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Cap 44 – Epilogo

Mi chiamo Sebastiano, ho 36 anni e…vedo demoni.

Non sono mostri con corna e forcone, sia chiaro, i miei demoni sono differenti; persone apparentemente normali: parlano, scherzano e vivono accanto a noi.

Ho scoperto da poco di non essere l’unico, siamo in molti a possedere questa facoltà.

Sia stato per natura, per un colpo di fortuna, o tutto sia dipeso da un disegno divino, questo non lo so, fatto sta che i miei occhi vanno al di là delle apparenze: percepiscono il bene e il male nascosto in chi mi circonda.

Mi guardo intorno, cammino per le strade, entro in una banca, o in una discoteca, capita sempre più spesso: i volti di uomini meschini assumono le fattezze di animali, a volte sono cavalli, altre volte rospi, più raramente coccodrilli.

In altri casi è un particolare che mi avverte: un monile esagerato che d’improvviso si duplica all’infinito ed adorna i volti di decine di donne, o un poncho color rosa che veste e ripara ragazze che sembrano tante fotocopie. Sono i segnali di un qualcosa che non funziona, le campanelle che mi avvertono che sono davanti ad un altro demone.

Mi volto, e un momento dopo sto parlando con una persona umile e dignitosa, e percepisco una luce che mi riscalda. Riconosco il suo genio, la rosa che avrebbe potuto nascere, e che le vicissitudini della vita hanno ucciso. Non vi è status sociale, lavoro, macchina o telefono, vi è solo un’anima candida, che merita il mio rispetto, e mi concede la forza per continuare a sorridere.

Ho creduto di poter aiutare le persone che ho incontrato, ma ho capito che non spetta a me giudicare e salvare; ciascuno di noi è dotato di libero arbitrio, e davanti alle opzioni, si ha sempre la facoltà di scegliere per poi magari di ritornare sui propri passi. Io posso arrivare a mostrare l’alternativa, spetta agli altri decidere se continuare a sbagliare.

Ho scoperto tutto questo grazie ad un dottore folle, di cognome fa Fabiani, il suo nome non lo ho mai voluto sapere.

Ha finto di curare una malattia chiamata MCI, una delle mie mille invenzioni, create ad hoc per proseguire nella mia opera di auto sabotaggio. Grazie a lui ho scoperto il mio dono, ma non solo.

Ho fatto luce dentro di me, ho preso coscienza di quelli che sono i miei pregi, e ho imparato a conoscere meglio la mia famiglia e i miei amici.

Ho un padre meraviglioso, si chiama Ioli, si è spaccato la schiena per offrirci un futuro sereno. Adora mia madre, ed è l’esempio di come la dedizione e la perseveranza paghino. Se potessi dargli un solo consiglio, gli direi di godersi la vita, di viaggiare, di trovarsi un gruppo di amici con i quali giocare a carte, a bocce o a tennis.

Ho una madre splendida che si chiama Bianca. Fabiani mi ha fatto capire molte cose su di lei. Se a 36 anni non ho ancora imparato a godere della vita è un po’ per causa sua, ne sono consapevole, ma non le porto rancore.

Sono un uomo onesto, retto, e ligio al dovere, ed è soprattutto grazie ai suoi insegnamenti, ai suoi rimproveri e le sue imposizioni che lo sono diventato, non smetterò mai di ringraziarla per questo.

Ho una sorella, si chiama Nicoletta, ho sempre creduto fosse adottata, ma comincio a credere non lo sia; le voglio bene, e anche se continuerò a cercare i documenti di adozione, e persevererò con i miei esperimenti pavloviani, prometto che farò di tutto affinché sia felice.

Non ho molti amici. C’è Stefan, il mio fido scudiero: spero che la sua storia con Lia vada a buon fine, avere una ragazza veterinaria sarà utile qualora lui vorrà comprare un altro topo; poi ci sono il nano, Paolo, Mauro, e poche altre magnifiche persone che hanno imparato a conoscermi, e mi hanno aiutato a capire tante cose che prima non conoscevo.

Nella mia vita ho sprecato tempo, ed occasioni. Ho perduto treni per paura di montarci, mi sono giocato chance che capitano forse una volta sola nella vita. Ho avuto paura di rischiare, e così mi sono condannato alla sicura sconfitta.

Cosa succederà ora? Ancora non lo so, di sicuro spetta a me prendere in mano le redini della mia esistenza. Mi aspettano momenti felici e altri che lo saranno meno, ho deciso di smettere di preoccuparmi troppo delle conseguenze.

Magari un giorno in un centro commerciale incrocerò nuovamente Asia, e la vedrò sorridente, insieme a suo marito e a due splendide bimbe vestite di rosa.

Penserò al giorno in cui per paura di lottare e di soffrire, la ho spinta lontano da me. Ora sono certo che questo non accadrà più, non caccerò mai più lontano da me la possibilità di essere felice.

Poi forse un giorno incontrerò una donna, succederà ne sono certo nel luogo più impensato e inatteso, mi innamorerò di lei e per lei deciderò di attraversare il mondo intero.

Forse un giorno, guardando fuori dalla finestra, aprirò una pagina bianca di word e deciderò di raccontare a tutti la storia di uno strano ragazzo…che vedeva i demoni.

FINE

Cap 43 – Ultimo incontro

Io e Scrid siamo seduti uno davanti all’altro, aspettiamo da qualche minuto che Fabiani apra la porta e ci faccia entrare.

Non ci siamo nemmeno salutati, ma confesso che ho quasi sorriso non appena la ho vista.

L’unica cosa che mi impedisce di manifestare un minimo di gentilezza nei suoi riguardi, è che sono un vero uomo, e come tale dovrei in teoria non salutare, fumare, bestemmiare, picchiare i bambini, evitare di ballare, di piangere e di lasciar trasparire le emozioni.

A tratti fingo stanchezza e porto le mani davanti al viso, dai piccoli spazi tra le dita la spio, cerco di capire se anche lei stia fingendo indifferenza, o realmente sia talmente furiosa dopo quanto le ho detto, da decidere di estromettermi dalla sua vita.

Non che ci fossi mai entrato, a dire il vero, ma la comunanza di medico, e quella buffa serie di incongruenze e piccole follie che aveva manifestato, le avevano fatto guadagnare un posto nel mio personale Olimpo dei migliori amici, poco sotto il coniglio Osvaldo del mio amico Pietro, ma direi alla pari con il figlio sordomuto del giornalaio dove da piccoli compravamo di nascosto il Blitz.

Scrid non alza mai lo sguardo dalla rivista che ha raccolto dal tavolino davanti a sé, i suoi occhi esplorano con attenzione le pagine che monotonamente gira.

Il fatto di venire ignorato in maniera così palese mi mette a disagio e mi innervosisce, e ben presto mi ritrovo a fingere di grattarmi la testa utilizzando solamente il dito medio ben indirizzato verso di lei, o tirare fuori la lingua tutte le volte che la mia mano, o il telefono, possono fungere da barriera al suo sguardo.

Comportamenti pacificatori, li chiamerebbe qualcuno, ossi gesti per abbassare la tensione.

A rifletterci bene, di tensione ne ho accumulata fin troppa in questi ultimi tempi; da quando ho cominciato la cura dal dottore ne sono successe di cotte e di crude, ho scoperto molti miei pregi, e alcuni giganteschi difetti, ho fatto luce all’interno di una stanza buia, e come per incanto, ho cominciato a vedere dei demoni.

Quando ero sul punto di chiudere questa maledetta avventura, ecco comparire Scrid, spocchiosa ed insolente, a raccontarmi che la MCI non esiste, che tutto sta dentro di me e 1000 altre frottole.

Oggi sono qui più per orgoglio che per altro, voglio che sia il Fabiani a umiliare Scrid, a dirle che la MCI esiste, e che con un ultimo ed imponente rituale sarà definitivamente sconfitta, oggi, qui, per sempre.

La mia mente prende nuovamente il volo, gli occhi aperti già hanno smesso di osservare; ciò che ho davanti è una scena così vivida, che ne posso percepire i rumori e gli odori.

Ci siamo io e il dottore, concentrati a recitare formule esoteriche in lingue oramai morte, mentre i vetri vibrano a causa dell’energia che si sprigiona dal mio corpo.

E’ la MCI che lotta fino alla fine per non abbandonarmi, che vuole rimanere dentro di me, perché ha trovato un uomo ideale da sabotare.

E quando finalmente il Fabiani grida al cielo le ultime parole, il coltello sacrificale saetta verso la carne della giovane vittima….Scrid?

Non riesco a trattenere un grido di terrore, porto le mani alla bocca.

Fatti, supposizioni, fantasie, correlazioni illusorie, in un attimo tutto si unisce, e la visione che mi appare davanti agli occhi mi lascia sgomento.

Sarà possibile? Fabiani ha deciso di sacrificare una ragazza per liberarmi dalla mia malattia? Sarà per questo che me la ha fatta conoscere? Voleva conoscessi prima la vittima?

Non riesco a distogliere lo sguardo da Scrid, non so più che fare, se dirle di scappare, e condannarmi così ad una MCI eterna, o lasciare che il rituale si compia.

“Vedo che ci siete entrambi” dice il dottore che nel mentre ha aperto la porta, “volete accomodarvi?”.

Per la sorpresa quasi cado dalla sedia. Il dottore si è fermato accanto a me e mi poggia una mano sulla spalla sinistra, evito di morderlo per puro caso.

