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Cap 39 – La Donna Poncho

La prima cosa che vedo appena apro gli occhi è il paletto da spiedino con il quale ho infilzato il Ric. La punta è di un colore scuro, vi sono ancora i rimasugli del suo sangue.

Stefan è stato molto gentile, prima di uscire dal locale, ha approfittato del trambusto che si era creato, per rubarlo.

Sono indeciso se farlo incorniciare o continuare ad usarlo in quella che sarà la mia nuova missione: scovare e sconfiggere i demoni.

“Non sono demoni”, mi ripeto ad alta voce, questo me lo ha detto chiaramente Paolo, sono semplicemente persone malvagie, che io riesco ad individuare grazie ad spiccata sensibilità.

La stessa sensibilità, sia chiaro, che ho utilizzato per vedere un genio dove molti vedevano un timido burocrate.

Nel bene e nel male, rifletto, sono una specie di supereroe.

Mi rigiro ancora nel letto, l’idea di essere una persona speciale mi elettrizza; se è vero, come tutti dicono, che ho un dono, mi aspetto di scoprire a breve di possedere altri poteri, coerenti e ovviamente conseguenti al primo, quali: volare, volare senza mani, volare senza mani canticchiando canzoni, passare attraverso le pareti, passare attraverso le pareti senza mani, passare attraverso le pareti senza mani e canticchiando canzoni.

Non so quando comincerò ad investigare la cosa, per ora mi accontento che sia sabato e che quindi vi siano ben due giorni davanti a me per poter proseguire la mia ricerca.

Tra le altre cose, se con uno sforzo pari a 100 io riesco a vedere il bene o il male di una persona, impegnandomi un po’ meno, diciamo 50, potrei semplicemente riuscire a vedere attraverso i vestiti delle persone, opzione decisamente allettante.

Faccio colazione con pane e nutella, mi vesto e piombo senza avvisare a casa dei miei. Ioli e Bianca sono oramai abituati a queste sortite, in fondo credo a loro faccia piacere.

Sveglio mio padre mentre cerco nel suo armadio i documenti dell’adozione, la smoking gun che certifichi che Quella è stata adottata. Secondo i miei ultimi calcoli, i miei genitori debbono aver adottato una sorta di nascondiglio mobile, un marchingegno tale per cui i documenti appaiono in un posto “x” solo ed esclusivamente durante un arco di tempo stabilito. Poi scompaiono.

Ioli apre gli occhi giusto in tempo per vedermi balzare dentro il suo armadio e gettare al suolo i suoi completi Armani.

“Ma che cazzo fai?!” grida con la voce ancora impastata dal sonno.

“Cerco i documenti, sono certo di averli visti comparire proprio adesso” gli rispondo sicuro.

La mia ricerca alla fine risulta vana, nel mentre Ioli si è nuovamente addormentato, voltato sul lato destro come un bambino.

Decido di scusarmi, se c’è una cosa che non sopporto, è di essere svegliato da rumori improvvisi o da persone sgradevoli.

Mi piazzo acanto a mio padre e dopo alcune spinte, e diversi adorabili fischi nelle orecchie, riesco a fare in modo che apra gli occhi.

“Volevo semplicemente chiederti scusa per averti svegliato poco fa, e per aver inavvertitamente messo a soqquadro il tuo armadio”

Ioli mi fissa alcuni secondi prima di manifestare, attraverso un borbottio simile a quello di un vecchi peschereccio, dei giudizi poco equi e amabili nei confronti di Bianca.

Turbato da queste becere esplosioni di rabbia mal indirizzata, rifletto sul da farsi, poi estraggo silenziosamente il legno appuntito. Ioli ha già ripreso sonno, russa beatamente e nulla sembra turbarlo. Mettere in dubbio la natura del proprio padre non è bello, ma Paolo è stato chiaro, a volte è difficile riconoscere i demoni, e un marito che parla così della propria compagna ha tutte le possibilità di esserlo.

Pungo mio padre sulla guancia, non troppo forte da perforare da parte a parte la carne, ma sufficiente per lacerargli la pelle.

Si sveglia gridando, si guarda intorno spaesato, incapace di realizzare cosa gli sia successo. Mi fissa con gli occhi sbarrati, la mia presenza, e il fatto che io stia ancora brandendo un oggetto appuntito, non lo aiutano a tranquillizzarsi. Si porta una mano sul viso, le dita si sporcano di sangue.

“È sangue” gli dico “per fortuna non è sabbia, non sei un demone, puoi tornare a dormire tranquillo”.

Balbetta alcune frasi senza senso mentre continua a pulirsi la ferita.

Decido di andarmene, offeso dal fatto che non mi abbia nemmeno ringraziato, in fin dei conti gli ho appena rivelato qualcosa di positivo; purtroppo l’ingratitudine di certe persone non ha pari.

Nel tragitto tra la camera da letto e la cucina prendo la seconda decisione importante: non mi sembra corretto che mio padre, per offendere me, pronunci certe frasi su Bianca, dovrà pagarla.

Mi reco da mia madre e le riferisco, tralasciando l’episodio del test per demoni, quanto accaduto; con occhi quasi lucidi le dico che mi sembra un’offesa imperdonabile, per lei come persona, ma soprattutto per lei come simbolo di tutte le donne del mondo.

Mi spingo a dire che lasciarsi offendere in questo modo dal proprio compagno, altro non è che l’inizio di una rovinosa caduta per lo spirito e la serenità di coppia.

Appena vedo che Bianca si toglie il grembiule, decido che è arrivato il momento di andarmene. Le pungo il sedere con il bacchetto, non cade sabbia…bene. Lei sembra non farci caso, ha la mente altrove.

Chiudo la porta nel momento preciso in cui mia madre comincia a tirare su le tapparelle della camera di Ioli gridando “e così secondo te io sarei una puttana”.

Torno a casa e mangio rapidamente una mozzarella di bufala, solo in un secondo momento valuto che forse avrei fatto bene a lavarmi le mani prima.

Mi addormento davanti alla tv, apro gli occhi verso le 15.30, il momento migliore per cominciare la mia caccia.

Armato di bacchetto, inforco la mia fida Graziella e sfreccio come un fulmine per le vie del centro. Mi sembra di essere uno di quegli antichi cavalieri dei tornei medioevali, con la piccola differenza che loro cavalcavano splendidi purosangue e combattevano con lunghe lance.

La gavetta la fanno tutti, rifletto, avranno cominciato con Graziella e paletto di legno pure loro.

Animato da splendidi propositi, parcheggio la bici e do inizio alla caccia.

Le prime due ore le passo scrutando con attenzione i volti delle persone, in attesa anche di un solo cenno di trasformazione. Un viso che diviene cavallo, una tonalità di pelle verde rospo, una dentatura improvvisamente simile a quella di un coccodrillo. Niente di tutto questo accade, sono circondato da decine di persone, e nessuna di queste sembra essere un demone.

C’è chi parla, chi ride, chi mangia un gelato. Genitori sorridenti portano a spasso piccole pesti, fidanzati innamorati camminano per mano e dichiarano al mondo la loro passeggera felicità.

Per prevenire l’ovvio calo di entusiasmo, decido quindi di passare alle maniere drastiche, e mi dedico a pungere le braccia e i sederi di chi mi capita a tiro.

Ricevo offese, sguardi terrorizzati, un tentativo di pestaggio che evito per pura fortuna; non incontro demoni, qui sembrano tutti santi, peggio che vivere in Vaticano, rifletto.

Le ore passano e con esse va scemando la mia voglia di salvare il mondo; verso le 19 decido di fare l’ultimo tentativo e, forte del mio abbigliamento non troppo distante dalla decenza, mi reco nella piazza dove si svolge il rito dell’aperitivo.

Centinaia di ragazzi, giovani e meno giovani, si radunano durante i week end e passano ore bevendo in compagnia. Chi organizza la serata, chi approfitta di quei minuti per salutare gli amici prima di buttassi nuovamente sui libri.

La piazza è una gigantesca passerella dove ragazzi e ragazze sfilano, giudicano e si lasciano giudicare in base al proprio look, carisma e abilità sociali.

Ammetto che mai fino ad oggi mi ero spinto tanto addentro a questo mondo, non conosco il 99% di queste persone, e l’1% che sa chi sono, finge di non vedermi.

Ordino uno spritz e rimango in silenzio ad osservare le dinamiche di gruppo: tendenzialmente mi pare di capire che gli alfa stanno con le alfa, chi non appartiene a tale gruppo privilegiato si accontenta di circondarsi di amici dello stesso sesso.

Prima deduzione: se sei figo, hai anche il coraggio di parlare con le donne, se sei brutto, rimani in cerchio con i tuoi amici a raccontarti le stesse storie di sempre.

Le donne alfa sono o forse meglio dire, sembrano, tutte bellissime. Il trucco e i vestiti sono fatti apposta per catturare l’attenzione degli uomini presenti. Racconti quasi bisbigliati sottolineati da risate a crepapelle sono la normalità. Se non parlano con un maschio alfa, le donne alfa rimangono in piccoli gruppetti il cui unico scopo sembra essere quello di osservare gli altri e bisbigliarne apprezzamenti o drastiche stroncature.

Anche se non riuscirò a scovare dei demoni questa sera, rifletto, almeno posso dire di essere sopravvissuto ad una serata di aperitivo.

Finisco il mio cocktail e quando torno al banco per riporre il bicchiere individuo nuovamente la Donna Poncho.

Non saprei dire cosa mi colpisca, di certo dall’ultima volta che la ho vista mi è capitato in diverse occasioni di pensare a lei. C’era qualcosa di strano nel suo modo di fare, o probabilmente era una semplice sensazione, fatto sta che senza pensarci un secondo, la vado a conoscere.

“Tu per me sei la Donna Poncho”.

L’apertura è di quelle memorabili, la ragazza distoglie per un momento gli occhi dal suo iPhone e mi guarda con sospetto.

“Prego?”

“Non devi domandarmelo” rispondo, “ritengo che la preghiera sia una cosa molto intima, ciascuno sceglie i modi e i tempi in cui ricercare un contatto con colui che ritiene essere il creatore. Io ad esempio credo in Sgudibla, il tuo Dio potrebbe essere il Signor Dio o il Signor Allah, a me questo non importa molto, tanto sono consapevole di avere ragione e quando riuscirò ad organizzare un esercito di mercenari, darò il via ad una nuova ondata di crociate contro voi miscredenti e vi sterminerò. Fino ad allora, prega pure chi vuoi e quando vuoi”.

Fisso impassibile la ragazza che non mi dà l’impressione di aver capito molto.

“Ci conosciamo scusa?” dice lei.

“Ti ho vista lunedì scorso, uscivo dallo studio del dottor Fabiani, eri al telefono, indossavi questo stesso poncho, ti ho riconosciuta per questo”.

Probabilmente tocco un tasto delicato perché la vedo arrossire di colpo: “Guarda deve essere proprio un caso perché sarà la terza volta in vita mia che indosso questo poncho, che tra parentesi è di Valentino e mi è costato un patrimonio”.

“Comprato usato quindi”.

“No..come usato, nuovissimo. Ma ti pare, io che compro qualcosa di usato, ma sei fuori? Che schifo!”

“Tu hai detto che è di un tal Valentino, per questo immagino sia usato. Almeno una volta dico, lo avrà usato questo poncho il tuo amico Valentino, tecnicamente quindi è usato”.

“Ma no che hai capito, Valentino lo stilista! Il poncho è di Valentino lo stilista, lo ho comprato nuovo…ma senti scusa, tu chi sei?”

La spiegazione della Donna Poncho non è stata sufficientemente esaustiva, il dilemma nuovo/usato rimane, ma decido di sorvolare per il quieto vivere.

Allungo una mano verso di lei, “Mi chiamo S…”

“Scusa, scusa un secondo solo” mi dice mentre si porta il telefono all’orecchio.

Comincia a parlottare. “Sono dentro il bar…sì per favore help, e veloce anche, dai ti aspetto..sì già ti ho visto, sbrigati”.

Chiude la telefonata e mi guarda, io sono ancora con la mano a mezz’aria.

“Katy” mi dice stringendomi la mano.

“Molto piacere Katy, io sono S…”

“Puppy tesoro!”

Il grido di Katy è rivolto ad un ragazzo che ha appena messo piede nel locale, immagino si tratti della persona con il quale parlava al telefono. La ragazza gli fa cenno di raggiungerci e quando arriva, lo abbraccia con passione.

Una sorta di cappa di vetro scende sopra i due, io vengo scaraventato con forza al di fuori della loro esistenza.

Katy mi volta parzialmente le spalle, mi ritrovo dietro di lei e fissare Puppy, che non ha avuto nemmeno la cortesia di presentarsi. Ci rimango male, offeso, escluso in malo modo senza un motivo apparente.

Estraggo il paletto ma nel momento in cui mi accingo a verificare la mia intuizione, la ragazza si gira.

“Puppy questo è…Sandro, un tipo che ho conosciuto…dal medico”.

Poi si rivolge a me: “Perché non mi vieni a trovare questa sera? Io lavoro al Blue. Baci baci”. Si volta e si allontana.

Rimango come uno scemo, in silenzio, nel bel mezzo di un bar.

I due escono senza lasciarmi la possibilità di ricordare loro che non mi chiamo Sandro, e che non so assolutamente cosa sia il Blue. Una cosa però non se ne va con loro, e anzi cresce man mano li vedo ridere sguaiatamente e guardare verso di me, ed è la rabbia nei confronti di un altro possibile demone, la Donna Poncho.

Il Blue è un locale, non ci metto molto a scoprirlo. Il bar è tappezzato di volantini che pubblicizzano “Il sabato notte fashion, dove moda, stile e divertimento si incontrano”, non dista nemmeno troppo da casa mia, vedrò di farmi trovare pronto.

Alle 23 sono in fila fuori dal locale, le porte sono state aperte da circa 30 minuti ma attualmente passano solo tavoli e ragazze. La selezione all’entrata è ad opera di un ragazzo sui trent’anni, il sole o le lampade, hanno danneggiato più del dovuto la sua pelle, sembra il figlio scemo di Clint Eastwood.

Per uno strano effetto visivo ho come l’impressione che tutte le ragazze che stanno saltando la fila siano uguali: le acconciature sono tutte impeccabili, così come i capi che indossano. I tacchi vertiginosi le fanno sembrare amazzoni che al posto dell’arco portano le immancabili Louis Vuitton. Piccole, medie, grandi, vedo LV ovunque, come se ad un supermercato invece di borsette Ipercoop avessero fornito alla clientela femminile sacche da 2000 euro.

Vedo arrivare Katy, passa la fila senza degnare alcuno di un minimo sguardo, si ferma a baciare platealmente il piccolo Clint che ora scopro chiamarsi Pippo.

Guarda verso noi comuni mortali, incrocia il mio sguardo ma finge di non avermi visto.

Passa almeno un’altra ora prima che io riesca ad arrivare davanti a Pippo, nella tasca della giacca stringo il mio paletto di legno, mi fa sentire tranquillo sapere di averlo al mio lato.

Molte persone se ne sono già andate, quasi esclusivamente ragazzi, stanchi di aspettare, ma soprattutto di sentirsi dire che il locale è completo, salvo poi vedere gruppi di alfa arrivare e passare.

Rimango in silenzio, non spingo, non impreco, alla fine entro. Se avessi avuto qualche dubbio sul perché chiamare un locale Blue, i primi 10 secondi all’interno sono sufficienti a chiarirmi le idee, sembra di stare nella casa dei Puffi.

Azzurro, blue e bluette ovunque, dalla console alle camicie indossate dai camerieri. Faccio un rapido giro del locale, giusto per poter raccontare un giorno di esserci stato. All’interno ci saranno al massimo 500 persone, in gran parte uomini.

La pista è piena, un vocalist alquanto fastidioso ha appena finito di salutare il “tavolo Franco, Roberto, Ruby e Puppy“.

Ci siamo, penso, se c’è lui, ci sarà anche lei. Mi avvicino al tavolo Puppy, è popolato da un folto numero di ragazzi che hanno esultato come pazzi udendo il loro nome al microfono, contenti loro. Vedo Puppy, lui non vede me.

Con mio sommo dispiacere mi accorgo che Katy non è con loro.

“Apri lo shampoo Puppy, apri lo shampoo”

Le grida del vocalist non le capisco, vale davvero la pena dire ad una persona per microfono che ha bisogno di lavarsi i capelli?

Alla fine riesco a vedere Katy. E’ al tavolo con un gruppo di ragazzi che avranno al massimo trent’anni. Sta bevendo da un flute e sembra ballare svogliatamente.

A turno i ragazzi le si avvicinano, lei scherza e parla con tutti ma poi torna a chiudersi in se stessa. La vedo perdere l’equilibrio per un attimo e cadere seduta sul divanetto. Ride da sola, probabilmente è un po’ brilla.

Abbandona il tavolo e si dirige verso il bagno, decido di affrontarla all’uscita.

Quando esce si avvicina al bar ed ordina qualcosa, mi metto accanto a lei.

“Ciao Donna Poncho” dico sorridendo.

Per un attimo sembra non riconoscermi, poi appoggia la mano sulla mia spalla e scoppia a ridere: “Sandro giusto? Alla fine sei venuto, bravo”.

E’ evidentemente ubriaca.

“Ti ho vista poco fa al tavolo con i tuoi amici, puoi rimanere a parlare o vai da loro?” domando.

Mi guarda perplessa. “Amici? Ma no, sono un tavolo che viene sempre qui il sabato, sono andata a fare immagine”.

Il mio sguardo smarrito la convince a proseguire.

“Io ci lavoro qui, faccio immagine. Mi pagano 150 euro per andare ai tavoli e parlare con gli sfigati”.

“Non capisco” le rispondo “come sarebbe che ti pagano per parlare?”

“Ma dove vivi?” ridacchia. “Funziona così: gruppi di amici sfigati prendono un tavolino, uno di loro è quello con il grano. Arrivano in disco, ordinano una bottiglia di qualcosa che costa loro 180 o 200 euro, non so. Lo fanno perché così hanno la scusa per invitare le ragazze. Solo che una come me non potrebbero abbordarla” ride ancora “quindi il boss del locale paga me e altre per andare al tavolo da quelli. Loro si sentono importanti e per impressionarci, comprano ancora da bere. Poi ci chiedono il numero di telefono convinti di averci conquistate, e noi o lo diamo finto, o non rispondiamo mai!”.

“Che razza di sfigati” dice e scoppia a ridere appoggiandosi ancora a me.

Si fa improvvisamente seria e mi fissa. “In teoria non dovrei parlare con te, mi rovini la piazza”.

Rimango in silenzio.

“Cioè, non ti offendere, ma io frequento un certo livello di gente, esco con imprenditori, non con mezze seghe. Se mi vedono con te, magari pensano che abbia bisogno e tirano sul prezzo”, sorride.

Continua a parlare. “Forse non te lo dovrei dire, ma tanto sono ubriaca. Sai con chi ho una storia?”

Si avvicina e mi sussurra nell’orecchio il nome di un noto calciatore.

“Lui è fidanzato, ma dice di essere pazzo di me”.

Mi guarda, sembra che si aspetti una qualche reazione che ovviamente non riceve da me.

“Io gli sfigati qui nemmeno li cago, senza offesa sai, però cerca di capire, nessuno di questi qui si può permettere una come me”.

“In che senso scusa?”

Ride ancora e mi fissa. “Lo hai capito benissimo in che senso dai, vuoi una cosa bella? La paghi. E’ così in tutto”.

Nella mia testa ora si affollano molti pensieri. La razionalità mi dice di credere a quanto lei ha appena confessato, anche se in fondo, c’è una piccola parte di me che spera di non aver capito bene, e di aver frainteso le parole di Katy.

Non sono certo se sia pena o disprezzo quello che provo, di certo mi ha tolto l’energia e il desiderio di continuare la conversazione.

“E dai, non fare quella faccia, non sono l’unica ti assicuro”.

Si avvicina a me, le nostre labbra si sfiorano, odora a prosecco di terza categoria rivenduto al prezzo di uno champagne.

“Ti piaccio vero? Tu li hai i soldi per permetterti una come me? Posso essere davvero brava”.

Per due secondi non dice nulla, sento il suo respiro su di me, poi mi spinge via e ridendo esclama: “no che non ce li hai i soldi, sei uno sfigato e pezzente come quelli!”.

