Archivi tag: presenzazione social media week

Cap 38 – L’uomo rospo

Dopo quanto successo ieri, smetterò di seguire il rituale. Almeno per alcuni giorni, una settimana forse. Ho avuto delle allucinazioni, non mi era mai capitato prima. Ho visto il volto di una donna tramutarsi in cavallo, non credo si possa annoverare tra le esperienze “normali e rassicuranti”.

A causa mia ieri sera un uomo ha pianto; inginocchiato accanto ad una aguzzina, mi ha intimato di andarmene, dopo che ero quasi riuscito a liberarlo da quel demone. Non c’è alcun senso, non vedo logicità in quanto mi sta accadendo, so solo che per evitare guai, sarà meglio smettere per un po’ con queste cure per la MCI.

Non sono certo sia la cosa migliore, spero di non buttare nel cesso tutti i miglioramenti fino ad oggi ottenuti, se questo venerdì passerà senza grossi intoppi, magari riprenderò la cura domani.

Secondo quanto riportato nel foglio consegnatomi dal Fabiani, oggi avrei dovuto indossare un completo da ballerina, un tutù rosa nello specifico, e recarmi ai campi di rugby.

Titolo: “Affrontare gli orchi”.

Nel corso della giornata del venerdì il paziente, vestito di un semplice tutù rosa, dovrà recarsi presso i campi di allenamento della locale squadra di rugby. Una volta attirata l’attenzione del gruppo di atleti, il soggetto procederà a rubare l’altrui pallone di allenamento, per poi bucarlo in gesto di sfida. Una volta fatto questo, sarà compito del malato fuggire il più rapidamente possibile, e pregare di non essere mai afferrato.

Rituale studiato per permettere ai pazienti di sfidare le proprie paure più ancestrali senza timore delle possibili ripercussioni.

Decido di soprassedere, ho come l’impressione che essere pestato da un branco di orchi di venerdì sera, sia un programma cui posso fare a meno.

Questa sera ho voglia di banalità, né più né meno di ciò che fanno ragazzi della mia età. Lontano dai pericoli, alla sola ricerca di un momento di relax; credo di meritarmelo.

Esco di casa in boxer e maglietta, cammino velocemente verso l’appartamento di Stefan. Appoggio per alcuni secondi l’orecchio alla porta, quanto basta per percepire alcuni rumori provenire dall’interno.

Mi attacco al campanello e non lo lascio sino a quando percepisco distintamente un’imprecazione. Stefan apre la porta di scatto, si è vestito rapidamente e senza prestare troppa attenzione, a giudicare dalla maglietta indossata al contrario.

Il primo pensiero che mi viene alla mente è che se ci vedesse qualcuno così conciati potrebbe trarre delle conclusioni avventate, decido di evitare il commento e senza essere invitato, entro in casa.

Dall’ultima volta che sono stato qui, qualcosa è cambiato, mi guardo attorno con sospetto. Alle pareti Elisabetta continua a fare bella mostra di sé, da quando Stefan ha conosciuto la mia passione per la subrette, ne è diventato automaticamente un fan sfegatato.

Anche la disposizione dei mobili non è cambiata, l’appartamento è sostanzialmente uguale al mio, come metratura e come disegno, quella volta l’architetto non si deve essere sforzato molto.

Senza smettere di guardarmi intorno, vado al frigorifero e mi servo una birra, mi siedo sul divano e accendo la televisione. I genitori del ragazzo debbono essere abbastanza facoltosi, gli hanno comprato un plasma da 37 pollici in full HD che lui sfrutta al massimo con i miei DVD di Taylor Rain.

Stefan non ha detto nulla, i nostri rapporti sono da sempre così: io parlo, lui esegue.

Lascio passare cinque minuti prima di rivolgergli la parola. Non ha smesso di fissarmi ed è rimasto in piedi accanto a me…ammetto che la cosa comincia ad infastidirmi.

“Sarei un po’ occupato in questo momento” mi dice sommessamente non appena riesce ad incrociare il mio sguardo.

“Ne dubito” rispondo distratto.

“..la verità è che, non sono solo in questo momento”.

Con la bottiglia ancora a mezz’asta fisso con interesse il volto del ragazzo. Il suo sguardo imbarazzato mi comunica inevitabilmente che sta mentendo.

Sorrido e a gran voce grido: “E così mi stai dicendo che in camera tua c’è la zoccola di cui mi parlavi ieri!”.

Stefan strabuzza gli occhi, muove un passo verso di me, allunga una mano quasi a cercare di tapparmi la bocca, poi si porta entrambe le mani sui capelli e muovendole velocemente in circola, spettina ancor di più la sua folta capigliatura.

Mi ricorda Edward Mani di Forbice, bevo un sorso di birra e ridacchio godendomi lo spettacolo.

La scena da “miodioquantosonopreoccupato-maèunabugia” non accenna a fermarsi, tanto che, in gesto di sfida mi volto verso di lui.

Dei rumori provenienti dalla stanza da letto catturano la mia attenzione. Il fatto che dalla sua camera esca d’improvviso una ragazza, mi comunica che probabilmente, Stefan in effetti, fosse a letto con una ragazza. Lapalissiano.

Potrebbe sembrare anche carina, sfortunatamente cammina a testa bassa e si volta solo per mostrarci il dito medio. Una gran maleducata insomma, meglio perderla che trovarla.

Stefan non prova nemmeno a fermarla, si porta le mani al volto e rimane in quella posizione per almeno 10 secondi. Lentamente abbassa le braccia, i polpastrelli delle dita non scivolano sulla sua pelle. Il suo volto si deforma, mi ricorda l’urlo di Munch.

L’odore! Mi batto la mano sulla fronte! Ecco cos’era la novità che avevo percepito appena entrato. Avrei dovuto rendermene conto subito, la casa di Stefan non puzzava come sempre. Era profumo ciò che aveva catturato la mia attenzione, un profumo indiscutibilmente femminile.

“Una pazza, amico mio, meglio perderla che trovarla una così” esclamo, certo che la mia considerazione porterà giovamento al ragazzo.

Stefan non dice nulla e mi siede accanto, mi ruba dalle mani la bottiglia e ne beve un sorso.

Non appena me la porge nuovamente, la afferro e la scaglio con tutta la forza contro il muro. Si disintegra, i vetri si spargono in parte della sala, mentre un’enorme macchia ora lorda la parete.

“Sai che mi fa schifo bere dove un estraneo ha poggiato la bocca” gli dico; il ragazzo rimane in silenzio per un po’: “Avresti semplicemente potuto poggiarla a terra” risponde.

“Non ci avevo pensato”.

Rimaniamo in silenzio ancora qualche minuto, Stefan non accenna a muoversi, la luce che entra dalla finestra riflette sui vetri sparsi sul pavimento, il gioco di luci è affascinante ed alienante al tempo stesso, potrei rimanere così in eterno.

Stefan, ho deciso di mollare la cura”, riesco a dire dopo che con un immane sforzo, sono riuscito a destarmi da quello stato catatonico in cui ero piombato, “ieri sera sono successe delle cose molto strane, mi sono spaventato. L’unica cosa di cui ho bisogno adesso è di un po’ di sana e innocente banalità. Un venerdì tipico, uscire, fare le cose che normalmente voi umani siete soliti fare.

“Vuoi invitarmi ad una pizza, poi cinema e poi portarmi a letto?”.

Per quanto allettante, rifiuto cortesemente il piano proposto, ed esorto il ragazzo  a sforzarsi un po’ e propormi qualcosa di differente.

Lui volge lo sguardo verso la finestra, un condominio color verde è il massimo che si possa ottenere da queste parti alla voce “panorama “. Uno strano senso di angoscia mi assale, vedo decine di minuscole terrazze, tutte addobbate con vasi di gerani probabilmente di plastica, ove fanno bella mostra chiller arrugginiti e parabole satellitari. Penso alle famiglie che vivono in quegli appartamenti, alle sofferenze ed ai sacrifici che hanno dovuto affrontare per quelle piccole concessioni al consumismo moderno, deboli colpi di coda, per affermare se stessi nei confronti dei molti vicini, che non hanno nome né volto. Penso a quei genitori, che spinti dalle pressanti richieste di figli ancora immaturi, hanno accettato di spendere parte dei loro risparmi, per godere dell’effimera sensazione del sentirsi migliori per ciò che possiedi, e non per ciò che sei, per poi ritrovarsi senza rendertene conto, uguale agli altri, omologato nell’acquisto, in una uniformità di desideri e ambizioni che anche una parete di un edificio certifica inesorabilmente.

