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Cap 23 – La storia di Bianca

Rimango in silenzio ad osservare Ioli mentre si serve una abbondante porzione di fumante salmone allo zenzero. È probabilmente il suo piatto preferito, Bianca glielo prepara sono in alcune rare occasioni. Mentalmente mi do dello stupido, avrei dovuto rendermene conto fin dal principio che qualcosa di speciale stava per accadere.

Bianca cucina bistecca e patate fritte almeno 4 volte a settimana, rigorosamente a pranzo, rigorosamente senza sale. La pastasciutta con il ragù è un altro di quei rituali che permettono a Ioli di mantenere ancora una certa connessione con il mondo reale, se questo piatto dovesse improvvisamente scomparire dal menù di casa, probabilmente sentiremmo parlare di mio padre in un telegiornale.

Lo descriverebbero come “quel tale che si è asserragliato in casa dopo aver ucciso la propria compagna, e ora minaccia di togliersi la vita se non gli forniranno un costume da Superman in grado realmente di farlo volare, e non gli faranno incontrare Berlusconi, l’unico in grado di intercedere per lui presso il Padreterno, in virtù del loro rapporto di reciproca stima e amicizia“.

Il salmone compare solamente in occasione di grandi eventi quali: “acquisto nuova casa al mare”, “cambio della macchina”, “ritorno in Brasile di “quella” con il vero padre che è venuto a prendersela”.

Lasagne, lombo con il latte e tiramisù accompagnano in genere compleanni e festività quali Natale e Pasqua.

Nelle rarissime occasioni in cui “quella” ha deciso di presentare alla famiglia, e soprattutto all’adorato fratello maggiore, i suoi fidanzati, Bianca si è lasciata sedurre dallo spirito di Pellegrino Artusi, e ci ha deliziati con piatti che incredibilmente non prevedevano alcunché di fritto, in cui la carne, questa affascinante e intrigante sconosciuta, veniva cucinata all’interno di quel misterioso oggetto chiamato forno.

Nonostante gli esiti più che lusinghieri, affranta probabilmente per la tiepida accoglienza ricevuta da “quella” e da Ioli, gli esperimenti sono rimasti sporadici e appunto relegati a poche e ristrettissime occasioni.

Vale la pena dire che durante quei deliziosi incontri, era forse mancato a mia madre il giusto appoggio morale del suo amato figlio, intento a demolire il fidanzato della sorella attraverso un interrogatorio che molto ricordava gli anni oscuri dell’oppressione stalinista.

Il primo passo consisteva sempre nel tastare il terreno e cominciare a studiare il nemico.

“Tu chi saresti?”

“È un vero piacere conoscerti, tua sorella mi ha molto parlato di te mettendomi in un certo senso anche in guardia rispetto ad alcuni tuoi comp..”

“Tu chi saresti, di grazia?”

“Ehm, mi chiamo Matteo e sarei il ragazzo di tua sorella”

“Partiamo con due punti che ritengo fondamentali per il proseguo di questa nostra amabile presentazione: lei non è mia sorella e tu per comodità e per comunanza di prospettive e futuro, ti chiamerai Nicola, come il suo ex”.

A questo punto normalmente Bianca o “quella” intervenivano per sottrarre il malcapitato alla incipiente tortura.

“Smettila, lascialo perdere”.

I più fortunati desistevano e si lasciavano trasportare dall’onda di banalità che Bianca era pronta a riversare in loro aiuto: “Di cosa ti occupi”, “Ma sei dei Montagner che hanno la merceria in centro?”, “Avevo un Montagner in classe, credo si chiamasse Egidio, è per caso tuo parente?”, altri invece, piccoli e sfrontati eroi abituati a comandare nel loro minuto e misero pollaio ma non avvezzi alla lotta del Colosseo, zittivano “quella” e davano il via alle danze normalmente con una battuta, per loro tanto sfortuna quanto visionaria: “Non c’è problema, non mi mangia mica”.

Sfortunati loro, e sfortunata mia sorella, anche se mai ammetterò realmente che possa assurgere e onorarsi di questo ambito titolo, che in realtà sarei ben disposto a regalare senza troppi patemi d’animo ad Angelina Jolie e Charlotte di Sex in the City; più la seconda che la prima, un po’ perché incarna il mio ideale di bellezza, fascino ed eleganza, un po’ perché in caso della Jolie, diventerei immediatamente zio di una orda di bambini vocianti e viziati, che mi porterebbero nel giro di qualche secondo a rimpiangere “quella” e i suoi pochi ed innocui amori, come verso il signori Sergio Rossi e Jimmy Choo.

“Infatti, non ti mangerò, anche se plausibilmente non farò a tempo ad affezionarmi a te e pertanto non mi esimerei dal mangiarti nel caso io e te ci trovassimo in una situazione tipo “dispersi in un’isola deserta o in un ghiacciaio in attesa dei soccorsi“.

“A tal proposito, tu mi mangeresti?”

Già a questo punto il malcapitato cominciava a dare segno di nervosismo, visto il campo minato in cui lo avevo trascinato.

“Probabilmente in un caso estremo, se si trattasse di una questione di vita o di morte..”

“Tu credi che Nostro Signore potrebbe apprezzare quanto hai appena detto a casa di uno sconosciuto?”

“In realtà stiamo ragionando per assurdo e allora io dico che..”

“Tu dici che cosa? Sei entrato a casa di un uomo che sta spezzando il proprio pane per darti da mangiare, e l’unica cosa che sei in grado di affermare è che non solo gli ammazzeresti l’unico figlio maschio, ma che glielo mangeresti pure”.

“In realtà quello che intendevo dire è..”

“…è che mi hai anche interrotto forse?”

“Io non so chi ti abbia insegnato l’educazione giovanotto, ma se la tua idea era quella di fare una bella impressione alla famiglia della donna cui vorresti alzare la gonna e fare il servizietto, beh..cominci molto male”.

“Tra le varie cose, visto che tu mi hai condotto a parlare dell’argomento, spero almeno tu abbia avuto l’accortezza di informarti, e di conseguenza rispettare, uno dei dogmi e punti fermi della nostra casa, ossia che nessuna delle donne qui presenti, alle quali aggiungo anche nonna, ha mai osato solo pensare di accoppiarsi con un uomo. Lo sapevi vero?

A questo punto lo sguardo del malcapitato cominciava a spostarsi da Ioli a Bianca passando per “quella” come una pallina da flipper, senza trovare quell’appoggio in grado di salvarlo. Causa prima del suo naufragio, il giovane mozzo gridava in silenzio che qualcuno gli gettasse un salvagente, ma nessuno era più disposto a farlo, un po’ per divertimento, un po’ per sadismo.

“Ragazzo, lascia che te lo dica in maniera civile e sensata: lo vedi il signore alla tua destra?”

Al timido accenno di sì rivolto a Ioli, il mio attacco continuava.

“Bene, le mani di questo signore sono abituate a muovere pannelli isolanti da quando ha 18 anni. Ho ancora gli incubi quando ripenso a quello che fece al malcapitato Silvio, un ex di mia sorella con il brutto vizio di raccontare frottole e usare troppo le mani su di lei. Adesso io te lo giuro, e lo faccio sui miei figli come fece in passato una persona pura d’animo e trasparente nelle azioni, per testare l’assoluta illibatezza di mia sorella sono disposto a chiamare in seduta stante un amico veterinario e fargli verificare che tutto in lei sia integro”.

“Se scopriamo che qualcosa non va, tu da qui non esci intero. Adesso sei davanti ad un bivio bislacco figlio di puttana, puoi alzarti e mestamente andartene da questa casa, non farti più vedere, dimenticare mia sorella e pregare Dio che il giorno in cui malauguratamente dovessi incrociare il tuo puzzolente corpo, io non abbia le palle girate e ti riduca a brandelli con la motosega liofilizzata che porto in macchina, o affrontare da uomo il tuo destino, obbligando mia sorella a sottoporsi ad un accurato esame che ne provi l’assoluta illibatezza, qui, sopra questo tavolo, e per opera di un mezzo sconosciuto abituato a far partorire vitellini”.

Per dare più enfasi alla scena normalmente a questo punto cominciavo a brandire un coltello o scagliavo del pane con forza verso il muro. La fuga dell’oramai ex fidanzato era il passo immediatamente successivo che ero solito festeggiare con adorabili frasi quali: “Non era poi tanto male”, “Simpatico questo, non come l’ultimo hippy che avevi portato a casa”.

Il profumo dolciastro della salsa a base di soia e Sherry si mescola con quello del profumo dozzinale che Ioli continua imperterrito a preferire ai vari Bulgari, Cartier, Hugo Boss che negli anni io e “quella” ci siamo inventati di regalargli.

Sono ancora assorto nei miei pensieri quando un particolare che in un primo momento non avevo colto, mi desta dalla mia trance. Il viso di Ioli è fresco di rasatura, il che significa una sola cosa, Ioli attendeva con ansia questo incontro e si è preparato al meglio per affrontarlo.

Verso la fine della cena, quando oramai del salmone non ne sono rimasti che pochi rimasugli, Ioli rompe il silenzio che si era creato e comincia a raccontarmi la sua incredibile storia.

“La prima cosa che devi sapere è che io e Bruno una volta eravamo dei buoni amici. Ci siamo conosciuti ai tempi dell’università, se non sbaglio era il primo anno. Lui era un anno più avanti ma frequentavamo insieme alcuni corsi”.

“Ricordo che la prima volta che mi resi conto della sua esistenza fu quando si mise a litigare con un professore, era il temuto ed insieme osannato Checchi di cui si narrava avesse bocciato più del 90% di partecipanti all’ultimo appello, e avesse cacciato una ragazza che aveva avuto l’ardire di presentarsi un po’ scollacciata e con i vestiti intrisi di puzzo di sigaretta ad un suo orale, utilizzando la frase di Enea “ti saluto quindi Troia fumante”.

“Fatto sta che questo Bruno era entrato tardi a lezione accompagnato come sempre dai quattro o cinque personaggi della sua combriccola”

“Che intendi?”

“Lui era strano, raramente lo vedevi da solo, aveva sempre intorno qualcuno o più spesso qualcuna. Ricordo che c’era qualcosa di strano però in quel gruppetto, non era cioè il classico gruppo di amici o un gruppo di studio, sembrava di veder arrivare la star con il segretario, il portaborse, la valletta, la truccatrice. Sembrava che quel personaggio fungesse da calamita per un bel po’ di parassiti.

“Capisco cosa intendi”, e il pensiero viaggia velocemente al giorno del mio incontro, alle parole di Mara e alle considerazioni del dottore.

“Quel giorno però Bruno mi stupì, non si fece mettere i piedi in testa; al docente che gli intimava di uscire rispose per le rime, cominciando ad arringare la folla di noi poveri studenti che a poco a poco prendemmo coraggio e lo applaudimmo in maniera spudorata. Era riuscito a toccare le corde del nostro orgoglio, o forse semplicemente a far risuonare nelle nostre orecchie una musica incantatrice”.

“Ricordo che parlò di diritto, di sopruso, di persecuzione. Ci disse che non potevamo rimanere inermi davanti ad un uomo che faceva dell’abuso di potere la sua carta d’identità”.

