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Cap 17 – La vendetta

Apro gli occhi ma è come se non gli avessi mai chiusi.

Per quel poco che ricordo, Flavia se ne è andata verso le 23; da quel momento in poi, tutto è confuso, pensieri, immagini, fantasie, si accavallano con parti di sogno, atomi di incubi che mi hanno accompagnato per tutta la notte.

Ho sognato di vivere con Asia e Baffino in uno splendido attico in Passeig de Gràcia, poi l’immagine cambiava e mi trovavo con Asia nella gabbietta di Baffino, ed io passavo ore a correre sulla ruota per cercare di dimagrire e piacerle sempre di più, ma lei non era più lei, non aveva più un volto, di quella splendida creatura che mi aveva scaldato il cuore rimaneva niente più che un freddo profilo.

Disteso sul mio Malm ragiono sulle cose da fare, sento una strana esigenza di sensazioni contrapposte, voglio adrenalina e calma, bianco e nero; non esiste la dicotomia nella mia mente, ma c’è una convergenza di linee parallele, che si intrecciano così fittamente sino a formare una maglia indistruttibile sulla quale fonderò la mia rinascita.

Ho bisogno di banalità, sento l’esigenza impellente di qualcuno che mi dica che in “estate c’è caldo ma che d’inverno si muore di freddo”, che “le stagioni ormai sono scomparse” e che “la prossima sarà l’estate più torrida degli ultimi 1000 anni”, che “per proteggerci dal sole dobbiamo bere, mangiare tanta frutta, evitare la pasta e fagioli e metterci la crema protettiva” e che “l’uomo più vecchio del mondo ha un nonno ubriacone di nome Giuliano che in gioventù ha vinto a briscola con Napoleone prima della famosa disfatta – o vittoria – di Waterloo”.

Voglio qualcuno che stupidamente applauda quando l’aereo atterra, che mi faccia vergognare di essere italiano non appena metto un piede fuori dai patri confini, che mi racconti che “lavorare in tv è davvero duro perché per i 700€ che ti danno per ciascuna delle 5 volte a settimana che vai in onda, sei costretta a provare i balletti ben 7 ore al giorno”, desidero qualcuno che cerchi di convincermi che “lui non è razzista ma che esistono “razze” come gli zingari che nascono geneticamente predisposte a rubare”, voglio disperatamente una persona che mi domandi “chi è l’ultimo della fila per poi cominciare con il pistolotto sul tempo, governo e i giovani d’oggi”.

Voglio tutto questo, desidero questo spaccato di banale umanità, per poter ricominciare ad odiare altri, e smettere di odiare me stesso per quello che ho fatto, per quello che ho detto, per tutto ciò che ho perduto.

Dal suo più arcaico anfratto, la mia mente ha già ricominciato a lavorare per salvaguardare la mia e la sua stessa esistenza, ho automaticamente adottato una modalità interpretativa della realtà che è anche una difesa, talmente potente e sofisticata da sembrare del tutto naturale.

Distorco il reale perché non sia più terrifico, perché io possa prendere rapidamente una decisione, che anche se sbagliata, mi porterà fuori dal buco in cui mi sono cacciato.

Così, banalmente, decido di spogliarmi una volta per tutte delle mie colpe e di cercare un colpevole, vittima e carnefice allo stesso tempo, su cui riversare la mia rabbia.

Smetto di incolparmi nel momento in cui capisco che è troppo pericoloso accusare me stesso per quanto accaduto, il colpevole deve per forza essere esterno, deve essere esistita una causa o una serie di situazioni che mi hanno portato a tutto questo.

Mi crogiolo per alcuni secondi nel senso di rassicurazione che tale materasso psicologico mi provoca, e comincio ardentemente a cercare una luce al mio buio.

