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Cap 40 – La luce in fondo al tunnel

Di argomenti per il Fabiani ne ho a bizzeffe: dovrò raccontargli che non ho seguito alla lettera il suo rituale, che ho visto tre demoni, e soprattutto cercherò di confrontarmi con lui su quelli che sono stati i miei tentativi di combattere i mostri.

Non male come programma, speriamo che i minuti che mi dedica siano sufficienti. Decido che è il momento di dare il colpo di grazia alla Barba, la indosso per la terza volta consecutiva, se non la lavo, la prossima volta verrà lei a cercarmi.

Vorrei che il Fabiani mi vedesse un po’ elegante, mi sembra quasi di doverglielo. È una questione di rispetto: lo ricevo da parte sua, che puntualmente mi accoglie nel suo studio, sempre (o quasi) impeccabilmente vestito, ma non lo restituisco, e questo comincia a pesarmi.

Un paio di Prada e una Barba non cambiano una persona, di questo sono consapevole, ma in un rituale sociale delimitato da comportamenti e aspettative, non è sbagliato adeguarsi in alcune occasioni.

Tanto per essere chiaro, se qualcuno venisse al mio funerale in infradito e canottiera, la prima cosa che farei, una volta divenuto fantasma, sarebbe di spaventarlo ogni notte con grida, apparizioni e rumori di catene; avrò tempo di fare l’hippy quando andrò ad Ibiza, dal Fabiani sarà il caso di presentarmi in modo coerente.

Parcheggio la Graziella al solito posto e mi guardo intorno alla ricerca della Donna Poncho; la prima volta che la ho vista è stata proprio qui, ma oggi di lei non c’è traccia.

In compenso noto uno strano via vai di gente, poco comune vista la zona, e soprattutto l’ora. Guardo l’orologio, sono in anticipo di circa 20 minuti, decido di seguire la massa per capire che cosa stia succedendo.

Mi rendo conto che le persone stanno muovendo verso la piazza del municipio, molti sono armati di striscioni che vanno srotolando man mano si avvicinano. La conclusione che ne traggo è che a breve si terrà una manifestazione, a favore o in contra di cosa, ancora non lo so, ma sono deciso a scoprirlo.

Domando ad un ragazzo che incrocio un po’ di informazioni.

Mi risponde che la gente si è mobilitata per protestare contro il nostro sindaco: sembra che in un “eccesso” di umana solidarietà, abbia deciso di negare la mensa ad una bambina extracomunitaria. La gente ne ha parlato, si è indignata, ed ora marcia compatta per chiedere le sue dimissioni.

Una ragazza che blocco poco dopo, completa il quadro: non solo il sindaco pretende che la bambina non mangi, ma impedisce alle maestre di donare alla piccola il loro pasto.

“Ecco un altro demone” penso, “ci scommetterei il braccio destro di Stefan“.

L’unica cosa che mi rende sereno, è vedere che le persone, a prescindere dal colore politico, si siano comunque mobilitate.

E’ stata una reazione ovvia, sensata, normale davanti a tale scempio. La società ha detto no, si è scandalizzata. Non si è trattato di destra o sinistra, ma solo di buon senso. A muovere tutti costoro è stata la semplice consapevolezza che quando in una società civile viene a mancare una base concreta di rispetto per la persona, di solidarietà verso chi ha realmente bisogno, allora quella società è destinata ad implodere nel suo egoismo, nella perfidia, nella becera e rimarchevole vendetta.

Solo in un film, o un libro, qualcuno potremme  immaginarsi una società così assuefatta alla ignoranza e alla crudeltà, da lasciare che certi personaggi continuino a governare indisturbati.

“Questa è la realtà” penso soddisfatto, “da noi certi meschini, corrotti, corruttori, imbroglioni sono cacciati via a pedate”.

L’orario dell’incontro è prossimo, anche se a malincuore, me ne torno verso lo studio.

Arrivo giusto in tempo per vedere la porta del consultorio aprirsi. Fabiani mi osserva da capo a piedi per due volte prima di tendere la mano e salutarmi.

Ci accomodiamo in silenzio, lui legge un’ultima volta i suoi appunti, poi esordisce come da copione: “Mi dica, come ha trascorso la settimana”.

Cerco di essere il più chiaro possibile, peso le mie parole per evitare fraintendimenti, sarebbe del tutto disdicevole entrare da un medico per liberarsi dalla MCI, ed uscire con la camicia di forza a causa di confessioni mal esposte.

Un po’ in imbarazzo gli comunico che ho volutamente saltato la cura in almeno due occasioni, la cosa non sembra turbarlo più di tanto, l’unica cosa che si limita a domandare è se io abbia notato ricadute o cambi repentini.

“No, direi di no” rispondo sinceramente, e lui mi fa cenno di proseguire.

Gli racconto del mio strano incontro al mercato, ma mi blocco al momento di descrivere per filo e per segno la trasformazione cui ho assistito.

“Mi dica” mi esorta “le assicuro che non vi è nulla di strano, e nulla di ciò che mi racconterà potrà turbarmi, vada avanti. Mi stava dicendo che questa donna inveiva contro di lei, e poi?”.

“…e poi, cavolo..non so come dirglielo. E poi si è trasformata in un cavallo”.

Mi aspetto di vedere il dottore chiamare ed ordinare un TSO, ma rimane impassibile a fissarmi. Appunta qualcosa sul notes e mi chiede di procedere.

Un po’ rinfrancato, continuo con il riassunto delle ultime vicende, gli parlo della notte del giovedì e di come io abbia cercato di salvare il marito della donna cavallo utilizando un fucile a pallini, poi gli racconto dell’uomo Rospo ed infine della Donna Poncho.

Alla fine mi guarda ed accenna un sorriso, rilegge i suoi appunti e sorride ancora.

Valuto se rompergli il naso scaraventandogli un libro con tutta la mia forza, decido di passare.

Questa volta è lui a parlare. “Mi sembra di vedere che lei abbia fatto acquisti ultimamente. La felicito per la sua Barba, un’ottima camicia, anche se, se lo lasci dire, spendendo la metà potrebbe avere qualcosa di più suo, personale, speciale solo per lei”.

Il bordo della giacca si sposta quel tanto da mostrare chiaramente le iniziali ricamate della camicia.

Il figlio di buona donna ha visto che gliela stavo adocchiando, e mi ha preso in castagna.

“Se le interessa posso darle il numero della camiceria dove le mando a fare, vicino a Treviso”.

“Volevo qualcosa di elegante”, rispondo, “è stato come un regalo che mi sono fatto, sentivo il bisogno di…dirmi che mi merito qualcosa”.

Il dottore mi guarda quasi compiaciuto.

E’ lui quindi a prendere l’iniziativa. “Mi permetta quindi di fare un piccolo riassunto della situazione” dice, “e come sempre, si senta libero di interrompermi qualora la mia ricostruzione sia errata, o manchi di qualche dato importante”.

“Lei è qui per curarsi dalla sua mancanza cronica di iniziativa. Siamo partiti parlando dei suoi affetti. Nel corso dei nostri incontri abbiamo scoperto che la famiglia che tanto idealizzava, nascondeva un qualcosa, giusto?”

Non mi lascia il tempo di rispondere, ma in effetti sta dicendo cose sensate.

“Investigando abbiamo scoperto l’esistenza di una madre che, nel tentativo di far capire al figlio l’importanza dello studio, della dedizione al lavoro e dell’importanza del sacrificio, si è trasformata in una sorta di aguzzina. Non in realtà, sia chiaro, ma così è stata interiorizzata da quel ragazzo, ovvero lei. Con gli anni, la voce di sua madre è divenuta così pressante e onnipresente, che le ha impedito di imparare a gioire delle cose. Un giorno credo, si è definito incapace di provare piacere per le cose, giusto?”.

Taccio ancora.

“Cosa mi dice di suo padre, non ne abbiamo mai parlato”.

Penso per un attimo alla figura di Ioli, a quanto ha faticato per costruire quello che ora possiede. Me lo ricordo tornare a casa stravolto dal lavoro ed avere la forza solo per mangiare e trascinarsi a letto. Mai una serata con gli amici, un cinema, una pizza, solo lavoro, dedizione, e qualche settimana di vacanza all’anno.

Tempo per me, davvero poco, ma più in generale, tempo per se stesso, praticamente nullo.

“Ioli lavora sempre molto, arrivava stanco e alle 9 era a letto” rispondo con voce sommessa.

“Possiamo quindi definirlo..un padre, assente?”

“..ha molte cose da fare, per mantenerci…”

Fabiani tace e continua a fissarmi, il suo sguardo mi perfora la carne e si fa insostenibile.

“Io adoro mia madre, e mio padre, e li stimo entrambi” rispondo.

“Non è quello che le ho domandato. Non stiamo ponendo in dubbio la qualità dei suoi genitori. Cerchiamo solo di capire come si sia plasmato lei in funzione dei loro comportamenti, soprattutto perché si ricordi, lei era un bambino, incapace quindi di comprendere appieno certe dinamiche familiari e affettive”.

“In questo caso, direi di sì allora, probabilmente Ioli è stato un po’ assente nella mia vita”.

“Certo” risponde, “è coerente”.

“Torniamo a lei. Questa situazione, un padre assente, e una madre vissuta quasi come aguzzina, hanno generato in lei una confusione di ruoli, attribuzioni ed aspettative. La confusione di cui parliamo” continua, “non è però data da una intrinseca mancanza di qualità, ma dal fatto che certi suoi plus sono stati nascosti, per far spazio ad immagini idealizzate di lei che abbiamo già individuato. In una delle ultime volte abbiamo distrutto la sua idea di essere una sorta di supereroe, di poter controllare le menti altrui, di essere bello, e abbiamo cominciato a fare luce su altri aspetti positivi che le persone accanto a lei le riconoscono: lei è onesto, sincero, ha il dono speciale di vedere più chiaramente l’anima e la sostanza delle persone”.

“Oggi mi racconta che la sua sensibilità nel vedere il bene delle persone, vale anche per gli aspetti negativi. Lei li ha chiamati demoni, di sicuro…mi lasci controllare” sfoglia gli appunti, “la donna cavallo stava manifestando atteggiamenti razzisti, il Rospo era alquanto…ignorante, e la Donna Poncho, si commenta da sola”.

“Tutto questo lei lo ha scoperto..in che modo?”

Non capisco la domanda e rimango in silenzio. È probabile che da me voglia uno sforzo in più dal momento che il silenzio perdura per almeno un minuto.

Cambio posizione sulla sedia e rifletto sulle sue parole.

“Non saprei, insomma giovedì ero al mercato per il rituale, e poi sono andato a salvare l’ometto, venerdì ho deciso di non seguire il rituale e ho finito con il piantare un bacchetto di legno nella mano di uno sconosciuto, e sabato ero a caccia di demoni”.

“Ho deciso, sono andato, ho fatto…tipiche iniziative di chi è affetto da MCI” commenta il dottore, ed il sarcasmo è tutto tranne che celato.

“…forse” rifletto ad alta voce, “il fatto di essermi reso conto che sono in grado di vedere certe cose, mi ha un po’ sbloccato. In effetti” continuo, “sabato sono uscito con un obiettivo, ho cercato un demone, e lo ho trovato…nessuno mi ha obbligato, nel senso, non era previsto dal suo rituale”.

“Rituale che lei ha abbandonato, senza peraltro pregiudicare alcunché” dice il dottore.

“Direi di no” rispondo pensieroso, anche se in fondo sento crescere in me una strana sensazione, un mix di orgoglio e soddisfazione.

“Però non ho sconfitto i demoni” rispondo in uno di quegli slanci autodistruttivi che compio non appena mi rendo conto di aver fatto qualcosa di buono.

“Dia tempo al tempo” risponde il Fabiani che continua “lei ha fatto dei progressi, credo se ne stia rendendo conto. Abbiamo fatto luce all’interno della sua stanza, abbiamo messo ordine. Lei adesso sa quello che realmente è capace di fare e spero, con il tempo, anche quello che non è capace. Negli ultimi giorni ha preso delle iniziative, alcune grandi altre più piccole, ma non creda per questo meno significative. Si presentava da me come un hippy, oggi si è presentato come un uomo, senza che io le abbia detto nulla”.

“Le faccio una proposta: questa settimana lei ha un unico compito, smetta pure con le pastiglie. Ne mangi una solamente venerdì. Voglio che lei contatti questa persona, si fa chiamare Scrid e vorrei che la incontrasse”.

Mi allunga un foglietto in cui vi è appuntato un numero di cellulare e il solo nome Scrid. Mi stupisce che lo avesse già pronto, non ho visto mentre lo scriveva ma è stato molto celere nel cogliere il momento adatto per consegnarmelo. Sembra quasi che si aspettasse le mie parole.

“È una mia paziente, non è affetta da MCI ma da qualcosa di diametralmente opposto. Sono certo che entrambi potrete trarre qualcosa di buono l’uno dall’altro. La veda e poi lunedì prossimo tornate insieme da me, stessa ora. Sarà il nostro ultimo incontro, che gliene pare?”

Quali sono le reazioni tipiche di un organismo attraverso il quale si manifesta una sensazione come la gioia?

Il cuore batte più forte? La pressione sanguigna aumenta? Non si riesce a smettere di sorridere, si sente una voglia irrefrenabile di gridare, di alzare i pugni al cielo?

Credo di sperimentarle in successione tutte, più volte.

I miei minuti sono finiti, allungo il denaro al dottore che con un gesto mi blocca.

“Se adesso avesse a disposizione quel denaro” mi dice, “come lo spenderebbe?”.

Sembra una domanda trabocchetto, potrei vendergli la storia che mi sono redento e dirgli che li userei per “la pace nel mondo” o “perché sia sconfitta la malaria”, con le varianti rappresentate da cancro, AIDS, pertosse e gomito del tennista. Potrei puntare sull’abolizione della pena di morte o l’acqua nel Sahara.

Alla fine decido di dirgli la prima cosa che realmente ritengo giusta: “Mi comprerei una delle sue camicie”.

Mi sorride e mi allunga un secondo foglietto, questa volta ci sono l’indirizzo, il nome e il telefono della camiceria di Treviso di cui mi parlava.

Il fatto che anche questo foglietto fosse già pronto mi manda su tutte le furie, ho l’impressione che riesca a leggermi nel pensiero.

Valuto se testare il mio bacchetto “scova demoni” anche sul dottore, ma lui mi blocca prima che io decida se attaccare o meno.

“Non sono un demone”, glielo assicuro. “Ho imparato a conoscerla, e se le dico che la prossima volta sarà l’ultima, c’è un motivo”.

Mi sorride, ci salutiamo sulla porta come sempre.

Tornato in strada controllo nuovamente l’ora, la manifestazione è sicuramente cominciata, ma ho tempo di raggiungere il municipio e di aggiungere la mia voce al coro di persone indignate.