“Katy amore, dove eri finita, ti stavamo aspettando per aprire una bozza di shampoo”.

Uno dei ragazzi del tavolino in cui prima la avevo notato si è avvicinato a noi. Mi guarda in cagnesco e afferra la giovane per il braccio.

Lei mi sorride e senza smettere di fissarmi si muove verso la pista.

Anche se non servirebbe alcuna conferma, mi avvicino rapidamente e colpisco il jeans Cavalli di Katy con il bastoncino.

La sabbia comincia a scendere, vedo una piccola ma continua cascata d’oro formarsi.

La afferro per l’altro braccio e la tiro a me.

Mi fissa spaventata.

“Non andare, non buttarti via”, è l’unica cosa che riesco a dirle.

Dopo il primo secondo di smarrimento lo sguardo di Katy si fa duro: “Ma chi credi di essere tu per dirmi cosa è giusto e cosa è sbagliato? Io sono bella, giovane e faccio il cazzo che voglio, ok? Scopo con chi mi pare e quando mi pare, e se ho voglia di una nuova Louis Vuitton me la compro domani, perché prendo più io in 1 ora che un pezzente come te in un mese. E adesso, paladino e salvatore delle giovani anime, allontanati da me, non farti più vedere. Se devi salvare qualcuno, guardati intorno..ce ne sono di anime in pericolo, più di quante tu possa immaginare.

Torna saltellando verso il tavolino, le porgono un bicchiere di shampoo, spero non sia tossico.

Fermo in mezzo alla discoteca mi guardo intorno…e mi accorgo per la prima volta di essere circondato da molte, troppe Donne Poncho.

Cap 37 – La trasformazione

Assisto alla prima trasformazione alle 10.32 di un giovedì mattina. Dall’ultima volta che ho controllato l’ora sono passati solamente alcuni minuti. Tra tutti i rituali che il dottore mi ha intimato di seguire, questo è quello che mi imbarazza maggiormente.

Sarà perché sono vestito da pagliaccio, sarà perché ho l’ordine di rimanere in silenzio nel bel mezzo della piazza in cui si sta svolgendo il mercato cittadino, fatto sta che gli occhi puntati su di me sono piccole saette color viola che sfregiano il mio corpo come lame affilate.

Inizialmente le persone hanno riso di me, a molti sono probabilmente sembrato una buffa ed innocua intromissione alla loro routine, fatta di acquisti e parole banali lasciate raminghe a disperdersi nell’aria.

Bambini vocianti, sporchi di gelato al cioccolato, mi hanno sorriso, e con forza hanno strattonato le gonne delle loro madri nella speranza di poter avvicinare l’oggetto delle loro fanciullesche fantasie.

Da me hanno ricevuto solo il gelo, il silenzio di una statua, che fissando il nulla, vive l’infinito dei suoi giorni.

Ben presto la mia presenza silenziosa ha cominciato ad infastidire, la tensione è cresciuta, i sorrisi si sono tramutati prima in stupore, poi gradualmente gli sguardi hanno cominciato a trasmettermi livore, una sorda ostilità verso qualcuno di diverso, che agli occhi della massa è apparso strano, inquietante, forse pericoloso.

Prima uno sguardo, poi un gesto di sufficienza, ai quali sono seguite piccole frasi bisbigliate, infine offese sempre meno celate, e al culmine, minacce.

La gente disprezza ciò che non riesce o vuole comprendere, la diversità di un atteggiamento è già la prova sufficiente che discrimina il bene dal male, il giusto da ciò che è sbagliato, in una folle visione manichea del mondo dove le sfumature non hanno possibilità di vita, sono fiori che si affacciano spaventati nel deserto, e muoiono senza aver avuto, nemmeno per un secondo, la possibilità di essere colti e donati ad una donna amata.

C’è stato chi si è avvicinato, e con fare quasi paternalistico, ha cercato di spiegarmi che per essere un pagliaccio credibile, avrei dovuto sorridere, e far divertire le persone.

Presentandomi in quelle vesti avevo ai loro occhi assunto l’obbligo morale di confermare con i gesti, e le parole, il mio ruolo di buffone. Non altro comportamento era tollerato, pena la perdita della tranquilla navigazione nello sconfinato oceano delle vite banali, e la mia conseguente cacciata da una piazza che, pur appartenendo a tutti, sarebbe divenuta della sola maggioranza.

La società non può accettare che un pagliaccio rimanga in silenzio, il contrasto è troppo forte per non scatenare reazioni a tratti esagerate, come quelle cui sono sottoposto da alcune ore.

Rifletto. Concentrato sul mio silenzio lascio che i pensieri liberi di percorrere praterie immense fatte di associazione che dal nulla si creano, e in un attimo svaniscono.

Episodi, momenti, atomi della mia vita che scie luminose uniscono come fossero stelle di una costellazione ancora sconosciuta. Il passato con il presente, ambiti di vita all’apparenza lontani che adesso uniti, assumono forme tridimensionali, ove all’interno i significati della mia esistenza prendono i colori della ragionevolezza e della luce.

Sarà questa la luce di cui il dottore mi parlava? Fare luce sulla propria esistenza, assaporare nuove prospettive significa forse semplicemente rileggere i passi già compiuti con degli occhi nuovi?

“Sai cosa sei? Un enorme pezzo di merda!”.

Le parole hanno in me l’effetto di un secchio d’acqua fredda scaraventato d’improvviso sull’indifeso dormiente.

La donna che ho davanti avrà circa 60 anni, decisamente sovrappeso. La prima cosa che noto sono i suoi orecchini, potrebbe portarci in giro un pappagallino. Evito il commento.

I suoi occhi mi colpiscono, vi leggo dell’odio, per un attimo ho la netta sensazione che sia in procinto di colpirmi, per mia fortuna questo non succede.

A differenza di tutti coloro che fino a questo momento, armati di coraggio, si sono avvicinati a manifestare il loro disgusto nei miei confronti, questa signora non accenna ad andarsene.

Veste in modo troppo appariscente, se Bianca si azzardasse un giorno a comprarsi una maglia così scollata, probabilmente Ioli cambierebbe la serratura di casa.

Incrocia le braccia, la posizione accentua ancor di più l’enorme seno. Dalla rapida valutazione che riesco ad eseguire lanciando un furtivo sguardo verso di lei, deduco che peserà almeno 1300 kg, etto più, quintale meno.

La posizione che assume è davvero bellicosa e il trucco esagerato che la fa sembrare molto simile ad un maori, sicuramente non aiuta.

Le collane d’oro sono una palese ostentazione di ricchezza che fanno a pugni con la totale mancanza di raffinatezza e savoir faire.

Dietro di lei scorgo un uomo minuto, deduco sia il compagno dal momento che non si allontana per tutto il tempo in cui lei rimane a sfidarmi.

Sta sorreggendo a fatica le borse della spesa, se ho visto bene, prima della scenata contro di me, l’allegra coppietta ha fatto visita al panificio, ad una profumeria, a Benetton, e ad una pasticceria.

“Pensi che abbia paura di un tipo come te, pagliaccio dei miei stivali?. Perché non fai un favore al mondo e torni a casa tua? Qui dai fastidio, lo capisci?”.

Il tono sostenuto della signora ha incuriosito molti passanti che ora si sono fermati e guardano in silenzio la scena. Quello che io credo sia il marito si avvicina alla donna e le sussurra qualcosa in un orecchio.

“No che non mi calmo, a me non importa nulla della gente che ci osserva, mi preoccupo di più di questo barbone che invece di andare a lavorare, rimane qui a rubare i nostri soldi e spaventare i nostri figli”.

Mi trattengo dal desiderio di far notare alla signora come tra lei e il suo compagno, probabilmente l’unico a lavorare sia lui e che, soprattutto, difficilmente potrei rubare dei soldi rimanendo immobile come una statua e con una strana pillola in bocca.

Il mio silenzio sembra esasperare la donna che solleva la borsa e minacciosamente si avvicina.

Mi salvo solamente perché nuovamente il marito interviene e afferratala per un braccio, la allontana da me. Vedo i due parlottare per qualche minuto, non riesco a cogliere tutto lo scambio ma mi sembra evidente che le parole dell’uomo non sortiscono l’effetto sperato.

“Il problema non sono io” grida ad un certo punto la pazza. Il viso è paonazzo e non fatico a notare una vena che si è ingrossata all’altezza della tempia destra.

“Il problema sono quelli come questo sfaccendato qui!” grida volgendomi lo sguardo. “Questi qui vengono in Italia solo a rompere le scatole, bevono, fanno casino, non pagano le tasse, però poi se una cittadina come me gli spacca la testa, vanno in ospedale e il servizio medico copre tutto!”

“Ma vi pare possibile? Nemmeno mi risponde, sicuramente sarà uno di quei Crudi o Arabi”.

“Curdi, si dice Curdi, non crudi” la corregge l’uomo.

“A me non interessa nulla, sono sempre la stessa cosa”.

Osservo la folla che assiste, l’impressione che ne traggo non è certo benevola.  Le parole della donna sono spesso accolte da cenni di assenso e più di qualcuno la esorta al più presto a passare alle vie di fatto.

Non si alza nessuna voce discordante dal coro, gli incresciosi deliri della donna vengono sottolineati dalle risatine divertite di giovani e meno giovani.

Gli unici che non si divertono sono i bambini, involontari spettatori di un triste spettacolo fatto di banalità e semplificazioni. Immobilizzati dalla tenace stretta dei propri genitori, assistono impotenti al teatrino dell’uomo vile, che fiuta la preda tra i più deboli, e gode senza proferir parola innanzi anche ai più biechi tra i comportamenti.

La donna non accenna a mollare la presa, è il capocomico di questo grottesco circo. Ora si sbraccia, ora sbraita. Nel suo mirino non vi sono più solo io, vi è tutto il popolo dei diversi, degli emarginati, di coloro che non si sono assuefatti alla società, ma continuano a viverla da uomini indipendenti e dotati di arbitrio.

“Non sai parlare la nostra lingua? Ma allora torna a casa tua! Sei qui, vuoi fare il pagliaccio, ma non fai ridere, non sai nemmeno parlare! Vai a casa tua, qui non ti vogliamo, e portati via le tue due mogli e 300 bambini, chissà che i nostri figli possano respirare aria salubre in classe”.

Termina la frase volgendo lo sguardo alla folla, e un fragoroso applauso le conferma di aver anche questa volta fatto centro. E’ nel momento stesso in cui si gira che vedo il suo volto deformarsi.

Per un secondo che sembra durare un’eternità, davanti a me non ho più una donna dallo sguardo d’odio, ma un essere con la testa di cavallo.

L’allucinazione mi fa sobbalzare, cosa che non passa inosservata ai più. Chiudo gli occhi e quando li riapro ho nuovamente davanti a me le poco amabili fattezze della signora.

Sebbene non mi possa dire felice, accolgo la ritrovata visione con un sospiro di sollievo. I miei occhi incrociano quelli dell’uomo che silente si è ritirato un po’ in disparte, il suo è lo sguardo di un uomo rassegnato, che ha accettato di subire la prepotenza e che in silenzio accetta la vergogna, e lo smacco dell’ignoranza altrui.

“Tu tornare a casa tua, capito? Casa tua, qui Italia casa di italiani”.

Poi succede ancora. La voce della donna si deforma e contemporaneamente le sue fattezze tornano quelle di un cavallo, il muso allungato, la criniera, gli occhi neri di un essere malvagio.

Un gigantesco cavallo mi sta alitando addosso le sue ipocrite filippiche, e il suo sordido razzismo da strada. Il tiepido olezzo dell’alito dell’animale mi nausea, schizzi di saliva proiettati da una bocca schiumante di rabbia, lordano il mio volto. Capisco che non potrò controllarmi più a lungo quando oramai è troppo tardi.

Ho la netta sensazione che il tempo rallenti per permettermi di vivere appieno quanto sta succedendo. Vedo il getto di vomito volare in slow motion verso l’essere. Nei pochi attimi che precedono l’impatto non vi è più traccia dell’animale. Davanti a me vi è nuovamente la malvagia signora, talmente sorpresa da quanto sta avvenendo, da non avere nemmeno la forza di accennare una reazione. Il getto la colpisce in mezzo ai seni.

Rimaniamo entrambi a bocca aperta mentre le grida di divertimento e di disgusto provenienti dalle persone raccolte vicino a noi, si confondono.

Mi porto la mano alla bocca, “Pardon”, le dico in perfetto inglese.

Credo che quella che segue si possa definire una crisi isterica. La donna viene prima di tutto scossa da tremendi conati, poi inizia a gridare, cerca di togliere il vomito dalla maglia, ma l’unico risultato che ottiene è quello di spalmarlo ancora di più. Appena si rende conto della cosa comincia a saltellare e girare su se stessa, sembra una trottola. Il suo viso è un’unica smorfia di disgusto, emette dei suoni gutturali che mi fanno credere che a breve stramazzerà al suolo con un principio di infarto.

Le persone intorno a noi cominciano ad andarsene, non vi è più nulla da vedere. Vedo il marito avvicinare la moglie e allontanarsi a passi rapidi dalla piazza.

Decido di seguirli, l’immagine del cavallo mi ha turbato, voglio parlare al più presto all’uomo.

Non è difficile seguire la coppia: la mole della donna e le poco celate chiazze di vomito stampate sulla maglia, fanno sì che la folla si apra come il Mar Rosso al passaggio di Mosè.

Mi mantengo ad una distanza di sicurezza anche se il mio costume da pagliaccio non aiuta la mia mimetizzazione.

Si fermano in una piazzola poco distante, la donna si accomoda sui gradini di una chiesa mentre l’uomo si muove verso una bancarella di frutta e verdura. Capisco che si tratta della mia occasione e decido di affrontarlo.

“Compra le carote per il cavallo?”.

La mia domanda lo coglie impreparato tanto che istintivamente arretra di un passo. Non mi risponde, sembra che non abbia mai visto un pagliaccio parlare.

“Le ho chiesto, se è qui per comprare le carote al cavallo”.

Ancora una volta l’uomo non risponde, non smette di fissarmi.

La situazione mi spazientisce, e il rischio di trovarmi nuovamente addosso quella strana donna mi spinge ad accelerare i tempi.

“La signora di prima, quella con il vomito, in realtà credo sia un cavallo gigantesco. Mi piacerebbe sapere come lei possa continuare a condividere la sua vita con quell’essere”

La mia frase sembra risvegliarlo da un profondo sogno, apre la bocca come se volesse dire qualcosa ma si trattiene.

“E’ mia moglie, non è un cavallo” dice dopo alcuni secondi di riflessione.

La sua semplicità è fin commovente, sembra non voler accettare una verità che è sotto gli occhi di tutti.

“A parte il fatto che ho visto perfettamente il volto dell’animale poco fa, lei evidentemente si è fermato a comprare delle carote e guarda caso, ai cavalli piacciono le carote”.

“Anche ai conigli piacciono le carote” mi risponde “potrei semplicemente avere un coniglio in casa”.

Valuto per un istante la risposta dell’uomo: una difesa evidentemente scriteriata e eccessiva, frutto probabilmente di una coscienza sporca, che cerca con la bugia di negare una inconfutabile evidenza.

“Cerchiamo di non sviare l’attenzione dal problema principale, ho chiaramente assistito alla trasformazione della sua signora poco fa. Sono certo si trattasse di un cavallo per due semplici motivi: riesco a distinguere un cavallo da un coniglio, e secondo, io detesto i cavalli e non i conigli”.

“In realtà più dei cavalli, io odio i Bamby, ma in questo caso sono certo che sua moglie non appartenga a questa immonda razza”.

Cercando ancora una volta di allontanarsi da me, l’uomo appoggia male il piede destro e cade rovinosamente sull’asfalto. Si alza prima che io riesca ad aiutarlo.

“Ci pensi bene, non le sembra contro natura frequentare una bestia di siffatta proporzione? Il cavallo è una bestia malvagia, mangia le carote ma non si abbronza, morde, perde appositamente le gare per rovinare le persone, e per causa di un cavallo Candy Candy ha visto morire il suo amato Anthony. Lei mi sembra una persona seria e buona…non dovrebbe accettare supinamente questa situazione, ma non si preoccupi, io la salverò”.

All’udire tali parole l’uomo fugge a gambe levate, lo vedo parlottare con la moglie e poi incamminarsi verso la fermata del bus.

Non mi risulta troppo difficile seguirli, i due salgono nel numero 9 e si piazzano nei posti vicini all’autista.

Scendono mestamente in una zona che si potrebbe definire popolare. Le case, una volta fiore all’occhiello del comune, sono state lasciate sole a combattere l’impari lotta contro il tempo.

Un piccolo bastardino non smette di abbaiare.

Rimango ad una distanza di sicurezza fino a scoprire con esattezza l’ubicazione della loro dimora. Evidentemente debbono essere tra i facoltosi della zona perché la casa, distribuita su due piani, è circondata da uno splendido giardino. Il cancello è aperto, ne approfitto per entrare a dare un’occhiata. Cammino indisturbato per una decina di metri, scorgo quella che ritengo essere una piscina sul retro dell’edificio.

Faccio ritorno a casa, mangio velocemente alcuni rimasugli di formaggio, e mi preparo alla grande notte. Ho deciso che aiuterò l’uomo, quel povero signore vittima di un maleficio ha solo bisogno di qualcuno che gli faccia aprire gli occhi.

Nel mio zaino faccio entrare una Umarex 92 FS XX Treme a carica elettrica, tra le più micidiali delle mie pistole ad aria compressa.

Raggiungo il quartiere verso le 21. Il cielo è stellato, e il frinire dei grilli accompagna i miei passi fino alla casa dei coniugi. Dalla strada si odono delle voci, forse sono dei nitriti. La serata è fresca ma questo non ha impedito alla coppia di cenare all’aperto. Hanno allestito un piccolo tavolino davanti alla porta del garage, dalla strada è già possibile osservare le loro mosse con chiarezza.

Entro dal cancello e mi nascondo dietro il tronco di un albero. Distinguo chiaramente la voce dell’uomo, il tono sembra sommesso, è probabile che stia cercando di scusarsi. Deduco stia parlando con quello strano essere con cui si accompagnava in giornata, controllo la carica della pistola.

La petulante donna sta rimproverando qualcosa al marito, è la goccia che fa traboccare il vaso.

E’ sufficiente spostarmi lateralmente di solo 50 centimetri per avere una visuale di tiro perfetta. Prendo la mira. Con il primo colpo mando in frantumi un bicchiere della tavola. Dopo alcuni secondi di smarrimento le voci si fanno più forti e nitide. Non aspetto, sparo nuovamente.

Sento un urlo. Continuo a sparare nella stessa direzione, ad ogni colpo un urlo nuovo. “Strano modo di lamentarsi ha questo cavallo” penso, poi riconosco la voce dell’uomo gridare: “Basta, basta per pietà”.

Decido di smettere e andare a controllare il lavoro svolto. Mi avvicino e saluto l’uomo. E’ accovacciato a terra e si sta riparando con una delle sedie in plastica. Sta tremando, immagino sia gratitudine.

Poco distante l’essere demoniaco si sta massaggiando una gamba. Nel tentativo di ripararsi ha fatto cadere la tavola con tutte le vettovaglie. Mi fissa con orrore, probabilmente non riesce a riconoscermi. Anche lei trema, una reazione che non mi sarei aspettato da un demonio come lei.

Volgo lo sguardo all’uomo e lo aiuto a mettersi in piedi.

Piange.

“Non pianga” gli dico “lo ho fatto con piacere”.

“Perché?” mi domanda.

“Odio i cavalli” gli rispondo.

“Qui non c’è alcun cavallo” mi risponde “è mia moglie” grida lui. Corre verso la donna, le accarezza i capelli e la bacia con dolcezza. Le sussurra qualcosa all’orecchio, lei singhiozzando si stringe a lui.

Si volge verso di me: “Vattene, pazzoide, o io chiamo la polizia”.

Lo sfogo dell’uomo mi lascia interdetto, ho come l’impressione che il mio aiuto non sia stato compreso. Dove ho sbagliato? Ho individuato un essere malvagio, mi sono battuto affinché una buona persona potesse sconfiggerlo, mi sono dato da fare, e il ringraziamento? Lei che piange, lui che la consola, entrambi che vogliono denunciarmi.

C’è qualcosa in tutto questo che non capisco, perché le persone non dovrebbero accettare il mio aiuto?