Seduto sul letto scorro in rassegna quanto successo negli ultimi giorni, enumero lentamente con chi conosco e cosa posso imputare a ciascuno:

  • Bianca: in quanto madre, per quello che ci hanno sempre insegnato, è comunque colpevole. Ma per quanto mi sforzi di immaginare Bianca intenta a complottare contro di me e la mia vita con Asia e Baffino, tutto risulta vano. Mi ripropongo di provare nuovamente ad odiarla in un secondo momento, ipotizzo per non avermi permesso di farsi odiare in questa occasione.
  • “Quella che probabilmente è stata adottata”, ma a conti fatti a lei e alle sue sordide trame già imputo:
    • la fame nel mondo;
    • la comparsa di malattie quali malaria e la peste bubbonica;
    • il gomito del tennista;
    • i miei continui fastidi alla schiena;
    • il buco nell’azoto o nell’ozono;
    • il disastroso periodo del Milan in campionato e Champions;
    • la serie TV i Cesaroni;
    • le dichiarazioni di Capezzone.

Non credo di poterla accusare anche di questo, non subito almeno.

Fatto salvo Ioli, il cui out out ha dato il via a questa escalation, a cui però riconosco il merito di avermi posto davanti ad un bivio che prima o poi avrei dovuto affrontare, direi che il possibile colpevoli sono da rintracciare tra gli amici o tra i vicini di casa:

  • Escludo il Ruberti, nonostante mi abbia sedotto e poi abbandonato, non lo ritengo capace di odiarmi a tal punto da ordire tale macchinazione contro di me;
  • Qualche ex? Anna? Elena? Dubito, sono sempre stato lasciato;
  • Il Farino, per quello che rappresenta e per come si è comportato, lui potrebbe sicuramente aver tramato contro di me;
  • Infine Stefan.

Rimango per alcuni secondi a riflettere sulla figura di Stefan, ripercorro a ritroso la nostra storia, il modo a dir poco sospetto in cui ha spiattellato a Simona il mio piano per non restituirle Baffino, e ancora prima il suo fastidio malcelato nei confronti di qualsiasi mia iniziativa che non lo coinvolgesse.

Passo dopo passo nella mia mente i contorni dei due possibili colpevoli si fanno più nitidi e dalla fase del dubbio passo a quella della assoluta certezza: Stefan e il Farino debbono essere affrontati e puniti.

Decido di cominciare con Stefan, sarà lui il primo a saggiare la mia ira funesta.

Entro in casa sua senza bussare, è probabile che lo abbia svegliato perché lo sento imprecare dalla camera da letto.

“Ho bisogno di un favore da parte tua” gli dico una volta comparso in cucina, il suo sguardo battagliero si dissipa nell’aria appena mi vede.

“Certo, chiaro, dimmi cosa posso fare”.

“Vorrei che tu mi restituissi le chiavi di casa, poi chiamassi un fabbro e lo facessi venire da me a sostituire la serratura”.

“Non ti sognare di tenere una copia delle nuove chiavi”.

“Io sarò via tutta la giornata, esco con un nuovo amico che ho conosciuto online. Si chiama Luca, con le donne è una macchina da guerra. Ti dico solo che con l’ultima con cui è uscito ci è finito a letto la prima sera e questa, matta ninfomane, gli ha graffiato schiena e collo. Dovessi vedere le foto che mi ha spedito, aveva la gola così segnata che nemmeno un incontro con un puma te la riduce così”.

Non gli do l’opportunità di rispondere, voglio lasciarlo sconcertato e sofferente. Prima di uscire mi giro verso di lui e gli ricordo ancora di non intascarsi una copia delle chiavi.

Passo la giornata al lavoro, mi faccio invitare da Bianca a mangiare, mi perdo trai mille bar della città giusto per ammazzare il tempo. Alle 23 e 15 sono nuovamente a casa. Stefan ha nascosto le chiavi della porta sotto lo stuoino. Efficace ed efficiente come al solito, si è premurato di pagare di tasca propria la fattura.

Bussa alla porta dopo circa 30 minuti.

“Come stai?” Domanda cercando di vedere al di là delle mie spalle “C’è Luca qui?”

“No, entrambi eravamo molto stanchi dopo una giornata passata a ridere e divertirci”.

Sembra subire il colpo ma prontamente si riprende e passa al contrattacco: “Non puoi immaginare che cosa incredibile mi è successa oggi”.

Lo fisso in silenzio.

“Sono andato al supermercato per la spesa single che mi hai spiegato, e ho incontrato una tipa, alla fine siamo andati da me e guarda, guarda cosa mi ha fatto!”