Cap 35 – Vicini di casa

Miei adorati vicini (a pensarci bene non è che vi adori, però mi sembrava un modo carino di coinvolgervi emotivamente già da subito), è con estrema tristezza che vi annuncio che a partire dalle ore 6 pm di giovedì 11 c.m. io non sarò più tra di voi, avendo infine deciso di passare a miglior vita. Quale occasione migliore per un’ultima bevuta e quattro chiacchiere tra di noi? Vi aspetto tutti questa sera alle ore 20 nel mio appartamento.

RSVP

Invio la mail alle 14.03 e alle 14.08 sento bussare alla porta. Dalla forza immagino si tratti di Stefan, decido di non aprire immediatamente, voglio che l’attesa renda l’incontro ancor più drammatico.

Dopo la seduta del lunedì ho passato lunghi momenti di pura apatia e sconforto. In poco tempo i miei pensieri hanno assunto il colore nero dell’odio, e mi sono ritrovato a maledire il giorno in cui ho conosciuto il Fabiani.

Non ho avuto il coraggio di sospendere la cura, sarà forse per quell’esigua rimanenza di amor proprio che ancora alberga in me. Pur senza molta voglia, ho affrontato le prove elencate nel foglio consegnatomi.

Ho camminato a quattro zampe per quasi due ore nel tentativo di recuperare il mio “rapporto con la flora e la fauna del mondo che mi circonda” (avrei sicuramente preferito mangiarmi un bel filetto a tal proposito) e ho sistematicamente aperto la porta nudo a tutti i poveri fattorini che hanno avuto la sfortuna di dover consegnare le 10 pizze che ho ordinato, seguendo i dettami del mio “amato dottore”. Ammetto che dopo un po’ uno ci fa anche l’abitudine e non si rende conto di essere nudo, sino a quando non nota lo sguardo disperato e, debbo dire, a tratti inorridito di chi si ha davanti.

“…così da creare una connessione perfetta tra lei e il suo corpo“. Non so se realmente questa connessione si sia creata, sicuramente ho rotto definitivamente quella che esisteva tra me e le pizzerie della zona.

Stefan continua a battere come un forsennato alla mia porta, comincia ad innervosirmi.

Per rendere ancor più drammatica la situazione decido di alzare il volume dello stereo quasi al massimo, le imponenti note del requiem di Mozart si diffondono nella stanza.

A dirla tutta, non ho alcuna intenzione di suicidarmi, avevo solo bisogno di vedere qualcuno, di scambiare con qualche amico delle riflessioni, di confrontarmi. Ho ritenuto che la mail potesse essere il modo migliore per assicurarmi la presenza di tutti.

Ho esteso l’invito a coloro che nel bene e nel male mi sono stati vicini in questi mesi: Stefan, Flavia, il mio amico nanetto e quel genio del Ruberti.

Considerando il fatto che soprattutto quest’ultimo ha continuato nel tempo ad evitare di confrontarsi con il mio amore, ho ritenuto che “un ultimo saluto” avrebbe potuto alla fine smuoverlo da quel suo ostile antro di intelligenza e solitudine.

Per l’occasione ho anche ordinato casa: i gatti di polvere sono scientificamente finiti sotto il mio letto, Elisabetta è tornata a abbellire la parete del mio salotto, i piatti sono stati lavati con una dovizia quasi maniacale.

In uno slancio di inaudita bontà ho anche rotto il rituale del lunedì single (Stefan ha inaspettatamente saltato gli ultimi due appuntamenti) e mi sono recato da Simona per acquistare un pacchetto di patatine, delle olive e alcune bottiglie di vino.

Da dove nasce tanta gentilezza e spirito di ospitalità? Da una necessità. Lo spirito di sopravvivenza può spingere le persone a compiere gesti aberranti: cannibalismo, tradimenti, voti a Berlusconi; il mio caso non è dissimile, ho di fatto dimenticato le mie note caratteristiche di asociale bastardo perché per la prima volta in vita, ho sentito la necessità di un confronto, di calore umano, ma più di qualsiasi altra cosa, di una valvola di sfogo.

Sento rabbia per il Fabiani che con le sue edulcorate riflessioni ha abbattuto le certezze su cui si basava la mia esistenza, e di riflesso odio il mondo, perché da oggi sono costretto a guardarlo con gli occhi tristi di chi è uno tra molti, e non uno differente e migliore dei più.

Volevo cambiare, questo è certo, ma sicuramente non volevo ritrovarmi a non sapere più nemmeno come mi chiamo, perché le persone mi stanno vicine, cosa sono io per gli altri.

Un tempo la cosa non mi avrebbe importato, a settimane alterne sapevo perfettamente di essere o una sorta di semi dio sceso sulla terra per dominare il mondo, o un alieno dotato di poteri inimmaginabili come “saper limonare senza lingua”, “vedere il futuro quando è già passato”, “impadronirsi della mente altrui e far dire loro cose che loro decidono di dire, indipendentemente dalla mio volere”. Tutte caratteristiche, e potenzialità sperimentate sul campo, in decine e decine di minuti di duro lavoro.

Poi sapevo di essere bello, più che bello dannatamente figo, uno di quelli che le donne le cambia con la stessa frequenza con cui cambia i boxer, una a settimana.

Dopo lunedì tutto questo si è frantumato come un cristallo, e mille frammenti luminescenti sono sparsi davanti a me, non ho la voglia e la forza di chinarmi a raccoglierli e cominciare una lenta e faticosa opera di ricostruzione, ma soprattutto adesso so che ciascuno di queste piccole schegge, ha la facoltà di lacerare la mia pelle e macchiarsi del rosso del mio sangue.

Davanti al proprio nulla, ai fallimenti, allo zero che siamo stati, ogni parola, riflessione, obiettivo, progetto rappresentano una lama incandescente che penetra nella nostra anima, e ci lascia squarci di profonda sofferenza.

Quando qualcosa ti ferisce, cerchi di ripartire dalle poche sicurezze che ti circondano, dai tuoi familiari, dai tuoi amici.

Abbasso la musica, il vociare fuori dalla mia porta si è fatto più intenso. Riconosco la voce di Flavia e lo squittire del mio amico nano.

Mi avvicino alla porta, sono quasi commosso che tutti si siano preoccupati per per me. Penso a quando ero bambino, alle ore passate davanti alla televisione guardando Goldrake.

Mi innamorai per la prima volta a quell’età di Venusia, nelle mie fantasie non vi era ancora il sesso, ma vi era una strana forma di dipendenza. Sognavo di essere ferito e di ricevere le cure e l’affetto dalla mia amata. Non vi erano baci, non vi era null’altro che comprensione, vicinanza calore, quello di cui sento ora la necessità.

Fuori dalla porta hanno capito che sono ancora vivo, ho abbassato il volume e sono certo che il genio del Ruberti abbia notato la cosa, e già istruito gli altri.

Il più scatenato sembra il nano, non smette di gridare, mi sembra di vederlo mentre si agita come una pallina davanti alla mia porta.

Sento bussare con insistenza, percepisco che l’origine del suono non si situi come normalmente accade, all’altezza dei miei occhi ma provenga da molto più in basso. Anche l’intensità del suono è differente, anche se non ne conosco la corretta spiegazione fisica, deduco che delle mani piccole producano un suono differente rispetto a delle mani di un adulto.

“Smettetela di prendere a calci la mia porta!”.

Per un attimo l’incessante borbottare proveniente dall’esterno si placa per poi ricominciare ancor più rumoroso di prima.

Le grida si confondono, il sovrapporsi di voci e rumori mi ricorda una composizione di cacofonia.

Il rumore proveniente dalla zona più bassa della porta è il più ostinato, ed è l’unico che anche dopo alcuni minuti continua a martoriare le mie orecchie.

Apro la porta di scatto e contemporaneamente esordisco dicendo: “Vi ho detto di smetterla di prendere a pedate la..”

Alla vista del nano con la mano ancora a mezz’aria pronto a colpire nuovamente il legno, continuo con la gag: “ahhh ma non erano calci..eri tu!!”

Dopo alcuni secondi tutti, eccetto il piccoletto che rimane basito e praticamente immobile, scoppiano a ridere. La risata è davvero liberatoria, lo leggo dai loro volti e dagli sguardi che si scambiano furtivamente.

Come già successo in passato, dimentico del suo carattere a dir poco infiammabile, perdo di vista per qualche secondo il mio piccolo amico il quale, realizzato per ultimo di essere al centro della ennesima burla da parte mia, non si preoccupa nemmeno di abbassare la mano e la scaglia con notevole forza direttamente tra le mie gambe.

Il dolore al basso ventre è micidiale e mi costringe al suolo in una posizione fetale. In mio soccorso intervengono i tre vicini meno bellicosi, e lentamente mi aiutano a rimettermi in piedi e recuperare il fiato troncato di netto dal dolore.

“Dovresti andarci piano con questi colpi” esclamo fissandolo. Il piccoletto non si scompone e con fare deciso entra nel mio appartamento. Lo seguiamo in silenzio, Stefan si preoccupa di chiudere la porta e si sistema alla destra di Flavia.

Sembra meno interessato al suo corpo nudo rispetto all’ultima volta che ci siamo visti, la cosa mi sorprende non poco.

“Alla fine siete venuti tutti” esclamo sfoggiando un sorriso che farebbe invidia a Moira Orfei, “che gentili, non era così importante”.

La mia falsa modestia non coglie nel segno e la risposta di Flavia mi fulmina: “Pezzo d’idiota, dopo quella mail era il minimo che potessimo fare”.

Non è una cosa piacevole sentirsi gli occhi di tre persone e mezzo che ti fissano tra l’interdetto e l’incazzato, ho bisogno di un diversivo per abbassare la tensione e l’occasione di avere tra di noi il signor Ruberti si presta alla perfezione al mio scopo.

Non credo conosciate il signor Ruberti del 3b” dico rivolgendo lo sguardo verso Flavia, “non ricordo nello specifico quale sia il suo lavoro, sicuramente però posso dirvi che è un maledettissimo ed estremamente figlio di puttana genio”.

A suggello di tale mia poetica affermazione passo la parola direttamente all’interessato affinché stupisca tutti con una delle sue mirabolanti riflessioni: “Glielo dimostri, dica qualcosa da genio”.

Colto di sorpresa il Ruberti arrossisce come un’educanda, indietreggia impercettibilmente e balbettando riesce solo a proferire un semplice: “Ma, ma io veramente.”

“Visto, che vi avevo detto? Lo interrompo. “E’ o non è il più stramaledettoecazzutissimo genio che abbiate mai conosciuto?”

Approfitto dell’attimo di perplessità causato dalle mia affermazioni per balzare in avanti e, afferrata la testa del malcapitato, stampargli un sonoro bacio sulla bocca.

“Sai che ti amo vero? Non mi sono dimenticato di te. In realtà a pensarci bene mi ero dimenticato di te, ma il fatto che tu sia qui oggi mi riempie d’orgoglio e felicità!”

Il genio mi spinge via con tutte le sue forze e comincia a pulirsi la bocca con le maniche della camicia. Mi guarda sconcertato, probabilmente teme un mio secondo attacco.

Ignoro l’impulso di gettarmi tra le sue braccia come farebbe un bimbo con i nonni che ha appena rivisto dopo un lungo periodo di assenza e, riacquistato il mio self control, racconto a Stefan, Flavia e al nano la storia del signor Ruberti. Tutti alla fine sembrano decisamente affascinati dalla nostra strana relazione.

Il Ruberti ascolta in silenzio e in più di un’occasione si trincea dietro un mutismo imbarazzato e commovente. A dispetto di tutto, rifletto, se non fosse per il viso davvero mostruoso ed un corpo sformato dalla pastasciutta e dall’età, sarebbe anche un bell’uomo.

Flavia tempesta l’uomo con mille domande ed io approfitto del mio momento di svago, per smettere i panni di splendido anfitrione, e studiare attentamente i miei ospiti.

Chi non ha bisogno di presentazioni è Stefan, seduto in silenzio sul mio divano ascolta con interesse le parole del genio. Con un taccuino in mano ed una matita tra le dita avrebbe tutto per sembrare un giornalista alle prese con un proprio informatore.

A dispetto del solito, oggi Stefan sembra appena uscito dalla doccia, si è sicuramente fatto la barba e profuma di pulito. Indossa una comunissima Polo bianca che cozza con il ricordo più vivido che ho di lui, “quasi frantumato da due grossi energumeni vestiti di nero”.

Il corpo nudo di Flavia oramai non mi fa più effetto, e a dire il vero anche gli altri maschietti invitati la trattano come se indossasse un tailleur grigio. Divertente, rifletto, come la conoscenza diretta con una persona possa farti dimenticare per incanto che vestiti stia indossando.

Decido di attirare l’attenzione di tutti i miei invitati rivolgendo loro la domanda più ovvia: “Scusatemi” dico interrompendo le loro dotte disquisizioni sul chi sia più intelligente tra il Trota Bossi o la crosta di formaggio grana spuntata per miracolo da sotto uno dei cuscini del mio divano, “sareste così gentili da spiegarmi perché siete arrivati tutti adesso, quando l’appuntamento era per le ore 20?”

Risponde Flavia per tutti: “Abbiamo letto la tua mail, credo di parlare a nome di tutti se ti dico che ci siamo preoccupati e senza nemmeno metterci d’accordo ci siamo precipitati alla tua porta”.

Un silenzio imbarazzato segue le parole della ragazza. Rifletto su da farsi e ritengo che in questo caso la mia sincerità sarà sicuramente apprezzata dal gruppo.

“Ah ma quella mail era una balla, non ho alcuna intenzione di suicidarmi. Cercavo un pretesto per convocarvi tutti, perché vorrei parlarvi di alcune cose, mi sembrava il metodo più rapido”.

L’esperienza insegna, e al primo fremito che percepisco sul volto del nano, mi alzo dal divano e mi riparo dietro una sedia strategicamente posizionata alla mia destra.

Il piccolo uomo, che senza pensarci un secondo si era alzato di scatto e gettato verso di me con l’intenzione di colpirmi nuovamente tra le gambe, sembra per un momento spiazzato dalla mia rapidità.

Cerca di colpirmi nonostante il mio riparo e i suoi pugni non si avvicinano nemmeno al mio basso ventre. Come in un vecchio gioco di bambini cominciamo a girare intorno alla sedia, quando si muove verso destra io faccio un passo a sinistra e viceversa.

C’è profondo odio nei suoi occhi, una rabbia tale che ancora il piccoletto non è riuscito a proferire parola. Schiumante di rabbia si blocca e mi fissa intensamente, i respiri si fanno sempre più affannosi, per un momento penso sia in procinto di avere un infarto.

Accumula aria nei polmoni che mi scarica di punto in bianco gridando: “figliODIPUTTANAAAAAAAA”.

Torna ad ansimare come un cane dopo una lunga corsa, non ha ancora esaurito la rabbia a quanto pare.

Mi ricorda uno di quei palloncini che si gonfiano soffiandoci dentro, cresce pian piano sino a giungere ad uno stadio prossimo all’esplosione. La meccanica del folletto è molto simile, inspira di continuo ma invece di esplodere mi scaglia addosso tutta la sua rabbia gridandomi i più turpi improperi da lui conosciuti.