Cap 35 – Vicini di casa

Miei adorati vicini (a pensarci bene non è che vi adori, però mi sembrava un modo carino di coinvolgervi emotivamente già da subito), è con estrema tristezza che vi annuncio che a partire dalle ore 6 pm di giovedì 11 c.m. io non sarò più tra di voi, avendo infine deciso di passare a miglior vita. Quale occasione migliore per un’ultima bevuta e quattro chiacchiere tra di noi? Vi aspetto tutti questa sera alle ore 20 nel mio appartamento.

RSVP

Invio la mail alle 14.03 e alle 14.08 sento bussare alla porta. Dalla forza immagino si tratti di Stefan, decido di non aprire immediatamente, voglio che l’attesa renda l’incontro ancor più drammatico.

Dopo la seduta del lunedì ho passato lunghi momenti di pura apatia e sconforto. In poco tempo i miei pensieri hanno assunto il colore nero dell’odio, e mi sono ritrovato a maledire il giorno in cui ho conosciuto il Fabiani.

Non ho avuto il coraggio di sospendere la cura, sarà forse per quell’esigua rimanenza di amor proprio che ancora alberga in me. Pur senza molta voglia, ho affrontato le prove elencate nel foglio consegnatomi.

Ho camminato a quattro zampe per quasi due ore nel tentativo di recuperare il mio “rapporto con la flora e la fauna del mondo che mi circonda” (avrei sicuramente preferito mangiarmi un bel filetto a tal proposito) e ho sistematicamente aperto la porta nudo a tutti i poveri fattorini che hanno avuto la sfortuna di dover consegnare le 10 pizze che ho ordinato, seguendo i dettami del mio “amato dottore”. Ammetto che dopo un po’ uno ci fa anche l’abitudine e non si rende conto di essere nudo, sino a quando non nota lo sguardo disperato e, debbo dire, a tratti inorridito di chi si ha davanti.

“…così da creare una connessione perfetta tra lei e il suo corpo“. Non so se realmente questa connessione si sia creata, sicuramente ho rotto definitivamente quella che esisteva tra me e le pizzerie della zona.

Stefan continua a battere come un forsennato alla mia porta, comincia ad innervosirmi.

Per rendere ancor più drammatica la situazione decido di alzare il volume dello stereo quasi al massimo, le imponenti note del requiem di Mozart si diffondono nella stanza.

A dirla tutta, non ho alcuna intenzione di suicidarmi, avevo solo bisogno di vedere qualcuno, di scambiare con qualche amico delle riflessioni, di confrontarmi. Ho ritenuto che la mail potesse essere il modo migliore per assicurarmi la presenza di tutti.

Ho esteso l’invito a coloro che nel bene e nel male mi sono stati vicini in questi mesi: Stefan, Flavia, il mio amico nanetto e quel genio del Ruberti.

Considerando il fatto che soprattutto quest’ultimo ha continuato nel tempo ad evitare di confrontarsi con il mio amore, ho ritenuto che “un ultimo saluto” avrebbe potuto alla fine smuoverlo da quel suo ostile antro di intelligenza e solitudine.

Per l’occasione ho anche ordinato casa: i gatti di polvere sono scientificamente finiti sotto il mio letto, Elisabetta è tornata a abbellire la parete del mio salotto, i piatti sono stati lavati con una dovizia quasi maniacale.

In uno slancio di inaudita bontà ho anche rotto il rituale del lunedì single (Stefan ha inaspettatamente saltato gli ultimi due appuntamenti) e mi sono recato da Simona per acquistare un pacchetto di patatine, delle olive e alcune bottiglie di vino.

Da dove nasce tanta gentilezza e spirito di ospitalità? Da una necessità. Lo spirito di sopravvivenza può spingere le persone a compiere gesti aberranti: cannibalismo, tradimenti, voti a Berlusconi; il mio caso non è dissimile, ho di fatto dimenticato le mie note caratteristiche di asociale bastardo perché per la prima volta in vita, ho sentito la necessità di un confronto, di calore umano, ma più di qualsiasi altra cosa, di una valvola di sfogo.

Sento rabbia per il Fabiani che con le sue edulcorate riflessioni ha abbattuto le certezze su cui si basava la mia esistenza, e di riflesso odio il mondo, perché da oggi sono costretto a guardarlo con gli occhi tristi di chi è uno tra molti, e non uno differente e migliore dei più.

Volevo cambiare, questo è certo, ma sicuramente non volevo ritrovarmi a non sapere più nemmeno come mi chiamo, perché le persone mi stanno vicine, cosa sono io per gli altri.

Un tempo la cosa non mi avrebbe importato, a settimane alterne sapevo perfettamente di essere o una sorta di semi dio sceso sulla terra per dominare il mondo, o un alieno dotato di poteri inimmaginabili come “saper limonare senza lingua”, “vedere il futuro quando è già passato”, “impadronirsi della mente altrui e far dire loro cose che loro decidono di dire, indipendentemente dalla mio volere”. Tutte caratteristiche, e potenzialità sperimentate sul campo, in decine e decine di minuti di duro lavoro.

Poi sapevo di essere bello, più che bello dannatamente figo, uno di quelli che le donne le cambia con la stessa frequenza con cui cambia i boxer, una a settimana.

Dopo lunedì tutto questo si è frantumato come un cristallo, e mille frammenti luminescenti sono sparsi davanti a me, non ho la voglia e la forza di chinarmi a raccoglierli e cominciare una lenta e faticosa opera di ricostruzione, ma soprattutto adesso so che ciascuno di queste piccole schegge, ha la facoltà di lacerare la mia pelle e macchiarsi del rosso del mio sangue.

Davanti al proprio nulla, ai fallimenti, allo zero che siamo stati, ogni parola, riflessione, obiettivo, progetto rappresentano una lama incandescente che penetra nella nostra anima, e ci lascia squarci di profonda sofferenza.

Quando qualcosa ti ferisce, cerchi di ripartire dalle poche sicurezze che ti circondano, dai tuoi familiari, dai tuoi amici.

Abbasso la musica, il vociare fuori dalla mia porta si è fatto più intenso. Riconosco la voce di Flavia e lo squittire del mio amico nano.

Mi avvicino alla porta, sono quasi commosso che tutti si siano preoccupati per per me. Penso a quando ero bambino, alle ore passate davanti alla televisione guardando Goldrake.

Mi innamorai per la prima volta a quell’età di Venusia, nelle mie fantasie non vi era ancora il sesso, ma vi era una strana forma di dipendenza. Sognavo di essere ferito e di ricevere le cure e l’affetto dalla mia amata. Non vi erano baci, non vi era null’altro che comprensione, vicinanza calore, quello di cui sento ora la necessità.

Fuori dalla porta hanno capito che sono ancora vivo, ho abbassato il volume e sono certo che il genio del Ruberti abbia notato la cosa, e già istruito gli altri.

Il più scatenato sembra il nano, non smette di gridare, mi sembra di vederlo mentre si agita come una pallina davanti alla mia porta.

Sento bussare con insistenza, percepisco che l’origine del suono non si situi come normalmente accade, all’altezza dei miei occhi ma provenga da molto più in basso. Anche l’intensità del suono è differente, anche se non ne conosco la corretta spiegazione fisica, deduco che delle mani piccole producano un suono differente rispetto a delle mani di un adulto.

“Smettetela di prendere a calci la mia porta!”.

Per un attimo l’incessante borbottare proveniente dall’esterno si placa per poi ricominciare ancor più rumoroso di prima.

Le grida si confondono, il sovrapporsi di voci e rumori mi ricorda una composizione di cacofonia.

Il rumore proveniente dalla zona più bassa della porta è il più ostinato, ed è l’unico che anche dopo alcuni minuti continua a martoriare le mie orecchie.

Apro la porta di scatto e contemporaneamente esordisco dicendo: “Vi ho detto di smetterla di prendere a pedate la..”

Alla vista del nano con la mano ancora a mezz’aria pronto a colpire nuovamente il legno, continuo con la gag: “ahhh ma non erano calci..eri tu!!”

Dopo alcuni secondi tutti, eccetto il piccoletto che rimane basito e praticamente immobile, scoppiano a ridere. La risata è davvero liberatoria, lo leggo dai loro volti e dagli sguardi che si scambiano furtivamente.

Come già successo in passato, dimentico del suo carattere a dir poco infiammabile, perdo di vista per qualche secondo il mio piccolo amico il quale, realizzato per ultimo di essere al centro della ennesima burla da parte mia, non si preoccupa nemmeno di abbassare la mano e la scaglia con notevole forza direttamente tra le mie gambe.

Il dolore al basso ventre è micidiale e mi costringe al suolo in una posizione fetale. In mio soccorso intervengono i tre vicini meno bellicosi, e lentamente mi aiutano a rimettermi in piedi e recuperare il fiato troncato di netto dal dolore.

“Dovresti andarci piano con questi colpi” esclamo fissandolo. Il piccoletto non si scompone e con fare deciso entra nel mio appartamento. Lo seguiamo in silenzio, Stefan si preoccupa di chiudere la porta e si sistema alla destra di Flavia.

Sembra meno interessato al suo corpo nudo rispetto all’ultima volta che ci siamo visti, la cosa mi sorprende non poco.

“Alla fine siete venuti tutti” esclamo sfoggiando un sorriso che farebbe invidia a Moira Orfei, “che gentili, non era così importante”.

La mia falsa modestia non coglie nel segno e la risposta di Flavia mi fulmina: “Pezzo d’idiota, dopo quella mail era il minimo che potessimo fare”.

Non è una cosa piacevole sentirsi gli occhi di tre persone e mezzo che ti fissano tra l’interdetto e l’incazzato, ho bisogno di un diversivo per abbassare la tensione e l’occasione di avere tra di noi il signor Ruberti si presta alla perfezione al mio scopo.

Non credo conosciate il signor Ruberti del 3b” dico rivolgendo lo sguardo verso Flavia, “non ricordo nello specifico quale sia il suo lavoro, sicuramente però posso dirvi che è un maledettissimo ed estremamente figlio di puttana genio”.

A suggello di tale mia poetica affermazione passo la parola direttamente all’interessato affinché stupisca tutti con una delle sue mirabolanti riflessioni: “Glielo dimostri, dica qualcosa da genio”.

Colto di sorpresa il Ruberti arrossisce come un’educanda, indietreggia impercettibilmente e balbettando riesce solo a proferire un semplice: “Ma, ma io veramente.”

“Visto, che vi avevo detto? Lo interrompo. “E’ o non è il più stramaledettoecazzutissimo genio che abbiate mai conosciuto?”

Approfitto dell’attimo di perplessità causato dalle mia affermazioni per balzare in avanti e, afferrata la testa del malcapitato, stampargli un sonoro bacio sulla bocca.

“Sai che ti amo vero? Non mi sono dimenticato di te. In realtà a pensarci bene mi ero dimenticato di te, ma il fatto che tu sia qui oggi mi riempie d’orgoglio e felicità!”

Il genio mi spinge via con tutte le sue forze e comincia a pulirsi la bocca con le maniche della camicia. Mi guarda sconcertato, probabilmente teme un mio secondo attacco.

Ignoro l’impulso di gettarmi tra le sue braccia come farebbe un bimbo con i nonni che ha appena rivisto dopo un lungo periodo di assenza e, riacquistato il mio self control, racconto a Stefan, Flavia e al nano la storia del signor Ruberti. Tutti alla fine sembrano decisamente affascinati dalla nostra strana relazione.

Il Ruberti ascolta in silenzio e in più di un’occasione si trincea dietro un mutismo imbarazzato e commovente. A dispetto di tutto, rifletto, se non fosse per il viso davvero mostruoso ed un corpo sformato dalla pastasciutta e dall’età, sarebbe anche un bell’uomo.

Flavia tempesta l’uomo con mille domande ed io approfitto del mio momento di svago, per smettere i panni di splendido anfitrione, e studiare attentamente i miei ospiti.

Chi non ha bisogno di presentazioni è Stefan, seduto in silenzio sul mio divano ascolta con interesse le parole del genio. Con un taccuino in mano ed una matita tra le dita avrebbe tutto per sembrare un giornalista alle prese con un proprio informatore.

A dispetto del solito, oggi Stefan sembra appena uscito dalla doccia, si è sicuramente fatto la barba e profuma di pulito. Indossa una comunissima Polo bianca che cozza con il ricordo più vivido che ho di lui, “quasi frantumato da due grossi energumeni vestiti di nero”.

Il corpo nudo di Flavia oramai non mi fa più effetto, e a dire il vero anche gli altri maschietti invitati la trattano come se indossasse un tailleur grigio. Divertente, rifletto, come la conoscenza diretta con una persona possa farti dimenticare per incanto che vestiti stia indossando.

Decido di attirare l’attenzione di tutti i miei invitati rivolgendo loro la domanda più ovvia: “Scusatemi” dico interrompendo le loro dotte disquisizioni sul chi sia più intelligente tra il Trota Bossi o la crosta di formaggio grana spuntata per miracolo da sotto uno dei cuscini del mio divano, “sareste così gentili da spiegarmi perché siete arrivati tutti adesso, quando l’appuntamento era per le ore 20?”

Risponde Flavia per tutti: “Abbiamo letto la tua mail, credo di parlare a nome di tutti se ti dico che ci siamo preoccupati e senza nemmeno metterci d’accordo ci siamo precipitati alla tua porta”.

Un silenzio imbarazzato segue le parole della ragazza. Rifletto su da farsi e ritengo che in questo caso la mia sincerità sarà sicuramente apprezzata dal gruppo.

“Ah ma quella mail era una balla, non ho alcuna intenzione di suicidarmi. Cercavo un pretesto per convocarvi tutti, perché vorrei parlarvi di alcune cose, mi sembrava il metodo più rapido”.

L’esperienza insegna, e al primo fremito che percepisco sul volto del nano, mi alzo dal divano e mi riparo dietro una sedia strategicamente posizionata alla mia destra.

Il piccolo uomo, che senza pensarci un secondo si era alzato di scatto e gettato verso di me con l’intenzione di colpirmi nuovamente tra le gambe, sembra per un momento spiazzato dalla mia rapidità.

Cerca di colpirmi nonostante il mio riparo e i suoi pugni non si avvicinano nemmeno al mio basso ventre. Come in un vecchio gioco di bambini cominciamo a girare intorno alla sedia, quando si muove verso destra io faccio un passo a sinistra e viceversa.

C’è profondo odio nei suoi occhi, una rabbia tale che ancora il piccoletto non è riuscito a proferire parola. Schiumante di rabbia si blocca e mi fissa intensamente, i respiri si fanno sempre più affannosi, per un momento penso sia in procinto di avere un infarto.

Accumula aria nei polmoni che mi scarica di punto in bianco gridando: “figliODIPUTTANAAAAAAAA”.

Torna ad ansimare come un cane dopo una lunga corsa, non ha ancora esaurito la rabbia a quanto pare.

Mi ricorda uno di quei palloncini che si gonfiano soffiandoci dentro, cresce pian piano sino a giungere ad uno stadio prossimo all’esplosione. La meccanica del folletto è molto simile, inspira di continuo ma invece di esplodere mi scaglia addosso tutta la sua rabbia gridandomi i più turpi improperi da lui conosciuti.

Gli altri sono fermi, immobili come se un gigantesco ragno avesse iniettato loro il suo veleno paralizzante. Guardano la scena come davanti ad un grande schermo, mi aspetto che a momenti qualcuno dei tre estragga dal nulla dei pop corn ed inizi a s mangiucchiarne distrattamente.

“Ti rendi conto aberrante figlio di puttana che ci hai fatto spaventare? Tutti noi abbiamo sentito un tonfo al cuore quando abbiamo letto le tue parole, io per primo, lo ammetto, ho anche pianto”. “Poi quando sono venuto da te, e ho visto che c’era qualcuno che aveva avuto la mia stessa idea, ho pensato che forse qualcosa si potesse ancora fare, forse la nostra presenza avrebbe potuto farti desistere dal proseguire in quella tua stupida scelta. Poi scopro che era tutta una messa in scena, per essere sicuro di averci tutti qui…una delle tue innumerevoli cavolate che metti in atto senza pensare alle possibili implicazioni, senza guardare mai al di là del tuo enorme naso”.

Capisco di aver esagerato quando il Ruberti non risponde nemmeno con un piccolo sorriso ai bacetti che gli sto mandando. Il gelo che percepisco intorno mi mette a disagio, credo di dover loro delle scuse.

Mi siedo e con un sorriso di circostanza aspetto che tutti prendano posizione. Il nano fatica a montare sul divano, gentilmente Stefan lo aiuta.

Cerco di stemperare la tensione sottolineando la scena con una risata sguaiata, ma nessuno se la sente di condividere con me la goliardica esperienza.

Mi tranquillizzo e dopo aver velatamente chiesto scusa, faccio un brave riassunto di quanto mi sia capitato negli ultimi tempi, non faccio mistero di essere sotto cura sperimentale, aspetto che sembra accendere la curiosità di tutti i presenti.

Racconto del rituale, di come proprio durante una delle prove io abbia conosciuto Annalisa. A nessuno sfugge il fatto che le parole della ragazza, citate da me quasi a memoria, abbiano avuto un effetto devastante sulla mia autostima.

Il silenzio si fa cupo non appena termino di raccontare quanto successo l’ultimo lunedì, nello studio del Fabiani.

“In fin dei conti” concludo “voi siete miei amici, vorrei il vostro parere, vorrei capire anche grazie a voi, chi sono…perché ad oggi, sembra che tutti siano in grado di dirmi solo ed esclusivamente chi non sono, e cosa non sono in grado di fare”.

“Sei un gran cretino, questo credo di avertelo più volte detto”. Le parole del nano non mi sorprendono più di tanto, a lasciarmi senza possibilità di replica sono le parole che seguono. “Sei un cretino con qualità che sistematicamente ignora per dare spazio a idee balzane e false rappresentazioni di se stesso”.

Tutti riflettono in silenzio per alcuni secondi.

“A volte non sono certo tu riesca a leggermi nel pensiero” aggiunge Stefan, “visto che siamo in confidenza posso dirtelo, in più di un’occasione ti ho mandato a cagare, e tu non ti sei incazzato”.

“Forse non ero sintonizzato con la tua mente” replico debolmente, il primo a non credere a queste parole sono io.

“Non scherziamo” a parlare è Flavia ” nessuno di noi si è preparato prima questo incontro, ma l’impressione è che tutti noi siamo concordi nel dirti che…tu, ti stai sabotando. Hai delle qualità, indubbiamente ne hai, però passi il tuo tempo affrontando battaglie inutili, paventando super poteri che non hai, gettando tutto sommato del tempo in avventure prive di uno scopo, e di un senso”.

Non credo che quei poveri uomini capitati sotto le grinfie di Tomás de Torquemada tanti anni fa si siano sentiti tanto peggio di come sto io in questo momento. La domanda che pongo al gruppo è a tutti gli effetti un assist per ricevere la mazzata finale. “Nello specifico, a cosa vi state riferendo…vorrei qualche esempio”.

“Di esempi ce ne sono a milioni!” tuona Flavia, “dici ad esempio di poter spostare gli oggetti con la forza del pensiero, di poter leggere il futuro, una volta volevi fare il Papa, un’altra volta mi parlavi di giocare a basket..”

“…come giocatore di colore” specifica il nano.

“Lo ha raccontato anche a te?” domanda la ragazza stupita.

“Ovvio, usava la storia per irridermi” risponde l’altro in tono rassegnato.

Un silenzio imbarazzato scende nella sala, Stefan ha lo sguardo rivolto verso le sue scarpe e le braccia incrociate, una forte chiusura nei confronti miei o della situazione, direbbe qualcuno.

È proprio lui a prendere la parola: “A volte io non ti capisco, quando sembra che una cosa funzioni, ne cominci un’altra. Non hai pazienza, c’è sempre una eccessiva dose di ansia in quello che fai. Mi viene in mente tuo padre, mi hai raccontato del suo lavoro, e di come si relaziona con te. Invece di fare esperienza, di apprendere un mestiere e di correggere eventualmente quelli che sono gli errori di Ioli, tu ti incazzi, non vai al lavoro, ti inventi scuse”.

Sembra pesare bene le parole prima di sferrare l’ultimo affondo: “A volte con me sei un bastardo. Mi hai detto e fatto fare cose solo per il tuo divertimento, non certo per il mio bene”.