C’è un po’ di melanconia nei miei pensieri, ma non voglio che queste riflessioni mi facciano piombare in uno stato di apatia. Anche Stefan sembra strano, ho l’impressione che stia subendo la mia presenza, piuttosto che godendo della mia amabile persona.

“Stefan, dimmi che cosa c’è” lo esorto “sei strano. C’è qualcosa che non va?”.

Non ottengo risposta, ma riesco a leggere chiaramente i segnali non verbali che mi sta lanciando con il corpo.

“Dimmi che ti succede, non mi incazzo, giuro”.

Prende un respiro più profondo e mi fissa: “Io questa sera sono stato invitato ad un compleanno. Uno dei ragazzi che vengono in palestra con me ha riservato un tavolo in birreria. Non ci sarei andato, se non fosse che tra gli invitati c’è una tipa che mi piace. Ho accettato, ma…” si guarda intorno in evidente imbarazzo, “ho paura che se ti invito tu mi farai fare brutte figure con lei; quindi, se mi prometti che non dirai cose strane o racconterai aneddoti buffi su di me, possiamo andare insieme”.

“Lei si chiama Lia, studia veterinaria, è intelligente ed educata, mi piace”.

E come la mettiamo con Santa Maria Goretti che ci ha da poco salutati mostrandoci il dito medio?”.

“Ecco, appunto, non devi dire nulla. Quella che hai visto è una scema che ho conosciuto in un pub, però non mi interessa. Con Lia non c’è stato mai nulla, a mala pena ci salutiamo, questa sera però vorrei cercare di conoscerla, insomma hai capito”.

Accetto il tratto e dopo poco saluto e torno nel mio appartamento. L’idea di affrontare un venerdì sera banale ha paradossalmente un effetto euforizzante in me.

D’un tratto mi rendo conto di non avere praticamente nulla di pulito da mettermi, decido di meritarmi un piccolo regalo, e inforcata la Graziella Blu, mi dirigo in centro.

Ben presto mi rendo conto di non aver la benché minima idea di cosa indossa la gente il venerdì sera, penso nuovamente alla camicia del Fabiani e a quel suo dannato modo di vestirsi sempre in maniera impeccabile.

Un tale un giorno mi disse che di un uomo bisogna sempre osservare le scarpe e la camicia, decido si seguire il consiglio alla lettera.

Acquisto un paio di Prada nere e un gentile signore mi convince che la mia vita non sarebbe degna di nota senza una camicia Barba.

Evito accuratamente di sommare anche solo mentalmente il prezzo dei due capi, e estremamente orgoglioso, faccio ritorno a casa.

A dispetto del solito, dedico ben 15 minuti alla mia igiene personale, senza tralasciare alcun arto o sezione del mio corpo. Tempo addietro avevo dato inizio ad una buffa iniziativa. Stabilivo arbitrariamente quale parte del corpo non avrei lavato per una settimana intera.

A volte si trattava di un’ascella, a volte di una gamba, più spesso tendevo a boicottare l’intera sezione sinistra o destra del mio corpo, comprendente quindi mezzo volto, un braccio, una gamba e così via.

Ero affascinato dalla dicotomia amore/odio, ossia della possibilità di poter risultare nel medesimo tempo una persona a modo, profumata e gradevole per tutti coloro si fossero trovati alla mia destra, e un detestabile puzzone per gli sfortunati del lato sinistro.

Oggi no, il venerdì banale necessita una doccia banale. Davanti allo specchio, lavato, rasato, con una bella camicia e un elegante paio di scarpe, decido che tutto sommato, faccio anche la mia figura. Per migliorar, decido di indossare anche un paio di boxer e dei jeans.

Stefan bussa alla mia porta alle nove in punto, quando apro sembra non credere ai suoi occhi. Dice: “Sembri quasi…normale”.

“E’ la Barba”.

“Sicuramente, incolta come la tenevi sembravi un po’ un hippy“.

“No ebete, Barba è la marca della camicia, se mi vedi normale è perché mi sono vestito bene”.

Accenna un sorriso anche se non credo abbia capito perfettamente ciò che gli ho appena detto. Per l’appuntamento con Lia anche lui ha dato il meglio di sé: le scarpe sono nere, lucide da sembrare quasi di vernice, indossa dei jeans scuri con un evidente taglio sulla coscia. Se leggo bene l’etichetta credo si tratti di un paio di Diesel. La camicia mi lascia alquanto perplesso, stretta in vita all’inverosimile, si apre a livello del collo lasciando ben evidente una collana di spago con un piccolo pendaglio a forma di croce.

Non l’emblema dell’eleganza, rifletto, ma preferisco tacere, questa sera farò il bravo. Durante il viaggio in macchina Stefan mi racconta qualcosa di Lia, dice di averci parlato un po’ di volte solamente e sempre in occasioni molto neutre. Mi strappa un sorriso quando mi racconta di aver comprato il nuovo profumo Gucci solo perché, origliando una conversazione della ragazza, ha scoperto che è il suo favorito.

Arriviamo per ultimi nel locale, strategicamente non la cosa migliore dal momento che non ti permette di stringere tacite alleanze con altri componenti della tavolata. Vi sono due soli posti liberi, uno vicino a quella che intuisco essere Lia ed uno più spostato verso il capo tavola.

Stefan imbarazzato come poche altre volte mi è capitato di vedere prima, chiede tre volte il permesso prima di sedersi, io mi accomodo in fondo.

Non conosco alcuno dei presenti ma questo non bloccherà la mia idea di passare una fantasmagorica serata banale. Davanti a me è seduto un ragazzo che valuto possa avere la mia età. Mi sorride e tendendo la mano, si presenta come Paolo. Nei pochi minuti che seguono conosco Gianmaria, Riccardo e Matteo, ovvero il Gu, il Ric, e il Teo.

Comincio ad odiarli dal minuto successivo.

Dei tre detesto senza dubbio quello che ad occhi e croce sembra essere l’alfa dog, il capo indiscusso della combriccola: il Ric.

Forte di un tono di voce palesemente eccessivo se paragonato alla sua massa corporea, ed evidentemente su di giri a causa di una pinta di birra in più del dovuto, il ragazzo non perde occasione per far conoscere all’intero tavolo le sue opinioni su tutto lo scibile umano, oltre che massacrare gli astanti con battute dal dubbio gusto.

“Stefan” esordisce, “non ti avevo detto di evitare di portare i tuoi amici gay?”. la battuta, evidentemente indirizzata a me, in altri momenti avrebbe sicuramente fatto guadagnare al simpatico amico una sonora gomitata sul naso, ma oggi no, ho deciso di soprassedere e fingo quasi di essermi divertito.

Il Ric è un fiume in piena, ne ha per tutti: la ragazza dell’amico alla sua destra? Una puttana, lui l’ha scopata almeno 3 volte; la mamma dell’altro ragazzo? Dio ci liberi da tal genere di svergognata. Delle ragazze presenti non ce n’è una che si salvi, tutte sceme, utili solo per un’oretta di svago orizzontale.

Il Ric grida, sottolinea le sue battute a suon di bestemmie e gesti inequivocabili. Accanto a lui nessuno sembra dar peso a quanto sta avvenendo, comincio a dubitare della mia scelta, avrei fatto meglio a rimanere a casa.

“Che macchina hai?” domanda d’improvviso rivolgendomi per la prima volta la parola.

Una Citroen” rispondo sorridendo. Guarda il Teo per un secondo, poi grida: “Ma che cazzo hai da sorridere se guidi una Citroen”.

La gag deve essere già collaudata perché in un attimo gran parte della tavolata sta ridendo di me.

Volgo lo sguardo verso Stefan, sembra non essersi accorto di nulla, sta parlando con Lia e il baccano che li circonda non sembra disturbarli.

Faccio un attimo mente locale e ricordo a me stesso la parola data a Stefan, prima di volgere nuovamente lo sguardo verso il Ric respiro profondamente.

Mi volto, e succede nuovamente.

Per un secondo davanti ho un uomo, ma la sua testa è scomparsa, al suo posto vi è l’estremità di un rospo.

Lo shock è enorme, sento il cuore aumentare improvvisamente la frequenza di pulsazione e un cerchio invisibile si stringe attorno alla mia testa.

“Non te la prendere – bestemmia – ricordati che la cosa più importante del mondo non sono le macchine…ma è la figa!”.

La battuta provoca le reazioni scomposte di molti che si affannano a dargli il 5, io distolgo per un secondo lo sguardo dal ragazzo e incrocio gli occhi di Paolo. Mi fissa e accenna un rapido sorriso.