“Il professore tentò vagamente di fargli notare che semplicemente lui stava facendo rispettare un regolamento, che le regole sono alla base del vivere civile, e che una buona oratoria non poteva essere utilizzata per mistificare una verità, o sobillare degli studenti contro un professore”.

“Non ci fu verso, quel giorno Bruno salì sopra una sedia e continuò la sua arringa, divenne un capopopolo, conquistò il cuore di molti di noi”.

“Pochi giorni dopo lo incontrai in un corridoio e mi feci coraggio, cercai di avvicinarmi a lui per fargli i miei complimenti per quanto avvenuto”.

“Mi bloccarono prima. Ci rimasi così male che scoppiai a ridere in mezzo alla facoltà. Uno di quei mezze ameba con cui amava circondarsi si era messo tra me e lui e non intendeva farmi passare se prima non gli avessi anticipato l’argomento del nostro incontro”.

“Tuo padre che all’epoca era anche un po’ nervosetto, prima si fece una bella risata, poi con un ceffone mise a sedere l’improvvisato bodyguard”.

Mentre mi avvicinavo a Bruno vidi il terrore nei suoi occhi, era convinto volessi menarlo quando in realtà a me premeva solo salutarlo. Quando gli avvicinai la mano per salutarlo cominciò quasi a gridare”.

“Solo dopo alcuni secondi si rese conto della figura che stava facendo, tornò serio, fece un sorriso e contraccambiò il saluto”.

“Voglio essere sincero con te, se non avesse avuto quella reazione da femminuccia, me ne sarei andato, invece rimasi affascinato dal contrasto esistente tra il ragazzo sicuro dell’aula e il bimbo pauroso che avevo avuto modo di vedere”.

“Diventammo amici, e ovviamente mi attirai l’odio di tutti quelli della sua cricca. Io andavo da Bruno non perché lo ritenessi un leader come facevano gli altri, ma paradossalmente perché avevo visto in lui un bambino”.

“Cominciammo ad uscire insieme, e debbo dirti la verità, mi divertivo anche parecchio. Aveva sempre molti soldi in tasca, non ho mai capito da dove sbucassero, nel tempo ha sempre evitato di rispondere alle mie domande”.

“Ascolta” gli dicevo “a me ovviamente fa piacere che tu stia pagando tutto, ma mi spieghi da dove li tiri fuori? Chi ti finanzia, i tuoi genitori?”

“Niente da fare, cambiava discorso, mi diceva che a me doveva solo interessare l’oggi, quanto successo in passato, non importava”.

Arrivai a dirgli che avrei smesso di uscire con lui se non mi avesse spiegato qualcosa; cerca di capirmi figliolo, avevo paura fosse denaro sporco. Quella volta a farmi desistere fu uno dei suoi amici che si premurò di farmi avere un dossier sulle finanze di Bruno in cui si attribuiva la sua ricchezza ad una serie di invenzioni quali: il motore a scoppio, il viaggio nel tempo, il gomito del tennista e il salto della quaglia”.

“Davanti a tale idiozia capii che non ne avrei mai cavato un ragno dal buco e mi staccai progressivamente da lui”.

“Poco tempo dopo conobbi tua madre e cominciammo ad uscire insieme, io brutto squattrinato, lei bella e benestante..la bella e la bestia insomma”.

“Puoi ben dirlo” esclama Bianca scoppiando a ridere.

“Io e tua madre cominciamo a frequentarci sino a quando un giorno incontriamo Bruno, non ricordo dov’era, un cinema, una pizzeria?” Domanda Ioli a mia madre.

“In ristorante. adesso lascia che continui io”.

“Quella sera tuo padre era stranamente euforico, mi aveva portato in questa famoso ristorante dove a suo dire, trovare un tavolo era praticamente un miracolo. Ci avevano fatto aspettare mezz’ora per il tavolo e altri 20 minuti prima di prendere le ordinazioni. Eravamo sul punto di alzarci quando vediamo entrare questo chiassoso gruppo di sette o otto persone capeggiato da questo ragazzo piccolino e molto elegante”.

“Sul momento mi sono messa a ridere immaginando a cosa aspettasse il gruppetto, ma in realtà mi sono ricreduta poco dopo. Appena entrati ho visto scattare almeno due camerieri che nel giro di 5 minuti hanno apparecchiato un nuovo tavolo e preso le ordinazioni di tutti. Era bastato un cenno del piccoletto e tutti si erano messi sull’attenti”.

“Immaginati il mio stupore quando quel ragazzo si era avvicinato al nostro tavolo per salutare tuo padre”.

“Bruno quella sera si comportò come un vero signore, ci invitò al suo tavolo, offrì la cena a tutti. Raccontò un sacco di barzellette, alcune volgari e fuori luogo. Tutto sommato però quel ragazzo mi affascinava, non capivo cosa avesse così di speciale. Le persone intorno a lui ridevano quando lui rideva, rimanevano in silenzio quando lui parlava”

“Cantò. Ricordo che chiese ad uno dei suoi amici di accompagnarlo con il pianoforte del ristorante; conosceva tutto il repertorio da piano bar da crociera, tutto sommato risultava piacevole”.

Con me fu molto gentile, mi fece sedere tra lui e tuo padre, mi chiese come e quando ci fossimo conosciuti, mi fece parlare e ridere per tutta la serata. Mi corteggiò senza che me ne rendessi conto. Nel mentre tuo padre si era chiuso in uno di quei silenzi che ben conosci”

Annuisco con la testa.

“Per fartela breve, mi mise un po’ in crisi, io sapevo di voler bene a tuo padre ma questo Bruno era stato capace di mostrarmi qualcosa di diverso, un mondo a cui forse avrei voluto appartenere”.

“Io e tuo padre litigammo quella sera e per almeno due giorni non ci fu tra di noi alcun contatto”.

“Nel mentre qualcuno mi fece recapitare a casa un mazzo di rose rosse accompagnate da una collana con un pendaglio a forma di farfalla e un biglietto che diceva qualcosa tipo: “La tua luce ha illuminato la mia sera più di 1000 stelle del cielo”.

“Non so come ma riuscì a recuperare il mio telefono e mi invitò ad uscire. Accettai pur sapendo che quello che stavo facendo era una cavolata”.

“Mi venne a prendere con un’auto immensa con tanto di autista, mi portò in un ristorante meraviglioso e probabilmente fece di tutto per rendersi interessante…ma non ci riuscì. Io ero fuori con lui, e mi stava promettendo mari e monti, mi parlava di case al mare e parchi da favola. Ascoltavo ma c’era una domanda che mi ronzava in testa: “Perché stai facendo questo a me? Io sono la ragazza di un tuo supposto amico, tu sei passato sopra a tutto ciò senza pensarci un solo secondo”.

“Più parlava più mi mancava tuo padre; alla fine, mentre mi stava riaccompagnando a casa, cominciò a cantarmi una canzone d’amore e ti assicuro che senza volerlo cominciai a ridergli in faccia. Non ti dico la sua espressione, probabilmente quello era per lui l’ultimo passo di una tecnica oramai consolidata e ritenuta infallibile”.

“Non ci fu niente da fare, cominciai a ridere e smisi solo una volta scesa dall’auto. Gli chiesi scusa ma nel contempo gli dissi anche che non sarei più uscita con lui”.

“Non mi sembra tanto grave” intervengo “in fin dei conti si è dimostrato un bastardo, ma c’è di peggio”.

“Perché ancora non ti abbiamo raccontato il peggio” afferma Ioli.

Questa volta è mio padre che si schiarisce la gola; il suo sguardo è fisso, nella sua mente, frammenti di una storia lontana si stanno pigramente unendo, pronti ad essere portati alla luce, dopo anni di timido ed imbarazzato silenzio”.

“Ricordo che la mattina dopo tua madre mi chiamò verso le otto del mattino, io ero andato a dormire da non più di due ore, ubriaco e disperato. Sapevo della loro uscita, conoscevo la fama di Bruno, davo per certo che fossero a letto insieme mentre io, disperato e in lacrime, continuavo ad ordinare da bere”.

“La sua chiamata mi fece passare la sbornia in meno di 1 secondo; mi raccontò cosa era successo e si invitò da me, per parlare ma soprattutto per starmi vicino”.

“La storia sembrerebbe a lieto fine ma, perché il ma c’è sempre, a tua madre cominciarono ad arrivare strane lettere a casa”.

Ioli e Bianca si palleggiano il racconto della storia come abili oratori, questa volta è lei a continuare.

In un primo momento non ci diedi peso, si diceva in poche parole che tuo padre non solo avesse una amante ma soprattutto fosse avvezzo all’uso di droghe. Mi si diceva di stare attenta e di cominciare a sorvegliarlo con attenzione. Tutte le lettere erano firmate “una amica”.

“Poco dopo come d’incanto, mi trovai invischiata in una serie di situazioni apparentemente casuali, anche se poi si scoprì che di casuale non avevano nulla. Andavo in bagno e improvvisamente entravano due ragazze parlando di tuo padre.

“Raccontavano di come stesse frequentando una loro amica all’insaputa della sua ragazza. Belle ragazze si avvicinavano a Mario appena io mi allontanavo, casualmente a tuo padre capitava di ricevere telefonate mute proprio quando eravamo in casa insieme”.

“Non te la sto a fare troppo lunga, cominciai a sospettare di tuo padre, e persi progressivamente la fiducia in lui. La goccia che fece traboccare il vaso fu quando due perfetti sconosciuti mi si avvicinarono e mi pregarono di parlare a Ioli. A loro dire solo grazie al mio intervento tuo padre avrebbe desistito dall’idea di massacrarli di botte per via del mancato pagamento di due dosi di marijuana. Feci una scenataa tuo padre e me ne andai, ero disperata e delusa”.

“Incontrai “casualmente” Bruno nel negozio di tessuti vicino casa, e si dimostrò comprensivo e molto in sintonia con i miei sentimenti, mi offrì di starmi vicino, mi fece sentire bene. Mi fece un lavaggio del cervello, con il senno del poi posso ammetterlo. Mi portava ad interpretar i comportamenti di tuo padre come se fossero delle vere e proprie ammissioni di colpevolezza. “Se tuo padre chiamava in lacrime giurando di non aver fatto nulla, Bruno rigirava la frittata per farlo apparire il tipico uomo che solo dopo l’errore capisce il danno che ha causato”.

“Cominciai a frequentare Bruno, di tuo padre mi ero imposta di non voler sapere più nulla. Con Bruno tutto era sempre molto controllato, uscite, telefonate, feste, avevo in pratica il programma settimanale già pronto la domenica sera. A fornirmelo c’era una bella ragazza di nome Marinella”.

“Un giorno le chiesi delle spiegazioni, insomma era oramai un mese che uscivo con Bruno e non capivo perché tutto fosse così…freddo e preciso. Mi sorrise in modo triste, i suoi erano occhi di chi è sul punto di crollare e confessare, ma non disse nulla”.

Due giorni dopo ricevetti un’altra lettera anonima, la calligrafia era la stessa delle vecchie missive contro tuo padre. C’era scritto “Scusa” e poi un indirizzo con data e ora. Non ne parlai a Bruno ma decisi di andare in fondo alla questione.

