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Cap 23 – La storia di Bianca

Rimango in silenzio ad osservare Ioli mentre si serve una abbondante porzione di fumante salmone allo zenzero. È probabilmente il suo piatto preferito, Bianca glielo prepara sono in alcune rare occasioni. Mentalmente mi do dello stupido, avrei dovuto rendermene conto fin dal principio che qualcosa di speciale stava per accadere.

Bianca cucina bistecca e patate fritte almeno 4 volte a settimana, rigorosamente a pranzo, rigorosamente senza sale. La pastasciutta con il ragù è un altro di quei rituali che permettono a Ioli di mantenere ancora una certa connessione con il mondo reale, se questo piatto dovesse improvvisamente scomparire dal menù di casa, probabilmente sentiremmo parlare di mio padre in un telegiornale.

Lo descriverebbero come “quel tale che si è asserragliato in casa dopo aver ucciso la propria compagna, e ora minaccia di togliersi la vita se non gli forniranno un costume da Superman in grado realmente di farlo volare, e non gli faranno incontrare Berlusconi, l’unico in grado di intercedere per lui presso il Padreterno, in virtù del loro rapporto di reciproca stima e amicizia“.

Il salmone compare solamente in occasione di grandi eventi quali: “acquisto nuova casa al mare”, “cambio della macchina”, “ritorno in Brasile di “quella” con il vero padre che è venuto a prendersela”.

Lasagne, lombo con il latte e tiramisù accompagnano in genere compleanni e festività quali Natale e Pasqua.

Nelle rarissime occasioni in cui “quella” ha deciso di presentare alla famiglia, e soprattutto all’adorato fratello maggiore, i suoi fidanzati, Bianca si è lasciata sedurre dallo spirito di Pellegrino Artusi, e ci ha deliziati con piatti che incredibilmente non prevedevano alcunché di fritto, in cui la carne, questa affascinante e intrigante sconosciuta, veniva cucinata all’interno di quel misterioso oggetto chiamato forno.

Nonostante gli esiti più che lusinghieri, affranta probabilmente per la tiepida accoglienza ricevuta da “quella” e da Ioli, gli esperimenti sono rimasti sporadici e appunto relegati a poche e ristrettissime occasioni.

Vale la pena dire che durante quei deliziosi incontri, era forse mancato a mia madre il giusto appoggio morale del suo amato figlio, intento a demolire il fidanzato della sorella attraverso un interrogatorio che molto ricordava gli anni oscuri dell’oppressione stalinista.

Il primo passo consisteva sempre nel tastare il terreno e cominciare a studiare il nemico.

“Tu chi saresti?”

“È un vero piacere conoscerti, tua sorella mi ha molto parlato di te mettendomi in un certo senso anche in guardia rispetto ad alcuni tuoi comp..”

“Tu chi saresti, di grazia?”

“Ehm, mi chiamo Matteo e sarei il ragazzo di tua sorella”

“Partiamo con due punti che ritengo fondamentali per il proseguo di questa nostra amabile presentazione: lei non è mia sorella e tu per comodità e per comunanza di prospettive e futuro, ti chiamerai Nicola, come il suo ex”.

A questo punto normalmente Bianca o “quella” intervenivano per sottrarre il malcapitato alla incipiente tortura.

“Smettila, lascialo perdere”.

I più fortunati desistevano e si lasciavano trasportare dall’onda di banalità che Bianca era pronta a riversare in loro aiuto: “Di cosa ti occupi”, “Ma sei dei Montagner che hanno la merceria in centro?”, “Avevo un Montagner in classe, credo si chiamasse Egidio, è per caso tuo parente?”, altri invece, piccoli e sfrontati eroi abituati a comandare nel loro minuto e misero pollaio ma non avvezzi alla lotta del Colosseo, zittivano “quella” e davano il via alle danze normalmente con una battuta, per loro tanto sfortuna quanto visionaria: “Non c’è problema, non mi mangia mica”.

Sfortunati loro, e sfortunata mia sorella, anche se mai ammetterò realmente che possa assurgere e onorarsi di questo ambito titolo, che in realtà sarei ben disposto a regalare senza troppi patemi d’animo ad Angelina Jolie e Charlotte di Sex in the City; più la seconda che la prima, un po’ perché incarna il mio ideale di bellezza, fascino ed eleganza, un po’ perché in caso della Jolie, diventerei immediatamente zio di una orda di bambini vocianti e viziati, che mi porterebbero nel giro di qualche secondo a rimpiangere “quella” e i suoi pochi ed innocui amori, come verso il signori Sergio Rossi e Jimmy Choo.

“Infatti, non ti mangerò, anche se plausibilmente non farò a tempo ad affezionarmi a te e pertanto non mi esimerei dal mangiarti nel caso io e te ci trovassimo in una situazione tipo “dispersi in un’isola deserta o in un ghiacciaio in attesa dei soccorsi“.

“A tal proposito, tu mi mangeresti?”

Già a questo punto il malcapitato cominciava a dare segno di nervosismo, visto il campo minato in cui lo avevo trascinato.

“Probabilmente in un caso estremo, se si trattasse di una questione di vita o di morte..”

“Tu credi che Nostro Signore potrebbe apprezzare quanto hai appena detto a casa di uno sconosciuto?”

“In realtà stiamo ragionando per assurdo e allora io dico che..”

“Tu dici che cosa? Sei entrato a casa di un uomo che sta spezzando il proprio pane per darti da mangiare, e l’unica cosa che sei in grado di affermare è che non solo gli ammazzeresti l’unico figlio maschio, ma che glielo mangeresti pure”.

“In realtà quello che intendevo dire è..”

“…è che mi hai anche interrotto forse?”

“Io non so chi ti abbia insegnato l’educazione giovanotto, ma se la tua idea era quella di fare una bella impressione alla famiglia della donna cui vorresti alzare la gonna e fare il servizietto, beh..cominci molto male”.

“Tra le varie cose, visto che tu mi hai condotto a parlare dell’argomento, spero almeno tu abbia avuto l’accortezza di informarti, e di conseguenza rispettare, uno dei dogmi e punti fermi della nostra casa, ossia che nessuna delle donne qui presenti, alle quali aggiungo anche nonna, ha mai osato solo pensare di accoppiarsi con un uomo. Lo sapevi vero?

A questo punto lo sguardo del malcapitato cominciava a spostarsi da Ioli a Bianca passando per “quella” come una pallina da flipper, senza trovare quell’appoggio in grado di salvarlo. Causa prima del suo naufragio, il giovane mozzo gridava in silenzio che qualcuno gli gettasse un salvagente, ma nessuno era più disposto a farlo, un po’ per divertimento, un po’ per sadismo.

