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Cap 33 – L’usignolo

Sono al quarto giorno della cura del Fabiani e sento che qualcosa si sta muovendo. Ho trascorso la notte anteriore gridando improperi contro il maledetto Silas, la gola ancora mi arde, ma è un dolore piacevole che ha il significato della rinascita.

Non avrei mai pensato che entrare nuovamente in contatto con la mia spiritualità sarebbe stato così semplice: una pillola, un rapido rituale ed il gioco è fatto.

Non riesco ad elaborare lucidamente quanto sta avvenendo dentro di me, di sicuro sento che le pillole comportamentali del Fabiani sono un’arma immensa, potrebbero tranquillamente cambiare il corso della storia come la scoperta della penicillina, o l’acquisto del trio Gullit, Rijkaard Van Basten.

Rimarrei volentieri a letto a riflettere su tutte le piccole cose che sono mutate in me da quando ho cominciato ad ingurgitare quelle strane pastiglie al sapore di menta, ma non posso, ho un compito da portare avanti, e per nulla al mondo lascerò che la mia inerzia prenda il sopravvento.

Mi alzo dal letto sono le tre del pomeriggio, passeggio nudo per la casa incurante degli sguardi inorriditi dei vicini.

Apro l’armadio con la rassegnazione di colui al quale è stato appena comunicato che dovrà andare a combattere al fronte. I vestiti sono tutti ammassati, non c’è nulla di pulito o stirato. Una piccola bomba nucleare è esplosa tra le mie camicie riducendole a delle deliziose palle di cotone.

Scelgo la meno peggio, è azzurra, un regalo di Bianca dell’ultimo Natale. Ripenso alle camicie fatte a mano del Fabiani, la prossima volta voglio domandargli a chi le commissiona.

Opto per un paio di Diesel con un evidente strappo che oramai lascia scoperto tutto il ginocchio destro. La MCI mi sta impedendo anche di prendere una decisione tanto semplice come comprare dei nuovi vestiti, ed il risultato è che praticamente ho gli stessi abiti che usavo cinque anni fa.

In centro ci arrivo camminando verso le 4 del pomeriggio, ancora non vi è molta gente per la strada, solo qualche universitario svogliato, stanco di passare ore chinato sui libri.

Passeggio per una delle vie principali, il dottore è stato chiaro, dovrò avvicinarmi ad almeno 3 ragazze e conoscerle utilizzando alcune frasi che mi ha suggerito. Sono certo di non aver mai raccontato al Fabiani dei miei giorni dell’Estasi, con un po’ di fortuna le due situazioni avrebbero potuto coincidere.

L’utile al dilettevole, vivere l’Estasi ed essere obbligato da un medico ad andare a donne, che c’è di meglio?

In realtà di conoscere ragazze non ho molta voglia, ma se è per sconfiggere la MCI, questo ed altro.

I primi due approcci sono un vero e proprio disastro: Silvia, 25 anni, studentessa di Scienze Politiche non trova politicamente corretto che io tessa le lodi dei suoi immensi seni al punto da spingermi a definirli l’anello di congiunzione tra l’uomo e Dio.

Sara, 30 anni splendidamente portati, mi fa notare dopo alcuni minuti che l’approccio “Mano sul sedere e provo a baciarti PRIMA di essermi presentato” è probabilmente vincente le domeniche pomeriggio in discoteca, ma un po’ distante dalle sue aspettative e dai suoi sogni di trentenne single.

Ringrazio le mie due quasi fidanzate sottolineando anche con gesti plateali, la stupidità della loro scelta, e continuo la mia passeggiata pomeridiana.

Sono ancora immerso nei miei pensieri quando vengo rapito dal dolce canto di un usignolo di nome Annalisa. Le parole e la melodia sono quelle di “Qualcosa che non c’è” di Elisa.

Annalisa veste con jeans attillati che fanno risaltare le sue gambe affusolate, calza stivali Prada color caffè perfettamente abbinati alla maglia che le scende morbida lungo i fianchi. Il taglio della t-shirt è tale che la spalla destra risulti quasi sempre scoperta. Tutto sommato l’immagine è davvero sexy, troppo sexy per una ragazza che si nutre di usignoli.

La raggiungo nel giro di pochi secondi e mi piazzo davanti a lei con fare minaccioso, la sua sorpresa è grande, istintivamente fa un passo indietro e rimane impietrita a fissarmi.

“Dovresti sputare l’usignolo, non mi sembra il caso che una ragazza come te passi il suo tempo maltrattando gli animali”.

La ragazza per lo stupore apre la bocca quel tanto che basta perché io decida di passare immediatamente alle maniere forti. Con un balzo in avanti le sono addosso e le infilo due dita in bocca.

I denti di Annalisa si chiudono istintivamente e il mio pollice ed indice rimangono fatalmente chiusi in una morsa d’acciaio.

Il dolore è di quelli lancinanti, grido con tutto il fiato che ho in corpo mentre gli occhi si fanno lucidi di lacrime. Dopo alcuni secondi che sembrano un’eternità la ragazza apre la bocca e rimane a fissarmi con gli occhi sgranati.

Un piccolo gruppo di persone, attirate dal mio grido si sono radunate intorno a noi.

Pezzo di befana cannibale, quasi mi stacchi due dita”.

La ragazza mi guarda incredula, sembra non credere alle proprie orecchie: “Si può sapere perché cavolo mi hai messo due dita in gola?”

“Per evitare che tu facessi male all’usignolo che hai in bocca, ecco perché..befana. E non fingere di non capire, mi sei passata vicino e stavi cantando Elisa con una voce che non può appartenere ad una persona..ne ho dedotto fosse quella di un usignolo, per questo ho deciso di salvarlo dalle tue grinfie”.

Un signore sulla quarantina che ha assistito alla scena si offre di accompagnarla all’ospedale e di chiamare la polizia ma lei senza perdermi di vista, rifiuta gentilmente l’offerta.

“Quindi tu mi stai dicendo che quando mi hai sentito cantare hai pensato che io avessi catturato un usignolo e sei venuto a salvare il pennuto dalle mie grinfie, corretto?”

Il sangue gocciolando lungo la mia mano, il dolore è ancora insopportabile, ho una voglia matta di picchiare la ragazza davanti a me: “Corretto, befana”.

“Messa così potrebbe quasi sembrare un complimento. Ascoltami bene, io non ho alcun usignolo con me, mi chiamo Annalisa, ho 25 anni, mi piace cantare soprattutto quando sono sotto la doccia o quando sono assorta nei miei pensieri. Mi spiace averti morso in quel modo, mi hai spaventato. Per farmi perdonare se ti va possiamo berci un caffè insieme”.

Dopo un attimo di riluttanza acconsento di accompagnarla al bar. Mi reco al bagno dove rubo un ingente quantitativo di carta igienica per tamponare la ferita. Al mio ritorno la ragazza sta ordinando un the al ginseng. Il cameriere nota la mia fasciatura già lorda di sangue. Non dice nulla e prende anche la mia ordinazione.

I successivi 15 minuti li passo cercando di scorgere qualche movimento sospetto all’interno della bocca della ragazza, anche una semplice piuma potrebbe essere un indice di un abominevole atto perpetrato nei confronti di un debole pennuto, ma nulla succede.

Annalisa mi racconta molto della sua vita, forse troppo per i miei gusti. Scopro così che vive a Verona ma ha affittato un appartamento con delle coetanee per poter seguire più tranquillamente le lezioni. Ama cantare, ma questo già lo avevo intuito e quando era piccola ha anche vinto qualche concorso canoro.

Ride spesso alle mie battute il che mi spinge a ritenere che si stia infatuando di me. Decido di accorciare i tempi, soprattutto immaginando la faccia del Fabiani al raccontargli di essermi portato a letto una ragazza grazie ai suoi approcci.

La mia espressione “Dylan” appare all’incirca quando Annalisa mi sta parlando di sua sorella Lia, il mio sguardo penetrante la zittisce e lei rimane in silenzio a guardarmi: “Che c’è?”.

“C’è che credo sia il momento di baciarci”. Avvicino la mia bocca alla sua ma sul più bello lei si sposta quei centimetri sufficienti a farmi rimanere come un fesso con le labbra protese in avanti.

“Se non torni nella posizione iniziale, difficilmente riusciremo a baciarci” le dico.

“Io non voglio baciarti” risponde tranquillamente.

Rimanendo nella scomoda posizione di bacio in cui mi trovavo insisto: “Ti chiederei di riconsiderare la situazione, io posso rimanere così sollevato in questa scomoda posizione per al massimo due secondi ancora”.

“Meglio che tu ti sieda” risponde “non ti bacerò né ora né tra 2 ore”.

Questa volta sono io a rimanere senza parole, mi lascio cadere sulla poltrona e rifletto su quanto accaduto. Per evitare fraintendimenti decido anzi di rendere il più chiaro possibile i miei pensieri e parlo a braccio: “Mi sembra assolutamente incredibile ed impossibile che tu non voglia baciarmi. Ti ho conosciuta in un modo a dir poco inusuale, ti ho fatto ridere con le mie illuminanti battute, ho finto di ascoltare le tue storie, ti ho sedotta con la mia espressione Dylandibeverlyhills”, hai seguito alla lettera tutto il mio manuale di seduzione e sul più bello mi dici di no?”