Sposta di qualche centimetro il collo della camicia, 4 graffi rossi attraversano longitudinalmente il lato sinistro della sua gola, ci sono piccoli rigagnoli di sangue che sgorgano in un punto mal definito al di sotto dell’orecchio e si sviluppano sino alla base del collo.

E’ evidente che a procurarli sia stata una forchetta, o comunque uno strumento dotato di punta.

Mi guarda e accenna un sorriso.

“Tu non hai idea che pazza ninfomane, quasi le tiro un pugno in bocca quando mi ha fatto questo”, e dicendolo sbottona la camicia e se la apre davanti a me.

Il suo petto sembra un campo di battaglia, conto almeno 5 ferite perfettamente uguali a quelle del collo. in alcuni punti il sangue rappreso ha già cominciato a formare una piccola crosta.

Gli faccio segno di chiudere la camicia, vado verso il frigorifero e mi apro una birra. Come un cagnolino ammaestrato Stefan rimane a fissarmi.

Prende un po’ di coraggio dopo circa 20 minuti di assoluto nulla.

“Come è andata con il tuo amico?”

“Bene”.

“Pensi che lo rivedrai?”

“Suppongo di sì, perché ti crea qualche problema?”

Il suo “no” è in realtà il pianto di un cane ferito, abbozza un sorriso e torna a fissarmi.

“Che fai tu normalmente in una serata come questa” mi domanda poco dopo.

“Sopravvivo” rispondo distratto.

“Magari potremmo sopravvivere insieme” accenna.

“Ci stai provando?

“No..no..intendo, potremmo uscire, bere qualcosa..insomma le solite cose che si fanno tra amici”.

Rifletto sul significato della parola “amici”, decido di fargli sapere più avanti che io e lui non siamo amici nel vero senso della parola, prima però mi è venuto in mente qualcosa di più divertente.

“Ti porto al Roxy” gli dico sorridente.

In città il Roxy non gode più di una grande fama, dopo i fasti di un tempo è uscito dalle grazie dei giovani ed ora è un po’ il ritrovo abituale di metallari e frichettoni.

“Ma oggi non è serata heavy metal?” domanda allarmato.

“Ovviamente” ribatto “non sarai una di quelle fighette che ascoltano musica italiana e vanno in discoteca o peggio ancora vanno in discoteca e ballano solo musica italiana”.

“No no…anzi, io adoro l’heavy metal e odio le fighette da discoteca” risponde con finto entusiasmo.

Sta sudando freddo, lo so, ma non può deludermi, è la sua grande occasione.

Entriamo nel locale che oramai sono le 2 del mattino, l’odore di sudore è superato in nefandezza solo dalla musica che stanno suonando. Siamo circondati da mostri che non sfigurerebbero tra le comparse di uno di quei film “post disastro nucleare”.

“Beviamo qualcosa” gli dico.

“Un succo di frutta alla pesca” risponde.

Gli porto una tequila.

“E’ che sono astemio” accenna titubante.

“Bevi”.

Beve.

Ne basta un’altra per trasformarlo, suda, parla, è iperattivo.

E’ ora che il soldato Stefan si rechi al fronte ed espii le sue colpe.

“Manica di sfigati..guarda come ballano” gli dico indicando un gruppo di 7 o 8 orchi tatuati che si stanno spintonando al ritmo degli Slayer.

“Già..che pena mi fanno” risponde.

“Stanno pogando”.

“Pogando?” domanda.

“Già è il modo che questi fighetti hanno per dimostrare la loro virilità” continuo.

“Sfigati” risponde lui tronfio.

“Dovresti buttarti in mezzo” dico “con il fisico che ti ritrovi li metti a sedere in un secondo”.

Il lampo di terrore che percepisco nel suo sguardo è un piacevole presagio per me.

“Hai paura coniglio?” gli domando.

“Non chiamarmi coniglio” risponde offeso.

“Se hai paura dimmelo, andiamo a bere qualcosa in un lounge bar..magari ti rimorchi il fidanzatino per stasera”

Colpito nell’orgoglio.

Si tuffa nella mischia, lo vedo scomparire. Esce per un istante dal gruppo, riprende fiato. Individua il grosso del gruppo…si scaglia addosso all’orso con tutto il suo impeto.

L’orso traballa ma non cade, si gira, ora ha Stefan nel mirino.