Mi feci accompagnare in macchina da tua zia, le dissi di rimanere ad aspettarmi. Entrai in un palazzo signorile in pieno centro, dal cortile si udivano le grida e la musica provenienti da uno degli appartamenti. Le porte erano aperte quindi non mi fu difficile entrare. La prima cosa che mi colpì fu il forte odore di marijuana, tre ragazze stavano ballando da sole in centro della sala mentre un gruppo di ragazzi era intento a bere e ridere in modo sguaiato.

Non mi fu difficile riconoscere due delle ragazze che avevo sentito parlare in bagno e con loro alcuni dei ragazzi che normalmente uscivano con me e Bruno”.

“Rimasi in attesa per non più di cinque minuti, Bruno uscì da una stanza abbracciato a due ragazze. Non so se fossero ubriache o drogate, lui le teneva per la vita e si atteggiava un po’ a quel tipo, sai il padrone di Playboy”.

“Quando si rese conto della mia presenza rimase pietrificato, si voltò di scatto prima a destra e poi a sinistra, probabilmente in cerca di chi avrebbe dovuto sorvegliare l’entrata”.

“Non trovò nessuno quindi sfoderò uno dei suoi mitici sorrisi e si avvicinò a me allargando le braccia”.

“Io avevo perfettamente capito cosa fosse successo, ma decisi di ascoltare la sua storia. Disse che lo avevano incastrato in quella festa, che si trattava di un complotto ai suoi danni, probabilmente era successo per mezzo di un massiccio uso di droghe. Mi disse che tutto si sarebbe risolto e che avrei dovuto semplicemente esprimere un desiderio, chiedergli qualcosa e lui me lo avrebbe comprato per chiedermi scusa”.

“Più parlava più capivo l’errore che avevo commesso: lui aveva creato tutta una serie di indizi che avevano logorato la mia fiducia nei confronti di tuo padre, ci aveva fatti separare per mezzo di bugie costruite ad hoc e ripetute all’infinito da ragazzi e ragazze del suo gruppo”.

“Ricordo che dalla tasca dell’accappatoio in seta che portava estrasse una collana, al posto della farfalla vi era una tartaruga, era il suo marchio di fabbrica”.

“Si avvicinò fissandomi negli occhi, cominciò a cantare una di quelle sue insopportabili canzoni napoletane”.

Quello che successe dopo fu puro istinto: afferrai una statuetta raffigurante il Duomo di Milano da una mensola a me vicina e gliela scagliai in testa con tutta la forza che avevo. Lui cadde al suolo come un sacco di patate. Emilio, un suo fedele collaboratore che aveva seguito la scena, cominciò a piangere e strillava di chiamare un’ambulanza”.

“Io impassibile mi avvicinai e raccolsi la statuetta, la misi in borsa e me ne andai. “Quella sera stessa tornai da tuo padre, piansi e gli chiesi scusa…il resto lo puoi immaginare”.

Rimasto senza parole mi appoggio allo schienale della sedia, guardo mio padre e mia madre e mi sento davvero orgoglioso di loro.

“Quindi tu mi hai mandato da quel buffone per..”

“Per dimostrarti che esistono delle scorciatoie, ma che se vuoi ottenere una cosa nella tua vita, è meglio che tu ti dia da fare”.

“Corretto”, rispondo, “mi sembra giusto”.

Rimango in silenzio ancora qualche secondo poi esplodo: “La statuetta del Duomo che hai in ufficio!!”

“Esatto”, risponde ioli, “proprio quella sulla mia scrivania in bella mostra…proprio quella”.

Cap 19 – Le strade

Quando apro gli occhi sono oramai le 10.30, stanchezza e postumi della nottata si fanno ancora sentire, la testa mi scoppia, ho solo bisogno di un’aspirina.

Mi riaddormento per alcune ore non appena l’effetto dell’acido acetilsalicilico comincia a farsi sentire; dormo profondamente e di gusto, non ci sono incubi a turbare il mio riposo.

Verso le 12.30 il telefono squilla, a cercarmi è l’operatrice 246 di una sconosciuta società di ricerche di mercato, desiderosa di sapere se voglio partecipare ad un sondaggio sull’utilizzo dei telefoni cellulari. La informo che normalmente il mio cellulare lo utilizzo come disco volante per trasporto acari e così facendo, tiro l’iPhone, e la sciagurata 246, direttamente sul divano.

Rifletto per alcuni minuti su quanto successo nelle ultime ore: Ioli, Baffino, ma soprattutto il mio comportamento nei confronti di Stefan, e Gian Antonio…sebbene non abbia le idee ancora completamente chiare, sento che c’è stato un qualcosa di malato nelle mie azioni.

Ho deciso aprioristicamente che i colpevoli fossero loro senza analizzare obiettivamente i miei comportamenti; il sonno deve avere qualche potere curativo perché è come se mi sentissi meglio, percepisco dentro di me che esiste una possibilità di uscire da questa strana situazione.

Dicono che il passo più difficile per le persone che hanno un problema sia proprio quello di ammetterlo, questa mattina sono stanco di nascondermi dietro un dito, sono consapevole che esista qualcosa in me che negli ultimi anni ha pregiudicato un po’ tutti i settori nevralgici della mia vita, e questo qualcosa si chiama MCI.

Dare un nome al proprio nemico ha una certa importanza, riuscire anche a immaginarsene le fattezze è ancor più importante.

Gioco alle libere associazioni da solo sul letto, il passaggio di idee è talmente lineare che allo scoprire il risultato, vivo come in una sorta di gigantesco deja vù.

MCI – malattia – infermo – letto – infermiera – siringa – drogato – tossico – Lapo Elkann.

Mi sembra impossibile, decido di provarci ancora:

MCI – MGM – ONG – OGM – Organismo geneticamente modificato – Organismo Transgenico – Trans…..Lapo Elkann.

Ancora, percorso diverso, risultato uguale.

Sono malato di MCI, ergo ho una sorta di Lapo Elkann che vive dentro di me e sabota sistematicamente in tutto quanto faccio.

Cerco disperatamente un’immagine della mia nemesi e finalmente la trovo, LUI veste occhiali bizzarri, ha un cappello rosa…è chiaramente la MCI.

Una strana eccitazione mi pervade, ho bisogno di raccontare questa mia incredibile scoperta a qualcuno, una persona che però non sia un semplice amico, ma che possa ragionare con me sugli effetti e implicazioni di questa nuova verità.

Esclusa la lista BANU (battone – amici – numeri utili) mi rimangono Ioli, Bianca e Quella probabilmente adottata, alla fine la scelta cade su Ioli.

Chiamo in azienda e come al solito mi risponde Lina, la solerte segretaria di mio padre che, per un caso a me ancora sconosciuto, tende a detestarmi.

“Ciao Lina, passami Ioli, è urgente”.

“Buongiorno a lei, il signor Mario è in questo momento occupato in un’altra linea, se vuole lasciarmi un recapito, non mancherò di farglielo pervenire non appena si libera”.

“Lina è davvero urgente questa volta”.

“La hanno finalmente arrestata?”

In passato tra me e Lina vi è stata qualche tensione per via di una serie di accuse, a mio avviso fondatissime, che ho pensato di muovere nei suoi confronti. Da quel momento Lina, complice comunque l’età e l’ormai prossima pensione, ha smesso di venerarmi come sempre aveva fatto, assumendo nei miei confronti un atteggiamento distaccato, e a tratti quasi scontroso.

“Lina, non farmi innervosire, passami Ioli”.

“Il signor Mario è ancora impegnato nell’altra linea, se vuole anticiparmi il tema, sarò lieta di comunicarglielo non appena si libera”.

“Ok, digli che ho scoperto che il problema era mio e che Lapo Elkann vive dentro di me”.

Mi rendo conto di quanto possa essere difficile per chi ascolta capire una frase del genere, quindi decido di tradurla per Lina: “Lapo Elkan è la MCI, vive dentro di me e dovrò sconfiggerlo“.

Ora tutto sembra più chiaro, attendo una risposta che non arriva.

Dopo alcuni secondi di silenzio decido di verificare che la vecchia sia ancora dall’altra parte della cornetta.

“Lina, ci sei? Stai prendendo appunti?”.

“Ovviamente, non vedo l’ora di riferire a suo padre che il suo amato figlio è posseduto da Lapo Elkann”.

Detta così la cosa sembra più grave di quello che pensassi.

“Ricordati di dirgli che però questa volta voglio sconfiggere Lapo, lo ucciderò”.

“…suo figlio ucciderà Lapo Elkann” sento che appunta, “Ne sarà felicissimo” continua.

“Ok, io ho bisogno di un appuntamento con Ioli quanto prima, magari anche oggi”.

“Non mi dica, avremo la possibilità di vederla in ufficio oggi? Spero non si stancherà troppo a lavorare 4 ore mentre noi..”

Smetto di ascoltare la sua filippica ed inserita nuovamente la modalità Disco Volante, lancio lei e il telefono nel letto.

Quando esco dalla doccia trovo un SMS di Ioli, mi stupisce il tono stranamente preoccupato: “Stai tranquillo, non fare niente, ci vediamo qui alle 15”.

Arrivo con 5 minuti di anticipo che saggiamente spendo per cercare di ricucire i rapporti con Lina.

“Frequenti ancora i club scambisti?” le domando dopo averla tramortita con un “5-secondi-di-sorriso-TomCruise”.

“Per sua informazione, io non ho mai frequentato quel genere di club e mai li frequenterò”.

“E di quella confessione, che mi dici allora?”.

“Vorrei ricordarle che all’epoca esisteva ancora in questa azienda la cattiva abitudine di utilizzare cartelle condivise. Anche se mai si è scoperto il colpevole, io ritengo che lei modificò un mio documento utilizzando la funzione “Cerca – sostituisci” di word. La mia unica colpa è stata quella di non verificare quanto consegnato poi ai diversi manager di questa società, che scoprirono così, in una maniera peraltro estremamente ridondante, che ‘sono una porca, faccio le orgie, amo i club scambisti’.

Scoppio a ridere di gusto: “E’ stato molto coraggioso da parte sua ammetterlo quella volta, e le dirò che ho trovato il suo gesto quasi romantico”.

“Che senso ha nascondersi” continuo “se una è porca è porca”.

“Lascia stare Lina ed entra in ufficio”. La voce di mio padre mi interrompe un secondo prima che mi lanciassi in una richiesta di applauso via interfono per “Il coraggio di Lina che ha ammesso di fare gli scambi di coppia”.

L’ufficio di Ioli è ordinato come sempre, mi accomodo davanti a lui e lo guardo con un super sorriso stampato in volto.

“A che viene questo sorriso?”

“E’ il TomCruise”.

Ioli non capisce ma salta a piè pari l’argomento.

“Dimmi allora, perché vorresti uccidere Lapo Elkann”.

“Detta così suona male, in realtà io non voglio uccidere Lapo Elkann, voglio eliminarlo da dentro di me”.

Il silenzio di Ioli mi spinge ad argomentare un po’ di più la mia idea.

“Tu sai che io sono malato di MCI…”

“Certo, la mancanza di bla bla bla, che tu ti sei inventato perché sei un hippy”.

“No, ascolta, questa volta è una cosa seria, la MCI..ho capito che dovrò fare qualcosa per sconfiggerla perché a causa sua ho deluso te, ho perso cose e persone importanti”.