Annalisa scoppia a ridere cosa che mi offende e non poco, le scendono le lacrime che si asciuga con un Kleenex che estrae dalla sua borsa. Riprende fiato e mi parla con un tono quasi materno: “Che tu sia simpatico, questo è indubbio; è sicuramente vero che sei per così dire inusuale, non mi hai detto che sono bella, non hai fatto le solite battute sceme che voi ragazzi fate, mi hai messo a mio agio, non lo nego ma…come dire, manca qualcosa”.

“Esatto” rispondo “il bacio e poi il sesso”.

Ride nuovamente, questa volta ancora con più gusto”.

“Non è questo”. Rimane per alcuni istanti a fissarmi, solo ora noto l’azzurro intenso dei suoi occhi, è davvero molto bella.

D’improvviso comincia a raccontare: “Ho conosciuto Lorenzo al mare, tra di noi c’è stato subito un certo feeling. Mi piaceva perché lui era l’unico di tutto il gruppo dei suoi amici che non faceva mai allusioni al sesso. Con lui si poteva parlare di tutto, mi sapeva ascoltare. Dopo alcuni giorni abbiamo cominciato a scherzare sul fatto di potersi innamorare l’uno dell’altro. Sembravamo due quattordicenni alle prese con i primi veri battiti del cuore. Mi ha baciata una sera vicino alla casa che avevo affittato con alcune amiche, mi è sembrato di toccare il paradiso con una mano. Poi è scomparso.”

“Un fantasma…” dico io.

“No scemo, non era un fantasma. E’ scomparso nel senso che la mattina dopo non lo ho chiamato per non sembrare troppo appiccicosa, il pomeriggio non lo ho visto perché sono andata via con una amica, e alla sera…non era più nel suo hotel”.

“Lo ho chiamato almeno 1000 volte ma non ha più risposto. Ho cercato di parlare con i suoi amici ma non c’è stato niente da fare, si inventavano mille scuse ed alla fine ho desistito”.

“E’ da allora che penso a Lorenzo, ed ancora non riesco a dimenticarlo”. Sospira, questa volta il sorriso è amaro. “Tu sei una persona piacevole, probabilmente in un altro momento il bacio te lo avrei dato, ma non ora. Dentro di me c’è ancora lui e sino a quando non se ne andrà…” Le parole rimangono in sospeso, Annalisa si porta ancora una volta il fazzoletto al viso e si asciuga le lacrime.

Rifletto su quanto mi è appena stato detto, la soluzione mi sembra ovvia. “Se lui davvero è ancora dentro di te e in un’occasione ben specifica è scomparso, riconsidererei la possibilità che si sia trattato davvero di un fantasma. In questo caso credo che la soluzione migliore sia quella di chiamare un esperto. Il mio vicino di casa Stefan credo sia anche esorcista oltre che maestro di Okuto”.

La risata di Annalisa è così potente che tutti gli avventori del bar si girano verso di noi.

“Sei un pazzo, ma mi fai morire dal ridere, questo è il patto..non ti denuncio per avermi messo due dita in gola, ti passo il mio numero di telefono e rimaniamo amici, che ne dici?”

Sono talmente offeso dalle parole di Annalisa che per un istante medito se scagliarle il portacenere sui denti, recupero la mia tranquillità e le rispondo: “Io e te non saremo mai amici”.

Questa volta è lei a farsi seria: “Perché scusa?”

“Faremo sesso insieme?” domando

“Ti ho detto di no” risponde.

“E allora niente amicizia, mi compro un cane se voglio un amico”.

“Mi stai dicendo che tu non hai amiche, che tutte le ragazze che conosci le porti a letto?”.

“Non tutte, solo quelle belle”.

“Ah questa poi” esclama con un tono che non cela una buona dose di sarcasmo. “Fatti dare un consiglio, cerca di ripensare alla tua relazione con le donne, mi sembra un po’ disturbata”.

Non riesco più a trattenermi: “Ascoltami tu invece, io sono simpatico, molto carino e ci so fare. Non sta né in cielo né in terra che dopo tutto quello che ho fatto per te, tu stia qui a raccontarmi di Lorenzo e mi proponga un’amicizia”.

Capisco di aver detto una stronzata ancor prima di terminare la frase ma oramai non riesco più a smettere.

Annalisa ora è seria e mi scruta con interesse, rimane in silenzio per almeno 30 interminabili secondi poi mi colpisce nel punto più nero e nascosto della mia anima: “Tu non sei carino, a dire la verità hai più difetti che pregi. Sei molto simpatico però, sei un folle piacevole. Sono queste le caratteristiche che fanno di te una persona interessante, non certo la tua espressione Brandondibeverlyhills”.

“Dylan…Dilandibeverlyhills” la correggo.

“Ok, Dylan. Cosa significa che hai fatto qualcosa per me? Che forse io dovrei sentirmi in qualche modo grata nei tuoi confronti?”

Adesso è lei ad essere un fiume in piena, parla in farsetto scimmiottando i miei gesti ed espressioni nel bel mezzo di un bar: “Guarda Annalisa, ti ho fatto ridere, forse ti offrirò il the, sono stato bravo? Mi dai la ricompensa? “Noooooo Annalisa, la ricompensa che mi offri non mi basta, ed io sono un bimbo viziato che strilla e si incazza e così ottiene tutto”.

C’è del disprezzo negli occhi di Annalisa, lo percepisco e mi spaventa; la sua filippica non ha ancora fine: “Stammi a sentire ragazzo mio, sei riuscito a bruciarti in 5 secondi tutto quello che avevi guadagnato in 1 ora. Ricordati quello che ti dico: io non sono tua madre che ti concede di fare le bizze per ottenere quello che vuoi, io sono una donna che ti poteva dare un bene molto prezioso che si chiama amicizia. Se sei così stupido da non capirlo…è meglio perderti che trovarti”.

Si alza e se ne va, mi lascia il conto da pagare e un macigno da una tonnellata che preme su di me e non mi lascia quasi respirare.

Cap 22 – La cena

Detesto dormire, è un’inutile perdita di tempo che se fossi premier o dittatore abolirei. Ai consiglieri che mi facessero notare che dormire è fisiologico e necessario per la vita, farei tagliare le mani.

Tutti i miei sudditi dovrebbero per legge amare i gatti, sarebbe obbligatorio averne almeno 2 in ciascuna casa, tutti i gatti dovrebbero chiamarsi Poldo e le gattine…non so, forse Asia.

Il lavora più ambito dalle ragazzine di 13 anni diventerebbe quindi la gattara, non la velina.

Poi cercherei anche di proibire l’uso dei numeri pari, li trovo assolutamente noiosi e perfettini. Tutto dovrebbe essere sottoposto alla legge dei tatuaggi: mai in numero pari, uno, tre, cinque e via discorrendo.

Volete 2 panini? No, o 1 o 3, e alla massaia dallo sguardo interdetto, direi che prenderne due porta sfiga, o uno o tre per avere dalla propria parte la fortuna.

Se fossi primo ministro inoltre mi batterei per l’abolizione dell’intervallo 16 – 19 delle giornate autunnali. Il sole che tramonta e il triste colore dell’estate che fugge, è come una spada per il mio animo. Per legge l’orologio dovrebbe bloccarsi alle 16, e a quell’ora tutti dovrebbero accendere le luci, tantissime luci di una potenza pari a quella di una stella, per poter lottare contro la malsana idea che un altro giorno stia morendo, senza nessuno che lo pianga, senza nessuno che realmente lo abbia amato.

Proibirei per legge anche la pancia che mi spunta da quando ho smesso di correre, dovrebbe quindi scomparire, per volere mio.

Vincere le elezioni non sarebbe difficile, basterebbe promettere favori sessuali alle over 45, e distribuire buoni sconto per le colonscopie alle più giovani.

Ai vecchietti prometterei di metterli a capo dei cantieri che osservano e commentano ogni giorno, “basta giovani nerboruti ed incompetenti, sì ai vecchietti che commentano”.

Gli uomini…per il loro voto una vera ricetta non la ho, l’unica cosa che potrei fare è comprare un buon giocatore di pallone, magari Kakà, e farlo giocare in tutte le squadre: 5 minuti con la Roma, 5 con la Lazio, un po’ al Milan e un po’ con l’Inter. Con la Juventus no, quella la abolirei.

Infine stabilirei che si possa rimanere incinta anche solo con un bacio, così i ragazzi ci penserebbero due volte prima di limonare come pazzi con gli sconosciuti.

Il gioco “Cosa farei se fossi premier” questa notte non funziona, continuo a muovermi come un ossesso nel letto senza stancarmi a sufficienza per addormentarmi.

Succede sempre questo, mi basta avere un impegno, un obiettivo, un qualcosa da fare e perdo il sonno. Sono le tre nella mia triste camera, del mio triste appartamento.

Anche se sono al buio, vedo tutto quanto mi circonda e ciò che percepisco non mi rende felice.

Sono solo 4 mura, non parlano di me, mancano i dettagli che la trasformino in un qualcosa che trasudi la mia persona.

Arriverà anche questo momento, maledetta MCI.

Chiamo a casa dei miei genitori verso le sei del mattino, mi risponde Bianca ancora con la voce impastata.

“Pronto?”

Me la immagino in sottoveste e spettinata, povero Ioli mi verrebbe da dire.

“Sono io”.

“Che ti è successo, ti hanno arrestato vero? Sveglio subito tuo padre”

“Spiegami per quale motivo ogni volta mi fate sempre la stessa domanda. Ti sembro, a caso, il tipo di persona che si farà arrestare prima o poi?”

