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Cap 32 – Il rituale

Per valutare sensazioni, pensieri ed intenzioni è fondamentale saper discernere l’agio e il disagio nei comportamenti. Banalizzando si può dire che il disagio lo si possa percepire attraverso condotte indicative di stress.

Nella speranza di riacquisire una sorta di equilibrio venuto a mancare in occasione di un evento negativo o traumatico, il cervello ordina al nostro corpo di eseguire alcuni comportamenti che vengono detti pacificatori.

I bambini si succhiano il dito, i cani e i gatti si leccano, il Fabiani non smette di strofinarsi la fronte con la mano, io sto finendo di mangiarmi anche l’unghia del mignolo della mano destra.

Entrambi siamo a disagio, sono bastate le parole taglienti di una anziana signora per metterci a tacere, e smascherare d’incanto una deprecabile prassi.

Mi muovo nervosamente sulla sedia, cambio spesso di posizione; la situazione non muta quando decido di accavallare le gambe: questa volta è il piede che come impazzito inizia a muoversi, sembra che sia animato di vita propria, non riesco a fermarne il movimento.

Nessuno dei due ha il coraggio di affrontare l’argomento Ada, probabilmente entrambi siamo alle prese con una rapida analisi di quanto appena accaduto.

A rompere il ghiaccio ci pensa il dottore, una volta riacquistata la sua calma e postura. Indossa un completo nero con camicia a righe bianche e azzurre. Noto le iniziali bordate appena sotto il cuore, il Fabiani commissiona camicie su misura, un punto a suo favore rifletto.

La cravatta è l’unica nota stonata dell’insieme, il giallo canarino è davvero un pugno in un occhio, ne deduco che il dottore sia single e non abbia a casa una compagna capace di frenare sul nascere certe imprudenze.

Nel complesso però l’immagine non è così disastrosa, direi che forse riflette appieno l’idea che mi sono costruito di lui: professionale, ma un po’ eccentrico.

“Direi che per ora potremmo sorvolare sull’increscioso episodio appena capitato e fingere che nulla sia mai accaduto, che ne pensa?”.

Il Fabiani ha rotto il silenzio che stava consumando inesorabilmente i pochi minuti a mia disposizione. La sua proposta in fin dei conti mi aggrada, anche se ho come l’impressione che la piccola vecchietta sia riuscita a colpirmi molto più profondamente di quanto io voglia ammettere.

“Fingo sistematicamente anche i miei orgasmi, non avrò alcun problema nel dar ad intendere di non aver mai incontrato quella gentile signora”.

“Realmente lei finge gli orgasmi?”

“Solo quando mi annoio molto o c’è South Park in televisione”.

Fabiani annota la cose nel suo block notes senza mai perdermi di vista, sembra sinceramente colpito dalla mia rivelazione.

“Un giorno mi spiegherà tecnicamente come avviene la cosa, insomma..c’è una parte della dinamica che non mi è perfettamente chiara”.

“Non sarà un problema, io prendo 65 euro all’ora e la spiegazione dura tra i 40 e i 45 minuti”. Sorrido.

Fabiani sembra insensibile al mio umorismo, rimane impassibile a scrutare il mio volto.

“L’ultima volta che ci siamo visti, avevamo cominciato a parlare di sua madre”, il dottore controlla per un attimo i suoi appunti prima di procedere, “Bianca”. “Ha per caso pensato a quanto ci siamo detti?”

“A dire il vero no, non ci ho pensato. Ho notato però che la settimana è andata abbastanza bene. Sono andato al lavoro, ho chiamato e visto nuovamente alcune persone che non vedevo da tempo. Avevo voglia di farlo e mi è sembrato il momento giusto. Ho anche parlato con Quella, la poverina quasi piange per la sorpresa”.

“Quindi possiamo dire che tutto sommato lei questa settimana ha preso delle iniziative, corretto?”

La dinamica mentale è assolutamente affascinante, positiva o negativa che sia, riesce sempre e comunque ad attuare una rielaborazione del tuo vissuto e delle tue esperienze, affinché sposino l’immagine di te che ti sei creato.

“Ma queste non sono vere iniziative, sono delle mezze stronzate…i problemi continuo ad averli, la MCI mi perseguita”.