Scrid si muove per prima e mi passa davanti continuando ad ignorarmi. Una volta passata oltre la mia sedia, scopro che fingendo prurito ad un fianco, mi sta mostrando il medio.

L’affronto è sufficiente a farmi andare su tutte le furie, quel minimo di pietà stranamente apparsa in me scompare, e la ragazza viene prontamente annoverata tra le possibili “casuality”.

Lascerò che venga sacrificata, rifletto, al massimo porterò le sue ceneri avvolte in una bandiera alla famiglia.

Rinfrancato da tale pensiero, entro nello studio.

Scrid ha occupato la poltrona ove normalmente sono solito sedere, e sta armeggiando alla ricerca di un qualcosa nella sua borsa da hippy.

Scopro d’improvviso di detestare la sua stupida spilla Accidenti come amo la mozzarella di bufala.

Approfitto della sua momentanea distrazione per urtare con l’anca lo schienale della poltrona.

Scrid è protesa in avanti e l’improvvisa spinta la scaraventa al suolo. Riesce a malapena a ripararsi il viso con una mano prima di cozzare contro lo spigolo della scrivania.

“Scusa, non lo ho fatto apposta” le dico.

In silenzio lei si mette nuovamente in piedi, alza e sistema la poltrona, e senza rispondermi si mette comoda.

Ora siamo seduti uno accanto all’altro, entrambi in silenzio. La sua sacca di canapa è posata accanto al piede sinistro.

“Meglio sistemi la mia borsa dall’altro lato” dice, e nel mentre, afferra la borsa con la mano destra, e con forza la solleva da terra. E’ una questione di inerzia, non appena giunta all’altezza del suo viso, è sufficiente un piccolo impulso verso destra, e la borsa si trasforma in un proiettile che si scaglia con forza sul mio viso.

L’impatto è tale che per un attimo vedo tutto nero. Il colpo al naso è quello che più mi provoca dolore e in un attimo le lacrime che scendono dagli occhi cominciano a mischiarsi con il sangue che cola copiosamente dalle mie narici.

“Scusa, non lo ho fatto apposta” mi dice dopo avermi osservato per un po’.

Il Fabiani che ha assistito a tutta la scena ci osserva senza dire una parola.

Mi tampono il naso con un fazzoletto che il dottore mi porge, ma non degno di uno sguardo la ragazza, la mia vendetta sarà vedere il suo corpo sacrificato sull’altare della MCI.

“Vedo che avete fatto amicizia” esclama alla fine il dottore, chi di vuoi due ha voglia di raccontarmi come è andato il vostro incontro?

“La scema dice che la MCI non esiste” esclamo io dopo qualche secondo di silenzio. Mi volto verso di lei e la fisso con cattiveria.

“Lo scemo dice che la ECI è una mia invenzione” risponde Scrid e volgendosi verso di me, raccoglie la sfida e mi guarda negli occhi.

“Sei una poveretta” le dico.

“E tu uno scarafaggio” mi risponde.

“Specchio riflesso” le sgancio.

“Vai in cesso, ti ho fregato” ribatte e mi mostra il dito medio.

“Dottore, dica alla pazza qui che la MCI esiste, che la ECI è una boiata, e sbrighiamoci con il sacrificio, più tardi voglio festeggiare”.

“Io dico che la MCI te la sei inventata, che sei un buffone e che il dottore ti caccerà a pedate oggi” ribatte Scrid.

“Io dico che sembrate due bambini, e noi normalmente i bambini li calmiamo con le caramelle. Volete una Mentos? O forse, a furia di mangiarne nel corso dei rituali, già non le sopportate più?”.

Smettiamo di fissarci con astio e lentamente torniamo a sederci in direzione del dottore. Sul tavolo ci sono delle caramelle bianche, del tutto simili a quelle usate nei rituali…del tutto simili anche alle Mentos.

“Chi di vuoi due vuole azzardare una spiegazione? Domanda il dottore.

“Erano Mentos benedette?” provo io.

“Acqua”.

“Magari modificate a causa di una fuga radioattiva di cui nessuno ci ha informati? Io ho partecipato ad una manifestazione a favore, e una in contra” interviene Scrid.

“Che idiozia” ribatto “sarà una nuova linea delle Mentos, alla menta, alla frutta, e..comportamentali”.

“Acqua ancora” dice il Fabiani che continua “vi dico cosa facciamo adesso: ciascuno di voi mi racconta come è andato l’incontro del venerdì, cosa vi siete detti, a quali conclusioni siete arrivati. L’altra persona rimane in assoluto silenzio. Alla fine parlerò io, e vi dirò che ha ragione e chi ha torto”.

“Scrid, per favore, inizia tu”.

La giovane riordina per un momento i propri pensieri e comincia a narrare la sua versione dei fatti. Racconta di come sia riuscita ad intrufolarsi prima nel pc del dottore e poi nel mio.

Dice di aver letto con attenzione i miei file, e di essersi fatta un’idea ben precisa della mia situazione.

“A mio avviso, la MCI è una enorme stronzata. Nessun libro ne parla, e per quanto ho capito, questo scemo un giorno è venuto da lei dopo che si era auto diagnosticato il problema. Che avesse dei problemi, questo era evidente. I suoi appunti mi hanno restituito un’immagine di un uomo intento a sabotare le sue iniziative, a trascurare i propri pregi, e a perdere tempo in inutili battaglie”.

“Nel tempo però le cose sono cambiate” continua, “mi riferisco alla sua visione nei confronti di se stesso: non più un supereroe, ma una persona più saldamente ancorata alla realtà. Guarda caso, appena scoperto questo, lo scemo comincia a vedere delle cose. In un primo momento ho pensato fosse un pazzo, affetto da schizofrenia o una diavoleria del genere, ma poi mi è venuta in mente una battaglia che io ho affrontato in passato”.

Si volta verso di me, il suo tono ora è calmo e pacato, ricomincia ad essermi simpatica.

“Combattevo a favore di persone con problemi alla vista, e parlando con molti di loro ho avuto una conferma ad una cosa già nota, ossia che certi sensi, in mancanza di altri, si amplificano. La mia impressione è che tu sia speciale, che tu non abbia più necessità di nasconderti dietro ad una MCI, ma che debba affrontare la tua vita, prendere la tua strada, affrontare le conseguenze delle tue azioni, alla luce dei pregi e dei difetti concreti che ti ritrovi”.

Scrid mi sorride e torna a volgersi verso il dottore.

Il Fabiani annuisce e volge lo sguardo verso di me.

“E lei, che mi dice di Scrid?”.

“Le mie idee sulla ECI o come cavolo si chiama gliele ho già espresse personalmente. Conosco Scrid da poche ore ma mi sembra evidente che se in questa stanza c’è qualcuno che si sabota, quella persona è lei. Mi ha raccontato del fidanzato, di come non sia riuscita a rielaborare la sua perdita e di come, finita l’università si sia imbarcata in una serie di iniziative, per molti tratti illogiche. Come si può manifestare un giorno a favore e l’altro in contra della stessa cosa? Dal mio punto di vista è solo un modo banale di non affrontare la propria vita, perché si ha paura di prendere una decisione, di vivere sulla propria pelle momenti che potrebbero essere anche difficili. Le ho detto che la perdita del ragazzo è stata dolorosa perché Scrid non è mai vissuta indipendentemente dalla simbiosi che si era creata, così quando lui la ha lasciata, cosa triste ma umana, una parte di lei è morta”.

Questa volta sono io a dirigere lo sguardo verso Scrid.

“La ECI non può esistere, tutto sta nell’ammetterlo a se stessi, fare un respiro profondo, e guardare avanti. E’ ovvio che tutte quelle lotte non fossero altro che un modo di posticipare il tuo ingresso nel mondo degli adulti, ma adesso è arrivato anche per te, affronta le tue paure, scoprirai che non è così drammatico come sembra. Recupera la tua famiglia, i tuoi amici, perché su di loro potrai sempre contare. Butta quelle ciabatte orride, scegli un look coerente con chi sei..e poi…vola”.

Quando volgo lo sguardo, il Fabiani sta sorridendo.

“Direi che entrambi siate ansiosi di sapere cosa ne penso” esordisce.

Prende un po’ di tempo, deve aver studiato qualche tecnica di Public Speaking.

“La MCI e la ECI…ragazzi miei, non esistono”.

“Rispondo subito alla tua obiezione” dice rivolgendosi a me.

“Il libro che hai visto era un semplice elenco telefonico che ho avvolto con una falsa copertina. Volevo tu credessi di essere malato, per affrontare con te un percorso alla scoperta di chi veramente sei”.

“Ritengo che Scrid abbia fatto un’analisi perfetta di quanto è successo, mi sentirei di condividere in toto le sue parole. Tu sei venuto qui con una malattia inventata, un falso problema. Ti sei fidato di me, e nel tempo hai scoperto doti e qualità che fino al giorno prima o non sapevi di avere, o facevi di tutto per nascondere. Il rituale che vi ho proposto era talmente eccessivo e palesemente surreale proprio per comunicare ad entrambi che la vera cura, non poteva che risiedere altrove”.