Gli altri sono fermi, immobili come se un gigantesco ragno avesse iniettato loro il suo veleno paralizzante. Guardano la scena come davanti ad un grande schermo, mi aspetto che a momenti qualcuno dei tre estragga dal nulla dei pop corn ed inizi a s mangiucchiarne distrattamente.

“Ti rendi conto aberrante figlio di puttana che ci hai fatto spaventare? Tutti noi abbiamo sentito un tonfo al cuore quando abbiamo letto le tue parole, io per primo, lo ammetto, ho anche pianto”. “Poi quando sono venuto da te, e ho visto che c’era qualcuno che aveva avuto la mia stessa idea, ho pensato che forse qualcosa si potesse ancora fare, forse la nostra presenza avrebbe potuto farti desistere dal proseguire in quella tua stupida scelta. Poi scopro che era tutta una messa in scena, per essere sicuro di averci tutti qui…una delle tue innumerevoli cavolate che metti in atto senza pensare alle possibili implicazioni, senza guardare mai al di là del tuo enorme naso”.

Capisco di aver esagerato quando il Ruberti non risponde nemmeno con un piccolo sorriso ai bacetti che gli sto mandando. Il gelo che percepisco intorno mi mette a disagio, credo di dover loro delle scuse.

Mi siedo e con un sorriso di circostanza aspetto che tutti prendano posizione. Il nano fatica a montare sul divano, gentilmente Stefan lo aiuta.

Cerco di stemperare la tensione sottolineando la scena con una risata sguaiata, ma nessuno se la sente di condividere con me la goliardica esperienza.

Mi tranquillizzo e dopo aver velatamente chiesto scusa, faccio un brave riassunto di quanto mi sia capitato negli ultimi tempi, non faccio mistero di essere sotto cura sperimentale, aspetto che sembra accendere la curiosità di tutti i presenti.

Racconto del rituale, di come proprio durante una delle prove io abbia conosciuto Annalisa. A nessuno sfugge il fatto che le parole della ragazza, citate da me quasi a memoria, abbiano avuto un effetto devastante sulla mia autostima.

Il silenzio si fa cupo non appena termino di raccontare quanto successo l’ultimo lunedì, nello studio del Fabiani.

“In fin dei conti” concludo “voi siete miei amici, vorrei il vostro parere, vorrei capire anche grazie a voi, chi sono…perché ad oggi, sembra che tutti siano in grado di dirmi solo ed esclusivamente chi non sono, e cosa non sono in grado di fare”.

“Sei un gran cretino, questo credo di avertelo più volte detto”. Le parole del nano non mi sorprendono più di tanto, a lasciarmi senza possibilità di replica sono le parole che seguono. “Sei un cretino con qualità che sistematicamente ignora per dare spazio a idee balzane e false rappresentazioni di se stesso”.

Tutti riflettono in silenzio per alcuni secondi.

“A volte non sono certo tu riesca a leggermi nel pensiero” aggiunge Stefan, “visto che siamo in confidenza posso dirtelo, in più di un’occasione ti ho mandato a cagare, e tu non ti sei incazzato”.

“Forse non ero sintonizzato con la tua mente” replico debolmente, il primo a non credere a queste parole sono io.

“Non scherziamo” a parlare è Flavia ” nessuno di noi si è preparato prima questo incontro, ma l’impressione è che tutti noi siamo concordi nel dirti che…tu, ti stai sabotando. Hai delle qualità, indubbiamente ne hai, però passi il tuo tempo affrontando battaglie inutili, paventando super poteri che non hai, gettando tutto sommato del tempo in avventure prive di uno scopo, e di un senso”.

Non credo che quei poveri uomini capitati sotto le grinfie di Tomás de Torquemada tanti anni fa si siano sentiti tanto peggio di come sto io in questo momento. La domanda che pongo al gruppo è a tutti gli effetti un assist per ricevere la mazzata finale. “Nello specifico, a cosa vi state riferendo…vorrei qualche esempio”.

“Di esempi ce ne sono a milioni!” tuona Flavia, “dici ad esempio di poter spostare gli oggetti con la forza del pensiero, di poter leggere il futuro, una volta volevi fare il Papa, un’altra volta mi parlavi di giocare a basket..”

“…come giocatore di colore” specifica il nano.

“Lo ha raccontato anche a te?” domanda la ragazza stupita.

“Ovvio, usava la storia per irridermi” risponde l’altro in tono rassegnato.

Un silenzio imbarazzato scende nella sala, Stefan ha lo sguardo rivolto verso le sue scarpe e le braccia incrociate, una forte chiusura nei confronti miei o della situazione, direbbe qualcuno.

È proprio lui a prendere la parola: “A volte io non ti capisco, quando sembra che una cosa funzioni, ne cominci un’altra. Non hai pazienza, c’è sempre una eccessiva dose di ansia in quello che fai. Mi viene in mente tuo padre, mi hai raccontato del suo lavoro, e di come si relaziona con te. Invece di fare esperienza, di apprendere un mestiere e di correggere eventualmente quelli che sono gli errori di Ioli, tu ti incazzi, non vai al lavoro, ti inventi scuse”.

Sembra pesare bene le parole prima di sferrare l’ultimo affondo: “A volte con me sei un bastardo. Mi hai detto e fatto fare cose solo per il tuo divertimento, non certo per il mio bene”.

Il ragazzo ha la decenza di non raccontare agli altri a che episodi si stia riferendo, anche se la cosa mi provoca un moto di rabbia estremo, sento che non è andato tanto distante dalla verità.

“Un bastardo inconcludente” sentenzio alla fine io con finta ironia. Se cercavo sincerità, non posso negare di averla trovata, sfortunatamente le mazzate che mi sono arrivate, non avranno di certo la capacità di farmi affrontare serenamente il mio futuro.

“Tu hai un dono”.

La voce del Ruperti rompe il silenzio come uno sparo in piena notte. Gli occhi sono tutti puntati su di lui, fino a quel momento rimasto in silenzio.

“Tu sei dotato di una sensibilità che poche persone hanno”. La frase rimane in sospeso, come un soffione, impercettibilmente spinto da brezze primaverili.

“Insomma, guardati intorno. C’è un nano, una nudista, un ragazzo che si professa maestro di Okuto..e ci sono io”.

“Io non so cosa tu abbia visto in noi, ma ti assicuro che il 99% della popolazione mondiale ci definirebbe come freaks“.

“Tu invece ci hai accolti e accettati, con i tuoi limiti e le tue pazzie, ma ci hai sicuramente fatti sentire normali. A te non importa che Flavia sia nuda, perché quando le parli tu non guardi il suo corpo; con il nostro piccolo amico sei totalmente privo di riserbo e delicatezza, irridi la sua statura ma, in fin dei conti, sembra tu gli stia mostrando la sua normalità”.

“..conosco poco Stefan, però per il poco che ho poco che ho potuto intuire, lo hai aiutato ad uscire da uno stato di semi autismo..che alcuni si spingerebbero a definire follia; in lui hai visto qualcosa di speciale, e raccontandogli la sua storia, lo hai fatto rinascere”.

“In me hai visto un genio..non sono io la persona migliore per confermare o meno questa tua lettura, ma di certo hai colpito nel segno, perché sei riuscito ad evocare in me ricordi, aspirazioni, propositi che quando ero bambino mi motivavano a studiare ed impegnarmi, ma che poi le contingenze della vita mi hanno obbligato a lasciare”.

“Non sei speciale perché puoi volare o altre amenità del genere…sei speciale perché ci hai fatti sentire speciali”.

Quando Savicevic segnò al Barcellona in una indimenticabile finale di Coppa dei Campioni, ricordo di aver pianto. Fu tale la bellezza di quel gesto che le lacrime cominciarono a scendere e non ci fu alcuna possibilità di fermarne il flusso.

A distanza di anni le sensazioni sono le stesse, mi metto le mani davanti al viso e piango come un bambino.

Cap 34 – Una questione di donne

Ho provato in tutti i modi a spiegare al commesso che si tratta di una questione di vita o di morte, ma non c’è stato verso. Mi ha ripetuto fino a perdere la voce che non è mangiando una pastasciutta con un camaleonte fatto a pezzetti che acquisterò la facoltà di cambiare colore a mio piacimento.

Gli ho offerto di pagare la bestiola cinque volte il prezzo di listino ma niente. Il mio intuito mi dice che qui c’è sotto un complotto planetario orchestrato dalla magistratura comunista. Mi impediscono di cucinare a fuoco lento un camaleonte e di mangiarlo con gli spaghetti, perché temono che io possa intrufolarmi in uno di quegli antri del demonio dove i malvagi magistrati complottano contro la nostra libertà, per poi procedere a smascherare e denunciare la loro immonda condotta.

“Non voglio attaccare la magistratura” ho riferito allo stupito ragazzo “voglio solo evitare di trovarmi ancora davanti Ada”. Niente da fare.

La facoltà di mimetizzarsi è adottata in natura da moltissimi animali, in molti casi si tratta di una forma di difesa, in altri rappresenta una formidabile arma di attacco. Nascondersi agli occhi della possibile preda offre al predatore la possibilità di avvicinarsi quel tanto da rendere il suo attacco efficace e mortale.

Ho immaginato la scena più e più volte: arrivo dal Fabiani e d’incanto mi faccio bianco come la parete. Chiudo gli occhi per alcuni secondi, sfrutto il mio enorme naso per percepire la presenza di qualcuno nella sala d’attesa. L’odore di stantio mi dice che Ada è vicina a me, ma la povera questa volta non mi può attaccare. Socchiudo gli occhi, lei è seduta vicino alla porta dello studio, ha lo sguardo assorto, non immagina quello che le sta per succedere.

Mi avvicino lentamente facendo in modo di rimanere sempre attaccato alla parete, ogni piccolo errore potrebbe essere fatale.

Sono ad un metro da lei, sgancio un peto silenzioso ma micidiale. La nonna dopo alcuni secondi si guarda intorno inorridita, la signora che le siede accanto la guarda con sdegno.

Il Fabiani apre la porta, Ada è in procinto di entrare quando io fulmineo mi sposto alle spalle del dottore. Nessuno mi può vedere perché nel mentre il colore della mia pelle è mutato sino a fondersi con il legno della porta. Sussurro al dottore di far finta di nulla e di rientrare senza pazienti, in realtà ci sarò io con lui, e grazie alla mia astuzia avrò sconfitto la pericolosa Ada.

Il commesso si chiama Fabio, indossa una camicia verde scuro ed un paio di jeans sbiaditi. Valuto che potrà avere non più di 25 anni, probabilmente con i soldi guadagnati in questo negozio di animali si sta pagando parte degli studi in veterinaria. Con tono bonario cerca nuovamente di spiegarmi che non riuscirò a trovare alcuna macelleria disposta a vendermi carne di camaleonte, in primo luogo perché proibito, e secondo perché non reperibile in Italia.

Alla fine esausto minaccia di chiamare il WWF e di denunciarmi; il gesto mi offende ma non riesco a trovare niente di meglio per vendicarmi, che fargli cadere dal tavolo il telefono portatile poggiato davanti a lui.

Detesto le persone ottuse e Fabio evidentemente lo è, un burocrate incapace di capire le necessità delle persone. Fortunatamente ho già in serbo il pieno B. Compongo il numero a memoria e dopo due squilli la persona dall’altro capo del telefono risponde.

“Che piacere sentirti, come stai?”

“Ciancio alle bande Stefan, ho bisogno del tuo aiuto”.

Nei minuti successivi cerco di spiegare al ragazzo il senso della mia telefonata. Gli racconto di Ada e di come mi abbia quasi picchiato. Menziono il fallito tentativo del camaleonte e di come tutto sia andato a puttane a causa di un burocrate venticinquenne di nome Fabio.

Come maestro di Okuto Stefan, tu che faresti?”

Il ragazzo rimane alcuni secondi in silenzio, io mi guardo intorno, senza rendermene conto sono finito davanti al bar dove ho litigato con Annalisa pochi giorni fa, buffa coincidenza penso.

“Direi che potresti fare esplodere la signora con una pressione in uno dei suoi centri vitali”.

“Ti spiego perché non è possibile Stefan: uno perché io non sono un maestro Okuto, due perché dovrei farlo in un consultorio medico, tre perché potrebbero esserci testimoni, quattro perché poi magari il Fabiani la salva”.

“Hai ragione” risponde Stefan dopo alcuni secondi, “fammi pensare”.

Accanto a me un papà sta cercando di pulire la bocca del figlioletto di tre anni con un fazzoletto. L’operazione è resa praticamente impossibile a causa della iperattività del piccolo che continua a muoversi come fosse un’anguilla. A complicare il tutto vi è anche un palloncino ad elio che l’uomo stringe tra le dita.

“Ecco uno dei motivi per cui io non avrò mai figli” rifletto “si muovono, disturbano, e sono piccoli”.

“Ci sono!”

Stefan grida talmente forte al telefono che soffoco per puro miracolo l’istinto di scagliare il cellulare a terra.

“Tu riesci a comunicare attraverso la telepatia giusto? Quella volta con Baffino mi hai parlato, anche se io non ti ho ascoltato. Potresti entrare nella mente delle persone con la tua potenza ed indurle a vedere e credere quello che vuoi tu. Ti faccio un esempio: potresti entrare dal tuo dottore, nasconderti dietro un giornale o qualcosa di simile, e dire a tutti gli astanti che non ti stanno vedendo. Nessuno può contraddire ciò che il proprio cervello dice, sarebbe un paradosso, la gente accetterebbe in quel caso che il proprio cervello sbaglia, ammettendo di conseguenza di essere pazzo”.

Le parole di Stefan sono una illuminazione, la soluzione che mi prospetta è in assoluto la più banale e logica, stupido io a non averci pensato subito. Mi congedo da lui promettendogli di invitarlo a cena una di queste sere, difficilmente manterrò la promessa ma adoro far illudere le persone.

Davanti alla porta dello studio del dottore rilevo un errore nella strategia di Stefan: se dovessi rendermi invisibile nascondendomi dietro un giornale, i pazienti in attesa si troverebbero ad assistere ad un inspiegabile fenomeno di levitazione, cosa che sicuramente scatenerebbe il panico oltre che una serie incontrollata di spiegazioni tra le quali la più accreditata sarebbe quella del fantasma di un ex paziente ucciso dal Fabiani. Troppo pericoloso.

Decido quindi di non utilizzare alcun giornale, per nascondermi sarà sufficiente il mio dito indice e molta concentrazione.

Porto il dito indice davanti al viso e mi concentro, per incanto tutto ciò che mi circonda diventa nero. Entrare nella mente altrui è un’operazione alquanto pericolosa, solo i veri maestri possono riuscirci. Sento che il flusso della mia energia esce dal mio corpo come fosse una leggera nube di vapore. La vedo passare sotto la porta che mi separa dalla sala d’aspetto del dottore, e come un segugio la sento arrivare ed infondersi all’interno di tutti gli astanti.