“Prima pensavo fosse in parte colpa di Stefan e del Farino, adesso ho capito che avevi ragione, ho un problema, dovrò trovare da solo la soluzione. Anzi, vorrei sapere se tu hai qualcuno in mente, che mi possa aiutare”.

Ioli rimane a fissarmi per alcuni secondi, poi si lascia sprofondare nella sedia senza perdermi di vista.

“Spiegami di Lapo Elkann prima”.

“In realtà dico Lapo Elkann per dire MCI, ho fatto una serie di libere associazioni e mi sono reso conto che partendo dalla MCI finivo sempre a lui. Mi serve visualizzare il mio problema, ora non è solo una sigla, c’è anche un volto”.

“Fammi un esempio” dice lui.

“Ok, vediamo: MCI – mIci – gatti – pelosi – capelli – Shakira Lapo Elkann

“Sono sempre più convinto che tua madre nel ’68 abbia sperimentato qualcosa in più dei semplici spinelli” afferma.

“Quindi comunque tu non ucciderai Lapo Elkann, perché Lina mi aveva scritto nel biglietto che tu..”

“No, no..non lo ucciderò, cioè lo ucciderò metaforicamente, ma dentro di me…per poter essere libero di trovare e seguire una strada, come tu mi hai detto poco tempo fa”.

Ioli apre un cassetto situato alla destra della scrivania e ne estrae un’agenda di color nero, apre la rubrica e assorto comincia a leggerne il contenuto.

“Io non conosco bene il tuo problema, per questo ritengo tu debba provare diversi approcci e poi scegliere quello che per te è il più esaustivo, quello che ti fa sentire più a tuo agio, quello che magari ha degli effetti”.

“Personalmente fossi in te, andrei a parlare con il Fabiani, magari cercherei un confronto anche di tipo spirituale, in chiesa magari, e non tralascerei un incontro con questa persona”.

Mi porge un biglietto da visita che ha staccato da una pagina della rubrica, riporta tutti i dati di un certo Bruno Voli Eclissi.

“Bruno Voli Eclissi?” domando.

“Eclissi è il cognome della vecchia moglie, lui lo ha mantenuto ed ora è il nome anche della società che presiede, è una specie di life coach”.

“Ho mandato da lui diversi dei ragazzi qui in azienda, lui afferma che “quando c’è una luce troppo forte che ti abbaglia, tu non riesci a vedere la strada, ed è allora che arrivano lui e la sua Eclissi”.

“Suona interessante” rispondo “potrebbe essere quello che sto cercando”.

“Fai pure il mio nome quando vai da lui”, si alza e mi porge la mano “sono fiero di te”.

Esco dall’ufficio di Ioli davvero sollevato, mi soffermo solo 1 minuto con Lina: “Alla fine non mi ha mai detto se preferisce i semplici threesome o si dedica più alla gang bang”.

Mi guarda con sospetto, finge di non sapere di cosa io stia parlando.

Cap 18 – Gian Antonio Farino

Sono le 4 e 30 del mattino, esco dall’appartamento di Stefan dopo averlo lasciato praticamente agonizzante nel letto. Fingo di fumare una sigaretta per darmi un tono, spero sempre nella possibilità che un talent scout possa notarmi in questa posa da bello e dannato. Rimango in attesa per 5 secondi, assumo lo sguardo alla Dylan di Beverly Hills ma anche questa volta non succede nulla, difficile a pensarci bene, dentro un condominio, e a queste ore.

Decido di affrontare il Farino in uno dei prossimi giorni, ma il desiderio di urinare mi spinge comunque a salire le scale e dirigermi verso il suo stuoino.

Pisciare nello stuoino del signor Gian Antonio è divenuta prassi comune nel condominio, Flavia in più di un’occasione lo ha fatto, sicuramente Stefan su mia imbeccata; i Farino sembrano non essersene accorti o convivono beatamente con un costante odore di lettiera di gatto.

Il Farino, detto a seconda degli interlocutori “il Pazzo”, il “Fuori di testa” (o “Fuoritesta” nella versione di Bianca) è un uomo di circa 65 anni; meridionale di nascita è il risultato di quel fenomeno che i meteorologi chiamano “Venti da Sud” ossia sparuti gruppi di 20 persone provenienti dal Sud Italia che si trasferiscono al Nord in cerca di un futuro migliore .

In più di un’occasione ho sentito Ioli utilizzare questa spiegazione per giustificare il cospicuo numero di meridionali assunti nella sua azienda “Venti dal Sud oggi, venti dal Sud anche domani, va a finire che ce li troviamo tutti qui”.

Qui al Nord Gian Antonio non ha trovato troppa fortuna ma ha sposato Francesca, ex professoressa di educazione tecnica, nonché pensionata baby senza averne requisiti.

Dall’unione dei due, o meglio dall’unica volta in cui i due si sono uniti, è venuta Antonia, ragazzina nata bruttina, cresciuta brutta, ma fattasi incredibilmente cessa in età adulta. Come spesso si dice “le vie del Signore sono infinite” e nonostante le sue aberranti fattezze anche lei è riuscita a trovare un pazzo – boy scout – buon samaritano che di lei prima si è innamorato e poi ha deciso di sposarla, e renderla madre.

Come se non bastasse, il caritatevole marito, nella speranza (vana) di ingraziarsi il futuro suocero e di evitare così una delle sue ormai famose denunce a grappolo (termine mutuato dalle tristemente note bombe a grappolo) ha pensato bene di colmare il ratto della fanciulla con un animale domestico, e un bel giorno si è presentato in casa Farino con un adorabile cucciolo di cocker.

Ovviamente il cagnolino, circondato da siffatta umanità, non ha tardato molto a manifestare segni di squilibrio trasformandosi, nei sogni di molti vicini, in una perfetta cavia per le nuove pallottole Beretta con punta in titanio (anche se forse l’argento in questo caso sarebbe più adatto) e doppia carica esplosiva.

Il Farino ha saputo con il tempo guadagnarsi sul campo la fama di insoffribile vicino, riuscendo a farsi odiare non solo dai diversi condomini ma anche dalla sua stessa famiglia.

Come ci sia riuscito è presto detto: il Farino vive in un mondo parallelo in cui tutto ciò che accade viene interpretato come attacco personale alla sua persona e dignità, e per questo diviene meritevole dell’unica forma di comunicazione da lui conosciuta, ossia la denuncia.

Non esiste atto, atteggiamento, movimento che il Buon Antonio non abbia analizzato e elevato a rango di “grave offesa”, non esiste persona nel palazzo che in un modo o nell’altro non abbia avuto a che fare con questa sua paranoia delirante.

Assorto nelle mie riflessioni giungo davanti la casa incriminata.

Mi slaccio cintura e jeans e rimango con i boxer alle ginocchia e mani sui fianchi. La posizione “Mussolini al bagno” è sempre stata una delle mie favorite, adottata alla fine di una lunga selezione che nel tempo mi ha portato a sperimentare anche la “Zorro che combatte”, “Fiamma di Megalopoli”, “Il vortice ipnotizzante” tutte con pessimi risultati, soprattutto per tende e pavimento di Bianca.

In una serata come questa è probabile che io sia il primo a omaggiare i Farino in questo modo, è durante i week end che si forma quasi una fila, tanto che in più di un’occasione si è pensato di creare una sorta di lista di attesa o di distribuire i biglietti numerati, come nei supermercati.

Mi guardo intorno mentre la mia calda pipì comincia a bagnare la porta del vicino, mi immagino al balcone di Piazza Venezia mentre arringo migliaia di persone convincendole che uccidere e morire per la Patria è non solo intelligente ma anche onorevole.

Lo spavento che desta in me la porta che si apre non è tale da bloccare le mie funzioni corporali.

“Cosa stai facendo?” mi domanda Gian Antonio di cui riesco a intravedere solo un occhio che mi osserva da dietro la porta.

“Piscio”.

“Potresti smettere? …questa sarebbe casa mia”.

“Tecnicamente non sono certo che il tuo stuoino sia casa tua”.

“Tecnicamente stai mirando verso di me, la tua urina sta entrando in casa mia attraverso lo spazio che si è creato una volta che io ho aperto la porta.”

“Mi hai fregato, ti sto pisciando in casa, lo ammetto.”

“Perché?” domanda

Mi rivesto lentamente, stanchezza e alcool di certo non mi aiutano.

Assumo nuovamente la postura e l’espressione Dylan, fumo con piacere una mia “non sigaretta”, guardo pensieroso il vuoto.

“Scusa? Ehi!”

Le parole del Farino interrompono la magia.

“Ti ho chiesto di spiegarmi il per quale strano motivo tu mi stai pisciando in casa”.

Gli rido in faccia, bel coraggio, penso tra me e me.

“Ti dice niente il nome Asia?”.

Colpisco nel segno, mi fa cenno di aspettare e mi chiude la porta in faccia, il botto deve aver svegliato sicuramente qualcuno, rifletto.

Compare nuovamente dopo alcuni minuti, questa volta apre del tutto la porta, indossa un pigiama verde a quadri grandi, mi ricorda Sbirulino.

Ai piedi veste delle buffe calze da notte, non capisco se vi siano stampati cagnolini o rane.

In mano ha un grosso libro dove assorto sta controllando qualcosa; lo spavento avvicinandomi a lui di scatto, istintivamente fa un passo indietro e il suo piede finisce inevitabilmente nella piccola pozza di pipì creatasi vicino alla porta.

“È inaudito!” grida “ti denuncio”.

Scoppio a ridere di gusto, mentre lui rimane in equilibrio su di un solo piede e ricomincia a controllare il libro.

“Qui a me risultano 2 Asia: ho denunciato una signora Asia Alberti nel 1986 perché è “arrivata prima di me in un parcheggio, si è rifiutata con atteggiamento supponente di cedermi il posto nonostante io le avessi spiegato che a me era più utile che a lei”.

“Interessante” intervengo “lei arriva prima di te, non ti cede il parcheggio e tu la denunci”.

“Ovviamente” risponde impettito.

“Sì sì, ovviamente” ribatto “la seconda Asia?”.

“Allora, questa è ancora in corso, ho denunciato l’Asia perché ci manda troppi cinesi”.

“E a te cosa te ne frega se ci sono i cinesi?”

“Sono troppi, è inaudito, inoltre è evidente che la loro presenza sia una manovra orchestrata dal Vaticano per tentare di convertirmi”.

“Non ti seguo”

“Ascoltami bene, tutto è molto chiaro: di che colore siamo noi italiani?”

“Bianchi”

“Geniale, e di che colore sono loro?”

“Gialli?”

“Perfetto, tu dovevi essere il primo della classe”.

“In realtà no, c’era Giovanni più bravo, ma ora si è fatto prete” rispondo.

“VEDI!! Tutto torna! Allora i colori del Vaticano non sono per caso Bianco e Giallo?”

“Effettivamente..”

“E’ quindi ovvio che questo sia un gigantesca azione di conversione di massa perpetrata anche attraverso la diffusione di un messaggio subliminale di dimensioni colossali, messo in piedi dal Vaticano – e guarda caso oggi scopriamo che un tuo amico è prete – contro chi come me non è credente e ha denunciato Dio”.

“Hai denunciato Dio?”

Ricomincia a scartabellare nel suo libro.

“Sì, per rumori molesti…i tuoni, non mi fanno dormire”.