“Questo altrove, miei cari amici, è dentro di voi: e se siete stati cosi bravi nel leggere l’altrui problema, è giunto il momento che entrambi guardiate per l’ultima volta dentro voi stessi. Il mio lavoro può giungere fino a qui, fino a farvi aprire le finestre delle vostre stanze buie, fino ad aiutarvi a spolverare l’argenteria lasciata in disuso per 30 o più anni. Adesso spetta a voi vivere le vostre vite, e affrontare quanto sarete in grado di creare. Non di galleggiare, come nel suo caso” dice fissandomi, “o di posticipare, come nel suo, ma combattere per un obiettivo. Quale sia, non spetta a me dirlo”.

“Se non ricordo male è stato in occasione dell’uomo Rospo che il suo amico Paolo le ha confessato due cose importanti, se le ricorda?”.

“Che non sono l’unico e…che debbo imparare a conviverci, o qualcosa di simile” rispondo.

“Giusto, che cosa ha appreso dagli incontri con la donna con il volto di cavallo, l’uomo Rospo o la donna Poncho?”.

“Che ci sono demoni che…non vogliono essere salvati. Io riesco a vederli, ma loro amano il loro status. Ho vissuto una situazione di impotenza, ho visto il male di certe persone e mi sono reso conto che non avrei potuto fare nulla per salvarle, soprattutto perché erano loro le prime a non volerlo”.

“Per molte è meglio essere una donna Poncho che farsi salvare da me”.

Interviene Scrid: “tu puoi arrivare sino ad un certo punto, poi la scelta finale non spetta più a te. Se sei in grado di vedere certe cose, segui il tuo percorso in modo coerente, ed accetta che altri possano scegliere di essere demoni per sempre”.

Passano alcuni secondi prima che il dottore prenda ancora la parola.

“Scrid, anche nel suo caso il discorso è simile: l’analisi che il suo gentile amico ha fatto è assolutamente condivisibile. La ECI non esiste, non fugga, scoprirà che le sue risorse sono più che sufficienti a renderla felice, e a dare un senso alla sua vita”.

“Lasci che le racconti un’ultima cosa” dice infine rivolgendosi a me.

“Poco dopo aver cominciato le visite oggi è arrivata una signora con il figlioletto. Il bimbo piangeva, e piangeva, ma la madre continuava a sostenere che si trattasse di una finta per non andare a scuola. Ho toccato la fronte del piccolo, scottava. Ho consigliato alla signora di portarlo a casa e di metterlo al caldo, vi assicuro che era qui davanti a me e stava tremando. La donna ha cominciato a dirmi che non era possibile, che aveva un pranzo importante con delle amiche e che mai avrebbe rinunciato a causa di uno stupido moccioso imbroglione. Quella donna se ne è andata strattonando il figlio ed io…ho avuto modo di vederle la coda verde spuntare da sotto la gonna, e il suo viso allungato da alligatore salutare con mal celato odio. A volte è difficile convivere con i demoni, ma le nostre battaglie possono arrivare solo ad un certo punto, poi la vita degli altri si separa dalla nostra, per sempre”.

“…anche lei vede” dico io sorridendo, “…avrei dovuto immaginarmelo, non ha mai chiamato il manicomio quando le raccontavo le mie visioni..”

Mi sorride. “Vedo il male, ma vedo anche il bene, e per quello che è in mio potere, cerco di aiutare. E’ per questo che ho accettato di parlare ad entrambi, nelle vostre diversità siete due persone che valeva la pena accompagnare fuori dal pantano in cui entrambi stavate affogando”.

“Che ne dite di andarvene adesso?” dice sorridendo.

Ci alziamo insieme ed in silenzio ci avviamo verso la porta. Probabilmente sarà l’ultima vote che lo vedrò, e sono certo un po’ mi mancherà.

Saluta Scrid con un abbraccio e poi mi tende la mano che stringo con forza.

“Adesso spetta a lei, esca di qui, e affronti la sua vita, ne ha tutte le capacità”.

Cap 42 – La hacker

Per destare subito una buona impressione, ed evitare di essere catalogato tra le persone banali, telefono a Scrid alle 3.34 del mattino. Ho dovuto puntare la sveglia alle 3.20, non avrei potuto altrimenti.

Dopo un attimo d’imbarazzante e completa confusione, durante il quale ho creduto in sequenza di aver ricevuto la chiamata da un essere supremo, di essere sotto attacco alieno, e di aver votato Berlusconi, torno finalmente in me, e mi metto seduto sul letto.

Mi alzo, e silenzioso mi avvicino alla finestra. Le luci dei lampioni illuminano un paesaggio che sembra incantato. E’ come se una gigantesca macchina fotografica avesse immortalato per sempre un istante di pace. Sembra che tutto stia dormendo, esseri animati e cose inanimate hanno chiuso i loro occhi, in attesa di riprendere a vivere alle prime luci del sole. La pace assoluta che si respira viene di rado interrotta dal lontano eco di copertoni che solcano l’asfalto.

Persone che tornano alle loro case dopo turni di lavoro estenuanti, giovani spensierati che si spostano in massa verso l’ultimo bar, per il bicchiere della staffa con gli amici di una vita.

Penso a quando ancora le serate si chiudevano giocando a scopone scientifico in un bar vicino alla stazione dei treni. Da un lato anziani ingobbiti dagli anni e dai litri di rosso scadente, noi dall’altro, ad imitarne gesti e parole, mentre il fumo di sigarette rendeva la sala simile a quei paesaggi irreali, che solo la fitta nebbia del Veneto riesce a disegnare.

Di quelle serate mi è rimasto solo uno sbiadito ricordo.

Le scelte che ciascuno è costretto a fare nella propria vita cambiano irreversibilmente certe consuetudini; alcuni amici sono divenuti prima mariti, poi padri, altri se ne sono andati lontano, per fuggire da un’Italia ignorante e malvagia, altri ancora si sono semplicemente spenti, e lentamente la loro vita si è separata dalla mia, senza che veramente io ne abbia sofferto. Andati, scomparsi, cambiati, distanti.

Mentre sono ancora immerso in questi pensieri, comincio a giocare con il biglietto che Fabiani mi ha consegnato. “Scrid, che nome particolare. Non come Fruscalzo o Cunzia, ma sicuramente da annoverare nella mia particolare Top 5 di “nomi che darò ad un figlio non voluto”.

Secondo quanto mi è stato riferito dal Fabiani, la ragazza, perché sono quasi certo di ricordare che si tratti di una ragazza, è in cura da lui. Non soffre però di MCI, immagino quindi sia affetta da qualcosa di molto purulento e splatter come TBC, pertosse, denghe o meteorismo.

Divertito dall’ultima ipotesi, ed elevata quindi a verità assoluta, decido di entrare subito nelle grazie di Scrid, consigliandole un ottimo rimedio per il suo fastidioso problema.

Elaboro in pochi secondi la mia strategia di azione, che comporterà da un lato l’accettazione del suo problema e una rapida spiegazione di quelle che potrebbero rappresentare le cause, dall’altro qualche sano consiglio, preso a prestito dalla saggezza popolare.

Compongo il numero.

Risponde dopo soli tre squilli, la voce è assonnata, come è ovvio che lo sia. Dicono che per togliere un cerotto è meglio agire con decisione e non prolungare troppo a lungo l’agonia.

Vado subito al punto.

Fase uno: rapida presentazione. “Ciao, non mi conosci, mi ha detto di chiamarti il dottor Fabiani, dice che dovremmo incontrarci”.

Fase due: riconoscere e accettare l’altrui problema. “Sono consapevole che soffrire di meteorismo non sia una gran cosa, ma sappi che non ti giudico per questo.

Fase tre: le cause. Dicono che possa dipendere da differenti fattori quali: un aumento dell’aria ingerita, una iperproduzione di gas dovuta alla composizione degli alimenti, alcune intolleranze alimentari, come anche condizioni patologiche dell’apparato digerente, e un alterato assorbimento dei gas intestinali”.

Fase quattro: i saggi consigli. “Il mio consiglio, e ti parlo come una zia potrebbe parlare con il figlio dell’amico del fratello del postino, è quello di cibarti di tonnellate di carbone vegetale; è ottimo con la carne o semplicemente grattato su di una bruschetta, e lo accompagnerei con un sublime Barbaresco Conti della Cremosina”.

Rimango in attesa, non ottengo risposta.

Passano alcuni secondi, poi il telefono mi viene sbattuto in faccia. Mentre rifletto sulla poca gratitudine che a volte gli esseri umani manifestano, torno a letto e in meno di un minuto, mi addormento.

Quando squilla il mio iPhone sono sul punto di fare l’amore con Elisabetta. Si è appena tolta la maglia e non indossa il reggiseno. Si è voltata coprendosi maliziosamente il seno, e sta camminando verso la camera da letto, dove si preannuncia una festa da far impallidire il signor Bunga Bunga.

Nel sogno il suono del telefono diviene prima quello di una campana di una chiesa in lontananza, poi la sveglia della camera del Bunga Bunga, infine, (merda!), il mio iPhone!

Sono le 6 del mattino, mi sta chiamando Scrid, ed io la maledico.

“Preparati” mi dice, “c’è da salvare il mondo”.

Allietato dalla notizia, le sbatto il telefono in faccia e mi rimetto a dormire.

Alle 6.32 minuti qualcuno comincia a bussare alla mia porta. Prima due tocchi lievi, poi sempre più insistenti e fragorosi, alla fine sono colpi a mano aperta che potrebbero abbattere la porta da un momento all’altro.

Mi alzo furioso, afferro un coltello e mi avvicino all’uscio.

“Chi è?”.

“Apri, sono Scrid”.