Il silenzio glaciale dall’altra parte è di fatto una risposta.

“Non è possibile ad esempio che io vi abbia chiamato solo per sapere come state grazie soprattutto a quella sorta di angelica gentilezza che pervade e indirizza il mio dire e fare?”

“Tesoro”, afferma Bianca pacatamente “tu sei tutto fuorché gentile ed angelico”.

“Vi faccio i regali ogni anno per Natale”.

“Sono spesso cose che trovi per strada o i dvd porno che lo squilibrato del tuo amico Stefan ti regala”.

“Come te ne sei accorta”.

“Dal biglietto di auguri firmato Stefan che regolarmente lasci attaccato”.

“Non ti facevo così attenta ai dettagli” rispondo.

“Che cosa vuoi? Sono le sei del mattino”, il tono di Bianca si è fatto ora più serio.

“Vi ho svegliati? Ti credevo già in piedi, pronta per la messa”.

“Smettila, sai che non vado a messa alle sei”.

“Dovresti, sarebbe un primo passo per espiare i tuoi peccati”.

“Dimmi perché ci hai chiamati” dal tono della voce capisco di aver portato Bianca sull’orlo di una crisi di nervi.

“Questa sera vorrei venire a mangiare da voi, è necessario però che Ioli sia a casa, è con lui che ho bisogno di parlare”

“Perché non vai in ufficio? Potresti chiedergli un appuntamento”

“Meglio di no, rischierei di dover lavorare, e poi sai come la penso riguardo Lina”

“Ma chi? La segretaria?”

“Quella è una porca”

“Ma smettila di dire idiozie, avrà almeno 65 anni”

“E’ una swinger”

“Una?”

“Te ne parlerò in un altro momento, non vorrei disturbarti, magari stavi dormendo”.

“Perché non hai chiamato alle 8?”

“Temevo tu potessi prendere altri impegni, è importante quello che vi debbo dire”.

“Ok ascolta, alle 20 a casa, sai quanto pignolo è tuo padre in questo”.

“Alle 20, sarò puntuale”

Suono il campanello alle 20.30, il mio cellulare non ha smesso di squillare incessantemente dalle 20.15 ora in cui, esaurita la pazienza e abbonato il classico quarto d’ora accademico, Ioli ha realizzato che mangerà in ritardo rispetto al solito.

Ad aprirmi la porta è naturalmente Bianca che mi saluta a denti stretti. Posso decifrare il suo volto senza alcun problema, dice che mio padre ha già dato in escandescenza e probabilmente ha già toccato punte quali: “il poco rispetto delle nuove generazioni”, “dove andremo a finire di questo passo”, “è tuo figlio, non mio di certo.”

Saluto mia madre con un bacio e mi dirigo verso la cucina. Un intenso odore di salmone aleggia nell’aria, mia madre ha voluto suggellare l’incontro con una delle sue specialità.

“Ciao genitale maschio” esordisco alla vista di Ioli “come stai?”.

Mio padre rimane a fissarmi incredulo, la forchetta è bloccata in prossimità della bocca, gli spaghetti cominciano a scivolare lentamente nel piatto.

“Genitale non nel senso di coglione sia chiaro, però ritengo carino usare un buffo gioco di assonanze per descrivervi, invece che i miei genitori voi sarete rispettivamente il genitale maschio e il genitale femmina, che ve ne pare?”

“Direi che è davvero uno spasso” risponde Ioli con una nota di sarcasmo, “sei in ritardo, come al solito, sai che in questa casa si mangia alle 13 e alle 20”.

“Ritardo…che esagerato, una semplice mezz’ora! Pensaci un attimo, puoi realmente definire ritardo una miseria di questo genere? Immaginati mamma 36 anni fa “caro, forse ci siamo, ho un ritardo di 30 minuti…questa è la vota buona, me la sento, sono incinta”.

“Come minimo l’avresti mandata a quel paese, ed ora, solo perché io, con 1000 buone giustificazioni, arrivo in ritardo, mi rimarchi in malo modo tutto quanto”.

Ioli posa la forchetta sul piatto, si porta le mani al viso e si copre gli occhi per alcuni secondi.

“So che non dovrei domandartelo, so che me ne pentirò, ma c’è un qualcosa dentro di me che mi spinge a chiederti…quali sono queste buone ragioni?”

“Ero online a caccia di bimbiminkia

“Ecco appunto lo sapevo, mangiamo che è meglio. Hai fatto l’hippy vagabondo tutto il pomeriggio, mentre io chiudevo un contratto da 50000€”

“Ma smettila” interviene Bianca, “non fare lo smargiasso con tuo figlio”.

“Ti ricordo che è tuo figlio, non mio” ribatte Ioli.

“Vi ricordo che io sono qui presente e se c’è un figlio dubbio in casa, quello non sono di certo io. A proposito, dov’è quella?”

“Tua sorella…”quella” è tua sorella e stasera è a cena dai genitori del suo ragazzo”

“Nicola”.

“Si chiama Antonio”.

“Come Farino…da quando tua figlia esce con il Farino?” domando a Ioli.

Mia madre sorride, “Esce semplicemente con un ragazzo di nome Antonio, i suoi sono di Jesolo, gestiscono due piccole attività vicino a Piazza Mazzini”.

“Un drogato figlio di papà, geniale”.

“Non essere sempre così definitivo con i tuoi giudizi” sbotta mia madre “non lo conosci, non lo hai mai visto e sembra quasi tu lo stia già detestando”.

La considerazione di mia madre coglie nel segno, rimango interdetto e senza parole. L’odio generalizzato che nutro nei confronti del mondo è cosa oramai a me nota, ma non pensavo fosse così evidente e palese anche agli occhi di chi mi circonda. Detestare le persone è la scorciatoia che ho per sfogare una rabbia repressa ed immensa che cova dentro di me.

Rimaniamo in silenzio per almeno un minuto, Ioli è assorto come al solito davanti le mirabolanti elucubrazioni di un compito giovanotto che di cognome fa Capezzone.

“Vedi” esclama, “così dovresti essere, serio, competente, elegante..intelligente”.

La risata di Bianca è sincera e spontanea.

“Il giorno che diventi come quello, giuro che in questa casa non metti più piede”.

Ioli che notoriamente detesta essere contraddetto, sgrana gli occhi.

“Cosa c’è che non va, scusa?”

“Ma dico, scherzi? Ha cambiato più casacche lui che Ibrahimovic”.

La citazione di mia madre toglie il fiato a mio padre. Abbozza un timido sorriso che sfocia in una sonora risata.

“Vedi? E’ per questo che amo tua madre, mi stupisce”.

Ioli si alza dalla sedia e avvicinatosi a mia madre le stampa un sonoro bacio sulla bocca.

“Sono pazzo di questa donna”

“Ed io di questo uomo” risponde lei.

“Scusatemi” intervengo “non vorrei rompere l’idillio, ma dovevamo parlare male del ragazzo di quella”.

Colgo un attimo di smarrimento negli occhi dei due.

“In realtà sarebbe il caso tu ci raccontassi come è andata con Bruno Voli Eclissi” risponde mio padre.

“Giusto, allora sono andato a trovare quel tuo sedicente uomo della provvidenza”.

Mio padre sorride, ma nella sua espressione vi è qualcosa di strano. Un grigio velo di tristezza spegne il suo viso per qualche secondo.

“E così hai conosciuto il vecchio Bruno, non male vero? Che te ne è parso?”

Anche il tono di voce è cambiato, c’è qualcosa che lo turba.

“Diciamo che ne sono rimasto davvero entusiasta, è una persona fantastica. Pensa che mi ha assicurato che sarà in grado di sconfiggere la mia MCI se seguirò pedissequamente le sue indicazioni. Visto anche l’amicizia che vi lega, lui si è anche proposto di pensare al mio futuro. Dovrò semplicemente scegliere una professione, una qualsiasi, e lui dice che riuscirà a farmela ottenere. Non vi sembra una cosa fantastica?”

Ioli e Bianca si guardano per qualche secondo, rimangono in silenzio e abbassano lo sguardo imbarazzati.

“Voi sapete perfettamente quello che sin da piccolo è stato il mio sogno, vero?” domando.

Da piccolo volevi diventare Papa” risponde Bianca.

“Sì…questo ancora, intendevo l’altro sogno”.

Dittatore di colore in Ruanda?” domanda Ioli.

“In realtà anche questo rimane in piedi, comunque mi riferivo a diventare palombaro-ciclista”.

“Palombaro-ciclista, giusto”, dice Bianca.

“Ne sapevi qualcosa?” le domanda Ioli.

“Me ne aveva parlato una volta”.

Decido di rendere tutto più chiaro a mio padre. “Il palombaro-ciclista sarà una delle figure chiave in tutte le guerre che verranno combattute, sarà l’unico che potrà correre in bicicletta nel mare sfruttando degli indubbi vantaggi riassumibili in: pesce a volontà, non venire colpito dalle pallottole, avere la possibilità di affondare delle navi e rimanere protetto dai dannosi raggi UVA ed UVB”.

Ioli elabora quanto appena riferitogli per qualche secondo, sospira a fondo

“Quindi Bruno ti avrebbe promesso questo”.

“In realtà no, me lo sono appena inventato”.

“Sei un pezzo d’asino” risponde Ioli senza far trasparire alcuna emozione, “fai il serio, dimmi del lavoro”.

“Ok, mi aiuterà a diventare spogliarellista”.