Il ragazzo ha la decenza di non raccontare agli altri a che episodi si stia riferendo, anche se la cosa mi provoca un moto di rabbia estremo, sento che non è andato tanto distante dalla verità.

“Un bastardo inconcludente” sentenzio alla fine io con finta ironia. Se cercavo sincerità, non posso negare di averla trovata, sfortunatamente le mazzate che mi sono arrivate, non avranno di certo la capacità di farmi affrontare serenamente il mio futuro.

“Tu hai un dono”.

La voce del Ruperti rompe il silenzio come uno sparo in piena notte. Gli occhi sono tutti puntati su di lui, fino a quel momento rimasto in silenzio.

“Tu sei dotato di una sensibilità che poche persone hanno”. La frase rimane in sospeso, come un soffione, impercettibilmente spinto da brezze primaverili.

“Insomma, guardati intorno. C’è un nano, una nudista, un ragazzo che si professa maestro di Okuto..e ci sono io”.

“Io non so cosa tu abbia visto in noi, ma ti assicuro che il 99% della popolazione mondiale ci definirebbe come freaks“.

“Tu invece ci hai accolti e accettati, con i tuoi limiti e le tue pazzie, ma ci hai sicuramente fatti sentire normali. A te non importa che Flavia sia nuda, perché quando le parli tu non guardi il suo corpo; con il nostro piccolo amico sei totalmente privo di riserbo e delicatezza, irridi la sua statura ma, in fin dei conti, sembra tu gli stia mostrando la sua normalità”.

“..conosco poco Stefan, però per il poco che ho poco che ho potuto intuire, lo hai aiutato ad uscire da uno stato di semi autismo..che alcuni si spingerebbero a definire follia; in lui hai visto qualcosa di speciale, e raccontandogli la sua storia, lo hai fatto rinascere”.

“In me hai visto un genio..non sono io la persona migliore per confermare o meno questa tua lettura, ma di certo hai colpito nel segno, perché sei riuscito ad evocare in me ricordi, aspirazioni, propositi che quando ero bambino mi motivavano a studiare ed impegnarmi, ma che poi le contingenze della vita mi hanno obbligato a lasciare”.

“Non sei speciale perché puoi volare o altre amenità del genere…sei speciale perché ci hai fatti sentire speciali”.

Quando Savicevic segnò al Barcellona in una indimenticabile finale di Coppa dei Campioni, ricordo di aver pianto. Fu tale la bellezza di quel gesto che le lacrime cominciarono a scendere e non ci fu alcuna possibilità di fermarne il flusso.

A distanza di anni le sensazioni sono le stesse, mi metto le mani davanti al viso e piango come un bambino.

Cap 33 – L’usignolo

Sono al quarto giorno della cura del Fabiani e sento che qualcosa si sta muovendo. Ho trascorso la notte anteriore gridando improperi contro il maledetto Silas, la gola ancora mi arde, ma è un dolore piacevole che ha il significato della rinascita.

Non avrei mai pensato che entrare nuovamente in contatto con la mia spiritualità sarebbe stato così semplice: una pillola, un rapido rituale ed il gioco è fatto.

Non riesco ad elaborare lucidamente quanto sta avvenendo dentro di me, di sicuro sento che le pillole comportamentali del Fabiani sono un’arma immensa, potrebbero tranquillamente cambiare il corso della storia come la scoperta della penicillina, o l’acquisto del trio Gullit, Rijkaard Van Basten.

Rimarrei volentieri a letto a riflettere su tutte le piccole cose che sono mutate in me da quando ho cominciato ad ingurgitare quelle strane pastiglie al sapore di menta, ma non posso, ho un compito da portare avanti, e per nulla al mondo lascerò che la mia inerzia prenda il sopravvento.

Mi alzo dal letto sono le tre del pomeriggio, passeggio nudo per la casa incurante degli sguardi inorriditi dei vicini.

Apro l’armadio con la rassegnazione di colui al quale è stato appena comunicato che dovrà andare a combattere al fronte. I vestiti sono tutti ammassati, non c’è nulla di pulito o stirato. Una piccola bomba nucleare è esplosa tra le mie camicie riducendole a delle deliziose palle di cotone.

Scelgo la meno peggio, è azzurra, un regalo di Bianca dell’ultimo Natale. Ripenso alle camicie fatte a mano del Fabiani, la prossima volta voglio domandargli a chi le commissiona.

Opto per un paio di Diesel con un evidente strappo che oramai lascia scoperto tutto il ginocchio destro. La MCI mi sta impedendo anche di prendere una decisione tanto semplice come comprare dei nuovi vestiti, ed il risultato è che praticamente ho gli stessi abiti che usavo cinque anni fa.

In centro ci arrivo camminando verso le 4 del pomeriggio, ancora non vi è molta gente per la strada, solo qualche universitario svogliato, stanco di passare ore chinato sui libri.

Passeggio per una delle vie principali, il dottore è stato chiaro, dovrò avvicinarmi ad almeno 3 ragazze e conoscerle utilizzando alcune frasi che mi ha suggerito. Sono certo di non aver mai raccontato al Fabiani dei miei giorni dell’Estasi, con un po’ di fortuna le due situazioni avrebbero potuto coincidere.

L’utile al dilettevole, vivere l’Estasi ed essere obbligato da un medico ad andare a donne, che c’è di meglio?

In realtà di conoscere ragazze non ho molta voglia, ma se è per sconfiggere la MCI, questo ed altro.

I primi due approcci sono un vero e proprio disastro: Silvia, 25 anni, studentessa di Scienze Politiche non trova politicamente corretto che io tessa le lodi dei suoi immensi seni al punto da spingermi a definirli l’anello di congiunzione tra l’uomo e Dio.

Sara, 30 anni splendidamente portati, mi fa notare dopo alcuni minuti che l’approccio “Mano sul sedere e provo a baciarti PRIMA di essermi presentato” è probabilmente vincente le domeniche pomeriggio in discoteca, ma un po’ distante dalle sue aspettative e dai suoi sogni di trentenne single.

Ringrazio le mie due quasi fidanzate sottolineando anche con gesti plateali, la stupidità della loro scelta, e continuo la mia passeggiata pomeridiana.

Sono ancora immerso nei miei pensieri quando vengo rapito dal dolce canto di un usignolo di nome Annalisa. Le parole e la melodia sono quelle di “Qualcosa che non c’è” di Elisa.

Annalisa veste con jeans attillati che fanno risaltare le sue gambe affusolate, calza stivali Prada color caffè perfettamente abbinati alla maglia che le scende morbida lungo i fianchi. Il taglio della t-shirt è tale che la spalla destra risulti quasi sempre scoperta. Tutto sommato l’immagine è davvero sexy, troppo sexy per una ragazza che si nutre di usignoli.

La raggiungo nel giro di pochi secondi e mi piazzo davanti a lei con fare minaccioso, la sua sorpresa è grande, istintivamente fa un passo indietro e rimane impietrita a fissarmi.

“Dovresti sputare l’usignolo, non mi sembra il caso che una ragazza come te passi il suo tempo maltrattando gli animali”.

La ragazza per lo stupore apre la bocca quel tanto che basta perché io decida di passare immediatamente alle maniere forti. Con un balzo in avanti le sono addosso e le infilo due dita in bocca.

I denti di Annalisa si chiudono istintivamente e il mio pollice ed indice rimangono fatalmente chiusi in una morsa d’acciaio.

Il dolore è di quelli lancinanti, grido con tutto il fiato che ho in corpo mentre gli occhi si fanno lucidi di lacrime. Dopo alcuni secondi che sembrano un’eternità la ragazza apre la bocca e rimane a fissarmi con gli occhi sgranati.

Un piccolo gruppo di persone, attirate dal mio grido si sono radunate intorno a noi.

Pezzo di befana cannibale, quasi mi stacchi due dita”.

La ragazza mi guarda incredula, sembra non credere alle proprie orecchie: “Si può sapere perché cavolo mi hai messo due dita in gola?”

“Per evitare che tu facessi male all’usignolo che hai in bocca, ecco perché..befana. E non fingere di non capire, mi sei passata vicino e stavi cantando Elisa con una voce che non può appartenere ad una persona..ne ho dedotto fosse quella di un usignolo, per questo ho deciso di salvarlo dalle tue grinfie”.

Un signore sulla quarantina che ha assistito alla scena si offre di accompagnarla all’ospedale e di chiamare la polizia ma lei senza perdermi di vista, rifiuta gentilmente l’offerta.

“Quindi tu mi stai dicendo che quando mi hai sentito cantare hai pensato che io avessi catturato un usignolo e sei venuto a salvare il pennuto dalle mie grinfie, corretto?”

Il sangue gocciolando lungo la mia mano, il dolore è ancora insopportabile, ho una voglia matta di picchiare la ragazza davanti a me: “Corretto, befana”.

“Messa così potrebbe quasi sembrare un complimento. Ascoltami bene, io non ho alcun usignolo con me, mi chiamo Annalisa, ho 25 anni, mi piace cantare soprattutto quando sono sotto la doccia o quando sono assorta nei miei pensieri. Mi spiace averti morso in quel modo, mi hai spaventato. Per farmi perdonare se ti va possiamo berci un caffè insieme”.

Dopo un attimo di riluttanza acconsento di accompagnarla al bar. Mi reco al bagno dove rubo un ingente quantitativo di carta igienica per tamponare la ferita. Al mio ritorno la ragazza sta ordinando un the al ginseng. Il cameriere nota la mia fasciatura già lorda di sangue. Non dice nulla e prende anche la mia ordinazione.

I successivi 15 minuti li passo cercando di scorgere qualche movimento sospetto all’interno della bocca della ragazza, anche una semplice piuma potrebbe essere un indice di un abominevole atto perpetrato nei confronti di un debole pennuto, ma nulla succede.

Annalisa mi racconta molto della sua vita, forse troppo per i miei gusti. Scopro così che vive a Verona ma ha affittato un appartamento con delle coetanee per poter seguire più tranquillamente le lezioni. Ama cantare, ma questo già lo avevo intuito e quando era piccola ha anche vinto qualche concorso canoro.

Ride spesso alle mie battute il che mi spinge a ritenere che si stia infatuando di me. Decido di accorciare i tempi, soprattutto immaginando la faccia del Fabiani al raccontargli di essermi portato a letto una ragazza grazie ai suoi approcci.

La mia espressione “Dylan” appare all’incirca quando Annalisa mi sta parlando di sua sorella Lia, il mio sguardo penetrante la zittisce e lei rimane in silenzio a guardarmi: “Che c’è?”.

“C’è che credo sia il momento di baciarci”. Avvicino la mia bocca alla sua ma sul più bello lei si sposta quei centimetri sufficienti a farmi rimanere come un fesso con le labbra protese in avanti.

“Se non torni nella posizione iniziale, difficilmente riusciremo a baciarci” le dico.

“Io non voglio baciarti” risponde tranquillamente.

Rimanendo nella scomoda posizione di bacio in cui mi trovavo insisto: “Ti chiederei di riconsiderare la situazione, io posso rimanere così sollevato in questa scomoda posizione per al massimo due secondi ancora”.

“Meglio che tu ti sieda” risponde “non ti bacerò né ora né tra 2 ore”.

Questa volta sono io a rimanere senza parole, mi lascio cadere sulla poltrona e rifletto su quanto accaduto. Per evitare fraintendimenti decido anzi di rendere il più chiaro possibile i miei pensieri e parlo a braccio: “Mi sembra assolutamente incredibile ed impossibile che tu non voglia baciarmi. Ti ho conosciuta in un modo a dir poco inusuale, ti ho fatto ridere con le mie illuminanti battute, ho finto di ascoltare le tue storie, ti ho sedotta con la mia espressione Dylandibeverlyhills”, hai seguito alla lettera tutto il mio manuale di seduzione e sul più bello mi dici di no?”

Annalisa scoppia a ridere cosa che mi offende e non poco, le scendono le lacrime che si asciuga con un Kleenex che estrae dalla sua borsa. Riprende fiato e mi parla con un tono quasi materno: “Che tu sia simpatico, questo è indubbio; è sicuramente vero che sei per così dire inusuale, non mi hai detto che sono bella, non hai fatto le solite battute sceme che voi ragazzi fate, mi hai messo a mio agio, non lo nego ma…come dire, manca qualcosa”.

“Esatto” rispondo “il bacio e poi il sesso”.

Ride nuovamente, questa volta ancora con più gusto”.

“Non è questo”. Rimane per alcuni istanti a fissarmi, solo ora noto l’azzurro intenso dei suoi occhi, è davvero molto bella.

D’improvviso comincia a raccontare: “Ho conosciuto Lorenzo al mare, tra di noi c’è stato subito un certo feeling. Mi piaceva perché lui era l’unico di tutto il gruppo dei suoi amici che non faceva mai allusioni al sesso. Con lui si poteva parlare di tutto, mi sapeva ascoltare. Dopo alcuni giorni abbiamo cominciato a scherzare sul fatto di potersi innamorare l’uno dell’altro. Sembravamo due quattordicenni alle prese con i primi veri battiti del cuore. Mi ha baciata una sera vicino alla casa che avevo affittato con alcune amiche, mi è sembrato di toccare il paradiso con una mano. Poi è scomparso.”

“Un fantasma…” dico io.

“No scemo, non era un fantasma. E’ scomparso nel senso che la mattina dopo non lo ho chiamato per non sembrare troppo appiccicosa, il pomeriggio non lo ho visto perché sono andata via con una amica, e alla sera…non era più nel suo hotel”.

“Lo ho chiamato almeno 1000 volte ma non ha più risposto. Ho cercato di parlare con i suoi amici ma non c’è stato niente da fare, si inventavano mille scuse ed alla fine ho desistito”.

“E’ da allora che penso a Lorenzo, ed ancora non riesco a dimenticarlo”. Sospira, questa volta il sorriso è amaro. “Tu sei una persona piacevole, probabilmente in un altro momento il bacio te lo avrei dato, ma non ora. Dentro di me c’è ancora lui e sino a quando non se ne andrà…” Le parole rimangono in sospeso, Annalisa si porta ancora una volta il fazzoletto al viso e si asciuga le lacrime.

Rifletto su quanto mi è appena stato detto, la soluzione mi sembra ovvia. “Se lui davvero è ancora dentro di te e in un’occasione ben specifica è scomparso, riconsidererei la possibilità che si sia trattato davvero di un fantasma. In questo caso credo che la soluzione migliore sia quella di chiamare un esperto. Il mio vicino di casa Stefan credo sia anche esorcista oltre che maestro di Okuto”.

La risata di Annalisa è così potente che tutti gli avventori del bar si girano verso di noi.

“Sei un pazzo, ma mi fai morire dal ridere, questo è il patto..non ti denuncio per avermi messo due dita in gola, ti passo il mio numero di telefono e rimaniamo amici, che ne dici?”

Sono talmente offeso dalle parole di Annalisa che per un istante medito se scagliarle il portacenere sui denti, recupero la mia tranquillità e le rispondo: “Io e te non saremo mai amici”.

Questa volta è lei a farsi seria: “Perché scusa?”

“Faremo sesso insieme?” domando

“Ti ho detto di no” risponde.

“E allora niente amicizia, mi compro un cane se voglio un amico”.

“Mi stai dicendo che tu non hai amiche, che tutte le ragazze che conosci le porti a letto?”.

“Non tutte, solo quelle belle”.

“Ah questa poi” esclama con un tono che non cela una buona dose di sarcasmo. “Fatti dare un consiglio, cerca di ripensare alla tua relazione con le donne, mi sembra un po’ disturbata”.

Non riesco più a trattenermi: “Ascoltami tu invece, io sono simpatico, molto carino e ci so fare. Non sta né in cielo né in terra che dopo tutto quello che ho fatto per te, tu stia qui a raccontarmi di Lorenzo e mi proponga un’amicizia”.

Capisco di aver detto una stronzata ancor prima di terminare la frase ma oramai non riesco più a smettere.

Annalisa ora è seria e mi scruta con interesse, rimane in silenzio per almeno 30 interminabili secondi poi mi colpisce nel punto più nero e nascosto della mia anima: “Tu non sei carino, a dire la verità hai più difetti che pregi. Sei molto simpatico però, sei un folle piacevole. Sono queste le caratteristiche che fanno di te una persona interessante, non certo la tua espressione Brandondibeverlyhills”.

“Dylan…Dilandibeverlyhills” la correggo.

“Ok, Dylan. Cosa significa che hai fatto qualcosa per me? Che forse io dovrei sentirmi in qualche modo grata nei tuoi confronti?”

Adesso è lei ad essere un fiume in piena, parla in farsetto scimmiottando i miei gesti ed espressioni nel bel mezzo di un bar: “Guarda Annalisa, ti ho fatto ridere, forse ti offrirò il the, sono stato bravo? Mi dai la ricompensa? “Noooooo Annalisa, la ricompensa che mi offri non mi basta, ed io sono un bimbo viziato che strilla e si incazza e così ottiene tutto”.

C’è del disprezzo negli occhi di Annalisa, lo percepisco e mi spaventa; la sua filippica non ha ancora fine: “Stammi a sentire ragazzo mio, sei riuscito a bruciarti in 5 secondi tutto quello che avevi guadagnato in 1 ora. Ricordati quello che ti dico: io non sono tua madre che ti concede di fare le bizze per ottenere quello che vuoi, io sono una donna che ti poteva dare un bene molto prezioso che si chiama amicizia. Se sei così stupido da non capirlo…è meglio perderti che trovarti”.

Si alza e se ne va, mi lascia il conto da pagare e un macigno da una tonnellata che preme su di me e non mi lascia quasi respirare.

Cap 30 – Primi passi a ritroso nel tempo

“E se ammettessi di sentirmi un po’ turbato? Andrei all’inferno? Forse sì, l’inferno delle femminucce, in compagnia di tutti i finti uomini che hanno pianto guardando il Titanic, o magari ai piedi di una donna che già gli aveva rottamati”.

“Mi trovo davanti ad una persona, e mi sento a disagio. Credo si tratti di una questione di potere, in questa situazione c’è chi lo possiede, e chi invece rimane in ginocchio, e chiede aiuto. Tutto avrei pensato, tranne di trovarmi così, nudo, davanti al Fabiani“.

“In fin dei conti questo è il signore che alle tre del mattino mi ha parlato del suo prossimo calendario di Max!”

“Posso riporre le mie speranze, la mia fiducia, in una persona tanto disordinata e…strana? E’ davvero plausibile che lui possa aiutarmi? Ma soprattutto, il dubbio che adesso mi assilla è…il suo calendario, venderà di più o di meno rispetto a quello di Garko, o Gassman?”

“E se dovesse realmente avere successo, in che modo potrei approfittare della situazione? Sarei visto come il semplice miracolato, o anch’io potrei giovarmi di una fetta di questa gloria? In fin dei conti l’ammalato sono io, a me spetta portare ogni giorno sul groppone il peso di questa drammatica e devastante malattia”.

“Eh no, mio caro dottore, non ci siamo! Io dovrò figurare accanto a te quando un bel giorno, in uno di quei vippissimi bar di Milano, mostrerai all’Italia la gigantografia della copertina del tuo calendario“.

“Poi magari, gironzolando per i tavoli, raccogliendo le impressioni e gli sguardi ammirati delle signore presenti, potrei incrociare la Canalis“.

“Non c’è dubbio, la Canalis sarà presente all’evento, non potrà mancare in quanto ex ragazza Max. Il nostro incontro sarà casuale, potrei dirle che mi ricorda qualcuno, e dopo alcuni secondi di suspance le direi: “Ma certo, che scemo, sei Marisa Laurito”.

“La farei ridere per almeno 10 minuti, raccontandole della MCI, di come sono guarito, di come la mia vita sia cambiata. Le farei capire senza dirglielo che in fin dei conti, per una ragazza bella, di successo come lei, rimanere aggrappata a quel vecchietto del suo fidanzato è una cosa scema. Sono certo che dopo meno di 1 ora la avrei già sedotta”.

“Prima di andarmene però, fissandola negli occhi, le direi la verità. Le racconterei che ho voluto conquistarla solo per dimostrare a me stesso che adesso io posso ottenere qualsiasi cosa, ma che in definitiva non è lei che desidero”.