Rimango interdetto, è possibile che Fabiani le abbia dato il mio indirizzo? Lo dubito. E allora come è riuscita a scoprire dove vivo?

Potrebbe essere un demone, rifletto, uno di quelli che leggono nel pensiero o diventano invisibili. Magari sono stato seguito, ed ora è davanti alla mia porta, pronta per lo scontro finale.

Poso il coltello, non mi servirebbe, afferro il mio bacchetto in legno, bacio per l’ultima volta Elisabetta, poi apro l’uscio.

Scrid è bionda. Mi colpiscono i suoi occhi azzurri, il colore mi ricorda per un attimo il logo di Skype. Indossa un paio di jeans bucati in più parti, e una maglietta Amnesty International. Detesto le sue Dr. Sholl’s da subito, non meno della borsa in canapa color verde su cui fa bella mostra una spilla con la A di”anarchia” o di “accidenti come amo la mozzarella di bufala”, non lo saprò mai.

Mi tende la mano.

Gliela pungo.

Non succede nulla, nemmeno un po’ di sabbia.

Mi calcia uno stinco.

“Pezzo di scema” le dico.

“Io sarei la scema? Tu mi hai punto.”

“Verificavo, temevo fossi un demone”.

“Contento allora? Non lo sono. Mi chiamo Scrid, abbiamo poco tempo, dobbiamo salvare il mondo”.

“Prima vorrei fare colazione” le rispondo, e senza aspettare la sua replica, le chiudo la porta in faccia.

Non faccio a tempo a raggiungere il mio vasetto di Nutella, che Scrid ricomincia a bussare come una pazza forsennata.

A malincuore la faccio entrare, più per evitare l’ennesima denuncia del Farino che per pietà.

Scrid si mette seduta davanti a me, e osserva in silenzio mentre mangio.

Come spesso succede, il quantitativo esagerato di nutella che sono solito depositare sul pane, è causa di una singolare pioggia di gocce color nocciola che imbrattano, quando ho un po’ di fortuna il pavimento, molto più spesso le mie gambe.

Scrid ride quando l’ennesimo gocciolone atterra sulla mia coscia destra, ma improvvisamente ritorna seria e mi guarda con un poco celato disprezzo.

“Sai che io ho partecipato ad una battaglia mondiale contro il consumo della cioccolata?”

Non mi lascia il tempo di manifestarle con uno sbuffo il mio completo disinteresse per la cosa.

“Intere popolazioni vengono sfruttate da sordidi capitalisti affinché coltivino per pochi dollari al giorno piantagioni immense di cacao. Nessuno si salva, donne, vecchi, bambini compresi. E’ una barbarie, ricorda che quando tu mangi cioccolata, ti stai lordando con il sangue degli schiavi”.

Mi guarda con disprezzo mentre io porto lentamente la fetta di pane alla bocca.

Un’altra goccia di nutella cade al suolo, maledetto Newton e la sua teoria strampalata!.

“Mi stai dicendo che non dovremmo più mangiare cioccolato?” le domando incredulo e sul punto di defenestrarla.

“Sei impazzito forse?” risponde tutto d’un fiato “tu lo sai che se cominciamo a togliere a certe popolazioni il sostentamento proveniente dallo sfruttamento delle risorse della terra, provocheremo la loro certa estinzione? Io ho partecipato ad una battaglia mondiale a favore il consumo della cioccolata, si chiamava Meglio ciccione che senza una popolazione

“Mi hai appena detto che hai partecipato ad una manifestazione contro, ed adesso mi dici che hai partecipato ad una a favore?”

“Certo. E se ti può essere utile anche ad una battaglia a favore delle donne lavoratrici ed una contro le donne che preferiscono andare a lavorare invece di stare a casa a fare la maglia; una a favore dell’abolizione dell’uso del congiuntivo e un’altra per il rispetto delle ferree regole grammaticali e la conseguente eliminazione di tutti i termini derivati dall’inglese; una contro la caccia alle foche e l’altra a favore dei poveri cacciatori costretti dalle contingenze della vita a cacciare foche; una contro la mignottocrazia e l’altra a favore delle donne che sanno di essere sedute su di un tesoro e lo usano a piacimento, una a favore e una in contra del nucleare. Continuo?”

“Ti prego”, la esorto, “ne sono affascinato”.

“Oggi manifesterò contro il razzismo, il buco dell’ozono, l’utilizzo degli Arbre Magique in macchina, contro la vivisezione, a favore della pesca a strascico, e per la pace. Domani contro l’arrivo degli immigrati in Italia, per la diffusione delle bombolette contenenti clorofluorocarburi, a favore degli esperimenti sugli animali, per la libertà di espressione manifestata anche attraverso addobbi tamarri alla propria vettura, contro la pesca a strascico, e a favore delle illuminanti battaglie per esportare la democrazia nel mondo.

Dopo queste rivelazioni, Scrid mi diventa improvvisamente simpatica. Per suggellare la nostra amicizia, mi pulisco la coscia con il dito indice della mano destra e glielo porgo. Rifiuta schifata, ma la cosa stranamente non mi offende.

“Secondo te”, domando, “perché Fabiani ha insistito tanto affinché ci incontrassimo?

Rimane per un attimo a riflettere, i suoi occhi si posano sul calendario di Elisabetta, si volge verso di me e sorride.

“Io sono affetta da ECI, eccesso cronico di iniziativa” confessa, “tutto il contrario rispetto alla tua MCI. Forse Fabiani voleva far incontrare due opposti, ma sto solo azzardando”.

“Tu come conosci la MCI, e come fai a sapere che io ne sono affetto?” domando infastidito.

“Ho letto il file in cui Fabiani annota i tuoi progressi, debbo dire che sei strano come tipo…voglio dire, vedi demoni giusto?”

Non sono certo sia più la rabbia o lo sdegno, mi sento improvvisamente tradito, è come se mi trovassi nudo davanti a Scrid, e lei stesse indicandomi con un dito, irridendo la mia figura, la mia persona, il mio essere uomo. Vorrei strozzare il Fabiani.

Cerco di recuperare un minimo di tranquillità, mi schiarisco la voce e le domando se per caso sia stato il dottore a farle leggere le mie carte.

“No, no, scherzi!”, risponde immediatamente, “con un piccolo stratagemma mi sono intrufolata nel suo PC, così adesso ho completo accesso a tutti i suoi file”.

Il mio sguardo perplesso provoca in Scrid una sonora risata.

“E come avresti fatto tutto ciò, di grazia?”

“Sono una hacker”, mi dice.

“..certo..capisco..come la torta

“No idiota, quella è la sacher”, risponde dopo un attimo di smarrimento.

“Sono una hacker, riesco ad intrufolarmi nei sistemi e pc altrui. Con Fabiani è stato sufficiente distrarlo un attimo, ho fatto partire un piccolo software di mia invenzione e… miracolo, tutti i suoi segreti più reconditi ed inconfessabili erano a mia disposizione!”.

“Nel tuo caso invece è stato ancora più semplice: ho scoperto la tua passione per la Canalis leggendo il tuo file, ti ho inviato una mail in cui si preannunciavano nuove foto di nudo, e tu come un tonto hai fatto click sull’immagine. In un attimo sono entrata nel tuo pc, senza che tu te ne accorgessi!”

“Pezzo di scema”, grido, “ieri mi è arrivata una mail così, e le foto non c’erano!”.

Ride di gusto, i suoi occhi adesso sono ancora più luminosi.

“E quindi? Mi stai dicendo che hai visto il mio Pc?”

“Sì tesoro”.

“Tutto?”.

Non smette di ridere e annuisce.

“Anche…”

“Le foto delle tue ex in topless in spiaggia? Sì. E i filmati? Anche. Quella raccolta di immagini nella cartellina nascosta tra i file di sistema? Oh mio Dio, sì, anche quella!”

Mentre Scrid continua a ridere di gusto, io mi passo la mano sul volto per la vergogna. Non è tanto per quanto è riuscita a vedere, ma per come sia riuscita a prendersi gioco di me.

Mi sento davvero umiliato.

“E’ così che sei arrivata al mio appartamento, lo avrai letto da qualche parte immagino..”

Torna seria per un attimo. “A me non interessa se tu guardi siti sconci, hai filmati porno con le tu ex o sei iscritto a un sito si S.a.S, volevo capire qualcosa di te, della tua MCI, e capire che cosa avesse spinto il Fabiani a farci incontrare”.

“Io una mezza idea della tua situazione me la sono fatta” continua, “però se sei d’accordo, direi di approfittare del momento. Mi piacerebbe raccontarti qualcosa sulla mia ECI e vorrei tu facessi lo stesso con il tuo problema. Se Fabiani ha spinto affinché ci incontrassimo, un motivo ci sarà”.

Annuisco, la proposta mi sembra sensata e mi permetterà di finire la colazione senza altre interruzioni.

Nei trenta minuti successivi vengo a sapere che Scrid non è il suo vero nome, che ha 27 anni e che ha scoperto di essere malata di ECI da circa due, alla fine del suo percorso universitario e in concomitanza con la fine di una relazione con Sergio, il suo fidanzato storico.

Da quel giorno ha iniziato ad imbarcarsi in tutte le lotte le sono capitate a tiro.

A causa di questa spirale di iperattività, si è allontanata dalla sua famiglia, e dagli amici di sempre.

L’incontro con il Fabiani è avvenuto in occasione di una manifestazione contro l’eccessivo l’utilizzo di consonanti ritenute “poco” eleganti, quali la “T” e la “R”.