Sono certo di avere il perfetto controllo delle menti di tutti i pazienti quando lentamente apro la porta e mi intrufolo. Con mia grossa sorpresa scopro che nella sala non vi è alcuna persona.

Appena sento dei rumori provenire dallo studio del dottore decido di giocargli un simpatico scherzo, e intimo alla sua mente di non vedermi.

Apre la porta e i suoi occhi fissano nella mia direzione, evidentemente, rifletto, c’è qualcosa dietro di me che lo incuriosisce.

Mi avvicino lentamente rimanendo nascosto dietro il mio dito indice, a volte inclino il busto verso destra a volte a sinistra in un movimento che ricorda un po’ quello del pugile.

Quando sono ad un metro dal Fabiani comincio a fargli le boccacce, lui non può vedermi. Il dottore stranamente non si muove e sembra quasi seguire con attenzione i miei movimenti. Ovviamente si tratta di una semplice coincidenza.

Mi piazzo alle sue spalle e gli sussurro di entrare, adoro poter controllare così facilmente le persone. Mi immagino che la schiena del dottore sia percorsa da brividi, non è da tutti i giorni sentire una voce che ti intima che fare.

Rimanendo invisibile mi accomodo nella poltrona dei pazienti, mentre il dottore si siede a apre il suo block notes.

Dopo aver annotato alcune cose si lascia sprofondare sulla poltrona. Pulisce gli occhiali con un piccolo panno che ha scovato all’interno di un cassetto e fissa nella mia direzione.

Sono un po’ a disagio, anche se evidente si tratta di una mia paranoia, ho come l’impressione che il dottore riesca a vedermi.

Decido di manifestarmi in maniera graduale per evitargli uno shock troppo grande. Il Fabiani mi anticipa e le sue parole mi lasciano di stucco.

“Si può sapere che sta facendo?”

Rimanendo invisibile mi guardo nervosamente attorno, non c’è nessun altro nella stanza, mi accorgo che involontariamente sto attuando un comportamento di difesa, rimanendo immobile e cercando di farmi sempre più piccolo sulla sedia.

“Le ripeto…che sta facendo?”

“Lei può vedermi?”

“Certo che la posso vedere, è seduto davanti a me con i piedi sulla sedia, che la pregherei di togliere. Per uno strano motivo continua a mostrarmi l’indice della sua mano destra”.

Evidentemente vi è stato un calo della mia forza mentale che ha permesso al dottore di percepire la mia presenza. Decido di concentrarmi di più e scomparire proprio davanti ai suoi occhi. Lo sforzo è notevole ma dopo pochi istanti ho il completo controllo della sua mente. Gli intimo di non riuscire a percepire la mia presenza.

Mi alzo furtivo e silenzioso come un gatto mi metto al suo lato.

“Adesso mi vede?”.

Al Fabiani è sufficiente far ruotare la sua poltrona di 90 gradi per avermi nuovamente davanti. Mi guarda un po’ spazientito. “Certo che la vedo, lei si è spostato lentamente e si è fermato a circa 1 metro da me. Continua a mostrarmi il dito indice. Le ripeto….che sta facendo?”.

Sconsolato abbasso la mano e in silenzio riprendo posizione nella poltrona situata davanti alla scrivania del dottore. Sono molto turbato, qualcosa non ha funzionato.

“Da quando ha percepito la mia presenza?”

“Più o meno da quando ho aperto la porta del mio studio e la ho vista”.

“Ha visto quando mi muovevo?”

“Sì”

“Anche quando le facevo le boccacce?”

“Certo”.

“Anche quando…?”

Sì anche quando si è abbassato i pantaloni mostrandomi il suo candido sedere”.

Rimango in silenzio, sono allo stesso tempo preso da sconforto ed in evidente imbarazzo. Fabiani mi viene in aiuto: “Se ho capito bene, lei è convinto di poter rendersi invisibile. Ammesso che questo sia possibile, mi piacerebbe affrontare l’argomento in un prossimo incontro. Che ne dice nel mentre, di raccontarmi come è andata la sua settimana?”.

Un po’ riluttante comincio a fare un breve resoconto di tutti gli avvenimenti a mio avviso degni di nota che sono avvenuti negli ultimi sette giorni. Non pongo troppa enfasi sull’incontro con Annalisa perché non lo ritengo una cosa degna di nota, ma il Fabiani evidentemente non la pensa come me, e mi chiede di raccontargli per filo e per segno quanto accaduto.

Il dottore ascolta attentamente e non smette di prendere appunti. Alla fine mi guarda con intensità. “Che effetto le hanno fatto le parole di Annalisa, hanno suscitato in lei qualche ricordo speciale?”.

Non ho voglia di affrontare l’argomento, darei un braccio di Stefan in cambio della possibilità di evadere da queste quattro mura.

Stancamente comincio a raccontare di come le parole di Annalisa mi abbiano offeso, della incredulità che ho provato quando lei si è rifiutata di baciarmi e, peggiore dei mali, dell’onta di sdegno che ho provato quando la befana mi ha definito brutto.

“In un certo senso, mi ha fatto venire in mente quanto successo con due mie ex, Elena e Anna”.

Sono ricordi per me dolorosi, non riesco a sostenere lo sguardo del dottore e mi ritrovo a fissare la parete bianca.

“Me ne parli”.

Come organizzare i propri ricordi affinché alla fine del racconto il tuo interlocutore non ti ritenga un pezzo di imbecille? Molto difficile nel mio caso, qualunque sia la strada intrapresa, il risultato è lo stesso.

“Elena è una delle donne più belle con cui io sia mai stato, direi perfetta. Bionda con gli occhi verdi e un fisico da togliere il fiato. Quando la ho conosciuta c’era praticamente mezza università che le moriva dietro, l’altra metà ancora non la aveva incontrata. La ho conquistata, nessuno ci poteva credere, per primo io. Ho deciso che mai la avrei perduta, era troppo importante per me ed ero certo che mai più avrei avuto tra le mani una donna così. Così ho cominciato a trattarla come una regina, pagavo le uscite e i suoi vizi, non le facevo mancare nulla. I primi screzi sono nati quando mi sono reso conto che da lei non stavo ricevendo abbastanza. Io pretendevo, perché stavo dando molto. Prima sommessamente, poi sempre di più le mie lamentele si sono fatte pressanti. Un giorno ho fatto un bluff e la ho lasciata, dopo due giorni le ho chiesto di tornare insieme, ma lei non mi ha più voluto. Ho sentito come se mi fosse stato tolto il terreno da sotto i piedi. Ho pianto tutte le lacrime che avevo in corpo. Avevo dedicato tutto a quella storia, tutto me stesso affinché funzionasse, ed era fallito miseramente. Non smetto di pensare a lei, ho perso la mia sicurezza, mi sento davvero un fallito.

“Con Anna invece la cosa è stata differente, anche lei bellissima ma sicuramente più problematica. Ho lasciato che mi manipolasse, non ho mai avuto la forza di reagire. Mi ha mentito, mi ha tradito, mi ha trattato come fossi uno zerbino, Nonostante tutto questo, io volevo vedere qualcosa che non c’era, volevo credere in una possibile svolta positiva, che ovviamente non c’è mai stata. Quella donna mi ha destabilizzato”.

Fabiani finisce di annotare le ultime cose e poi mi fissa. Conosco quello sguardo, è in procinto di sganciarmi qualche bomba.

“Cosa c’è che accomuna i tre avvenimenti? Ci rifletta.”

Davanti al dottore ho oramai adottato la modalità “riflessione a voce alta”, ho come l’impressione che lasciando scorrere le parole, si scoprano molte più cose.

“Con Annalisa ed Elena io…pretendevo qualcosa, e loro non me lo hanno dato”.

Un breve accenno da parte del dottore mi esorta a continuare su questa strada.

“Vediamo…entrambe mi hanno scaricato, chi prima, chi dopo. Entrambe erano belle”.

Per un attimo ho come un’intuizione, sfortunatamente non riesco a metterla a fuoco.

“Annalisa mi ha detto che mi comportavo come un bambino…ma Elena no, non ha mai detto questo..”

Nuovamente quella sensazione, ancora una volta non riesco a capire di cosa si tratti.

“Non saprei davvero, mi hanno fatto incazzare, insomma io mi stavo impegnando e loro non hanno voluto…”

L’insight: la capacità di vedere un collegamento ove prima vi era buio. Eventi distanti, teoricamente differenti che improvvisamente si incasellano in una rappresentazione della realtà che interpreta nuovamente la storia in una nuova ottica, questa volta più chiara.

Ancora una volta succede qualcosa in me, apro una porta che non sapevo esistesse.

Da piccolo giocavo con l’alcool insieme a Mauro. Ci divertivamo a creare delle piste con il liquido infiammabile e dopo aver reso la stanza buia, era sufficiente una piccola scintilla per vedere la strada di fuoco prendere forma.

In questo momento sto vivendo la stessa situazione, ed una strada di fuoco sta illuminando il mio buio.

Annalisa mi ha detto che mi stavo comportando come un bambino. Mi ha ricordato di non essere mia madre, ma una donna. Io non avevo capito, fino ad ora. Con Elena io ho fatto lo stesso! Non ero più un uomo, con i suoi pregi e difetti che si relaziona con la propria compagna, ma un bambino che ha davanti sua madre. Quando mi sforzavo con Elena in realtà ero il bimbo bravo che cercava di compiacere Bianca, facevo “tutti i miei compiti e doveri”, ossia cercavo di fare in modo che il rapporto funzionasse. Come ogni bambino però volevo qualcosa in cambio, qualcosa che Elena non era tenuta a darmi, in quanto mia fidanzata, non mia madre. Elena, come Annalisa, hanno inconsciamente capito di avere davanti un bambino che cercava una madre, e mi hanno cacciato. E’ per questo che io non ho saputo superare il lutto della perdita di Elena, perché a rifiutarmi non era semplicemente una donna, ma era…mia madre…”

Attendo alcuni secondi: “Ed una madre…non può rifiutare un figlio”.

Tutte le mie dinamiche svelate in pochi minuti, troppo per non lasciarmi scosso.

Il Fabiani si alza e mi fa cenno di seguirlo. Ci avviciniamo ad uno specchio che riflette la mia figura per intero. Mi dice di guardare nello specchio e di raccontare cosa vedo.

Rimango in silenzio per un po’, sono davvero inorridito.

“Sono brutto” comincio dopo un po’, “avrei bisogno di farmi la barba e di un buon barbiere. Le mie scarpe sono sporche, i jeans lisi e la camicia è dozzinale. Il mio naso è enorme, il colore della mia pelle mi ricorda molto quello di Michael Jackson. Sono un trentaseienne da buttare nel cesso”.

Torniamo a sedere.

Fabiani mi scruta per alcuni secondi: “Credo che per oggi possa bastare” mi dice. Mi consegna una busta dove intuisco vi siano le nuove pastiglie con i dettami del nuovo rituale.

“Prima di andare salutarci” esclama “mi dica cosa le è parso del nostro incontro”.

Ci rifletto per qualche secondo: “Sono turbato”. Non riesco aggiungere nient’altro.

“E’ ok così, torneremo sull’argomento la prossima settimana”.

Mi porge la mano, la sua stratta è decisa.

“Arrivederci”.

Cap 19 – Le strade

Quando apro gli occhi sono oramai le 10.30, stanchezza e postumi della nottata si fanno ancora sentire, la testa mi scoppia, ho solo bisogno di un’aspirina.

Mi riaddormento per alcune ore non appena l’effetto dell’acido acetilsalicilico comincia a farsi sentire; dormo profondamente e di gusto, non ci sono incubi a turbare il mio riposo.

Verso le 12.30 il telefono squilla, a cercarmi è l’operatrice 246 di una sconosciuta società di ricerche di mercato, desiderosa di sapere se voglio partecipare ad un sondaggio sull’utilizzo dei telefoni cellulari. La informo che normalmente il mio cellulare lo utilizzo come disco volante per trasporto acari e così facendo, tiro l’iPhone, e la sciagurata 246, direttamente sul divano.

Rifletto per alcuni minuti su quanto successo nelle ultime ore: Ioli, Baffino, ma soprattutto il mio comportamento nei confronti di Stefan, e Gian Antonio…sebbene non abbia le idee ancora completamente chiare, sento che c’è stato un qualcosa di malato nelle mie azioni.

Ho deciso aprioristicamente che i colpevoli fossero loro senza analizzare obiettivamente i miei comportamenti; il sonno deve avere qualche potere curativo perché è come se mi sentissi meglio, percepisco dentro di me che esiste una possibilità di uscire da questa strana situazione.

Dicono che il passo più difficile per le persone che hanno un problema sia proprio quello di ammetterlo, questa mattina sono stanco di nascondermi dietro un dito, sono consapevole che esista qualcosa in me che negli ultimi anni ha pregiudicato un po’ tutti i settori nevralgici della mia vita, e questo qualcosa si chiama MCI.

Dare un nome al proprio nemico ha una certa importanza, riuscire anche a immaginarsene le fattezze è ancor più importante.

Gioco alle libere associazioni da solo sul letto, il passaggio di idee è talmente lineare che allo scoprire il risultato, vivo come in una sorta di gigantesco deja vù.

MCI – malattia – infermo – letto – infermiera – siringa – drogato – tossico – Lapo Elkann.

Mi sembra impossibile, decido di provarci ancora:

MCI – MGM – ONG – OGM – Organismo geneticamente modificato – Organismo Transgenico – Trans…..Lapo Elkann.

Ancora, percorso diverso, risultato uguale.

Sono malato di MCI, ergo ho una sorta di Lapo Elkann che vive dentro di me e sabota sistematicamente in tutto quanto faccio.

Cerco disperatamente un’immagine della mia nemesi e finalmente la trovo, LUI veste occhiali bizzarri, ha un cappello rosa…è chiaramente la MCI.

Una strana eccitazione mi pervade, ho bisogno di raccontare questa mia incredibile scoperta a qualcuno, una persona che però non sia un semplice amico, ma che possa ragionare con me sugli effetti e implicazioni di questa nuova verità.

Esclusa la lista BANU (battone – amici – numeri utili) mi rimangono Ioli, Bianca e Quella probabilmente adottata, alla fine la scelta cade su Ioli.

Chiamo in azienda e come al solito mi risponde Lina, la solerte segretaria di mio padre che, per un caso a me ancora sconosciuto, tende a detestarmi.

“Ciao Lina, passami Ioli, è urgente”.

“Buongiorno a lei, il signor Mario è in questo momento occupato in un’altra linea, se vuole lasciarmi un recapito, non mancherò di farglielo pervenire non appena si libera”.

“Lina è davvero urgente questa volta”.

“La hanno finalmente arrestata?”

In passato tra me e Lina vi è stata qualche tensione per via di una serie di accuse, a mio avviso fondatissime, che ho pensato di muovere nei suoi confronti. Da quel momento Lina, complice comunque l’età e l’ormai prossima pensione, ha smesso di venerarmi come sempre aveva fatto, assumendo nei miei confronti un atteggiamento distaccato, e a tratti quasi scontroso.

