vippissima località di Jesolo.

Ioli professionalmente parlando è il tipico imprenditore di successo del Nord Est, mentre dal punto di vista affettivo è tipico imprenditore di successo del Nord Est.

E’ scientificamente programmato per 4 cose:

  • guadagnare su tutto;
  • monetizzare le mie esigenze e le mie richieste di affetto;
  • mettermi in imbarazzo;
  • ignorare le mie domande.

Ricordo che dopo l’arrivo di “mia sorella probabilmente adottata”, comparsa quando io avevo all’incirca 2 anni e consegnataci (secondo la mia attendibile ricostruzione) da un solerte fattorino come omaggio alle due confezioni di arachidi da 1 kg comprate da mamma, mio padre appese in alcune zone strategiche della casa, la “Tabella dell’affetto e delle mansioni”.

A detta di Ioli questo era il modo migliore per insegnarci il valore del denaro.

Si andava dalle 100 lire per 5 minuti di grattata di schiena, alle 250 per un abbraccio (dato o ricevuto), fino alle 5000 lire per chi si fosse arrampicato nel tetto e avesse sistemato il fastidioso disturbo che gli impediva di vedere Colpo Grosso in qualità accettabile.

Ho cercato in più di un’occasione di taroccare la tabella inserendo la voce “Gettarsi dalla finestra – 10000 lire” per eliminare alla fonte il problema di “mia sorella probabilmente adottata” ma mia madre, di cui per ora non confesserò il nome per una questione di privacy, me lo impedì.

L’altro aspetto di Ioli che negli anni non ho ancora imparato a tollerare, è la sua indubbia capacità di mettermi in imbarazzo. Per un evidente caso di sdoppiamento di personalità, mio padre è capace di interpretare il ruolo dell’imprenditore quando si trova solo con me e del padre fastidiosamente affettuoso in presenza di sconosciuti.

Così mentre siamo soli in ufficio suole darmi del lei, davanti ad estranei o nel corso di importanti riunioni a cui io vengo inspiegabilmente invitato, divento “Zucchero”, “Amore”, “Piccolo”, “Tesoro”.

“Tesoro, tu che ne pensi?”, “Piccolo credi che papà stia facendo bene?”, “Zucchero, tutto bene?, “Amore vorresti dire al signore quello che abbiamo deciso?”.

Gli occhi di tutti puntati su di me, specialmente quando si tratta di giovani stagiste potenzialmente attratte dal figlio belloccio e ribelle del boss, riescono ancora, a distanza di anni, a farmi sprofondare in uno stato pervasivo di vergogna e senso di nausea dal quale emergo, sfortunatamente male, con frasi impacciate tipo “Scusatemi”, “Scusatelo”, “Chiedo scusa”, retaggio di un’educazione in cui dell’affetto ci si deve vergognare e scusare.

Ogni domenica Ioli e mamma ci invitano a pranzo e sistematicamente mi convinco che sia arrivato il giorno in cui confesseranno a “mia sorella probabilmente adottata” che il vero padre, ipotizzo un brasiliano, è ricomparso per far ritorno con lei nella favelas di Rio da cui provengono.

Le mie speranze vengono sistematicamente disattese ma perlomeno mi viene offerta la possibilità di dialogare con mio padre di qualcosa che non sia lavoro.

“Fatico a spiegarmi alcune cose relative alla mia nascita” ho esordito la settimana scorsa tra un boccone e l’altro di fumante spezzatino.

Ioli non mi ha nemmeno degnato di uno sguardo preso com’era dal fenomenale servizio sulle “scimmie che dicono il loro nome a rutti” che il TG2 stava mandando in onda.

“Cerca di seguire il mio ragionamento” ho continuato “Partiamo da un assunto: mamma e direi anche nonna sono sicuramente ancora vergini”

“Basta guardarle per rendersi conto che mai e poi mai hanno conosciuto uomo e fatto cose turpi e peccaminose, dico bene?”

“Ti posso concedere che mamma, in quanto sessantottina bolognese, è probabile che qualche bacio lo abbia anche dato, ma nonna no…nonna è santa e tutt’ora vergine”.

“Appurato tutto ciò, capisci che questo mette in crisi molte delle certezze sulle quali si è fondato il mio sviluppo emotivo e psicologico” continuo.