“Un rospo vero?”.

Il panico mi assale, non sono più sicuro di quanto ho visto e di quanto ho udito. Possibile che Paolo mi abbia appena descritto la mia allucinazione? Non sarà forse che gli ultimi strascichi di medicinale ancora in circolo nel mio organismo, mi stanno giocando un pessimo scherzo?

Le grida dei ragazzi si sono fatte assordanti, c’è chi discute del Grande Fratello, chi canta le lodi della propria vettura, chi mostra agli amici video imbecilli registrati sul telefonino.

In silenzio mi guardo attorno, come travolto da ondate di banale umanità.

Stefan e Lia sono sempre più vicini, e questa volta è lei a prendere la parola: “Oggi mi sono comprato l’ultimo libro di Eco” esclama sorridente.

La reazione non si fa attendere, e come sempre è il Ric a condurre le danze: “Ma che due palle che sei – bestemmia – ovvio che non trovi un uomo! Leggi di meno e dalla di più” continua “vedrai che saremo tutti più felici – bestemmia -“.

Ancora una volta le grida divertite della combriccola riescono a coprire la musica emessa dall’impianto di amplificazione del locale, peccato, rifletto, mi piaceva ascoltare i REM.

Pur conoscendo il rischio cui sto per correre, decido di osservare nuovamente il Ric. Mi volgo. Davanti a me c’è nuovamente un rospo: ha la voce del Ric, il corpo del ragazzo, e le stesse movenze, peccato sia verde e abbia due enormi occhi neri incastonati ai lati, come gemme preziose.

Mi sforzo di continuare ad osservare la scena, deciso a sconfiggere con la forza della mia ragionevolezza le allucinazioni, ed è in quel momento che Paolo parla ancora: “Che razza di rospo, vero?”.

Questa volta non ci sono dubbi, a parlare è stato lui e la parola rospo è stata scandita a dovere.

Mi sta sorridendo quando mi metto a fissarlo, si alza e si viene a sedere accanto a me.

“Non ti preoccupare” mi dice, “sono così ebbri e imbecilli che non capiranno una parola di quanto ci stiamo dicendo”.

“Lascia che parli prima io” mi dice “è meglio così”.

Annuisco con la testa, mi sembra di vivere in un sogno.

“Prima di tutto ti posso dire che anche io vedo in questo momento un rospo, e ti posso assicurare che non sono pazzo; di conseguenza tranquillizzati, nemmeno tu lo sei. A volte io vedo coccodrilli, altre maiali..”

Io ho visto una donna con la testa di cavallo” esclamo titubante.

Ride. “Sì ce l’ho. Alcune trasformazioni sono comuni a tutti, i rospi, i cavalli, i coccodrilli, altri demoni sono peculiari, cambiano da persona a persona”.

“Demoni?”

Paolo deve aver percepito il panico nella mia voce perché si affretta a tranquillizzarmi. “Non ti spaventare” mi dice “non stiamo parlando di Satana e Anticristo. Li chiamiamo demoni perché sono persone malvagie, esseri la cui stupidità è di danno non solo a loro stessi, ma anche agli altri. Ve ne sono ovunque, c’è il padre che suole picchiare il figlio, la madre che si dimentica di amare ed immerge la sua vita in un bicchiere di vodka, c’è il piccolo teppistello che adora molestare il ragazzo down che vive sotto casa, la ragazzina quindicenne che accetta di vendere se stessa e la sua dignità per una borsa di Prada, chi picchia gli animali, chi non rispetta gli anziani. Il mondo è pieno di questi esemplari; io, te e molti, altri abbiamo solo la capacità di riconoscerli più facilmente”.

“All’inizio non ci volevo credere, ero certo di essere pazzo” continua “poi ho incontrato una persona speciale che mi ha aperto gli occhi, e tutto è diventato più semplice e chiaro”.

“Sono sconvolto” gli dico.

“E ci mancherebbe” risponde ridendo.

“Perché?” è la prima domanda che mi viene alla mente, “e..cosa possiamo fare? Dobbiamo piantare loro un paletto di frassino nel cuore?”.

La risata fragorosa di Paolo si diffonde per tutta la sala, non molti sembrano farci attenzione: “Niente di tutto questo” risponde, “Dovrai solo imparare a conviverci, e ti assicuro che non sarà facile. Lascia che ti mostri una cosa”.

Afferra il paletto in legno del mio spiedino dal piatto e me lo mostra: “Non tutti i demoni si visualizzano come l’ebete qui accanto, però tutti reagisco allo stesso modo, osserva”.

Senza dare nell’occhi avvicina il paletto alla gamba del Ric, è sufficiente un piccolo tocco e come per magia una sottile cascata di sabbia comincia a fluire dai corpo del ragazzo.

Sono senza fiato, quanto ho appena visto è talmente incredibile che stento io stesso a crederlo.

“Fico no?” dice ridendo ” porta sempre con te qualcosa di appuntito, ti servirà, soprattutto le prime volte”.

“Ma se si trasformano in sabbia, potremmo eliminarli facilmente!” esclamo di colpo.

“Non dobbiamo né possiamo eliminarli” dice “i soliti neofiti irruenti!”.

Ride di gusto alla sua battuta.

“Divertiamoci un po’” mi dice.

“Ric, sei stato in palestra oggi?”.

Il Ric volge lo sguardo verso di noi: “Ovvio – bestemmia – pettorali e spalle”.

“Sei così grosso che sembri un rospo” risponde Paolo.

Quasi scoppio a ridere mentre il Ric sorride a malapena, indeciso se quanto appena udito sia un complimento o meno.

Il Ric, innervosito dai nostri sguardi, estrae una sigaretta dal pacchetto e accenna ad alzarsi, evidentemente vuole andare a fumare.

“Non dovresti” dice Paolo, “poi scoppi” continuo io.

“Che cazzo dite voi due sciroccati?”.

“Se cominci a fumare, poi non riesci a sputarlo fuori, ti gonfi sempre di più sino ad esplodere” gli spiego con tono accondiscendente.

“Poi sai che casino…tutti pezzetti verdi sui muri” continua Paolo.

“Era un gioco molto crudele che facevano i ragazzini scemi alle elementari, fortuna che non ti hanno mai beccato, non saresti qui” concludo.

“Ma che cazzo dite?” risponde il ragazzo ora rosso in viso “i rospi scoppiano con le sigarette, lo facevo sempre, troppo forte. Ma che cazzo c’entra con me? Non sono un rospo, sono un umano, vedete?” con gesti plateali ci fa passare davanti agli occhi le mani prima, e poi gli avambracci.

“Cra cra” rispondo io, “Cra” mi fa eco Paolo.

Il Ric reagisce nell’unico modo a lui consono: “Stefan – bestemmia – smetti di provarci con Lia che tanto non te la dà, che razza di imbecille di amico hai? Questo sua madre lo ha partorito per il buco sbagliato quella volta”.

In un decimo di secondo decido che:

  • il Ric è un demone,
  • sono stanco di farmi offendere da un deficiente,
  • Stefan e Lia meritano rispetto,
  • Bianca merita rispetto,
  • i demoni, nonostante quello che dice Paolo, si possono sconfiggere.

Afferro il legnetto e con tutta la forza che ho lo pianto nella mano del ragazzo, momentaneamente appoggiata davanti a me.

Quello che segue è presto detto: invece che sabbia vedo sgorgare un bel po’ di sangue, il Ric comincia a bestemmiare e subito dopo mi sferra un pugno che fortunatamente mi manca. Mani sconosciute mi afferrano e accompagnano fuori dal locale.

Vedo gente alzarsi, alcuni strillano, altri inveiscono contro me e tutte le divinità a loro conosciute.

Le braccia possenti mi trascinano fuori, il mio primo pensiero è per il cielo, non c’è una nuvola, davvero affascinante come spettacolo.

“Te lo avevo detto, non si uccidono, bisogna imparare a conviverci”.

Paolo. È stato lui a proteggermi ed accompagnarmi fuori. Mi volto verso di lui e lo ringrazio.

Dentro al locale vedo ancora il Ric intento a tamponarsi la ferita con della carta, osservo Stefan mentre saluta e annota nel telefonino il numero di Lia, bel colpo.

Esce anche lui all’aria aperta, il suo sorriso è inequivocabile.

“Come è andata” ci domanda.

“Bene” risponde Paolo.

“Molti rospi” rispondo io ridendo.

