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Cap 25 – Padre Moreno

“Lo vuoi capire che non corri pericoli?”

“Io un prete non lo voglio conoscere, non mi interessa, li odio”.

Un bambino. Se me lo avessero detto, non ci avrei creduto. Stefan è seduto accanto a me, e da quando siamo partiti non ha mai smesso di lamentarsi. Non lo ho mai visto così.

Quando ero più giovane avevo un gatto di nome Shany, un bellissimo e dolcissimo persiano. Lo avevo scovato una notte camminando per una isolata stradina di Bibione. Da dietro una macchina era spuntato questo batuffolo di pelo, avido di carezze e baci come si conviene ad un cucciolo.

Non avevo fatto in tempo a raccontare l’accaduto a Bianca, che il piccolo mostro era già divenuto parte della famiglia. Lo avevamo chiamato Shany, in onore di una discoteca molto in voga all’epoca, ma ben presto ci eravamo accorti che il gattino non parlava le lingue straniere. Da Shany quindi si era passati al molto più italiano Giovanni..simile per le tonalità, ma molto più comprensibile per idioma.

Giovanni era il gatto più buono del mondo, non c’era possibilità di farlo arrabbiare: non c’ero riuscito io, con i miei attacchi e le mie provocazioni, non c’era riuscito il coniglio, affascinato a tal punto dalla sua folta peluria, da cercare di montarlo in ogni situazione vantaggiosa, non c’era riuscita Nellina, il cane della prateria inopportunamente comprato da “quella” e introdotta in casa al grido di “è un animaletto buonissimo, vi innamorerete di lei”.

Cosa vera e falsa allo stesso tempo. La bestiolina infatti, pur dimostrandosi adorabile, aveva manifestato fin da subito un amore smodato verso tutti gli angoli delle porte, ridotti in pochi mesi a degli inguardabili pezzi di legno rosicato.

Nellina amava Shany, e con le sue unghie affilate cercava anche lei di scalarlo, quasi fosse una montagna, un totem alla bellezza.

Niente da fare, Shany ci guardava, a volte piangeva, ma non reagiva. C’era una cosa però capace di trasformare l’amorevole bestiolina in un feroce assassino, e quella cosa era “fare il bagno”.

Bella scoperta, si dirà, a nessun gatto piace fare il bagno. Vero, ma nessun gatto, alla stregua dei più famosi Gremlins, è mai riuscito a trasformarsi come lo faceva lui.

A farne le spese la prima volta fu Ioli, coraggioso ed impavido eroe che, armato della sola forza fisica, decise di risolvere alla radice il problema dei nodi di pelo del gattino. Afferrato il micio, lo mise di forza dentro una bacinella, per poi ritrovarsi immediatamente tra le braccia un famelico orco.

Ioli aveva perduto, Shany aveva vinto. Ioli uscì dal bagno con le braccia sanguinanti, sfregiato nel corpo e nell’onore da un batuffolo di oramai 5kg, Giovanni uscì poco dopo, offeso per l’affronto subito, ma consapevole di aver messo un punto a suo favore nella sua personale guerra all’acqua.

Vedere Stefan girarsi e rigirarsi sul sedile della macchina, terrorizzato all’idea di incontrare Padre Moreno, un po’ mi spaventa, un po’ mi diverte.

“Spiegami quale dovrebbe essere il problema Stefan perché davvero non lo capisco, Moreno è amico mio, ci vado perché ho bisogno di parlarci, tu se vuoi puoi rimanere in silenzio, anche in macchina magari. Ti ho chiesto di accompagnarmi, ma se davvero la cosa ti sconvolge tanto, giro la macchina immediatamente”.

“Sì, preferisco, portami a casa”.

“No”.

“Ma mi hai appena detto…”

“Mentivo, già mi conosci, siamo troppo vicini alla chiesa”.

“Ma siamo partiti da non meno di dieci minuti!”

“Dici niente? In dieci minuti Leonardo dipinse La Gioconda”

“Realmente?”

“No, mentivo”.

Stefan sbuffa e volge lo sguardo al suo finestrino.

“Perché proprio da un prete dobbiamo andare” domanda dopo circa un minuto di silenzio.

Sono incerto se spiegarglielo o meno; la storia in realtà lui la conosce, ma ho per come l’impressione che non l’abbia realmente capita. Non ho voglia di spiegargli ancora della mia MCI, della confusione che mi provoca, degli ultimi incontri con Voli Eclissi e delle spiegazioni dei miei genitori.

Ho bisogno di una guida in questo momento, di qualcuno che mi aiuti ad uscire dal buco in cui mi sono cacciato. Potrebbe essere un prete, perché no, magari è proprio un aiuto spirituale quello di cui ho bisogno.

“Io e Moreno abbiamo combattuto in Vietnam insieme” esordisco, “tanto, tanto tempo fa.”

“Eravamo parte di un gruppo d’élite chiamati Esperti Bombe E Terribili Incursioni, le cui iniziali formavano la sigla di cui tutti noi andavamo fieri E.B.E.T.I”

“C’ero io, il capo squadra, eletto per la mia intelligenza, versatilità e capacità di allungare i miei arti come se fossero di gomma, c’era Mauro, all’apparenza tranquillo, ma d’improvviso in grado di ardere come un sole, poi Sergio, l’uomo roccia, dotato di una forza immane. Vi era una ragazza di nome Elena, l’unica del gruppo capace di scomparire, sapevamo della sua esistenza anche se nessuno di noi si è mai accorto di lei. A parte alcune volte intorno ad un fuoco, ricordo che nei momenti di silenzio, quando il rumore della foresta crea come un lenzuolo trasparente che si posa sul tuo capo, per isolarti dal mondo, il rumore di una pernacchia ci obbligava a tornare alla realtà. Era il suo segnale, un modo un po’ primitivo forse, ma di sicuro impatto per dire a tutta la squadra “io sono qui con voi, lotto con voi,mangio e digerisco vicino a voi”.

A quel gruppo di temerari si aggiunse in seguito Moreno, che con la sua forza di spirito, e il suo pupazzo a forma di corvo, era sempre in grado di creare scompiglio tra i maledetti vietcong”.

“Fu un’epoca difficile, ma è in quei momenti che realmente l’amicizia si cementa”.

“Finita la guerra ciascuno ha preso la sua strada: Mauro è un temuto critico culinario, Sergio un abile e coraggioso mercante di vetri, Elena..non si è vista, io come sai sono un sacerdote del Dio Anubi e commercio in bacche allucinogene, e Moreno è diventato prete”.

La capacità di Stefan di credere alle mie fandonie è incredibile, quando incrocio il suo sguardo è sul punto di cadere in una sorta di trance mistica.

“Hai combattuto in Vietnam, che cosa incredibile, dovrai parlarmene di più”.

“Andiamo da questo Moreno” continua “Voglio che mi racconti anche lui degli E.B.E.T.I”

Parcheggio nel posto riservato ai portatori di handicap anche se tutti gli altri spazi bianchi sono liberi, conto di mostrare Stefan come prova ad un eventuale solerte ufficiale del traffico.

Mi fermo a guardare per un momento l’imponente chiesa dove Padre Moreno officia messa, la mia memoria deve fare un salto indietro di circa 30 anni per ricordarmi bene di lui.

Moreno De Grandis, in arte Padre Moreno, mio compagno di scuola per i cinque anni delle elementari, poi le nostre strade si sono divise. Lui ha conosciuto Padre Giuseppe, più famoso per gli schiaffoni che amabilmente elargiva a chi disturbava, che per le sue prediche, io..ho semplicemente vivacchiato, galleggiando nel limbo della sicurezza economica e della accondiscendenza familiare.

Ho bisogno di parlare con lui, al telefono si è detto felice di vedermi e speranzoso di potermi aiutare, vorrei da lui capire come ciascuno di noi può trovare la propria strada, come lui si è scoperto fedele servitore di un Dio di cui non conosce né volto né fattezze, ma sulla cui esistenza solamente scommette.

Vorrei sapere da Moreno se conosce la MCI, se una sua benedizione o raccomandazione ai piani alti possono essermi d’aiuto per superare la mia crisi.

Stefan scende dall’auto e comincia a stiracchiarsi, lo vedo mentre si sistema la camicia e si controlla l’alito soffiando sulla conca formata dalla sua mano.

“Sarà il caso che tu prenda qualche medicina prima di entrare” gli dico “ti sei ricordato di portarle?”.

“Di che parli?”

“Non vorrai diventare prete anche tu, vero?”

Ancora una volta mi accorgo che le mie parole sono arrivate come un macigno e hanno aperto nuove vie alla fragile consapevolezza del mio compare.

“Stefan non dirmi che non hai preso le medicine…Moreno diventò prete dopo la guerra, come ti ho detto. Quello che forse non ti ho specificato è che dopo di lui altri 4 ragazzi improvvisamente “videro la luce”. E’ probabile che gli altri 3 furono in un qualche modo influenzati da Moreno…anche se, voglio essere sincero, è più plausibile che Moreno sia un portatore sano di pretite”.

In un lampo Stefan si porta le dita alla bocca e comincia a mordersi nervosamente le unghie, il suo respiro si fa via via più veloce e la postura incerta. Spostando il peso del corpo da una parte all’altra sembra la brutta copia di una barca in balia di una tempesta.