Attendo un qualche tipo di reazione che non arriva quindi continuo con il mio monologo.

“Ora io apprezzo che voi mi abbiate accolto per anni nella vostra famiglia, ma credo sia arrivato il momento di dirmi se è vero come credo, che sono il figlio di un qualche essere superiore comparso d’improvviso 36 anni fa in Italia”

…ancora niente.

“Che mia sorella sia adottata questo è scontato…ma dimmi almeno che aspetto aveva mio padre, se mi ha lasciato qualcosa, un’arma, un messaggio…magari ‘ricorda a mio figlio di salvare il mondo a 36 anni’ oppure ‘L’assassino di Laura Palmer è..”…qualcosa del genere”.

Guardo per un secondo mia madre, giusto in tempo per ammirare il suo sguardo tra lo stupito e il rassegnato, mi giro nuovamente verso Ioli e mi accorgo  che sta ridendo sguaiatamente alla vista di una scimmia di nome Giada.

“Avete sentito?” grida divertito “Ha detto Giada con un rutto!”

“Non mi hai ascoltato” gli dico.

“No” risponde.

“Nemmeno quando ho parlato del mio vero padre?”

“Figuriamoci” ribatte.

“Tarpi le ali della mia dirompente vitalità ed originalità in questo modo” dico dopo un po’  “e forse metti in pericolo l’intero mondo” continuo.

“100 euro vanno bene?” risponde distrattamente.

Intasco 100 euro da questa persona che non può essere mio padre anche se lui è convinto di esserlo e contino a mangiare.

Cap 2 – Il Dott. Fabiani

Il Dott. Fabiani mi vuole molto bene, ne sono certo. Sorride appena mi vede, mi cerca, si capisce che ha una voglia matta di parlare con me.

Io non ho mai voglia di parlare con lui per il semplice motivo che il Dott. Fabiani è probabilmente l’uomo più noioso del mondo.

Non racconta cose tragiche come invece è solita fare la mia maestra delle elementari, le sue sono più riflessioni, atomi di vita inconsistente e triste, flash di future rivalse e progetti che mai andranno a buon fine.

Vorrei concentrare i miei studi sulle personalità antisociali presenti nei consigli di amministrazione delle 10 più importanti multinazionali che hanno sede qui in Italia”.

Vorrei studiare “la paura” per poi escogitare qualcosa per fare in modo che i ragazzi della squadra di rugby non ne provino in partita”

Decine di “vorrei” che non porteranno mai da nessuna parte.

Oggi per mia sfortuna, mi sono dovuto recare presso il suo studio.

Il Fabiani ha divagato più del solito, le vecchiette qui fuori sicuro mi stanno odiando.

Per l’ennesima volta mi ha chiesto ragguagli sul mio iter di studi e per l’ennesima volta si è stupito quando gli ho detto che sono laureato in psicologia.

“Sai che sto conducendo degli studi sulla paura?” [Nooooooo, non mi dica] “Davvero, che interessante” “Sì, l’idea è applicare questi studi ai ragazzi qui del rugby”, “Tu potresti magari intervenire visto la tua esperienza”.

“Io ho la MCI, non credo di potere”.

La mia affermazione lo preoccupa visibilmente: “Hai ragione” risponde, “riguardati molto”.

Cap 1 – La MCI

MCI = mancanza cronica di iniziativa

La mancanza cronica di iniziativa è una malattia molto grave, magari non come la pertosse o gli orecchioni, ma è molto pericolosa.

Auto diagnosticarmela è stato semplice, è bastato riflettere sul mio stato psicofisico per rendermi conto che qualcosa di male dovevo per forza avere.

Non si giustificherebbe altrimenti il fatto che io oggi non voglia andare a lavorare da mio padre e preferisca rimanere sotto le coperte.

Ora non mi si venga a dire che si tratta di una scusa, non è forse vero che chi manifesta sintomi quali tosse, raffreddore e febbre ha l’influenza? Bene, io che manifesto poca voglia di andare a lavorare, sono indolente e pigro sono chiaramente ed inconfutabilmente affetto da MCI.

E che vada al diavolo mio padre che sbraita in cucina con mia madre, lui è sano come un pesce, sono io l’ammalato di casa.

Il mio ragionamento mi convince, sto meglio, ho trovato la spiegazione a quanto mi sta succedendo, chiudo gli occhi, dormo.