Stefan mi guarda dubbioso, gli batto la mano sulla spalla facendogli cenno che è ora di andare.

Saluto Paolo e l’unica cosa che riesco a dirgli è nuovamente, grazie.

Cap 37 – La trasformazione

Assisto alla prima trasformazione alle 10.32 di un giovedì mattina. Dall’ultima volta che ho controllato l’ora sono passati solamente alcuni minuti. Tra tutti i rituali che il dottore mi ha intimato di seguire, questo è quello che mi imbarazza maggiormente.

Sarà perché sono vestito da pagliaccio, sarà perché ho l’ordine di rimanere in silenzio nel bel mezzo della piazza in cui si sta svolgendo il mercato cittadino, fatto sta che gli occhi puntati su di me sono piccole saette color viola che sfregiano il mio corpo come lame affilate.

Inizialmente le persone hanno riso di me, a molti sono probabilmente sembrato una buffa ed innocua intromissione alla loro routine, fatta di acquisti e parole banali lasciate raminghe a disperdersi nell’aria.

Bambini vocianti, sporchi di gelato al cioccolato, mi hanno sorriso, e con forza hanno strattonato le gonne delle loro madri nella speranza di poter avvicinare l’oggetto delle loro fanciullesche fantasie.

Da me hanno ricevuto solo il gelo, il silenzio di una statua, che fissando il nulla, vive l’infinito dei suoi giorni.

Ben presto la mia presenza silenziosa ha cominciato ad infastidire, la tensione è cresciuta, i sorrisi si sono tramutati prima in stupore, poi gradualmente gli sguardi hanno cominciato a trasmettermi livore, una sorda ostilità verso qualcuno di diverso, che agli occhi della massa è apparso strano, inquietante, forse pericoloso.

Prima uno sguardo, poi un gesto di sufficienza, ai quali sono seguite piccole frasi bisbigliate, infine offese sempre meno celate, e al culmine, minacce.

La gente disprezza ciò che non riesce o vuole comprendere, la diversità di un atteggiamento è già la prova sufficiente che discrimina il bene dal male, il giusto da ciò che è sbagliato, in una folle visione manichea del mondo dove le sfumature non hanno possibilità di vita, sono fiori che si affacciano spaventati nel deserto, e muoiono senza aver avuto, nemmeno per un secondo, la possibilità di essere colti e donati ad una donna amata.

C’è stato chi si è avvicinato, e con fare quasi paternalistico, ha cercato di spiegarmi che per essere un pagliaccio credibile, avrei dovuto sorridere, e far divertire le persone.

Presentandomi in quelle vesti avevo ai loro occhi assunto l’obbligo morale di confermare con i gesti, e le parole, il mio ruolo di buffone. Non altro comportamento era tollerato, pena la perdita della tranquilla navigazione nello sconfinato oceano delle vite banali, e la mia conseguente cacciata da una piazza che, pur appartenendo a tutti, sarebbe divenuta della sola maggioranza.

La società non può accettare che un pagliaccio rimanga in silenzio, il contrasto è troppo forte per non scatenare reazioni a tratti esagerate, come quelle cui sono sottoposto da alcune ore.

Rifletto. Concentrato sul mio silenzio lascio che i pensieri liberi di percorrere praterie immense fatte di associazione che dal nulla si creano, e in un attimo svaniscono.

Episodi, momenti, atomi della mia vita che scie luminose uniscono come fossero stelle di una costellazione ancora sconosciuta. Il passato con il presente, ambiti di vita all’apparenza lontani che adesso uniti, assumono forme tridimensionali, ove all’interno i significati della mia esistenza prendono i colori della ragionevolezza e della luce.

Sarà questa la luce di cui il dottore mi parlava? Fare luce sulla propria esistenza, assaporare nuove prospettive significa forse semplicemente rileggere i passi già compiuti con degli occhi nuovi?

“Sai cosa sei? Un enorme pezzo di merda!”.

Le parole hanno in me l’effetto di un secchio d’acqua fredda scaraventato d’improvviso sull’indifeso dormiente.

La donna che ho davanti avrà circa 60 anni, decisamente sovrappeso. La prima cosa che noto sono i suoi orecchini, potrebbe portarci in giro un pappagallino. Evito il commento.

I suoi occhi mi colpiscono, vi leggo dell’odio, per un attimo ho la netta sensazione che sia in procinto di colpirmi, per mia fortuna questo non succede.

A differenza di tutti coloro che fino a questo momento, armati di coraggio, si sono avvicinati a manifestare il loro disgusto nei miei confronti, questa signora non accenna ad andarsene.

Veste in modo troppo appariscente, se Bianca si azzardasse un giorno a comprarsi una maglia così scollata, probabilmente Ioli cambierebbe la serratura di casa.

Incrocia le braccia, la posizione accentua ancor di più l’enorme seno. Dalla rapida valutazione che riesco ad eseguire lanciando un furtivo sguardo verso di lei, deduco che peserà almeno 1300 kg, etto più, quintale meno.

La posizione che assume è davvero bellicosa e il trucco esagerato che la fa sembrare molto simile ad un maori, sicuramente non aiuta.

Le collane d’oro sono una palese ostentazione di ricchezza che fanno a pugni con la totale mancanza di raffinatezza e savoir faire.

Dietro di lei scorgo un uomo minuto, deduco sia il compagno dal momento che non si allontana per tutto il tempo in cui lei rimane a sfidarmi.

Sta sorreggendo a fatica le borse della spesa, se ho visto bene, prima della scenata contro di me, l’allegra coppietta ha fatto visita al panificio, ad una profumeria, a Benetton, e ad una pasticceria.

“Pensi che abbia paura di un tipo come te, pagliaccio dei miei stivali?. Perché non fai un favore al mondo e torni a casa tua? Qui dai fastidio, lo capisci?”.

Il tono sostenuto della signora ha incuriosito molti passanti che ora si sono fermati e guardano in silenzio la scena. Quello che io credo sia il marito si avvicina alla donna e le sussurra qualcosa in un orecchio.

“No che non mi calmo, a me non importa nulla della gente che ci osserva, mi preoccupo di più di questo barbone che invece di andare a lavorare, rimane qui a rubare i nostri soldi e spaventare i nostri figli”.

Mi trattengo dal desiderio di far notare alla signora come tra lei e il suo compagno, probabilmente l’unico a lavorare sia lui e che, soprattutto, difficilmente potrei rubare dei soldi rimanendo immobile come una statua e con una strana pillola in bocca.

Il mio silenzio sembra esasperare la donna che solleva la borsa e minacciosamente si avvicina.

Mi salvo solamente perché nuovamente il marito interviene e afferratala per un braccio, la allontana da me. Vedo i due parlottare per qualche minuto, non riesco a cogliere tutto lo scambio ma mi sembra evidente che le parole dell’uomo non sortiscono l’effetto sperato.

“Il problema non sono io” grida ad un certo punto la pazza. Il viso è paonazzo e non fatico a notare una vena che si è ingrossata all’altezza della tempia destra.

“Il problema sono quelli come questo sfaccendato qui!” grida volgendomi lo sguardo. “Questi qui vengono in Italia solo a rompere le scatole, bevono, fanno casino, non pagano le tasse, però poi se una cittadina come me gli spacca la testa, vanno in ospedale e il servizio medico copre tutto!”

“Ma vi pare possibile? Nemmeno mi risponde, sicuramente sarà uno di quei Crudi o Arabi”.

“Curdi, si dice Curdi, non crudi” la corregge l’uomo.

“A me non interessa nulla, sono sempre la stessa cosa”.

Osservo la folla che assiste, l’impressione che ne traggo non è certo benevola.  Le parole della donna sono spesso accolte da cenni di assenso e più di qualcuno la esorta al più presto a passare alle vie di fatto.

Non si alza nessuna voce discordante dal coro, gli incresciosi deliri della donna vengono sottolineati dalle risatine divertite di giovani e meno giovani.

Gli unici che non si divertono sono i bambini, involontari spettatori di un triste spettacolo fatto di banalità e semplificazioni. Immobilizzati dalla tenace stretta dei propri genitori, assistono impotenti al teatrino dell’uomo vile, che fiuta la preda tra i più deboli, e gode senza proferir parola innanzi anche ai più biechi tra i comportamenti.

La donna non accenna a mollare la presa, è il capocomico di questo grottesco circo. Ora si sbraccia, ora sbraita. Nel suo mirino non vi sono più solo io, vi è tutto il popolo dei diversi, degli emarginati, di coloro che non si sono assuefatti alla società, ma continuano a viverla da uomini indipendenti e dotati di arbitrio.