Comincio a ridere quando Stefan subisce la prima carica, vola per circa 1 metro prima di atterrare al suolo.

Si rialza giusto in tempo per ricevere da dietro la gomitata di un amico del gigante metallaro. Lo vedo scomparire ancora ed ancora, è in totale balia della marea umana.

Quando riesce a fuggire dal gorgo si avvicina zoppicando. La camicia è intrisa di sudore, alcune delle ferite che si è inferto si sono aperte e piccole macchie rosse disegnano fiori sul tessuto una volta bianco.

Respira a fatica, i postumi della gomitata ricevuta si fanno ancora sentire.

“Visto? glielo ho fatto vedere io a queste fighette come si fa” afferma con un filo di voce.

“Ti sei divertito a farmi cadere così in basso”, sibilo con un filo di voce.

Non sembra capire le mie parole e fiducioso attende un mio gesto.

“Sei stato un grande” rispondo e dicendolo gli assesto un buon colpo nella parte destra del costato dove sembra avere più male.

Emette un gemito.

“Ti fa male?” domando

“Figurati..non sento niente”.

Si mette seduto e a forza finisce il Brugal Cola che gli ho fatto portare. Aspetto 15 minuti prima di dirgli di alzarsi, il tempo perfetto per cominciare a vedere gli effetti dell’alcool.

Lo vedo barcollare più volte, urtare involontariamente le persone che incrocia, trova da ridire con due ragazze che apostrofa in malo modo prima che lo mandino a fare in culo.

Non prova nemmeno a ribattere quando gli dico che sarò io a guidare la sua auto al ritorno, crolla sul posto del passeggero e chiude gli occhi.

E’ l’occasione che aspettavo, il momento di fargliela davvero pagare; comincio a guidare come lo farebbe un novello Miki Biasion: accelero, freno, giro bruscamente, Stefan continua a farfugliare qualcosa dal mondo in cui ora è precipitato.

Stefan smette di parlare vicino casa, mi aspetto da un momento all’altro lo sfacelo, che puntualmente arriva.

Comincia a vomitare non appena parcheggio, non riesce nemmeno ad aprire la porta, nel vano tentativo di non sporcare la macchina, riesce solo a schiantare la fronte nel vetro laterale ancora chiuso.

Esco dall’auto e mi fermo per qualche minuto a guardarlo, cerco di ridere, ma non ci riesco.

Se questa è la sensazione della vendetta, confesso di non trovarci nulla di interessante.

Non riesco più a fingere, l’immagine di Stefan in questo momento mi fa davvero male, un barlume di umanità guida i miei gesti.

Lo aiuto a scendere dalla macchina, lui ride come un bambino, domani probabilmente riderà meno quando si renderà conto di come sono ridotti gli interni della sua vettura.

Lo porto in casa sua, si getta sul letto con gli occhi aperti, dopo 10 secondi sta già russando.

Rimango a fissarlo per almeno 5 minuti, provo quasi della tenerezza per questo ragazzo.

Ora so di avere fallito ancora, ammetto a me stesso una cosa che già sapevo: Stefan probabilmente non aveva colpa.

La colpa credo sia tutta del Farino, rimane lui da affrontare.

Cap 14 – In prossimità del baratro

Baffino dà un senso alle mie giornate, imparo a svegliarmi presto per nutrirlo, a stonare per lui quando ha bisogno di dormire, a investire parte del mio prezioso tempo, destinato normalmente a Youporn, per spiegargli quanto illuminati siano i politici che in nome della salvezza di uno, stanno rovinando il futuro di molti.

Anche alzarmi per andare da Ioli non mi pesa così tanto, Baffino in macchina si comporta da vero lord inglese, e la sua presenza ha trasformato la mia postazione di lavoro in una specie di attrazione turistica.

Nel mio ufficio normalmente entrano 2 tipologie di persone:

Il mio umore è nuovamente in una fase ascendente, e l’odierno incontro preliminare con il laureando di turno, ne è una prova tangibile.

Si chiama Mattia, studia ingegneria delle costruzioni, e come spesso accade, anche lui ricade nel classico cliché che tanto piace a mio padre: serio, compito, studioso, nerd.

Mattia si presenta in maniera impeccabile, mi racconta con passione del suo immacolato iter di studi, riesce ad annoiarmi così tanto che la mia reazione è quasi scontata.