“Lina, non farmi innervosire, passami Ioli”.

“Il signor Mario è ancora impegnato nell’altra linea, se vuole anticiparmi il tema, sarò lieta di comunicarglielo non appena si libera”.

“Ok, digli che ho scoperto che il problema era mio e che Lapo Elkann vive dentro di me”.

Mi rendo conto di quanto possa essere difficile per chi ascolta capire una frase del genere, quindi decido di tradurla per Lina: “Lapo Elkan è la MCI, vive dentro di me e dovrò sconfiggerlo“.

Ora tutto sembra più chiaro, attendo una risposta che non arriva.

Dopo alcuni secondi di silenzio decido di verificare che la vecchia sia ancora dall’altra parte della cornetta.

“Lina, ci sei? Stai prendendo appunti?”.

“Ovviamente, non vedo l’ora di riferire a suo padre che il suo amato figlio è posseduto da Lapo Elkann”.

Detta così la cosa sembra più grave di quello che pensassi.

“Ricordati di dirgli che però questa volta voglio sconfiggere Lapo, lo ucciderò”.

“…suo figlio ucciderà Lapo Elkann” sento che appunta, “Ne sarà felicissimo” continua.

“Ok, io ho bisogno di un appuntamento con Ioli quanto prima, magari anche oggi”.

“Non mi dica, avremo la possibilità di vederla in ufficio oggi? Spero non si stancherà troppo a lavorare 4 ore mentre noi..”

Smetto di ascoltare la sua filippica ed inserita nuovamente la modalità Disco Volante, lancio lei e il telefono nel letto.

Quando esco dalla doccia trovo un SMS di Ioli, mi stupisce il tono stranamente preoccupato: “Stai tranquillo, non fare niente, ci vediamo qui alle 15”.

Arrivo con 5 minuti di anticipo che saggiamente spendo per cercare di ricucire i rapporti con Lina.

“Frequenti ancora i club scambisti?” le domando dopo averla tramortita con un “5-secondi-di-sorriso-TomCruise”.

“Per sua informazione, io non ho mai frequentato quel genere di club e mai li frequenterò”.

“E di quella confessione, che mi dici allora?”.

“Vorrei ricordarle che all’epoca esisteva ancora in questa azienda la cattiva abitudine di utilizzare cartelle condivise. Anche se mai si è scoperto il colpevole, io ritengo che lei modificò un mio documento utilizzando la funzione “Cerca – sostituisci” di word. La mia unica colpa è stata quella di non verificare quanto consegnato poi ai diversi manager di questa società, che scoprirono così, in una maniera peraltro estremamente ridondante, che ‘sono una porca, faccio le orgie, amo i club scambisti’.

Scoppio a ridere di gusto: “E’ stato molto coraggioso da parte sua ammetterlo quella volta, e le dirò che ho trovato il suo gesto quasi romantico”.

“Che senso ha nascondersi” continuo “se una è porca è porca”.

“Lascia stare Lina ed entra in ufficio”. La voce di mio padre mi interrompe un secondo prima che mi lanciassi in una richiesta di applauso via interfono per “Il coraggio di Lina che ha ammesso di fare gli scambi di coppia”.

L’ufficio di Ioli è ordinato come sempre, mi accomodo davanti a lui e lo guardo con un super sorriso stampato in volto.

“A che viene questo sorriso?”

“E’ il TomCruise”.

Ioli non capisce ma salta a piè pari l’argomento.

“Dimmi allora, perché vorresti uccidere Lapo Elkann”.

“Detta così suona male, in realtà io non voglio uccidere Lapo Elkann, voglio eliminarlo da dentro di me”.

Il silenzio di Ioli mi spinge ad argomentare un po’ di più la mia idea.

“Tu sai che io sono malato di MCI…”

“Certo, la mancanza di bla bla bla, che tu ti sei inventato perché sei un hippy”.

“No, ascolta, questa volta è una cosa seria, la MCI..ho capito che dovrò fare qualcosa per sconfiggerla perché a causa sua ho deluso te, ho perso cose e persone importanti”.

“Prima pensavo fosse in parte colpa di Stefan e del Farino, adesso ho capito che avevi ragione, ho un problema, dovrò trovare da solo la soluzione. Anzi, vorrei sapere se tu hai qualcuno in mente, che mi possa aiutare”.

Ioli rimane a fissarmi per alcuni secondi, poi si lascia sprofondare nella sedia senza perdermi di vista.

“Spiegami di Lapo Elkann prima”.

“In realtà dico Lapo Elkann per dire MCI, ho fatto una serie di libere associazioni e mi sono reso conto che partendo dalla MCI finivo sempre a lui. Mi serve visualizzare il mio problema, ora non è solo una sigla, c’è anche un volto”.

“Fammi un esempio” dice lui.

“Ok, vediamo: MCI – mIci – gatti – pelosi – capelli – Shakira Lapo Elkann

“Sono sempre più convinto che tua madre nel ’68 abbia sperimentato qualcosa in più dei semplici spinelli” afferma.

“Quindi comunque tu non ucciderai Lapo Elkann, perché Lina mi aveva scritto nel biglietto che tu..”

“No, no..non lo ucciderò, cioè lo ucciderò metaforicamente, ma dentro di me…per poter essere libero di trovare e seguire una strada, come tu mi hai detto poco tempo fa”.

Ioli apre un cassetto situato alla destra della scrivania e ne estrae un’agenda di color nero, apre la rubrica e assorto comincia a leggerne il contenuto.

“Io non conosco bene il tuo problema, per questo ritengo tu debba provare diversi approcci e poi scegliere quello che per te è il più esaustivo, quello che ti fa sentire più a tuo agio, quello che magari ha degli effetti”.

“Personalmente fossi in te, andrei a parlare con il Fabiani, magari cercherei un confronto anche di tipo spirituale, in chiesa magari, e non tralascerei un incontro con questa persona”.

Mi porge un biglietto da visita che ha staccato da una pagina della rubrica, riporta tutti i dati di un certo Bruno Voli Eclissi.

“Bruno Voli Eclissi?” domando.

“Eclissi è il cognome della vecchia moglie, lui lo ha mantenuto ed ora è il nome anche della società che presiede, è una specie di life coach”.

“Ho mandato da lui diversi dei ragazzi qui in azienda, lui afferma che “quando c’è una luce troppo forte che ti abbaglia, tu non riesci a vedere la strada, ed è allora che arrivano lui e la sua Eclissi”.

“Suona interessante” rispondo “potrebbe essere quello che sto cercando”.

“Fai pure il mio nome quando vai da lui”, si alza e mi porge la mano “sono fiero di te”.

Esco dall’ufficio di Ioli davvero sollevato, mi soffermo solo 1 minuto con Lina: “Alla fine non mi ha mai detto se preferisce i semplici threesome o si dedica più alla gang bang”.

Mi guarda con sospetto, finge di non sapere di cosa io stia parlando.

Cap 18 – Gian Antonio Farino

Sono le 4 e 30 del mattino, esco dall’appartamento di Stefan dopo averlo lasciato praticamente agonizzante nel letto. Fingo di fumare una sigaretta per darmi un tono, spero sempre nella possibilità che un talent scout possa notarmi in questa posa da bello e dannato. Rimango in attesa per 5 secondi, assumo lo sguardo alla Dylan di Beverly Hills ma anche questa volta non succede nulla, difficile a pensarci bene, dentro un condominio, e a queste ore.

Decido di affrontare il Farino in uno dei prossimi giorni, ma il desiderio di urinare mi spinge comunque a salire le scale e dirigermi verso il suo stuoino.

Pisciare nello stuoino del signor Gian Antonio è divenuta prassi comune nel condominio, Flavia in più di un’occasione lo ha fatto, sicuramente Stefan su mia imbeccata; i Farino sembrano non essersene accorti o convivono beatamente con un costante odore di lettiera di gatto.

Il Farino, detto a seconda degli interlocutori “il Pazzo”, il “Fuori di testa” (o “Fuoritesta” nella versione di Bianca) è un uomo di circa 65 anni; meridionale di nascita è il risultato di quel fenomeno che i meteorologi chiamano “Venti da Sud” ossia sparuti gruppi di 20 persone provenienti dal Sud Italia che si trasferiscono al Nord in cerca di un futuro migliore .

In più di un’occasione ho sentito Ioli utilizzare questa spiegazione per giustificare il cospicuo numero di meridionali assunti nella sua azienda “Venti dal Sud oggi, venti dal Sud anche domani, va a finire che ce li troviamo tutti qui”.

Qui al Nord Gian Antonio non ha trovato troppa fortuna ma ha sposato Francesca, ex professoressa di educazione tecnica, nonché pensionata baby senza averne requisiti.

Dall’unione dei due, o meglio dall’unica volta in cui i due si sono uniti, è venuta Antonia, ragazzina nata bruttina, cresciuta brutta, ma fattasi incredibilmente cessa in età adulta. Come spesso si dice “le vie del Signore sono infinite” e nonostante le sue aberranti fattezze anche lei è riuscita a trovare un pazzo – boy scout – buon samaritano che di lei prima si è innamorato e poi ha deciso di sposarla, e renderla madre.

Come se non bastasse, il caritatevole marito, nella speranza (vana) di ingraziarsi il futuro suocero e di evitare così una delle sue ormai famose denunce a grappolo (termine mutuato dalle tristemente note bombe a grappolo) ha pensato bene di colmare il ratto della fanciulla con un animale domestico, e un bel giorno si è presentato in casa Farino con un adorabile cucciolo di cocker.

Ovviamente il cagnolino, circondato da siffatta umanità, non ha tardato molto a manifestare segni di squilibrio trasformandosi, nei sogni di molti vicini, in una perfetta cavia per le nuove pallottole Beretta con punta in titanio (anche se forse l’argento in questo caso sarebbe più adatto) e doppia carica esplosiva.

Il Farino ha saputo con il tempo guadagnarsi sul campo la fama di insoffribile vicino, riuscendo a farsi odiare non solo dai diversi condomini ma anche dalla sua stessa famiglia.

Come ci sia riuscito è presto detto: il Farino vive in un mondo parallelo in cui tutto ciò che accade viene interpretato come attacco personale alla sua persona e dignità, e per questo diviene meritevole dell’unica forma di comunicazione da lui conosciuta, ossia la denuncia.

Non esiste atto, atteggiamento, movimento che il Buon Antonio non abbia analizzato e elevato a rango di “grave offesa”, non esiste persona nel palazzo che in un modo o nell’altro non abbia avuto a che fare con questa sua paranoia delirante.

Assorto nelle mie riflessioni giungo davanti la casa incriminata.

Mi slaccio cintura e jeans e rimango con i boxer alle ginocchia e mani sui fianchi. La posizione “Mussolini al bagno” è sempre stata una delle mie favorite, adottata alla fine di una lunga selezione che nel tempo mi ha portato a sperimentare anche la “Zorro che combatte”, “Fiamma di Megalopoli”, “Il vortice ipnotizzante” tutte con pessimi risultati, soprattutto per tende e pavimento di Bianca.

In una serata come questa è probabile che io sia il primo a omaggiare i Farino in questo modo, è durante i week end che si forma quasi una fila, tanto che in più di un’occasione si è pensato di creare una sorta di lista di attesa o di distribuire i biglietti numerati, come nei supermercati.

Mi guardo intorno mentre la mia calda pipì comincia a bagnare la porta del vicino, mi immagino al balcone di Piazza Venezia mentre arringo migliaia di persone convincendole che uccidere e morire per la Patria è non solo intelligente ma anche onorevole.

Lo spavento che desta in me la porta che si apre non è tale da bloccare le mie funzioni corporali.

“Cosa stai facendo?” mi domanda Gian Antonio di cui riesco a intravedere solo un occhio che mi osserva da dietro la porta.

“Piscio”.

“Potresti smettere? …questa sarebbe casa mia”.

“Tecnicamente non sono certo che il tuo stuoino sia casa tua”.

“Tecnicamente stai mirando verso di me, la tua urina sta entrando in casa mia attraverso lo spazio che si è creato una volta che io ho aperto la porta.”

“Mi hai fregato, ti sto pisciando in casa, lo ammetto.”

“Perché?” domanda

Mi rivesto lentamente, stanchezza e alcool di certo non mi aiutano.

Assumo nuovamente la postura e l’espressione Dylan, fumo con piacere una mia “non sigaretta”, guardo pensieroso il vuoto.

“Scusa? Ehi!”

Le parole del Farino interrompono la magia.

“Ti ho chiesto di spiegarmi il per quale strano motivo tu mi stai pisciando in casa”.

Gli rido in faccia, bel coraggio, penso tra me e me.

“Ti dice niente il nome Asia?”.

Colpisco nel segno, mi fa cenno di aspettare e mi chiude la porta in faccia, il botto deve aver svegliato sicuramente qualcuno, rifletto.

Compare nuovamente dopo alcuni minuti, questa volta apre del tutto la porta, indossa un pigiama verde a quadri grandi, mi ricorda Sbirulino.

Ai piedi veste delle buffe calze da notte, non capisco se vi siano stampati cagnolini o rane.

In mano ha un grosso libro dove assorto sta controllando qualcosa; lo spavento avvicinandomi a lui di scatto, istintivamente fa un passo indietro e il suo piede finisce inevitabilmente nella piccola pozza di pipì creatasi vicino alla porta.

“È inaudito!” grida “ti denuncio”.

Scoppio a ridere di gusto, mentre lui rimane in equilibrio su di un solo piede e ricomincia a controllare il libro.

“Qui a me risultano 2 Asia: ho denunciato una signora Asia Alberti nel 1986 perché è “arrivata prima di me in un parcheggio, si è rifiutata con atteggiamento supponente di cedermi il posto nonostante io le avessi spiegato che a me era più utile che a lei”.

“Interessante” intervengo “lei arriva prima di te, non ti cede il parcheggio e tu la denunci”.

“Ovviamente” risponde impettito.

“Sì sì, ovviamente” ribatto “la seconda Asia?”.

“Allora, questa è ancora in corso, ho denunciato l’Asia perché ci manda troppi cinesi”.

“E a te cosa te ne frega se ci sono i cinesi?”

“Sono troppi, è inaudito, inoltre è evidente che la loro presenza sia una manovra orchestrata dal Vaticano per tentare di convertirmi”.

“Non ti seguo”

“Ascoltami bene, tutto è molto chiaro: di che colore siamo noi italiani?”

“Bianchi”

“Geniale, e di che colore sono loro?”

“Gialli?”

“Perfetto, tu dovevi essere il primo della classe”.

“In realtà no, c’era Giovanni più bravo, ma ora si è fatto prete” rispondo.

“VEDI!! Tutto torna! Allora i colori del Vaticano non sono per caso Bianco e Giallo?”

“Effettivamente..”