“Smettila di fare lo scemo” questa volta è Bianca a tarpare le ali della mia dirompente vitalità.

“Mamma mia, che nervosismo, seriamente allora…ritengo il vostro esperto un emerito buffone”.

Ioli e Bianca si guardano esterrefatti.

A volte il tempo si dilata per magia, capita quando una parola o un’azione ci sorprende. Il cervello cerca di elaborare quanto appena recepito ed entra in un loop apparentemente senza fine. Sono pochi secondi che sembrano secoli, in cui dismettiamo la capacità di reagire e rimaniamo inermi. Le nostre energie convogliano tutte in un unico punto, che è il momento zero della nascita del dubbio. Ci concentriamo su quanto ci ha sorpresi e non siamo più capaci di fuggire.

Siamo come poveri drogati di metanfetamine, obbligati da una forza a noi sconosciuta, a ripetere ossessivamente un gesto disperato, ancora e ancora, fino allo spasmo, fino alla rovina, fino al tracollo.

Il cervello di Ioli è il primo che torna a dare segnali di vita: “Buffone? Ma non ti era piaciuto?”

“Ma dico, scherzi?” rispondo “Sono qui stasera proprio perché mi devi qualche spiegazione”.

“Come ti è saltato in mente di spedirmi da quel personaggio? Il dottore, come ama definirsi, mi ha prima raccontato un sacco di fandonie, per poi sostenere che l’unico modo di salvarmi dalla MCI consisterebbe nell’entrare nella sua..setta, venerarlo come un Dio e attendere che sia lui a decidere per me. La cura in poche parole consisterebbe nel dedicare la mia vita a lui.”

“Il sunto è: lui decide ciò che è giusto e ciò che non lo è, così la MCI scompare”.

La risata di Ioli proviene dal cuore, è sincera e genuina, non lo sentivo ridere così da tempo.

Si rivolge a mia madre con un sorriso: “E’ peggiorato più del previsto, negli anni è stata una vera e propria discesa agli inferi”.

Anche Bianca adesso scoppia a ridere, la loro complicità mi mette a disagio.

“Ok, voi due…che mi sono perso?” esclamo seccato.

Ioli si schiarisce la bocca, adesso è nuovamente il manager serio, pronto ad arringare i commerciali affinché piazzino pannelli anche in Africa.

“In realtà io e tua madre abbiamo voluto metterti alla prova. La tua improvvisa conversione non ci convinceva più di tanto, per questo abbiamo voluto vedere se realmente vi fosse qualcosa di serio in quello che raccontavi o se si trattasse di un’altra delle tue innumerevoli stramberie”.

“Ti ho mentito, e per questo te ne chiedo scusa, sin dal principio. Nessuno dell’azienda è mai andato da quel life coach, mentre è cosa vera che sia io che tua madre gli siamo stati molto vicini in passato”.

“Ti dirò di più, lo abbiamo conosciuto a tal punto che ci è mancato poco che tu non venissi al mondo a causa sua”. Ioli accenna nuovamente una risata, che si trasforma in un niente in un amaro sorriso.

“Direi che a questo punto mi dobbiate delle spiegazioni”.

“Direi” risponde Bianca “che io e tuo padre siamo qui, apposta per questo”.

Cap 19 – Le strade

Quando apro gli occhi sono oramai le 10.30, stanchezza e postumi della nottata si fanno ancora sentire, la testa mi scoppia, ho solo bisogno di un’aspirina.

Mi riaddormento per alcune ore non appena l’effetto dell’acido acetilsalicilico comincia a farsi sentire; dormo profondamente e di gusto, non ci sono incubi a turbare il mio riposo.

Verso le 12.30 il telefono squilla, a cercarmi è l’operatrice 246 di una sconosciuta società di ricerche di mercato, desiderosa di sapere se voglio partecipare ad un sondaggio sull’utilizzo dei telefoni cellulari. La informo che normalmente il mio cellulare lo utilizzo come disco volante per trasporto acari e così facendo, tiro l’iPhone, e la sciagurata 246, direttamente sul divano.

Rifletto per alcuni minuti su quanto successo nelle ultime ore: Ioli, Baffino, ma soprattutto il mio comportamento nei confronti di Stefan, e Gian Antonio…sebbene non abbia le idee ancora completamente chiare, sento che c’è stato un qualcosa di malato nelle mie azioni.

Ho deciso aprioristicamente che i colpevoli fossero loro senza analizzare obiettivamente i miei comportamenti; il sonno deve avere qualche potere curativo perché è come se mi sentissi meglio, percepisco dentro di me che esiste una possibilità di uscire da questa strana situazione.

Dicono che il passo più difficile per le persone che hanno un problema sia proprio quello di ammetterlo, questa mattina sono stanco di nascondermi dietro un dito, sono consapevole che esista qualcosa in me che negli ultimi anni ha pregiudicato un po’ tutti i settori nevralgici della mia vita, e questo qualcosa si chiama MCI.

Dare un nome al proprio nemico ha una certa importanza, riuscire anche a immaginarsene le fattezze è ancor più importante.

Gioco alle libere associazioni da solo sul letto, il passaggio di idee è talmente lineare che allo scoprire il risultato, vivo come in una sorta di gigantesco deja vù.

MCI – malattia – infermo – letto – infermiera – siringa – drogato – tossico – Lapo Elkann.

Mi sembra impossibile, decido di provarci ancora:

MCI – MGM – ONG – OGM – Organismo geneticamente modificato – Organismo Transgenico – Trans…..Lapo Elkann.

Ancora, percorso diverso, risultato uguale.

Sono malato di MCI, ergo ho una sorta di Lapo Elkann che vive dentro di me e sabota sistematicamente in tutto quanto faccio.

Cerco disperatamente un’immagine della mia nemesi e finalmente la trovo, LUI veste occhiali bizzarri, ha un cappello rosa…è chiaramente la MCI.

Una strana eccitazione mi pervade, ho bisogno di raccontare questa mia incredibile scoperta a qualcuno, una persona che però non sia un semplice amico, ma che possa ragionare con me sugli effetti e implicazioni di questa nuova verità.

Esclusa la lista BANU (battone – amici – numeri utili) mi rimangono Ioli, Bianca e Quella probabilmente adottata, alla fine la scelta cade su Ioli.

Chiamo in azienda e come al solito mi risponde Lina, la solerte segretaria di mio padre che, per un caso a me ancora sconosciuto, tende a detestarmi.

“Ciao Lina, passami Ioli, è urgente”.

“Buongiorno a lei, il signor Mario è in questo momento occupato in un’altra linea, se vuole lasciarmi un recapito, non mancherò di farglielo pervenire non appena si libera”.

“Lina è davvero urgente questa volta”.

“La hanno finalmente arrestata?”

In passato tra me e Lina vi è stata qualche tensione per via di una serie di accuse, a mio avviso fondatissime, che ho pensato di muovere nei suoi confronti. Da quel momento Lina, complice comunque l’età e l’ormai prossima pensione, ha smesso di venerarmi come sempre aveva fatto, assumendo nei miei confronti un atteggiamento distaccato, e a tratti quasi scontroso.

“Lina, non farmi innervosire, passami Ioli”.

“Il signor Mario è ancora impegnato nell’altra linea, se vuole anticiparmi il tema, sarò lieta di comunicarglielo non appena si libera”.

“Ok, digli che ho scoperto che il problema era mio e che Lapo Elkann vive dentro di me”.

Mi rendo conto di quanto possa essere difficile per chi ascolta capire una frase del genere, quindi decido di tradurla per Lina: “Lapo Elkan è la MCI, vive dentro di me e dovrò sconfiggerlo“.

Ora tutto sembra più chiaro, attendo una risposta che non arriva.

Dopo alcuni secondi di silenzio decido di verificare che la vecchia sia ancora dall’altra parte della cornetta.

“Lina, ci sei? Stai prendendo appunti?”.

“Ovviamente, non vedo l’ora di riferire a suo padre che il suo amato figlio è posseduto da Lapo Elkann”.

Detta così la cosa sembra più grave di quello che pensassi.

“Ricordati di dirgli che però questa volta voglio sconfiggere Lapo, lo ucciderò”.

“…suo figlio ucciderà Lapo Elkann” sento che appunta, “Ne sarà felicissimo” continua.

“Ok, io ho bisogno di un appuntamento con Ioli quanto prima, magari anche oggi”.

“Non mi dica, avremo la possibilità di vederla in ufficio oggi? Spero non si stancherà troppo a lavorare 4 ore mentre noi..”

Smetto di ascoltare la sua filippica ed inserita nuovamente la modalità Disco Volante, lancio lei e il telefono nel letto.

Quando esco dalla doccia trovo un SMS di Ioli, mi stupisce il tono stranamente preoccupato: “Stai tranquillo, non fare niente, ci vediamo qui alle 15”.

Arrivo con 5 minuti di anticipo che saggiamente spendo per cercare di ricucire i rapporti con Lina.

“Frequenti ancora i club scambisti?” le domando dopo averla tramortita con un “5-secondi-di-sorriso-TomCruise”.

“Per sua informazione, io non ho mai frequentato quel genere di club e mai li frequenterò”.

“E di quella confessione, che mi dici allora?”.