Questa volta percepisco un piccolo movimento nel volto del Fabiani, il lato destro della sua bocca si solleva impercettibilmente ma quanto basta per darmi l’impressione che stia sorridendo.

“Continui a parlarmi di Bianca”, mi esorta.

“Bianca come le ho raccontato è la spina dorsale della famiglia, è una donna incredibile che ha sempre un sorriso e una parola di conforto per tutti. Sembra animata da un’energia e un amore per la vita infinito. E’ una lavoratrice instancabile, anche se è stanca morta riesce comunque a farti trovare sulla tavola il piatto caldo, e prima che tu abbia deciso di alzarti da tavola, ha già lavato i piatti e sistemato. Io la ammiro molto, come le ho detto, è una donna fantastica”.

Questa volta è il turno del dottore. “Avrà per caso qualche difetto Bianca? Le ripeto la domanda dell’ultima volta: come è possibile che di una donna così perfetta, lei non conservi nemmeno un ricordo positivo?”

Speravo di aver già esaurito l’argomento la settimana passata ma evidentemente per il dottore non è così, sento un certo nervosismo montare, un misto di rabbia e frustrazione. Non capisco perché questo distinto signore stia rovistando in una parte di me, quando in teoria lo pago per risolvere una malattia del tutto differente.

“Ma noi non siamo qui per curare la MCI?” Rispondo impettito.

Nuovamente quello strano sorriso, il dottore si starà forse burlando di me?

“Si ricorda l’ultima volta? Le ho chiesto come mi vedeva, e lei mi ha risposto…aspetti che le leggo le parole esatte: “Professionale, deciso e capace”.

“Sono stato per caso poco chiaro nel dirle che avrei voluto prima sapere alcune cose in generale su di lei, per poi procedere con la cura?”

“Me lo ha detto”.

“Quanto tempo abbiamo passato qui oggi?”

“Direi 15 minuti”

“Più o meno; mi può concedere il beneficio del dubbio e procedere ad una valutazione solo alla fine del tempo da noi pattuito, lasciandomi proseguire ancora un po’ su questo terreno?”

La logica è ferrea e la costruzione delle domande non mi lascia alcuno spazio di manovra, acconsento con un semplice cenno della testa.

“A dire il vero un ricordo di Bianca lo ho, però non è positivo. La avverto che è una stupidata, solo che le sue parole me lo hanno fatto venire alla mente, e non mi ha abbandonato durante questa settimana”.

“Me ne parli”.

“Bianca è sempre stata…ossessiva: con la scuola, con i compiti, con le cose “da fare”. Ricordo che sin da piccolo, potrei parlarle già a partire dalle scuole elementari, Bianca era la voce fuori campo che in ogni momento mi ricordava i miei doveri. Questo avveniva sia quando oggettivamente vi era la necessità, sia quando io sapevo di aver fatto il mio lavoro, ero conscio che potevo prendermi del tempo libero, avevo voglia di uscire a divertirmi”.

“Per Bianca questi momenti non dovevano esistere, dovevo approfittare per studiare e portarmi avanti con i compiti. Le sue parole “studia”, “studia”, “portati avanti con i compiti” erano un flagello per la mia voglia di divertirmi. Mi hanno come distrutto la capacità di gioire, di rilassarmi al 100%. Non c’era mai il divertimento puro, c’era sempre Bianca dietro ad impormi il limite”.

“E’ buffo, perché se c’è una cosa che io mi rimprovero oggi, è proprio quella di non sapere godere delle cose”.

“Lo trova buffo?”

Sento nuovamente in nodo alla gola, e improvvisamente ho voglia di piangere. Cosa mi sta succedendo, da dove nasce questa maledetta reazione emotiva? Respiro profondamente ma l’aria sembra non voler entrare nei miei polmoni. Mi agito.

Il silenzio del Fabiani amplifica il mio sconforto tanto che vorrei prenderlo a pugni per quello che mi sta facendo. Chi cazzo credi di essere per ridurmi così con le tue domande? Chi sei tu vecchio squinternato per mettere in dubbio Bianca?

Prende la parola il dottore.