“Ragazzo, lascia che te lo dica in maniera civile e sensata: lo vedi il signore alla tua destra?”

Al timido accenno di sì rivolto a Ioli, il mio attacco continuava.

“Bene, le mani di questo signore sono abituate a muovere pannelli isolanti da quando ha 18 anni. Ho ancora gli incubi quando ripenso a quello che fece al malcapitato Silvio, un ex di mia sorella con il brutto vizio di raccontare frottole e usare troppo le mani su di lei. Adesso io te lo giuro, e lo faccio sui miei figli come fece in passato una persona pura d’animo e trasparente nelle azioni, per testare l’assoluta illibatezza di mia sorella sono disposto a chiamare in seduta stante un amico veterinario e fargli verificare che tutto in lei sia integro”.

“Se scopriamo che qualcosa non va, tu da qui non esci intero. Adesso sei davanti ad un bivio bislacco figlio di puttana, puoi alzarti e mestamente andartene da questa casa, non farti più vedere, dimenticare mia sorella e pregare Dio che il giorno in cui malauguratamente dovessi incrociare il tuo puzzolente corpo, io non abbia le palle girate e ti riduca a brandelli con la motosega liofilizzata che porto in macchina, o affrontare da uomo il tuo destino, obbligando mia sorella a sottoporsi ad un accurato esame che ne provi l’assoluta illibatezza, qui, sopra questo tavolo, e per opera di un mezzo sconosciuto abituato a far partorire vitellini”.

Per dare più enfasi alla scena normalmente a questo punto cominciavo a brandire un coltello o scagliavo del pane con forza verso il muro. La fuga dell’oramai ex fidanzato era il passo immediatamente successivo che ero solito festeggiare con adorabili frasi quali: “Non era poi tanto male”, “Simpatico questo, non come l’ultimo hippy che avevi portato a casa”.

Il profumo dolciastro della salsa a base di soia e Sherry si mescola con quello del profumo dozzinale che Ioli continua imperterrito a preferire ai vari Bulgari, Cartier, Hugo Boss che negli anni io e “quella” ci siamo inventati di regalargli.

Sono ancora assorto nei miei pensieri quando un particolare che in un primo momento non avevo colto, mi desta dalla mia trance. Il viso di Ioli è fresco di rasatura, il che significa una sola cosa, Ioli attendeva con ansia questo incontro e si è preparato al meglio per affrontarlo.

Verso la fine della cena, quando oramai del salmone non ne sono rimasti che pochi rimasugli, Ioli rompe il silenzio che si era creato e comincia a raccontarmi la sua incredibile storia.

“La prima cosa che devi sapere è che io e Bruno una volta eravamo dei buoni amici. Ci siamo conosciuti ai tempi dell’università, se non sbaglio era il primo anno. Lui era un anno più avanti ma frequentavamo insieme alcuni corsi”.

“Ricordo che la prima volta che mi resi conto della sua esistenza fu quando si mise a litigare con un professore, era il temuto ed insieme osannato Checchi di cui si narrava avesse bocciato più del 90% di partecipanti all’ultimo appello, e avesse cacciato una ragazza che aveva avuto l’ardire di presentarsi un po’ scollacciata e con i vestiti intrisi di puzzo di sigaretta ad un suo orale, utilizzando la frase di Enea “ti saluto quindi Troia fumante”.

“Fatto sta che questo Bruno era entrato tardi a lezione accompagnato come sempre dai quattro o cinque personaggi della sua combriccola”

“Che intendi?”

“Lui era strano, raramente lo vedevi da solo, aveva sempre intorno qualcuno o più spesso qualcuna. Ricordo che c’era qualcosa di strano però in quel gruppetto, non era cioè il classico gruppo di amici o un gruppo di studio, sembrava di veder arrivare la star con il segretario, il portaborse, la valletta, la truccatrice. Sembrava che quel personaggio fungesse da calamita per un bel po’ di parassiti.

“Capisco cosa intendi”, e il pensiero viaggia velocemente al giorno del mio incontro, alle parole di Mara e alle considerazioni del dottore.

“Quel giorno però Bruno mi stupì, non si fece mettere i piedi in testa; al docente che gli intimava di uscire rispose per le rime, cominciando ad arringare la folla di noi poveri studenti che a poco a poco prendemmo coraggio e lo applaudimmo in maniera spudorata. Era riuscito a toccare le corde del nostro orgoglio, o forse semplicemente a far risuonare nelle nostre orecchie una musica incantatrice”.

“Ricordo che parlò di diritto, di sopruso, di persecuzione. Ci disse che non potevamo rimanere inermi davanti ad un uomo che faceva dell’abuso di potere la sua carta d’identità”.

“Il professore tentò vagamente di fargli notare che semplicemente lui stava facendo rispettare un regolamento, che le regole sono alla base del vivere civile, e che una buona oratoria non poteva essere utilizzata per mistificare una verità, o sobillare degli studenti contro un professore”.

“Non ci fu verso, quel giorno Bruno salì sopra una sedia e continuò la sua arringa, divenne un capopopolo, conquistò il cuore di molti di noi”.

“Pochi giorni dopo lo incontrai in un corridoio e mi feci coraggio, cercai di avvicinarmi a lui per fargli i miei complimenti per quanto avvenuto”.

“Mi bloccarono prima. Ci rimasi così male che scoppiai a ridere in mezzo alla facoltà. Uno di quei mezze ameba con cui amava circondarsi si era messo tra me e lui e non intendeva farmi passare se prima non gli avessi anticipato l’argomento del nostro incontro”.

“Tuo padre che all’epoca era anche un po’ nervosetto, prima si fece una bella risata, poi con un ceffone mise a sedere l’improvvisato bodyguard”.

Mentre mi avvicinavo a Bruno vidi il terrore nei suoi occhi, era convinto volessi menarlo quando in realtà a me premeva solo salutarlo. Quando gli avvicinai la mano per salutarlo cominciò quasi a gridare”.

“Solo dopo alcuni secondi si rese conto della figura che stava facendo, tornò serio, fece un sorriso e contraccambiò il saluto”.

“Voglio essere sincero con te, se non avesse avuto quella reazione da femminuccia, me ne sarei andato, invece rimasi affascinato dal contrasto esistente tra il ragazzo sicuro dell’aula e il bimbo pauroso che avevo avuto modo di vedere”.

“Diventammo amici, e ovviamente mi attirai l’odio di tutti quelli della sua cricca. Io andavo da Bruno non perché lo ritenessi un leader come facevano gli altri, ma paradossalmente perché avevo visto in lui un bambino”.