“Il mio cuore ha realmente battuto una sola volta per una donna, e non c’è corpo perfetto o viso d’angelo che possano farmi dimenticare tutto questo. Le direi che potrei vivere in un prato fiorito, ma il profumo dei boccioli che si aprono alla luce del sole, non potrebbe inebriarmi come l’odore della pelle di Asia, e che potrei possedere tutti i dipinti di Bacon, ma la loro intensità, la loro bellezza, non potrebbero mai provocare in me i brividi provati innanzi a quel perfetto e meschino gioco del destino che ho fatto fuggire, per paura di amare.

“Mia dolce Elisabetta”, concluderei, “accontentati di quello che il fato ti ha concesso. Non ti offendere, ma il mio cuore appartiene ad un’altra, e ti posso giurare che preferirei passare un solo minuto ancora con Asia, che un’intera vita con te”.

“Prima di tutto vorrei sapere da te una cosa”. La voce del Fabiani entra prepotentemente nel mio sogno ad occhi aperti e mi riporta con impeto alla realtà.

“Prego”, rispondo, “faccia come se ci trovassimo nel suo studio”.

“Vorrei sapere in questo momento come mi vedi, cioè che impressione hai di me, alla luce di quanto è appena avvenuto”.

La domanda mi prende un po’ in contropiede, mi aspettavo un altro genere di richiesta.

Avevo già pronta una nutrita schiera di risposte evasive per evitare di passargli le mie foto di nudo, o per evitare il bacio in bocca della buonanotte.

Per la foto gli avrei semplicemente detto che essendo stato da poco ingaggiato da Lele Mora, e avendo firmato un contratto di esclusività, solo a lui, avrei potuto fornire tale materiale scabroso.

Per il bacio ero ancora indeciso tra: “non bacio mai al primo appuntamento” e “esco da una storia di 7 anni con un tipo” con leggera propensione per la seconda, perché poter citare Elio è sempre un motivo di orgoglio.

Possibile che io non gli sappia rispondere? Smetto di fissare per un momento il dottore e lascio che la mia memoria mi riporti ad una mattina di circa 28 anni fa. Ho 8 o 9 anni, sono ancora biondo e il mio naso non è ancora cresciuto come quello di un elefante.

La Megera mi chiama alla lavagna per interrogarmi in geometria Conosco le regole, e tutto quello che c’è da sapere, ci sarà un motivo se sono probabilmente, il più bravo della classe.

L’interrogazione non mi spaventa, prendo il gesso e mi sistemo vicino alla lavagna in attesa.

La Maledetta mi dice: “Traccia una linea che misuri due decimetri”. Per la prima volta in vita mia scopro che cosa vuol dire provare panico. “Io posso tracciare una linea signora Megera, posso eseguire tutti i calcoli del mondo con le sue maledette 20 unità, ma non mi domandi qualcosa che non si può studiare”.

“Come posso sapere quando fermare la mia mano? E se invece di 20 cm le disegnassi 19? Tracciare una linea di 20 cm è possibile solo sfruttando i quadretti del mio quaderno, ma è impossibile in una lavagna nera. Perché Donna figlia dell’Inferno mi stai domandando questo? Lo sai che io…io provo panico?

Comincio a sudare, la testa inizia a pulsare, la Megera capisce di avermi incastrato e non molla l’osso. Mi umilia davanti a tutti, mi irride, sprofondo in un abisso di vergogna dal quale non potrò più riemergere

Disegno una linea, guardo la Donna Maledetta che impassibile scruta il mio lavoro. “Quella secondo te misura 2 decimetri? Sei sicuro? Lo sei veramente?”. La palla passa alla classe, la domanda è la stessa: “Ragazzi, vedete quel bambino nudo davanti a voi, quello che si credeva bravo, proprio quel biondino che in un po’ di anni cercherà di spaccarsi il naso contro una porta, per convincere sua madre a pagargli una plastica. Dietro quel bambino che trema a causa della sua insicurezza c’è una maledetta riga tracciata con un gesso bianco. Lui dice che misura 2 decimetri…gli crediamo?”

“Perché mi è venuto in mente tutto questo? Forse perché anche in questo momento non ho la minima idea di cosa rispondere.

Mi guardo un po’ intorno per prendere tempo, il mio sguardo si sofferma ancora una volta nel libro poggiato sulla scrivania. Bofonchio qualcosa, giusto per non sembrare muto mentre il Fabiani mi fissa in silenzio. L’immagine del dottore in giacca e cravatta, silenzioso davanti a me, a dire il vero qualcosa mi ispira, decido di seguire questa strada.

“La ho trovata elegante, oggi indossa la giacca e la cravatta. In un primo momento ho anche pensato ci volesse provare con me, ma la avverto, voglio arrivare vergine al matrimonio, e magari fare anche il Papa, quindi come già le ho detto, niente sesso”.

Nessuna risata, nessun cenno di comprensione, il dottore non muta la sua espressione e rimane in silenzio.

Ok..diciamo che in un certo senso mi è sembrato molto deciso, ha cacciato delle persone in modo risoluto per rispettare il nostro appuntamento, mi è sembrato…giusto da parte sua, un bel gesto“.

Come se improvvisamente gli avessero attaccato la spina, il Fabiani ricomincia a muoversi: “Perfetto, adesso lascia che ti spieghi una cosa: come ben puoi vedere io ho questo libro sulla mia scrivania. Parla in maniera dettagliata della MCI e ne evidenzia le possibili cure. Prima però di cominciare questo cammino insieme, vorrei che tu mi raccontassi un po’ la tua storia, e perché sei qui da me a cercare un aiuto. In definitiva, devo essere certo che tu davvero abbia la MCI”.

Per alcuni secondi cerco di riorganizzare le idee su di me, chi sono, cosa faccio, perché sono davanti ad un medico. Se fossi davanti ad una donna sarebbe più semplice, perché fin dal principio mi sarebbe chiaro l’obiettivo da raggiungere.
Con un medico è differente, che cosa può e cosa non deve entrare? Saranno cose significative per lui o quello che gli racconto non ha alcuna rilevanza medica?

Potrei dirgli che adoro il mare, i gatti, tifo Milan e mi piacciono le ragazze more, ma non necessariamente questo ha avuto rilevanza nella eziogenesi della mia patologia.

Il mio racconto è come un motore diesel…l’inizio è titubante.

“Vediamo: ho 36 anni, una laurea, un lavoro presso la fabbrica di mio padre. Con la mia famiglia ho un buon rapporto, tranne con “Quella” che i miei genitori spacciano come mia sorella, ma che in realtà è adottata”.

Noto subito che il Fabiani ha cominciato a prendere appunti, la cosa mi allarma.

“Che scrive?”

“Per avere chiara la tua situazione ho bisogno di appuntare alcune cose”.

“Ok senta, Quella non è adottata, cioè io credo lo sia, ma ad oggi non ho ancora trovato dei documenti che lo dimostrino. Per ora scriva che ho una sorella”.

Diligentemente Fabiani annota la correzione e ricomincia a fissarmi.

“Sono qui da lei perché…c’è qualcosa in me che non funziona. E’ da tempo che ho capito di essere affetto da MCI, solo che fino a poco tempo fa questa situazione non mi aveva pregiudicato più di tanto. In fin dei conti ho la mia casa, ho un lavoro che mi annoia, in ufficio ci vado quando ne ho voglia, tanto mio padre può fare a meno di me“.

“E’ con le donne che la cosa ha cominciato a preoccuparmi, cioè io non ho mai avuto problemi a conquistarne ma ho notato che…esiste come una sorta di loop, un gioco perverso in cui regolarmente cado, per cui finisco per conquistare la ragazza, ma poi vengo regolarmente mollato”.

“Sono stato mollato da Elena, da Anna, e pian piano tutto questo mi ha come tolto la terra sotto i piedi. Ultimamente poi, davanti ad una donna che credo potesse rappresentare la mia perfetta metà..sono fuggito, meglio ho cacciato via lei. Non ho avuto il coraggio di affrontare il rischio, di giocare la partita, ho perso per paura di perdere. Questa è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso“.

“Prima di lei ho cercato conforto e aiuto altrove, ma è come se il mio carattere e il mio problema fossero troppo nuovi e potenti per i miei interlocutori. Alla fine non si è risolto nulla, ed io mi ritrovo insoddisfatto, incapace di muovermi, di reagire…insomma, con un chiarissimo caso di MCI”.

Il Fabiani finisce di appuntare alcune cose, poi torna a guardarmi con severità: “Mi corregga se sbaglio quindi, lei è un giovane uomo di 36 anni, con una vita sostanzialmente tranquilla, nel senso che non è disoccupato, ha comunque una certa stabilità alle spalle, ha un buon livello socio-culturale. Per quello che mi dice, esiste in lei una sorta di coazione a ripetere a causa della quale non solo sta perdendo molte occasioni importanti, ma gradatamente sta come velando quanto di buono comunque già possiede”.

Rifletto un attimo sulle parole del Fabiani, credo abbia ragione, annuisco.

“Inoltre mi racconta che il suo carattere forte ha impedito ad altri di aiutarla giusto?”

“Direi di sì”.

“Lo stesso carattere che poco prima mi ha descritto come debole, in quanto affetto da MCI. Come giustifica la coesistenza di questi strani opposti? Lei ha un carattere debole, affetto da MCI, o un carattere forte, che impedisce agli altri di aiutarla?”

E siamo a due, seconda domanda cui non riesco a dare una risposta. La riflessione del dottore è pertinente, apre un piccolo squarcio nel mio buio, che altrettanto rapidamente si chiude.

Con poca convinzione rispondo la prima cosa che mi passa per la testa, e che sembra dotata di un minimo di logica: “Probabilmente la MCI colpisce solo alcuni aspetti..mentre altri li lascia intatti”.

Fabiani annota la mia risposta e ricomincia a fissarmi. “Continuando con il nostro ragionamento, lei ammette di avere un carattere forte, giusto? E che questa sua forza ha in qualche modo bloccato le persone che volevano aiutarla”.

“In un certo senso sì, insomma erano inadeguati” rispondo.

“Per sconfiggere un carattere forte, ne servirà uno ancora più forte, conviene con me?”

“Il Fabiani ha smesso di darmi del tu, ora mi da del lei, la cosa mi piace” rifletto:

“Direi di sì” rispondo.

“Come le è sembrato il mio comportamento di poco fa? E’ il comportamento di una mammoletta, o le sono sembrato una persona con le palle?”

Il link tra quanto avvenuto nella sala d’aspetto e quanto descritto dal Fabiani diventa in un attimo evidente, le parole del dottore mi illuminano una strada che avevo davanti e non riuscivo a vedere.

“Effettivamente, ha dimostrato molto carattere..insomma di avere le palle dottore”.

“Facciamo un passo ulteriore” mi dice, “a suo modo di vedere, quali sono le figure che fanno parte della cerchia ristretta di una persona, e che dovrebbero manifestare questo tipo di tratto caratteriale?”

“Beh…prima di tutto un padre direi, insomma è lui l’uomo di casa e..” Le parole si strozzano in gola, sento montare per un attimo un’onda di angoscia che fortunatamente dopo un attimo scompare.

Fabiani ancora impassibile annota la mia risposta nel suo quaderno.

Sembra non mi voglia dare tempo di pensare, prende nuovamente la parola.

“Mi ha citato la figura del padre, ma prima, mi parli un po’ di sua madre”.

La domanda questa volta ha il pregio di tranquillizzarmi, parlare di Bianca mi piace.

“Mia madre si chiama Bianca, non so esattamente quanti anni abbia ma da fonti ben informate gliene darei sicuramente più di 25. E’ una donna fantastica, gran carattere, combattiva. E’ il perno della famiglia, ha sempre una parola dolce per tutti e difficilmente si arrabbia. Davvero…una donna meravigliosa. Il rapporto con lei è da sempre davvero buono”.

“Ottimo”, risponde il Fabiani, continuando a scrivere, “Mi descriva il suo primo ricordo di un momento felice che abbia protagonista sua madre”.

Sorridendo comincio ad andare a ritroso nel tempo, ben presto però il sorriso si spegne.

Davanti a me ho un muro, e questa parete mi divide dai ricordi più belli. Non riesco, non posso, mi rendo conto di non possedere ricordi felici legati a Bianca.

L’angoscia mi assale nuovamente, e questa volta è un fiume in piena, mi sento affogare e dal Fabiani non ricevo alcun salvagente.

“Mi ha appena detto che con sua madre il rapporto era splendido, possibile che non riesca a ricordare nemmeno un episodio insieme a lei in cui era felice?”

Le parole del Fabiani sono come pietre legate alle mie caviglie, mi portano ancora più a fondo, togliendomi il respiro.

Il dottore ha raggiunto il suo obiettivo, mi ha messo davanti a qualcosa che non conoscevo,ma che sicuramente ha qualche attinenza con quanto sta succedendo.

“Per oggi basta così” mi dice, “ho in mano tutti gli elementi che mi servivano”.

“Prima di parlare delle cose più tecniche, mi dica solo una cosa: “Come mi vede ora?”.

Questa volta non faccio fatica a trovare le parole, sono ancora troppo turbato da quanto successo per non sapere come rispondergli: “Professionale, deciso e capace”.

“Bene, rimaniamo fermi qui e ne riparliamo la prossima settimana. Credo tu sia affetto da MCI, e direi che da quanto è emerso, io posso davvero aiutarti. E’ fondamentale però che tu capisca che questo non è uno scherzo, che per sconfiggere questa tua malattia c’è bisogno del tuo impegno e della tua dedizione”.

Annuisco.

“Dovremo vederci una volta a settimana, direi tutti i lunedì dalle 18 alle 18.45, non un minuto più non uno meno. Non potrò vedere altri pazienti, quindi sarà il caso di fissare un tariffario, ti offro 2 possibilità: pagarmi in euro, in questo caso sono 65 euro ad incontro, o in “minuti-vita”, e in questo caso ti impegni ad uscire con me 1 ora a settimana. Possiamo andare al cinema, a bere qualcosa o a fighe, che preferisci?

“Scelgo i soldi, pagherò i 65 € settimanali…ma con lei non esco, ci vediamo lunedì prossimo”.

Mi alzo di scatto, sono ancora molto agitato.

Il dottore mi accompagna alla porta, mi tende la mano, mi saluta con una stretta decisa.

A lunedì allora.

Cap 29 – Nello studio del Fabiani

Disteso nel letto guardo l’ora sul telefono. Sono passati solo 3 minuti dall’ultima volta che ho controllato; oggi il tempo non sembra trascorrere.

Poco tempo fa un amico mi spiegò che esistono due maniere differenti per affrontare una maratona: ci si può concentrare su tutti quelli che sono i segnali che il nostro organismo ci sta inviando, o si può procedere con una sorta di dissociazione. In questo caso è fondamentale far viaggiare la fantasia, visualizzare una situazione ben specifica, e cercare di immaginarne i più piccoli particolari, obbligare il nostro cervello a vivere una realtà parallela ove la fatica, la sete, la stanchezza non hanno patria. È l’unico modo per truffare legalmente la nostra mente, e così perdere per incanto la percezione del tempo che non passa, e della spossatezza che avanza.

Con gli occhi aperti, pian piano mi immergo nei miei ricordi, sono nuovamente nella vecchia e logora palestra di Jesolo, stiamo giocando una finale di pallacanestro con una squadra che abbiamo sempre sconfitto. Io sono sicuro di me, ho la consapevolezza che le finali sono le mie partite, che io non sbaglio mai gli avvenimenti importanti.

Corro, sudo, lotto. Il mio avversario non vede una palla, lo anniento, il mister vuole questo da me. La mia squadra gioca male, perdiamo, ma io non ne sono troppo deluso, perché so di essermi impegnato a fondo, a fallire sono stati gli altri.

Mi riconosco, questo sono stato io per anni, una macchina infallibile, l’uomo giusto al momento giusto, quello capace di trascinare gli altri, su cui si poteva contare.

Ora sono nuovamente in quel campo di gioco, rubo una palla importante e corro verso il canestro avversario; sono troppo rapido per i miei avversari, loro desistono mentre rapidamente mi avvicino a marcare altri due punti. Salto, volo… Ho il tempo di guardare negli occhi il mio allenatore, “questa è per te che mi hai dato fiducia”. Schiaccio.

La gente si alza in piedi, sento un’ovazione, tutti gli applausi sono solo per me. Sono felice, ho l’approvazione e la stima di tutti.

Torno per un attimo alla realtà della mia stanza, l’orologio adesso segna le 14.31, l’appuntamento con il Fabiani è fissato per le 15, valutando che non ho intenzione di lavarmi e meno che meno impegnarmi alla ricerca di qualcosa di pulito da mettermi, ho almeno altri dieci minuti liberi.

Rifletto per un attimo sulla fantasia che ho appena avuto, ho come la sensazione che blocchi temporali differenti si siano mescolati, creando qualcosa di assolutamente nuovo. Due momenti distinti della mia vita, così vicini a livello temporale, ma così drammaticamente differenti. Per un attimo hanno convissuto due aspetti di me, uno concreto, sicuro, vincente, patrimonio di un passato che sembra scomparso, e l’altro che si alimenta di sogni, di situazioni irrealizzabili, di voli di fantasia utili solo per addormentarsi, ma troppo distanti dalla vita reale e dalla concreta possibilità di realizzarsi per rappresentare davvero uno stimolo a crescere e migliorare.

A volte mi dimentico di quanto io sia cambiato, di quanto mi sia involuto, diventando quello che sono. Quando è cominciato tutto questo? Perché mi sono ammalato di MCI?

Il dottor Fabiani in questo momento rappresenta la mia ultima speranza, dopo di lui non saprei realmente a chi potermi rivolgere. Al telefono è sembrato sicuro di sé, sinceramente non ho molto da perdere.

Sono molto combattuto a dire il vero, da un lato desidero ardentemente uscire da questa strana situazione, dall’altra temo che rivolgendomi ad un vero medico, non farei altro che certificare la mia diversità, la mia anomalia. Voglio sentirmi malato, per poter credere che possa esistere una cura, ma temo di esserlo, per tutto quello che comporta in termini di giudizio sociale, e conseguente emarginazione.

E se si coprisse che la MCI si diffonde per via aerobica? Un semplice starnuto e bang, decine di persone ridotte a trascinarsi miserevolmente attraverso gli anni, vedendo svanire davanti agli occhi i propri sogni. Centinaia di persone disperate per aver perduto la loro Asia, e non essere più in grado di lottare per riaverla.

Verrei ghettizzato, spinto all’angolo dalla ragionevolezza della maggioranza, più che disponibile a giudicarmi per il male che mi affligge, e per quello che posso provocare. Mi obbligherebbero a girare con una mascherina bianca – poco male, il mio naso è brutto – ma anche con questo accorgimento vedrei poco a poco svanire, dissolversi in un nulla, decine di amicizie.

Le mie interazioni sociali andrebbero così via via riducendosi all’osso, fino forse a scomparire del tutto. Non voglio ridurmi a 36 anni a vivere richiuso in casa, mangiando cioccolata che qualcuno, forse Bianca, è andato a comprare per me.

Recupero per un attimo la mia lucidità e la mia giusta collocazione spazio temporale.

Telefono – recenti – Fabiani. Sono molto tentato di chiamare il dottore e cancellare l’incontro. Ci penso per alcuni secondi, lentamente mi alzo dal letto, indosso le scarpe ed esco di casa.

Incrocio per le scale il genio del Ruberti, mi guarda con terrore, la sua voglia di fuggire è palese, ma non ha davvero via di fuga. Gli sorrido, e senza dirgli nulla gli passo accanto. Sento i suoi occhi puntati su di me, mi accompagnano sino a quando arrivato alla fine della rampa della scale, esco dalla porta principale, e scompaio dalla sua vista.

Ci sono molte cose che avrei voluto dirgli, dovendo scegliere mi sarei soffermato a disquisire con lui su quanto io sia preoccupato per la sua vita sessuale, non credo più molto attiva ed eccitante. Avremo sicuramente modo di parlarne più avanti.

Non ho voglia di guidare oggi, e non so come starò dopo l’incontro con il dottore, meglio muoversi in bici. lo studio del Fabiani è a pochi isolati da casa, in un baleno sono davanti al suo portone. Suono il campanello e dopo pochi secondi, qualcuno mi apre.

Nella sala d’aspetto vi sono tre persone e mezzo che stanno aspettando. Due tossiscono con insistenza, se fossero malate di MCI a quest’ora non vi sarebbe più scampo per gli altri.