“Come è finita?”

“Se ne sta occupando il mio avvocato, dice che c’è qualche problema nell’incontrare la controparte”.

“Ciancio alle bande” ricomincio io, “io mi riferivo ad Asia, la ragazza…no, scusa,…la bambola che mi hai mandato a casa per farmi impazzire”.

Gian Antonio mi guarda ora esterrefatto, piega la testa da un lato, si gratta per qualche secondo il mento.

“Una bambola?”

“CERTO UNA BAMBOLA” grido “una bambola perfetta di cui io mi sono sbarazzato prima di potermene innamorare, una bambola della bellezza di un angelo che tu hai creato o commissionato a qualcuno per…perché mi odi, o perché volevi burlarti di me..qualcosa del genere”.

Il Farino accenna un sorriso, rientra in casa e torna dopo poco con sua moglie per mano: “Francesca questa poi la devi sentire. Questo screanzato si è permesso prima di tutto di pisciare sul nostro stuoino”

“Lo fanno tutti Antò” risponde lei.

“Lasciami finire, mi ha pisciato in casa e poi mi ha accusato di avergli inviato una bambola gonfiabile per farlo innamorare” e così dicendo scoppia a ridere.

Il mio pugno lo raggiunge direttamente sulla bocca, cade all’indietro e travolge la moglie. I due cominciano a gridare e nel giro di pochi secondo siamo circondati da molti curiosi del pianerottolo e dei piani sottostanti.

“Asia non è una bambola gonfiabile” gli dico fissandolo con odio “è una bambola di porcellana, così bella e perfetta che solo una mano ispirata da Dio avrebbe potuto crearla così”.

“Dubito che tale perfezione possa arrivare da un verme come questo allora” dice Flavia, che nel mentre si è fatta strada tra i presenti.

“Lei stia zitta!” grida il Farino “altrimenti la denuncio”.

“Mi hai già denunciato ebete” risponde lei “una volta perché giravo nuda, e la volta dopo perché non giravo nuda”.

“Mi avevi illuso” risponde lui.

“A me ha denunciato perché a suo dire rovino l’euritmia dell’edificio” interviene il nano da pochi istanti unitosi al gruppetto.

“La sua statura non è consona alla bellezza dello stabile” risponde.

Il Farino non si è ancora alzato da terra e il nano ha buon gioco a sferrargli un pugno sul naso.

“Se è per questo ha denunciato anche me” interviene la moglie.

Tutti rimangono in silenzio a fissarla: “Secondo quanto mi hanno riferito il fatto di girare per casa in ciabatte e gambaletto è un attentato alla sua salute psico-fisica”.

“Sei brutta che fai spavento” risponde lui pulendosi il sangue che scende dal suo naso con la manica del pigiama.

“Hai denunciato anche tua figlia, brutto stronzo!” continua Francesca “Perché a suo dire accarezzava più il cane che il padre”.

“Smettetela tutti” grida Gian Antonio alzandosi in piedi “Vi ho denunciati e continuerò a farlo, oggi mi avete picchiato, umiliato e diffamato, pensate di cavarvela con poco?”

“Tu” rivolgendosi a me “Mi hai pisciato in casa, diffamato, picchiato e con la mente mi hai dato pure del coglione”.

“Allora funziona!!” grido io con entusiasmo “Lo sapevo!” grido rivolgendomi a Flavia che mi abbraccia felice.

“Voi tutti, vi denuncerò per…manifestazione non autorizzata contro un pover’uomo”

“Tanto povero che a quanto ci risulta, ha fatto la cresta in più occasioni sui lavori che sono stati effettuati nell’edificio, tanto che è riuscito a non pagare un euro, ha rubato della corrispondenza a suo dire contenente sostanze nocive, ha installato parabole e trasmittenti illegali per ascoltarci e si acquatta in posizioni strategiche per fotografare sotto le gonne di chi sale le scale“ interviene Chantal del 4C, avvocato e mamma di professione.

Rimaniamo in silenzio a fissare l’uomo che ora comincia a balbettare.

“E’ un’infamia” esclama “una bugia che sarà denunciata alle autorità..”

“E che dire dell’appartamento che possiedi in via Giotto? Dicono tu abbia passato bei guai quando hanno scoperto che ci vivevano ammassati 8..o erano 10 extracomunitari? ”

“E’ una infamia!” la voce di Stefan giunge da un punto indefinito situato dietro il capannello di persone.

Si fa largo ridacchiando, ancora in preda all’alcool.

“Tu mi hai denunciato, figlio di puttana, perché non mi sono fatto toccare il culo da te” biascica.

“Mi aveva invitato ad un martedì gay! Cosa dovevo fare?” risponde Farino.

“Il martedì gay è per fare la spesa..stron..”

La parola si strozza in gola, Stefan sbarra gli occhi e si china verso lo stuoino.

Vomita tutto quello che non aveva lasciato in macchina.

L’odore si fa insopportabile, la gente torna ai propri appartamenti, aiuto Stefan a rialzarsi e me ne vado da Gian Antonio, Francesca e il loro stuoino lercio.

Cap 17 – La vendetta

Apro gli occhi ma è come se non gli avessi mai chiusi.

Per quel poco che ricordo, Flavia se ne è andata verso le 23; da quel momento in poi, tutto è confuso, pensieri, immagini, fantasie, si accavallano con parti di sogno, atomi di incubi che mi hanno accompagnato per tutta la notte.

Ho sognato di vivere con Asia e Baffino in uno splendido attico in Passeig de Gràcia, poi l’immagine cambiava e mi trovavo con Asia nella gabbietta di Baffino, ed io passavo ore a correre sulla ruota per cercare di dimagrire e piacerle sempre di più, ma lei non era più lei, non aveva più un volto, di quella splendida creatura che mi aveva scaldato il cuore rimaneva niente più che un freddo profilo.

Disteso sul mio Malm ragiono sulle cose da fare, sento una strana esigenza di sensazioni contrapposte, voglio adrenalina e calma, bianco e nero; non esiste la dicotomia nella mia mente, ma c’è una convergenza di linee parallele, che si intrecciano così fittamente sino a formare una maglia indistruttibile sulla quale fonderò la mia rinascita.

Ho bisogno di banalità, sento l’esigenza impellente di qualcuno che mi dica che in “estate c’è caldo ma che d’inverno si muore di freddo”, che “le stagioni ormai sono scomparse” e che “la prossima sarà l’estate più torrida degli ultimi 1000 anni”, che “per proteggerci dal sole dobbiamo bere, mangiare tanta frutta, evitare la pasta e fagioli e metterci la crema protettiva” e che “l’uomo più vecchio del mondo ha un nonno ubriacone di nome Giuliano che in gioventù ha vinto a briscola con Napoleone prima della famosa disfatta – o vittoria – di Waterloo”.

Voglio qualcuno che stupidamente applauda quando l’aereo atterra, che mi faccia vergognare di essere italiano non appena metto un piede fuori dai patri confini, che mi racconti che “lavorare in tv è davvero duro perché per i 700€ che ti danno per ciascuna delle 5 volte a settimana che vai in onda, sei costretta a provare i balletti ben 7 ore al giorno”, desidero qualcuno che cerchi di convincermi che “lui non è razzista ma che esistono “razze” come gli zingari che nascono geneticamente predisposte a rubare”, voglio disperatamente una persona che mi domandi “chi è l’ultimo della fila per poi cominciare con il pistolotto sul tempo, governo e i giovani d’oggi”.

Voglio tutto questo, desidero questo spaccato di banale umanità, per poter ricominciare ad odiare altri, e smettere di odiare me stesso per quello che ho fatto, per quello che ho detto, per tutto ciò che ho perduto.

Dal suo più arcaico anfratto, la mia mente ha già ricominciato a lavorare per salvaguardare la mia e la sua stessa esistenza, ho automaticamente adottato una modalità interpretativa della realtà che è anche una difesa, talmente potente e sofisticata da sembrare del tutto naturale.

Distorco il reale perché non sia più terrifico, perché io possa prendere rapidamente una decisione, che anche se sbagliata, mi porterà fuori dal buco in cui mi sono cacciato.

Così, banalmente, decido di spogliarmi una volta per tutte delle mie colpe e di cercare un colpevole, vittima e carnefice allo stesso tempo, su cui riversare la mia rabbia.

Smetto di incolparmi nel momento in cui capisco che è troppo pericoloso accusare me stesso per quanto accaduto, il colpevole deve per forza essere esterno, deve essere esistita una causa o una serie di situazioni che mi hanno portato a tutto questo.

Mi crogiolo per alcuni secondi nel senso di rassicurazione che tale materasso psicologico mi provoca, e comincio ardentemente a cercare una luce al mio buio.

Seduto sul letto scorro in rassegna quanto successo negli ultimi giorni, enumero lentamente con chi conosco e cosa posso imputare a ciascuno:

  • Bianca: in quanto madre, per quello che ci hanno sempre insegnato, è comunque colpevole. Ma per quanto mi sforzi di immaginare Bianca intenta a complottare contro di me e la mia vita con Asia e Baffino, tutto risulta vano. Mi ripropongo di provare nuovamente ad odiarla in un secondo momento, ipotizzo per non avermi permesso di farsi odiare in questa occasione.
  • “Quella che probabilmente è stata adottata”, ma a conti fatti a lei e alle sue sordide trame già imputo:
    • la fame nel mondo;
    • la comparsa di malattie quali malaria e la peste bubbonica;
    • il gomito del tennista;
    • i miei continui fastidi alla schiena;
    • il buco nell’azoto o nell’ozono;
    • il disastroso periodo del Milan in campionato e Champions;
    • la serie TV i Cesaroni;
    • le dichiarazioni di Capezzone.

Non credo di poterla accusare anche di questo, non subito almeno.

Fatto salvo Ioli, il cui out out ha dato il via a questa escalation, a cui però riconosco il merito di avermi posto davanti ad un bivio che prima o poi avrei dovuto affrontare, direi che il possibile colpevoli sono da rintracciare tra gli amici o tra i vicini di casa:

  • Escludo il Ruberti, nonostante mi abbia sedotto e poi abbandonato, non lo ritengo capace di odiarmi a tal punto da ordire tale macchinazione contro di me;
  • Qualche ex? Anna? Elena? Dubito, sono sempre stato lasciato;
  • Il Farino, per quello che rappresenta e per come si è comportato, lui potrebbe sicuramente aver tramato contro di me;
  • Infine Stefan.

Rimango per alcuni secondi a riflettere sulla figura di Stefan, ripercorro a ritroso la nostra storia, il modo a dir poco sospetto in cui ha spiattellato a Simona il mio piano per non restituirle Baffino, e ancora prima il suo fastidio malcelato nei confronti di qualsiasi mia iniziativa che non lo coinvolgesse.

Passo dopo passo nella mia mente i contorni dei due possibili colpevoli si fanno più nitidi e dalla fase del dubbio passo a quella della assoluta certezza: Stefan e il Farino debbono essere affrontati e puniti.

Decido di cominciare con Stefan, sarà lui il primo a saggiare la mia ira funesta.

Entro in casa sua senza bussare, è probabile che lo abbia svegliato perché lo sento imprecare dalla camera da letto.