“La pretite…ecco, la pretite io non la voglio prendere”.

“Ti capisco amico mio” gli rispondo, per questo ho pensato a te e prima di partire ho cercato online qualche rapido accorgimento per non rimanerne infettati.

“Allora l’idea è questa: entriamo in chiesa e tu ti avvicini a una di quelle signore mummie che pregano sempre, vedrai che non sarà difficile riconoscerla, te la indicherò io”.

“Queste signore sono notoriamente delle spie silenti dello stato, tu conosci vero la storia delle spie silenti?”

“Come i kamikaze” risponde allarmato.

“In un certo senso, solo che nel nostro caso sono buone. Lo stato italiano non può permettersi di perdere tanti giovani come Moreno, ragazzi forti, di bell’aspetto che improvvisamente si fanno preti. Esiste una quota considerata accettabile, ma appena il numero supera la soglia, ecco che le spie silenti entrano in azione. Agili come gazzelle e intuitive come un Gasparri diffondono un vaccino tramite iniezione alle possibili vittime, che possono così scappare e continuare la loro vita da laici”.

“Tutto chiaro?”

“Incredibile, e questo in Italia?”

“Stefan..ovvio, in Italia per via del Vaticano, delle crociate, dello IOR, e dell’11/9”

“Mio Dio…tutto è collegato”

“Sono lieto tu abbia colto la gravità della cosa”.

“La cosa da fare adesso è molto semplice, entriamo, tu ti avvicini ad una di queste signore e le chiedi di farti la puntura anti pretite nel culo; ti avverto però, sono spie silenti, all’inizio negheranno perché se i preti si accorgono di loro, puoi immaginare cosa succede…”

Stefan ci riflette per alcuni secondi, smette di muoversi e di respirare quando finalmente scopre la verità: “Suore! Le trasformano in suore!”

“Vedo che hai capito” gli rispondo compiaciuto.

“Preparati a superare una certa resistenza ragazzo, ma vedrai che entrambi alla fine ne usciremo ancora da laici”.

Appena dentro individuo immediatamente la signora che farà al caso mio, sui settanta anni, forse meno, nerboruta e in buona forma. Siede in seconda fila in silenzio, assorta nella sua meditazione non ci sente arrivare.

Stefan si avvicina a lei in silenzio e le siede accanto, appena lei lo guarda lui le fa cenno di avvicinarsi e le sussurra qualcosa all’orecchio.

La signora scatta all’indietro non appena il ragazzo finisce di parlare e dopo un secondo di smarrimento gli pianta uno schiaffo in pieno volto.

Il grido del ragazzo riecheggia in tutta la chiesa, io mi soffoco con la mano il desiderio di ridere fino alla morte.

Poi succede l’inaspettato, il destro di Stefan colpisce alla mascella la donna che perde per un attimo i sensi e si accascia sulla panca.

Un’altra anziana che ha assistito alla scena grida e fugge verso la porta principale.

“Cerca la siringa” intimo a Stefan “sicuro che la tiene nascosta da qualche parte!”

“Stefan si getta sopra la poveretta e maldestramente comincia a perquisirla”

“Non la trovo” grida.

“Cercala meglio, sicuro che la ha con sé”.

“La donna riprende conoscenza e trovandosi un uomo sopra di sé intento a perquisirla non trova di niente di meglio da far che mollargli un altro sonoro ceffone, afferrarlo per il collo, e cominciare a gridare come una disperata”.

La lotta tra i due è epica, il volto di Stefan oramai paonazzo mi indica che il ragazzo è sul punto di soccombere. Le grida della donna si fanno sempre più insopportabili, medito per un attimo di zittirla con un cazzotto.

Più passano i secondi più l’esito della disputa appare evidente, se non mi affretto a dividere i due, dovrò trovarmi un nuovo scudiero. Troppo forte la signora, esageratamente possenti le sue braccia per temere il peso e la forza di Stefan.

“Cosa sta succedendo qui? Signora si fermi o lo ucciderà!”

La voce di Moreno blocca come per magia il tempo, la signora smette di gridare, mantenendo solo le mani strette come un maglio al collo di Stefan, a sua volta il mio scudiero ha smesso di cercare la siringa all’interno del reggiseno della donna.

L’unico che non riesce a trattenersi sono io, e la mia risata è così fragorosa che tutti gli attori di questa buffa commedia si volgono a guardarmi.

“E figuriamoci se non c’eri di mezzo tu” esclama Moreno avvicinandosi alla donna. Con delicatezza stacca le mani della signora dal collo di Stefan, la pelle del ragazzo è tutta arrossata, domani avrà dei lividi molto evidenti.

Allo stesso modo anche le mani del ragazzo vengono allontanate dal seno della donna, Moreno è in piedi tra i due contendenti, il suo corpo li separa dalla lotta.

“Signora Marin, la prego di perdonare questo ragazzo, sono certo che non vi era malizia in quanto ha fatto, e tu giovane amico, sono certo che i tuoi gesti siano stati manovrati ed indirizzati da un cattivo consigliere. Quanto a te, mio caro, noto che gli anni non ti hanno portato saggezza” conclude rivolgendosi a me.

“Andiamo a parlare in canonica, qui di danni ne avete fatti fin troppi”. Moreno fa un passo verso di me, dimenticandosi per un secondo di Stefan.

Il ragazzo approfitta della disattenzione del prete e con la mano sinistra palpa la parte che ancora gli mancava del sedere della signora. Moreno non riesce ad elaborare rapidamente l’informazione e prima di poter reagire, il pugno della donna ha già raggiunto Stefan alla mascella.

Stefan crolla al suolo come un sacco di patate, la donna, incerta se infierire o meno sul malcapitato, sorride sommessamente al Padre e dopo aver recuperato la sua borsa ed essersi fatta il segno della croce, si incammina verso la porta.

“Davvero un bel KO” esclamo io.

“La signora Marin è forse la più temuta tra le nostre catechiste”

“Non stento a crederlo, dici che sia morto?”

“Si riprenderà tra un po’” risponde Moreno “dimmi perché sei venuto”.

Cap 17 – La vendetta

Apro gli occhi ma è come se non gli avessi mai chiusi.

Per quel poco che ricordo, Flavia se ne è andata verso le 23; da quel momento in poi, tutto è confuso, pensieri, immagini, fantasie, si accavallano con parti di sogno, atomi di incubi che mi hanno accompagnato per tutta la notte.

Ho sognato di vivere con Asia e Baffino in uno splendido attico in Passeig de Gràcia, poi l’immagine cambiava e mi trovavo con Asia nella gabbietta di Baffino, ed io passavo ore a correre sulla ruota per cercare di dimagrire e piacerle sempre di più, ma lei non era più lei, non aveva più un volto, di quella splendida creatura che mi aveva scaldato il cuore rimaneva niente più che un freddo profilo.

Disteso sul mio Malm ragiono sulle cose da fare, sento una strana esigenza di sensazioni contrapposte, voglio adrenalina e calma, bianco e nero; non esiste la dicotomia nella mia mente, ma c’è una convergenza di linee parallele, che si intrecciano così fittamente sino a formare una maglia indistruttibile sulla quale fonderò la mia rinascita.

Ho bisogno di banalità, sento l’esigenza impellente di qualcuno che mi dica che in “estate c’è caldo ma che d’inverno si muore di freddo”, che “le stagioni ormai sono scomparse” e che “la prossima sarà l’estate più torrida degli ultimi 1000 anni”, che “per proteggerci dal sole dobbiamo bere, mangiare tanta frutta, evitare la pasta e fagioli e metterci la crema protettiva” e che “l’uomo più vecchio del mondo ha un nonno ubriacone di nome Giuliano che in gioventù ha vinto a briscola con Napoleone prima della famosa disfatta – o vittoria – di Waterloo”.

Voglio qualcuno che stupidamente applauda quando l’aereo atterra, che mi faccia vergognare di essere italiano non appena metto un piede fuori dai patri confini, che mi racconti che “lavorare in tv è davvero duro perché per i 700€ che ti danno per ciascuna delle 5 volte a settimana che vai in onda, sei costretta a provare i balletti ben 7 ore al giorno”, desidero qualcuno che cerchi di convincermi che “lui non è razzista ma che esistono “razze” come gli zingari che nascono geneticamente predisposte a rubare”, voglio disperatamente una persona che mi domandi “chi è l’ultimo della fila per poi cominciare con il pistolotto sul tempo, governo e i giovani d’oggi”.

Voglio tutto questo, desidero questo spaccato di banale umanità, per poter ricominciare ad odiare altri, e smettere di odiare me stesso per quello che ho fatto, per quello che ho detto, per tutto ciò che ho perduto.

Dal suo più arcaico anfratto, la mia mente ha già ricominciato a lavorare per salvaguardare la mia e la sua stessa esistenza, ho automaticamente adottato una modalità interpretativa della realtà che è anche una difesa, talmente potente e sofisticata da sembrare del tutto naturale.

Distorco il reale perché non sia più terrifico, perché io possa prendere rapidamente una decisione, che anche se sbagliata, mi porterà fuori dal buco in cui mi sono cacciato.