“C’è un bambino, diciamo di 6 o 7 anni che non ha ancora maturato, e affronta per la prima volta la scuola, che impone regole e disciplina. Il passaggio dovrebbe essere graduale, come lo è il percorso di apprendimento. Dovrebbe esistere la scuola, ma non dovrebbero scomparire i giochi.”

“Il bambino è sveglio, svolge i suoi compiti e il suo dovere, avrebbe voglia di uscire, di andare a giocare, di godere dei suoi meritati momenti di svago. Ma ad ostacolare tutto questo vi è sua madre. Non sappiamo quanto spesso si metta di traverso tra questo piccolo e il suo mondo di giochi, ma sicuramente in maniera sufficiente da far interiorizzare al bambino almeno due cose, mi dica lei quali sono”.

Le parole mi escono di bocca quasi per incanto: “Io ho interiorizzato questo ricordo, martellante, della sua voce che mi impone di studiare”.

“Altro?”

Ho paura di quanto sto pensando, sento che sto per aprire una porta, e che una volta fatto, non vi sarà marcia indietro. Mille pensieri affollano la mia mente, sento un vociare assordante che mi fa scoppiare la testa.

“Bianca…Bianca è stata troppo dura con me. Ha cercato di inculcarmi la disciplina e il concetto di dovere, ma così facendo mi ha impedito di essere davvero un bambino. Ero piccolo, non avevo bisogno di un aguzzino, avevo solo voglia di giocare con Mauro e gli altri amici!. Anche quando uscivo a divertirmi, non ero mai tranquillo, perché c’era sempre qualcosa che avrei potuto fare. Invece di gioire come solo i bambini riescono a fare, io sentivo di infrangere delle regole, percepivo che la stavo deludendo, che lei non approvava quanto io stavo facendo”.

“Da piccolo mi è stata preclusa la possibilità di apprendere a gioire, di fare quello che davvero mi piace. Ho quasi 37 anni, mi rendo conto che sto ancora pagando pegno per tutto questo”.

“Ancora oggi non sono ancora capace di trovare una strada, perché non desidero nulla; non lotto per nulla perché ancora non posso provare piacere, non so come si faccia”. “Sono ancora quel bambino che associa al divertimento la sensazione che sia sbagliato e proibito”.

Le rivelazioni in me si susseguono con la forza dirompente di una slavina, mille luci si accendono nella mia testa, mille concatenazioni logiche illuminano il percorso che mi ha condotto ad essere quello che sono.

“Tutte le volta che mi trovo davanti ad una possibilità, ad una occasione, non sono capace di vederne l’aspetto positivo, mi è preclusa questa facoltà, ne vedo solo i problemi, le possibili implicazioni negative, in poche parole davanti a me ho sempre la più banale interiorizzazione possibile delle paure e ansie che Bianca mi ha inculcato. Ancora oggi non vi è nulla così potente da…far tacere mia madre”.

Mi porto la mano alla bocca e fisso con gli occhi sgranati il Fabiani. Sono sconcertato, ho parlato con quest’uomo 30 minuti e d’incanto si è illuminata una parte di me che io non sapevo che esistesse.

“Direi che per oggi può bastare così, adesso pensiamo a curare questa MCI”.

Fabiani estrae da una cassetto un sacchetto di pillole bianche e lo sistema sul tavolo.

“Attualmente queste pastiglie rappresentano quanto di più innovativo ed efficacie in commercio per la cura della MCI. Le ho avute da un amico che lavora in una multinazionale farmaceutica”.

“Si tratta di un prodotto che ancora non è in commercio, anche se per forma e sapore potrebbero sembrarti delle Mentos”.

“La peculiarità di queste pillole è che si attivano con il comportamento, ti spiego come: se adesso tu decidessi di prenderne una, non ti farebbe alcun effetto. Affinché le pillole funzionino, è necessario che tu segua il rituale di attivazione. Come vedi sono 7, una per ogni giorno della settimana che ci separa dal prossimo incontro. Non è importante come ti dicevo la pastiglia, quanto il rituale che cambia di giorno in giorno. Le ho scritto tutto qui, lo legga per favore.

Mi porge un foglio stampato su carta intestata, il titolo è: rituale di attivazione delle pillole anti MCI.