“Cominciammo ad uscire insieme, e debbo dirti la verità, mi divertivo anche parecchio. Aveva sempre molti soldi in tasca, non ho mai capito da dove sbucassero, nel tempo ha sempre evitato di rispondere alle mie domande”.

“Ascolta” gli dicevo “a me ovviamente fa piacere che tu stia pagando tutto, ma mi spieghi da dove li tiri fuori? Chi ti finanzia, i tuoi genitori?”

“Niente da fare, cambiava discorso, mi diceva che a me doveva solo interessare l’oggi, quanto successo in passato, non importava”.

Arrivai a dirgli che avrei smesso di uscire con lui se non mi avesse spiegato qualcosa; cerca di capirmi figliolo, avevo paura fosse denaro sporco. Quella volta a farmi desistere fu uno dei suoi amici che si premurò di farmi avere un dossier sulle finanze di Bruno in cui si attribuiva la sua ricchezza ad una serie di invenzioni quali: il motore a scoppio, il viaggio nel tempo, il gomito del tennista e il salto della quaglia”.

“Davanti a tale idiozia capii che non ne avrei mai cavato un ragno dal buco e mi staccai progressivamente da lui”.

“Poco tempo dopo conobbi tua madre e cominciammo ad uscire insieme, io brutto squattrinato, lei bella e benestante..la bella e la bestia insomma”.

“Puoi ben dirlo” esclama Bianca scoppiando a ridere.

“Io e tua madre cominciamo a frequentarci sino a quando un giorno incontriamo Bruno, non ricordo dov’era, un cinema, una pizzeria?” Domanda Ioli a mia madre.

“In ristorante. adesso lascia che continui io”.

“Quella sera tuo padre era stranamente euforico, mi aveva portato in questa famoso ristorante dove a suo dire, trovare un tavolo era praticamente un miracolo. Ci avevano fatto aspettare mezz’ora per il tavolo e altri 20 minuti prima di prendere le ordinazioni. Eravamo sul punto di alzarci quando vediamo entrare questo chiassoso gruppo di sette o otto persone capeggiato da questo ragazzo piccolino e molto elegante”.

“Sul momento mi sono messa a ridere immaginando a cosa aspettasse il gruppetto, ma in realtà mi sono ricreduta poco dopo. Appena entrati ho visto scattare almeno due camerieri che nel giro di 5 minuti hanno apparecchiato un nuovo tavolo e preso le ordinazioni di tutti. Era bastato un cenno del piccoletto e tutti si erano messi sull’attenti”.

“Immaginati il mio stupore quando quel ragazzo si era avvicinato al nostro tavolo per salutare tuo padre”.

“Bruno quella sera si comportò come un vero signore, ci invitò al suo tavolo, offrì la cena a tutti. Raccontò un sacco di barzellette, alcune volgari e fuori luogo. Tutto sommato però quel ragazzo mi affascinava, non capivo cosa avesse così di speciale. Le persone intorno a lui ridevano quando lui rideva, rimanevano in silenzio quando lui parlava”

“Cantò. Ricordo che chiese ad uno dei suoi amici di accompagnarlo con il pianoforte del ristorante; conosceva tutto il repertorio da piano bar da crociera, tutto sommato risultava piacevole”.

Con me fu molto gentile, mi fece sedere tra lui e tuo padre, mi chiese come e quando ci fossimo conosciuti, mi fece parlare e ridere per tutta la serata. Mi corteggiò senza che me ne rendessi conto. Nel mentre tuo padre si era chiuso in uno di quei silenzi che ben conosci”

Annuisco con la testa.

“Per fartela breve, mi mise un po’ in crisi, io sapevo di voler bene a tuo padre ma questo Bruno era stato capace di mostrarmi qualcosa di diverso, un mondo a cui forse avrei voluto appartenere”.

“Io e tuo padre litigammo quella sera e per almeno due giorni non ci fu tra di noi alcun contatto”.

“Nel mentre qualcuno mi fece recapitare a casa un mazzo di rose rosse accompagnate da una collana con un pendaglio a forma di farfalla e un biglietto che diceva qualcosa tipo: “La tua luce ha illuminato la mia sera più di 1000 stelle del cielo”.

“Non so come ma riuscì a recuperare il mio telefono e mi invitò ad uscire. Accettai pur sapendo che quello che stavo facendo era una cavolata”.

“Mi venne a prendere con un’auto immensa con tanto di autista, mi portò in un ristorante meraviglioso e probabilmente fece di tutto per rendersi interessante…ma non ci riuscì. Io ero fuori con lui, e mi stava promettendo mari e monti, mi parlava di case al mare e parchi da favola. Ascoltavo ma c’era una domanda che mi ronzava in testa: “Perché stai facendo questo a me? Io sono la ragazza di un tuo supposto amico, tu sei passato sopra a tutto ciò senza pensarci un solo secondo”.

“Più parlava più mi mancava tuo padre; alla fine, mentre mi stava riaccompagnando a casa, cominciò a cantarmi una canzone d’amore e ti assicuro che senza volerlo cominciai a ridergli in faccia. Non ti dico la sua espressione, probabilmente quello era per lui l’ultimo passo di una tecnica oramai consolidata e ritenuta infallibile”.

“Non ci fu niente da fare, cominciai a ridere e smisi solo una volta scesa dall’auto. Gli chiesi scusa ma nel contempo gli dissi anche che non sarei più uscita con lui”.

“Non mi sembra tanto grave” intervengo “in fin dei conti si è dimostrato un bastardo, ma c’è di peggio”.

“Perché ancora non ti abbiamo raccontato il peggio” afferma Ioli.

Questa volta è mio padre che si schiarisce la gola; il suo sguardo è fisso, nella sua mente, frammenti di una storia lontana si stanno pigramente unendo, pronti ad essere portati alla luce, dopo anni di timido ed imbarazzato silenzio”.

“Ricordo che la mattina dopo tua madre mi chiamò verso le otto del mattino, io ero andato a dormire da non più di due ore, ubriaco e disperato. Sapevo della loro uscita, conoscevo la fama di Bruno, davo per certo che fossero a letto insieme mentre io, disperato e in lacrime, continuavo ad ordinare da bere”.

“La sua chiamata mi fece passare la sbornia in meno di 1 secondo; mi raccontò cosa era successo e si invitò da me, per parlare ma soprattutto per starmi vicino”.

“La storia sembrerebbe a lieto fine ma, perché il ma c’è sempre, a tua madre cominciarono ad arrivare strane lettere a casa”.

Ioli e Bianca si palleggiano il racconto della storia come abili oratori, questa volta è lei a continuare.

In un primo momento non ci diedi peso, si diceva in poche parole che tuo padre non solo avesse una amante ma soprattutto fosse avvezzo all’uso di droghe. Mi si diceva di stare attenta e di cominciare a sorvegliarlo con attenzione. Tutte le lettere erano firmate “una amica”.