“Ho bisogno di un favore da parte tua” gli dico una volta comparso in cucina, il suo sguardo battagliero si dissipa nell’aria appena mi vede.

“Certo, chiaro, dimmi cosa posso fare”.

“Vorrei che tu mi restituissi le chiavi di casa, poi chiamassi un fabbro e lo facessi venire da me a sostituire la serratura”.

“Non ti sognare di tenere una copia delle nuove chiavi”.

“Io sarò via tutta la giornata, esco con un nuovo amico che ho conosciuto online. Si chiama Luca, con le donne è una macchina da guerra. Ti dico solo che con l’ultima con cui è uscito ci è finito a letto la prima sera e questa, matta ninfomane, gli ha graffiato schiena e collo. Dovessi vedere le foto che mi ha spedito, aveva la gola così segnata che nemmeno un incontro con un puma te la riduce così”.

Non gli do l’opportunità di rispondere, voglio lasciarlo sconcertato e sofferente. Prima di uscire mi giro verso di lui e gli ricordo ancora di non intascarsi una copia delle chiavi.

Passo la giornata al lavoro, mi faccio invitare da Bianca a mangiare, mi perdo trai mille bar della città giusto per ammazzare il tempo. Alle 23 e 15 sono nuovamente a casa. Stefan ha nascosto le chiavi della porta sotto lo stuoino. Efficace ed efficiente come al solito, si è premurato di pagare di tasca propria la fattura.

Bussa alla porta dopo circa 30 minuti.

“Come stai?” Domanda cercando di vedere al di là delle mie spalle “C’è Luca qui?”

“No, entrambi eravamo molto stanchi dopo una giornata passata a ridere e divertirci”.

Sembra subire il colpo ma prontamente si riprende e passa al contrattacco: “Non puoi immaginare che cosa incredibile mi è successa oggi”.

Lo fisso in silenzio.

“Sono andato al supermercato per la spesa single che mi hai spiegato, e ho incontrato una tipa, alla fine siamo andati da me e guarda, guarda cosa mi ha fatto!”

Sposta di qualche centimetro il collo della camicia, 4 graffi rossi attraversano longitudinalmente il lato sinistro della sua gola, ci sono piccoli rigagnoli di sangue che sgorgano in un punto mal definito al di sotto dell’orecchio e si sviluppano sino alla base del collo.

E’ evidente che a procurarli sia stata una forchetta, o comunque uno strumento dotato di punta.

Mi guarda e accenna un sorriso.

“Tu non hai idea che pazza ninfomane, quasi le tiro un pugno in bocca quando mi ha fatto questo”, e dicendolo sbottona la camicia e se la apre davanti a me.

Il suo petto sembra un campo di battaglia, conto almeno 5 ferite perfettamente uguali a quelle del collo. in alcuni punti il sangue rappreso ha già cominciato a formare una piccola crosta.

Gli faccio segno di chiudere la camicia, vado verso il frigorifero e mi apro una birra. Come un cagnolino ammaestrato Stefan rimane a fissarmi.

Prende un po’ di coraggio dopo circa 20 minuti di assoluto nulla.

“Come è andata con il tuo amico?”

“Bene”.

“Pensi che lo rivedrai?”

“Suppongo di sì, perché ti crea qualche problema?”

Il suo “no” è in realtà il pianto di un cane ferito, abbozza un sorriso e torna a fissarmi.

“Che fai tu normalmente in una serata come questa” mi domanda poco dopo.

“Sopravvivo” rispondo distratto.

“Magari potremmo sopravvivere insieme” accenna.

“Ci stai provando?

“No..no..intendo, potremmo uscire, bere qualcosa..insomma le solite cose che si fanno tra amici”.

Rifletto sul significato della parola “amici”, decido di fargli sapere più avanti che io e lui non siamo amici nel vero senso della parola, prima però mi è venuto in mente qualcosa di più divertente.

“Ti porto al Roxy” gli dico sorridente.

In città il Roxy non gode più di una grande fama, dopo i fasti di un tempo è uscito dalle grazie dei giovani ed ora è un po’ il ritrovo abituale di metallari e frichettoni.

“Ma oggi non è serata heavy metal?” domanda allarmato.

“Ovviamente” ribatto “non sarai una di quelle fighette che ascoltano musica italiana e vanno in discoteca o peggio ancora vanno in discoteca e ballano solo musica italiana”.

“No no…anzi, io adoro l’heavy metal e odio le fighette da discoteca” risponde con finto entusiasmo.

Sta sudando freddo, lo so, ma non può deludermi, è la sua grande occasione.

Entriamo nel locale che oramai sono le 2 del mattino, l’odore di sudore è superato in nefandezza solo dalla musica che stanno suonando. Siamo circondati da mostri che non sfigurerebbero tra le comparse di uno di quei film “post disastro nucleare”.

“Beviamo qualcosa” gli dico.

“Un succo di frutta alla pesca” risponde.

Gli porto una tequila.

“E’ che sono astemio” accenna titubante.

“Bevi”.

Beve.

Ne basta un’altra per trasformarlo, suda, parla, è iperattivo.

E’ ora che il soldato Stefan si rechi al fronte ed espii le sue colpe.

“Manica di sfigati..guarda come ballano” gli dico indicando un gruppo di 7 o 8 orchi tatuati che si stanno spintonando al ritmo degli Slayer.

“Già..che pena mi fanno” risponde.

“Stanno pogando”.

“Pogando?” domanda.

“Già è il modo che questi fighetti hanno per dimostrare la loro virilità” continuo.

“Sfigati” risponde lui tronfio.

“Dovresti buttarti in mezzo” dico “con il fisico che ti ritrovi li metti a sedere in un secondo”.

Il lampo di terrore che percepisco nel suo sguardo è un piacevole presagio per me.

“Hai paura coniglio?” gli domando.

“Non chiamarmi coniglio” risponde offeso.

“Se hai paura dimmelo, andiamo a bere qualcosa in un lounge bar..magari ti rimorchi il fidanzatino per stasera”

Colpito nell’orgoglio.

Si tuffa nella mischia, lo vedo scomparire. Esce per un istante dal gruppo, riprende fiato. Individua il grosso del gruppo…si scaglia addosso all’orso con tutto il suo impeto.

L’orso traballa ma non cade, si gira, ora ha Stefan nel mirino.

Comincio a ridere quando Stefan subisce la prima carica, vola per circa 1 metro prima di atterrare al suolo.

Si rialza giusto in tempo per ricevere da dietro la gomitata di un amico del gigante metallaro. Lo vedo scomparire ancora ed ancora, è in totale balia della marea umana.

Quando riesce a fuggire dal gorgo si avvicina zoppicando. La camicia è intrisa di sudore, alcune delle ferite che si è inferto si sono aperte e piccole macchie rosse disegnano fiori sul tessuto una volta bianco.

Respira a fatica, i postumi della gomitata ricevuta si fanno ancora sentire.

“Visto? glielo ho fatto vedere io a queste fighette come si fa” afferma con un filo di voce.

“Ti sei divertito a farmi cadere così in basso”, sibilo con un filo di voce.

Non sembra capire le mie parole e fiducioso attende un mio gesto.

“Sei stato un grande” rispondo e dicendolo gli assesto un buon colpo nella parte destra del costato dove sembra avere più male.

Emette un gemito.

“Ti fa male?” domando

“Figurati..non sento niente”.

Si mette seduto e a forza finisce il Brugal Cola che gli ho fatto portare. Aspetto 15 minuti prima di dirgli di alzarsi, il tempo perfetto per cominciare a vedere gli effetti dell’alcool.

Lo vedo barcollare più volte, urtare involontariamente le persone che incrocia, trova da ridire con due ragazze che apostrofa in malo modo prima che lo mandino a fare in culo.

Non prova nemmeno a ribattere quando gli dico che sarò io a guidare la sua auto al ritorno, crolla sul posto del passeggero e chiude gli occhi.

E’ l’occasione che aspettavo, il momento di fargliela davvero pagare; comincio a guidare come lo farebbe un novello Miki Biasion: accelero, freno, giro bruscamente, Stefan continua a farfugliare qualcosa dal mondo in cui ora è precipitato.

Stefan smette di parlare vicino casa, mi aspetto da un momento all’altro lo sfacelo, che puntualmente arriva.

Comincia a vomitare non appena parcheggio, non riesce nemmeno ad aprire la porta, nel vano tentativo di non sporcare la macchina, riesce solo a schiantare la fronte nel vetro laterale ancora chiuso.

Esco dall’auto e mi fermo per qualche minuto a guardarlo, cerco di ridere, ma non ci riesco.

Se questa è la sensazione della vendetta, confesso di non trovarci nulla di interessante.

Non riesco più a fingere, l’immagine di Stefan in questo momento mi fa davvero male, un barlume di umanità guida i miei gesti.

Lo aiuto a scendere dalla macchina, lui ride come un bambino, domani probabilmente riderà meno quando si renderà conto di come sono ridotti gli interni della sua vettura.

Lo porto in casa sua, si getta sul letto con gli occhi aperti, dopo 10 secondi sta già russando.

Rimango a fissarlo per almeno 5 minuti, provo quasi della tenerezza per questo ragazzo.

Ora so di avere fallito ancora, ammetto a me stesso una cosa che già sapevo: Stefan probabilmente non aveva colpa.

La colpa credo sia tutta del Farino, rimane lui da affrontare.

Cap 15 – L’addio

Le parole di Ioli rimbombano come campane impazzite all’interno della mia mente, scavano un buco profondo nel mio animo che si riempie di grida di dolore. Regredisco, sono d’improvviso un uomo di 36 anni e un bambino di qualche mese; sono privo di ragione ed esperienza, vivo di sensazioni estreme: fame, sete, gioia, dolore. Non c’è nulla a mitigare la mia pena, soffro intensamente, ed è il dolore puro, il punto zero della afflizione.

C’è però qualcosa che mi prende per i capelli e mi solleva dalle sabbie mobili della mia melanconia.

Per quanto paradossale possa sembrare, il messaggio di Simona mi impedisce di cadere nel baratro che Ioli si è prodigato di scavarmi davanti, e mi fornisce l’insperata forza di reagire, di passare al contrattacco, di lottare per qualcosa.

Esco senza salutare dall’ufficio, mi soffermo solo a fissare intensamente Mattia, se realmente Ioli lo assumerà, deve già sapere che con me avrà vita difficilissima.

Chiamo Stefan.

“Che stavi facendo” gli domando.

“Ero con una tipa” risponde con uno slancio inconsueto.

“Con quale porno?”

“No..davvero, sono con una figa che ho conosciuto l’altra sera e..”

“Stefan..”

“Ok, quello con Taylor Rain“.

“Guarda che è anche il mio preferito, vedi di non rovinarlo”

“No..figurati, non ci faccio niente” risponde.

“Comunque ora smetti, rivestiti, lavati, andiamo in guerra”.

“Bene! I maledetti francesi?”

“Con i francesi un’altra volta, oggi il nemico è Simona”.

“Chi è Simona?”, domanda sorpreso.

“La padrona di Baffino, mi ha scritto che torna stasera a riprendersi il criceto ed io non lo posso permettere”.

Stefan non risponde, è probabile che non abbia fermato il dvd e le immagini di Taylor alle prese con due giovani amanti lo stiano deconcentrando.