“Le propongo tre differenti ricerche” gli dico, “dopo avergli narrato per completo la storia di Baffino”.

“Le premetto prima di tutto che tutte le richieste provengono direttamente dai nostri uomini di marketing; glielo dico perché possa da subito intendere quanto importante sia questo lavoro, anche in chiave di un futuro impiego qui con noi”.

Mattia sembra rinascere, si aggiusta la cravatta, e si protende leggermente verso di me.

“Per noi sarebbe importante sapere e verificare se esista una correlazione diretta tra la frequenza di utilizzo delle vocali “a” ed “o”, e delle consonanti “s” e “p”, rintracciate all’interno di un panel di riviste dedicate ad un pubblico di posatori e lattonieri, e l’incremento degli assassini seriali tra chi è in qualche modo implicato nel nostro entusiasmante e sbarazzino mondo delle costruzioni“.

“In questo caso”, continuo, “le direi di concentrarsi soprattutto nella riviste della BE-MA quali In Beton, Modulo e Lattoneria, e qualcosa anche del gruppo Tecniche Nuove che valuteremo al momento”.

Mattia mi osserva allibito, sembra stia aspettando un mio sorriso o gesto che possa indicargli che sto scherzando. Ovviamente rimango serio ma decido di aiutarlo.

“Si tratta semplicemente di contare quante “a – o – s – p” hanno utilizzato queste riviste nel 2009 e quante nel 2010, e valutare se esista una correlazione con il numero di assassini seriali che di lavoro fanno i muratori, o i posatori, veda lei”.

Il ragazzo sembra pietrificato.

“Cerchi di capire l’importanza dello studio, se riusciamo a verificare questa cosa, diventiamo meglio di Lombroso, significa fama, soldi, interviste su tutti i quotidiani, ospitate in discoteca e se è fortunato, la mandano a fare L’Isola dei Famosi e mi sposa una velina”.

Non reagisce, decido di passare alla proposta due.

“La seconda possibilità dovrebbe verificare se lo spreco di una determinata acqua minerale in bottiglia possa essere la causa dell’insorgenza di episodi psicotici. In questo caso il target della nostra analisi sarà naturalmente uno solo dei gruppi di lavoratori che operano nel settore delle costruzioni”.

“Le voglio dare una mano”, continuo “il mio consiglio è quello di rapire un campione rappresentativo di muratori e obbligarli, sotto minaccia di qualche arma batteriologica che preventivamente avrà sintetizzato, a lavorare sotto il sole senza poter bere”.

“Fossi in lei aspetterei almeno 7 o 8 ore prima di mostrare a tutti loro uno spreco qualsiasi di acqua: potrebbe annaffiarci dei rami secchi, affogarci le formiche o che ne so, scriverci cose blasfeme sui muri”.

“Lo scopo è quello di individuare l’insorgenza dell’episodio psicotico, collegarlo alla specifica marca di acqua e chiedere poi al produttore di vietarne la vendita, almeno a chi opera nel nostro settore”.

Mattia ora è davvero agitato, si muove sempre più nervosamente sulla sedia e ha cominciato a sfregarsi il viso imberbe con la mano.

“Veniamo alla terza possibilità che le offro, che le confesso essere anche la mia preferita. Si tratta di verificare quanto la scomparsa di una tribù semi primitiva africana incida sul benessere percepito del solito campione rappresentativo di popolazione che avremo individuato”.

“Lei capisce che nei prossimi anni l’Africa rappresenterà un nodo vitale per noi che ci occupiamo di isolamento termico. Provi ad immaginarsi, migliaia e migliaia di capanne isolate termicamente con i nostri pannelli. Capirà bene l’importanza quindi di un lavoro che metta a fuoco problematiche direttamente legate con la popolazione del luogo”.

“Ma sono capanne fatte in paglia e fango” accenna debolmente il ragazzo.

“Non mi faccia il razzista sa?” rispondo bruscamente. “Non sarà uno di quelli che non fa business con l’Africa solo perché sono neri?”

“No, no..non ha capito” pigola Mattia “non importa, anzi scusi”.

“Il primo passo di una buona ricerca è quella di selezionare il nostro campione rappresentativo”.