Il dottore, che nell’occasione si era dimostrato tra i più temerari negli scontri con la polizia, le aveva parlato per un po’, tra uno slogan e una molotov.

Alla fine si era detto interessato a parlare del suo disturbo e le aveva fissato un appuntamento per il martedì successivo.

Da quel momento la vita di Scrid era cambiata: con il dottore aveva parlato molto, della sua famiglia, dei suoi amici, di quanto succedeva nel corso delle settimane.

“Poi un martedì” dice Scrid, “mi tira fuori un sacchetto di pillole e un foglio in cui elencate vi sono tutta una serie di attività da svolgere, una al giorno”.

“Il rituale!” la interrompo, “anche a me lo ha dato! Cose tipo ballare nudo, vestirmi da pagliaccio ed andare al mercato, guardare film 1000 volte..”

“Esatto, e le pillole che sembrano Mentos?” domanda lei.

“Anche a me sono sembrate Mentos” rispondo pensieroso.

Rimaniamo in silenzio per qualche secondo.

“Due malattie differenti…la stessa cura” dice Scrid, “non ti sembra strano?”.

“Ma è ovvio che la tua malattia è solo una stronzata” le rispondo, e prima di ascoltare le sue ovvie rimostranze le espongo il mio parere.

“Insomma, è evidente che non sei malata, la ECI non esiste!. La mia impressione è che tu stia solo fuggendo da qualcosa. Ti imbarchi in mille battaglie ma realmente, non credi ad alcuna di queste. Combatti contro una cosa un giorno, il giorno dopo ne sei a favore, il terzo hai già dimenticato le prime due e sei intenta a battagliare per non si sa bene cosa”.

Anche se non sono certo di fare la cosa giusta, continuo a manifestare alla ragazza le mie idee, mi sembra così evidente la realtà che non riesco a tacere.

“Non offenderti, ma la mia impressione è che tu non abbia realmente rielaborato due cose: la fine della tua storia, e il cambio drastico che impone uscire dall’università. Ti faccio una ipotesi: hai perso il fidanzato, probabilmente ci avevi investito troppo. Lui non era semplicemente una persona, ma era diventato parte di te. Così quando ti ha lasciata, non hai perso un uomo, ma è come se avessi perduto un braccio, il cuore, qualcosa che prima ti apparteneva. Bella maturità, lascia che te lo dica. Scrid rimane Scrid a prescindere dal fidanzato che ha o non ha. Quindi se ti molla, pazienza, ci rimarrai male, ma hai perduto una persona, non te stessa. E il discorso dell’università, è ovvio! Il giorno prima sei una studentessa modello, il giorno dopo devi darti da fare per lottare, affermarti, consolidarti come persona nel mondo. E’ un lavoro che comporta sacrificio, pazienza e forza di volontà, è una completa ridefinizione di chi siamo e del nostro ruolo. Invece di impegnarti, tu perdi tempo in 1000 battaglie, così da avere una scusa per non affrontare la tua vita. Credo che Fabiani ti abbia preso in cura solo per pietà. Tu non sei malata, non vuoi semplicemente crescere e hai paura di lottare per qualcosa in cui realmente credi”.

La risposta di Scrid non si fa attendere: “Ma senti questo! Come ti permetti? Dimmi solo una cosa, chi si è inventato la malattia MCI? Sei stato tu, non ne parla alcun libro, ho già controllato. Hai 36 anni, ti inventi una malattia solamente perché hai così la scusa per continuare a galleggiare invece che prendere in mano la tua vita. Sei pieno di pregi ma fai di tutto per sabotarti. Dici di non avere iniziativa, ma guarda caso vai a caccia di demoni, e non negarlo, ricordati che ho visto il tuo computer. La ECI è inventata? No signorino, la MCI non esiste, ci sei solo tu che ti stai buttando via. Non sei malato, non hai nulla, tutto sta in te, e devi darti una mossa se vuoi navigare e non galleggiare”.

Rimaniamo in silenzio a fissarci.

Scrid sembra turbata, per un momento ho come l’impressione che sia sul punto di piangere. A dire il vero voglia di piangere ce l’ho pure io, ma non lo farò, almeno non davanti a lei.

La MCI è una stronzata? Tanto quanto la ECI? E se fosse così, quale sarebbe il ruolo del Fabiani in tutto questo? Non riesco a darmi una risposta.

“Forse è meglio che io vada” dice Scrid alzandosi.

Non tento nemmeno di fermarla, l’unica cosa di cui abbiamo bisogno è riflettere su quanto ci siamo appena detti.

Si avvia verso la porta, ma prima di uscire si gira e mi porge la mano.

“La ECI esiste, la MCI no, ma rifletterò su quanto mi hai detto”.

“No, la MCI esiste..e la tua ECI è una stupidata…ma…ci rifletterò pure io” le rispondo.

Le stringo la mano e le sorrido.

Non mollo la presa, e appena lei accenna a voltarsi, porto la sua mano all’altezza della mia bocca.

Con decisione mi metto in bocca il suo dito indice e comincio a mordicchiarlo.

Scrid grida e riesce con uno strattone a togliere il dito dalla mia bocca. L’impeto ha causato una piccola lacerazione della pelle che comincia a sanguinare.

“Che cazzo fai?” esclama con gli occhi sbarrati.

“Verificavo l’informazione, confermo, sei hacker..non sacher”.

Se ne va senza salutarmi, la vedrò lunedì, per l’ultimo incontro dal Fabiani.

Cap 41 – Gli S.a.S

Non salverò il mondo, di questo oramai sono certo, ma almeno potrò renderlo migliore, eliminando il maggior numero di demoni possibile.

Questo è la prima cosa cui penso il martedì mattina. Non alla Nutella, e nemmeno alla scusa per non andare a lavorare. Evito di concentrarmi su alcuni evidenti segnali fisici, indicativi di una concentrazione di testosterone ancora a livelli accettabili; si sa, una cosa tira l’altra, e vorrei conservare per un po’ di tempo ancora le poche diottrie rimaste.

Ecco una cosa interessante da fare: aprire il vocabolario e verificare l’esistenza della parola “idiottria”, ovvero l’unità di misura per riconoscere un ignorante a colpo d’occhio, o di “pupille gustative”, attraverso le quali osserviamo cibi abbondanti e all’apparenza succulenti.

In caso contrario, cercare sulle pagine bianche online il numero di telefono del signor Devoto o del signor Oli, e comunicare loro le modifiche da apportare alla nuova versione del vocabolario.

Sono al settimo cielo, non c’è che dire, penso alla mia missione, alla sovrastruttura di obiettivi, regole e interazioni che regoleranno e restituiranno senso alle mie azioni nei prossimi giorni.

Sono ancora un uomo in prigione, ma con il mio cucchiaino sono riuscito a scavare un tunnel sufficiente ampio da permettermi di fuggire, di respirare, forse per la prima volta, l’aria nuova della libertà. Ho davanti l’ultima settimana di vita “imprigionata”, da lunedì prossimo sarò definitivamente libero dalla mia MCI.

Mi crogiolo mentre penso alle decine di cose che potrò fare: potrei decidere di punto in bianco di fare il giro del mondo, di trasferirmi in India e dedicare la mia vita ai più bisognosi, di fare il mago o il cuoco in tv, di diventare un miliardario e dedicare la mia vita a leggere libri di Bruno Vespa.

Nel frattempo, ho solo un impegno in tutta la settimana, telefonare a questa ragazza di nome Scrid, e scambiarci due parole. Pochi impegni significano solo una cosa, molto tempo libero da dedicare alla mia caccia.

Un pensiero continua ad assillarmi: come posso riuscire ad eliminare i demoni che man mano incontrerò? Secondo quanto mi è stato riferito da Paolo debbo solo imparare a conviverci, io tutto sommato vorrei qualcosa in più, magari essere il primo in grado di sterminarli.

Potrebbero dedicarmi una statua un giorno, “A colui che ci liberò dai demoni”. La vorrei in marmo, di proporzioni simili al Colosseo. Vedo un’enorme massa di demoni morti ed io in cima a questa montagna, armato del mio stuzzicadenti magico.

Mi alzo dal letto e mi dirigo in cucina. Mi trascino lentamente, sono come un’automobile diesel che necessita di tempo per andare a regime.

Finisco la mia abbondante colazione e mi siedo davanti al computer. Ho pensato a questa opzione ieri notte, prima di addormentarmi: in che modo attualmente le persone cercano le cose cui sono interessate? Risposta: Google.

Perché allora non cercare anche online i demoni? Di gente malvagia è pieno il mondo, magari si vedranno in forum o blog per parlare delle loro nefandezze o delle loro teste di cavallo.

Apro la pagina di Google e digito: “demoni”. 6.350.000 risultati, un po’ tanti. Affino la ricerca aggiungendo via via nuove keywords sino a quando mi imbatto in un qualcosa di interessante.

Si fanno chiamare S.a.S e si definiscono Scambisti adoratori di Satana. La homepage page è un delirante affresco della loro filosofia di vita: non credono in Dio, ma nel suo gemello cattivo. Sono convinti che attraverso il sesso non monogamo si potrà raggiungere l’estasi e la purificazione. Qualche foto, un blog, un gruppo in Facebook ed un forum.

“Questa volta, miei cari demoni, sarà la montagna ad andare da Maometto” pronuncio a denti stretti.