“Dimmi cosa vuoi che faccia” dice dopo alcuni secondi.

“Chiama Flavia e dille di raggiungerti a casa mia, chiedile di portare alcune sue foto, di comprare due piante. Cambia un po’ la disposizione dei mobili, ti raggiungo in 30 minuti, passo a comprare una gabbietta nuova per Baffino“.

“Chi è Flavia?

“La nudista, la mia vicina di casa!”

“Ahh lei, scusa ma mi hai detto che non si chiama Flavia”

“Già, non si chiama Flavia ma almeno per oggi sarà Flavia.”

“Perché coinvolgere anche lei?”

“Perché voi due dovrete presentarvi come i nuovi inquilini, Simona ci crederà e cercherà il mio criceto altrove. Stai sicuro che entro poco tempo, ancora drogata dai fumi dell’amore, se ne dimenticherà e a quel punto Baffino sarà mio”.

“Tutto chiaro? Te la senti?”

“Sì, ok..me la sento” risponde svogliatamente.

Arrivo a casa ed entrambi mi stanno aspettando seduti nel divano, Flavia deve aver fatto un po’ di pulizia perché tutto stranamente odora di buono. I cartoni di pizza sono stati raccolti e probabilmente buttati, mentre dalle pareti è stata fatta impunemente sparire la mia preziosissima collezione di calendari di Max.

“Dove sono i calendari?” Domando nervosamente senza salutare.

“Erano troppo caratteristici, se Simona è stata qui sicuramente li avrebbe riconosciuti” risponde Flavia.

La spiegazione non fa una piega ma ciò nonostante mi suscita una certa rabbia; l’idea che le loro dita sporche abbiano toccato la sacra immagine della Canalis mi rende pazzo.

“Dove li avete messi?”

“In camera, tranquillo” risponde Stefan “non ti preoccupare, me ne sono occupato personalmente”.

Sorrido nervosamente, la notizia non mi ha di certo tranquillizzato.

“Cosa hai in mente?” domanda Flavia.

“Stefan non ti ha detto nulla?”

“Non ha detto una parola…forse aveva altro da fare, magari guardare” il tono della voce si fa improvvisamente marcato e la ragazza con le braccia conserte si volge a guardare Stefan negli occhi.

“Sei nuda!” sbotta Stefan.

“E che significa, non ne hai mai viste altre?”

“Sì..chiaro, molte altre, però qui è diverso”.

“È diverso solo per una convenzione sociale, che differenza c’è a stare nudi in spiaggia o in casa propria? Sarei disposta a vestirmi solo se il mio comportamento fosse offensivo nei confronti di qualcuno”.

Sai ad esempio che a Barcellona la legge ti permette non solo di fare nudismo in spiaggia ma anche di camminare per le strade senza vestiti?”

“In fin dei conti, pensaci bene, se tu non provi vergogna, ma anzi ritieni del tutto naturale il tuo corpo, cosa ti impedisce di mostrarlo?”

Stefan ha smesso di ascoltarla probabilmente da qualche minuto rimanendo a fissarla come un automa.

“Mi stai ascoltando o ti sei nuovamente perso nelle mie tette?”

“Stefan?”

“STEFAN sveglia” grido io.

Si desta dalla sua trance e si guarda intorno spaesato.

“Cerca di spiegarmi bene come ti sei immaginato l’incontro” interviene Flavia togliendolo dalla situazione imbarazzante.

“E’ semplice, quando arriva Simona voi due le aprite e le fate capire che siete i nuovi inquilini.. Che te ne pare?”

“Tutto qui?” Risponde lei ” Un trasloco in una settimana? E poi perché non restituirle il topo? E’ suo in fin dei conti”

“Non potrei vivere senza Baffino”, le rispondo.

“Che discorso idiota, hai vissuto 36 anni senza Baffino, adesso lo tieni una settimana e sembra che senza di lui non possa vivere. Sembri un bambino piccolo a volte..”

“Mi vuoi aiutare o no?” Le chiedo nervosamente.

“Io ti aiuto, ma anche tu dovresti fare aiutare…da qualcuno di bravo però.

Scoppia a ridere di gusto, Stefan sembra apprezzare il ritmico ondeggiare dei suoi seni.

“Io mi nasconderò in cucina, in modo da poter ascoltare la vostra conversazione. Stefan, tu lascerai che a parlare sia Flavia e ti sistemerai tra l’ingresso e la sala, in modo tale che avrai sempre la possibilità di guardare verso di me se vi trovate in difficoltà.”

“Baffino starà con me in cucina.”

“E se dovesse cominciare a correre nella sua ruota?” Domanda Flavia prendendomi alla sprovvista.

“Potremmo strappargli le zampette” propone Stefan.

Ci rifletto per alcuni secondi ma poi scarto la possibilità per la difficoltà poi di incontrare un buon chirurgo capace di attaccargliele nuovamente.

“Perché non stacchi semplicemente la ruota?” rilancia la ragazza.

La sua proposta sembra ragionevole anche se suona un po’ crudele nei confronti della bestiolina, privata per almeno 1 ora del suo gioco preferito.

“Scusatemi, e come potrai comunicare con noi?” domanda Flavia.

“Con la telepatia”.

“Stefan, a che livello di corso di Okuto sei arrivato?”

“Terzo”

“Come sei messo con la telepatia?”

“Normalmente bene…se ci sono molti cellulari accesi…mi confondo” mi risponde.

“Ok, basterà solo spegnere i telefonini quando Simona arriva”.

Flavia scoppia nuovamente a ridere, questa volta si acciuga le lacrime con il dorso della mano.

“Voi due siete due pazzi, sono proprio curiosa di vedere come andrà a finire. Dimmi solo una cosa, a che ora dovrebbe arrivare?”

“Tra 20 minuti.”

Simona si presenta con circa 10 minuti di ritardo, suona il campanello nel modo in cui lo farebbe una madre snaturata che abbandona i propri figli.

Baffino sembra percepire l’arrivo della sua padrona perché si pone sull’attenti guardando in direzione della porta.

Flavia apre la porta e lo shock per Simona deve essere forte.

La mia vicina è la prima a parlare.

“Posso aiutarti?”

“Sì..credo di sì…sono venuta a riprendermi il mio criceto”

“Qui non c’è nessun Baffino” risponde Stefan.

“Coglione” gli dico telepaticamente “taci!”.

Il mio messaggio non sembra arrivare perché Stefan parla nuovamente.

“Come vedi questo non è l’appartamento che hai visto l’ultima volta, non ci sono i calendari e nemmeno i mobili sono disposti come quando sei stata qui”.

“Questa adesso è casa mia, io vivo qui con lei che è la mia fidanzata nudista” e così facendo abbraccia Flavia approfittando in maniera fin troppo evidente del suo seno nudo.

Flavia si divincola e gli stampa una bella sberla sul viso.

Sento Simona ridere di gusto e domandare a Stefan: “Interessante…dimmi solo 2 cose, come sai che io sono stata qui, e che il mio criceto si chiama Baffino?”

“Perché leggi nel pensiero” gli grido con la mia forza telepatica, ma probabilmente il telefonino di Simona sta facendo interferenza.

“E visto che ci siamo” continua Simona “Come si chiama la tua ragazza e perché è nuda?”

“Si chiama..cioè in teoria Flavia, però mi hanno detto che questo non può essere il suo vero nome, quindi ne ha un altro che mi comunicheranno, e rimane nuda…perché è una porca”.

“Eh no! Questo no!” sbotta Flavia e per la seconda volta una sua sberla riecheggia per la stanza.

Stefan sentendosi accerchiato, crolla miseramente.

“Ok..è vero, non è la mia ragazza, io non volevo nemmeno fare questa cosa”. “Mi hanno obbligato, io Baffino lo odio, voglio che se ne vada da questa casa perché da quando c’è lui, io praticamente non esisto”.

Decido di intervenire prima che sia troppo tardi. Mi trascino lentamente fino alla porta e sorrido tristemente a Simona.

“Finalmente”, mi dice, “si può sapere che succede qui?”

Improvviso: “Baffino è morto, non sapevo come dirtelo e mi sono inventato tutto”.

Flavia a stento trattiene una risata, Stefan volge stupito lo sguardo verso di me.

“Quando è morto?” mi domanda con un tono che non nasconde la gioia sottesa alla sorpresa.

“Non è morto ebete, è una bugia per farla desistere” gli dico mentalmente.

Lo stupore nel viso di Simona si trattiene per un secondo solo, poi un sorriso furbo si fa largo e rivolgendosi a Stefan dice: “Certo che se fosse davvero morto, dovrei denunciare te e TUTTI coloro che ti hanno aiutato in questi giorni in quanto complici per OMICIDIO di minore…carcere per almeno 5 anni”.

Ora Stefan è una maschera di paura, lo vedo inginocchiarsi davanti a Simona: “Pietà, non lo sapevo, perdonami, fino a 5 minuti fa Baffino era vivo e vegeto, adesso scopro che era morto da ieri…io non voglio aver niente a che fare con un criceto zombi e tanto meno con la polizia” singhiozza.

Chiude gli occhi e indicandomi con l’indice destro continua: “è stata una sua idea, lui ci ha chiamati e ci ha fatto nascondere i porno e riordinare casa. È un malvagio, diglielo alla polizia, ricorda loro che mi sta trattando come una donna oggetto, che tira le caccole alle persone, paga in ritardo le bollette e alla tradizionale orgia di ferragosto che organizza per il suo ufficio, non vengo mai invitato” e così dicendo abbraccia Flavia rimanendo con il suo viso appoggiato al pube della ragazza.

Flavia si divincola con destrezza e pianta un pugno sul naso a Stefan che inizia a imprecare in un idioma che immagino sia tedesco.

“Ci fate il favore di lasciarci soli?”, domanda Simona a Flavia e Stefan, “credo che io e il “fenomeno” qui davanti dobbiamo fare una bella chiacchierata”.

Simona mi sta fissando seriamente, Flavia e Stefan se ne sono andati da circa 10 minuti e la gabbia di Baffino fa bella mostra sul tavolo della sala.

“Adesso mi spieghi bene cosa ti è preso”.

“Non voglio ridarti Baffino” le rispondo. Non ho coraggio di guardarla negli occhi, giochicchio con il mio telefono per abbassare un po’ la tensione.

“Sai benissimo che Baffino è mio, me lo hai gentilmente tenuto per 1 settimana, ma gli accordi erano chiari, una volta tornata dalle ferie sarei passata a riprendermelo”.

“Non posso vivere senza di lui, ha dato un senso alle mie giornate”.

“Ne sono lieta” risponde “ma siamo tra adulti, c’erano degli accordi, devi rispettarli”.

“Senza Baffino potrei morire”.

“Che esagerato che sei! Hai vissuto 36 anni senza B…”

“Sì sì, me lo hanno già detto..senza Baffino e sei sopravvissuto bla bla bla.. ”

“Esatto..e non fare il bambino. Ma scusa, ma perché non te ne compri uno?”

“Non posso..ho la MCI”

“E che sarebbe, di grazia?”

“MCI = mancanza cronica di iniziativa

La mancanza cronica di iniziativa è una malattia molto grave, magari non come la pertosse o gli orecchioni, ma è molto pericolosa.”