“Posatori, marmisti eccetera” accenna lui.

“Bravo. Dovrà verificare come percepiscono la loro vita, se sono felici o tristi, questo rappresenterà il nostro punto di partenza.”

“Di seguito lei a sue spese, si recherà in Africa e farà in modo di integrarsi in una di queste popolazioni, la veda come una sorta di gita, la sua prima ricerca etnologica, pensi che bello”.

“Una volta raccolte le informazioni, tornerà in Italia e mostrerà il materiale, audio, video e foto ai suoi soggetti. Subito dopo dovrà sottoporre gli stessi ad un questionario che investighi il sentiment del campione verso la nostra tribù.

“Una volta fatto questo, viene il bello: lei tornerà dagli amici africani e li sterminerà”.

“Ma..”

“Mi lasci finire”

“Scusi”

“Dicevamo…sì la tribù, ok la sterminiamo, facciamo un bel lavoro, donne e bambini, vecchi e giovani, non tralascerei cani o altri animali da compagnia quali scorpioni e pulluli”.

“Pulluli?”

“Non conosce? Sono simili ai babbuini ma biondi. Ha capito a cosa mi riferisco?”

“N..no, realmente non ho capito, ma non importa”.

“Ok, proseguo: a quel punto, armati di Santa pazienza, lei contatterà nuovamente i suoi soggetti, spiegherà l’accaduto, per poi verificare a distanza di 5 – 10 – 15 -30 giorni se il grado di felicità auto percepita è mutato”.

“Immagini per un attimo che noi si vinca un appalto per 10.000 capanne, i nostri operai si recano in Africa e conoscono i locali, per una sfiga qualsiasi qualcosa o qualcuno stermina gli autoctoni…se gli operai si intristiscono mi lavorano poco e male e questo Ioli non lo permette”.

“Questo è quanto, adesso mi dica, che ne pensa?”

Il ragazzo si alza quasi tremando dalla sedia, farfuglia qualcosa di sconnesso e senza darmi le spalle, si avvia verso la porta del mio ufficio.

Lo smidollato se ne va praticamente senza salutare, lascia la porta aperta e lo vedo mentre riesce a farsi ricevere da Ioli. L’incontro tra i due si protrae più del normale, cosa che presagisce una prossima venuta di “Ioli il distruttore”.

Come da pronostico Ioli entra nel mio ufficio senza bussare dopo circa 10 minuti, ce ne mette almeno altri 2 per formulare la prima frase di senso compiuto che più o meno recita così: “sei un pezzo di coglione”.

Poche altre volte lo ho visto così arrabbiato, pertanto pur non comprendendo appieno la sua foga, decido di non replicare.

Tuo nonno si starà rivoltando nella tomba, mi dice digrignando i denti.

“Credi che nonno sia vivo? Dopo tutto questo tempo? Lo abbiamo sotterrato almeno 5 anni fa, di cosa credi si sia nutrito? E se si fosse mangiato una gamba? Tu accetteresti nuovamente a casa tuo padre se scoprissi che si è mangiato una gamba?”

“ZITTO!” grida “STAI ZITTO E ASCOLTAMI”.

Tu sei un pazzo, il più squinternato pazzo figlio di puttana che conosco

Sarà felice Bianca, aspetta che glielo dica, dare della battona alla propria moglie, bell’eroe.

ZITTO ZITTO ZITTO!!

Sei mio figlio ma ti giuro che a volte vorrei non averti mai avuto: vieni qui 3 volte a settimana, ti ho affidato 1 cosa da fare e tu riesci a vanificare tutto proponendo, quando abbiamo fortuna, di sterminare popolazioni africane!

“Hai 36 anni, se io fossi uno “spara panzane” alto un metro e mezzo direi che sei un bamboccione, vivi in un mondo tutto tuo fatto di incongruenze, passi dall’essere una persona adorabile ad un mostro abbietto e crudele, ti circondi di fricchettoni e hippy che nemmeno a Woodstock se ne videro tanti, se non fosse per quello che ti passo io non avresti nemmeno un lavoro, ti avrebbero cacciato alla prima caccola tirata al capo.”

“Chi ti ha raccontato che ti tiro le caccole?”

“Smettila, non è questo il punto. Il problema di base sei tu, dimmi chi sei, cosa fai, qual è il futuro per il quale stai lottando.