Una donna di circa 38 anni tiene sulle gambe un bambino lamentoso, comincio ad odiare il fanciullo dopo circa 10 secondi, arrivato ai 20 sto già fantasticando di poter divenire invisibile e schiaffeggiarlo con dovizia e saggezza.

“Con queste persone davanti a me” rifletto “avrò pace per almeno 1 ora”.

La porta che divide la sala d’aspetto dallo studio in cui il dottore riceve si apre di scatto. Riconosco la parlata del Fabiani, anche se la voce alquanto risentita della signora che sta uscendo con lui dallo studio, è sufficientemente forte da coprirla.

“A me non interessa signora se ha altre cose, si prenda un’aspirina, dica quattro Ave Maria e 2 Padre Nostro e torni domani, adesso ho cose più urgenti, un caso gravissimo da…”

Il Fabiani incrocia il mio sguardo e per una attimo le sue parole rimangono in sospeso.

“Ecco, lo vede?” dice rivolgendosi alla signora “è lui il ragazzo di cui le parlavo; adesso faccia la brava e se ne vada, ci vediamo domani”

Il dottore spinge con un certo impeto la donna fuori dalla stanza, si avvicina e mi stringe con decisione la mano.

“Benvenuto, speravo proprio di vederti”.

Si volge di scatto verso gli astanti e con piglio risoluto intima a tutti di andarsene.

“Scusatemi, purtroppo per oggi le visite sono finite, andate a casa e ci vediamo domani”.

“Ma che modo è questo” esclama la donna con il bimbo “è quasi un’ora che aspetto, mio figlio ha la febbre e lei ci caccia via così?”

“Mi dia solo qualche secondo per pensarci” ribatte il dottore assumendo una posizione da filosofo greco.

“Sì, se ne vada” risponde dopo due secondi, ed indica la porta d’uscita con l’indice della mano destra.

“Ma lei è impazzito” grida la donna rossa in viso “lei non è un uomo, è un essere senza pietà!”

L’accusa non sembra per nulla scalfire la tranquillità del Fabiani che anzi coglie l’occasione per rincarare la dose: “Su questo non posso darle torto, non sono umano, vengo da un pianeta ostile alla terra chiamato…”

Il dottore mi guarda, dal suo sguardo percepisco una richiesta di aiuto,

“Sgudibla Centauri” accenno.

“Esatto, Sgudibla Centauri, sono stato inviato qui dal mio capo allo scopo di fingermi medico, e curare voi terrestri in un modo equivoco e poco efficiente”.

“Ora che mi avete scoperto, vi concedo 2 possibilità: o vi riduco tutti in cenere con la mia pistola a neutrini aromatizzati all’albicocca, o ve ne andate e tornate domani facendo finta che non sia successo nulla”.

“Aggiungo anche che, dalle poche ma fondamentali informazioni che sono riuscito ad evincere in questi adorabili minuti passati in vostra compagnia, posso affermare che nessuno di voi tre tirerà le cuoia nelle prossime 24 ore”.

“Queste mie affermazioni non possono ovviamente tenere in considerazione eventi straordinari quali:

  1. Un meteorite che vi cade in casa e vi schiaccia;
  2. L’ eruzione di un vulcano situato, a vostra insaputa, sotto casa vostra;
  3. Esseri demoniaci che si vendicano su di voi in quanto inquilini di una casa maledetta costruita sopra un cimitero indiano sconsacrato;
  4. Giocare ubriachi alla Roulette Russa invece che alla solita partita a scopa in parrocchia.

“In tutti questi casi ebbene sì, morirete; per gli altri no, perché lei signore che tossisce non ha nulla, si compri uno sciroppo; lei signora anziana che tossisce…non ha nulla, si faccia prestare lo sciroppo dal primo signore e ne approfitti per farsi portare a ballare”

“..e lei, mia dolce e battagliera mamma, suo figlio è un piccolo sfaccendato, ha pianto e si è lamentato da quando è entrato; ci scommetterei che ha fatto salire la febbre mettendo il termometro vicino al termosifone e adesso vorrebbe a tutti i costi andare a giocare. Lo picchi, o lo mandi in miniera per la stagione estiva, è il metodo migliore. Arrivederci.”

Incrocio lo sguardo carico di odio della donna, sembra che voglia piangere e si sta trattenendo a stento.

“..e lei non dice nulla? Si può sapere che diavolo ha?”

“Ho la MCI” le rispondo “potrei attaccarla a suo figlio semplicemente alitandogli vicino, si ritroverebbe con un piccolo ameba rompi palle in casa…veda lei”.

In impeto di assoluto amore cristiano decido di aiutare le donna nella difficile operazione di alzarsi con il bambino in braccio e uscire dalla stanza. Per fare questo mi prodigo nel fornirle un valido appoggio psicologico, nonché alcune informazioni di vitale importanza.

“Quella è la porta” le dico, indicando come fatto poco prima dal dottore la porta.

La donna esprime ad alta voce un parere su Bianca e la mamma, credo oramai defunta, del Fabiani, sottolineando come entrambe abbiano in comune il fatto di esercitare uno dei mestieri più antichi del mondo, alla pari del cacciatore, del mago, e del gondoliere che canta “O sole mio” agli estasiati turisti giapponesi in gita a Venezia.

Il Fabiani mi fa cenno di accomodarmi, e dopo aver chiuso la porta dello studio a chiave, torna nel suo ufficio e si siede davanti a me.

Lo fisso in silenzio, non sono ancora riuscito a decifrare correttamente quanto è appena successo, sicuramente però le sensazioni che ho sono del tutto positive. Questa persona ha cacciato sostanzialmente quattro pazienti perché aveva un appuntamento con me, è stato di parola, si è dimostrato serio.

Certo, avrebbe potuto trattare un po’ meglio i suoi pazienti, ma anche loro avrebbero dovuto immaginare che oggi sarei arrivato io, con un problema sicuramente più importante del loro.

Sulla scrivania, in evidenza, capeggia un volume dalla copertina rossa, si distinguono perfettamente tre lettere MCI. Rimango per un qualche secondo a fissare il libro, le emozioni che mi suscita tale visione sono confuse e contraddittorie.

Il Fabiani, fino a quel momento rimasto in silenzio, si schiarisce la voce e cattura così la mia attenzione.

Non indossa alcun camice bianco, in realtà riflettendoci bene, non gli ho mai visto indossare alcun camice bianco. Oggi però c’è qualcosa di diverso, non sono certo si tratti della giacca nera, più probabilmente è merito della cravatta.

Si è vestito elegante per il nostro incontro, rifletto, spero non voglia provarci.

Ancora una volta il Fabiani mi desta dalla mia momentanea trance con un piccolo colpo di tosse, apre molto lentamente un block notes, mi fissa negli occhi.

Sei pronto? Domanda, “Possiamo cominciare?”

Cap 26 – Il nuovo Papa

In silenzio osserviamo Stefan mentre lentamente riprende conoscenza. Il divano sul quale lo abbiamo adagiato è di pelle nera, probabilmente dono di un gentile parrocchiano. La stanza odora di vecchi libri e umidità, un binomio che decisamente stride. C’è la foto di Joseph Ratzinger alla parete, sorride ma solo con la bocca.

Stefan si mette seduto e comincia a massaggiarsi la mascella, piega la testa da un lato, poi dall’altro, in completo silenzio si guarda intorno, non credo abbia ancora capito cosa gli sia successo, non sono nemmeno sicuro che la sua mente conservi ricordo della litigata in chiesa. Apre la bocca e un sordo “toc” riecheggia nella stanza.

Ci prova ancora, il risultato è lo stesso, mi guarda terrorizzato.

“Cosa è successo?”

Hai fatto a pugni con la parrocchiana sbagliata” interviene divertito Moreno, “con la mamma di Mike Tyson”

“Toc…toc..toc”

“Cazzo Stefan sembri una bomba ad orologeria”.

“Attento con le parole, ricordati sempre dove sei e chi rappresento”

“Scusa Moreno, hai ragione”

Stefan lentamente si mette in piedi e ci raggiunge, si siede accanto a me e abbassa lo sguardo. Sembra un bambino cui hanno appena uscito malconcio da una rissa al parco, forse in realtà un po’ lo è.

Finisco il bicchiere di vino rosso che mi è stato offerto, Moreno me lo ha servito appena tolto da frigorifero, se Mauro vedesse una cosa del genere andrebbe su tutte le furie. “Un vino rosso freddo è un vino che vuole nascondere qualcosa”; in questo caso non vi è nulla da nascondere, avrei preferito bere direttamente aceto.

“Fammi fare un breve resoconto di quanto è successo” esordisce Moreno “io e te non ci vediamo da almeno, quanto saranno 8 anni? Tra le varie cose, mi hai anche rifiutato in Facebook..”

“Mi rovini la piazza, come posso tenere un Padre Moreno tra gli amici?”

“..ok, mi rifiuti in Facebook con tutte le motivazioni del mondo, non vieni a messa, non partecipi alle attività della parrocchia, non rispondi ai miei messaggi di auguri natalizi. Torna tutto?”

“Direi di sì, a mia discolpa vorrei solo dire che non rispondo ai tuoi messaggi perché in realtà ho da tempo cancellato il tuo numero…sai com’è, è una questione di immagine”

“Ottimo, grazie, farai il diplomatico da grande. Dicevamo, tutto questo, e poi un bel giorno ti presenti in chiesa con il tuo scagnozzo e fomenti una rissa praticamente davanti all’altare consacrato. Che debbo pensare?”

“Toc”..il rumore anticipa di qualche decimo di secondo l’intervento di Stefan: “Figlio di puttana io non sono un cagnozzo! Adesso ti spacco la bocca!”

Trattengo Stefan con un braccio, gli sorrido e gli faccio cenno di sedersi. Respira affannosamente e senza smettere di fissare Moreno torna a sedere.

“Sono qui perché ho un problema e tu probabilmente hai la soluzione per me”.

Moreno mi fissa negli occhi per alcuni secondi, incrocia le gambe e mi fa cenno di continuare.

“Io sono affetto da MCI, la sindrome da mancanza cronica di iniziativa. A causa di questa malattia io non riesco a far scorrere in maniera positiva ed efficacie la mia vita. Dal punto di vista sentimentale passo da una storiella ad un’altra, le uniche due volte che davvero mi sono impegnato, lo ho fatto con due pu..”

“Attento a quello che dici!”

“..giusto, con due ragazze che non hanno dimostrato di possedere una moralità così elevata. Meglio?

Moreno sorride, suoi denti sono bianchi e ben allineati. Per Bianca Moreno è sempre stato un bambino bellissimo, se lo vedesse ora lo annovererebbe nella categoria degli “sprechi”.

“Il lavoro per me è un disastro, Ioli vorrebbe che io lavorassi con lui ma a me l’idea di mettermi davanti ad un pc per ore, uccide a priori. Quello che sento in definitiva è che a causa di questa MCI io non sto affrontando la vita, non ho trovato un equilibrio, non ho uno straccio di obiettivo in testa”.

“A volte mi faccio prendere dall’entusiasmo e mi dedico anima e cuore ad un progetto, ma tutto dura pochi giorni, poi mi stanco”.

“Che generi di progetti” domanda Moreno, il cui sguardo ora risulta più interessato.

Rimango alcuni secondi in silenzio, cerco di escludere a priori quelli che potrebbero risultare equivoci o di dubbia interpretazione.

“Ad esempio quello per la liberazione dei Nani da Giardino, o quello per l’abolizione del buco dell’ozono, poi sono per il topless nelle mense universitarie, sono presidente del club a favore del sesso con aliene e spendo ore in attività di lobby contro l’utilizzo dell’ossigeno”

Moreno inarca il sopracciglio destro e respira profondamente. Anticipo una sua ovvia e prevedibile domanda: “praticamente ci battiamo affinché l’uomo smetta di dipendere dall’ossigeno per vivere, così facendo potremmo andare a vivere sulla luna, o su venere, o mandarci quelli che non ci piacciono..come gli juventini, o magari quelli di un paese a scelta che odi, che ne so, Busa di Vigonza, Noventa di Piave, Pullulo sul Mare”.

“Esiste un Pullulo sul Mare?” domanda.

“Non ne sono certo, verifico e le faccio sapere”.

“Scommetto che tu e il tuo scagnozzo siete gli unici membri” afferma il prete ridacchiando.

“Figlio di puttana, questa me la paghi..” Stefan si alza e con gesto teatrale inizia a tirarsi su le maniche della camicia.

“Ti sta prendendo in giro, non lo vedi?” gli dico, anche questa volta le mie parole sortiscono l’effetto desiderato e il ragazzo torna a sedersi.

“Allora, intanto complimenti per i progetti..mi sembra che di iniziativa tu ne abbia e come, non ti pare? Dimmi comunque come credi io ti possa aiutare”.

“Allora, io non amo chiedere favori ma credo tu abbia, come dire, qualche possibilità maggiore di me di accedere direttamente al grande capo e chiedergli di farmi guarire”.

Ancora una volta Moreno scoppia ridere, rimango di sasso a guardarlo. Sembra non debba più smettere, il viso diviene paonazzo e alcune lacrime cominciano a scendergli. Si asciuga il viso con un fazzoletto e ancora sorridendo mi fissa.

Mi innervosisco e non poco, cosa ci sia di così divertente lo sa solo lui, la prossima volta che Stefan deciderà di picchiarlo, non lo fermerò.

“Mi hai fatto ridere, credo tu te ne sia accorto. Anzi ti chiedo scusa, non volevo mancarti di rispetto.”

“Lascia che ti dica una cosa, Nostro Signore lascia a ciascuno di noi la facoltà di decidere ciò che è bene e ciò che è male. Noi uomini abbiamo la possibilità di sperimentare, di sbagliare sempre cercando di rimanere all’interno di quella strada che Lui ci ha delimitato attraverso il suo Verbo. Nella sua infinita bontà, ci sarà sempre per ciascuno di noi la possibilità di redimerci e ricevere così il perdono. Ma Dio non interferisce direttamente nelle nostre vite, siamo noi i primi artefici del nostro futuro e gli unici responsabili delle nostre azioni. Te lo immagini se Dio dovesse rispondere a tutte le preghiere e richieste dei miliardi di persone che credono in lui?”

“La chiesa, che io in questo momento rappresento, non ha la bacchetta magica per risolvere i problemi: possiamo sicuramente aiutare, attraverso l’ascolto, il consiglio e la preghiera, ma sfortunatamente non riusciremo mai a fare felici tutti…magari fosse così”.

Annuisco senza realmente capire cosa mi stia dicendo, sono arrivato fino a qui per ricevere un aiuto concreto, non una frase da Baci Perugina. Decido di prendere un’altra strada.

“Tu come sei diventato prete, cioè quando lo hai deciso, come è successo”

“E’ stata una cosa assolutamente naturale, Dio mi ha parlato, ho sentito la sua chiamata, è arrivato un momento in cui tutte le mie azioni portavano allo stesso risultato. Non mi è costato fatica capire quello che ero, è bastato aprire il mio cuore e lasciar scorrere l’Amore dentro di me”.

“Potrei aver sentito anch’io la stessa voce di Dio” affermo dopo alcuni attimi di riflessione. Per dare un minimo di credibilità a quanto appena affermato, cerco di replicare ancora una volta una delle mie famose espressioni Dylan di Beverly Hills.

“Cosa senti?, parlamene, credo sia il modo migliore per fare luce su questo aspetto”.

“In realtà mentre tu me ne parlavi ho avuto la netta sensazione di essere destinato ad una luminosa carriera ecclesiastica. Non voglio strafare, ma credo di poter aspirare senza falsa modestia a diventare prete, poi cardinale ed infine Papa nel giro di poco tempo”

Moreno in silenzio non smette di fissarmi, percepisco un po’ di incredulità nel suo sguardo, ma forse è semplicemente gioia per avermi aiutato in questo modo.

“Ho già in mente la prima cosa che farei da Papa: farei cambiare vestito alla guardia svizzera, diciamocelo non si possono vedere! Mi piacerebbe vederli vestiti da ninja. Vorrei inoltre che seguissero i corsi della scuola di Okuto per corrispondenza, Stefan è già al livello…”

“A che livello sei arrivato Stefan?”

“Due” risponde.

“Che è il livello in cui una semplice massaia è in grado di stenderti con un destro, davvero geniale” afferma Moreno.

La battuta di Moreno è divertente ma Stefan non sembra apprezzarla, scatta in piedi come una molla e punta la mano verso il prelato. Il ragazzo ora fissa Moreno negli occhi ed inizia ad emette un suono con la bocca.

“Che stai facendo Stefan?” domando.

“Uaaaunnnnuaaaaaauuuunnnnn….gli faccio esplodere la testa con la forza del pensiero”

“Fai in modo che i pezzetti di cervello non mi macchino” gli dico, e continuo con la mia visione.

“Dicevamo..Papa, ma ti dirò di più” continuo, “perché non puntare più in alto? Perché non beato e poi santo? Potrei essere il primo santo ancora vivente, tanto a nominarmi sarei io in quanto Papa e voglio vedere chi mi rompe le palle”.

“Se la cosa non è possibile, mi faccio votare un lodo ad hoc e risolvo il problema”.

“Credo tu sta un po’ confondendo i ruoli” cerca di intervenire Moreno ma oramai sono irrefrenabile.

“Potrei chiedere anche una sorta di impunità permanente, che ne so per evitare che mi ingabbino se faccio qualche cazzata mentre sono Papa!”

“Stop, fermati”, la mano del padre mi passa davanti agli occhi e mi strappa con forza dallo stato di trance in cui ero caduto.

“Credo tu stia viaggiando troppo con la fantasia, e potrei sbagliarmi ma ho come l’impressione che siamo proprio davanti al tuo classico modo di non prenderti le tue responsabilità”.

“Sembra quasi tu ti voglia porre obiettivi assolutamente irrealizzabili per poi confermare a te tesso di essere una sorta di fallito”.

“Sono passati molti anni dall’ultima volta che ci siamo visti, lascia che ti dica cosa vedo in te e cosa farei se fossi al tuo posto: io non credo tu abbia una malattia e non credo che diventare prete sia davvero quello che ti s’addice, credo invece che vi sia una grande confusione in te. Io ti ricordo come un ragazzo sveglio, deciso, sicuro di sé, adesso ti ritrovo un po’ sulle nuvole, un po’ strampalato e molto insicuro.”

“Cerca di fare luce dentro la tua stanza, non hai bisogno di cercare qualcosa di nuovo al di fuori di essa. Tutti gli elementi per essere felice li hai già, solo che in questo momento non sei in grado di vederli.”

“Il mio consiglio, come uomo di chiesa ma anche amico, è quello di trovare qualcuno con il quale esplorare questo tuo disordine interiore, ti consiglierei un medico, uno psicologo, un terapeuta. Se da solo non riesci ad uscirne, magari l’aiuto di qualcuno sarà fondamentale”.

Molti pensieri affollano ora la mia mente, da un profondo e recondito anfratto della mia mente una voce mi dice che Moreno ha ragione, soprattutto quando afferma che senza un aiuto non potrò uscire da questo stato.

Mi alzo dalla sedia un po’ più confuso e spaventato di prima, cercavo soluzioni ed ho trovato solo ulteriori domande. Faccio cenno a Stefan che è ora di andare, in un attimo è già alla porta.

Moreno mi abbraccia per salutarmi, poi si rivolge a Stefan e sorridendo lo apostrofa con un “ciao scagnozzo”.

Chiunque avrebbe riso ad un saluto del genere ma non Stefan che senza pensarci un secondo si scaglia contro Moreno.

Rimango indeciso se intervenire o meno, alla fine il buon senso vince e lascio che la rissa continui.

“Tu sarai un maestro di Okuto ma io mi sono formato alla scuola di Don Giuseppe” dice Moreno strizzandomi l’occhio.

Non faccio in tempo ad avvisare il mio compare che lo schiaffo di Moreno lo ha già raggiunto all’altezza della guancia destra, lasciandolo seduto a terra.

Gli occhi di Stefan sono nuovamente persi nel vuoto, probabilmente anche di questo incontro gli rimarranno ben pochi ricordi.

Apre la mandibola, questa volta non si percepisce alcun rumore, la sberla di Moreno ha avuto un effetto quasi miracoloso, l’idea mi sembra divertente, sorrido.