“Non sai parlare la nostra lingua? Ma allora torna a casa tua! Sei qui, vuoi fare il pagliaccio, ma non fai ridere, non sai nemmeno parlare! Vai a casa tua, qui non ti vogliamo, e portati via le tue due mogli e 300 bambini, chissà che i nostri figli possano respirare aria salubre in classe”.

Termina la frase volgendo lo sguardo alla folla, e un fragoroso applauso le conferma di aver anche questa volta fatto centro. E’ nel momento stesso in cui si gira che vedo il suo volto deformarsi.

Per un secondo che sembra durare un’eternità, davanti a me non ho più una donna dallo sguardo d’odio, ma un essere con la testa di cavallo.

L’allucinazione mi fa sobbalzare, cosa che non passa inosservata ai più. Chiudo gli occhi e quando li riapro ho nuovamente davanti a me le poco amabili fattezze della signora.

Sebbene non mi possa dire felice, accolgo la ritrovata visione con un sospiro di sollievo. I miei occhi incrociano quelli dell’uomo che silente si è ritirato un po’ in disparte, il suo è lo sguardo di un uomo rassegnato, che ha accettato di subire la prepotenza e che in silenzio accetta la vergogna, e lo smacco dell’ignoranza altrui.

“Tu tornare a casa tua, capito? Casa tua, qui Italia casa di italiani”.

Poi succede ancora. La voce della donna si deforma e contemporaneamente le sue fattezze tornano quelle di un cavallo, il muso allungato, la criniera, gli occhi neri di un essere malvagio.

Un gigantesco cavallo mi sta alitando addosso le sue ipocrite filippiche, e il suo sordido razzismo da strada. Il tiepido olezzo dell’alito dell’animale mi nausea, schizzi di saliva proiettati da una bocca schiumante di rabbia, lordano il mio volto. Capisco che non potrò controllarmi più a lungo quando oramai è troppo tardi.

Ho la netta sensazione che il tempo rallenti per permettermi di vivere appieno quanto sta succedendo. Vedo il getto di vomito volare in slow motion verso l’essere. Nei pochi attimi che precedono l’impatto non vi è più traccia dell’animale. Davanti a me vi è nuovamente la malvagia signora, talmente sorpresa da quanto sta avvenendo, da non avere nemmeno la forza di accennare una reazione. Il getto la colpisce in mezzo ai seni.

Rimaniamo entrambi a bocca aperta mentre le grida di divertimento e di disgusto provenienti dalle persone raccolte vicino a noi, si confondono.

Mi porto la mano alla bocca, “Pardon”, le dico in perfetto inglese.

Credo che quella che segue si possa definire una crisi isterica. La donna viene prima di tutto scossa da tremendi conati, poi inizia a gridare, cerca di togliere il vomito dalla maglia, ma l’unico risultato che ottiene è quello di spalmarlo ancora di più. Appena si rende conto della cosa comincia a saltellare e girare su se stessa, sembra una trottola. Il suo viso è un’unica smorfia di disgusto, emette dei suoni gutturali che mi fanno credere che a breve stramazzerà al suolo con un principio di infarto.

Le persone intorno a noi cominciano ad andarsene, non vi è più nulla da vedere. Vedo il marito avvicinare la moglie e allontanarsi a passi rapidi dalla piazza.

Decido di seguirli, l’immagine del cavallo mi ha turbato, voglio parlare al più presto all’uomo.

Non è difficile seguire la coppia: la mole della donna e le poco celate chiazze di vomito stampate sulla maglia, fanno sì che la folla si apra come il Mar Rosso al passaggio di Mosè.

Mi mantengo ad una distanza di sicurezza anche se il mio costume da pagliaccio non aiuta la mia mimetizzazione.

Si fermano in una piazzola poco distante, la donna si accomoda sui gradini di una chiesa mentre l’uomo si muove verso una bancarella di frutta e verdura. Capisco che si tratta della mia occasione e decido di affrontarlo.

“Compra le carote per il cavallo?”.

La mia domanda lo coglie impreparato tanto che istintivamente arretra di un passo. Non mi risponde, sembra che non abbia mai visto un pagliaccio parlare.

“Le ho chiesto, se è qui per comprare le carote al cavallo”.

Ancora una volta l’uomo non risponde, non smette di fissarmi.

La situazione mi spazientisce, e il rischio di trovarmi nuovamente addosso quella strana donna mi spinge ad accelerare i tempi.

“La signora di prima, quella con il vomito, in realtà credo sia un cavallo gigantesco. Mi piacerebbe sapere come lei possa continuare a condividere la sua vita con quell’essere”

La mia frase sembra risvegliarlo da un profondo sogno, apre la bocca come se volesse dire qualcosa ma si trattiene.

“E’ mia moglie, non è un cavallo” dice dopo alcuni secondi di riflessione.

La sua semplicità è fin commovente, sembra non voler accettare una verità che è sotto gli occhi di tutti.

“A parte il fatto che ho visto perfettamente il volto dell’animale poco fa, lei evidentemente si è fermato a comprare delle carote e guarda caso, ai cavalli piacciono le carote”.

“Anche ai conigli piacciono le carote” mi risponde “potrei semplicemente avere un coniglio in casa”.

Valuto per un istante la risposta dell’uomo: una difesa evidentemente scriteriata e eccessiva, frutto probabilmente di una coscienza sporca, che cerca con la bugia di negare una inconfutabile evidenza.

“Cerchiamo di non sviare l’attenzione dal problema principale, ho chiaramente assistito alla trasformazione della sua signora poco fa. Sono certo si trattasse di un cavallo per due semplici motivi: riesco a distinguere un cavallo da un coniglio, e secondo, io detesto i cavalli e non i conigli”.

“In realtà più dei cavalli, io odio i Bamby, ma in questo caso sono certo che sua moglie non appartenga a questa immonda razza”.

Cercando ancora una volta di allontanarsi da me, l’uomo appoggia male il piede destro e cade rovinosamente sull’asfalto. Si alza prima che io riesca ad aiutarlo.

“Ci pensi bene, non le sembra contro natura frequentare una bestia di siffatta proporzione? Il cavallo è una bestia malvagia, mangia le carote ma non si abbronza, morde, perde appositamente le gare per rovinare le persone, e per causa di un cavallo Candy Candy ha visto morire il suo amato Anthony. Lei mi sembra una persona seria e buona…non dovrebbe accettare supinamente questa situazione, ma non si preoccupi, io la salverò”.

All’udire tali parole l’uomo fugge a gambe levate, lo vedo parlottare con la moglie e poi incamminarsi verso la fermata del bus.

Non mi risulta troppo difficile seguirli, i due salgono nel numero 9 e si piazzano nei posti vicini all’autista.

Scendono mestamente in una zona che si potrebbe definire popolare. Le case, una volta fiore all’occhiello del comune, sono state lasciate sole a combattere l’impari lotta contro il tempo.

Un piccolo bastardino non smette di abbaiare.

Rimango ad una distanza di sicurezza fino a scoprire con esattezza l’ubicazione della loro dimora. Evidentemente debbono essere tra i facoltosi della zona perché la casa, distribuita su due piani, è circondata da uno splendido giardino. Il cancello è aperto, ne approfitto per entrare a dare un’occhiata. Cammino indisturbato per una decina di metri, scorgo quella che ritengo essere una piscina sul retro dell’edificio.

Faccio ritorno a casa, mangio velocemente alcuni rimasugli di formaggio, e mi preparo alla grande notte. Ho deciso che aiuterò l’uomo, quel povero signore vittima di un maleficio ha solo bisogno di qualcuno che gli faccia aprire gli occhi.

Nel mio zaino faccio entrare una Umarex 92 FS XX Treme a carica elettrica, tra le più micidiali delle mie pistole ad aria compressa.

Raggiungo il quartiere verso le 21. Il cielo è stellato, e il frinire dei grilli accompagna i miei passi fino alla casa dei coniugi. Dalla strada si odono delle voci, forse sono dei nitriti. La serata è fresca ma questo non ha impedito alla coppia di cenare all’aperto. Hanno allestito un piccolo tavolino davanti alla porta del garage, dalla strada è già possibile osservare le loro mosse con chiarezza.

Entro dal cancello e mi nascondo dietro il tronco di un albero. Distinguo chiaramente la voce dell’uomo, il tono sembra sommesso, è probabile che stia cercando di scusarsi. Deduco stia parlando con quello strano essere con cui si accompagnava in giornata, controllo la carica della pistola.