“Per quello che concerne il futuro io..”

“E non dirmi che vuoi fare il concertista di vuvuzelas”.

“Mmmm…ok allora se questo non posso, vorrei..”

“E nemmeno che vuoi dedicare la tua vita a questo criceto puzzone”

“…normalmente uno può esprimere solo 1 veto”.

“Rispondimi!”

“Ho la MCI, non saprei che fare, né da dove cominciare.”

“Eh no! Io mi sono rotto di te e della tua MCI: mettitelo in testa, la MCI te la sei inventata tu, e ti comoda tirarla fuori quando ti trovi davanti alle difficoltà.”

“Ti dirò di più, questo lo fai perché sei un pigro, abituato troppo bene sicuramente da tua madre, sei un vile che fugge le proprie responsabilità ed adora incolpare gli altri.”

“C’è da farsi i cazzi propri? Tu sei sempre pronto, c’è una qualsiasi difficoltà? hai la MCI”

Le sue parole cominciano a ferirmi come aghi incandescenti nella pelle, ogni parola è un masso che cade dal cielo e si schianta crudele nella mia malandata schiena.

“Io non so come tu possa fare per superare questa tua inerzia di vivere, ma devi farlo: vai da un mago, vai dal Fabiani, fai quel cazzo che ti pare ma risolvi il tuo problema, trova la tua strada, TROVA LA TUA STRADA hai capito? “

“Mi spiace essere così brusco, ma credo ormai sia necessario mettertela giù dura: se non vedo una reazione, un cambio o qualcosa di simile, cercati pure un altro lavoro”.

Ioli incavolato lo ho visto per 36 anni, Ioli così incazzato, mai.

Se ne va sbattendo la porta, spaventa impunemente Baffino e mi lascia con la sensazione di essere sul punto di vomitare.

Cerco di ricapitolare quanto mi è appena stato detto: la MCI non esiste, è tutta una scusa, me la invento e la tiro fuori a piacimento ogni volta che mi comoda, ho 36 anni e agli occhi di mio padre, diretto discendente di un qualche crudele conquistatore barbaro, sono poco più che un fallito.

Cerco di pensare alle cose buone che ho fatto ma non mi viene in mente nulla, affettivamente ho collezionato solo tante storielle sceme e qualche storiaccia con persone pessime, nel lavoro a quanto pare, sono un poco di buono, nella vita non ho un obiettivo e una strada, e le idee che saltuariamente mi animano sono mal percepite dagli altri, primo tra tutti da mio padre.

Ho una casa solo grazie alla mia famiglia, ho un lavoro solo grazie alla benevolenza di mio padre, mi circondo di tipi strani, magari si riferiva a Stefan.

Butto stancamente nel cestino le carte di Mars, retaggio dell’ennesimo pranzo junk consumato, e decidono di andarmene a casa, a riflettere, magari a piangere, o a cercare di far passare questa strana sensazione che mi attanaglia.

Le parole di mio padre mi hanno scosso, ferito profondamente o semplicemente toccato in un punto che speravo in me non esistesse.

Mi arriva un SMS, sul display del mio iPhone compare il nome di Simona, dice che passerà più tardi a riprendersi Baffino.

Ora mi sento davvero disperato.

Cap 4 – Il genio dell’appartamento 3B

Avere un genio come vicino di casa è davvero un lusso; lui è quello che può risolvere tutti i tuoi problemi, dal più insignificante al più complicato

Io i geni li riconosco quasi immediatamente. Appena ho l’impressione di averne uno davanti faccio partire il mio collaudatissimo “Test per il genio in tre passi”.

Comincio con quesiti abbastanza semplici: “Hai del latte?”, “Come va?”, “Sai dirmi che ore sono?”

Se tutto fila liscio e non vi sono errori clamorosi si passa alla fase due, “le domande trabocchetto”: “Buongiorno vicino, sai dirmi se pesa più un chilo di anguille o un chilo di piume?”, “Salve!, lei vuole più bene a sua mamma o a suo papà?”, “Mi tolga una curiosità, lei riesce a baciarsi il gomito?”.