Così, banalmente, decido di spogliarmi una volta per tutte delle mie colpe e di cercare un colpevole, vittima e carnefice allo stesso tempo, su cui riversare la mia rabbia.

Smetto di incolparmi nel momento in cui capisco che è troppo pericoloso accusare me stesso per quanto accaduto, il colpevole deve per forza essere esterno, deve essere esistita una causa o una serie di situazioni che mi hanno portato a tutto questo.

Mi crogiolo per alcuni secondi nel senso di rassicurazione che tale materasso psicologico mi provoca, e comincio ardentemente a cercare una luce al mio buio.

Seduto sul letto scorro in rassegna quanto successo negli ultimi giorni, enumero lentamente con chi conosco e cosa posso imputare a ciascuno:

  • Bianca: in quanto madre, per quello che ci hanno sempre insegnato, è comunque colpevole. Ma per quanto mi sforzi di immaginare Bianca intenta a complottare contro di me e la mia vita con Asia e Baffino, tutto risulta vano. Mi ripropongo di provare nuovamente ad odiarla in un secondo momento, ipotizzo per non avermi permesso di farsi odiare in questa occasione.
  • “Quella che probabilmente è stata adottata”, ma a conti fatti a lei e alle sue sordide trame già imputo:
    • la fame nel mondo;
    • la comparsa di malattie quali malaria e la peste bubbonica;
    • il gomito del tennista;
    • i miei continui fastidi alla schiena;
    • il buco nell’azoto o nell’ozono;
    • il disastroso periodo del Milan in campionato e Champions;
    • la serie TV i Cesaroni;
    • le dichiarazioni di Capezzone.

Non credo di poterla accusare anche di questo, non subito almeno.

Fatto salvo Ioli, il cui out out ha dato il via a questa escalation, a cui però riconosco il merito di avermi posto davanti ad un bivio che prima o poi avrei dovuto affrontare, direi che il possibile colpevoli sono da rintracciare tra gli amici o tra i vicini di casa:

  • Escludo il Ruberti, nonostante mi abbia sedotto e poi abbandonato, non lo ritengo capace di odiarmi a tal punto da ordire tale macchinazione contro di me;
  • Qualche ex? Anna? Elena? Dubito, sono sempre stato lasciato;
  • Il Farino, per quello che rappresenta e per come si è comportato, lui potrebbe sicuramente aver tramato contro di me;
  • Infine Stefan.

Rimango per alcuni secondi a riflettere sulla figura di Stefan, ripercorro a ritroso la nostra storia, il modo a dir poco sospetto in cui ha spiattellato a Simona il mio piano per non restituirle Baffino, e ancora prima il suo fastidio malcelato nei confronti di qualsiasi mia iniziativa che non lo coinvolgesse.

Passo dopo passo nella mia mente i contorni dei due possibili colpevoli si fanno più nitidi e dalla fase del dubbio passo a quella della assoluta certezza: Stefan e il Farino debbono essere affrontati e puniti.

Decido di cominciare con Stefan, sarà lui il primo a saggiare la mia ira funesta.

Entro in casa sua senza bussare, è probabile che lo abbia svegliato perché lo sento imprecare dalla camera da letto.

“Ho bisogno di un favore da parte tua” gli dico una volta comparso in cucina, il suo sguardo battagliero si dissipa nell’aria appena mi vede.

“Certo, chiaro, dimmi cosa posso fare”.

“Vorrei che tu mi restituissi le chiavi di casa, poi chiamassi un fabbro e lo facessi venire da me a sostituire la serratura”.

“Non ti sognare di tenere una copia delle nuove chiavi”.

“Io sarò via tutta la giornata, esco con un nuovo amico che ho conosciuto online. Si chiama Luca, con le donne è una macchina da guerra. Ti dico solo che con l’ultima con cui è uscito ci è finito a letto la prima sera e questa, matta ninfomane, gli ha graffiato schiena e collo. Dovessi vedere le foto che mi ha spedito, aveva la gola così segnata che nemmeno un incontro con un puma te la riduce così”.

Non gli do l’opportunità di rispondere, voglio lasciarlo sconcertato e sofferente. Prima di uscire mi giro verso di lui e gli ricordo ancora di non intascarsi una copia delle chiavi.

Passo la giornata al lavoro, mi faccio invitare da Bianca a mangiare, mi perdo trai mille bar della città giusto per ammazzare il tempo. Alle 23 e 15 sono nuovamente a casa. Stefan ha nascosto le chiavi della porta sotto lo stuoino. Efficace ed efficiente come al solito, si è premurato di pagare di tasca propria la fattura.

Bussa alla porta dopo circa 30 minuti.

“Come stai?” Domanda cercando di vedere al di là delle mie spalle “C’è Luca qui?”

“No, entrambi eravamo molto stanchi dopo una giornata passata a ridere e divertirci”.

Sembra subire il colpo ma prontamente si riprende e passa al contrattacco: “Non puoi immaginare che cosa incredibile mi è successa oggi”.

Lo fisso in silenzio.

“Sono andato al supermercato per la spesa single che mi hai spiegato, e ho incontrato una tipa, alla fine siamo andati da me e guarda, guarda cosa mi ha fatto!”

Sposta di qualche centimetro il collo della camicia, 4 graffi rossi attraversano longitudinalmente il lato sinistro della sua gola, ci sono piccoli rigagnoli di sangue che sgorgano in un punto mal definito al di sotto dell’orecchio e si sviluppano sino alla base del collo.

E’ evidente che a procurarli sia stata una forchetta, o comunque uno strumento dotato di punta.

Mi guarda e accenna un sorriso.

“Tu non hai idea che pazza ninfomane, quasi le tiro un pugno in bocca quando mi ha fatto questo”, e dicendolo sbottona la camicia e se la apre davanti a me.

Il suo petto sembra un campo di battaglia, conto almeno 5 ferite perfettamente uguali a quelle del collo. in alcuni punti il sangue rappreso ha già cominciato a formare una piccola crosta.

Gli faccio segno di chiudere la camicia, vado verso il frigorifero e mi apro una birra. Come un cagnolino ammaestrato Stefan rimane a fissarmi.

Prende un po’ di coraggio dopo circa 20 minuti di assoluto nulla.

“Come è andata con il tuo amico?”

“Bene”.

“Pensi che lo rivedrai?”

“Suppongo di sì, perché ti crea qualche problema?”

Il suo “no” è in realtà il pianto di un cane ferito, abbozza un sorriso e torna a fissarmi.

“Che fai tu normalmente in una serata come questa” mi domanda poco dopo.

“Sopravvivo” rispondo distratto.

“Magari potremmo sopravvivere insieme” accenna.

“Ci stai provando?

“No..no..intendo, potremmo uscire, bere qualcosa..insomma le solite cose che si fanno tra amici”.

Rifletto sul significato della parola “amici”, decido di fargli sapere più avanti che io e lui non siamo amici nel vero senso della parola, prima però mi è venuto in mente qualcosa di più divertente.

“Ti porto al Roxy” gli dico sorridente.

In città il Roxy non gode più di una grande fama, dopo i fasti di un tempo è uscito dalle grazie dei giovani ed ora è un po’ il ritrovo abituale di metallari e frichettoni.

“Ma oggi non è serata heavy metal?” domanda allarmato.

“Ovviamente” ribatto “non sarai una di quelle fighette che ascoltano musica italiana e vanno in discoteca o peggio ancora vanno in discoteca e ballano solo musica italiana”.

“No no…anzi, io adoro l’heavy metal e odio le fighette da discoteca” risponde con finto entusiasmo.

Sta sudando freddo, lo so, ma non può deludermi, è la sua grande occasione.

Entriamo nel locale che oramai sono le 2 del mattino, l’odore di sudore è superato in nefandezza solo dalla musica che stanno suonando. Siamo circondati da mostri che non sfigurerebbero tra le comparse di uno di quei film “post disastro nucleare”.

“Beviamo qualcosa” gli dico.

“Un succo di frutta alla pesca” risponde.

Gli porto una tequila.

“E’ che sono astemio” accenna titubante.

“Bevi”.

Beve.

Ne basta un’altra per trasformarlo, suda, parla, è iperattivo.

E’ ora che il soldato Stefan si rechi al fronte ed espii le sue colpe.

“Manica di sfigati..guarda come ballano” gli dico indicando un gruppo di 7 o 8 orchi tatuati che si stanno spintonando al ritmo degli Slayer.

“Già..che pena mi fanno” risponde.

“Stanno pogando”.

“Pogando?” domanda.

“Già è il modo che questi fighetti hanno per dimostrare la loro virilità” continuo.

“Sfigati” risponde lui tronfio.

“Dovresti buttarti in mezzo” dico “con il fisico che ti ritrovi li metti a sedere in un secondo”.

Il lampo di terrore che percepisco nel suo sguardo è un piacevole presagio per me.

“Hai paura coniglio?” gli domando.

“Non chiamarmi coniglio” risponde offeso.

“Se hai paura dimmelo, andiamo a bere qualcosa in un lounge bar..magari ti rimorchi il fidanzatino per stasera”

Colpito nell’orgoglio.