Cap 25 – Padre Moreno

“Lo vuoi capire che non corri pericoli?”

“Io un prete non lo voglio conoscere, non mi interessa, li odio”.

Un bambino. Se me lo avessero detto, non ci avrei creduto. Stefan è seduto accanto a me, e da quando siamo partiti non ha mai smesso di lamentarsi. Non lo ho mai visto così.

Quando ero più giovane avevo un gatto di nome Shany, un bellissimo e dolcissimo persiano. Lo avevo scovato una notte camminando per una isolata stradina di Bibione. Da dietro una macchina era spuntato questo batuffolo di pelo, avido di carezze e baci come si conviene ad un cucciolo.

Non avevo fatto in tempo a raccontare l’accaduto a Bianca, che il piccolo mostro era già divenuto parte della famiglia. Lo avevamo chiamato Shany, in onore di una discoteca molto in voga all’epoca, ma ben presto ci eravamo accorti che il gattino non parlava le lingue straniere. Da Shany quindi si era passati al molto più italiano Giovanni..simile per le tonalità, ma molto più comprensibile per idioma.

Giovanni era il gatto più buono del mondo, non c’era possibilità di farlo arrabbiare: non c’ero riuscito io, con i miei attacchi e le mie provocazioni, non c’era riuscito il coniglio, affascinato a tal punto dalla sua folta peluria, da cercare di montarlo in ogni situazione vantaggiosa, non c’era riuscita Nellina, il cane della prateria inopportunamente comprato da “quella” e introdotta in casa al grido di “è un animaletto buonissimo, vi innamorerete di lei”.

Cosa vera e falsa allo stesso tempo. La bestiolina infatti, pur dimostrandosi adorabile, aveva manifestato fin da subito un amore smodato verso tutti gli angoli delle porte, ridotti in pochi mesi a degli inguardabili pezzi di legno rosicato.

Nellina amava Shany, e con le sue unghie affilate cercava anche lei di scalarlo, quasi fosse una montagna, un totem alla bellezza.

Niente da fare, Shany ci guardava, a volte piangeva, ma non reagiva. C’era una cosa però capace di trasformare l’amorevole bestiolina in un feroce assassino, e quella cosa era “fare il bagno”.

Bella scoperta, si dirà, a nessun gatto piace fare il bagno. Vero, ma nessun gatto, alla stregua dei più famosi Gremlins, è mai riuscito a trasformarsi come lo faceva lui.

A farne le spese la prima volta fu Ioli, coraggioso ed impavido eroe che, armato della sola forza fisica, decise di risolvere alla radice il problema dei nodi di pelo del gattino. Afferrato il micio, lo mise di forza dentro una bacinella, per poi ritrovarsi immediatamente tra le braccia un famelico orco.

Ioli aveva perduto, Shany aveva vinto. Ioli uscì dal bagno con le braccia sanguinanti, sfregiato nel corpo e nell’onore da un batuffolo di oramai 5kg, Giovanni uscì poco dopo, offeso per l’affronto subito, ma consapevole di aver messo un punto a suo favore nella sua personale guerra all’acqua.

Vedere Stefan girarsi e rigirarsi sul sedile della macchina, terrorizzato all’idea di incontrare Padre Moreno, un po’ mi spaventa, un po’ mi diverte.

“Spiegami quale dovrebbe essere il problema Stefan perché davvero non lo capisco, Moreno è amico mio, ci vado perché ho bisogno di parlarci, tu se vuoi puoi rimanere in silenzio, anche in macchina magari. Ti ho chiesto di accompagnarmi, ma se davvero la cosa ti sconvolge tanto, giro la macchina immediatamente”.

“Sì, preferisco, portami a casa”.

“No”.

“Ma mi hai appena detto…”

“Mentivo, già mi conosci, siamo troppo vicini alla chiesa”.

“Ma siamo partiti da non meno di dieci minuti!”

“Dici niente? In dieci minuti Leonardo dipinse La Gioconda”

“Realmente?”

“No, mentivo”.

Stefan sbuffa e volge lo sguardo al suo finestrino.

“Perché proprio da un prete dobbiamo andare” domanda dopo circa un minuto di silenzio.

Sono incerto se spiegarglielo o meno; la storia in realtà lui la conosce, ma ho per come l’impressione che non l’abbia realmente capita. Non ho voglia di spiegargli ancora della mia MCI, della confusione che mi provoca, degli ultimi incontri con Voli Eclissi e delle spiegazioni dei miei genitori.

Ho bisogno di una guida in questo momento, di qualcuno che mi aiuti ad uscire dal buco in cui mi sono cacciato. Potrebbe essere un prete, perché no, magari è proprio un aiuto spirituale quello di cui ho bisogno.

“Io e Moreno abbiamo combattuto in Vietnam insieme” esordisco, “tanto, tanto tempo fa.”

“Eravamo parte di un gruppo d’élite chiamati Esperti Bombe E Terribili Incursioni, le cui iniziali formavano la sigla di cui tutti noi andavamo fieri E.B.E.T.I”

“C’ero io, il capo squadra, eletto per la mia intelligenza, versatilità e capacità di allungare i miei arti come se fossero di gomma, c’era Mauro, all’apparenza tranquillo, ma d’improvviso in grado di ardere come un sole, poi Sergio, l’uomo roccia, dotato di una forza immane. Vi era una ragazza di nome Elena, l’unica del gruppo capace di scomparire, sapevamo della sua esistenza anche se nessuno di noi si è mai accorto di lei. A parte alcune volte intorno ad un fuoco, ricordo che nei momenti di silenzio, quando il rumore della foresta crea come un lenzuolo trasparente che si posa sul tuo capo, per isolarti dal mondo, il rumore di una pernacchia ci obbligava a tornare alla realtà. Era il suo segnale, un modo un po’ primitivo forse, ma di sicuro impatto per dire a tutta la squadra “io sono qui con voi, lotto con voi,mangio e digerisco vicino a voi”.

A quel gruppo di temerari si aggiunse in seguito Moreno, che con la sua forza di spirito, e il suo pupazzo a forma di corvo, era sempre in grado di creare scompiglio tra i maledetti vietcong”.

“Fu un’epoca difficile, ma è in quei momenti che realmente l’amicizia si cementa”.

“Finita la guerra ciascuno ha preso la sua strada: Mauro è un temuto critico culinario, Sergio un abile e coraggioso mercante di vetri, Elena..non si è vista, io come sai sono un sacerdote del Dio Anubi e commercio in bacche allucinogene, e Moreno è diventato prete”.

La capacità di Stefan di credere alle mie fandonie è incredibile, quando incrocio il suo sguardo è sul punto di cadere in una sorta di trance mistica.

“Hai combattuto in Vietnam, che cosa incredibile, dovrai parlarmene di più”.

“Andiamo da questo Moreno” continua “Voglio che mi racconti anche lui degli E.B.E.T.I”

Parcheggio nel posto riservato ai portatori di handicap anche se tutti gli altri spazi bianchi sono liberi, conto di mostrare Stefan come prova ad un eventuale solerte ufficiale del traffico.

Mi fermo a guardare per un momento l’imponente chiesa dove Padre Moreno officia messa, la mia memoria deve fare un salto indietro di circa 30 anni per ricordarmi bene di lui.

Moreno De Grandis, in arte Padre Moreno, mio compagno di scuola per i cinque anni delle elementari, poi le nostre strade si sono divise. Lui ha conosciuto Padre Giuseppe, più famoso per gli schiaffoni che amabilmente elargiva a chi disturbava, che per le sue prediche, io..ho semplicemente vivacchiato, galleggiando nel limbo della sicurezza economica e della accondiscendenza familiare.

Ho bisogno di parlare con lui, al telefono si è detto felice di vedermi e speranzoso di potermi aiutare, vorrei da lui capire come ciascuno di noi può trovare la propria strada, come lui si è scoperto fedele servitore di un Dio di cui non conosce né volto né fattezze, ma sulla cui esistenza solamente scommette.

Vorrei sapere da Moreno se conosce la MCI, se una sua benedizione o raccomandazione ai piani alti possono essermi d’aiuto per superare la mia crisi.

Stefan scende dall’auto e comincia a stiracchiarsi, lo vedo mentre si sistema la camicia e si controlla l’alito soffiando sulla conca formata dalla sua mano.

“Sarà il caso che tu prenda qualche medicina prima di entrare” gli dico “ti sei ricordato di portarle?”.

“Di che parli?”

“Non vorrai diventare prete anche tu, vero?”

Ancora una volta mi accorgo che le mie parole sono arrivate come un macigno e hanno aperto nuove vie alla fragile consapevolezza del mio compare.

“Stefan non dirmi che non hai preso le medicine…Moreno diventò prete dopo la guerra, come ti ho detto. Quello che forse non ti ho specificato è che dopo di lui altri 4 ragazzi improvvisamente “videro la luce”. E’ probabile che gli altri 3 furono in un qualche modo influenzati da Moreno…anche se, voglio essere sincero, è più plausibile che Moreno sia un portatore sano di pretite”.

In un lampo Stefan si porta le dita alla bocca e comincia a mordersi nervosamente le unghie, il suo respiro si fa via via più veloce e la postura incerta. Spostando il peso del corpo da una parte all’altra sembra la brutta copia di una barca in balia di una tempesta.

“La pretite…ecco, la pretite io non la voglio prendere”.

“Ti capisco amico mio” gli rispondo, per questo ho pensato a te e prima di partire ho cercato online qualche rapido accorgimento per non rimanerne infettati.

“Allora l’idea è questa: entriamo in chiesa e tu ti avvicini a una di quelle signore mummie che pregano sempre, vedrai che non sarà difficile riconoscerla, te la indicherò io”.

“Queste signore sono notoriamente delle spie silenti dello stato, tu conosci vero la storia delle spie silenti?”

“Come i kamikaze” risponde allarmato.

“In un certo senso, solo che nel nostro caso sono buone. Lo stato italiano non può permettersi di perdere tanti giovani come Moreno, ragazzi forti, di bell’aspetto che improvvisamente si fanno preti. Esiste una quota considerata accettabile, ma appena il numero supera la soglia, ecco che le spie silenti entrano in azione. Agili come gazzelle e intuitive come un Gasparri diffondono un vaccino tramite iniezione alle possibili vittime, che possono così scappare e continuare la loro vita da laici”.

“Tutto chiaro?”

“Incredibile, e questo in Italia?”

“Stefan..ovvio, in Italia per via del Vaticano, delle crociate, dello IOR, e dell’11/9”

“Mio Dio…tutto è collegato”

“Sono lieto tu abbia colto la gravità della cosa”.

“La cosa da fare adesso è molto semplice, entriamo, tu ti avvicini ad una di queste signore e le chiedi di farti la puntura anti pretite nel culo; ti avverto però, sono spie silenti, all’inizio negheranno perché se i preti si accorgono di loro, puoi immaginare cosa succede…”

Stefan ci riflette per alcuni secondi, smette di muoversi e di respirare quando finalmente scopre la verità: “Suore! Le trasformano in suore!”

“Vedo che hai capito” gli rispondo compiaciuto.

“Preparati a superare una certa resistenza ragazzo, ma vedrai che entrambi alla fine ne usciremo ancora da laici”.

Appena dentro individuo immediatamente la signora che farà al caso mio, sui settanta anni, forse meno, nerboruta e in buona forma. Siede in seconda fila in silenzio, assorta nella sua meditazione non ci sente arrivare.

Stefan si avvicina a lei in silenzio e le siede accanto, appena lei lo guarda lui le fa cenno di avvicinarsi e le sussurra qualcosa all’orecchio.

La signora scatta all’indietro non appena il ragazzo finisce di parlare e dopo un secondo di smarrimento gli pianta uno schiaffo in pieno volto.

Il grido del ragazzo riecheggia in tutta la chiesa, io mi soffoco con la mano il desiderio di ridere fino alla morte.

Poi succede l’inaspettato, il destro di Stefan colpisce alla mascella la donna che perde per un attimo i sensi e si accascia sulla panca.

Un’altra anziana che ha assistito alla scena grida e fugge verso la porta principale.

“Cerca la siringa” intimo a Stefan “sicuro che la tiene nascosta da qualche parte!”

“Stefan si getta sopra la poveretta e maldestramente comincia a perquisirla”

“Non la trovo” grida.

“Cercala meglio, sicuro che la ha con sé”.

“La donna riprende conoscenza e trovandosi un uomo sopra di sé intento a perquisirla non trova di niente di meglio da far che mollargli un altro sonoro ceffone, afferrarlo per il collo, e cominciare a gridare come una disperata”.

La lotta tra i due è epica, il volto di Stefan oramai paonazzo mi indica che il ragazzo è sul punto di soccombere. Le grida della donna si fanno sempre più insopportabili, medito per un attimo di zittirla con un cazzotto.

Più passano i secondi più l’esito della disputa appare evidente, se non mi affretto a dividere i due, dovrò trovarmi un nuovo scudiero. Troppo forte la signora, esageratamente possenti le sue braccia per temere il peso e la forza di Stefan.

“Cosa sta succedendo qui? Signora si fermi o lo ucciderà!”

La voce di Moreno blocca come per magia il tempo, la signora smette di gridare, mantenendo solo le mani strette come un maglio al collo di Stefan, a sua volta il mio scudiero ha smesso di cercare la siringa all’interno del reggiseno della donna.

L’unico che non riesce a trattenersi sono io, e la mia risata è così fragorosa che tutti gli attori di questa buffa commedia si volgono a guardarmi.

“E figuriamoci se non c’eri di mezzo tu” esclama Moreno avvicinandosi alla donna. Con delicatezza stacca le mani della signora dal collo di Stefan, la pelle del ragazzo è tutta arrossata, domani avrà dei lividi molto evidenti.

Allo stesso modo anche le mani del ragazzo vengono allontanate dal seno della donna, Moreno è in piedi tra i due contendenti, il suo corpo li separa dalla lotta.

“Signora Marin, la prego di perdonare questo ragazzo, sono certo che non vi era malizia in quanto ha fatto, e tu giovane amico, sono certo che i tuoi gesti siano stati manovrati ed indirizzati da un cattivo consigliere. Quanto a te, mio caro, noto che gli anni non ti hanno portato saggezza” conclude rivolgendosi a me.

“Andiamo a parlare in canonica, qui di danni ne avete fatti fin troppi”. Moreno fa un passo verso di me, dimenticandosi per un secondo di Stefan.

Il ragazzo approfitta della disattenzione del prete e con la mano sinistra palpa la parte che ancora gli mancava del sedere della signora. Moreno non riesce ad elaborare rapidamente l’informazione e prima di poter reagire, il pugno della donna ha già raggiunto Stefan alla mascella.

Stefan crolla al suolo come un sacco di patate, la donna, incerta se infierire o meno sul malcapitato, sorride sommessamente al Padre e dopo aver recuperato la sua borsa ed essersi fatta il segno della croce, si incammina verso la porta.

“Davvero un bel KO” esclamo io.

“La signora Marin è forse la più temuta tra le nostre catechiste”

“Non stento a crederlo, dici che sia morto?”

“Si riprenderà tra un po’” risponde Moreno “dimmi perché sei venuto”.

Cap 23 – La storia di Bianca

Rimango in silenzio ad osservare Ioli mentre si serve una abbondante porzione di fumante salmone allo zenzero. È probabilmente il suo piatto preferito, Bianca glielo prepara sono in alcune rare occasioni. Mentalmente mi do dello stupido, avrei dovuto rendermene conto fin dal principio che qualcosa di speciale stava per accadere.

Bianca cucina bistecca e patate fritte almeno 4 volte a settimana, rigorosamente a pranzo, rigorosamente senza sale. La pastasciutta con il ragù è un altro di quei rituali che permettono a Ioli di mantenere ancora una certa connessione con il mondo reale, se questo piatto dovesse improvvisamente scomparire dal menù di casa, probabilmente sentiremmo parlare di mio padre in un telegiornale.

Lo descriverebbero come “quel tale che si è asserragliato in casa dopo aver ucciso la propria compagna, e ora minaccia di togliersi la vita se non gli forniranno un costume da Superman in grado realmente di farlo volare, e non gli faranno incontrare Berlusconi, l’unico in grado di intercedere per lui presso il Padreterno, in virtù del loro rapporto di reciproca stima e amicizia“.

Il salmone compare solamente in occasione di grandi eventi quali: “acquisto nuova casa al mare”, “cambio della macchina”, “ritorno in Brasile di “quella” con il vero padre che è venuto a prendersela”.

Lasagne, lombo con il latte e tiramisù accompagnano in genere compleanni e festività quali Natale e Pasqua.

Nelle rarissime occasioni in cui “quella” ha deciso di presentare alla famiglia, e soprattutto all’adorato fratello maggiore, i suoi fidanzati, Bianca si è lasciata sedurre dallo spirito di Pellegrino Artusi, e ci ha deliziati con piatti che incredibilmente non prevedevano alcunché di fritto, in cui la carne, questa affascinante e intrigante sconosciuta, veniva cucinata all’interno di quel misterioso oggetto chiamato forno.

Nonostante gli esiti più che lusinghieri, affranta probabilmente per la tiepida accoglienza ricevuta da “quella” e da Ioli, gli esperimenti sono rimasti sporadici e appunto relegati a poche e ristrettissime occasioni.

Vale la pena dire che durante quei deliziosi incontri, era forse mancato a mia madre il giusto appoggio morale del suo amato figlio, intento a demolire il fidanzato della sorella attraverso un interrogatorio che molto ricordava gli anni oscuri dell’oppressione stalinista.

Il primo passo consisteva sempre nel tastare il terreno e cominciare a studiare il nemico.

“Tu chi saresti?”

“È un vero piacere conoscerti, tua sorella mi ha molto parlato di te mettendomi in un certo senso anche in guardia rispetto ad alcuni tuoi comp..”

“Tu chi saresti, di grazia?”

“Ehm, mi chiamo Matteo e sarei il ragazzo di tua sorella”

“Partiamo con due punti che ritengo fondamentali per il proseguo di questa nostra amabile presentazione: lei non è mia sorella e tu per comodità e per comunanza di prospettive e futuro, ti chiamerai Nicola, come il suo ex”.

A questo punto normalmente Bianca o “quella” intervenivano per sottrarre il malcapitato alla incipiente tortura.

“Smettila, lascialo perdere”.

I più fortunati desistevano e si lasciavano trasportare dall’onda di banalità che Bianca era pronta a riversare in loro aiuto: “Di cosa ti occupi”, “Ma sei dei Montagner che hanno la merceria in centro?”, “Avevo un Montagner in classe, credo si chiamasse Egidio, è per caso tuo parente?”, altri invece, piccoli e sfrontati eroi abituati a comandare nel loro minuto e misero pollaio ma non avvezzi alla lotta del Colosseo, zittivano “quella” e davano il via alle danze normalmente con una battuta, per loro tanto sfortuna quanto visionaria: “Non c’è problema, non mi mangia mica”.

Sfortunati loro, e sfortunata mia sorella, anche se mai ammetterò realmente che possa assurgere e onorarsi di questo ambito titolo, che in realtà sarei ben disposto a regalare senza troppi patemi d’animo ad Angelina Jolie e Charlotte di Sex in the City; più la seconda che la prima, un po’ perché incarna il mio ideale di bellezza, fascino ed eleganza, un po’ perché in caso della Jolie, diventerei immediatamente zio di una orda di bambini vocianti e viziati, che mi porterebbero nel giro di qualche secondo a rimpiangere “quella” e i suoi pochi ed innocui amori, come verso il signori Sergio Rossi e Jimmy Choo.

“Infatti, non ti mangerò, anche se plausibilmente non farò a tempo ad affezionarmi a te e pertanto non mi esimerei dal mangiarti nel caso io e te ci trovassimo in una situazione tipo “dispersi in un’isola deserta o in un ghiacciaio in attesa dei soccorsi“.

“A tal proposito, tu mi mangeresti?”

Già a questo punto il malcapitato cominciava a dare segno di nervosismo, visto il campo minato in cui lo avevo trascinato.

“Probabilmente in un caso estremo, se si trattasse di una questione di vita o di morte..”

“Tu credi che Nostro Signore potrebbe apprezzare quanto hai appena detto a casa di uno sconosciuto?”

“In realtà stiamo ragionando per assurdo e allora io dico che..”