Sul fondo risaltano il timbro e la sua firma.

GIORNO UNO: togliersi le scarpe e rimanere per 3 minuti e 14 secondi davanti ad uno specchio. Cantare l’inno nazionale italiano. Mangiare la pillola. Attenzione a non masticarla, e soprattutto a non utilizzare Coca Cola per deglutire.

Questo rituale aiuta a ritrovare il legame con la propria terra natia.

GIORNO DUE: disporsi lungo i bordi del letto e lasciarsi cadere a peso morto sul materasso 5 volte. Mangiare 3 scatolette di carne Simmenthal pensando intensamente di essere la simpatica e leggiadra Kaori. Inghiottire la pillola.

In questo caso attiviamo la propensione al rischio e alle cose sconosciute.

GIORNO TRE: vestirsi da monaco buddista e/o prete e/o monaca e guardare per almeno 3 volte il DVD Il Codice Da Vinci. E’ fondamenta offendere in malo modo Silas, il monaco albino, ogni volta che venga inquadrato. Alla fine della terza proiezione, inghiottire la pastiglia.

Il rituale serve a ricongiungerci con la nostra spiritualità.

GIORNO 4: recarsi in centro e cercare di conoscere alcune ragazze utilizzando una o più di queste frasi: “Caspita, che bella topa che sei”; “Complimenti alla mamma”; “Sono tutte tue o le hai comprate in latteria”; “Cosa fai tu di cognome, Viagra?”. Mangiare la pillola dopo almeno 4 tentativi.

Rituale che ci pone in contatto con la nostra femminilità e ci prepara a tutti i futuri rapporti con le donne.

GIORNO 5: seguire il TG1, TG5, il telegiornale di RETE 4 e prestare molta attenzione alle affermazioni di Fede, Capezzone, Calderoli e Gasparri e della signora Santanché.

L’obiettivo è quello di capire che la vita può davvero essere dura e renderci infelici.

GIORNO 6: Armato di un Cicciobello il paziente dovrà passeggiare per almeno 1 ora per la città. L’unico aspetto da tenere in considerazione è che per tutta la durata del rituale, il paziente dovrà comportarsi come un genitore e chiamare il bambolotto con un nome proprio di persona, ideale sarebbe utilizzare il nome del paziente stesso.

Questo è ovviamente il rituale che punta a sbloccare il rapporto con Bianca e tuo padre.

GIORNO 7: per almeno 1 ora dovrai camminare all’indietro e trasportare pesi da 8 kg. Una volta finito, dovrai mangiare l’ultima pillola.

Il rituale, per quanto criptico, punta a far capire quanto a volte sia duro essere se stessi.

Finisco di leggere i dettami e mi ritrovo a fissare nuovamente la cravatta giallo canarino del dottore.

“Le sembra tutto chiaro?”

“Direi di sì”.

“Mi dica adesso, prima di salutarci, come le è sembrato il nostro incontro”.

Anche questa volta non ho difficoltà ad ammettere che qualcosa di inusuale ed inaspettato sia avvenuto; quella improvvisa esplosione di emotività ha lasciato il segno e soprattutto ora ho in mano una cura alla mia malattia.

“Mi è piaciuto, mi ha sconvolto, ancora una volta mi ha stupito in positivo. Mi è sembrato una persona che…sapeva dove andare a parare”.

Questa volta il sorriso è più evidente, ma dura solo un attimo, e come un soffio, scompare.

Pago quanto dovuto e mi avvio verso casa.

Cap 29 – Nello studio del Fabiani

Disteso nel letto guardo l’ora sul telefono. Sono passati solo 3 minuti dall’ultima volta che ho controllato; oggi il tempo non sembra trascorrere.

Poco tempo fa un amico mi spiegò che esistono due maniere differenti per affrontare una maratona: ci si può concentrare su tutti quelli che sono i segnali che il nostro organismo ci sta inviando, o si può procedere con una sorta di dissociazione. In questo caso è fondamentale far viaggiare la fantasia, visualizzare una situazione ben specifica, e cercare di immaginarne i più piccoli particolari, obbligare il nostro cervello a vivere una realtà parallela ove la fatica, la sete, la stanchezza non hanno patria. È l’unico modo per truffare legalmente la nostra mente, e così perdere per incanto la percezione del tempo che non passa, e della spossatezza che avanza.