Si tuffa nella mischia, lo vedo scomparire. Esce per un istante dal gruppo, riprende fiato. Individua il grosso del gruppo…si scaglia addosso all’orso con tutto il suo impeto.

L’orso traballa ma non cade, si gira, ora ha Stefan nel mirino.

Comincio a ridere quando Stefan subisce la prima carica, vola per circa 1 metro prima di atterrare al suolo.

Si rialza giusto in tempo per ricevere da dietro la gomitata di un amico del gigante metallaro. Lo vedo scomparire ancora ed ancora, è in totale balia della marea umana.

Quando riesce a fuggire dal gorgo si avvicina zoppicando. La camicia è intrisa di sudore, alcune delle ferite che si è inferto si sono aperte e piccole macchie rosse disegnano fiori sul tessuto una volta bianco.

Respira a fatica, i postumi della gomitata ricevuta si fanno ancora sentire.

“Visto? glielo ho fatto vedere io a queste fighette come si fa” afferma con un filo di voce.

“Ti sei divertito a farmi cadere così in basso”, sibilo con un filo di voce.

Non sembra capire le mie parole e fiducioso attende un mio gesto.

“Sei stato un grande” rispondo e dicendolo gli assesto un buon colpo nella parte destra del costato dove sembra avere più male.

Emette un gemito.

“Ti fa male?” domando

“Figurati..non sento niente”.

Si mette seduto e a forza finisce il Brugal Cola che gli ho fatto portare. Aspetto 15 minuti prima di dirgli di alzarsi, il tempo perfetto per cominciare a vedere gli effetti dell’alcool.

Lo vedo barcollare più volte, urtare involontariamente le persone che incrocia, trova da ridire con due ragazze che apostrofa in malo modo prima che lo mandino a fare in culo.

Non prova nemmeno a ribattere quando gli dico che sarò io a guidare la sua auto al ritorno, crolla sul posto del passeggero e chiude gli occhi.

E’ l’occasione che aspettavo, il momento di fargliela davvero pagare; comincio a guidare come lo farebbe un novello Miki Biasion: accelero, freno, giro bruscamente, Stefan continua a farfugliare qualcosa dal mondo in cui ora è precipitato.

Stefan smette di parlare vicino casa, mi aspetto da un momento all’altro lo sfacelo, che puntualmente arriva.

Comincia a vomitare non appena parcheggio, non riesce nemmeno ad aprire la porta, nel vano tentativo di non sporcare la macchina, riesce solo a schiantare la fronte nel vetro laterale ancora chiuso.

Esco dall’auto e mi fermo per qualche minuto a guardarlo, cerco di ridere, ma non ci riesco.

Se questa è la sensazione della vendetta, confesso di non trovarci nulla di interessante.

Non riesco più a fingere, l’immagine di Stefan in questo momento mi fa davvero male, un barlume di umanità guida i miei gesti.

Lo aiuto a scendere dalla macchina, lui ride come un bambino, domani probabilmente riderà meno quando si renderà conto di come sono ridotti gli interni della sua vettura.

Lo porto in casa sua, si getta sul letto con gli occhi aperti, dopo 10 secondi sta già russando.

Rimango a fissarlo per almeno 5 minuti, provo quasi della tenerezza per questo ragazzo.

Ora so di avere fallito ancora, ammetto a me stesso una cosa che già sapevo: Stefan probabilmente non aveva colpa.

La colpa credo sia tutta del Farino, rimane lui da affrontare.

Cap 14 – In prossimità del baratro

Baffino dà un senso alle mie giornate, imparo a svegliarmi presto per nutrirlo, a stonare per lui quando ha bisogno di dormire, a investire parte del mio prezioso tempo, destinato normalmente a Youporn, per spiegargli quanto illuminati siano i politici che in nome della salvezza di uno, stanno rovinando il futuro di molti.

Anche alzarmi per andare da Ioli non mi pesa così tanto, Baffino in macchina si comporta da vero lord inglese, e la sua presenza ha trasformato la mia postazione di lavoro in una specie di attrazione turistica.

Nel mio ufficio normalmente entrano 2 tipologie di persone:

Il mio umore è nuovamente in una fase ascendente, e l’odierno incontro preliminare con il laureando di turno, ne è una prova tangibile.

Si chiama Mattia, studia ingegneria delle costruzioni, e come spesso accade, anche lui ricade nel classico cliché che tanto piace a mio padre: serio, compito, studioso, nerd.

Mattia si presenta in maniera impeccabile, mi racconta con passione del suo immacolato iter di studi, riesce ad annoiarmi così tanto che la mia reazione è quasi scontata.

“Le propongo tre differenti ricerche” gli dico, “dopo avergli narrato per completo la storia di Baffino”.

“Le premetto prima di tutto che tutte le richieste provengono direttamente dai nostri uomini di marketing; glielo dico perché possa da subito intendere quanto importante sia questo lavoro, anche in chiave di un futuro impiego qui con noi”.

Mattia sembra rinascere, si aggiusta la cravatta, e si protende leggermente verso di me.

“Per noi sarebbe importante sapere e verificare se esista una correlazione diretta tra la frequenza di utilizzo delle vocali “a” ed “o”, e delle consonanti “s” e “p”, rintracciate all’interno di un panel di riviste dedicate ad un pubblico di posatori e lattonieri, e l’incremento degli assassini seriali tra chi è in qualche modo implicato nel nostro entusiasmante e sbarazzino mondo delle costruzioni“.

“In questo caso”, continuo, “le direi di concentrarsi soprattutto nella riviste della BE-MA quali In Beton, Modulo e Lattoneria, e qualcosa anche del gruppo Tecniche Nuove che valuteremo al momento”.

Mattia mi osserva allibito, sembra stia aspettando un mio sorriso o gesto che possa indicargli che sto scherzando. Ovviamente rimango serio ma decido di aiutarlo.

“Si tratta semplicemente di contare quante “a – o – s – p” hanno utilizzato queste riviste nel 2009 e quante nel 2010, e valutare se esista una correlazione con il numero di assassini seriali che di lavoro fanno i muratori, o i posatori, veda lei”.

Il ragazzo sembra pietrificato.

“Cerchi di capire l’importanza dello studio, se riusciamo a verificare questa cosa, diventiamo meglio di Lombroso, significa fama, soldi, interviste su tutti i quotidiani, ospitate in discoteca e se è fortunato, la mandano a fare L’Isola dei Famosi e mi sposa una velina”.

Non reagisce, decido di passare alla proposta due.

“La seconda possibilità dovrebbe verificare se lo spreco di una determinata acqua minerale in bottiglia possa essere la causa dell’insorgenza di episodi psicotici. In questo caso il target della nostra analisi sarà naturalmente uno solo dei gruppi di lavoratori che operano nel settore delle costruzioni”.

“Le voglio dare una mano”, continuo “il mio consiglio è quello di rapire un campione rappresentativo di muratori e obbligarli, sotto minaccia di qualche arma batteriologica che preventivamente avrà sintetizzato, a lavorare sotto il sole senza poter bere”.

“Fossi in lei aspetterei almeno 7 o 8 ore prima di mostrare a tutti loro uno spreco qualsiasi di acqua: potrebbe annaffiarci dei rami secchi, affogarci le formiche o che ne so, scriverci cose blasfeme sui muri”.

“Lo scopo è quello di individuare l’insorgenza dell’episodio psicotico, collegarlo alla specifica marca di acqua e chiedere poi al produttore di vietarne la vendita, almeno a chi opera nel nostro settore”.

Mattia ora è davvero agitato, si muove sempre più nervosamente sulla sedia e ha cominciato a sfregarsi il viso imberbe con la mano.

“Veniamo alla terza possibilità che le offro, che le confesso essere anche la mia preferita. Si tratta di verificare quanto la scomparsa di una tribù semi primitiva africana incida sul benessere percepito del solito campione rappresentativo di popolazione che avremo individuato”.

“Lei capisce che nei prossimi anni l’Africa rappresenterà un nodo vitale per noi che ci occupiamo di isolamento termico. Provi ad immaginarsi, migliaia e migliaia di capanne isolate termicamente con i nostri pannelli. Capirà bene l’importanza quindi di un lavoro che metta a fuoco problematiche direttamente legate con la popolazione del luogo”.

“Ma sono capanne fatte in paglia e fango” accenna debolmente il ragazzo.

“Non mi faccia il razzista sa?” rispondo bruscamente. “Non sarà uno di quelli che non fa business con l’Africa solo perché sono neri?”

“No, no..non ha capito” pigola Mattia “non importa, anzi scusi”.

“Il primo passo di una buona ricerca è quella di selezionare il nostro campione rappresentativo”.

“Posatori, marmisti eccetera” accenna lui.

“Bravo. Dovrà verificare come percepiscono la loro vita, se sono felici o tristi, questo rappresenterà il nostro punto di partenza.”

“Di seguito lei a sue spese, si recherà in Africa e farà in modo di integrarsi in una di queste popolazioni, la veda come una sorta di gita, la sua prima ricerca etnologica, pensi che bello”.

“Una volta raccolte le informazioni, tornerà in Italia e mostrerà il materiale, audio, video e foto ai suoi soggetti. Subito dopo dovrà sottoporre gli stessi ad un questionario che investighi il sentiment del campione verso la nostra tribù.