“Vorrei ricordarle che all’epoca esisteva ancora in questa azienda la cattiva abitudine di utilizzare cartelle condivise. Anche se mai si è scoperto il colpevole, io ritengo che lei modificò un mio documento utilizzando la funzione “Cerca – sostituisci” di word. La mia unica colpa è stata quella di non verificare quanto consegnato poi ai diversi manager di questa società, che scoprirono così, in una maniera peraltro estremamente ridondante, che ‘sono una porca, faccio le orgie, amo i club scambisti’.

Scoppio a ridere di gusto: “E’ stato molto coraggioso da parte sua ammetterlo quella volta, e le dirò che ho trovato il suo gesto quasi romantico”.

“Che senso ha nascondersi” continuo “se una è porca è porca”.

“Lascia stare Lina ed entra in ufficio”. La voce di mio padre mi interrompe un secondo prima che mi lanciassi in una richiesta di applauso via interfono per “Il coraggio di Lina che ha ammesso di fare gli scambi di coppia”.

L’ufficio di Ioli è ordinato come sempre, mi accomodo davanti a lui e lo guardo con un super sorriso stampato in volto.

“A che viene questo sorriso?”

“E’ il TomCruise”.

Ioli non capisce ma salta a piè pari l’argomento.

“Dimmi allora, perché vorresti uccidere Lapo Elkann”.

“Detta così suona male, in realtà io non voglio uccidere Lapo Elkann, voglio eliminarlo da dentro di me”.

Il silenzio di Ioli mi spinge ad argomentare un po’ di più la mia idea.

“Tu sai che io sono malato di MCI…”

“Certo, la mancanza di bla bla bla, che tu ti sei inventato perché sei un hippy”.

“No, ascolta, questa volta è una cosa seria, la MCI..ho capito che dovrò fare qualcosa per sconfiggerla perché a causa sua ho deluso te, ho perso cose e persone importanti”.

“Prima pensavo fosse in parte colpa di Stefan e del Farino, adesso ho capito che avevi ragione, ho un problema, dovrò trovare da solo la soluzione. Anzi, vorrei sapere se tu hai qualcuno in mente, che mi possa aiutare”.

Ioli rimane a fissarmi per alcuni secondi, poi si lascia sprofondare nella sedia senza perdermi di vista.

“Spiegami di Lapo Elkann prima”.

“In realtà dico Lapo Elkann per dire MCI, ho fatto una serie di libere associazioni e mi sono reso conto che partendo dalla MCI finivo sempre a lui. Mi serve visualizzare il mio problema, ora non è solo una sigla, c’è anche un volto”.

“Fammi un esempio” dice lui.

“Ok, vediamo: MCI – mIci – gatti – pelosi – capelli – Shakira Lapo Elkann

“Sono sempre più convinto che tua madre nel ’68 abbia sperimentato qualcosa in più dei semplici spinelli” afferma.

“Quindi comunque tu non ucciderai Lapo Elkann, perché Lina mi aveva scritto nel biglietto che tu..”

“No, no..non lo ucciderò, cioè lo ucciderò metaforicamente, ma dentro di me…per poter essere libero di trovare e seguire una strada, come tu mi hai detto poco tempo fa”.

Ioli apre un cassetto situato alla destra della scrivania e ne estrae un’agenda di color nero, apre la rubrica e assorto comincia a leggerne il contenuto.

“Io non conosco bene il tuo problema, per questo ritengo tu debba provare diversi approcci e poi scegliere quello che per te è il più esaustivo, quello che ti fa sentire più a tuo agio, quello che magari ha degli effetti”.

“Personalmente fossi in te, andrei a parlare con il Fabiani, magari cercherei un confronto anche di tipo spirituale, in chiesa magari, e non tralascerei un incontro con questa persona”.

Mi porge un biglietto da visita che ha staccato da una pagina della rubrica, riporta tutti i dati di un certo Bruno Voli Eclissi.

“Bruno Voli Eclissi?” domando.

“Eclissi è il cognome della vecchia moglie, lui lo ha mantenuto ed ora è il nome anche della società che presiede, è una specie di life coach”.

“Ho mandato da lui diversi dei ragazzi qui in azienda, lui afferma che “quando c’è una luce troppo forte che ti abbaglia, tu non riesci a vedere la strada, ed è allora che arrivano lui e la sua Eclissi”.

“Suona interessante” rispondo “potrebbe essere quello che sto cercando”.

“Fai pure il mio nome quando vai da lui”, si alza e mi porge la mano “sono fiero di te”.

Esco dall’ufficio di Ioli davvero sollevato, mi soffermo solo 1 minuto con Lina: “Alla fine non mi ha mai detto se preferisce i semplici threesome o si dedica più alla gang bang”.

Mi guarda con sospetto, finge di non sapere di cosa io stia parlando.

Cap 18 – Gian Antonio Farino

Sono le 4 e 30 del mattino, esco dall’appartamento di Stefan dopo averlo lasciato praticamente agonizzante nel letto. Fingo di fumare una sigaretta per darmi un tono, spero sempre nella possibilità che un talent scout possa notarmi in questa posa da bello e dannato. Rimango in attesa per 5 secondi, assumo lo sguardo alla Dylan di Beverly Hills ma anche questa volta non succede nulla, difficile a pensarci bene, dentro un condominio, e a queste ore.

Decido di affrontare il Farino in uno dei prossimi giorni, ma il desiderio di urinare mi spinge comunque a salire le scale e dirigermi verso il suo stuoino.

Pisciare nello stuoino del signor Gian Antonio è divenuta prassi comune nel condominio, Flavia in più di un’occasione lo ha fatto, sicuramente Stefan su mia imbeccata; i Farino sembrano non essersene accorti o convivono beatamente con un costante odore di lettiera di gatto.

Il Farino, detto a seconda degli interlocutori “il Pazzo”, il “Fuori di testa” (o “Fuoritesta” nella versione di Bianca) è un uomo di circa 65 anni; meridionale di nascita è il risultato di quel fenomeno che i meteorologi chiamano “Venti da Sud” ossia sparuti gruppi di 20 persone provenienti dal Sud Italia che si trasferiscono al Nord in cerca di un futuro migliore .

In più di un’occasione ho sentito Ioli utilizzare questa spiegazione per giustificare il cospicuo numero di meridionali assunti nella sua azienda “Venti dal Sud oggi, venti dal Sud anche domani, va a finire che ce li troviamo tutti qui”.

Qui al Nord Gian Antonio non ha trovato troppa fortuna ma ha sposato Francesca, ex professoressa di educazione tecnica, nonché pensionata baby senza averne requisiti.

Dall’unione dei due, o meglio dall’unica volta in cui i due si sono uniti, è venuta Antonia, ragazzina nata bruttina, cresciuta brutta, ma fattasi incredibilmente cessa in età adulta. Come spesso si dice “le vie del Signore sono infinite” e nonostante le sue aberranti fattezze anche lei è riuscita a trovare un pazzo – boy scout – buon samaritano che di lei prima si è innamorato e poi ha deciso di sposarla, e renderla madre.

Come se non bastasse, il caritatevole marito, nella speranza (vana) di ingraziarsi il futuro suocero e di evitare così una delle sue ormai famose denunce a grappolo (termine mutuato dalle tristemente note bombe a grappolo) ha pensato bene di colmare il ratto della fanciulla con un animale domestico, e un bel giorno si è presentato in casa Farino con un adorabile cucciolo di cocker.

Ovviamente il cagnolino, circondato da siffatta umanità, non ha tardato molto a manifestare segni di squilibrio trasformandosi, nei sogni di molti vicini, in una perfetta cavia per le nuove pallottole Beretta con punta in titanio (anche se forse l’argento in questo caso sarebbe più adatto) e doppia carica esplosiva.

Il Farino ha saputo con il tempo guadagnarsi sul campo la fama di insoffribile vicino, riuscendo a farsi odiare non solo dai diversi condomini ma anche dalla sua stessa famiglia.

Come ci sia riuscito è presto detto: il Farino vive in un mondo parallelo in cui tutto ciò che accade viene interpretato come attacco personale alla sua persona e dignità, e per questo diviene meritevole dell’unica forma di comunicazione da lui conosciuta, ossia la denuncia.

Non esiste atto, atteggiamento, movimento che il Buon Antonio non abbia analizzato e elevato a rango di “grave offesa”, non esiste persona nel palazzo che in un modo o nell’altro non abbia avuto a che fare con questa sua paranoia delirante.

Assorto nelle mie riflessioni giungo davanti la casa incriminata.

Mi slaccio cintura e jeans e rimango con i boxer alle ginocchia e mani sui fianchi. La posizione “Mussolini al bagno” è sempre stata una delle mie favorite, adottata alla fine di una lunga selezione che nel tempo mi ha portato a sperimentare anche la “Zorro che combatte”, “Fiamma di Megalopoli”, “Il vortice ipnotizzante” tutte con pessimi risultati, soprattutto per tende e pavimento di Bianca.

In una serata come questa è probabile che io sia il primo a omaggiare i Farino in questo modo, è durante i week end che si forma quasi una fila, tanto che in più di un’occasione si è pensato di creare una sorta di lista di attesa o di distribuire i biglietti numerati, come nei supermercati.

Mi guardo intorno mentre la mia calda pipì comincia a bagnare la porta del vicino, mi immagino al balcone di Piazza Venezia mentre arringo migliaia di persone convincendole che uccidere e morire per la Patria è non solo intelligente ma anche onorevole.

Lo spavento che desta in me la porta che si apre non è tale da bloccare le mie funzioni corporali.

“Cosa stai facendo?” mi domanda Gian Antonio di cui riesco a intravedere solo un occhio che mi osserva da dietro la porta.