Con gli occhi aperti, pian piano mi immergo nei miei ricordi, sono nuovamente nella vecchia e logora palestra di Jesolo, stiamo giocando una finale di pallacanestro con una squadra che abbiamo sempre sconfitto. Io sono sicuro di me, ho la consapevolezza che le finali sono le mie partite, che io non sbaglio mai gli avvenimenti importanti.

Corro, sudo, lotto. Il mio avversario non vede una palla, lo anniento, il mister vuole questo da me. La mia squadra gioca male, perdiamo, ma io non ne sono troppo deluso, perché so di essermi impegnato a fondo, a fallire sono stati gli altri.

Mi riconosco, questo sono stato io per anni, una macchina infallibile, l’uomo giusto al momento giusto, quello capace di trascinare gli altri, su cui si poteva contare.

Ora sono nuovamente in quel campo di gioco, rubo una palla importante e corro verso il canestro avversario; sono troppo rapido per i miei avversari, loro desistono mentre rapidamente mi avvicino a marcare altri due punti. Salto, volo… Ho il tempo di guardare negli occhi il mio allenatore, “questa è per te che mi hai dato fiducia”. Schiaccio.

La gente si alza in piedi, sento un’ovazione, tutti gli applausi sono solo per me. Sono felice, ho l’approvazione e la stima di tutti.

Torno per un attimo alla realtà della mia stanza, l’orologio adesso segna le 14.31, l’appuntamento con il Fabiani è fissato per le 15, valutando che non ho intenzione di lavarmi e meno che meno impegnarmi alla ricerca di qualcosa di pulito da mettermi, ho almeno altri dieci minuti liberi.

Rifletto per un attimo sulla fantasia che ho appena avuto, ho come la sensazione che blocchi temporali differenti si siano mescolati, creando qualcosa di assolutamente nuovo. Due momenti distinti della mia vita, così vicini a livello temporale, ma così drammaticamente differenti. Per un attimo hanno convissuto due aspetti di me, uno concreto, sicuro, vincente, patrimonio di un passato che sembra scomparso, e l’altro che si alimenta di sogni, di situazioni irrealizzabili, di voli di fantasia utili solo per addormentarsi, ma troppo distanti dalla vita reale e dalla concreta possibilità di realizzarsi per rappresentare davvero uno stimolo a crescere e migliorare.

A volte mi dimentico di quanto io sia cambiato, di quanto mi sia involuto, diventando quello che sono. Quando è cominciato tutto questo? Perché mi sono ammalato di MCI?

Il dottor Fabiani in questo momento rappresenta la mia ultima speranza, dopo di lui non saprei realmente a chi potermi rivolgere. Al telefono è sembrato sicuro di sé, sinceramente non ho molto da perdere.

Sono molto combattuto a dire il vero, da un lato desidero ardentemente uscire da questa strana situazione, dall’altra temo che rivolgendomi ad un vero medico, non farei altro che certificare la mia diversità, la mia anomalia. Voglio sentirmi malato, per poter credere che possa esistere una cura, ma temo di esserlo, per tutto quello che comporta in termini di giudizio sociale, e conseguente emarginazione.

E se si coprisse che la MCI si diffonde per via aerobica? Un semplice starnuto e bang, decine di persone ridotte a trascinarsi miserevolmente attraverso gli anni, vedendo svanire davanti agli occhi i propri sogni. Centinaia di persone disperate per aver perduto la loro Asia, e non essere più in grado di lottare per riaverla.

Verrei ghettizzato, spinto all’angolo dalla ragionevolezza della maggioranza, più che disponibile a giudicarmi per il male che mi affligge, e per quello che posso provocare. Mi obbligherebbero a girare con una mascherina bianca – poco male, il mio naso è brutto – ma anche con questo accorgimento vedrei poco a poco svanire, dissolversi in un nulla, decine di amicizie.

Le mie interazioni sociali andrebbero così via via riducendosi all’osso, fino forse a scomparire del tutto. Non voglio ridurmi a 36 anni a vivere richiuso in casa, mangiando cioccolata che qualcuno, forse Bianca, è andato a comprare per me.