“Una volta fatto questo, viene il bello: lei tornerà dagli amici africani e li sterminerà”.

“Ma..”

“Mi lasci finire”

“Scusi”

“Dicevamo…sì la tribù, ok la sterminiamo, facciamo un bel lavoro, donne e bambini, vecchi e giovani, non tralascerei cani o altri animali da compagnia quali scorpioni e pulluli”.

“Pulluli?”

“Non conosce? Sono simili ai babbuini ma biondi. Ha capito a cosa mi riferisco?”

“N..no, realmente non ho capito, ma non importa”.

“Ok, proseguo: a quel punto, armati di Santa pazienza, lei contatterà nuovamente i suoi soggetti, spiegherà l’accaduto, per poi verificare a distanza di 5 – 10 – 15 -30 giorni se il grado di felicità auto percepita è mutato”.

“Immagini per un attimo che noi si vinca un appalto per 10.000 capanne, i nostri operai si recano in Africa e conoscono i locali, per una sfiga qualsiasi qualcosa o qualcuno stermina gli autoctoni…se gli operai si intristiscono mi lavorano poco e male e questo Ioli non lo permette”.

“Questo è quanto, adesso mi dica, che ne pensa?”

Il ragazzo si alza quasi tremando dalla sedia, farfuglia qualcosa di sconnesso e senza darmi le spalle, si avvia verso la porta del mio ufficio.

Lo smidollato se ne va praticamente senza salutare, lascia la porta aperta e lo vedo mentre riesce a farsi ricevere da Ioli. L’incontro tra i due si protrae più del normale, cosa che presagisce una prossima venuta di “Ioli il distruttore”.

Come da pronostico Ioli entra nel mio ufficio senza bussare dopo circa 10 minuti, ce ne mette almeno altri 2 per formulare la prima frase di senso compiuto che più o meno recita così: “sei un pezzo di coglione”.

Poche altre volte lo ho visto così arrabbiato, pertanto pur non comprendendo appieno la sua foga, decido di non replicare.

Tuo nonno si starà rivoltando nella tomba, mi dice digrignando i denti.

“Credi che nonno sia vivo? Dopo tutto questo tempo? Lo abbiamo sotterrato almeno 5 anni fa, di cosa credi si sia nutrito? E se si fosse mangiato una gamba? Tu accetteresti nuovamente a casa tuo padre se scoprissi che si è mangiato una gamba?”

“ZITTO!” grida “STAI ZITTO E ASCOLTAMI”.

Tu sei un pazzo, il più squinternato pazzo figlio di puttana che conosco

Sarà felice Bianca, aspetta che glielo dica, dare della battona alla propria moglie, bell’eroe.

ZITTO ZITTO ZITTO!!

Sei mio figlio ma ti giuro che a volte vorrei non averti mai avuto: vieni qui 3 volte a settimana, ti ho affidato 1 cosa da fare e tu riesci a vanificare tutto proponendo, quando abbiamo fortuna, di sterminare popolazioni africane!

“Hai 36 anni, se io fossi uno “spara panzane” alto un metro e mezzo direi che sei un bamboccione, vivi in un mondo tutto tuo fatto di incongruenze, passi dall’essere una persona adorabile ad un mostro abbietto e crudele, ti circondi di fricchettoni e hippy che nemmeno a Woodstock se ne videro tanti, se non fosse per quello che ti passo io non avresti nemmeno un lavoro, ti avrebbero cacciato alla prima caccola tirata al capo.”

“Chi ti ha raccontato che ti tiro le caccole?”

“Smettila, non è questo il punto. Il problema di base sei tu, dimmi chi sei, cosa fai, qual è il futuro per il quale stai lottando.

“Per quello che concerne il futuro io..”

“E non dirmi che vuoi fare il concertista di vuvuzelas”.

“Mmmm…ok allora se questo non posso, vorrei..”

“E nemmeno che vuoi dedicare la tua vita a questo criceto puzzone”

“…normalmente uno può esprimere solo 1 veto”.

“Rispondimi!”

“Ho la MCI, non saprei che fare, né da dove cominciare.”

“Eh no! Io mi sono rotto di te e della tua MCI: mettitelo in testa, la MCI te la sei inventata tu, e ti comoda tirarla fuori quando ti trovi davanti alle difficoltà.”

“Ti dirò di più, questo lo fai perché sei un pigro, abituato troppo bene sicuramente da tua madre, sei un vile che fugge le proprie responsabilità ed adora incolpare gli altri.”

“C’è da farsi i cazzi propri? Tu sei sempre pronto, c’è una qualsiasi difficoltà? hai la MCI”

Le sue parole cominciano a ferirmi come aghi incandescenti nella pelle, ogni parola è un masso che cade dal cielo e si schianta crudele nella mia malandata schiena.

“Io non so come tu possa fare per superare questa tua inerzia di vivere, ma devi farlo: vai da un mago, vai dal Fabiani, fai quel cazzo che ti pare ma risolvi il tuo problema, trova la tua strada, TROVA LA TUA STRADA hai capito? “

“Mi spiace essere così brusco, ma credo ormai sia necessario mettertela giù dura: se non vedo una reazione, un cambio o qualcosa di simile, cercati pure un altro lavoro”.

Ioli incavolato lo ho visto per 36 anni, Ioli così incazzato, mai.

Se ne va sbattendo la porta, spaventa impunemente Baffino e mi lascia con la sensazione di essere sul punto di vomitare.

Cerco di ricapitolare quanto mi è appena stato detto: la MCI non esiste, è tutta una scusa, me la invento e la tiro fuori a piacimento ogni volta che mi comoda, ho 36 anni e agli occhi di mio padre, diretto discendente di un qualche crudele conquistatore barbaro, sono poco più che un fallito.

Cerco di pensare alle cose buone che ho fatto ma non mi viene in mente nulla, affettivamente ho collezionato solo tante storielle sceme e qualche storiaccia con persone pessime, nel lavoro a quanto pare, sono un poco di buono, nella vita non ho un obiettivo e una strada, e le idee che saltuariamente mi animano sono mal percepite dagli altri, primo tra tutti da mio padre.

Ho una casa solo grazie alla mia famiglia, ho un lavoro solo grazie alla benevolenza di mio padre, mi circondo di tipi strani, magari si riferiva a Stefan.

Butto stancamente nel cestino le carte di Mars, retaggio dell’ennesimo pranzo junk consumato, e decidono di andarmene a casa, a riflettere, magari a piangere, o a cercare di far passare questa strana sensazione che mi attanaglia.

Le parole di mio padre mi hanno scosso, ferito profondamente o semplicemente toccato in un punto che speravo in me non esistesse.

Mi arriva un SMS, sul display del mio iPhone compare il nome di Simona, dice che passerà più tardi a riprendersi Baffino.

Ora mi sento davvero disperato.

Cap 13 – Il topo gigante

Dopo avermi eletto suo capo supremo, mentore e salvatore, Stefan si è praticamente trasferito nel mio appartamento. Non bussa alla porta, né si presenta quando entra. Rimane in silenzio osservando ogni mio gesto, aspettando un mio cenno, una mia parola, quasi fosse un fedele cagnolino in attesa dell’osso del padrone.

La sua è una presenza ormai fissa come lo sono il tavolo, le sedie, i dvd porno, e le manette che tanto piacevano ad Anna.

Il nostro è il classico esempio di “rapporto logoro”, quello che lentamente uccide le coppie che rimango insieme più per una questione di decoro, che per vero affetto: io lo ignoro e quando necessito qualcosa, gliela chiedo.

Sono ancora sotto le coperte quando lo sento entrare in casa. Ho trascorso la serata precedente in compagnia di Simona, è passata come promesso a lasciarmi Baffino, si è raccomandata di non fargli bere alcolici, di non fargli vedere il TG4, e di canticchiargli Bandiera Rossa quando voglio farlo dormire.

Ha voluto anche testare l’effetto delle parole di Veltroni sulla bestiolina, ci siamo risvegliati tutti e 3 dopo circa un’ora.

Quando se ne è andata sono rimasto almeno altri 30 minuti ad osservare il mio nuovo ospite, ne ho studiato i movimenti e le fattezze, ne ho accarezzato il morbido pelo cercando di non spaventarlo con le mie enormi dita.

In uno sprazzo di inusitata gentilezza gli ho inoltre:

I rumori provenienti dalla cucina mi allarmano, decido di alzarmi per evitare che Baffino conosca Stefan senza un mio filtro, voglio evitare almeno questo trauma alla bestiolina.

Effettivamente trovo Stefan in cucina con gli occhi fissi sulla gabbietta, Baffino è fuori dalla sua casetta e lo sta fissando, decido di evitare al mio Sancho Panza l’umiliazione di essere ipnotizzato da un criceto, quindi mi schiarisco la voce ed interrompo questo epico scontro tra titani.

“Che cosa è questa merda?” mi dice indicando con un gesto la gabbietta sul tavolo.

“Prego?” gli rispondo, “Perché merda? A me sembra bellissimo”.

Colgo una luce nei suoi occhi, non riesco a capirla inizialmente, ma mi mette a disagio.