La petulante donna sta rimproverando qualcosa al marito, è la goccia che fa traboccare il vaso.

E’ sufficiente spostarmi lateralmente di solo 50 centimetri per avere una visuale di tiro perfetta. Prendo la mira. Con il primo colpo mando in frantumi un bicchiere della tavola. Dopo alcuni secondi di smarrimento le voci si fanno più forti e nitide. Non aspetto, sparo nuovamente.

Sento un urlo. Continuo a sparare nella stessa direzione, ad ogni colpo un urlo nuovo. “Strano modo di lamentarsi ha questo cavallo” penso, poi riconosco la voce dell’uomo gridare: “Basta, basta per pietà”.

Decido di smettere e andare a controllare il lavoro svolto. Mi avvicino e saluto l’uomo. E’ accovacciato a terra e si sta riparando con una delle sedie in plastica. Sta tremando, immagino sia gratitudine.

Poco distante l’essere demoniaco si sta massaggiando una gamba. Nel tentativo di ripararsi ha fatto cadere la tavola con tutte le vettovaglie. Mi fissa con orrore, probabilmente non riesce a riconoscermi. Anche lei trema, una reazione che non mi sarei aspettato da un demonio come lei.

Volgo lo sguardo all’uomo e lo aiuto a mettersi in piedi.

Piange.

“Non pianga” gli dico “lo ho fatto con piacere”.

“Perché?” mi domanda.

“Odio i cavalli” gli rispondo.

“Qui non c’è alcun cavallo” mi risponde “è mia moglie” grida lui. Corre verso la donna, le accarezza i capelli e la bacia con dolcezza. Le sussurra qualcosa all’orecchio, lei singhiozzando si stringe a lui.

Si volge verso di me: “Vattene, pazzoide, o io chiamo la polizia”.

Lo sfogo dell’uomo mi lascia interdetto, ho come l’impressione che il mio aiuto non sia stato compreso. Dove ho sbagliato? Ho individuato un essere malvagio, mi sono battuto affinché una buona persona potesse sconfiggerlo, mi sono dato da fare, e il ringraziamento? Lei che piange, lui che la consola, entrambi che vogliono denunciarmi.

C’è qualcosa in tutto questo che non capisco, perché le persone non dovrebbero accettare il mio aiuto?

Cap 35 – Vicini di casa

Miei adorati vicini (a pensarci bene non è che vi adori, però mi sembrava un modo carino di coinvolgervi emotivamente già da subito), è con estrema tristezza che vi annuncio che a partire dalle ore 6 pm di giovedì 11 c.m. io non sarò più tra di voi, avendo infine deciso di passare a miglior vita. Quale occasione migliore per un’ultima bevuta e quattro chiacchiere tra di noi? Vi aspetto tutti questa sera alle ore 20 nel mio appartamento.

RSVP

Invio la mail alle 14.03 e alle 14.08 sento bussare alla porta. Dalla forza immagino si tratti di Stefan, decido di non aprire immediatamente, voglio che l’attesa renda l’incontro ancor più drammatico.

Dopo la seduta del lunedì ho passato lunghi momenti di pura apatia e sconforto. In poco tempo i miei pensieri hanno assunto il colore nero dell’odio, e mi sono ritrovato a maledire il giorno in cui ho conosciuto il Fabiani.

Non ho avuto il coraggio di sospendere la cura, sarà forse per quell’esigua rimanenza di amor proprio che ancora alberga in me. Pur senza molta voglia, ho affrontato le prove elencate nel foglio consegnatomi.

Ho camminato a quattro zampe per quasi due ore nel tentativo di recuperare il mio “rapporto con la flora e la fauna del mondo che mi circonda” (avrei sicuramente preferito mangiarmi un bel filetto a tal proposito) e ho sistematicamente aperto la porta nudo a tutti i poveri fattorini che hanno avuto la sfortuna di dover consegnare le 10 pizze che ho ordinato, seguendo i dettami del mio “amato dottore”. Ammetto che dopo un po’ uno ci fa anche l’abitudine e non si rende conto di essere nudo, sino a quando non nota lo sguardo disperato e, debbo dire, a tratti inorridito di chi si ha davanti.

“…così da creare una connessione perfetta tra lei e il suo corpo“. Non so se realmente questa connessione si sia creata, sicuramente ho rotto definitivamente quella che esisteva tra me e le pizzerie della zona.

Stefan continua a battere come un forsennato alla mia porta, comincia ad innervosirmi.

Per rendere ancor più drammatica la situazione decido di alzare il volume dello stereo quasi al massimo, le imponenti note del requiem di Mozart si diffondono nella stanza.

A dirla tutta, non ho alcuna intenzione di suicidarmi, avevo solo bisogno di vedere qualcuno, di scambiare con qualche amico delle riflessioni, di confrontarmi. Ho ritenuto che la mail potesse essere il modo migliore per assicurarmi la presenza di tutti.

Ho esteso l’invito a coloro che nel bene e nel male mi sono stati vicini in questi mesi: Stefan, Flavia, il mio amico nanetto e quel genio del Ruberti.

Considerando il fatto che soprattutto quest’ultimo ha continuato nel tempo ad evitare di confrontarsi con il mio amore, ho ritenuto che “un ultimo saluto” avrebbe potuto alla fine smuoverlo da quel suo ostile antro di intelligenza e solitudine.

Per l’occasione ho anche ordinato casa: i gatti di polvere sono scientificamente finiti sotto il mio letto, Elisabetta è tornata a abbellire la parete del mio salotto, i piatti sono stati lavati con una dovizia quasi maniacale.

In uno slancio di inaudita bontà ho anche rotto il rituale del lunedì single (Stefan ha inaspettatamente saltato gli ultimi due appuntamenti) e mi sono recato da Simona per acquistare un pacchetto di patatine, delle olive e alcune bottiglie di vino.

Da dove nasce tanta gentilezza e spirito di ospitalità? Da una necessità. Lo spirito di sopravvivenza può spingere le persone a compiere gesti aberranti: cannibalismo, tradimenti, voti a Berlusconi; il mio caso non è dissimile, ho di fatto dimenticato le mie note caratteristiche di asociale bastardo perché per la prima volta in vita, ho sentito la necessità di un confronto, di calore umano, ma più di qualsiasi altra cosa, di una valvola di sfogo.

Sento rabbia per il Fabiani che con le sue edulcorate riflessioni ha abbattuto le certezze su cui si basava la mia esistenza, e di riflesso odio il mondo, perché da oggi sono costretto a guardarlo con gli occhi tristi di chi è uno tra molti, e non uno differente e migliore dei più.

Volevo cambiare, questo è certo, ma sicuramente non volevo ritrovarmi a non sapere più nemmeno come mi chiamo, perché le persone mi stanno vicine, cosa sono io per gli altri.

Un tempo la cosa non mi avrebbe importato, a settimane alterne sapevo perfettamente di essere o una sorta di semi dio sceso sulla terra per dominare il mondo, o un alieno dotato di poteri inimmaginabili come “saper limonare senza lingua”, “vedere il futuro quando è già passato”, “impadronirsi della mente altrui e far dire loro cose che loro decidono di dire, indipendentemente dalla mio volere”. Tutte caratteristiche, e potenzialità sperimentate sul campo, in decine e decine di minuti di duro lavoro.

Poi sapevo di essere bello, più che bello dannatamente figo, uno di quelli che le donne le cambia con la stessa frequenza con cui cambia i boxer, una a settimana.

Dopo lunedì tutto questo si è frantumato come un cristallo, e mille frammenti luminescenti sono sparsi davanti a me, non ho la voglia e la forza di chinarmi a raccoglierli e cominciare una lenta e faticosa opera di ricostruzione, ma soprattutto adesso so che ciascuno di queste piccole schegge, ha la facoltà di lacerare la mia pelle e macchiarsi del rosso del mio sangue.

Davanti al proprio nulla, ai fallimenti, allo zero che siamo stati, ogni parola, riflessione, obiettivo, progetto rappresentano una lama incandescente che penetra nella nostra anima, e ci lascia squarci di profonda sofferenza.

Quando qualcosa ti ferisce, cerchi di ripartire dalle poche sicurezze che ti circondano, dai tuoi familiari, dai tuoi amici.

Abbasso la musica, il vociare fuori dalla mia porta si è fatto più intenso. Riconosco la voce di Flavia e lo squittire del mio amico nano.

Mi avvicino alla porta, sono quasi commosso che tutti si siano preoccupati per per me. Penso a quando ero bambino, alle ore passate davanti alla televisione guardando Goldrake.