Recupero per un attimo la mia lucidità e la mia giusta collocazione spazio temporale.

Telefono – recenti – Fabiani. Sono molto tentato di chiamare il dottore e cancellare l’incontro. Ci penso per alcuni secondi, lentamente mi alzo dal letto, indosso le scarpe ed esco di casa.

Incrocio per le scale il genio del Ruberti, mi guarda con terrore, la sua voglia di fuggire è palese, ma non ha davvero via di fuga. Gli sorrido, e senza dirgli nulla gli passo accanto. Sento i suoi occhi puntati su di me, mi accompagnano sino a quando arrivato alla fine della rampa della scale, esco dalla porta principale, e scompaio dalla sua vista.

Ci sono molte cose che avrei voluto dirgli, dovendo scegliere mi sarei soffermato a disquisire con lui su quanto io sia preoccupato per la sua vita sessuale, non credo più molto attiva ed eccitante. Avremo sicuramente modo di parlarne più avanti.

Non ho voglia di guidare oggi, e non so come starò dopo l’incontro con il dottore, meglio muoversi in bici. lo studio del Fabiani è a pochi isolati da casa, in un baleno sono davanti al suo portone. Suono il campanello e dopo pochi secondi, qualcuno mi apre.

Nella sala d’aspetto vi sono tre persone e mezzo che stanno aspettando. Due tossiscono con insistenza, se fossero malate di MCI a quest’ora non vi sarebbe più scampo per gli altri.

Una donna di circa 38 anni tiene sulle gambe un bambino lamentoso, comincio ad odiare il fanciullo dopo circa 10 secondi, arrivato ai 20 sto già fantasticando di poter divenire invisibile e schiaffeggiarlo con dovizia e saggezza.

“Con queste persone davanti a me” rifletto “avrò pace per almeno 1 ora”.

La porta che divide la sala d’aspetto dallo studio in cui il dottore riceve si apre di scatto. Riconosco la parlata del Fabiani, anche se la voce alquanto risentita della signora che sta uscendo con lui dallo studio, è sufficientemente forte da coprirla.

“A me non interessa signora se ha altre cose, si prenda un’aspirina, dica quattro Ave Maria e 2 Padre Nostro e torni domani, adesso ho cose più urgenti, un caso gravissimo da…”

Il Fabiani incrocia il mio sguardo e per una attimo le sue parole rimangono in sospeso.

“Ecco, lo vede?” dice rivolgendosi alla signora “è lui il ragazzo di cui le parlavo; adesso faccia la brava e se ne vada, ci vediamo domani”

Il dottore spinge con un certo impeto la donna fuori dalla stanza, si avvicina e mi stringe con decisione la mano.

“Benvenuto, speravo proprio di vederti”.

Si volge di scatto verso gli astanti e con piglio risoluto intima a tutti di andarsene.

“Scusatemi, purtroppo per oggi le visite sono finite, andate a casa e ci vediamo domani”.

“Ma che modo è questo” esclama la donna con il bimbo “è quasi un’ora che aspetto, mio figlio ha la febbre e lei ci caccia via così?”

“Mi dia solo qualche secondo per pensarci” ribatte il dottore assumendo una posizione da filosofo greco.

“Sì, se ne vada” risponde dopo due secondi, ed indica la porta d’uscita con l’indice della mano destra.

“Ma lei è impazzito” grida la donna rossa in viso “lei non è un uomo, è un essere senza pietà!”

L’accusa non sembra per nulla scalfire la tranquillità del Fabiani che anzi coglie l’occasione per rincarare la dose: “Su questo non posso darle torto, non sono umano, vengo da un pianeta ostile alla terra chiamato…”

Il dottore mi guarda, dal suo sguardo percepisco una richiesta di aiuto,

“Sgudibla Centauri” accenno.

“Esatto, Sgudibla Centauri, sono stato inviato qui dal mio capo allo scopo di fingermi medico, e curare voi terrestri in un modo equivoco e poco efficiente”.

“Ora che mi avete scoperto, vi concedo 2 possibilità: o vi riduco tutti in cenere con la mia pistola a neutrini aromatizzati all’albicocca, o ve ne andate e tornate domani facendo finta che non sia successo nulla”.