Recito la filastrocca tutta d’un fiato e rimango a fissarla.

“E questa poi? Da dove salta fuori?”

“Me la sono auto diagnosticata”.

“Appunto, come volevasi dimostrare! Tu ti crei una malattia immaginaria e attraverso questa interpreti le cose che ti circondano. Non solo questo, se non che questa ‘malattia’ diventa un’entità vera e propria, tanto che le tue azioni soggiaciono ad essa. Cerca di capire la differenza: se io ti dico: sono affabile, gentile ed educata ed essendo nata il 16 febbraio sono del segno dell’acquario è diverso rispetto a “ sono affabile, gentile ed educata in quanto nata sotto il segno dell’acquario”

“Hai preso una categoria puramente descrittiva e da te inventata come “MCI”, dentro la quale ci metti tutte le tue debolezze e paure, e la hai fatta divenire la causa di tutti i tuoi mali e la giustificazione dei tuoi fallimenti”.

“Invece di dire: non ho voglia di fare, ho 36 anni ma mi comporto come un bambino, sono un debole, mi circondo di folli e galleggio nel mare della  mia vita, e, giusto per sfizio, decido di chiamare tutta questa serie di atteggiamenti e comportamenti MCI, tu dici HO LA MCI e per questo non ho voglia di fare, mi comporto come un bambino, sono un debole, mi circondo di folli e galleggio nel mare della mia vita.”

Sento che le parole di Simona hanno un senso, ma non riesco a coglierlo del tutto.

Farfuglio qualcosa sulla MCI ma l’unica cosa che voglio è che se ne vadano da casa mia, rimanere solo, nel mio buio.

Mi alzo e vado ad aprire la porta.

Sorrido a Baffino prima di chiudere la porta, probabilmente sarà l’ultima volta nella mia vita che lo vedrò.

Cap 8 – Mariolino

Nonostante le mie perplessità in molti sostengono che io abbia sia una madre che un padre.

Mio papà si chiama Mariolino, per gli amici o Mario o Lino, per me semplicemente Ioli per quella forma di anticonformismo cronico che mi ha sempre caratterizzato, e che negli anni mi ha fatto schierare dalla parte degli Spandau Ballet quando tutti andavano con i Duran Duran, con Sabrina Salerno quando tutti amavano Samantha Fox, con La Toya Jackson quando tutti impazzivano per la sorella Michael.

Ioli è molto ricco, è il tipico uomo si è fatto con le proprie mani, considero l’abbondante peluria che ricopre il suo corpo, e gli occhiali da miope che indossa, come prove di quanto appena affermato.

Ha creato dal nulla un’azienda che produce pannelli per isolamento termico, sembra che il business funzioni perché negli anni, pur definendosi sempre più povero, ha potuto girare il mondo, comprare un appartamento a me, uno alla “mia sorella probabilmente adottata” e una casa per lui e mia madre nella ridente, prestigiosa e vippissima località di Jesolo.

Ioli professionalmente parlando è il tipico imprenditore di successo del Nord Est, mentre dal punto di vista affettivo è tipico imprenditore di successo del Nord Est.

E’ scientificamente programmato per 4 cose:

  • guadagnare su tutto;
  • monetizzare le mie esigenze e le mie richieste di affetto;
  • mettermi in imbarazzo;
  • ignorare le mie domande.

Ricordo che dopo l’arrivo di “mia sorella probabilmente adottata”, comparsa quando io avevo all’incirca 2 anni e consegnataci (secondo la mia attendibile ricostruzione) da un solerte fattorino come omaggio alle due confezioni di arachidi da 1 kg comprate da mamma, mio padre appese in alcune zone strategiche della casa, la “Tabella dell’affetto e delle mansioni”.

A detta di Ioli questo era il modo migliore per insegnarci il valore del denaro.

Si andava dalle 100 lire per 5 minuti di grattata di schiena, alle 250 per un abbraccio (dato o ricevuto), fino alle 5000 lire per chi si fosse arrampicato nel tetto e avesse sistemato il fastidioso disturbo che gli impediva di vedere Colpo Grosso in qualità accettabile.

Ho cercato in più di un’occasione di taroccare la tabella inserendo la voce “Gettarsi dalla finestra – 10000 lire” per eliminare alla fonte il problema di “mia sorella probabilmente adottata” ma mia madre, di cui per ora non confesserò il nome per una questione di privacy, me lo impedì.

L’altro aspetto di Ioli che negli anni non ho ancora imparato a tollerare, è la sua indubbia capacità di mettermi in imbarazzo. Per un evidente caso di sdoppiamento di personalità, mio padre è capace di interpretare il ruolo dell’imprenditore quando si trova solo con me e del padre fastidiosamente affettuoso in presenza di sconosciuti.

Così mentre siamo soli in ufficio suole darmi del lei, davanti ad estranei o nel corso di importanti riunioni a cui io vengo inspiegabilmente invitato, divento “Zucchero”, “Amore”, “Piccolo”, “Tesoro”.

“Tesoro, tu che ne pensi?”, “Piccolo credi che papà stia facendo bene?”, “Zucchero, tutto bene?, “Amore vorresti dire al signore quello che abbiamo deciso?”.

Gli occhi di tutti puntati su di me, specialmente quando si tratta di giovani stagiste potenzialmente attratte dal figlio belloccio e ribelle del boss, riescono ancora, a distanza di anni, a farmi sprofondare in uno stato pervasivo di vergogna e senso di nausea dal quale emergo, sfortunatamente male, con frasi impacciate tipo “Scusatemi”, “Scusatelo”, “Chiedo scusa”, retaggio di un’educazione in cui dell’affetto ci si deve vergognare e scusare.

Ogni domenica Ioli e mamma ci invitano a pranzo e sistematicamente mi convinco che sia arrivato il giorno in cui confesseranno a “mia sorella probabilmente adottata” che il vero padre, ipotizzo un brasiliano, è ricomparso per far ritorno con lei nella favelas di Rio da cui provengono.

Le mie speranze vengono sistematicamente disattese ma perlomeno mi viene offerta la possibilità di dialogare con mio padre di qualcosa che non sia lavoro.

“Fatico a spiegarmi alcune cose relative alla mia nascita” ho esordito la settimana scorsa tra un boccone e l’altro di fumante spezzatino.

Ioli non mi ha nemmeno degnato di uno sguardo preso com’era dal fenomenale servizio sulle “scimmie che dicono il loro nome a rutti” che il TG2 stava mandando in onda.

“Cerca di seguire il mio ragionamento” ho continuato “Partiamo da un assunto: mamma e direi anche nonna sono sicuramente ancora vergini”

“Basta guardarle per rendersi conto che mai e poi mai hanno conosciuto uomo e fatto cose turpi e peccaminose, dico bene?”

“Ti posso concedere che mamma, in quanto sessantottina bolognese, è probabile che qualche bacio lo abbia anche dato, ma nonna no…nonna è santa e tutt’ora vergine”.

“Appurato tutto ciò, capisci che questo mette in crisi molte delle certezze sulle quali si è fondato il mio sviluppo emotivo e psicologico” continuo.

Attendo un qualche tipo di reazione che non arriva quindi continuo con il mio monologo.

“Ora io apprezzo che voi mi abbiate accolto per anni nella vostra famiglia, ma credo sia arrivato il momento di dirmi se è vero come credo, che sono il figlio di un qualche essere superiore comparso d’improvviso 36 anni fa in Italia”

…ancora niente.

“Che mia sorella sia adottata questo è scontato…ma dimmi almeno che aspetto aveva mio padre, se mi ha lasciato qualcosa, un’arma, un messaggio…magari ‘ricorda a mio figlio di salvare il mondo a 36 anni’ oppure ‘L’assassino di Laura Palmer è..”…qualcosa del genere”.

Guardo per un secondo mia madre, giusto in tempo per ammirare il suo sguardo tra lo stupito e il rassegnato, mi giro nuovamente verso Ioli e mi accorgo  che sta ridendo sguaiatamente alla vista di una scimmia di nome Giada.

“Avete sentito?” grida divertito “Ha detto Giada con un rutto!”

“Non mi hai ascoltato” gli dico.

“No” risponde.

“Nemmeno quando ho parlato del mio vero padre?”

“Figuriamoci” ribatte.

“Tarpi le ali della mia dirompente vitalità ed originalità in questo modo” dico dopo un po’  “e forse metti in pericolo l’intero mondo” continuo.

“100 euro vanno bene?” risponde distrattamente.

Intasco 100 euro da questa persona che non può essere mio padre anche se lui è convinto di esserlo e contino a mangiare.

Cap 2 – Il Dott. Fabiani

Il Dott. Fabiani mi vuole molto bene, ne sono certo. Sorride appena mi vede, mi cerca, si capisce che ha una voglia matta di parlare con me.

Io non ho mai voglia di parlare con lui per il semplice motivo che il Dott. Fabiani è probabilmente l’uomo più noioso del mondo.

Non racconta cose tragiche come invece è solita fare la mia maestra delle elementari, le sue sono più riflessioni, atomi di vita inconsistente e triste, flash di future rivalse e progetti che mai andranno a buon fine.

Vorrei concentrare i miei studi sulle personalità antisociali presenti nei consigli di amministrazione delle 10 più importanti multinazionali che hanno sede qui in Italia”.

Vorrei studiare “la paura” per poi escogitare qualcosa per fare in modo che i ragazzi della squadra di rugby non ne provino in partita”

Decine di “vorrei” che non porteranno mai da nessuna parte.

Oggi per mia sfortuna, mi sono dovuto recare presso il suo studio.

Il Fabiani ha divagato più del solito, le vecchiette qui fuori sicuro mi stanno odiando.

Per l’ennesima volta mi ha chiesto ragguagli sul mio iter di studi e per l’ennesima volta si è stupito quando gli ho detto che sono laureato in psicologia.

“Sai che sto conducendo degli studi sulla paura?” [Nooooooo, non mi dica] “Davvero, che interessante” “Sì, l’idea è applicare questi studi ai ragazzi qui del rugby”, “Tu potresti magari intervenire visto la tua esperienza”.

“Io ho la MCI, non credo di potere”.

La mia affermazione lo preoccupa visibilmente: “Hai ragione” risponde, “riguardati molto”.

Cap 1 – La MCI

MCI = mancanza cronica di iniziativa

La mancanza cronica di iniziativa è una malattia molto grave, magari non come la pertosse o gli orecchioni, ma è molto pericolosa.

Auto diagnosticarmela è stato semplice, è bastato riflettere sul mio stato psicofisico per rendermi conto che qualcosa di male dovevo per forza avere.

Non si giustificherebbe altrimenti il fatto che io oggi non voglia andare a lavorare da mio padre e preferisca rimanere sotto le coperte.

Ora non mi si venga a dire che si tratta di una scusa, non è forse vero che chi manifesta sintomi quali tosse, raffreddore e febbre ha l’influenza? Bene, io che manifesto poca voglia di andare a lavorare, sono indolente e pigro sono chiaramente ed inconfutabilmente affetto da MCI.

E che vada al diavolo mio padre che sbraita in cucina con mia madre, lui è sano come un pesce, sono io l’ammalato di casa.

Il mio ragionamento mi convince, sto meglio, ho trovato la spiegazione a quanto mi sta succedendo, chiudo gli occhi, dormo.