“Piscio”.

“Potresti smettere? …questa sarebbe casa mia”.

“Tecnicamente non sono certo che il tuo stuoino sia casa tua”.

“Tecnicamente stai mirando verso di me, la tua urina sta entrando in casa mia attraverso lo spazio che si è creato una volta che io ho aperto la porta.”

“Mi hai fregato, ti sto pisciando in casa, lo ammetto.”

“Perché?” domanda

Mi rivesto lentamente, stanchezza e alcool di certo non mi aiutano.

Assumo nuovamente la postura e l’espressione Dylan, fumo con piacere una mia “non sigaretta”, guardo pensieroso il vuoto.

“Scusa? Ehi!”

Le parole del Farino interrompono la magia.

“Ti ho chiesto di spiegarmi il per quale strano motivo tu mi stai pisciando in casa”.

Gli rido in faccia, bel coraggio, penso tra me e me.

“Ti dice niente il nome Asia?”.

Colpisco nel segno, mi fa cenno di aspettare e mi chiude la porta in faccia, il botto deve aver svegliato sicuramente qualcuno, rifletto.

Compare nuovamente dopo alcuni minuti, questa volta apre del tutto la porta, indossa un pigiama verde a quadri grandi, mi ricorda Sbirulino.

Ai piedi veste delle buffe calze da notte, non capisco se vi siano stampati cagnolini o rane.

In mano ha un grosso libro dove assorto sta controllando qualcosa; lo spavento avvicinandomi a lui di scatto, istintivamente fa un passo indietro e il suo piede finisce inevitabilmente nella piccola pozza di pipì creatasi vicino alla porta.

“È inaudito!” grida “ti denuncio”.

Scoppio a ridere di gusto, mentre lui rimane in equilibrio su di un solo piede e ricomincia a controllare il libro.

“Qui a me risultano 2 Asia: ho denunciato una signora Asia Alberti nel 1986 perché è “arrivata prima di me in un parcheggio, si è rifiutata con atteggiamento supponente di cedermi il posto nonostante io le avessi spiegato che a me era più utile che a lei”.

“Interessante” intervengo “lei arriva prima di te, non ti cede il parcheggio e tu la denunci”.

“Ovviamente” risponde impettito.

“Sì sì, ovviamente” ribatto “la seconda Asia?”.

“Allora, questa è ancora in corso, ho denunciato l’Asia perché ci manda troppi cinesi”.

“E a te cosa te ne frega se ci sono i cinesi?”

“Sono troppi, è inaudito, inoltre è evidente che la loro presenza sia una manovra orchestrata dal Vaticano per tentare di convertirmi”.

“Non ti seguo”

“Ascoltami bene, tutto è molto chiaro: di che colore siamo noi italiani?”

“Bianchi”

“Geniale, e di che colore sono loro?”

“Gialli?”

“Perfetto, tu dovevi essere il primo della classe”.

“In realtà no, c’era Giovanni più bravo, ma ora si è fatto prete” rispondo.

“VEDI!! Tutto torna! Allora i colori del Vaticano non sono per caso Bianco e Giallo?”

“Effettivamente..”

“E’ quindi ovvio che questo sia un gigantesca azione di conversione di massa perpetrata anche attraverso la diffusione di un messaggio subliminale di dimensioni colossali, messo in piedi dal Vaticano – e guarda caso oggi scopriamo che un tuo amico è prete – contro chi come me non è credente e ha denunciato Dio”.

“Hai denunciato Dio?”

Ricomincia a scartabellare nel suo libro.

“Sì, per rumori molesti…i tuoni, non mi fanno dormire”.

“Come è finita?”

“Se ne sta occupando il mio avvocato, dice che c’è qualche problema nell’incontrare la controparte”.

“Ciancio alle bande” ricomincio io, “io mi riferivo ad Asia, la ragazza…no, scusa,…la bambola che mi hai mandato a casa per farmi impazzire”.

Gian Antonio mi guarda ora esterrefatto, piega la testa da un lato, si gratta per qualche secondo il mento.

“Una bambola?”

“CERTO UNA BAMBOLA” grido “una bambola perfetta di cui io mi sono sbarazzato prima di potermene innamorare, una bambola della bellezza di un angelo che tu hai creato o commissionato a qualcuno per…perché mi odi, o perché volevi burlarti di me..qualcosa del genere”.

Il Farino accenna un sorriso, rientra in casa e torna dopo poco con sua moglie per mano: “Francesca questa poi la devi sentire. Questo screanzato si è permesso prima di tutto di pisciare sul nostro stuoino”

“Lo fanno tutti Antò” risponde lei.

“Lasciami finire, mi ha pisciato in casa e poi mi ha accusato di avergli inviato una bambola gonfiabile per farlo innamorare” e così dicendo scoppia a ridere.

Il mio pugno lo raggiunge direttamente sulla bocca, cade all’indietro e travolge la moglie. I due cominciano a gridare e nel giro di pochi secondo siamo circondati da molti curiosi del pianerottolo e dei piani sottostanti.

“Asia non è una bambola gonfiabile” gli dico fissandolo con odio “è una bambola di porcellana, così bella e perfetta che solo una mano ispirata da Dio avrebbe potuto crearla così”.

“Dubito che tale perfezione possa arrivare da un verme come questo allora” dice Flavia, che nel mentre si è fatta strada tra i presenti.

“Lei stia zitta!” grida il Farino “altrimenti la denuncio”.

“Mi hai già denunciato ebete” risponde lei “una volta perché giravo nuda, e la volta dopo perché non giravo nuda”.

“Mi avevi illuso” risponde lui.

“A me ha denunciato perché a suo dire rovino l’euritmia dell’edificio” interviene il nano da pochi istanti unitosi al gruppetto.

“La sua statura non è consona alla bellezza dello stabile” risponde.

Il Farino non si è ancora alzato da terra e il nano ha buon gioco a sferrargli un pugno sul naso.

“Se è per questo ha denunciato anche me” interviene la moglie.

Tutti rimangono in silenzio a fissarla: “Secondo quanto mi hanno riferito il fatto di girare per casa in ciabatte e gambaletto è un attentato alla sua salute psico-fisica”.

“Sei brutta che fai spavento” risponde lui pulendosi il sangue che scende dal suo naso con la manica del pigiama.

“Hai denunciato anche tua figlia, brutto stronzo!” continua Francesca “Perché a suo dire accarezzava più il cane che il padre”.

“Smettetela tutti” grida Gian Antonio alzandosi in piedi “Vi ho denunciati e continuerò a farlo, oggi mi avete picchiato, umiliato e diffamato, pensate di cavarvela con poco?”

“Tu” rivolgendosi a me “Mi hai pisciato in casa, diffamato, picchiato e con la mente mi hai dato pure del coglione”.

“Allora funziona!!” grido io con entusiasmo “Lo sapevo!” grido rivolgendomi a Flavia che mi abbraccia felice.

“Voi tutti, vi denuncerò per…manifestazione non autorizzata contro un pover’uomo”

“Tanto povero che a quanto ci risulta, ha fatto la cresta in più occasioni sui lavori che sono stati effettuati nell’edificio, tanto che è riuscito a non pagare un euro, ha rubato della corrispondenza a suo dire contenente sostanze nocive, ha installato parabole e trasmittenti illegali per ascoltarci e si acquatta in posizioni strategiche per fotografare sotto le gonne di chi sale le scale“ interviene Chantal del 4C, avvocato e mamma di professione.

Rimaniamo in silenzio a fissare l’uomo che ora comincia a balbettare.

“E’ un’infamia” esclama “una bugia che sarà denunciata alle autorità..”

“E che dire dell’appartamento che possiedi in via Giotto? Dicono tu abbia passato bei guai quando hanno scoperto che ci vivevano ammassati 8..o erano 10 extracomunitari? ”

“E’ una infamia!” la voce di Stefan giunge da un punto indefinito situato dietro il capannello di persone.

Si fa largo ridacchiando, ancora in preda all’alcool.

“Tu mi hai denunciato, figlio di puttana, perché non mi sono fatto toccare il culo da te” biascica.

“Mi aveva invitato ad un martedì gay! Cosa dovevo fare?” risponde Farino.

“Il martedì gay è per fare la spesa..stron..”

La parola si strozza in gola, Stefan sbarra gli occhi e si china verso lo stuoino.

Vomita tutto quello che non aveva lasciato in macchina.

L’odore si fa insopportabile, la gente torna ai propri appartamenti, aiuto Stefan a rialzarsi e me ne vado da Gian Antonio, Francesca e il loro stuoino lercio.

Cap 17 – La vendetta

Apro gli occhi ma è come se non gli avessi mai chiusi.

Per quel poco che ricordo, Flavia se ne è andata verso le 23; da quel momento in poi, tutto è confuso, pensieri, immagini, fantasie, si accavallano con parti di sogno, atomi di incubi che mi hanno accompagnato per tutta la notte.

Ho sognato di vivere con Asia e Baffino in uno splendido attico in Passeig de Gràcia, poi l’immagine cambiava e mi trovavo con Asia nella gabbietta di Baffino, ed io passavo ore a correre sulla ruota per cercare di dimagrire e piacerle sempre di più, ma lei non era più lei, non aveva più un volto, di quella splendida creatura che mi aveva scaldato il cuore rimaneva niente più che un freddo profilo.