“Poco dopo come d’incanto, mi trovai invischiata in una serie di situazioni apparentemente casuali, anche se poi si scoprì che di casuale non avevano nulla. Andavo in bagno e improvvisamente entravano due ragazze parlando di tuo padre.

“Raccontavano di come stesse frequentando una loro amica all’insaputa della sua ragazza. Belle ragazze si avvicinavano a Mario appena io mi allontanavo, casualmente a tuo padre capitava di ricevere telefonate mute proprio quando eravamo in casa insieme”.

“Non te la sto a fare troppo lunga, cominciai a sospettare di tuo padre, e persi progressivamente la fiducia in lui. La goccia che fece traboccare il vaso fu quando due perfetti sconosciuti mi si avvicinarono e mi pregarono di parlare a Ioli. A loro dire solo grazie al mio intervento tuo padre avrebbe desistito dall’idea di massacrarli di botte per via del mancato pagamento di due dosi di marijuana. Feci una scenataa tuo padre e me ne andai, ero disperata e delusa”.

“Incontrai “casualmente” Bruno nel negozio di tessuti vicino casa, e si dimostrò comprensivo e molto in sintonia con i miei sentimenti, mi offrì di starmi vicino, mi fece sentire bene. Mi fece un lavaggio del cervello, con il senno del poi posso ammetterlo. Mi portava ad interpretar i comportamenti di tuo padre come se fossero delle vere e proprie ammissioni di colpevolezza. “Se tuo padre chiamava in lacrime giurando di non aver fatto nulla, Bruno rigirava la frittata per farlo apparire il tipico uomo che solo dopo l’errore capisce il danno che ha causato”.

“Cominciai a frequentare Bruno, di tuo padre mi ero imposta di non voler sapere più nulla. Con Bruno tutto era sempre molto controllato, uscite, telefonate, feste, avevo in pratica il programma settimanale già pronto la domenica sera. A fornirmelo c’era una bella ragazza di nome Marinella”.

“Un giorno le chiesi delle spiegazioni, insomma era oramai un mese che uscivo con Bruno e non capivo perché tutto fosse così…freddo e preciso. Mi sorrise in modo triste, i suoi erano occhi di chi è sul punto di crollare e confessare, ma non disse nulla”.

Due giorni dopo ricevetti un’altra lettera anonima, la calligrafia era la stessa delle vecchie missive contro tuo padre. C’era scritto “Scusa” e poi un indirizzo con data e ora. Non ne parlai a Bruno ma decisi di andare in fondo alla questione.

Mi feci accompagnare in macchina da tua zia, le dissi di rimanere ad aspettarmi. Entrai in un palazzo signorile in pieno centro, dal cortile si udivano le grida e la musica provenienti da uno degli appartamenti. Le porte erano aperte quindi non mi fu difficile entrare. La prima cosa che mi colpì fu il forte odore di marijuana, tre ragazze stavano ballando da sole in centro della sala mentre un gruppo di ragazzi era intento a bere e ridere in modo sguaiato.

Non mi fu difficile riconoscere due delle ragazze che avevo sentito parlare in bagno e con loro alcuni dei ragazzi che normalmente uscivano con me e Bruno”.

“Rimasi in attesa per non più di cinque minuti, Bruno uscì da una stanza abbracciato a due ragazze. Non so se fossero ubriache o drogate, lui le teneva per la vita e si atteggiava un po’ a quel tipo, sai il padrone di Playboy”.

“Quando si rese conto della mia presenza rimase pietrificato, si voltò di scatto prima a destra e poi a sinistra, probabilmente in cerca di chi avrebbe dovuto sorvegliare l’entrata”.

“Non trovò nessuno quindi sfoderò uno dei suoi mitici sorrisi e si avvicinò a me allargando le braccia”.

“Io avevo perfettamente capito cosa fosse successo, ma decisi di ascoltare la sua storia. Disse che lo avevano incastrato in quella festa, che si trattava di un complotto ai suoi danni, probabilmente era successo per mezzo di un massiccio uso di droghe. Mi disse che tutto si sarebbe risolto e che avrei dovuto semplicemente esprimere un desiderio, chiedergli qualcosa e lui me lo avrebbe comprato per chiedermi scusa”.

“Più parlava più capivo l’errore che avevo commesso: lui aveva creato tutta una serie di indizi che avevano logorato la mia fiducia nei confronti di tuo padre, ci aveva fatti separare per mezzo di bugie costruite ad hoc e ripetute all’infinito da ragazzi e ragazze del suo gruppo”.

“Ricordo che dalla tasca dell’accappatoio in seta che portava estrasse una collana, al posto della farfalla vi era una tartaruga, era il suo marchio di fabbrica”.

“Si avvicinò fissandomi negli occhi, cominciò a cantare una di quelle sue insopportabili canzoni napoletane”.

Quello che successe dopo fu puro istinto: afferrai una statuetta raffigurante il Duomo di Milano da una mensola a me vicina e gliela scagliai in testa con tutta la forza che avevo. Lui cadde al suolo come un sacco di patate. Emilio, un suo fedele collaboratore che aveva seguito la scena, cominciò a piangere e strillava di chiamare un’ambulanza”.

“Io impassibile mi avvicinai e raccolsi la statuetta, la misi in borsa e me ne andai. “Quella sera stessa tornai da tuo padre, piansi e gli chiesi scusa…il resto lo puoi immaginare”.

Rimasto senza parole mi appoggio allo schienale della sedia, guardo mio padre e mia madre e mi sento davvero orgoglioso di loro.

“Quindi tu mi hai mandato da quel buffone per..”

“Per dimostrarti che esistono delle scorciatoie, ma che se vuoi ottenere una cosa nella tua vita, è meglio che tu ti dia da fare”.

“Corretto”, rispondo, “mi sembra giusto”.

Rimango in silenzio ancora qualche secondo poi esplodo: “La statuetta del Duomo che hai in ufficio!!”

“Esatto”, risponde ioli, “proprio quella sulla mia scrivania in bella mostra…proprio quella”.

Cap 22 – La cena

Detesto dormire, è un’inutile perdita di tempo che se fossi premier o dittatore abolirei. Ai consiglieri che mi facessero notare che dormire è fisiologico e necessario per la vita, farei tagliare le mani.

Tutti i miei sudditi dovrebbero per legge amare i gatti, sarebbe obbligatorio averne almeno 2 in ciascuna casa, tutti i gatti dovrebbero chiamarsi Poldo e le gattine…non so, forse Asia.