Non mi è difficile farmi accettare; delle buone conoscenze sulle dinamiche di gruppo online, e qualche bella foto di una ex in topless fanno il resto. Ricevo ben presto gli accessi e mi presento a tutti con li nickname Zozzodizolfo69.

Dopo qualche approccio andato a vuoto, riesco finalmente ad agganciare la mia prossima vittima, una ragazza che dalla foto valuto avere 25 anni, nickname “Schiavadeldemonio”.

Le invio una mail proponendole del sesso sufficientemente strano da farle comparire sporadiche ciocche di capelli bianchi o in alternativa, di sgozzare un gattino.

Cade facilmente nella trappola ed opta per l’opzione B.

Dopo aver annotato nella mia personale agenda del rimorchio che l’approccio “Ciocca di capelli bianchi” non sortisce l’effetto desiderato, comincio a riflettere sul dress code da adottare per un evento mondano come quello che mi appresto a presenziare.

La prima idea che mi sovviene è quella di arrivare cavalcando un caprone: mi sembra logico supporre che se le brave ragazze sognano il principe azzurro che monta un bianco cavallo, è facile che una come Schiavadeldemonio fantastichi di un uomo peloso a cavallo di un caprone.

Faccio una rapida ricerca in Google ma non trovo alcun maneggio e/o noleggio di caproni nella zona. Idea bocciata.

L’appuntamento è per le 14 del mercoledì, ho tempo a sufficienza per preparare con dovizia di particolari, l’agguato. Decido di evitare accuratamente di farmi la doccia affinché il mio odore possa sortire un effetto afrodisiaco nella peccatrice.

Mi alleno a salutarla parlando al contrario, memore dei molti messaggi satanici che sono certo di aver individuato in passato  facendo girare al contrario i dischi di Pupo e dei Ricchi e Poveri di Bianca.

“Oaic Schiavadeldemonio oteil id eraf al aut aznecsonoc”…

Oppure: “Leb oproc, otaccep ehc a everb arinif otazlifni emoc olleuq id naS onaitsabeS”.

Da Stefan prendo in prestito una maglietta degli Slayer raffigurante un inquietante girone infernale e per finire, con abile gioco di Attak, riesco a capovolgere il crocifisso regalatomi da mio zio il giorno della mia prima comunione.

L’appuntamento è per le 3 del pomeriggio del mercoledì.

Alla fine abbiamo optato per un semplice bar, nonostante io avessi a lungo insistito per un primo incontro presso la cappella del cimitero. Arrivo alle 3.15 per darle prova della mia sconcertante personalità e mettermi in una situazione dominante.

Mi prova la sua sconcertante personalità arrivando alle 3.30. Non sono certo se a mettermi in soggezione sia il suo comportamento, o la sua bellezza, fatto sta che mi sento a disagio dal primo momento che la vedo.

E’ più bella di persona che in foto, mi dispiacerà quando la vedrò tramutarsi in sabbia.

“Oaic Schiavadeldemonio oteil id eraf al aut aznecsonoc”…esordisco.

“Che?” .

“Ho detto, oaic Schiavadeldemonio oteil id eraf al aut aznecsonoc”

“Non capisco” risponde sgranando gli occhi.

Annoto mentalmente che a) o questa Schiavadeldemonio non è una satanista come dice o b) non ci sono più i demoni di una volta.

Mi spiazza dimostrandomi incredibili doti di chiaroveggenza: “Quindi tu saresti il tipo strano che mi ha proposto di fare sesso o in alternativa sgozzare un gattino”.

“Come hai fatto ad indovinare” domando in maniera inquisitoria, adoro prendere in castagna i messaggeri del demonio.

“Vediamo…magari perché ti ho riconosciuto dalla foto mi hai spedito?”

Bella ed intelligente, una donna pericolosa, rifletto.

Valuto per un secondo la possibilità di negare e presentarmi come Ajmed, un giovane marocchino che cerca di ripercorrere le gesta di Kledi, il ballerino albanese di Maria De Filippi, ma capisco al volo che la bugia non reggerebbe a lungo.

“Comunque io sono Giovanna, nel caso ti interessasse la cosa” e dicendolo mi tende la mano.

La lascio alcuni secondi in quella buffa posizione. Senza un motivo ben preciso comincio ad immaginarla addobbata con palline natalizie, la cosa mi diverte a tal punto che mi scappa una risata.

“Sono tanto buffa?” domanda irritata.

“Addobbata con palline di natale lo saresti” le rispondo seriamente…non voglio creda che io sia un tipo strano.

Ci riflette per alcuni secondi poi annuisce: “Sì, sarei buffa”

Si siede accanto a me, per sua sfortuna la posizione migliore per essere trafitta dal mio paletto caccia demoni.

Decido di non terminarla subito, quindi intavolo un interessantissimo monologo sui nessi causa-effetto esistenti tra l’usare il filo interdentale ed essere del segno dell’acquario.

Il nocciolo della questione ruota attorno al fatto che l’acquario è indipendente, generoso ma a volte irascibile, mentre il filo interdentale ha la doppia valenza costrittiva data dall’obbligatorietà temporale – usarlo almeno una volta al giorno – e quella simbolica – una corda che lega-.

Non sembra completamente presa dalla mia arte oratoria, ma non smette di fissarmi e questo provoca in me un certo trambusto ormonale.

Finisco il mio bicchiere di spuma e decido di farla finita.

La distraggo con la più classiche delle scuse: “Non è una tarantola quella cosa dietro di te?”

Lei grida, si allontana rapidamente dallo schienale della poltroncina in cui è seduta, lasciandomi il bersaglio completamente libero.

Faccio partire lo spiedino, la punta si conficca nel centro della sua natica destra…non vedo sabbia.

“Ahi! Ma sei cretino?” grida girandosi.

La pungo un’altra volta, questa volta all’altezza della coscia sinistra. Il buco nel jeans è evidente.

“Smetti di pungermi con quello stuzzicadenti, scemo!”

“Non c’è sabbia…cioè, non ti sei trasformata in sabbia” le dico incredulo.

“Perché avrei dovuto trasformarmi in sabbia, razza di imbecille?” risponde passandosi la mano sopra la ferita.

“Perché sei un demone” le rispondo.

“Io non sono un demone” ribatte.

“Ti ho conosciuta in un forum di scambisti adoratori di Satana, e sei qui per sgozzare un gattino” replico io.

“Ma tu sei fuori” risponde “Io non sono né una scambista, né una adoratrice di Satana, e per tua informazione ho 3 gatti a casa”.

“Morti?”

“No”

“Che ucciderai?”

“Ma no!”

Ci rifletto alcuni secondi.

“Torture? Magari a volte?”

“Noooooooo”.

“Ok, ok, non ti arrabbiare. Perché eri in quel forum allora?” domando.

Sorride. “Sono dei tipi folli..gli unici che mi ascoltano e mi credono quando racconto loro le mie storie e i miei casini. Molti sono da evitare, ma ci sono persone di gran cuore anche tra di loro, devi solo vincere il pregiudizio e conoscerli”.

Giovanna continua a massaggiarsi la gamba sinistra. Noto le sue mani, sono curate anche se confesso di detestare il suo smalto viola scuro.

Comincia a raccontarmi qualcosa di lei dopo poco, senza che io le chieda nulla. Mi parla dei suoi sogni, della sua famiglia, dei suoi gatti “così pigri da sembrare di peluche“.

Ascoltarla mi rilassa, i suoi racconti sono a tratti buffi, a tratti drammaticamente sinceri. Scopro che nella sua vita ci sono stati molti uomini meschini, che hanno approfittato della sua ingenuità per affondare delle lame nel suo cuore, che queste esperienze la hanno forgiata, fatta più forte, pragmatica, disillusa.

Fissandomi negli occhi mi dice che trova più semplice incontrare affetto ed umanità in gruppo come gli S.a.S, piuttosto che in altre situazioni socialmente e moralmente più normali e accettate.

Sono completamente perso nel suo sguardo, seguo il movimento delle sue labbra come fossero l’orologio che il dottore fa oscillare davanti a chi vuole ipnotizzare.

Incapace di resistere più a lungo e spinto da una strana forma di euforia e felicità che sento nascere all’interno, le propongo di baciarmi.

“Direi di no” risponde divertita, ma senza esitare un secondo.

Per un attimo ho l’impressione che a colpirmi sia stato Mike Tyson, la doccia gelata ed inaspettata mi riporta alla realtà.

Sono in un bar, davanti ad una ragazza che ho appena cominciato a conoscere. È bella, e ci sono stato bene. Mi ha appena rifiutato.

Rivedo come un flashback quanto successo con Annalisa: una persona interessante, uno scambio acceso di vedute, un addio.

Cosa posso guadagnare da Giovanna? Ci sono stato bene, è intelligente, sensibile, simpatica. Un giorno potremmo davvero innamorarci. Cosa posso perdere? Potrebbe essere un’altra Annalisa, potrei perderla per sempre.

Questa volta non voglio che la cosa si ripeta.

Respiro profondamente, la rabbia che per un attimo era salita a livelli di guardia si attenua, quando sono più rilassato le parlo: “Vediamo se indovino, ti sono simpatico, ma non sei in cerca di un’avventura. Hai ragione, sono stato un po’ precipitoso, ti prego di perdonarmi. Ti faccio un’altra proposta, mi piacerebbe poter uscire con te, come due amici”.

“Io e te amici…” riflette ad alta voce, “senza baci, senza sesso”.

“No, non lascerò che tu ti approfitti di me” le rispondo.