I primi due stadi si esauriscono nel giro di poche settimane, poi, se il candidato è idoneo, comincia la fase tre, detta della Simbiosi

Durante la Simbiosi mi stabilisco quasi in pianta stabile a casa dell’aspirante ed insieme affrontiamo tematiche di tipo esistenziale.

Mi presento da lui il sabato mattina verso le 7 – 7.30; spesso per farmi aprire è sufficiente suonare con un po’ di insistenza per cinque minuti, altre volte è consigliabile svegliare il genio in erba con una telefonata previa.

Una volta dentro scatta il momento dei quesiti finali.

La prima accortezza è quella di non spaventarlo con domande a raffica, è preferibile un giusto mix di banalità e cose più serie.

“Bella giornata oggi no?…ah, a proposito, quale sarebbe la prima cosa che farebbe se domani un mago cattivo la trasformasse in una pietra?”

Oppure “E’ sua moglie questa nella foto?…scusi se mi permetto ma se assumiamo che la salute sia un equilibrio dinamico che deve essere ristabilito, una sorta di ritmo che deve essere armonizzato con la natura, lei sarebbe favorevole, magari sono in alcuni precisi giorni dell’anno, a fare l’amore con animali, arbusti e licheni?

Alla fine della giornata, se tutto è andato come previsto e l’individuo a me davanti si è dimostrato un genio, mi innamoro di lui, non solo come persona ma soprattutto della sua intelligenza.

L’infatuazione dura normalmente alcuni giorni, durante i quali mi tramuto in una sorta di parassita avido di conoscenza.

Complice la MCI comincio a delegare al genio tutte le mie incombenze…mi rivolgo a lui se c’è da cambiare una lampadina, gli parlo delle mie paure di contrarre malattie veneree per via aerobica, cerco in lui una sorta di protezione dal mondo, regredisco pian piano cercando conforto nella sua saggezza

A partire dal secondo giorno di regola il genio smette di aprirmi la porta e la mia infatuazione si tramuta in odio.

L’ultimo genio che ho incontrato è il Ruberti dell’appartamento 3B, lui ha smesso di aprirmi dopo che gli avevo manifestato la mia intenzione di passare il resto della mia vita abbracciato a lui come un koala.

Ha fatto di tutto per evitarmi, poi ieri ci siamo rivisti.

“Sei un genio” gli ho detto incrociandolo sulle scale “lo sai vero?”.

“No…nnn..non direi” ha risposto lui con il tipico atteggiamento del genio.

“Falso figlio di puttana” gli ho ribattuto, “avrò anche la MCI ma un genio riesco ancora a riconoscerlo”.

“Cos’è la MCI?” mi ha domandato sospettoso.

“MCI = mancanza cronica di iniziativa: la mancanza cronica di iniziativa è una malattia molto grave, magari non come la pertosse o gli orecchioni, ma è molto grave” ho recitato a memoria.

Mi ha fissato per alcuni secondi poi, senza salutare, ha ripreso a scendere le scale.

Non mi sono mosso, non volevo metterlo in imbarazzo, non volevo mi vedesse piangere.

Il mio cuore infranto in questo caso non c’entra nulla, la nostra era una storia destinata a fracassare.

Come avrebbe fatto lui, magari tra 20 anni, a sostenere il mio peso con il suo stanco corpo? E se io fossi rimasto abbracciato a lui e alla sua intelligenza per molto tempo, come avremmo fatto a coordinare tutte le piccole azioni del vivere quotidiano come andare al bagno o semplicemente andare al lavoro? La classica storia senza futuro.

Ho pianto perché forse sono un debole e davanti allo spreco di un dono mi ostino a pensare alle migliaia di persone che questo regalo non lo hanno avuto.

Penso al Ruberti e agli sforzi che lui e molti altri come lui, fanno ogni giorno per ignorare il tesoro di cui sono provvisti.

C’è il genio che accetta di spegnere il suo talento davanti ad una inferocita fila di clienti scontenti, c’è la ragazza che quando aveva 16 anni faceva commuovere gli angeli con la sua voce e che si è rassegnata a cantare solo sotto in doccia, c’è lo spirito creativo che ha chiuso in un garage le sue tele e i suoi colori, sacrificati sull’altare del posto fisso e degli impegni familiari.

Il cellulare che squilla interrompe la mia trance…il soldato Stefan chiama.