Il lavora più ambito dalle ragazzine di 13 anni diventerebbe quindi la gattara, non la velina.

Poi cercherei anche di proibire l’uso dei numeri pari, li trovo assolutamente noiosi e perfettini. Tutto dovrebbe essere sottoposto alla legge dei tatuaggi: mai in numero pari, uno, tre, cinque e via discorrendo.

Volete 2 panini? No, o 1 o 3, e alla massaia dallo sguardo interdetto, direi che prenderne due porta sfiga, o uno o tre per avere dalla propria parte la fortuna.

Se fossi primo ministro inoltre mi batterei per l’abolizione dell’intervallo 16 – 19 delle giornate autunnali. Il sole che tramonta e il triste colore dell’estate che fugge, è come una spada per il mio animo. Per legge l’orologio dovrebbe bloccarsi alle 16, e a quell’ora tutti dovrebbero accendere le luci, tantissime luci di una potenza pari a quella di una stella, per poter lottare contro la malsana idea che un altro giorno stia morendo, senza nessuno che lo pianga, senza nessuno che realmente lo abbia amato.

Proibirei per legge anche la pancia che mi spunta da quando ho smesso di correre, dovrebbe quindi scomparire, per volere mio.

Vincere le elezioni non sarebbe difficile, basterebbe promettere favori sessuali alle over 45, e distribuire buoni sconto per le colonscopie alle più giovani.

Ai vecchietti prometterei di metterli a capo dei cantieri che osservano e commentano ogni giorno, “basta giovani nerboruti ed incompetenti, sì ai vecchietti che commentano”.

Gli uomini…per il loro voto una vera ricetta non la ho, l’unica cosa che potrei fare è comprare un buon giocatore di pallone, magari Kakà, e farlo giocare in tutte le squadre: 5 minuti con la Roma, 5 con la Lazio, un po’ al Milan e un po’ con l’Inter. Con la Juventus no, quella la abolirei.

Infine stabilirei che si possa rimanere incinta anche solo con un bacio, così i ragazzi ci penserebbero due volte prima di limonare come pazzi con gli sconosciuti.

Il gioco “Cosa farei se fossi premier” questa notte non funziona, continuo a muovermi come un ossesso nel letto senza stancarmi a sufficienza per addormentarmi.

Succede sempre questo, mi basta avere un impegno, un obiettivo, un qualcosa da fare e perdo il sonno. Sono le tre nella mia triste camera, del mio triste appartamento.

Anche se sono al buio, vedo tutto quanto mi circonda e ciò che percepisco non mi rende felice.

Sono solo 4 mura, non parlano di me, mancano i dettagli che la trasformino in un qualcosa che trasudi la mia persona.

Arriverà anche questo momento, maledetta MCI.

Chiamo a casa dei miei genitori verso le sei del mattino, mi risponde Bianca ancora con la voce impastata.

“Pronto?”

Me la immagino in sottoveste e spettinata, povero Ioli mi verrebbe da dire.

“Sono io”.

“Che ti è successo, ti hanno arrestato vero? Sveglio subito tuo padre”

“Spiegami per quale motivo ogni volta mi fate sempre la stessa domanda. Ti sembro, a caso, il tipo di persona che si farà arrestare prima o poi?”

Il silenzio glaciale dall’altra parte è di fatto una risposta.

“Non è possibile ad esempio che io vi abbia chiamato solo per sapere come state grazie soprattutto a quella sorta di angelica gentilezza che pervade e indirizza il mio dire e fare?”

“Tesoro”, afferma Bianca pacatamente “tu sei tutto fuorché gentile ed angelico”.

“Vi faccio i regali ogni anno per Natale”.

“Sono spesso cose che trovi per strada o i dvd porno che lo squilibrato del tuo amico Stefan ti regala”.

“Come te ne sei accorta”.

“Dal biglietto di auguri firmato Stefan che regolarmente lasci attaccato”.

“Non ti facevo così attenta ai dettagli” rispondo.

“Che cosa vuoi? Sono le sei del mattino”, il tono di Bianca si è fatto ora più serio.

“Vi ho svegliati? Ti credevo già in piedi, pronta per la messa”.

“Smettila, sai che non vado a messa alle sei”.

“Dovresti, sarebbe un primo passo per espiare i tuoi peccati”.

“Dimmi perché ci hai chiamati” dal tono della voce capisco di aver portato Bianca sull’orlo di una crisi di nervi.

“Questa sera vorrei venire a mangiare da voi, è necessario però che Ioli sia a casa, è con lui che ho bisogno di parlare”

“Perché non vai in ufficio? Potresti chiedergli un appuntamento”

“Meglio di no, rischierei di dover lavorare, e poi sai come la penso riguardo Lina”

“Ma chi? La segretaria?”

“Quella è una porca”

“Ma smettila di dire idiozie, avrà almeno 65 anni”

“E’ una swinger”

“Una?”

“Te ne parlerò in un altro momento, non vorrei disturbarti, magari stavi dormendo”.

“Perché non hai chiamato alle 8?”

“Temevo tu potessi prendere altri impegni, è importante quello che vi debbo dire”.

“Ok ascolta, alle 20 a casa, sai quanto pignolo è tuo padre in questo”.

“Alle 20, sarò puntuale”

Suono il campanello alle 20.30, il mio cellulare non ha smesso di squillare incessantemente dalle 20.15 ora in cui, esaurita la pazienza e abbonato il classico quarto d’ora accademico, Ioli ha realizzato che mangerà in ritardo rispetto al solito.

Ad aprirmi la porta è naturalmente Bianca che mi saluta a denti stretti. Posso decifrare il suo volto senza alcun problema, dice che mio padre ha già dato in escandescenza e probabilmente ha già toccato punte quali: “il poco rispetto delle nuove generazioni”, “dove andremo a finire di questo passo”, “è tuo figlio, non mio di certo.”

Saluto mia madre con un bacio e mi dirigo verso la cucina. Un intenso odore di salmone aleggia nell’aria, mia madre ha voluto suggellare l’incontro con una delle sue specialità.

“Ciao genitale maschio” esordisco alla vista di Ioli “come stai?”.

Mio padre rimane a fissarmi incredulo, la forchetta è bloccata in prossimità della bocca, gli spaghetti cominciano a scivolare lentamente nel piatto.

“Genitale non nel senso di coglione sia chiaro, però ritengo carino usare un buffo gioco di assonanze per descrivervi, invece che i miei genitori voi sarete rispettivamente il genitale maschio e il genitale femmina, che ve ne pare?”

“Direi che è davvero uno spasso” risponde Ioli con una nota di sarcasmo, “sei in ritardo, come al solito, sai che in questa casa si mangia alle 13 e alle 20”.