“Tu dici che cosa? Sei entrato a casa di un uomo che sta spezzando il proprio pane per darti da mangiare, e l’unica cosa che sei in grado di affermare è che non solo gli ammazzeresti l’unico figlio maschio, ma che glielo mangeresti pure”.

“In realtà quello che intendevo dire è..”

“…è che mi hai anche interrotto forse?”

“Io non so chi ti abbia insegnato l’educazione giovanotto, ma se la tua idea era quella di fare una bella impressione alla famiglia della donna cui vorresti alzare la gonna e fare il servizietto, beh..cominci molto male”.

“Tra le varie cose, visto che tu mi hai condotto a parlare dell’argomento, spero almeno tu abbia avuto l’accortezza di informarti, e di conseguenza rispettare, uno dei dogmi e punti fermi della nostra casa, ossia che nessuna delle donne qui presenti, alle quali aggiungo anche nonna, ha mai osato solo pensare di accoppiarsi con un uomo. Lo sapevi vero?

A questo punto lo sguardo del malcapitato cominciava a spostarsi da Ioli a Bianca passando per “quella” come una pallina da flipper, senza trovare quell’appoggio in grado di salvarlo. Causa prima del suo naufragio, il giovane mozzo gridava in silenzio che qualcuno gli gettasse un salvagente, ma nessuno era più disposto a farlo, un po’ per divertimento, un po’ per sadismo.

“Ragazzo, lascia che te lo dica in maniera civile e sensata: lo vedi il signore alla tua destra?”

Al timido accenno di sì rivolto a Ioli, il mio attacco continuava.

“Bene, le mani di questo signore sono abituate a muovere pannelli isolanti da quando ha 18 anni. Ho ancora gli incubi quando ripenso a quello che fece al malcapitato Silvio, un ex di mia sorella con il brutto vizio di raccontare frottole e usare troppo le mani su di lei. Adesso io te lo giuro, e lo faccio sui miei figli come fece in passato una persona pura d’animo e trasparente nelle azioni, per testare l’assoluta illibatezza di mia sorella sono disposto a chiamare in seduta stante un amico veterinario e fargli verificare che tutto in lei sia integro”.

“Se scopriamo che qualcosa non va, tu da qui non esci intero. Adesso sei davanti ad un bivio bislacco figlio di puttana, puoi alzarti e mestamente andartene da questa casa, non farti più vedere, dimenticare mia sorella e pregare Dio che il giorno in cui malauguratamente dovessi incrociare il tuo puzzolente corpo, io non abbia le palle girate e ti riduca a brandelli con la motosega liofilizzata che porto in macchina, o affrontare da uomo il tuo destino, obbligando mia sorella a sottoporsi ad un accurato esame che ne provi l’assoluta illibatezza, qui, sopra questo tavolo, e per opera di un mezzo sconosciuto abituato a far partorire vitellini”.

Per dare più enfasi alla scena normalmente a questo punto cominciavo a brandire un coltello o scagliavo del pane con forza verso il muro. La fuga dell’oramai ex fidanzato era il passo immediatamente successivo che ero solito festeggiare con adorabili frasi quali: “Non era poi tanto male”, “Simpatico questo, non come l’ultimo hippy che avevi portato a casa”.

Il profumo dolciastro della salsa a base di soia e Sherry si mescola con quello del profumo dozzinale che Ioli continua imperterrito a preferire ai vari Bulgari, Cartier, Hugo Boss che negli anni io e “quella” ci siamo inventati di regalargli.

Sono ancora assorto nei miei pensieri quando un particolare che in un primo momento non avevo colto, mi desta dalla mia trance. Il viso di Ioli è fresco di rasatura, il che significa una sola cosa, Ioli attendeva con ansia questo incontro e si è preparato al meglio per affrontarlo.

Verso la fine della cena, quando oramai del salmone non ne sono rimasti che pochi rimasugli, Ioli rompe il silenzio che si era creato e comincia a raccontarmi la sua incredibile storia.

“La prima cosa che devi sapere è che io e Bruno una volta eravamo dei buoni amici. Ci siamo conosciuti ai tempi dell’università, se non sbaglio era il primo anno. Lui era un anno più avanti ma frequentavamo insieme alcuni corsi”.

“Ricordo che la prima volta che mi resi conto della sua esistenza fu quando si mise a litigare con un professore, era il temuto ed insieme osannato Checchi di cui si narrava avesse bocciato più del 90% di partecipanti all’ultimo appello, e avesse cacciato una ragazza che aveva avuto l’ardire di presentarsi un po’ scollacciata e con i vestiti intrisi di puzzo di sigaretta ad un suo orale, utilizzando la frase di Enea “ti saluto quindi Troia fumante”.

“Fatto sta che questo Bruno era entrato tardi a lezione accompagnato come sempre dai quattro o cinque personaggi della sua combriccola”

“Che intendi?”

“Lui era strano, raramente lo vedevi da solo, aveva sempre intorno qualcuno o più spesso qualcuna. Ricordo che c’era qualcosa di strano però in quel gruppetto, non era cioè il classico gruppo di amici o un gruppo di studio, sembrava di veder arrivare la star con il segretario, il portaborse, la valletta, la truccatrice. Sembrava che quel personaggio fungesse da calamita per un bel po’ di parassiti.

“Capisco cosa intendi”, e il pensiero viaggia velocemente al giorno del mio incontro, alle parole di Mara e alle considerazioni del dottore.

“Quel giorno però Bruno mi stupì, non si fece mettere i piedi in testa; al docente che gli intimava di uscire rispose per le rime, cominciando ad arringare la folla di noi poveri studenti che a poco a poco prendemmo coraggio e lo applaudimmo in maniera spudorata. Era riuscito a toccare le corde del nostro orgoglio, o forse semplicemente a far risuonare nelle nostre orecchie una musica incantatrice”.

“Ricordo che parlò di diritto, di sopruso, di persecuzione. Ci disse che non potevamo rimanere inermi davanti ad un uomo che faceva dell’abuso di potere la sua carta d’identità”.

“Il professore tentò vagamente di fargli notare che semplicemente lui stava facendo rispettare un regolamento, che le regole sono alla base del vivere civile, e che una buona oratoria non poteva essere utilizzata per mistificare una verità, o sobillare degli studenti contro un professore”.

“Non ci fu verso, quel giorno Bruno salì sopra una sedia e continuò la sua arringa, divenne un capopopolo, conquistò il cuore di molti di noi”.

“Pochi giorni dopo lo incontrai in un corridoio e mi feci coraggio, cercai di avvicinarmi a lui per fargli i miei complimenti per quanto avvenuto”.

“Mi bloccarono prima. Ci rimasi così male che scoppiai a ridere in mezzo alla facoltà. Uno di quei mezze ameba con cui amava circondarsi si era messo tra me e lui e non intendeva farmi passare se prima non gli avessi anticipato l’argomento del nostro incontro”.

“Tuo padre che all’epoca era anche un po’ nervosetto, prima si fece una bella risata, poi con un ceffone mise a sedere l’improvvisato bodyguard”.

Mentre mi avvicinavo a Bruno vidi il terrore nei suoi occhi, era convinto volessi menarlo quando in realtà a me premeva solo salutarlo. Quando gli avvicinai la mano per salutarlo cominciò quasi a gridare”.

“Solo dopo alcuni secondi si rese conto della figura che stava facendo, tornò serio, fece un sorriso e contraccambiò il saluto”.

“Voglio essere sincero con te, se non avesse avuto quella reazione da femminuccia, me ne sarei andato, invece rimasi affascinato dal contrasto esistente tra il ragazzo sicuro dell’aula e il bimbo pauroso che avevo avuto modo di vedere”.

“Diventammo amici, e ovviamente mi attirai l’odio di tutti quelli della sua cricca. Io andavo da Bruno non perché lo ritenessi un leader come facevano gli altri, ma paradossalmente perché avevo visto in lui un bambino”.

“Cominciammo ad uscire insieme, e debbo dirti la verità, mi divertivo anche parecchio. Aveva sempre molti soldi in tasca, non ho mai capito da dove sbucassero, nel tempo ha sempre evitato di rispondere alle mie domande”.

“Ascolta” gli dicevo “a me ovviamente fa piacere che tu stia pagando tutto, ma mi spieghi da dove li tiri fuori? Chi ti finanzia, i tuoi genitori?”

“Niente da fare, cambiava discorso, mi diceva che a me doveva solo interessare l’oggi, quanto successo in passato, non importava”.

Arrivai a dirgli che avrei smesso di uscire con lui se non mi avesse spiegato qualcosa; cerca di capirmi figliolo, avevo paura fosse denaro sporco. Quella volta a farmi desistere fu uno dei suoi amici che si premurò di farmi avere un dossier sulle finanze di Bruno in cui si attribuiva la sua ricchezza ad una serie di invenzioni quali: il motore a scoppio, il viaggio nel tempo, il gomito del tennista e il salto della quaglia”.

“Davanti a tale idiozia capii che non ne avrei mai cavato un ragno dal buco e mi staccai progressivamente da lui”.

“Poco tempo dopo conobbi tua madre e cominciammo ad uscire insieme, io brutto squattrinato, lei bella e benestante..la bella e la bestia insomma”.

“Puoi ben dirlo” esclama Bianca scoppiando a ridere.

“Io e tua madre cominciamo a frequentarci sino a quando un giorno incontriamo Bruno, non ricordo dov’era, un cinema, una pizzeria?” Domanda Ioli a mia madre.

“In ristorante. adesso lascia che continui io”.

“Quella sera tuo padre era stranamente euforico, mi aveva portato in questa famoso ristorante dove a suo dire, trovare un tavolo era praticamente un miracolo. Ci avevano fatto aspettare mezz’ora per il tavolo e altri 20 minuti prima di prendere le ordinazioni. Eravamo sul punto di alzarci quando vediamo entrare questo chiassoso gruppo di sette o otto persone capeggiato da questo ragazzo piccolino e molto elegante”.

“Sul momento mi sono messa a ridere immaginando a cosa aspettasse il gruppetto, ma in realtà mi sono ricreduta poco dopo. Appena entrati ho visto scattare almeno due camerieri che nel giro di 5 minuti hanno apparecchiato un nuovo tavolo e preso le ordinazioni di tutti. Era bastato un cenno del piccoletto e tutti si erano messi sull’attenti”.

“Immaginati il mio stupore quando quel ragazzo si era avvicinato al nostro tavolo per salutare tuo padre”.

“Bruno quella sera si comportò come un vero signore, ci invitò al suo tavolo, offrì la cena a tutti. Raccontò un sacco di barzellette, alcune volgari e fuori luogo. Tutto sommato però quel ragazzo mi affascinava, non capivo cosa avesse così di speciale. Le persone intorno a lui ridevano quando lui rideva, rimanevano in silenzio quando lui parlava”

“Cantò. Ricordo che chiese ad uno dei suoi amici di accompagnarlo con il pianoforte del ristorante; conosceva tutto il repertorio da piano bar da crociera, tutto sommato risultava piacevole”.

Con me fu molto gentile, mi fece sedere tra lui e tuo padre, mi chiese come e quando ci fossimo conosciuti, mi fece parlare e ridere per tutta la serata. Mi corteggiò senza che me ne rendessi conto. Nel mentre tuo padre si era chiuso in uno di quei silenzi che ben conosci”

Annuisco con la testa.

“Per fartela breve, mi mise un po’ in crisi, io sapevo di voler bene a tuo padre ma questo Bruno era stato capace di mostrarmi qualcosa di diverso, un mondo a cui forse avrei voluto appartenere”.

“Io e tuo padre litigammo quella sera e per almeno due giorni non ci fu tra di noi alcun contatto”.

“Nel mentre qualcuno mi fece recapitare a casa un mazzo di rose rosse accompagnate da una collana con un pendaglio a forma di farfalla e un biglietto che diceva qualcosa tipo: “La tua luce ha illuminato la mia sera più di 1000 stelle del cielo”.

“Non so come ma riuscì a recuperare il mio telefono e mi invitò ad uscire. Accettai pur sapendo che quello che stavo facendo era una cavolata”.

“Mi venne a prendere con un’auto immensa con tanto di autista, mi portò in un ristorante meraviglioso e probabilmente fece di tutto per rendersi interessante…ma non ci riuscì. Io ero fuori con lui, e mi stava promettendo mari e monti, mi parlava di case al mare e parchi da favola. Ascoltavo ma c’era una domanda che mi ronzava in testa: “Perché stai facendo questo a me? Io sono la ragazza di un tuo supposto amico, tu sei passato sopra a tutto ciò senza pensarci un solo secondo”.

“Più parlava più mi mancava tuo padre; alla fine, mentre mi stava riaccompagnando a casa, cominciò a cantarmi una canzone d’amore e ti assicuro che senza volerlo cominciai a ridergli in faccia. Non ti dico la sua espressione, probabilmente quello era per lui l’ultimo passo di una tecnica oramai consolidata e ritenuta infallibile”.

“Non ci fu niente da fare, cominciai a ridere e smisi solo una volta scesa dall’auto. Gli chiesi scusa ma nel contempo gli dissi anche che non sarei più uscita con lui”.

“Non mi sembra tanto grave” intervengo “in fin dei conti si è dimostrato un bastardo, ma c’è di peggio”.

“Perché ancora non ti abbiamo raccontato il peggio” afferma Ioli.

Questa volta è mio padre che si schiarisce la gola; il suo sguardo è fisso, nella sua mente, frammenti di una storia lontana si stanno pigramente unendo, pronti ad essere portati alla luce, dopo anni di timido ed imbarazzato silenzio”.

“Ricordo che la mattina dopo tua madre mi chiamò verso le otto del mattino, io ero andato a dormire da non più di due ore, ubriaco e disperato. Sapevo della loro uscita, conoscevo la fama di Bruno, davo per certo che fossero a letto insieme mentre io, disperato e in lacrime, continuavo ad ordinare da bere”.

“La sua chiamata mi fece passare la sbornia in meno di 1 secondo; mi raccontò cosa era successo e si invitò da me, per parlare ma soprattutto per starmi vicino”.

“La storia sembrerebbe a lieto fine ma, perché il ma c’è sempre, a tua madre cominciarono ad arrivare strane lettere a casa”.

Ioli e Bianca si palleggiano il racconto della storia come abili oratori, questa volta è lei a continuare.

In un primo momento non ci diedi peso, si diceva in poche parole che tuo padre non solo avesse una amante ma soprattutto fosse avvezzo all’uso di droghe. Mi si diceva di stare attenta e di cominciare a sorvegliarlo con attenzione. Tutte le lettere erano firmate “una amica”.

“Poco dopo come d’incanto, mi trovai invischiata in una serie di situazioni apparentemente casuali, anche se poi si scoprì che di casuale non avevano nulla. Andavo in bagno e improvvisamente entravano due ragazze parlando di tuo padre.

“Raccontavano di come stesse frequentando una loro amica all’insaputa della sua ragazza. Belle ragazze si avvicinavano a Mario appena io mi allontanavo, casualmente a tuo padre capitava di ricevere telefonate mute proprio quando eravamo in casa insieme”.

“Non te la sto a fare troppo lunga, cominciai a sospettare di tuo padre, e persi progressivamente la fiducia in lui. La goccia che fece traboccare il vaso fu quando due perfetti sconosciuti mi si avvicinarono e mi pregarono di parlare a Ioli. A loro dire solo grazie al mio intervento tuo padre avrebbe desistito dall’idea di massacrarli di botte per via del mancato pagamento di due dosi di marijuana. Feci una scenataa tuo padre e me ne andai, ero disperata e delusa”.

“Incontrai “casualmente” Bruno nel negozio di tessuti vicino casa, e si dimostrò comprensivo e molto in sintonia con i miei sentimenti, mi offrì di starmi vicino, mi fece sentire bene. Mi fece un lavaggio del cervello, con il senno del poi posso ammetterlo. Mi portava ad interpretar i comportamenti di tuo padre come se fossero delle vere e proprie ammissioni di colpevolezza. “Se tuo padre chiamava in lacrime giurando di non aver fatto nulla, Bruno rigirava la frittata per farlo apparire il tipico uomo che solo dopo l’errore capisce il danno che ha causato”.

“Cominciai a frequentare Bruno, di tuo padre mi ero imposta di non voler sapere più nulla. Con Bruno tutto era sempre molto controllato, uscite, telefonate, feste, avevo in pratica il programma settimanale già pronto la domenica sera. A fornirmelo c’era una bella ragazza di nome Marinella”.

“Un giorno le chiesi delle spiegazioni, insomma era oramai un mese che uscivo con Bruno e non capivo perché tutto fosse così…freddo e preciso. Mi sorrise in modo triste, i suoi erano occhi di chi è sul punto di crollare e confessare, ma non disse nulla”.

Due giorni dopo ricevetti un’altra lettera anonima, la calligrafia era la stessa delle vecchie missive contro tuo padre. C’era scritto “Scusa” e poi un indirizzo con data e ora. Non ne parlai a Bruno ma decisi di andare in fondo alla questione.

Mi feci accompagnare in macchina da tua zia, le dissi di rimanere ad aspettarmi. Entrai in un palazzo signorile in pieno centro, dal cortile si udivano le grida e la musica provenienti da uno degli appartamenti. Le porte erano aperte quindi non mi fu difficile entrare. La prima cosa che mi colpì fu il forte odore di marijuana, tre ragazze stavano ballando da sole in centro della sala mentre un gruppo di ragazzi era intento a bere e ridere in modo sguaiato.

Non mi fu difficile riconoscere due delle ragazze che avevo sentito parlare in bagno e con loro alcuni dei ragazzi che normalmente uscivano con me e Bruno”.

“Rimasi in attesa per non più di cinque minuti, Bruno uscì da una stanza abbracciato a due ragazze. Non so se fossero ubriache o drogate, lui le teneva per la vita e si atteggiava un po’ a quel tipo, sai il padrone di Playboy”.

“Quando si rese conto della mia presenza rimase pietrificato, si voltò di scatto prima a destra e poi a sinistra, probabilmente in cerca di chi avrebbe dovuto sorvegliare l’entrata”.

“Non trovò nessuno quindi sfoderò uno dei suoi mitici sorrisi e si avvicinò a me allargando le braccia”.

“Io avevo perfettamente capito cosa fosse successo, ma decisi di ascoltare la sua storia. Disse che lo avevano incastrato in quella festa, che si trattava di un complotto ai suoi danni, probabilmente era successo per mezzo di un massiccio uso di droghe. Mi disse che tutto si sarebbe risolto e che avrei dovuto semplicemente esprimere un desiderio, chiedergli qualcosa e lui me lo avrebbe comprato per chiedermi scusa”.

“Più parlava più capivo l’errore che avevo commesso: lui aveva creato tutta una serie di indizi che avevano logorato la mia fiducia nei confronti di tuo padre, ci aveva fatti separare per mezzo di bugie costruite ad hoc e ripetute all’infinito da ragazzi e ragazze del suo gruppo”.

“Ricordo che dalla tasca dell’accappatoio in seta che portava estrasse una collana, al posto della farfalla vi era una tartaruga, era il suo marchio di fabbrica”.

“Si avvicinò fissandomi negli occhi, cominciò a cantare una di quelle sue insopportabili canzoni napoletane”.

Quello che successe dopo fu puro istinto: afferrai una statuetta raffigurante il Duomo di Milano da una mensola a me vicina e gliela scagliai in testa con tutta la forza che avevo. Lui cadde al suolo come un sacco di patate. Emilio, un suo fedele collaboratore che aveva seguito la scena, cominciò a piangere e strillava di chiamare un’ambulanza”.

“Io impassibile mi avvicinai e raccolsi la statuetta, la misi in borsa e me ne andai. “Quella sera stessa tornai da tuo padre, piansi e gli chiesi scusa…il resto lo puoi immaginare”.

Rimasto senza parole mi appoggio allo schienale della sedia, guardo mio padre e mia madre e mi sento davvero orgoglioso di loro.

“Quindi tu mi hai mandato da quel buffone per..”

“Per dimostrarti che esistono delle scorciatoie, ma che se vuoi ottenere una cosa nella tua vita, è meglio che tu ti dia da fare”.

“Corretto”, rispondo, “mi sembra giusto”.

Rimango in silenzio ancora qualche secondo poi esplodo: “La statuetta del Duomo che hai in ufficio!!”

“Esatto”, risponde ioli, “proprio quella sulla mia scrivania in bella mostra…proprio quella”.