“E’ quindi ovvio che questo sia un gigantesca azione di conversione di massa perpetrata anche attraverso la diffusione di un messaggio subliminale di dimensioni colossali, messo in piedi dal Vaticano – e guarda caso oggi scopriamo che un tuo amico è prete – contro chi come me non è credente e ha denunciato Dio”.

“Hai denunciato Dio?”

Ricomincia a scartabellare nel suo libro.

“Sì, per rumori molesti…i tuoni, non mi fanno dormire”.

“Come è finita?”

“Se ne sta occupando il mio avvocato, dice che c’è qualche problema nell’incontrare la controparte”.

“Ciancio alle bande” ricomincio io, “io mi riferivo ad Asia, la ragazza…no, scusa,…la bambola che mi hai mandato a casa per farmi impazzire”.

Gian Antonio mi guarda ora esterrefatto, piega la testa da un lato, si gratta per qualche secondo il mento.

“Una bambola?”

“CERTO UNA BAMBOLA” grido “una bambola perfetta di cui io mi sono sbarazzato prima di potermene innamorare, una bambola della bellezza di un angelo che tu hai creato o commissionato a qualcuno per…perché mi odi, o perché volevi burlarti di me..qualcosa del genere”.

Il Farino accenna un sorriso, rientra in casa e torna dopo poco con sua moglie per mano: “Francesca questa poi la devi sentire. Questo screanzato si è permesso prima di tutto di pisciare sul nostro stuoino”

“Lo fanno tutti Antò” risponde lei.

“Lasciami finire, mi ha pisciato in casa e poi mi ha accusato di avergli inviato una bambola gonfiabile per farlo innamorare” e così dicendo scoppia a ridere.

Il mio pugno lo raggiunge direttamente sulla bocca, cade all’indietro e travolge la moglie. I due cominciano a gridare e nel giro di pochi secondo siamo circondati da molti curiosi del pianerottolo e dei piani sottostanti.

“Asia non è una bambola gonfiabile” gli dico fissandolo con odio “è una bambola di porcellana, così bella e perfetta che solo una mano ispirata da Dio avrebbe potuto crearla così”.

“Dubito che tale perfezione possa arrivare da un verme come questo allora” dice Flavia, che nel mentre si è fatta strada tra i presenti.

“Lei stia zitta!” grida il Farino “altrimenti la denuncio”.

“Mi hai già denunciato ebete” risponde lei “una volta perché giravo nuda, e la volta dopo perché non giravo nuda”.

“Mi avevi illuso” risponde lui.

“A me ha denunciato perché a suo dire rovino l’euritmia dell’edificio” interviene il nano da pochi istanti unitosi al gruppetto.

“La sua statura non è consona alla bellezza dello stabile” risponde.

Il Farino non si è ancora alzato da terra e il nano ha buon gioco a sferrargli un pugno sul naso.

“Se è per questo ha denunciato anche me” interviene la moglie.

Tutti rimangono in silenzio a fissarla: “Secondo quanto mi hanno riferito il fatto di girare per casa in ciabatte e gambaletto è un attentato alla sua salute psico-fisica”.

“Sei brutta che fai spavento” risponde lui pulendosi il sangue che scende dal suo naso con la manica del pigiama.

“Hai denunciato anche tua figlia, brutto stronzo!” continua Francesca “Perché a suo dire accarezzava più il cane che il padre”.

“Smettetela tutti” grida Gian Antonio alzandosi in piedi “Vi ho denunciati e continuerò a farlo, oggi mi avete picchiato, umiliato e diffamato, pensate di cavarvela con poco?”

“Tu” rivolgendosi a me “Mi hai pisciato in casa, diffamato, picchiato e con la mente mi hai dato pure del coglione”.

“Allora funziona!!” grido io con entusiasmo “Lo sapevo!” grido rivolgendomi a Flavia che mi abbraccia felice.

“Voi tutti, vi denuncerò per…manifestazione non autorizzata contro un pover’uomo”

“Tanto povero che a quanto ci risulta, ha fatto la cresta in più occasioni sui lavori che sono stati effettuati nell’edificio, tanto che è riuscito a non pagare un euro, ha rubato della corrispondenza a suo dire contenente sostanze nocive, ha installato parabole e trasmittenti illegali per ascoltarci e si acquatta in posizioni strategiche per fotografare sotto le gonne di chi sale le scale“ interviene Chantal del 4C, avvocato e mamma di professione.

Rimaniamo in silenzio a fissare l’uomo che ora comincia a balbettare.

“E’ un’infamia” esclama “una bugia che sarà denunciata alle autorità..”

“E che dire dell’appartamento che possiedi in via Giotto? Dicono tu abbia passato bei guai quando hanno scoperto che ci vivevano ammassati 8..o erano 10 extracomunitari? ”

“E’ una infamia!” la voce di Stefan giunge da un punto indefinito situato dietro il capannello di persone.

Si fa largo ridacchiando, ancora in preda all’alcool.

“Tu mi hai denunciato, figlio di puttana, perché non mi sono fatto toccare il culo da te” biascica.

“Mi aveva invitato ad un martedì gay! Cosa dovevo fare?” risponde Farino.

“Il martedì gay è per fare la spesa..stron..”

La parola si strozza in gola, Stefan sbarra gli occhi e si china verso lo stuoino.

Vomita tutto quello che non aveva lasciato in macchina.

L’odore si fa insopportabile, la gente torna ai propri appartamenti, aiuto Stefan a rialzarsi e me ne vado da Gian Antonio, Francesca e il loro stuoino lercio.

Cap 15 – L’addio

Le parole di Ioli rimbombano come campane impazzite all’interno della mia mente, scavano un buco profondo nel mio animo che si riempie di grida di dolore. Regredisco, sono d’improvviso un uomo di 36 anni e un bambino di qualche mese; sono privo di ragione ed esperienza, vivo di sensazioni estreme: fame, sete, gioia, dolore. Non c’è nulla a mitigare la mia pena, soffro intensamente, ed è il dolore puro, il punto zero della afflizione.

C’è però qualcosa che mi prende per i capelli e mi solleva dalle sabbie mobili della mia melanconia.

Per quanto paradossale possa sembrare, il messaggio di Simona mi impedisce di cadere nel baratro che Ioli si è prodigato di scavarmi davanti, e mi fornisce l’insperata forza di reagire, di passare al contrattacco, di lottare per qualcosa.

Esco senza salutare dall’ufficio, mi soffermo solo a fissare intensamente Mattia, se realmente Ioli lo assumerà, deve già sapere che con me avrà vita difficilissima.

Chiamo Stefan.

“Che stavi facendo” gli domando.

“Ero con una tipa” risponde con uno slancio inconsueto.

“Con quale porno?”

“No..davvero, sono con una figa che ho conosciuto l’altra sera e..”

“Stefan..”

“Ok, quello con Taylor Rain“.

“Guarda che è anche il mio preferito, vedi di non rovinarlo”

“No..figurati, non ci faccio niente” risponde.

“Comunque ora smetti, rivestiti, lavati, andiamo in guerra”.

“Bene! I maledetti francesi?”

“Con i francesi un’altra volta, oggi il nemico è Simona”.

“Chi è Simona?”, domanda sorpreso.

“La padrona di Baffino, mi ha scritto che torna stasera a riprendersi il criceto ed io non lo posso permettere”.

Stefan non risponde, è probabile che non abbia fermato il dvd e le immagini di Taylor alle prese con due giovani amanti lo stiano deconcentrando.

“Dimmi cosa vuoi che faccia” dice dopo alcuni secondi.

“Chiama Flavia e dille di raggiungerti a casa mia, chiedile di portare alcune sue foto, di comprare due piante. Cambia un po’ la disposizione dei mobili, ti raggiungo in 30 minuti, passo a comprare una gabbietta nuova per Baffino“.

“Chi è Flavia?

“La nudista, la mia vicina di casa!”

“Ahh lei, scusa ma mi hai detto che non si chiama Flavia”

“Già, non si chiama Flavia ma almeno per oggi sarà Flavia.”

“Perché coinvolgere anche lei?”

“Perché voi due dovrete presentarvi come i nuovi inquilini, Simona ci crederà e cercherà il mio criceto altrove. Stai sicuro che entro poco tempo, ancora drogata dai fumi dell’amore, se ne dimenticherà e a quel punto Baffino sarà mio”.

“Tutto chiaro? Te la senti?”

“Sì, ok..me la sento” risponde svogliatamente.

Arrivo a casa ed entrambi mi stanno aspettando seduti nel divano, Flavia deve aver fatto un po’ di pulizia perché tutto stranamente odora di buono. I cartoni di pizza sono stati raccolti e probabilmente buttati, mentre dalle pareti è stata fatta impunemente sparire la mia preziosissima collezione di calendari di Max.

“Dove sono i calendari?” Domando nervosamente senza salutare.

“Erano troppo caratteristici, se Simona è stata qui sicuramente li avrebbe riconosciuti” risponde Flavia.

La spiegazione non fa una piega ma ciò nonostante mi suscita una certa rabbia; l’idea che le loro dita sporche abbiano toccato la sacra immagine della Canalis mi rende pazzo.

“Dove li avete messi?”

“In camera, tranquillo” risponde Stefan “non ti preoccupare, me ne sono occupato personalmente”.

Sorrido nervosamente, la notizia non mi ha di certo tranquillizzato.

“Cosa hai in mente?” domanda Flavia.

“Stefan non ti ha detto nulla?”

“Non ha detto una parola…forse aveva altro da fare, magari guardare” il tono della voce si fa improvvisamente marcato e la ragazza con le braccia conserte si volge a guardare Stefan negli occhi.

“Sei nuda!” sbotta Stefan.

“E che significa, non ne hai mai viste altre?”

“Sì..chiaro, molte altre, però qui è diverso”.

“È diverso solo per una convenzione sociale, che differenza c’è a stare nudi in spiaggia o in casa propria? Sarei disposta a vestirmi solo se il mio comportamento fosse offensivo nei confronti di qualcuno”.

Sai ad esempio che a Barcellona la legge ti permette non solo di fare nudismo in spiaggia ma anche di camminare per le strade senza vestiti?”

“In fin dei conti, pensaci bene, se tu non provi vergogna, ma anzi ritieni del tutto naturale il tuo corpo, cosa ti impedisce di mostrarlo?”

Stefan ha smesso di ascoltarla probabilmente da qualche minuto rimanendo a fissarla come un automa.

“Mi stai ascoltando o ti sei nuovamente perso nelle mie tette?”

“Stefan?”

“STEFAN sveglia” grido io.

Si desta dalla sua trance e si guarda intorno spaesato.

“Cerca di spiegarmi bene come ti sei immaginato l’incontro” interviene Flavia togliendolo dalla situazione imbarazzante.

“E’ semplice, quando arriva Simona voi due le aprite e le fate capire che siete i nuovi inquilini.. Che te ne pare?”

“Tutto qui?” Risponde lei ” Un trasloco in una settimana? E poi perché non restituirle il topo? E’ suo in fin dei conti”

“Non potrei vivere senza Baffino”, le rispondo.

“Che discorso idiota, hai vissuto 36 anni senza Baffino, adesso lo tieni una settimana e sembra che senza di lui non possa vivere. Sembri un bambino piccolo a volte..”

“Mi vuoi aiutare o no?” Le chiedo nervosamente.

“Io ti aiuto, ma anche tu dovresti fare aiutare…da qualcuno di bravo però.

Scoppia a ridere di gusto, Stefan sembra apprezzare il ritmico ondeggiare dei suoi seni.

“Io mi nasconderò in cucina, in modo da poter ascoltare la vostra conversazione. Stefan, tu lascerai che a parlare sia Flavia e ti sistemerai tra l’ingresso e la sala, in modo tale che avrai sempre la possibilità di guardare verso di me se vi trovate in difficoltà.”

“Baffino starà con me in cucina.”

“E se dovesse cominciare a correre nella sua ruota?” Domanda Flavia prendendomi alla sprovvista.

“Potremmo strappargli le zampette” propone Stefan.

Ci rifletto per alcuni secondi ma poi scarto la possibilità per la difficoltà poi di incontrare un buon chirurgo capace di attaccargliele nuovamente.

“Perché non stacchi semplicemente la ruota?” rilancia la ragazza.

La sua proposta sembra ragionevole anche se suona un po’ crudele nei confronti della bestiolina, privata per almeno 1 ora del suo gioco preferito.

“Scusatemi, e come potrai comunicare con noi?” domanda Flavia.

“Con la telepatia”.

“Stefan, a che livello di corso di Okuto sei arrivato?”

“Terzo”

“Come sei messo con la telepatia?”

“Normalmente bene…se ci sono molti cellulari accesi…mi confondo” mi risponde.

“Ok, basterà solo spegnere i telefonini quando Simona arriva”.

Flavia scoppia nuovamente a ridere, questa volta si acciuga le lacrime con il dorso della mano.

“Voi due siete due pazzi, sono proprio curiosa di vedere come andrà a finire. Dimmi solo una cosa, a che ora dovrebbe arrivare?”

“Tra 20 minuti.”

Simona si presenta con circa 10 minuti di ritardo, suona il campanello nel modo in cui lo farebbe una madre snaturata che abbandona i propri figli.

Baffino sembra percepire l’arrivo della sua padrona perché si pone sull’attenti guardando in direzione della porta.

Flavia apre la porta e lo shock per Simona deve essere forte.

La mia vicina è la prima a parlare.

“Posso aiutarti?”

“Sì..credo di sì…sono venuta a riprendermi il mio criceto”

“Qui non c’è nessun Baffino” risponde Stefan.

“Coglione” gli dico telepaticamente “taci!”.

Il mio messaggio non sembra arrivare perché Stefan parla nuovamente.

“Come vedi questo non è l’appartamento che hai visto l’ultima volta, non ci sono i calendari e nemmeno i mobili sono disposti come quando sei stata qui”.

“Questa adesso è casa mia, io vivo qui con lei che è la mia fidanzata nudista” e così facendo abbraccia Flavia approfittando in maniera fin troppo evidente del suo seno nudo.

Flavia si divincola e gli stampa una bella sberla sul viso.

Sento Simona ridere di gusto e domandare a Stefan: “Interessante…dimmi solo 2 cose, come sai che io sono stata qui, e che il mio criceto si chiama Baffino?”

“Perché leggi nel pensiero” gli grido con la mia forza telepatica, ma probabilmente il telefonino di Simona sta facendo interferenza.

“E visto che ci siamo” continua Simona “Come si chiama la tua ragazza e perché è nuda?”

“Si chiama..cioè in teoria Flavia, però mi hanno detto che questo non può essere il suo vero nome, quindi ne ha un altro che mi comunicheranno, e rimane nuda…perché è una porca”.

“Eh no! Questo no!” sbotta Flavia e per la seconda volta una sua sberla riecheggia per la stanza.

Stefan sentendosi accerchiato, crolla miseramente.

“Ok..è vero, non è la mia ragazza, io non volevo nemmeno fare questa cosa”. “Mi hanno obbligato, io Baffino lo odio, voglio che se ne vada da questa casa perché da quando c’è lui, io praticamente non esisto”.