“Ritardo…che esagerato, una semplice mezz’ora! Pensaci un attimo, puoi realmente definire ritardo una miseria di questo genere? Immaginati mamma 36 anni fa “caro, forse ci siamo, ho un ritardo di 30 minuti…questa è la vota buona, me la sento, sono incinta”.

“Come minimo l’avresti mandata a quel paese, ed ora, solo perché io, con 1000 buone giustificazioni, arrivo in ritardo, mi rimarchi in malo modo tutto quanto”.

Ioli posa la forchetta sul piatto, si porta le mani al viso e si copre gli occhi per alcuni secondi.

“So che non dovrei domandartelo, so che me ne pentirò, ma c’è un qualcosa dentro di me che mi spinge a chiederti…quali sono queste buone ragioni?”

“Ero online a caccia di bimbiminkia

“Ecco appunto lo sapevo, mangiamo che è meglio. Hai fatto l’hippy vagabondo tutto il pomeriggio, mentre io chiudevo un contratto da 50000€”

“Ma smettila” interviene Bianca, “non fare lo smargiasso con tuo figlio”.

“Ti ricordo che è tuo figlio, non mio” ribatte Ioli.

“Vi ricordo che io sono qui presente e se c’è un figlio dubbio in casa, quello non sono di certo io. A proposito, dov’è quella?”

“Tua sorella…”quella” è tua sorella e stasera è a cena dai genitori del suo ragazzo”

“Nicola”.

“Si chiama Antonio”.

“Come Farino…da quando tua figlia esce con il Farino?” domando a Ioli.

Mia madre sorride, “Esce semplicemente con un ragazzo di nome Antonio, i suoi sono di Jesolo, gestiscono due piccole attività vicino a Piazza Mazzini”.

“Un drogato figlio di papà, geniale”.

“Non essere sempre così definitivo con i tuoi giudizi” sbotta mia madre “non lo conosci, non lo hai mai visto e sembra quasi tu lo stia già detestando”.

La considerazione di mia madre coglie nel segno, rimango interdetto e senza parole. L’odio generalizzato che nutro nei confronti del mondo è cosa oramai a me nota, ma non pensavo fosse così evidente e palese anche agli occhi di chi mi circonda. Detestare le persone è la scorciatoia che ho per sfogare una rabbia repressa ed immensa che cova dentro di me.

Rimaniamo in silenzio per almeno un minuto, Ioli è assorto come al solito davanti le mirabolanti elucubrazioni di un compito giovanotto che di cognome fa Capezzone.

“Vedi” esclama, “così dovresti essere, serio, competente, elegante..intelligente”.

La risata di Bianca è sincera e spontanea.

“Il giorno che diventi come quello, giuro che in questa casa non metti più piede”.

Ioli che notoriamente detesta essere contraddetto, sgrana gli occhi.

“Cosa c’è che non va, scusa?”

“Ma dico, scherzi? Ha cambiato più casacche lui che Ibrahimovic”.

La citazione di mia madre toglie il fiato a mio padre. Abbozza un timido sorriso che sfocia in una sonora risata.

“Vedi? E’ per questo che amo tua madre, mi stupisce”.

Ioli si alza dalla sedia e avvicinatosi a mia madre le stampa un sonoro bacio sulla bocca.

“Sono pazzo di questa donna”

“Ed io di questo uomo” risponde lei.

“Scusatemi” intervengo “non vorrei rompere l’idillio, ma dovevamo parlare male del ragazzo di quella”.

Colgo un attimo di smarrimento negli occhi dei due.

“In realtà sarebbe il caso tu ci raccontassi come è andata con Bruno Voli Eclissi” risponde mio padre.

“Giusto, allora sono andato a trovare quel tuo sedicente uomo della provvidenza”.

Mio padre sorride, ma nella sua espressione vi è qualcosa di strano. Un grigio velo di tristezza spegne il suo viso per qualche secondo.

“E così hai conosciuto il vecchio Bruno, non male vero? Che te ne è parso?”

Anche il tono di voce è cambiato, c’è qualcosa che lo turba.

“Diciamo che ne sono rimasto davvero entusiasta, è una persona fantastica. Pensa che mi ha assicurato che sarà in grado di sconfiggere la mia MCI se seguirò pedissequamente le sue indicazioni. Visto anche l’amicizia che vi lega, lui si è anche proposto di pensare al mio futuro. Dovrò semplicemente scegliere una professione, una qualsiasi, e lui dice che riuscirà a farmela ottenere. Non vi sembra una cosa fantastica?”

Ioli e Bianca si guardano per qualche secondo, rimangono in silenzio e abbassano lo sguardo imbarazzati.

“Voi sapete perfettamente quello che sin da piccolo è stato il mio sogno, vero?” domando.

Da piccolo volevi diventare Papa” risponde Bianca.

“Sì…questo ancora, intendevo l’altro sogno”.

Dittatore di colore in Ruanda?” domanda Ioli.

“In realtà anche questo rimane in piedi, comunque mi riferivo a diventare palombaro-ciclista”.

“Palombaro-ciclista, giusto”, dice Bianca.

“Ne sapevi qualcosa?” le domanda Ioli.

“Me ne aveva parlato una volta”.

Decido di rendere tutto più chiaro a mio padre. “Il palombaro-ciclista sarà una delle figure chiave in tutte le guerre che verranno combattute, sarà l’unico che potrà correre in bicicletta nel mare sfruttando degli indubbi vantaggi riassumibili in: pesce a volontà, non venire colpito dalle pallottole, avere la possibilità di affondare delle navi e rimanere protetto dai dannosi raggi UVA ed UVB”.

Ioli elabora quanto appena riferitogli per qualche secondo, sospira a fondo

“Quindi Bruno ti avrebbe promesso questo”.

“In realtà no, me lo sono appena inventato”.

“Sei un pezzo d’asino” risponde Ioli senza far trasparire alcuna emozione, “fai il serio, dimmi del lavoro”.

“Ok, mi aiuterà a diventare spogliarellista”.

“Smettila di fare lo scemo” questa volta è Bianca a tarpare le ali della mia dirompente vitalità.

“Mamma mia, che nervosismo, seriamente allora…ritengo il vostro esperto un emerito buffone”.

Ioli e Bianca si guardano esterrefatti.

A volte il tempo si dilata per magia, capita quando una parola o un’azione ci sorprende. Il cervello cerca di elaborare quanto appena recepito ed entra in un loop apparentemente senza fine. Sono pochi secondi che sembrano secoli, in cui dismettiamo la capacità di reagire e rimaniamo inermi. Le nostre energie convogliano tutte in un unico punto, che è il momento zero della nascita del dubbio. Ci concentriamo su quanto ci ha sorpresi e non siamo più capaci di fuggire.