Disteso sul mio Malm ragiono sulle cose da fare, sento una strana esigenza di sensazioni contrapposte, voglio adrenalina e calma, bianco e nero; non esiste la dicotomia nella mia mente, ma c’è una convergenza di linee parallele, che si intrecciano così fittamente sino a formare una maglia indistruttibile sulla quale fonderò la mia rinascita.

Ho bisogno di banalità, sento l’esigenza impellente di qualcuno che mi dica che in “estate c’è caldo ma che d’inverno si muore di freddo”, che “le stagioni ormai sono scomparse” e che “la prossima sarà l’estate più torrida degli ultimi 1000 anni”, che “per proteggerci dal sole dobbiamo bere, mangiare tanta frutta, evitare la pasta e fagioli e metterci la crema protettiva” e che “l’uomo più vecchio del mondo ha un nonno ubriacone di nome Giuliano che in gioventù ha vinto a briscola con Napoleone prima della famosa disfatta – o vittoria – di Waterloo”.

Voglio qualcuno che stupidamente applauda quando l’aereo atterra, che mi faccia vergognare di essere italiano non appena metto un piede fuori dai patri confini, che mi racconti che “lavorare in tv è davvero duro perché per i 700€ che ti danno per ciascuna delle 5 volte a settimana che vai in onda, sei costretta a provare i balletti ben 7 ore al giorno”, desidero qualcuno che cerchi di convincermi che “lui non è razzista ma che esistono “razze” come gli zingari che nascono geneticamente predisposte a rubare”, voglio disperatamente una persona che mi domandi “chi è l’ultimo della fila per poi cominciare con il pistolotto sul tempo, governo e i giovani d’oggi”.

Voglio tutto questo, desidero questo spaccato di banale umanità, per poter ricominciare ad odiare altri, e smettere di odiare me stesso per quello che ho fatto, per quello che ho detto, per tutto ciò che ho perduto.

Dal suo più arcaico anfratto, la mia mente ha già ricominciato a lavorare per salvaguardare la mia e la sua stessa esistenza, ho automaticamente adottato una modalità interpretativa della realtà che è anche una difesa, talmente potente e sofisticata da sembrare del tutto naturale.

Distorco il reale perché non sia più terrifico, perché io possa prendere rapidamente una decisione, che anche se sbagliata, mi porterà fuori dal buco in cui mi sono cacciato.

Così, banalmente, decido di spogliarmi una volta per tutte delle mie colpe e di cercare un colpevole, vittima e carnefice allo stesso tempo, su cui riversare la mia rabbia.

Smetto di incolparmi nel momento in cui capisco che è troppo pericoloso accusare me stesso per quanto accaduto, il colpevole deve per forza essere esterno, deve essere esistita una causa o una serie di situazioni che mi hanno portato a tutto questo.

Mi crogiolo per alcuni secondi nel senso di rassicurazione che tale materasso psicologico mi provoca, e comincio ardentemente a cercare una luce al mio buio.

Seduto sul letto scorro in rassegna quanto successo negli ultimi giorni, enumero lentamente con chi conosco e cosa posso imputare a ciascuno:

  • Bianca: in quanto madre, per quello che ci hanno sempre insegnato, è comunque colpevole. Ma per quanto mi sforzi di immaginare Bianca intenta a complottare contro di me e la mia vita con Asia e Baffino, tutto risulta vano. Mi ripropongo di provare nuovamente ad odiarla in un secondo momento, ipotizzo per non avermi permesso di farsi odiare in questa occasione.
  • “Quella che probabilmente è stata adottata”, ma a conti fatti a lei e alle sue sordide trame già imputo:
    • la fame nel mondo;
    • la comparsa di malattie quali malaria e la peste bubbonica;
    • il gomito del tennista;
    • i miei continui fastidi alla schiena;
    • il buco nell’azoto o nell’ozono;
    • il disastroso periodo del Milan in campionato e Champions;
    • la serie TV i Cesaroni;
    • le dichiarazioni di Capezzone.

Non credo di poterla accusare anche di questo, non subito almeno.

Fatto salvo Ioli, il cui out out ha dato il via a questa escalation, a cui però riconosco il merito di avermi posto davanti ad un bivio che prima o poi avrei dovuto affrontare, direi che il possibile colpevoli sono da rintracciare tra gli amici o tra i vicini di casa:

  • Escludo il Ruberti, nonostante mi abbia sedotto e poi abbandonato, non lo ritengo capace di odiarmi a tal punto da ordire tale macchinazione contro di me;
  • Qualche ex? Anna? Elena? Dubito, sono sempre stato lasciato;
  • Il Farino, per quello che rappresenta e per come si è comportato, lui potrebbe sicuramente aver tramato contro di me;
  • Infine Stefan.

Rimango per alcuni secondi a riflettere sulla figura di Stefan, ripercorro a ritroso la nostra storia, il modo a dir poco sospetto in cui ha spiattellato a Simona il mio piano per non restituirle Baffino, e ancora prima il suo fastidio malcelato nei confronti di qualsiasi mia iniziativa che non lo coinvolgesse.

Passo dopo passo nella mia mente i contorni dei due possibili colpevoli si fanno più nitidi e dalla fase del dubbio passo a quella della assoluta certezza: Stefan e il Farino debbono essere affrontati e puniti.

Decido di cominciare con Stefan, sarà lui il primo a saggiare la mia ira funesta.

Entro in casa sua senza bussare, è probabile che lo abbia svegliato perché lo sento imprecare dalla camera da letto.

“Ho bisogno di un favore da parte tua” gli dico una volta comparso in cucina, il suo sguardo battagliero si dissipa nell’aria appena mi vede.

“Certo, chiaro, dimmi cosa posso fare”.

“Vorrei che tu mi restituissi le chiavi di casa, poi chiamassi un fabbro e lo facessi venire da me a sostituire la serratura”.

“Non ti sognare di tenere una copia delle nuove chiavi”.

“Io sarò via tutta la giornata, esco con un nuovo amico che ho conosciuto online. Si chiama Luca, con le donne è una macchina da guerra. Ti dico solo che con l’ultima con cui è uscito ci è finito a letto la prima sera e questa, matta ninfomane, gli ha graffiato schiena e collo. Dovessi vedere le foto che mi ha spedito, aveva la gola così segnata che nemmeno un incontro con un puma te la riduce così”.

Non gli do l’opportunità di rispondere, voglio lasciarlo sconcertato e sofferente. Prima di uscire mi giro verso di lui e gli ricordo ancora di non intascarsi una copia delle chiavi.

Passo la giornata al lavoro, mi faccio invitare da Bianca a mangiare, mi perdo trai mille bar della città giusto per ammazzare il tempo. Alle 23 e 15 sono nuovamente a casa. Stefan ha nascosto le chiavi della porta sotto lo stuoino. Efficace ed efficiente come al solito, si è premurato di pagare di tasca propria la fattura.

Bussa alla porta dopo circa 30 minuti.

“Come stai?” Domanda cercando di vedere al di là delle mie spalle “C’è Luca qui?”

“No, entrambi eravamo molto stanchi dopo una giornata passata a ridere e divertirci”.

Sembra subire il colpo ma prontamente si riprende e passa al contrattacco: “Non puoi immaginare che cosa incredibile mi è successa oggi”.

Lo fisso in silenzio.

“Sono andato al supermercato per la spesa single che mi hai spiegato, e ho incontrato una tipa, alla fine siamo andati da me e guarda, guarda cosa mi ha fatto!”

Sposta di qualche centimetro il collo della camicia, 4 graffi rossi attraversano longitudinalmente il lato sinistro della sua gola, ci sono piccoli rigagnoli di sangue che sgorgano in un punto mal definito al di sotto dell’orecchio e si sviluppano sino alla base del collo.

E’ evidente che a procurarli sia stata una forchetta, o comunque uno strumento dotato di punta.

Mi guarda e accenna un sorriso.

“Tu non hai idea che pazza ninfomane, quasi le tiro un pugno in bocca quando mi ha fatto questo”, e dicendolo sbottona la camicia e se la apre davanti a me.

Il suo petto sembra un campo di battaglia, conto almeno 5 ferite perfettamente uguali a quelle del collo. in alcuni punti il sangue rappreso ha già cominciato a formare una piccola crosta.

Gli faccio segno di chiudere la camicia, vado verso il frigorifero e mi apro una birra. Come un cagnolino ammaestrato Stefan rimane a fissarmi.

Prende un po’ di coraggio dopo circa 20 minuti di assoluto nulla.

“Come è andata con il tuo amico?”

“Bene”.

“Pensi che lo rivedrai?”

“Suppongo di sì, perché ti crea qualche problema?”

Il suo “no” è in realtà il pianto di un cane ferito, abbozza un sorriso e torna a fissarmi.

“Che fai tu normalmente in una serata come questa” mi domanda poco dopo.

“Sopravvivo” rispondo distratto.

“Magari potremmo sopravvivere insieme” accenna.

“Ci stai provando?

“No..no..intendo, potremmo uscire, bere qualcosa..insomma le solite cose che si fanno tra amici”.

Rifletto sul significato della parola “amici”, decido di fargli sapere più avanti che io e lui non siamo amici nel vero senso della parola, prima però mi è venuto in mente qualcosa di più divertente.

“Ti porto al Roxy” gli dico sorridente.

In città il Roxy non gode più di una grande fama, dopo i fasti di un tempo è uscito dalle grazie dei giovani ed ora è un po’ il ritrovo abituale di metallari e frichettoni.