Decido di intervenire prima che sia troppo tardi. Mi trascino lentamente fino alla porta e sorrido tristemente a Simona.

“Finalmente”, mi dice, “si può sapere che succede qui?”

Improvviso: “Baffino è morto, non sapevo come dirtelo e mi sono inventato tutto”.

Flavia a stento trattiene una risata, Stefan volge stupito lo sguardo verso di me.

“Quando è morto?” mi domanda con un tono che non nasconde la gioia sottesa alla sorpresa.

“Non è morto ebete, è una bugia per farla desistere” gli dico mentalmente.

Lo stupore nel viso di Simona si trattiene per un secondo solo, poi un sorriso furbo si fa largo e rivolgendosi a Stefan dice: “Certo che se fosse davvero morto, dovrei denunciare te e TUTTI coloro che ti hanno aiutato in questi giorni in quanto complici per OMICIDIO di minore…carcere per almeno 5 anni”.

Ora Stefan è una maschera di paura, lo vedo inginocchiarsi davanti a Simona: “Pietà, non lo sapevo, perdonami, fino a 5 minuti fa Baffino era vivo e vegeto, adesso scopro che era morto da ieri…io non voglio aver niente a che fare con un criceto zombi e tanto meno con la polizia” singhiozza.

Chiude gli occhi e indicandomi con l’indice destro continua: “è stata una sua idea, lui ci ha chiamati e ci ha fatto nascondere i porno e riordinare casa. È un malvagio, diglielo alla polizia, ricorda loro che mi sta trattando come una donna oggetto, che tira le caccole alle persone, paga in ritardo le bollette e alla tradizionale orgia di ferragosto che organizza per il suo ufficio, non vengo mai invitato” e così dicendo abbraccia Flavia rimanendo con il suo viso appoggiato al pube della ragazza.

Flavia si divincola con destrezza e pianta un pugno sul naso a Stefan che inizia a imprecare in un idioma che immagino sia tedesco.

“Ci fate il favore di lasciarci soli?”, domanda Simona a Flavia e Stefan, “credo che io e il “fenomeno” qui davanti dobbiamo fare una bella chiacchierata”.

Simona mi sta fissando seriamente, Flavia e Stefan se ne sono andati da circa 10 minuti e la gabbia di Baffino fa bella mostra sul tavolo della sala.

“Adesso mi spieghi bene cosa ti è preso”.

“Non voglio ridarti Baffino” le rispondo. Non ho coraggio di guardarla negli occhi, giochicchio con il mio telefono per abbassare un po’ la tensione.

“Sai benissimo che Baffino è mio, me lo hai gentilmente tenuto per 1 settimana, ma gli accordi erano chiari, una volta tornata dalle ferie sarei passata a riprendermelo”.

“Non posso vivere senza di lui, ha dato un senso alle mie giornate”.

“Ne sono lieta” risponde “ma siamo tra adulti, c’erano degli accordi, devi rispettarli”.

“Senza Baffino potrei morire”.

“Che esagerato che sei! Hai vissuto 36 anni senza B…”

“Sì sì, me lo hanno già detto..senza Baffino e sei sopravvissuto bla bla bla.. ”

“Esatto..e non fare il bambino. Ma scusa, ma perché non te ne compri uno?”

“Non posso..ho la MCI”

“E che sarebbe, di grazia?”

“MCI = mancanza cronica di iniziativa

La mancanza cronica di iniziativa è una malattia molto grave, magari non come la pertosse o gli orecchioni, ma è molto pericolosa.”

Recito la filastrocca tutta d’un fiato e rimango a fissarla.

“E questa poi? Da dove salta fuori?”

“Me la sono auto diagnosticata”.

“Appunto, come volevasi dimostrare! Tu ti crei una malattia immaginaria e attraverso questa interpreti le cose che ti circondano. Non solo questo, se non che questa ‘malattia’ diventa un’entità vera e propria, tanto che le tue azioni soggiaciono ad essa. Cerca di capire la differenza: se io ti dico: sono affabile, gentile ed educata ed essendo nata il 16 febbraio sono del segno dell’acquario è diverso rispetto a “ sono affabile, gentile ed educata in quanto nata sotto il segno dell’acquario”

“Hai preso una categoria puramente descrittiva e da te inventata come “MCI”, dentro la quale ci metti tutte le tue debolezze e paure, e la hai fatta divenire la causa di tutti i tuoi mali e la giustificazione dei tuoi fallimenti”.

“Invece di dire: non ho voglia di fare, ho 36 anni ma mi comporto come un bambino, sono un debole, mi circondo di folli e galleggio nel mare della  mia vita, e, giusto per sfizio, decido di chiamare tutta questa serie di atteggiamenti e comportamenti MCI, tu dici HO LA MCI e per questo non ho voglia di fare, mi comporto come un bambino, sono un debole, mi circondo di folli e galleggio nel mare della mia vita.”

Sento che le parole di Simona hanno un senso, ma non riesco a coglierlo del tutto.

Farfuglio qualcosa sulla MCI ma l’unica cosa che voglio è che se ne vadano da casa mia, rimanere solo, nel mio buio.

Mi alzo e vado ad aprire la porta.

Sorrido a Baffino prima di chiudere la porta, probabilmente sarà l’ultima volta nella mia vita che lo vedrò.

Cap 12 – La cassiera

La prima regola del supermercato recita: “Un uomo che gironzola in solitudine per i corridoi di un esercizio commerciale adibito alla vendita di generi alimentari, con un carrello pieno di “4 salti in padella”, è un single a caccia di mamme e/o donne infelici”.

La seconda regola dice che “2 uomini al supermercato sono una coppia gay: le mamme e /o le donne infelici guarderanno il belloccio dei due pensando:

Il lunedì e il mercoledì sono rispettivamente la mia giornata gay e single, in realtà il primo giorno della settimana potrebbe definirsi anche dello “sperpero inusitato di ingenti quantitativi di denaro” dal momento che cerco di comprare tutto ciò che di superfluo esiste per indurre (con ovvio successo), Stefan a fare lo stesso.

Il mercoledì generalmente mi vedo costretto quindi a tornare una seconda volta al supermercato per rifornirmi di cose realmente utili quali cibo e bevande.

Intuisco che anche Stefan abbia un suo giorno da single, almeno che il suo fisico non si sia adattato nel tempo a nutrirsi di creme depilatorie, assorbenti interni, mascara e profumatissime buste colorate.

La terza regola, applicabile però a qualsiasi tipo di esercizio commerciale, è quella di comprare sempre e comunque dei profilattici in presenza di donne piacenti, ti farà sembrare ai loro occhi un novello stallone, e passerai improvvisamente dalla categoria “uomo che in maniera insulsa mi sta guardando le tette” a quella di “wow..questo ha anche una vita sessuale a dispetto della sua apparenza che molto mi ricorda un uomo che in maniera insulsa mi sta guardando le tette”.

Non ho ancora pensato ad una regola 4 ma conto di arrivare almeno fino alla 100 prima di proporre ad un editore famoso il mio “Come sopravvivere e trarre vantaggi di tipo sessuale da un super o ipermercato nell’anno 2010”.

La mia amicizia con Simona, la cassiera del Super di via degli Olmi, è una evidente conseguenza della regola numero 3.

“Compri molti profilattici” mi ha detto un giorno, “2 scatole a settimana, scusami se sono sfacciata ma..wow, beato te”.

“In effetti ho fatto l’amore con moltissime donne, alcune delle quali si possono annoverare tra le più belle del pianeta” le ho risposto.

“A dire il vero mentre io facevo l’amore con loro, loro probabilmente erano con i rispettivi partner” ho continuato “ ho una lista aggiornata con tutte le mie avventure: la volta che Megan Fox si è trasferita nell’appartamento della vicina nudista e ne ha interiorizzato le abitudini, la volta che Paz Vega mi ha abbordato in spiaggia supplicandomi di spalmarle la crema, la volta che la Rita Levi Montalcini mi ha sculacciato forte, come punizione al fatto di aver copiato un compito in classe”.

“Ti è successo tutto questo?” mi ha domandato dubbiosa.

“Vale la fantasia?”.

“No che non vale, troppo semplice così, anch’io allora lo ho fatto con Brad Pitt”.

“Le tue frequentazioni ti fanno onore” ho ribattuto.

“Dai dimmi perché compri tanti profilattici allora”.

“In realtà non vorrei svelarti troppo di me al primo appuntamento, ma ho deciso che farò un’eccezione: ostentare una vita sessuale ha un buon ascendente sulle donne, in passato mostravo loro alcuni video registrati con delle partner occasionali, ma ho rimediato qualche ceffone di troppo, quindi ho deciso di optare per l’acquisto smodato di palloncini sessuali.

Rimane in silenzio per due secondi fissandomi intensamente con due occhi azzurri che sembrano gocce di colore cadute dal cielo.

“Deve essere divertente uscire con te”.

Vorrei tu mi amassi per quello che sono, non per il mio corpo” le dico, è una frase che avrei voluto usare per le selezioni del Grande Fratello ma mi vedo costretto ad usarla ora.

“Farò il possibile” mi risponde “io sono Simona” dice porgendomi la mano.

Gliela stringo con forza nella speranza che da questo possa dedurre ancor più cose sul mio vigore sessuale, ma la cosa sembra non interessarle.

“Potremmo bere qualcosa insieme” mi dice lei mentre la gente spazientita in fila comincia a rumoreggiare.

In realtà ho la MCI, le ragazze sono spaventate da questo e tendono ad evitarmi”.

“Se è per questo stai parlando con una persona che ha milioni di fobie assurde!”

“Attendo con ansia” le rispondo

“Vediamo…per esempio…mi affaccio volentieri al balcone, anche fosse il trentesimo piano, ma ho paura di salire in piedi su una sedia o di scendere le scale senza una ringhiera; ho paura di inghiottire le pastiglie per la possibilità di rimanerne strozzata; ho il terrore di camminare nell’erba alta perché esseri misteriosi e diabolici potrebbero nascondersi al suo interno, non manca la fobia dei rettili ma solo quelli che non hanno zampe, ho la fobia dei ragni, sono anche un filo ipocondriaca e se quando torno a casa non c’è nessuno, prima di chiudermici dentro faccio il giro di tutte le stanze e sgabuzzino e guardo dietro le tende.

Dimenticavo…..adoro il mare ma ho paura delle rocce che si vedono sul fondale.

“Queste sono alcune..continuo?”

“Potrei presentarti un buon esorcista”

“Ah, dimenticavo, e ho anche un criceto comunista di nome Baffino che ritengo sia l’incarnazione di Vladimir Ilyich Lenin” e così dicendo mi fa notare una gabbietta celata sotto la cassa.

“Come sai che è l’incarnazione di Lenin?” le domando.

“L’unico modo di farlo addormentare è fargli ascoltare le parole di Veltroni ”.

“Sono narcotiche, capita a tutti”

“Non sopporta Berlusconi”.

“Quello capita a molti”

“Se gli canto Bandiera Rossa gonfia d’orgoglio il petto e si commuove”

“Questo è già più significativo” rispondo.

“I criceti sono carini” le dico “sai che sto stranamente sviluppando una certa avversione nei confronti di pecore, cavalli e bambi?”.

“Cerbiatti?”

“No, bambi”.

“Perché? I cavalli sono animali belli ed intelligenti e i bambi sono dolci”

“In realtà è una cosa che ho notato solo ultimamente, prima mi piacevano, adesso piuttosto vorrei un mulo albino da portare al guinzaglio al parco per rimorchiarci le ragazze.

“Ne andrebbero matte” ribatte.

“Ci vediamo sabato? Che te ne pare?” dico io interrompendola

“Sono in ferie da venerdì” risponde “me ne vado a Padova dal mio ragazzo, probabilmente a terminare la “relazione agonia” che ci portiamo avanti da 4 anni”

“Potresti lasciarmi Baffino” le dico “ormai siamo amici e così saresti obbligata a passare da me per riprendertelo”

“Una sorta di ricatto” dice ridendo “ tu sì che ci sai fare con le donne”

La sua affermazione mi offende ma decido di vendicarmi in un secondo momento, le sorrido.

Scrive il suo numero in un foglietto di carta che mi porge sorridendo: “Baffino è come mio figlio, non saprei a chi lasciarlo e quindi la tua proposta mi ha davvero salvata, sono in debito”.

Potresti lasciare che ti tocchi una tetta” le dico seriamente.

“Non fare il cretino e non fare in modo che io mi penta” risponde “chiamami stasera che organizziamo il trasloco”.

La saluto un attimo prima di vedere la signora che seguiva in fila dare in escandescenza, vado a casa a fare un po’ di ordine, tra pochi giorni avrò visite.

Cap 10 – Il soldato Stefan

Dicono che ciascun essere che viene al mondo sia un piccolo ingranaggio di un meccanismo perfetto creato da Dio; ogni vita ha un obiettivo ed è in funzione di questo che si sviluppano e intersecano gli eventi dell’esistenza.

Ammesso e non concesso che questo sia vero, ne deduco che la funzione prima ed unica di Stefan sia quella di rappresentare il mio gioco, il mio svago, il mio blob plasmabile.

Stefan, nella mente dei genitori nato Stefano ma rimasto monco dalla nascita per via di una penna capricciosa ed un funzionario dell’anagrafe troppo puntiglioso, si è trasferito nel mio condominio dopo aver deciso di dedicare la sua vita al culto della mia persona.

Lo ho conosciuto circa 4 anni fa nel corso di una festa alla quale avevo inizialmente deciso di non partecipare, ma dove alla fine mi ero trascinato alla ricerca di un po’ di sesso senza troppe complicazioni.

Ricordo di averlo notato solo per via della splendida moretta che stava disperatamente cercando di rimorchiare e che poi sarebbe diventata per alcuni mesi, la mia compagna di intense nottate di sesso.

Mi ero presentato spontaneamente proprio a lui per ottenere in un solo colpo di disinnescare le sue difese di “uomo geloso” e far incuriosire la bella ragazza, abituata da sempre a mantenersi al centro dell’attenzione, ma per una volta inspiegabilmente snobbata da un uomo.

Probabilmente primo ed unico caso al mondo di “doppio rimorchio”, avevo chiuso il mio approccio con il numero di telefono di lei (che avrei richiamato dopo poche ore per finire la serata a casa sua), e cellulare di lui, affascinato a tal punto dalla mia persona da dirsi quasi subito disposto a seguirmi in capo al mondo.

Cominciò a chiamarmi dalla mattina seguente quando ancora addormentato, respiravo il profumo di una donna che si era spogliata per me.

“Ciao! Sono Stefan! Come è andata con Loredana ieri notte?” mi aveva domandato.

Preso dalla stanchezza ed i postumi di una sbronza di vodka avevo farfugliato un “vaffanculo” convinto fosse più che sufficiente a tagliare i ponti tra me e lui.

Niente di più falso.