Siamo come poveri drogati di metanfetamine, obbligati da una forza a noi sconosciuta, a ripetere ossessivamente un gesto disperato, ancora e ancora, fino allo spasmo, fino alla rovina, fino al tracollo.

Il cervello di Ioli è il primo che torna a dare segnali di vita: “Buffone? Ma non ti era piaciuto?”

“Ma dico, scherzi?” rispondo “Sono qui stasera proprio perché mi devi qualche spiegazione”.

“Come ti è saltato in mente di spedirmi da quel personaggio? Il dottore, come ama definirsi, mi ha prima raccontato un sacco di fandonie, per poi sostenere che l’unico modo di salvarmi dalla MCI consisterebbe nell’entrare nella sua..setta, venerarlo come un Dio e attendere che sia lui a decidere per me. La cura in poche parole consisterebbe nel dedicare la mia vita a lui.”

“Il sunto è: lui decide ciò che è giusto e ciò che non lo è, così la MCI scompare”.

La risata di Ioli proviene dal cuore, è sincera e genuina, non lo sentivo ridere così da tempo.

Si rivolge a mia madre con un sorriso: “E’ peggiorato più del previsto, negli anni è stata una vera e propria discesa agli inferi”.

Anche Bianca adesso scoppia a ridere, la loro complicità mi mette a disagio.

“Ok, voi due…che mi sono perso?” esclamo seccato.

Ioli si schiarisce la bocca, adesso è nuovamente il manager serio, pronto ad arringare i commerciali affinché piazzino pannelli anche in Africa.

“In realtà io e tua madre abbiamo voluto metterti alla prova. La tua improvvisa conversione non ci convinceva più di tanto, per questo abbiamo voluto vedere se realmente vi fosse qualcosa di serio in quello che raccontavi o se si trattasse di un’altra delle tue innumerevoli stramberie”.

“Ti ho mentito, e per questo te ne chiedo scusa, sin dal principio. Nessuno dell’azienda è mai andato da quel life coach, mentre è cosa vera che sia io che tua madre gli siamo stati molto vicini in passato”.

“Ti dirò di più, lo abbiamo conosciuto a tal punto che ci è mancato poco che tu non venissi al mondo a causa sua”. Ioli accenna nuovamente una risata, che si trasforma in un niente in un amaro sorriso.

“Direi che a questo punto mi dobbiate delle spiegazioni”.

“Direi” risponde Bianca “che io e tuo padre siamo qui, apposta per questo”.

Cap 19 – Le strade

Quando apro gli occhi sono oramai le 10.30, stanchezza e postumi della nottata si fanno ancora sentire, la testa mi scoppia, ho solo bisogno di un’aspirina.

Mi riaddormento per alcune ore non appena l’effetto dell’acido acetilsalicilico comincia a farsi sentire; dormo profondamente e di gusto, non ci sono incubi a turbare il mio riposo.

Verso le 12.30 il telefono squilla, a cercarmi è l’operatrice 246 di una sconosciuta società di ricerche di mercato, desiderosa di sapere se voglio partecipare ad un sondaggio sull’utilizzo dei telefoni cellulari. La informo che normalmente il mio cellulare lo utilizzo come disco volante per trasporto acari e così facendo, tiro l’iPhone, e la sciagurata 246, direttamente sul divano.

Rifletto per alcuni minuti su quanto successo nelle ultime ore: Ioli, Baffino, ma soprattutto il mio comportamento nei confronti di Stefan, e Gian Antonio…sebbene non abbia le idee ancora completamente chiare, sento che c’è stato un qualcosa di malato nelle mie azioni.

Ho deciso aprioristicamente che i colpevoli fossero loro senza analizzare obiettivamente i miei comportamenti; il sonno deve avere qualche potere curativo perché è come se mi sentissi meglio, percepisco dentro di me che esiste una possibilità di uscire da questa strana situazione.

Dicono che il passo più difficile per le persone che hanno un problema sia proprio quello di ammetterlo, questa mattina sono stanco di nascondermi dietro un dito, sono consapevole che esista qualcosa in me che negli ultimi anni ha pregiudicato un po’ tutti i settori nevralgici della mia vita, e questo qualcosa si chiama MCI.

Dare un nome al proprio nemico ha una certa importanza, riuscire anche a immaginarsene le fattezze è ancor più importante.

Gioco alle libere associazioni da solo sul letto, il passaggio di idee è talmente lineare che allo scoprire il risultato, vivo come in una sorta di gigantesco deja vù.

MCI – malattia – infermo – letto – infermiera – siringa – drogato – tossico – Lapo Elkann.

Mi sembra impossibile, decido di provarci ancora:

MCI – MGM – ONG – OGM – Organismo geneticamente modificato – Organismo Transgenico – Trans…..Lapo Elkann.

Ancora, percorso diverso, risultato uguale.

Sono malato di MCI, ergo ho una sorta di Lapo Elkann che vive dentro di me e sabota sistematicamente in tutto quanto faccio.

Cerco disperatamente un’immagine della mia nemesi e finalmente la trovo, LUI veste occhiali bizzarri, ha un cappello rosa…è chiaramente la MCI.

Una strana eccitazione mi pervade, ho bisogno di raccontare questa mia incredibile scoperta a qualcuno, una persona che però non sia un semplice amico, ma che possa ragionare con me sugli effetti e implicazioni di questa nuova verità.

Esclusa la lista BANU (battone – amici – numeri utili) mi rimangono Ioli, Bianca e Quella probabilmente adottata, alla fine la scelta cade su Ioli.

Chiamo in azienda e come al solito mi risponde Lina, la solerte segretaria di mio padre che, per un caso a me ancora sconosciuto, tende a detestarmi.

“Ciao Lina, passami Ioli, è urgente”.

“Buongiorno a lei, il signor Mario è in questo momento occupato in un’altra linea, se vuole lasciarmi un recapito, non mancherò di farglielo pervenire non appena si libera”.

“Lina è davvero urgente questa volta”.

“La hanno finalmente arrestata?”

In passato tra me e Lina vi è stata qualche tensione per via di una serie di accuse, a mio avviso fondatissime, che ho pensato di muovere nei suoi confronti. Da quel momento Lina, complice comunque l’età e l’ormai prossima pensione, ha smesso di venerarmi come sempre aveva fatto, assumendo nei miei confronti un atteggiamento distaccato, e a tratti quasi scontroso.

“Lina, non farmi innervosire, passami Ioli”.

“Il signor Mario è ancora impegnato nell’altra linea, se vuole anticiparmi il tema, sarò lieta di comunicarglielo non appena si libera”.