“Aggiungo anche che, dalle poche ma fondamentali informazioni che sono riuscito ad evincere in questi adorabili minuti passati in vostra compagnia, posso affermare che nessuno di voi tre tirerà le cuoia nelle prossime 24 ore”.

“Queste mie affermazioni non possono ovviamente tenere in considerazione eventi straordinari quali:

  1. Un meteorite che vi cade in casa e vi schiaccia;
  2. L’ eruzione di un vulcano situato, a vostra insaputa, sotto casa vostra;
  3. Esseri demoniaci che si vendicano su di voi in quanto inquilini di una casa maledetta costruita sopra un cimitero indiano sconsacrato;
  4. Giocare ubriachi alla Roulette Russa invece che alla solita partita a scopa in parrocchia.

“In tutti questi casi ebbene sì, morirete; per gli altri no, perché lei signore che tossisce non ha nulla, si compri uno sciroppo; lei signora anziana che tossisce…non ha nulla, si faccia prestare lo sciroppo dal primo signore e ne approfitti per farsi portare a ballare”

“..e lei, mia dolce e battagliera mamma, suo figlio è un piccolo sfaccendato, ha pianto e si è lamentato da quando è entrato; ci scommetterei che ha fatto salire la febbre mettendo il termometro vicino al termosifone e adesso vorrebbe a tutti i costi andare a giocare. Lo picchi, o lo mandi in miniera per la stagione estiva, è il metodo migliore. Arrivederci.”

Incrocio lo sguardo carico di odio della donna, sembra che voglia piangere e si sta trattenendo a stento.

“..e lei non dice nulla? Si può sapere che diavolo ha?”

“Ho la MCI” le rispondo “potrei attaccarla a suo figlio semplicemente alitandogli vicino, si ritroverebbe con un piccolo ameba rompi palle in casa…veda lei”.

In impeto di assoluto amore cristiano decido di aiutare le donna nella difficile operazione di alzarsi con il bambino in braccio e uscire dalla stanza. Per fare questo mi prodigo nel fornirle un valido appoggio psicologico, nonché alcune informazioni di vitale importanza.

“Quella è la porta” le dico, indicando come fatto poco prima dal dottore la porta.

La donna esprime ad alta voce un parere su Bianca e la mamma, credo oramai defunta, del Fabiani, sottolineando come entrambe abbiano in comune il fatto di esercitare uno dei mestieri più antichi del mondo, alla pari del cacciatore, del mago, e del gondoliere che canta “O sole mio” agli estasiati turisti giapponesi in gita a Venezia.

Il Fabiani mi fa cenno di accomodarmi, e dopo aver chiuso la porta dello studio a chiave, torna nel suo ufficio e si siede davanti a me.

Lo fisso in silenzio, non sono ancora riuscito a decifrare correttamente quanto è appena successo, sicuramente però le sensazioni che ho sono del tutto positive. Questa persona ha cacciato sostanzialmente quattro pazienti perché aveva un appuntamento con me, è stato di parola, si è dimostrato serio.

Certo, avrebbe potuto trattare un po’ meglio i suoi pazienti, ma anche loro avrebbero dovuto immaginare che oggi sarei arrivato io, con un problema sicuramente più importante del loro.

Sulla scrivania, in evidenza, capeggia un volume dalla copertina rossa, si distinguono perfettamente tre lettere MCI. Rimango per un qualche secondo a fissare il libro, le emozioni che mi suscita tale visione sono confuse e contraddittorie.

Il Fabiani, fino a quel momento rimasto in silenzio, si schiarisce la voce e cattura così la mia attenzione.

Non indossa alcun camice bianco, in realtà riflettendoci bene, non gli ho mai visto indossare alcun camice bianco. Oggi però c’è qualcosa di diverso, non sono certo si tratti della giacca nera, più probabilmente è merito della cravatta.

Si è vestito elegante per il nostro incontro, rifletto, spero non voglia provarci.

Ancora una volta il Fabiani mi desta dalla mia momentanea trance con un piccolo colpo di tosse, apre molto lentamente un block notes, mi fissa negli occhi.

Sei pronto? Domanda, “Possiamo cominciare?”