“Perché è qui? Ha dormito con te?”

“Si chiama Baffino, è il criceto di Simona la cassiera del supermercato, mi ha chiesto di tenerglielo per alcuni giorni”.

“E’ passata ieri sera a lasciarmelo” continuo “Simona dice che è la reincarnazione di Lenin”.

“Ha dormito con te?” domanda nuovamente Stefan.

La sua istanza è così fuori luogo che il problema si acclara in meno di un secondo: Stefan è geloso di Baffino.

Mentalmente mi annoto di:

“Che domanda è ‘ha dormito con te’” dico pazientemente “E’ rimasto nella sua gabbietta a dormire tutta la notte, dopo che gli avevo mostrato i video di Anna ed Elena e cantato la ninna nanna”.

“Lo conosci da un giorno e gli fai vedere i video?” “Io non li ho mai visti quei video, e a me non hai mai cantato nulla” incalza.

Capisco che siamo vicini ad una crisi di folle gelosia, e decido di abbassare i toni: “Stefan, Baffino è un criceto, e per quanto intelligente, non credo avrà capito molto di quanto gli ho mostrato”

“Se non ti mostro i video è solo perché l’ultima volta sei andato da Giorgia a dirle che le avevi visto le tette in foto, e lei giustamente si è incazzata con me”.

“Aveva delle belle tette” risponde.

“Per quello gliele avevo fotografate, fatto sta che lei si è arrabbiata ed io ho deciso di non mostrarti più nulla”.

Il tono “papà comprensivo” sembra funzionare e Stefan si tranquillizza.

Decido di testare nuovamente il mio potere su di lui: “Appurato che Baffino non ha dormito con me e che la sua presenza, oltre che limitata temporalmente, lo è anche affettivamente, mi vuoi dire che a te non piacciono i criceti?”.

La mia domanda lo inquieta, leggo nei suoi occhi la paura di deludermi e nel contempo il desiderio, per una volta, di far valere i propri gusti e le proprie idee. Alla fine vinco ancora io.

“Normalmente non molto, ma questo che hai tu è molto bello…cioè a me non piacciono quelli scuri, ma quello che hai tu è stupendo davvero”. Mi sorride falsamente.

“Potrei affezionarmi ad un mostro così” insisto io.

“Già” risponde “sono davvero animaletti fantastici” risponde poco convinto.

Quello che succede nei giorni successivi ha quasi dell’incredibile: il bambino geloso che era arrivato ad un passo dal gridare la sua rabbia, e ribellarsi per difendere e rivendicare il proprio diritto all’amore del genitore, si trasforma come d’incanto nel bimbo mansueto, che cerca di compiacere chi ha eletto come modello di vita, imitandone i gesti, o semplicemente anticipandone i desideri.

Ma in Stefan la ferita non è del tutto rimarginata e la rabbia, non ancora del tutto sopita, riemerge simbolicamente, furtiva come una volpe, in piccoli gesti e decisioni.

“Vieni a vedere, in casa mia c’è una bella sorpresa” mi dice il giorno seguente.

Già immagino di cosa si tratta ma vado comunque a vedere.

Questo è Adolf” dice orgoglioso indicando la gabbietta.

Adolf è un topo, più simile ad un castoro che ad una cavia, è enorme, la gabbietta che gli hanno dato è troppo piccola.

“Di cosa si tratta?” domando.

“Non vedi? è un criceto, come il tuo” risponde.

“Stefan, la differenza tra un criceto e questo coso che ti hanno venduto, è la stessa che esiste tra una tigre ed un gatto“.

Mi guarda perplesso.

“No, mi hanno assicurato che anche il tuo quando cresce diventa così”.

“A parte il fatto che non è mio” dico ” fossi in te andrei a cambiarlo, ti hanno sicuramente truffato”.

“Sì hai ragione…sono dei figli di puttana!”

Un lampo di scoramento attraversa il suo volto, intuisco solo in quel momento quanto avesse investito in quel gesto, al tempo stesso di resa e di ribellione. Da un lato il topo, gigante come lo erano i monumenti che gli antichi edificavano per ingraziarsi gli Dei, dall’altro il nome, retaggio di una nefasta epoca, palesemente in contrasto con quanto gli avevo raccontato di Baffino.

Decido di verificare la mia tesi: “Perché lo hai chiamato Adolf” gli domando.

“Perché è forte e spietato come lo…ZIO Adolf” risponde ammiccando.

Decido di riprendere il discorso in un secondo momento.

“Che pensi di fare”, gli domando “lo vai a cambiare?”

“Vado subito” risponde.

Entra in cucina dopo circa un’ora.

“Ti presento Adolf” mi dice sorridendo.

“È molto bellino” gli dico “non è un criceto ma almeno ne ha le fattezze”.

Questa volta nel negozio di animali gli hanno rifilato il tipico topolino da esperimento. È bianco, sembra affettuoso. Se ho capito bene, hanno individuato in Stefan lo scemo cui sganciare tutti gli animali che non si vendono, quindi onde evitare di vedermelo arrivare con scimmie, boa e un bue muschiato spacciati per differenti tipi di criceto, decido di assecondarlo.

“E del topo gigante che ne hai fatto” domando con curiosità.

“Debbo tenerlo, non lo prendono indietro”.

“Passerò a salutare i due Adolf prossimamente” gli dico per sbolognarmelo.

Non vedo Stefan per ben due giorni, poi d’improvviso compare in casa mia terrorizzato.

“Mi devi aiutare, è successo un disastro”.

“Che è successo” domando.

“Adolf ha praticamente ammazzato Adolf” mi dice.

Lo fisso senza dire nulla.

Il topo gigante ha praticamente ammazzato il piccolo” dice quasi gridando.

Spiegami che è successo” gli dico mentre ci dirigiamo al suo appartamento.

“Quando ho portato a casa il criceto Adolf piccolo ho desiderato facesse amicizia con il criceto Adolf grande e quindi li ho messi nella gabbietta insieme”.

Lo blocco subito. “Fammi capire…tu hai messo nella stessa gabbia un topolino bianco, esile ed impaurito con un topo dieci volte più grande?”

“Volevo facessero amicizia”

“Che è successo?” gli domando.

“Il grande lo ha osservato per un po’ e poi gli è saltato addosso, lo ha morso ovunque, pensavo gli staccasse la testa” dice sconsolato.

“Stefan” comincio pacatamente “riprendo la similitudine già utilizzata…tu metteresti nella stessa gabbietta una tigre e un gatto nella speranza che facciano amicizia?”

Non risponde, guarda il pavimento.

“Ok” dico “Adolf piccolo adesso come sta?”

“Non lo so, forse lo ho buttato via”

“Come sarebbe a dire che forse lo hai buttato via”.

“Non avendo un’altra gabbietta lo ho lasciato libero per casa” comincia.

“Ieri non lo trovavo, poi ho sentito uno strano fruscio venire dalla borsa dell’immondizia che lascio sul pavimento”…

“Mi sono preso paura, ho preso una scopa e ho colpito forte la borsa, poi la ho chiusa e sono sceso a buttare tutto nel bidone”.

“Solo dopo ho pensato ci potesse essere dentro Adolf piccolo” conclude.

Ho paura a domandarglielo ma mi faccio coraggio: “Ed Adolf grande?”.

“Ah…Adolf grande lo ho ammazzato io” dice.

“Perché”.

“Aveva fatto male ad Adolf piccolo…non doveva farlo, così impara”.

Rimango 10 secondi a guardarlo, aspetto che esca il regista a dirmi “sei in una candid camera”.

Non succede, me ne torno sui miei passi lasciandolo solo nel corridoio.

Cap 8 – Mariolino

Nonostante le mie perplessità in molti sostengono che io abbia sia una madre che un padre.

Mio papà si chiama Mariolino, per gli amici o Mario o Lino, per me semplicemente Ioli per quella forma di anticonformismo cronico che mi ha sempre caratterizzato, e che negli anni mi ha fatto schierare dalla parte degli Spandau Ballet quando tutti andavano con i Duran Duran, con Sabrina Salerno quando tutti amavano Samantha Fox, con La Toya Jackson quando tutti impazzivano per la sorella Michael.

Ioli è molto ricco, è il tipico uomo si è fatto con le proprie mani, considero l’abbondante peluria che ricopre il suo corpo, e gli occhiali da miope che indossa, come prove di quanto appena affermato.

Ha creato dal nulla un’azienda che produce pannelli per isolamento termico, sembra che il business funzioni perché negli anni, pur definendosi sempre più povero, ha potuto girare il mondo, comprare un appartamento a me, uno alla “mia sorella probabilmente adottata” e una casa per lui e mia madre nella ridente, prestigiosa e vippissima località di Jesolo.

Ioli professionalmente parlando è il tipico imprenditore di successo del Nord Est, mentre dal punto di vista affettivo è tipico imprenditore di successo del Nord Est.

E’ scientificamente programmato per 4 cose:

  • guadagnare su tutto;
  • monetizzare le mie esigenze e le mie richieste di affetto;
  • mettermi in imbarazzo;
  • ignorare le mie domande.