“Ok, digli che ho scoperto che il problema era mio e che Lapo Elkann vive dentro di me”.

Mi rendo conto di quanto possa essere difficile per chi ascolta capire una frase del genere, quindi decido di tradurla per Lina: “Lapo Elkan è la MCI, vive dentro di me e dovrò sconfiggerlo“.

Ora tutto sembra più chiaro, attendo una risposta che non arriva.

Dopo alcuni secondi di silenzio decido di verificare che la vecchia sia ancora dall’altra parte della cornetta.

“Lina, ci sei? Stai prendendo appunti?”.

“Ovviamente, non vedo l’ora di riferire a suo padre che il suo amato figlio è posseduto da Lapo Elkann”.

Detta così la cosa sembra più grave di quello che pensassi.

“Ricordati di dirgli che però questa volta voglio sconfiggere Lapo, lo ucciderò”.

“…suo figlio ucciderà Lapo Elkann” sento che appunta, “Ne sarà felicissimo” continua.

“Ok, io ho bisogno di un appuntamento con Ioli quanto prima, magari anche oggi”.

“Non mi dica, avremo la possibilità di vederla in ufficio oggi? Spero non si stancherà troppo a lavorare 4 ore mentre noi..”

Smetto di ascoltare la sua filippica ed inserita nuovamente la modalità Disco Volante, lancio lei e il telefono nel letto.

Quando esco dalla doccia trovo un SMS di Ioli, mi stupisce il tono stranamente preoccupato: “Stai tranquillo, non fare niente, ci vediamo qui alle 15”.

Arrivo con 5 minuti di anticipo che saggiamente spendo per cercare di ricucire i rapporti con Lina.

“Frequenti ancora i club scambisti?” le domando dopo averla tramortita con un “5-secondi-di-sorriso-TomCruise”.

“Per sua informazione, io non ho mai frequentato quel genere di club e mai li frequenterò”.

“E di quella confessione, che mi dici allora?”.

“Vorrei ricordarle che all’epoca esisteva ancora in questa azienda la cattiva abitudine di utilizzare cartelle condivise. Anche se mai si è scoperto il colpevole, io ritengo che lei modificò un mio documento utilizzando la funzione “Cerca – sostituisci” di word. La mia unica colpa è stata quella di non verificare quanto consegnato poi ai diversi manager di questa società, che scoprirono così, in una maniera peraltro estremamente ridondante, che ‘sono una porca, faccio le orgie, amo i club scambisti’.

Scoppio a ridere di gusto: “E’ stato molto coraggioso da parte sua ammetterlo quella volta, e le dirò che ho trovato il suo gesto quasi romantico”.

“Che senso ha nascondersi” continuo “se una è porca è porca”.

“Lascia stare Lina ed entra in ufficio”. La voce di mio padre mi interrompe un secondo prima che mi lanciassi in una richiesta di applauso via interfono per “Il coraggio di Lina che ha ammesso di fare gli scambi di coppia”.

L’ufficio di Ioli è ordinato come sempre, mi accomodo davanti a lui e lo guardo con un super sorriso stampato in volto.

“A che viene questo sorriso?”

“E’ il TomCruise”.

Ioli non capisce ma salta a piè pari l’argomento.

“Dimmi allora, perché vorresti uccidere Lapo Elkann”.

“Detta così suona male, in realtà io non voglio uccidere Lapo Elkann, voglio eliminarlo da dentro di me”.

Il silenzio di Ioli mi spinge ad argomentare un po’ di più la mia idea.

“Tu sai che io sono malato di MCI…”

“Certo, la mancanza di bla bla bla, che tu ti sei inventato perché sei un hippy”.

“No, ascolta, questa volta è una cosa seria, la MCI..ho capito che dovrò fare qualcosa per sconfiggerla perché a causa sua ho deluso te, ho perso cose e persone importanti”.

“Prima pensavo fosse in parte colpa di Stefan e del Farino, adesso ho capito che avevi ragione, ho un problema, dovrò trovare da solo la soluzione. Anzi, vorrei sapere se tu hai qualcuno in mente, che mi possa aiutare”.

Ioli rimane a fissarmi per alcuni secondi, poi si lascia sprofondare nella sedia senza perdermi di vista.

“Spiegami di Lapo Elkann prima”.

“In realtà dico Lapo Elkann per dire MCI, ho fatto una serie di libere associazioni e mi sono reso conto che partendo dalla MCI finivo sempre a lui. Mi serve visualizzare il mio problema, ora non è solo una sigla, c’è anche un volto”.

“Fammi un esempio” dice lui.

“Ok, vediamo: MCI – mIci – gatti – pelosi – capelli – Shakira Lapo Elkann

“Sono sempre più convinto che tua madre nel ’68 abbia sperimentato qualcosa in più dei semplici spinelli” afferma.

“Quindi comunque tu non ucciderai Lapo Elkann, perché Lina mi aveva scritto nel biglietto che tu..”

“No, no..non lo ucciderò, cioè lo ucciderò metaforicamente, ma dentro di me…per poter essere libero di trovare e seguire una strada, come tu mi hai detto poco tempo fa”.

Ioli apre un cassetto situato alla destra della scrivania e ne estrae un’agenda di color nero, apre la rubrica e assorto comincia a leggerne il contenuto.

“Io non conosco bene il tuo problema, per questo ritengo tu debba provare diversi approcci e poi scegliere quello che per te è il più esaustivo, quello che ti fa sentire più a tuo agio, quello che magari ha degli effetti”.

“Personalmente fossi in te, andrei a parlare con il Fabiani, magari cercherei un confronto anche di tipo spirituale, in chiesa magari, e non tralascerei un incontro con questa persona”.

Mi porge un biglietto da visita che ha staccato da una pagina della rubrica, riporta tutti i dati di un certo Bruno Voli Eclissi.

“Bruno Voli Eclissi?” domando.

“Eclissi è il cognome della vecchia moglie, lui lo ha mantenuto ed ora è il nome anche della società che presiede, è una specie di life coach”.

“Ho mandato da lui diversi dei ragazzi qui in azienda, lui afferma che “quando c’è una luce troppo forte che ti abbaglia, tu non riesci a vedere la strada, ed è allora che arrivano lui e la sua Eclissi”.

“Suona interessante” rispondo “potrebbe essere quello che sto cercando”.

“Fai pure il mio nome quando vai da lui”, si alza e mi porge la mano “sono fiero di te”.

Esco dall’ufficio di Ioli davvero sollevato, mi soffermo solo 1 minuto con Lina: “Alla fine non mi ha mai detto se preferisce i semplici threesome o si dedica più alla gang bang”.

Mi guarda con sospetto, finge di non sapere di cosa io stia parlando.