Nei giorni successivi Stefan si sarebbe manifestato per quello che realmente è: una macchina creata con la funzione di servire, una geisha uomo, il soldato perfetto che sposa acriticamente una causa solo perché glielo hanno ordinato e per quella è disposto a compiere qualsiasi nefandezza, prima tra tutte morire.

Alla fine Stefan mi ha preso per sfinimento, si è collocato al mio lato come un novello Sancho Panza e da allora non ha più smesso di seguirmi ed obbedirmi, ridendo quando io rido, piangendo quando sono triste, idolatrandomi quasi fossi una divinità pagana, scesa sulla terra di nascosto da Dio per sollazzarsi tra i vizi e le debolezze dei comuni mortali.

Con il tempo l’iniziale curiosità nei confronti di questa nuova evoluzione del fantozzismo più servile si è tramutata in violenta repulsione per poi divenire indifferenza ed ora, tenera simpatia.

A distanza di quasi 4 anni posso dire che Stefan sia diventato un “quasi amico”, ancora distante dallo status di amico per via della sostanziale mancanza di stima che nutro nei suoi confronti, ma comunque una persona che sono solito frequentare, vuoi perché vicino di casa sempre provvisto di scorte di Ferrero Rocher, vuoi perché a volte è importante per la propria autostima rendersi conto di conservare il potere di influenzare gli altri.

“Che squadra di calcio tifi Stefan?” gli ho domandato una sera. “Realmente il calcio non mi interessa” mi ha risposto.

“Come non ti piace il calcio, che italiano sei scusa? Io tifo Milan”.

Due giorni dopo stavamo già guardando una partita e lui, novello ultras, indossava con orgoglio la sua nuova maglietta rossonera recante la scritta Pato sulla schiena.

Altro giorno, nuova trappola: “Che cosa incredibile ieri Stefan, sono andato in un bar, un tipo mi fissava, sono andato da lui a chiedergli che cazzo voleva. lo stronzo ha osato rispondermi ed ho dovuto spaccargli la bocca”.

Lui balzando in piedi come spinto da una molla: “Grandissimo!!! sei una furia!”

Dopo nemmeno 3 giorni, con gli evidenti segni di una rissa finita molto male, mi stava raccontando di come avesse dovuto litigare con un tipo reo di fissarlo troppo in un bar.

Pura emulazione, cieca e disinteressata obbedienza.

Stefan è diventato il mio gioco e passatempo, il braccio di una mente dispettosa che ama vedere come l’incoscienza possa creare scompiglio tra le persone.

Così spinto dalle mie parole, nel tempo ha sciato nudo, ha fatto a botte con pugili, ha corteggiato una ottantenne, si è tatuato sul petto parte del menù della pizzeria vicino casa per avere sempre sotto controllo il costo della sua 4 stagioni.

Ci sono momenti in cui però le cose cambiano, attimi di lucidità o forse di obnubilamento di ragione in cui la figura del mio Sancho Panza perde i suoi confini e profili di puro svago.

Capita quando ascolto una canzone che un giorno un poeta di nome Fabrizio scrisse:  le parole, la musica sortiscono su di me un effetto strano, sono come la crudele sveglia che ti strappa dal limbo dei sogni mattutini e ti restituisce alla tua vera vita fatta di consapevolezza e ragione.

Stefan da gioco diviene persona, da divertimento si tramuta in sentimenti e speranze che giornalmente si infrangono su di me come l’onda di burrasca che incontra la sua morte nella grigia scogliera.

In quei momenti penso se ancora la situazione che si è creata tra di noi mi diverta, se ne valga la pena, quale sia davvero lo scopo della sua e della mia vita.

Per 3 minuti mi sento vuoto e provo pena per lui, capisco che entrambi siamo ancora alla ricerca di una strada e che questa strada darà un senso alle nostre vite.

Quando la canzone finisce ed un respiro profondo ha cacciato la malinconia, lo chiamo perché l’idea di mandarlo a scavare delle buche nel pavimento della casa dei miei in cerca di documenti che provino che mia sorella è stata adottata, mi sembra davvero geniale.

Cap 9 – Arnold

La notizia della morte di Arnold giunge come un fulmine a ciel sereno e mi getta in uno stato di profondo sconforto. L’evento è di tal magnitudo che almeno due punti fermi della mia vita, sui quali si basavano molte delle mie aspettative future, vengono messi in discussione:
Dal fidato TG1 apprendo nell’ordine che:
  1. il piccolo Arnold era in realtà un signore di circa 42 anni;
  2. non viveva più con il Signor Drummond da molto tempo;
  3. nonostante il padre facoltoso, Arnold  aveva abbandonato precocemente gli  studi e si era ridotto a lavorare come guardia giurata per sbarcare il lunario;
  4. è più importante tutelare la privacy dei cittadini che arrestare i mafiosi e i delinquenti (credo fosse la notizia successiva a quella della morte del mio eroe).
Profondamente affranto, decido di scrivere una accorata lettera di condoglianze ai congiunti del defunto.
Rifletto per un attimo sull’idioma da utilizzare per redigere la missiva e alla fine opto per l’italiano,  mi conforta il fatto che in anni di programmazione non ho mai sentito alcun membro della famiglia commettere errori di sintassi o di pronuncia.
Ho appreso dalla televisione della tragica scomparsa del nostro amato Arnold. Anche se mai abbiamo avuto modo di conoscerci volevo porgervi  le mie più sincere condoglianze.
Tutti voi (anche se, in effetti, della signora domestica fatico a ricordare il nome) siete stati per me  dei preziosi consiglieri di vita.
Dovete sapere che per molti della mia generazione  la televisione ha rappresentato un degno surrogato dell’affetto famigliare.
Mentre mia madre Bianca era impegnata a svilire e troncare sul nascere tutte le mie iniziative, e mio padre Ioli lavorava come un negro (scusi! È un nostro modo di dire),  è solo incamerando sapere dal tubo catodico che ho imparato a vivere.
Da “Bo and Luke” ho appreso a guidare , dall’”A-Team” come si risolvono i problemi,  guardando “Happy Days” ho capito che i bulli in giacca di pelle rimorchiano un botto e hanno sempre ragione, dai “Visitors” e “Megaloman” che gli alieni esistono e che gli stessi possono essere sconfitti qualora  qualcuno si faccia crescere i capelli e pronunci le fatidiche parole “Fiamma di Megalopoli”.
Le vostre storie, a volte commoventi,  a volte ricche di humor, mi hanno aiutato a crescere come uomo e come persona. Arnold per me era il fratello che non ho mai avuto (mentre ho una sorella probabilmente adottata che, secondo la mia ricostruzione,  è ci è stata fornita in omaggio dopo che mamma aveva comprato 2 confezioni da 1 Kg di arachidi), era il figlio di colore che Ioli mai avrebbe accolto in casa.
Ho passato intere giornate fantasticando su come avrebbe potuto essere la mia famiglia con un “Arnold in più”: ho riso  immaginandoci tutti insieme vicino al camino con il mio fratellino intento a redarguire mio padre con il suo famoso  “Che cavolo stai dicendo Ioli”, ho ricreato nella mia mente dotte disquisizioni sul paradosso insito in una famiglia ove ad un figlio nero si contrappone una madre di nome Bianca.
Lasciatemi anche aggiungere che le vostre vicissitudini  mi hanno aiutato  nel difficile passaggio dalla infanzia  alla adolescenza, giungendo a rappresentare con il tempo, un punto quasi inamovibile nella galassia delle mie fantasia sessuali più turpi e peccaminose.
Mia dolce Kimberly, mi rivolgo a te come una zia potrebbe parlare alla figlia di un giornalaio, se oggi sono una persona dalla sessualità quasi mai deviata è anche grazie alle conturbanti orge che hai consumato nella mia testa con i 2 tuoi fratelli di colore all’insaputa del povero Sig Drummond.
Voglio salutarvi così, con questa immagine di profonda accettazione e rispetto interculturale,  nella speranza che le mie umili parole siano testimonianza dell’affetto e della stima nei confronti dello splendido e indimenticabile Arnold.

Quando sono sul punto di profumare la mia lettera con alcune gocce di Chanel Nr 5 un dubbio mi assale:  “Siamo davvero certi che tutti loro sapessero di essere ripresi?” “E se si fosse trattato invece di una sorta di Truman Show registrato all’insaputa dell’intera famiglia?”
L’insicurezza mi assale e l’idea di comunicare al provato signor Drummond una verità potenzialmente devastante, soprattutto in un momento di evidente difficoltà emotiva, mi obbliga a stracciare la missiva. In un atto di squisito e sublime simbolismo  scelgo di recarmi quindi  dal vicino Nano per porge a lui – e contemporaneamente a tutti i nani della terra – le mie condoglianze.
Busso con insistenza per almeno 15 secondi prima di udire la sua voce proveniente dall’interno: “Chi è?” domanda.
“Apri, ti debbo parlare” gli rispondo.
Dopo un attimo di silenzio risponde: “Hai intenzione di spararmi questa volta o ti limiterai solamente ad investirmi?”
“Pensavo stessi giocando” rispondo “dai aprimi, c’è una cosa importante che ti debbo dire”.
“Ti rendi conto che mi hai segnalato come possibile terrorista? Rincara la dose.
“Non sapevo che stessi facendo nel tuo garage” rispondo “e comunque davvero, aprimi, non mi piace parlare con una porta”.
“Rimani fuori sino a quando decido io” ribatte “avresti potuto domandarmelo che ci facevo in garage, te lo avrei detto senza problemi”.
“Non volevo disturbarti” rispondo “ e poi con voi terroristi non si da mai”.
Apre la porta di scatto, con una velocità inaspettata mi calcia due volte lo stinco destro e rimane a fissarmi.
Il dolore è molto forte e per un attimo ne sono accecato, cerco di afferrarlo per i capelli ma indietreggia rapidamente schivando il mio attacco.
Non lo vedo partire ma lo sento arrivare, mi colpisce altre due volte nello stinco  lasciandomi senza fiato.
“Ok” dice “questi te li dovevo, cosa vuoi da me?”
Faccio l’ultimo tentativo di raggiungerlo con un calcio ma il nano è davvero veloce, evita il mio colpo e mi sferra un pugno alle palle. Cado a terra dove ci rimango per almeno 4 minuti.
“Tu sei un pazzo” gli dico “ero qui per farti le mie condoglianze”
“Il pazzo in realtà sei tu” ribatte “perché primo non è morto nessuno che io conosca, e secondo mi hai fatto passare uno dei giorni più brutti della mia vita con la tua denuncia”
“E’ morto Arnold” gli grido in faccia “mi sembrava un bel gesto venire a farti le condoglianze…ma a quanto pare a te interessa solo la vendetta”.
Rimane per un minuto a fissarmi, nel mentre sono riuscito a mettermi seduto, il dolore gradualmente sta svanendo.
“Nel migliore dei casi sei la persona più strana che io abbia mai conosciuto” esordisce “nel peggiore sei da camicia di forza”.
Mi aiuta a rialzarmi e mi indica di seguirlo dentro casa. Mi fa accomodare su di un divano bianco che io provvedo immediatamente a sporcare con le mie All Star sudice in sprezzante gesto di sfida e vendetta.
“E’ un divano lavabile, coglione” mi dice ferendo profondamente il mio orgoglio.
“Ora spiegami perché a me dovrebbe importare qualcosa della morte di Arnold” dice poco dopo.
“Pensavo per te fosse importante, come dire..fosse uno di voi, magari un simbolo..ho pensato potesse farti piacere avere qualcuno vicino in questo momento” rispondo.
Mi fissa in silenzio.
“Quindi saltuariamente tu provi sentimenti e sei capace di gesti che si potrebbero definire…umani”.
La sua affermazione mi stupisce, percepisco una sorta di vicinanza tra di noi, decido di approfittarne: “Che ci fai in garage?”
“Leggo i miei Dylan Dog senza che mia moglie mi rompa” risponde.
“Sai leggere?” domando.
“Non fare il figlio di puttana” ribatte “mangio, dormo, respiro, leggo come fa qualsiasi altra persona”.
Coglie il mio sguardo perplesso e decide di rilanciare.
“Toccami le braccia” dice.
“Mi fai senso..potresti attaccarmi la nanite” rispondo d’istinto.
“La nanite non esiste idiota, toccami il braccio” insiste.
La sua risolutezza mi convince, con il mio dito indice tocco il suo grassoccio avambraccio.
“Sei diventato nano?” domanda.
Non rispondo.
“Aspettami qui” mi dice “ e non sporcarmi il divano”.
Mi tolgo una caccola dal naso e gliela spalmo in uno dei braccioli in segno di sfida.
Torna, ha in mano una busta, estrae quelle che all’apparenza sembrano delle lastre, me le porge.
“Queste me le hanno fatte dopo che mi hai investito” mi dice, “che ci vedi?”.
“Ossa…qui invece c’è un cranio” rispondo.
“Come ti sembrano?”
Capisco dove vuole arrivare, “ok..messaggio recepito” gli dico “è come dire che tu hai un corpo da bambino ma la testa di un adulto”.
“Finalmente! Esclama..è proprio così”.
Rileggo molti dei miei ultimi comportamenti sotto la lente di queste nuove considerazioni e sento un profondo senso di disagio salire in me.
“Sono stato proprio un coglione vero?” domando. Non lo lascio rispondere, lo afferro per le ascelle e me lo metto seduto sulle ginocchia.
“Ti prometto una cosa” continuo “d’ora in poi mi comporterò bene con te”.
Comincio a muovere su e giù le ginocchia ritmicamente, il nano che in un primo momento non capisce, d’improvviso sgrana gli occhi.
“Non sono né un bambino né un bambolotto..smettila di muovere le gambe che vomito”
Non presto attenzione a quanto mi dice, la mia voce è quella di una mamma che sta coccolando il suo bambino: “e ti comprerò tanti vestitini nuovi tutte le settimane, vero amore?”
Appoggio la mia bocca sulla pancia del nano e soffiando forte produco una tempesta di pernacchie.
“Smettila cretino!” mi intima.
Ormai sono entrato nel loop “Genitore modello”, “Picipicipicipici..pucipucipucipuci..hai fame amore? Vuoi la tettina?” e così dicendo alzo la maglia e forzo la testa del malcapitato verso il mio petto.
Il suo pugno diretto alla mia bocca ha il pregio di risvegliarmi.
“Mi hai fatto male cretino” gli dico.
“Volevi alimentarmi al tuo seno” risponde.
“Poteva essere il suggello alla nostra amicizia” ribatto.
“Senti…sei un pazzo ma un pazzo buono, dimentichiamo tutto quello che è successo, magari una volta usciremo a bere qualcosa, adesso però vattene a casa tua e lasciami stare”.
Mi alzo e mi dirigo verso la porta, sento che se me ne andassi così vivrei il resto della mia vita da vero sconfitto…ed io odio perdere.
“Ci vediamo” gli dico sulla soglia “e….ti ho spalmato una caccola sul divano”.
Mi giro giusto in tempo per evitare un suo calcio, saluto sorridendo il mio nuovo amico e me ne torno a casa.