Ricordo che dopo l’arrivo di “mia sorella probabilmente adottata”, comparsa quando io avevo all’incirca 2 anni e consegnataci (secondo la mia attendibile ricostruzione) da un solerte fattorino come omaggio alle due confezioni di arachidi da 1 kg comprate da mamma, mio padre appese in alcune zone strategiche della casa, la “Tabella dell’affetto e delle mansioni”.

A detta di Ioli questo era il modo migliore per insegnarci il valore del denaro.

Si andava dalle 100 lire per 5 minuti di grattata di schiena, alle 250 per un abbraccio (dato o ricevuto), fino alle 5000 lire per chi si fosse arrampicato nel tetto e avesse sistemato il fastidioso disturbo che gli impediva di vedere Colpo Grosso in qualità accettabile.

Ho cercato in più di un’occasione di taroccare la tabella inserendo la voce “Gettarsi dalla finestra – 10000 lire” per eliminare alla fonte il problema di “mia sorella probabilmente adottata” ma mia madre, di cui per ora non confesserò il nome per una questione di privacy, me lo impedì.

L’altro aspetto di Ioli che negli anni non ho ancora imparato a tollerare, è la sua indubbia capacità di mettermi in imbarazzo. Per un evidente caso di sdoppiamento di personalità, mio padre è capace di interpretare il ruolo dell’imprenditore quando si trova solo con me e del padre fastidiosamente affettuoso in presenza di sconosciuti.

Così mentre siamo soli in ufficio suole darmi del lei, davanti ad estranei o nel corso di importanti riunioni a cui io vengo inspiegabilmente invitato, divento “Zucchero”, “Amore”, “Piccolo”, “Tesoro”.

“Tesoro, tu che ne pensi?”, “Piccolo credi che papà stia facendo bene?”, “Zucchero, tutto bene?, “Amore vorresti dire al signore quello che abbiamo deciso?”.

Gli occhi di tutti puntati su di me, specialmente quando si tratta di giovani stagiste potenzialmente attratte dal figlio belloccio e ribelle del boss, riescono ancora, a distanza di anni, a farmi sprofondare in uno stato pervasivo di vergogna e senso di nausea dal quale emergo, sfortunatamente male, con frasi impacciate tipo “Scusatemi”, “Scusatelo”, “Chiedo scusa”, retaggio di un’educazione in cui dell’affetto ci si deve vergognare e scusare.

Ogni domenica Ioli e mamma ci invitano a pranzo e sistematicamente mi convinco che sia arrivato il giorno in cui confesseranno a “mia sorella probabilmente adottata” che il vero padre, ipotizzo un brasiliano, è ricomparso per far ritorno con lei nella favelas di Rio da cui provengono.

Le mie speranze vengono sistematicamente disattese ma perlomeno mi viene offerta la possibilità di dialogare con mio padre di qualcosa che non sia lavoro.

“Fatico a spiegarmi alcune cose relative alla mia nascita” ho esordito la settimana scorsa tra un boccone e l’altro di fumante spezzatino.

Ioli non mi ha nemmeno degnato di uno sguardo preso com’era dal fenomenale servizio sulle “scimmie che dicono il loro nome a rutti” che il TG2 stava mandando in onda.

“Cerca di seguire il mio ragionamento” ho continuato “Partiamo da un assunto: mamma e direi anche nonna sono sicuramente ancora vergini”

“Basta guardarle per rendersi conto che mai e poi mai hanno conosciuto uomo e fatto cose turpi e peccaminose, dico bene?”

“Ti posso concedere che mamma, in quanto sessantottina bolognese, è probabile che qualche bacio lo abbia anche dato, ma nonna no…nonna è santa e tutt’ora vergine”.

“Appurato tutto ciò, capisci che questo mette in crisi molte delle certezze sulle quali si è fondato il mio sviluppo emotivo e psicologico” continuo.

Attendo un qualche tipo di reazione che non arriva quindi continuo con il mio monologo.

“Ora io apprezzo che voi mi abbiate accolto per anni nella vostra famiglia, ma credo sia arrivato il momento di dirmi se è vero come credo, che sono il figlio di un qualche essere superiore comparso d’improvviso 36 anni fa in Italia”

…ancora niente.

“Che mia sorella sia adottata questo è scontato…ma dimmi almeno che aspetto aveva mio padre, se mi ha lasciato qualcosa, un’arma, un messaggio…magari ‘ricorda a mio figlio di salvare il mondo a 36 anni’ oppure ‘L’assassino di Laura Palmer è..”…qualcosa del genere”.

Guardo per un secondo mia madre, giusto in tempo per ammirare il suo sguardo tra lo stupito e il rassegnato, mi giro nuovamente verso Ioli e mi accorgo  che sta ridendo sguaiatamente alla vista di una scimmia di nome Giada.

“Avete sentito?” grida divertito “Ha detto Giada con un rutto!”

“Non mi hai ascoltato” gli dico.

“No” risponde.

“Nemmeno quando ho parlato del mio vero padre?”

“Figuriamoci” ribatte.

“Tarpi le ali della mia dirompente vitalità ed originalità in questo modo” dico dopo un po’  “e forse metti in pericolo l’intero mondo” continuo.

“100 euro vanno bene?” risponde distrattamente.

Intasco 100 euro da questa persona che non può essere mio padre anche se lui è convinto di esserlo e contino a mangiare.

Cap 7 – I giorni dell’Estasi

L’incontro con il Fabiani ha l’indubbio merito di destarmi da quel torpore ottuso e rancoroso che mi accompagna nei giorni dell’Ansia. Le pillole verdi e rosse, sorprendentemente simili a delle Fruit Joy, sembrano svolgere il loro compito, e il rischio di rimanere incinta attraverso contagio aerobico già non è al top dei miei pensieri e delle mie preoccupazioni.
Alla stregua di un usurato motore diesel la mia routine quotidiana fatta di riposo, sporadica igiene personale, telefonate oscene, e saltuarie visite ad amici e vicini, riprende lentamente a funzionare; l’ingranaggio della mia esistenza, inceppatosi a causa del nero mostro della mia anima, pigramente si muove.
Consumo quel poco che mi rimane di iniziativa per avvertire mio padre che mi assenterò dal lavoro per altri 3 giorni e decido di dedicare il resto del tempo a pulire e ordinare la casa con la sola forza del pensiero.
Novello Giordano Bruno dei nostri tempi, passo alcune ore dialogando telepaticamente con le anime contenute nei diversi oggetti del mio appartamento, cerco di far loro capire  che si trovano difronte ad un vero e proprio maschio alfa al fine di renderle così delle succubi schiave pronte a servire il loro capo – padrone.
Il totale fallimento della mia iniziativa ha la sua apoteosi nella ostinata resistenza che una delle ante dell’armadio oppone al mio ordine di chiudersi.
Il dolore alla testa che mi provoca tale epica battaglia mi obbliga a coricarmi nuovamente per altre 2 ore passate le quali mi sveglio in preda ai crampi della fame.
L’immagine del mio frigorifero vuoto e l’idea di nutrirmi un’altra volta di pizza mi porta sull’orlo di una crisi isterica, tracollo che evito decidendo di uscire di casa per una saggia visita al supermercato del quartiere.
Cammino per via degli Olmi respirando il tiepido freddo di una giornata di fine inverno, i miei occhi catturano istanti di vite sconosciute. D’improvviso mi fermo con il fiato sospeso, giro e giro ancora su me stesso quasi fossi una trottola lanciata dalle abili mani di un contadino del Borneo.
Percepisco che un’energia vitale si sta diffondendo dentro me rendendomi diverso, sento di poter volare, amare, irradiare luce e calore.
In preda ad una sindrome di Stendhal che è anche sindrome di Stoccolma, vengo rapito dalla bellezza degli orridi edifici che mi circondano, mi stordisce l’armoniosa musica della maleducata strada, mi commuovo per l’amore dell’accattone per il suo vecchio cane.
Vedo con gli occhi di una persona nuova, leggo ciò che mi circonda con lo sguardo del saggio, riconosco il bello dove tutti vedono il brutto, individuo la luce degli uomini dove la gente è ormai abituata a vedere l’ombra.
Ciò che normalmente odio, ora amo, ciò che aborro, ora cerco, ciò che mi rimane indifferente, ora mi turba.
Entro nel supermercato camminando 15 centimetri sollevato dal suolo, posso respirare l’anima delle persone, obbligarle ad innamorarsi di me con la mia sola presenza.
Sono la bellezza di un Matisse, il fascino di un attore famoso, l’amore di una madre, la magia di una nascita, nessuno mi può resistere.
Conosco una giovane universitaria facendo la fila per il pane. Le confesso che lei è la donna più affascinante che io abbia conosciuto negli ultimi 20 secondi. Lei ride.
Le parlo con gli occhi, con il mio corpo, con il mio cervello.
La faccio divertire e senza sforzo lei capisce che dovrebbe entrare nel mio mondo per essere felice. Lasciamo che due persone ci passino davanti, la cosa non ha importanza. La prendo in giro, lei finge di risentirsi, la tocco leggermente quando le chiedo scusa.