Mi innamorai per la prima volta a quell’età di Venusia, nelle mie fantasie non vi era ancora il sesso, ma vi era una strana forma di dipendenza. Sognavo di essere ferito e di ricevere le cure e l’affetto dalla mia amata. Non vi erano baci, non vi era null’altro che comprensione, vicinanza calore, quello di cui sento ora la necessità.

Fuori dalla porta hanno capito che sono ancora vivo, ho abbassato il volume e sono certo che il genio del Ruberti abbia notato la cosa, e già istruito gli altri.

Il più scatenato sembra il nano, non smette di gridare, mi sembra di vederlo mentre si agita come una pallina davanti alla mia porta.

Sento bussare con insistenza, percepisco che l’origine del suono non si situi come normalmente accade, all’altezza dei miei occhi ma provenga da molto più in basso. Anche l’intensità del suono è differente, anche se non ne conosco la corretta spiegazione fisica, deduco che delle mani piccole producano un suono differente rispetto a delle mani di un adulto.

“Smettetela di prendere a calci la mia porta!”.

Per un attimo l’incessante borbottare proveniente dall’esterno si placa per poi ricominciare ancor più rumoroso di prima.

Le grida si confondono, il sovrapporsi di voci e rumori mi ricorda una composizione di cacofonia.

Il rumore proveniente dalla zona più bassa della porta è il più ostinato, ed è l’unico che anche dopo alcuni minuti continua a martoriare le mie orecchie.

Apro la porta di scatto e contemporaneamente esordisco dicendo: “Vi ho detto di smetterla di prendere a pedate la..”

Alla vista del nano con la mano ancora a mezz’aria pronto a colpire nuovamente il legno, continuo con la gag: “ahhh ma non erano calci..eri tu!!”

Dopo alcuni secondi tutti, eccetto il piccoletto che rimane basito e praticamente immobile, scoppiano a ridere. La risata è davvero liberatoria, lo leggo dai loro volti e dagli sguardi che si scambiano furtivamente.

Come già successo in passato, dimentico del suo carattere a dir poco infiammabile, perdo di vista per qualche secondo il mio piccolo amico il quale, realizzato per ultimo di essere al centro della ennesima burla da parte mia, non si preoccupa nemmeno di abbassare la mano e la scaglia con notevole forza direttamente tra le mie gambe.

Il dolore al basso ventre è micidiale e mi costringe al suolo in una posizione fetale. In mio soccorso intervengono i tre vicini meno bellicosi, e lentamente mi aiutano a rimettermi in piedi e recuperare il fiato troncato di netto dal dolore.

“Dovresti andarci piano con questi colpi” esclamo fissandolo. Il piccoletto non si scompone e con fare deciso entra nel mio appartamento. Lo seguiamo in silenzio, Stefan si preoccupa di chiudere la porta e si sistema alla destra di Flavia.

Sembra meno interessato al suo corpo nudo rispetto all’ultima volta che ci siamo visti, la cosa mi sorprende non poco.

“Alla fine siete venuti tutti” esclamo sfoggiando un sorriso che farebbe invidia a Moira Orfei, “che gentili, non era così importante”.

La mia falsa modestia non coglie nel segno e la risposta di Flavia mi fulmina: “Pezzo d’idiota, dopo quella mail era il minimo che potessimo fare”.

Non è una cosa piacevole sentirsi gli occhi di tre persone e mezzo che ti fissano tra l’interdetto e l’incazzato, ho bisogno di un diversivo per abbassare la tensione e l’occasione di avere tra di noi il signor Ruberti si presta alla perfezione al mio scopo.

Non credo conosciate il signor Ruberti del 3b” dico rivolgendo lo sguardo verso Flavia, “non ricordo nello specifico quale sia il suo lavoro, sicuramente però posso dirvi che è un maledettissimo ed estremamente figlio di puttana genio”.

A suggello di tale mia poetica affermazione passo la parola direttamente all’interessato affinché stupisca tutti con una delle sue mirabolanti riflessioni: “Glielo dimostri, dica qualcosa da genio”.

Colto di sorpresa il Ruberti arrossisce come un’educanda, indietreggia impercettibilmente e balbettando riesce solo a proferire un semplice: “Ma, ma io veramente.”

“Visto, che vi avevo detto? Lo interrompo. “E’ o non è il più stramaledettoecazzutissimo genio che abbiate mai conosciuto?”

Approfitto dell’attimo di perplessità causato dalle mia affermazioni per balzare in avanti e, afferrata la testa del malcapitato, stampargli un sonoro bacio sulla bocca.

“Sai che ti amo vero? Non mi sono dimenticato di te. In realtà a pensarci bene mi ero dimenticato di te, ma il fatto che tu sia qui oggi mi riempie d’orgoglio e felicità!”

Il genio mi spinge via con tutte le sue forze e comincia a pulirsi la bocca con le maniche della camicia. Mi guarda sconcertato, probabilmente teme un mio secondo attacco.

Ignoro l’impulso di gettarmi tra le sue braccia come farebbe un bimbo con i nonni che ha appena rivisto dopo un lungo periodo di assenza e, riacquistato il mio self control, racconto a Stefan, Flavia e al nano la storia del signor Ruberti. Tutti alla fine sembrano decisamente affascinati dalla nostra strana relazione.

Il Ruberti ascolta in silenzio e in più di un’occasione si trincea dietro un mutismo imbarazzato e commovente. A dispetto di tutto, rifletto, se non fosse per il viso davvero mostruoso ed un corpo sformato dalla pastasciutta e dall’età, sarebbe anche un bell’uomo.

Flavia tempesta l’uomo con mille domande ed io approfitto del mio momento di svago, per smettere i panni di splendido anfitrione, e studiare attentamente i miei ospiti.

Chi non ha bisogno di presentazioni è Stefan, seduto in silenzio sul mio divano ascolta con interesse le parole del genio. Con un taccuino in mano ed una matita tra le dita avrebbe tutto per sembrare un giornalista alle prese con un proprio informatore.

A dispetto del solito, oggi Stefan sembra appena uscito dalla doccia, si è sicuramente fatto la barba e profuma di pulito. Indossa una comunissima Polo bianca che cozza con il ricordo più vivido che ho di lui, “quasi frantumato da due grossi energumeni vestiti di nero”.

Il corpo nudo di Flavia oramai non mi fa più effetto, e a dire il vero anche gli altri maschietti invitati la trattano come se indossasse un tailleur grigio. Divertente, rifletto, come la conoscenza diretta con una persona possa farti dimenticare per incanto che vestiti stia indossando.

Decido di attirare l’attenzione di tutti i miei invitati rivolgendo loro la domanda più ovvia: “Scusatemi” dico interrompendo le loro dotte disquisizioni sul chi sia più intelligente tra il Trota Bossi o la crosta di formaggio grana spuntata per miracolo da sotto uno dei cuscini del mio divano, “sareste così gentili da spiegarmi perché siete arrivati tutti adesso, quando l’appuntamento era per le ore 20?”

Risponde Flavia per tutti: “Abbiamo letto la tua mail, credo di parlare a nome di tutti se ti dico che ci siamo preoccupati e senza nemmeno metterci d’accordo ci siamo precipitati alla tua porta”.

Un silenzio imbarazzato segue le parole della ragazza. Rifletto su da farsi e ritengo che in questo caso la mia sincerità sarà sicuramente apprezzata dal gruppo.

“Ah ma quella mail era una balla, non ho alcuna intenzione di suicidarmi. Cercavo un pretesto per convocarvi tutti, perché vorrei parlarvi di alcune cose, mi sembrava il metodo più rapido”.

L’esperienza insegna, e al primo fremito che percepisco sul volto del nano, mi alzo dal divano e mi riparo dietro una sedia strategicamente posizionata alla mia destra.

Il piccolo uomo, che senza pensarci un secondo si era alzato di scatto e gettato verso di me con l’intenzione di colpirmi nuovamente tra le gambe, sembra per un momento spiazzato dalla mia rapidità.

Cerca di colpirmi nonostante il mio riparo e i suoi pugni non si avvicinano nemmeno al mio basso ventre. Come in un vecchio gioco di bambini cominciamo a girare intorno alla sedia, quando si muove verso destra io faccio un passo a sinistra e viceversa.

C’è profondo odio nei suoi occhi, una rabbia tale che ancora il piccoletto non è riuscito a proferire parola. Schiumante di rabbia si blocca e mi fissa intensamente, i respiri si fanno sempre più affannosi, per un momento penso sia in procinto di avere un infarto.