Ride. “Ok..ci sto…prometti però due cose”.

“Vai” rispondo

“Niente più spilloni o stuzzicadenti strani”.

“Promesso”.

“E la prossima volta ti lavi..”

Le sorrido ma non le prometto nulla…è ovvio che la mia essenza di vero uomo ha già cominciato a fare effetto su di lei.

Cap 34 – Una questione di donne

Ho provato in tutti i modi a spiegare al commesso che si tratta di una questione di vita o di morte, ma non c’è stato verso. Mi ha ripetuto fino a perdere la voce che non è mangiando una pastasciutta con un camaleonte fatto a pezzetti che acquisterò la facoltà di cambiare colore a mio piacimento.

Gli ho offerto di pagare la bestiola cinque volte il prezzo di listino ma niente. Il mio intuito mi dice che qui c’è sotto un complotto planetario orchestrato dalla magistratura comunista. Mi impediscono di cucinare a fuoco lento un camaleonte e di mangiarlo con gli spaghetti, perché temono che io possa intrufolarmi in uno di quegli antri del demonio dove i malvagi magistrati complottano contro la nostra libertà, per poi procedere a smascherare e denunciare la loro immonda condotta.

“Non voglio attaccare la magistratura” ho riferito allo stupito ragazzo “voglio solo evitare di trovarmi ancora davanti Ada”. Niente da fare.

La facoltà di mimetizzarsi è adottata in natura da moltissimi animali, in molti casi si tratta di una forma di difesa, in altri rappresenta una formidabile arma di attacco. Nascondersi agli occhi della possibile preda offre al predatore la possibilità di avvicinarsi quel tanto da rendere il suo attacco efficace e mortale.

Ho immaginato la scena più e più volte: arrivo dal Fabiani e d’incanto mi faccio bianco come la parete. Chiudo gli occhi per alcuni secondi, sfrutto il mio enorme naso per percepire la presenza di qualcuno nella sala d’attesa. L’odore di stantio mi dice che Ada è vicina a me, ma la povera questa volta non mi può attaccare. Socchiudo gli occhi, lei è seduta vicino alla porta dello studio, ha lo sguardo assorto, non immagina quello che le sta per succedere.

Mi avvicino lentamente facendo in modo di rimanere sempre attaccato alla parete, ogni piccolo errore potrebbe essere fatale.

Sono ad un metro da lei, sgancio un peto silenzioso ma micidiale. La nonna dopo alcuni secondi si guarda intorno inorridita, la signora che le siede accanto la guarda con sdegno.

Il Fabiani apre la porta, Ada è in procinto di entrare quando io fulmineo mi sposto alle spalle del dottore. Nessuno mi può vedere perché nel mentre il colore della mia pelle è mutato sino a fondersi con il legno della porta. Sussurro al dottore di far finta di nulla e di rientrare senza pazienti, in realtà ci sarò io con lui, e grazie alla mia astuzia avrò sconfitto la pericolosa Ada.

Il commesso si chiama Fabio, indossa una camicia verde scuro ed un paio di jeans sbiaditi. Valuto che potrà avere non più di 25 anni, probabilmente con i soldi guadagnati in questo negozio di animali si sta pagando parte degli studi in veterinaria. Con tono bonario cerca nuovamente di spiegarmi che non riuscirò a trovare alcuna macelleria disposta a vendermi carne di camaleonte, in primo luogo perché proibito, e secondo perché non reperibile in Italia.

Alla fine esausto minaccia di chiamare il WWF e di denunciarmi; il gesto mi offende ma non riesco a trovare niente di meglio per vendicarmi, che fargli cadere dal tavolo il telefono portatile poggiato davanti a lui.

Detesto le persone ottuse e Fabio evidentemente lo è, un burocrate incapace di capire le necessità delle persone. Fortunatamente ho già in serbo il pieno B. Compongo il numero a memoria e dopo due squilli la persona dall’altro capo del telefono risponde.

“Che piacere sentirti, come stai?”

“Ciancio alle bande Stefan, ho bisogno del tuo aiuto”.

Nei minuti successivi cerco di spiegare al ragazzo il senso della mia telefonata. Gli racconto di Ada e di come mi abbia quasi picchiato. Menziono il fallito tentativo del camaleonte e di come tutto sia andato a puttane a causa di un burocrate venticinquenne di nome Fabio.

Come maestro di Okuto Stefan, tu che faresti?”

Il ragazzo rimane alcuni secondi in silenzio, io mi guardo intorno, senza rendermene conto sono finito davanti al bar dove ho litigato con Annalisa pochi giorni fa, buffa coincidenza penso.

“Direi che potresti fare esplodere la signora con una pressione in uno dei suoi centri vitali”.

“Ti spiego perché non è possibile Stefan: uno perché io non sono un maestro Okuto, due perché dovrei farlo in un consultorio medico, tre perché potrebbero esserci testimoni, quattro perché poi magari il Fabiani la salva”.

“Hai ragione” risponde Stefan dopo alcuni secondi, “fammi pensare”.

Accanto a me un papà sta cercando di pulire la bocca del figlioletto di tre anni con un fazzoletto. L’operazione è resa praticamente impossibile a causa della iperattività del piccolo che continua a muoversi come fosse un’anguilla. A complicare il tutto vi è anche un palloncino ad elio che l’uomo stringe tra le dita.

“Ecco uno dei motivi per cui io non avrò mai figli” rifletto “si muovono, disturbano, e sono piccoli”.

“Ci sono!”

Stefan grida talmente forte al telefono che soffoco per puro miracolo l’istinto di scagliare il cellulare a terra.

“Tu riesci a comunicare attraverso la telepatia giusto? Quella volta con Baffino mi hai parlato, anche se io non ti ho ascoltato. Potresti entrare nella mente delle persone con la tua potenza ed indurle a vedere e credere quello che vuoi tu. Ti faccio un esempio: potresti entrare dal tuo dottore, nasconderti dietro un giornale o qualcosa di simile, e dire a tutti gli astanti che non ti stanno vedendo. Nessuno può contraddire ciò che il proprio cervello dice, sarebbe un paradosso, la gente accetterebbe in quel caso che il proprio cervello sbaglia, ammettendo di conseguenza di essere pazzo”.

Le parole di Stefan sono una illuminazione, la soluzione che mi prospetta è in assoluto la più banale e logica, stupido io a non averci pensato subito. Mi congedo da lui promettendogli di invitarlo a cena una di queste sere, difficilmente manterrò la promessa ma adoro far illudere le persone.

Davanti alla porta dello studio del dottore rilevo un errore nella strategia di Stefan: se dovessi rendermi invisibile nascondendomi dietro un giornale, i pazienti in attesa si troverebbero ad assistere ad un inspiegabile fenomeno di levitazione, cosa che sicuramente scatenerebbe il panico oltre che una serie incontrollata di spiegazioni tra le quali la più accreditata sarebbe quella del fantasma di un ex paziente ucciso dal Fabiani. Troppo pericoloso.

Decido quindi di non utilizzare alcun giornale, per nascondermi sarà sufficiente il mio dito indice e molta concentrazione.

Porto il dito indice davanti al viso e mi concentro, per incanto tutto ciò che mi circonda diventa nero. Entrare nella mente altrui è un’operazione alquanto pericolosa, solo i veri maestri possono riuscirci. Sento che il flusso della mia energia esce dal mio corpo come fosse una leggera nube di vapore. La vedo passare sotto la porta che mi separa dalla sala d’aspetto del dottore, e come un segugio la sento arrivare ed infondersi all’interno di tutti gli astanti.

Sono certo di avere il perfetto controllo delle menti di tutti i pazienti quando lentamente apro la porta e mi intrufolo. Con mia grossa sorpresa scopro che nella sala non vi è alcuna persona.

Appena sento dei rumori provenire dallo studio del dottore decido di giocargli un simpatico scherzo, e intimo alla sua mente di non vedermi.

Apre la porta e i suoi occhi fissano nella mia direzione, evidentemente, rifletto, c’è qualcosa dietro di me che lo incuriosisce.

Mi avvicino lentamente rimanendo nascosto dietro il mio dito indice, a volte inclino il busto verso destra a volte a sinistra in un movimento che ricorda un po’ quello del pugile.

Quando sono ad un metro dal Fabiani comincio a fargli le boccacce, lui non può vedermi. Il dottore stranamente non si muove e sembra quasi seguire con attenzione i miei movimenti. Ovviamente si tratta di una semplice coincidenza.

Mi piazzo alle sue spalle e gli sussurro di entrare, adoro poter controllare così facilmente le persone. Mi immagino che la schiena del dottore sia percorsa da brividi, non è da tutti i giorni sentire una voce che ti intima che fare.

Rimanendo invisibile mi accomodo nella poltrona dei pazienti, mentre il dottore si siede a apre il suo block notes.

Dopo aver annotato alcune cose si lascia sprofondare sulla poltrona. Pulisce gli occhiali con un piccolo panno che ha scovato all’interno di un cassetto e fissa nella mia direzione.

Sono un po’ a disagio, anche se evidente si tratta di una mia paranoia, ho come l’impressione che il dottore riesca a vedermi.

Decido di manifestarmi in maniera graduale per evitargli uno shock troppo grande. Il Fabiani mi anticipa e le sue parole mi lasciano di stucco.

“Si può sapere che sta facendo?”