E’ davvero molto bella, le chiedo se ha una amica carina da presentarmi…mi dà uno schiaffo che è insieme una carezza ed un invito.
Mi domanda chi sono, da dove sono venuto fuori, chi è il pazzo che mi ha fatto uscire dal manicomio..tante parole per dirmi che le interesso
Tronco la conversazione dicendole di avere un impegno, con un generico “Potremmo rivederci” la obbligo a domandarmi il mio numero di telefono.
Uscirò con lei uno dei prossimi giorni, farò del sesso con lei, per una notte le farò credere di amarla.
Lei parlerà alle sue amiche dicendo di aver trovato il suo principe azzurro, e tale rimarrò fino a quando, nuovamente, la calda fiamma dell’estasi si spegnerà; sarà quello il momento in cui i fantasmi di Anna ed Elena ricominceranno a tormentarmi, ed allora come sono apparso,  scomparirò per sempre dalla sua vita.

Cap 6 – L’epidemia

Arrivo nella sala d’aspetto del Fabiani trafelato ed ansimante. Conto le persone che mi precedono…sei..sono troppe.
Non aspetterò il mio turno, il mio problema è  più grave.
Poi ammettiamolo, dei sei sconosciuti presenti, cinque avranno almeno 75 anni, i classici vecchietti che, per ammazzare il tempo, si inventano acciacchi ogni quarto d’ora.
Da quando sono entrato nessuno ha più parlato, sento puntati su di me gli sguardi di tutti.
In un altro momento forse avrei dissolto la tensione con una delle mie famose domande rompi ghiaccio: “Chi è l’ultimo della fila?”, “Qualcuno ricorda il nome del milite ignoto?”, “C’è vita dopo la morte?” ma oggi no, oggi è uno dei miei giorni d’Ansia.
L’Ansia è diabolica, arriva quando meno te lo aspetti, è subdola e pervasiva, cresce come un rampicante all’interno del mio corpo. Stringe pian piano le mie viscere sino ad arrivare alla gola. Mi toglie il respiro, mi annebbia la vista.
E’ come se un genio malvagio mi avesse chiuso la testa in una scatola di cartone ove i miei pensieri diventano echi di grida disperate e il mio vivere uno gocciolare immondo di paure e insicurezze.
Non resisto, abbasso lo sguardo e d’impulso entro nell’ambulatorio.
Il Fabiani non sembra stupito di vedermi. “Che piacere mio caro, qual buon vento”? dice ,  facendo capire alla paziente che sta visitando di rivestirsi ed andarsene.
La signora lo guarda incredula, poi sbotta qualcosa e si allaccia mestamente la camicia color cachi.
Trattengo a stento il mio impulso di scaraventarla fuori in malo modo.
Aspetto che la porta dello studio sia chiusa per cominciare a parlare. “Nessun buon vento dottore qui siamo in piena epidemia, mi deve vaccinare”.
“Siediti per favore” risponde “e spiegami bene cosa ti ha spinto a venire fino qui a chiedere il mio aiuto”.
Lo osservo mentre con gesti pacati solleva la cornetta del telefono e la ripone sul tavolo, sceglie con molta cura una bic nera tra le 10 del suo portapenne, apre il  block notes in una pagina bianca ove annota il mio nome e la data.
Per un attimo vivo la vita di un’altra persona, e mi trovo circondato da nomadi vocianti che mi accolgono e ricevono tra di loro offrendomi la testa di una pecora in un rito arcaico di benvenuto. Mi sento accettato, mi piace.
Scuoto impercettibilità la testa per risvegliarmi ed espongo il mio problema.
“Laura..è incinta”. Lo dico fissandolo negli occhi.
“Mi sembra una notizia di indubbio interesse” risponde. “e lo sarebbe ancor di più se tu fossi così gentile da dirmi chi è Laura e in che modo la cosa ti stia preoccupando”.
“Laura è incinta, la Dolly è incinta, due impiegate di mio padre lo sono, mia cugina Francesca ha una pancia che sembra una mongolfiera” gli rispondo bruscamente.
“Continuo a non capire” ribatte il Dott. Fabiani inclinandosi verso di me.
La mia rabbia esplode improvvisa ed ha la forza di un vulcano sopito da secoli.
“Come non capisce! E lei sarebbe un medico?? Non si rende conto che c’è un’epidemia che mette incinte le persone?” grido.
Il dottore mi fissa per alcuni secondi, imperturbabile come una statua di cera.
“Cerca di acclarare il mio dubbio” ribatte. “Tu hai bisogno di un vaccino che ti impedisca di mettere incinta una ragazza?”
L’idiozia delle persone mi esaspera.
“Che domande dottore!” grido con ancor più forza “sono io che non voglio rimanere incinta, non voglio che questa epidemia mi contagi!”
Annuisce. “Certo, ora capisco perfettamente” risponde. Si alza e per alcuni minuti rimane assorto guardando fuori dalla finestra.
“Ammetto che la tua domanda mi ha spiazzato” esordisce d’improvviso, “la possibilità che esista un’epidemia di questo genere mi allarma e tu ragazzo hai fatto benissimo a dirmelo” continua.
Si volge verso di me dandomi tempo di appuntare mentalmente di:
  1. verificare l’eventuale presenza di daltonici nella mia famiglia
  2. verificare la mia attuale capacità di distinguere i colori verde e rosso
  3. controllare la cerniera dei miei pantaloni
  4. fare la spesa.
“Credo tu abbia fatto qualcosa di realmente importante per la tua comunità quest’oggi…ce ne fossero di tipi come te” .
Passa una manciata di secondi e il Fabiani continua solenne: “E’ plausibile ritenere che sia una semplice convenzione sociale quella che obbliga la donna a interpretare il ruolo di madre e, di conseguenza, a rimanere incinta, mentre nulla ci impedisce di credere che le cose potrebbero improvvisamente cambiare…e, fammelo dire, l’idea di rimanere incinta a 61 anni mi terrorizza” conclude.
Lo vedo armeggiare in un cassetto della sua scrivania ed estrarre dopo poco un sacchetto contenente pillole di diverso colore. Ritengo ve ne siano di verdi e rosse ma l’eventualità che io sia affetto da daltonismo mi impedisce di affermarlo con sicurezza.
“Queste dovrebbero proteggerti almeno dall’evenienza di rimanere incinta” mi dice, “prendine una al giorno per una settimana e nel frattempo lascia che raccolga un po’ di dati su questa nuova epidemia”.
Rimango basito, per la prima volta in 36 anni quest’uomo mi ha colpito positivamente…è riuscito a darmi un esaustivo parere medico ed una soluzione senza farsi odiare.
Il Dott. Fabiani mi accompagna alla porta, ci sono le stesse 6 persone che aspettano di entrare.
“Scusate un attimo” esclama dopo aver attirato l’attenzione di tutti schiarendosi la voce “ho due importanti notizie da dare”.
“La prima è che questo ragazzo è un maledetto eroe”.
Brusio.
“La seconda è che per oggi le visite sono finite, andate a casa, chiudetevi in camera, non uscite; un’epidemia molto pericolosa si sta diffondendo e l’unico modo di combatterla è non ammalarsi.”
Guardo i sei anziani uscire mestamente dall’ambulatorio, sono consapevole di aver fatto anche per oggi la mia buona azione.
Saluto il Fabiani, lo fisso per un attimo…oggi splende di una luce diversa.

Cap 3 – La vicina nudista

Nel mio palazzo vivono 40 famiglie. Otto di queste occupano gli appartamenti al piano terra e le rimanenti sono distribuite in quattro piani ciascuno con otto abitazioni.

Ammetto di detestare una buona parte dei miei vicini solo perché gli altri ancora non li ho conosciuti.

Da un ipotetico rogo salverei probabilmente la vicina nudista dell’appartamento 1A; lei dice di chiamarsi Flavia ma io, ovviamente, non le credo.

Ho cercato più volte di spiegarle che è scientificamente dimostrabile che lei non possa  chiamarsi così, perché “Flavia” è un nome da magra e lei è tutto fuorché magra.

Le mie doti persuasive hanno sortito l’effetto desiderato ed ora non si schernisce più se la chiamo Bobbola.

Si è anzi quasi commossa quando con l’esempio delle lince le ho spiegato che le “b” e le “o” sono per i nomi dei grassi mentre le “f” e le “i” per i magri.

Chiudi gli occhi e pronuncia la parola “lince” .

Lince”.

E’ grassa o magra?” le ho domandato “come la visualizzi?”.

Magra” ha risposto e immediatamente ha aperto gli occhi e mi ha guardato con ammirazione.

In psicologia della Gestalt questo si chiama insight: è come un flash che ti arriva all’improvviso  e dalla ridefinizione delle cose scopri come risolvere il tuo problema.

Ora anche lei sa di non chiamarsi Flavia.

Vederla girare nuda non è un gran spettacolo, io ne sono assuefatto, i fattorini delle pizzerie con consegna a domicilio già meno.

Ormai la conoscono e nessuno dei ragazzi vuole fare il lavoro perché non desiderano trovarsela davanti.

Lei, astuta come una volpe, ha cominciato ad ordinare le pizze facendole recapitare a casa mia.

In principio la cosa ha funzionato, poi si è sparsa la voce che io fossi affetto da MCI ed ora i fattorini, temendo di ammalarsi,  non consegnano nemmeno più a me.