Accumula aria nei polmoni che mi scarica di punto in bianco gridando: “figliODIPUTTANAAAAAAAA”.

Torna ad ansimare come un cane dopo una lunga corsa, non ha ancora esaurito la rabbia a quanto pare.

Mi ricorda uno di quei palloncini che si gonfiano soffiandoci dentro, cresce pian piano sino a giungere ad uno stadio prossimo all’esplosione. La meccanica del folletto è molto simile, inspira di continuo ma invece di esplodere mi scaglia addosso tutta la sua rabbia gridandomi i più turpi improperi da lui conosciuti.

Gli altri sono fermi, immobili come se un gigantesco ragno avesse iniettato loro il suo veleno paralizzante. Guardano la scena come davanti ad un grande schermo, mi aspetto che a momenti qualcuno dei tre estragga dal nulla dei pop corn ed inizi a s mangiucchiarne distrattamente.

“Ti rendi conto aberrante figlio di puttana che ci hai fatto spaventare? Tutti noi abbiamo sentito un tonfo al cuore quando abbiamo letto le tue parole, io per primo, lo ammetto, ho anche pianto”. “Poi quando sono venuto da te, e ho visto che c’era qualcuno che aveva avuto la mia stessa idea, ho pensato che forse qualcosa si potesse ancora fare, forse la nostra presenza avrebbe potuto farti desistere dal proseguire in quella tua stupida scelta. Poi scopro che era tutta una messa in scena, per essere sicuro di averci tutti qui…una delle tue innumerevoli cavolate che metti in atto senza pensare alle possibili implicazioni, senza guardare mai al di là del tuo enorme naso”.

Capisco di aver esagerato quando il Ruberti non risponde nemmeno con un piccolo sorriso ai bacetti che gli sto mandando. Il gelo che percepisco intorno mi mette a disagio, credo di dover loro delle scuse.

Mi siedo e con un sorriso di circostanza aspetto che tutti prendano posizione. Il nano fatica a montare sul divano, gentilmente Stefan lo aiuta.

Cerco di stemperare la tensione sottolineando la scena con una risata sguaiata, ma nessuno se la sente di condividere con me la goliardica esperienza.

Mi tranquillizzo e dopo aver velatamente chiesto scusa, faccio un brave riassunto di quanto mi sia capitato negli ultimi tempi, non faccio mistero di essere sotto cura sperimentale, aspetto che sembra accendere la curiosità di tutti i presenti.

Racconto del rituale, di come proprio durante una delle prove io abbia conosciuto Annalisa. A nessuno sfugge il fatto che le parole della ragazza, citate da me quasi a memoria, abbiano avuto un effetto devastante sulla mia autostima.

Il silenzio si fa cupo non appena termino di raccontare quanto successo l’ultimo lunedì, nello studio del Fabiani.

“In fin dei conti” concludo “voi siete miei amici, vorrei il vostro parere, vorrei capire anche grazie a voi, chi sono…perché ad oggi, sembra che tutti siano in grado di dirmi solo ed esclusivamente chi non sono, e cosa non sono in grado di fare”.

“Sei un gran cretino, questo credo di avertelo più volte detto”. Le parole del nano non mi sorprendono più di tanto, a lasciarmi senza possibilità di replica sono le parole che seguono. “Sei un cretino con qualità che sistematicamente ignora per dare spazio a idee balzane e false rappresentazioni di se stesso”.

Tutti riflettono in silenzio per alcuni secondi.

“A volte non sono certo tu riesca a leggermi nel pensiero” aggiunge Stefan, “visto che siamo in confidenza posso dirtelo, in più di un’occasione ti ho mandato a cagare, e tu non ti sei incazzato”.

“Forse non ero sintonizzato con la tua mente” replico debolmente, il primo a non credere a queste parole sono io.

“Non scherziamo” a parlare è Flavia ” nessuno di noi si è preparato prima questo incontro, ma l’impressione è che tutti noi siamo concordi nel dirti che…tu, ti stai sabotando. Hai delle qualità, indubbiamente ne hai, però passi il tuo tempo affrontando battaglie inutili, paventando super poteri che non hai, gettando tutto sommato del tempo in avventure prive di uno scopo, e di un senso”.

Non credo che quei poveri uomini capitati sotto le grinfie di Tomás de Torquemada tanti anni fa si siano sentiti tanto peggio di come sto io in questo momento. La domanda che pongo al gruppo è a tutti gli effetti un assist per ricevere la mazzata finale. “Nello specifico, a cosa vi state riferendo…vorrei qualche esempio”.

“Di esempi ce ne sono a milioni!” tuona Flavia, “dici ad esempio di poter spostare gli oggetti con la forza del pensiero, di poter leggere il futuro, una volta volevi fare il Papa, un’altra volta mi parlavi di giocare a basket..”

“…come giocatore di colore” specifica il nano.

“Lo ha raccontato anche a te?” domanda la ragazza stupita.

“Ovvio, usava la storia per irridermi” risponde l’altro in tono rassegnato.

Un silenzio imbarazzato scende nella sala, Stefan ha lo sguardo rivolto verso le sue scarpe e le braccia incrociate, una forte chiusura nei confronti miei o della situazione, direbbe qualcuno.

È proprio lui a prendere la parola: “A volte io non ti capisco, quando sembra che una cosa funzioni, ne cominci un’altra. Non hai pazienza, c’è sempre una eccessiva dose di ansia in quello che fai. Mi viene in mente tuo padre, mi hai raccontato del suo lavoro, e di come si relaziona con te. Invece di fare esperienza, di apprendere un mestiere e di correggere eventualmente quelli che sono gli errori di Ioli, tu ti incazzi, non vai al lavoro, ti inventi scuse”.

Sembra pesare bene le parole prima di sferrare l’ultimo affondo: “A volte con me sei un bastardo. Mi hai detto e fatto fare cose solo per il tuo divertimento, non certo per il mio bene”.

Il ragazzo ha la decenza di non raccontare agli altri a che episodi si stia riferendo, anche se la cosa mi provoca un moto di rabbia estremo, sento che non è andato tanto distante dalla verità.

“Un bastardo inconcludente” sentenzio alla fine io con finta ironia. Se cercavo sincerità, non posso negare di averla trovata, sfortunatamente le mazzate che mi sono arrivate, non avranno di certo la capacità di farmi affrontare serenamente il mio futuro.

“Tu hai un dono”.

La voce del Ruperti rompe il silenzio come uno sparo in piena notte. Gli occhi sono tutti puntati su di lui, fino a quel momento rimasto in silenzio.

“Tu sei dotato di una sensibilità che poche persone hanno”. La frase rimane in sospeso, come un soffione, impercettibilmente spinto da brezze primaverili.

“Insomma, guardati intorno. C’è un nano, una nudista, un ragazzo che si professa maestro di Okuto..e ci sono io”.

“Io non so cosa tu abbia visto in noi, ma ti assicuro che il 99% della popolazione mondiale ci definirebbe come freaks“.

“Tu invece ci hai accolti e accettati, con i tuoi limiti e le tue pazzie, ma ci hai sicuramente fatti sentire normali. A te non importa che Flavia sia nuda, perché quando le parli tu non guardi il suo corpo; con il nostro piccolo amico sei totalmente privo di riserbo e delicatezza, irridi la sua statura ma, in fin dei conti, sembra tu gli stia mostrando la sua normalità”.

“..conosco poco Stefan, però per il poco che ho poco che ho potuto intuire, lo hai aiutato ad uscire da uno stato di semi autismo..che alcuni si spingerebbero a definire follia; in lui hai visto qualcosa di speciale, e raccontandogli la sua storia, lo hai fatto rinascere”.

“In me hai visto un genio..non sono io la persona migliore per confermare o meno questa tua lettura, ma di certo hai colpito nel segno, perché sei riuscito ad evocare in me ricordi, aspirazioni, propositi che quando ero bambino mi motivavano a studiare ed impegnarmi, ma che poi le contingenze della vita mi hanno obbligato a lasciare”.

“Non sei speciale perché puoi volare o altre amenità del genere…sei speciale perché ci hai fatti sentire speciali”.

Quando Savicevic segnò al Barcellona in una indimenticabile finale di Coppa dei Campioni, ricordo di aver pianto. Fu tale la bellezza di quel gesto che le lacrime cominciarono a scendere e non ci fu alcuna possibilità di fermarne il flusso.

A distanza di anni le sensazioni sono le stesse, mi metto le mani davanti al viso e piango come un bambino.