Rimanendo invisibile mi guardo nervosamente attorno, non c’è nessun altro nella stanza, mi accorgo che involontariamente sto attuando un comportamento di difesa, rimanendo immobile e cercando di farmi sempre più piccolo sulla sedia.

“Le ripeto…che sta facendo?”

“Lei può vedermi?”

“Certo che la posso vedere, è seduto davanti a me con i piedi sulla sedia, che la pregherei di togliere. Per uno strano motivo continua a mostrarmi l’indice della sua mano destra”.

Evidentemente vi è stato un calo della mia forza mentale che ha permesso al dottore di percepire la mia presenza. Decido di concentrarmi di più e scomparire proprio davanti ai suoi occhi. Lo sforzo è notevole ma dopo pochi istanti ho il completo controllo della sua mente. Gli intimo di non riuscire a percepire la mia presenza.

Mi alzo furtivo e silenzioso come un gatto mi metto al suo lato.

“Adesso mi vede?”.

Al Fabiani è sufficiente far ruotare la sua poltrona di 90 gradi per avermi nuovamente davanti. Mi guarda un po’ spazientito. “Certo che la vedo, lei si è spostato lentamente e si è fermato a circa 1 metro da me. Continua a mostrarmi il dito indice. Le ripeto….che sta facendo?”.

Sconsolato abbasso la mano e in silenzio riprendo posizione nella poltrona situata davanti alla scrivania del dottore. Sono molto turbato, qualcosa non ha funzionato.

“Da quando ha percepito la mia presenza?”

“Più o meno da quando ho aperto la porta del mio studio e la ho vista”.

“Ha visto quando mi muovevo?”

“Sì”

“Anche quando le facevo le boccacce?”

“Certo”.

“Anche quando…?”

Sì anche quando si è abbassato i pantaloni mostrandomi il suo candido sedere”.

Rimango in silenzio, sono allo stesso tempo preso da sconforto ed in evidente imbarazzo. Fabiani mi viene in aiuto: “Se ho capito bene, lei è convinto di poter rendersi invisibile. Ammesso che questo sia possibile, mi piacerebbe affrontare l’argomento in un prossimo incontro. Che ne dice nel mentre, di raccontarmi come è andata la sua settimana?”.

Un po’ riluttante comincio a fare un breve resoconto di tutti gli avvenimenti a mio avviso degni di nota che sono avvenuti negli ultimi sette giorni. Non pongo troppa enfasi sull’incontro con Annalisa perché non lo ritengo una cosa degna di nota, ma il Fabiani evidentemente non la pensa come me, e mi chiede di raccontargli per filo e per segno quanto accaduto.

Il dottore ascolta attentamente e non smette di prendere appunti. Alla fine mi guarda con intensità. “Che effetto le hanno fatto le parole di Annalisa, hanno suscitato in lei qualche ricordo speciale?”.

Non ho voglia di affrontare l’argomento, darei un braccio di Stefan in cambio della possibilità di evadere da queste quattro mura.

Stancamente comincio a raccontare di come le parole di Annalisa mi abbiano offeso, della incredulità che ho provato quando lei si è rifiutata di baciarmi e, peggiore dei mali, dell’onta di sdegno che ho provato quando la befana mi ha definito brutto.

“In un certo senso, mi ha fatto venire in mente quanto successo con due mie ex, Elena e Anna”.

Sono ricordi per me dolorosi, non riesco a sostenere lo sguardo del dottore e mi ritrovo a fissare la parete bianca.

“Me ne parli”.

Come organizzare i propri ricordi affinché alla fine del racconto il tuo interlocutore non ti ritenga un pezzo di imbecille? Molto difficile nel mio caso, qualunque sia la strada intrapresa, il risultato è lo stesso.

“Elena è una delle donne più belle con cui io sia mai stato, direi perfetta. Bionda con gli occhi verdi e un fisico da togliere il fiato. Quando la ho conosciuta c’era praticamente mezza università che le moriva dietro, l’altra metà ancora non la aveva incontrata. La ho conquistata, nessuno ci poteva credere, per primo io. Ho deciso che mai la avrei perduta, era troppo importante per me ed ero certo che mai più avrei avuto tra le mani una donna così. Così ho cominciato a trattarla come una regina, pagavo le uscite e i suoi vizi, non le facevo mancare nulla. I primi screzi sono nati quando mi sono reso conto che da lei non stavo ricevendo abbastanza. Io pretendevo, perché stavo dando molto. Prima sommessamente, poi sempre di più le mie lamentele si sono fatte pressanti. Un giorno ho fatto un bluff e la ho lasciata, dopo due giorni le ho chiesto di tornare insieme, ma lei non mi ha più voluto. Ho sentito come se mi fosse stato tolto il terreno da sotto i piedi. Ho pianto tutte le lacrime che avevo in corpo. Avevo dedicato tutto a quella storia, tutto me stesso affinché funzionasse, ed era fallito miseramente. Non smetto di pensare a lei, ho perso la mia sicurezza, mi sento davvero un fallito.

“Con Anna invece la cosa è stata differente, anche lei bellissima ma sicuramente più problematica. Ho lasciato che mi manipolasse, non ho mai avuto la forza di reagire. Mi ha mentito, mi ha tradito, mi ha trattato come fossi uno zerbino, Nonostante tutto questo, io volevo vedere qualcosa che non c’era, volevo credere in una possibile svolta positiva, che ovviamente non c’è mai stata. Quella donna mi ha destabilizzato”.

Fabiani finisce di annotare le ultime cose e poi mi fissa. Conosco quello sguardo, è in procinto di sganciarmi qualche bomba.

“Cosa c’è che accomuna i tre avvenimenti? Ci rifletta.”

Davanti al dottore ho oramai adottato la modalità “riflessione a voce alta”, ho come l’impressione che lasciando scorrere le parole, si scoprano molte più cose.

“Con Annalisa ed Elena io…pretendevo qualcosa, e loro non me lo hanno dato”.

Un breve accenno da parte del dottore mi esorta a continuare su questa strada.

“Vediamo…entrambe mi hanno scaricato, chi prima, chi dopo. Entrambe erano belle”.

Per un attimo ho come un’intuizione, sfortunatamente non riesco a metterla a fuoco.

“Annalisa mi ha detto che mi comportavo come un bambino…ma Elena no, non ha mai detto questo..”

Nuovamente quella sensazione, ancora una volta non riesco a capire di cosa si tratti.

“Non saprei davvero, mi hanno fatto incazzare, insomma io mi stavo impegnando e loro non hanno voluto…”

L’insight: la capacità di vedere un collegamento ove prima vi era buio. Eventi distanti, teoricamente differenti che improvvisamente si incasellano in una rappresentazione della realtà che interpreta nuovamente la storia in una nuova ottica, questa volta più chiara.

Ancora una volta succede qualcosa in me, apro una porta che non sapevo esistesse.

Da piccolo giocavo con l’alcool insieme a Mauro. Ci divertivamo a creare delle piste con il liquido infiammabile e dopo aver reso la stanza buia, era sufficiente una piccola scintilla per vedere la strada di fuoco prendere forma.

In questo momento sto vivendo la stessa situazione, ed una strada di fuoco sta illuminando il mio buio.

Annalisa mi ha detto che mi stavo comportando come un bambino. Mi ha ricordato di non essere mia madre, ma una donna. Io non avevo capito, fino ad ora. Con Elena io ho fatto lo stesso! Non ero più un uomo, con i suoi pregi e difetti che si relaziona con la propria compagna, ma un bambino che ha davanti sua madre. Quando mi sforzavo con Elena in realtà ero il bimbo bravo che cercava di compiacere Bianca, facevo “tutti i miei compiti e doveri”, ossia cercavo di fare in modo che il rapporto funzionasse. Come ogni bambino però volevo qualcosa in cambio, qualcosa che Elena non era tenuta a darmi, in quanto mia fidanzata, non mia madre. Elena, come Annalisa, hanno inconsciamente capito di avere davanti un bambino che cercava una madre, e mi hanno cacciato. E’ per questo che io non ho saputo superare il lutto della perdita di Elena, perché a rifiutarmi non era semplicemente una donna, ma era…mia madre…”

Attendo alcuni secondi: “Ed una madre…non può rifiutare un figlio”.

Tutte le mie dinamiche svelate in pochi minuti, troppo per non lasciarmi scosso.

Il Fabiani si alza e mi fa cenno di seguirlo. Ci avviciniamo ad uno specchio che riflette la mia figura per intero. Mi dice di guardare nello specchio e di raccontare cosa vedo.

Rimango in silenzio per un po’, sono davvero inorridito.

“Sono brutto” comincio dopo un po’, “avrei bisogno di farmi la barba e di un buon barbiere. Le mie scarpe sono sporche, i jeans lisi e la camicia è dozzinale. Il mio naso è enorme, il colore della mia pelle mi ricorda molto quello di Michael Jackson. Sono un trentaseienne da buttare nel cesso”.

Torniamo a sedere.

Fabiani mi scruta per alcuni secondi: “Credo che per oggi possa bastare” mi dice. Mi consegna una busta dove intuisco vi siano le nuove pastiglie con i dettami del nuovo rituale.

“Prima di andare salutarci” esclama “mi dica cosa le è parso del nostro incontro”.

Ci rifletto per qualche secondo: “Sono turbato”. Non riesco aggiungere nient’altro.

“E’ ok così, torneremo sull’argomento la prossima settimana”.

Mi porge la mano, la sua stratta è decisa.

“Arrivederci”.