“Ma oggi non è serata heavy metal?” domanda allarmato.

“Ovviamente” ribatto “non sarai una di quelle fighette che ascoltano musica italiana e vanno in discoteca o peggio ancora vanno in discoteca e ballano solo musica italiana”.

“No no…anzi, io adoro l’heavy metal e odio le fighette da discoteca” risponde con finto entusiasmo.

Sta sudando freddo, lo so, ma non può deludermi, è la sua grande occasione.

Entriamo nel locale che oramai sono le 2 del mattino, l’odore di sudore è superato in nefandezza solo dalla musica che stanno suonando. Siamo circondati da mostri che non sfigurerebbero tra le comparse di uno di quei film “post disastro nucleare”.

“Beviamo qualcosa” gli dico.

“Un succo di frutta alla pesca” risponde.

Gli porto una tequila.

“E’ che sono astemio” accenna titubante.

“Bevi”.

Beve.

Ne basta un’altra per trasformarlo, suda, parla, è iperattivo.

E’ ora che il soldato Stefan si rechi al fronte ed espii le sue colpe.

“Manica di sfigati..guarda come ballano” gli dico indicando un gruppo di 7 o 8 orchi tatuati che si stanno spintonando al ritmo degli Slayer.

“Già..che pena mi fanno” risponde.

“Stanno pogando”.

“Pogando?” domanda.

“Già è il modo che questi fighetti hanno per dimostrare la loro virilità” continuo.

“Sfigati” risponde lui tronfio.

“Dovresti buttarti in mezzo” dico “con il fisico che ti ritrovi li metti a sedere in un secondo”.

Il lampo di terrore che percepisco nel suo sguardo è un piacevole presagio per me.

“Hai paura coniglio?” gli domando.

“Non chiamarmi coniglio” risponde offeso.

“Se hai paura dimmelo, andiamo a bere qualcosa in un lounge bar..magari ti rimorchi il fidanzatino per stasera”

Colpito nell’orgoglio.

Si tuffa nella mischia, lo vedo scomparire. Esce per un istante dal gruppo, riprende fiato. Individua il grosso del gruppo…si scaglia addosso all’orso con tutto il suo impeto.

L’orso traballa ma non cade, si gira, ora ha Stefan nel mirino.

Comincio a ridere quando Stefan subisce la prima carica, vola per circa 1 metro prima di atterrare al suolo.

Si rialza giusto in tempo per ricevere da dietro la gomitata di un amico del gigante metallaro. Lo vedo scomparire ancora ed ancora, è in totale balia della marea umana.

Quando riesce a fuggire dal gorgo si avvicina zoppicando. La camicia è intrisa di sudore, alcune delle ferite che si è inferto si sono aperte e piccole macchie rosse disegnano fiori sul tessuto una volta bianco.

Respira a fatica, i postumi della gomitata ricevuta si fanno ancora sentire.

“Visto? glielo ho fatto vedere io a queste fighette come si fa” afferma con un filo di voce.

“Ti sei divertito a farmi cadere così in basso”, sibilo con un filo di voce.

Non sembra capire le mie parole e fiducioso attende un mio gesto.

“Sei stato un grande” rispondo e dicendolo gli assesto un buon colpo nella parte destra del costato dove sembra avere più male.

Emette un gemito.

“Ti fa male?” domando

“Figurati..non sento niente”.

Si mette seduto e a forza finisce il Brugal Cola che gli ho fatto portare. Aspetto 15 minuti prima di dirgli di alzarsi, il tempo perfetto per cominciare a vedere gli effetti dell’alcool.

Lo vedo barcollare più volte, urtare involontariamente le persone che incrocia, trova da ridire con due ragazze che apostrofa in malo modo prima che lo mandino a fare in culo.

Non prova nemmeno a ribattere quando gli dico che sarò io a guidare la sua auto al ritorno, crolla sul posto del passeggero e chiude gli occhi.

E’ l’occasione che aspettavo, il momento di fargliela davvero pagare; comincio a guidare come lo farebbe un novello Miki Biasion: accelero, freno, giro bruscamente, Stefan continua a farfugliare qualcosa dal mondo in cui ora è precipitato.

Stefan smette di parlare vicino casa, mi aspetto da un momento all’altro lo sfacelo, che puntualmente arriva.

Comincia a vomitare non appena parcheggio, non riesce nemmeno ad aprire la porta, nel vano tentativo di non sporcare la macchina, riesce solo a schiantare la fronte nel vetro laterale ancora chiuso.

Esco dall’auto e mi fermo per qualche minuto a guardarlo, cerco di ridere, ma non ci riesco.

Se questa è la sensazione della vendetta, confesso di non trovarci nulla di interessante.

Non riesco più a fingere, l’immagine di Stefan in questo momento mi fa davvero male, un barlume di umanità guida i miei gesti.

Lo aiuto a scendere dalla macchina, lui ride come un bambino, domani probabilmente riderà meno quando si renderà conto di come sono ridotti gli interni della sua vettura.

Lo porto in casa sua, si getta sul letto con gli occhi aperti, dopo 10 secondi sta già russando.

Rimango a fissarlo per almeno 5 minuti, provo quasi della tenerezza per questo ragazzo.

Ora so di avere fallito ancora, ammetto a me stesso una cosa che già sapevo: Stefan probabilmente non aveva colpa.

La colpa credo sia tutta del Farino, rimane lui da affrontare.

Cap 16 – Asia

C’è un momento in cui un raggio di sole squarcia prepotente le grigie nubi che coprono il cielo; i colori, che impauriti erano fuggiti nel lontano mondo del Tedio, tornano ad affacciarsi timorosi per restituire l’anima ai fiori. Il calore che dal cielo si irradia, è più dolce della melodia di un petalo di rosa, più puro di un fiocco di neve che si poggia sulla mia mano, e diviene parte di me, per sempre.

C’è un momento in cui il tuo cuore apprende per la prima volta a parlare con l’Amore, e lascia che il suo caldo soffio lo colmi della gioia dell’universo; il freddo iceberg cresciuto silente negli anfratti del tuo passato, sorride stupito al tepore di uno sguardo, e si scioglie lentamente, come neve al sole.

Asia ha parlato al mio cuore e lo ha destato dal suo sonno ormai senza tempo, Asia mi ha insegnato a capire l’amore quando io l’ho spinta lontana da me, per sempre.

Asia è la cugina di Flavia, la mia vicina nudista, fortunatamente o sfortunatamente non ne sposa appieno usi e costumi.

Si trasferisce per circa una settimana a casa della cugina per concentrarsi appieno sulla sua tesi e per sfuggire ad una situazione sentimentale più complicata che altro.

La incrocio per la prima volta due giorni dopo il suo arrivo davanti alla porta di casa.

Sono impegnato in un difficile esperimento di auto induzione di un colpo di sonno, ed ho la mente completamente assorta nell’immaginare una fila infinita di pecore che saltano una staccionata fatta di cioccolata Milka alle nocciole, quando percepisco gli occhi di una dea che mi fissano incuriositi.

“Scommetto che tu sei il vicino di casa matto” dice ridendo “io sono Asia, la cugina di Flavia, sarò anch’io una tua vicina per almeno altri 5 giorni.

“Mia cugina si è dimenticata di dirmi che rimane fuori a mangiare questa sera ed io sono senza chiavi di casa. Mi ha detto che potevo aspettare da te il suo ritorno.”

Mi sorride e mi tende la mano.

Rimango immobile a fissare le sue dita abbronzate, uno strano senso di confusione mi pervade.

Continuo ad osservarla per almeno 15 secondi, poi noto un certo imbarazzo nei suoi gesti.

Di tutte le donne imbarazzate che ho conosciuto, lei è senza dubbio la più bella.

È vestita in modo così semplice da risultare incredibilmente sexy, noto le sue Havaianas rosa, penso andrebbero d’accordo con le mie All Star.

La scruto per altri 10 secondi alla ricerca di un qualsiasi difetto, per sua sfortuna non ne trovo, per questo decido di non farla entrare in casa.

Cambia espressione quando le chiudo la porta in faccia, ma su due piedi ritengo si sia trattato di una semplice allucinazione.

Sento bussare dopo alcuni minuti: “Mi apri per cortesia? Sono Asia”.

Decido di ignorarla, io non parlo con le bambole di porcellana.

Come bambola risulta parecchio insistente, tanto che alla fine decido di farla entrare.

“Si può sapere che ti prende?” Mi domanda esterrefatta appena dentro.

Decido di evitare per quanto possibile di guardarla per non incorrere nell’inconveniente di innamorarmi di un semplice oggetto, per quanto perfetto.

“Parlami per cortesia” mi dice “si può sapere perché mi stai evitando?”.

Lascia le infradito vicino alla porta e comincia a gironzolare curiosa per casa mia.

Dopo l’addio a Baffino ho prontamente abbandonato la pessima abitudine di pulire e ordinare casa, ma a quanto pare la cosa non deve essere ancora così evidente da impedire ad Asia di muoversi liberamente, come in un verde prato primaverile.

“Vedo che ti piace la Canalis”, dice scoppiando a ridere davanti al sacro calendario di Max.

Il tour non guidato della casa termina poco dopo, quindi con sguardo soddisfatto si siede sul divano, incrocia le gambe e mi fissa sorridendo.

Incrocio per un solo attimo i suoi occhi ed un calore inatteso mi pervade, abbasso subito lo sguardo che cade inevitabilmente sui suoi piedi.

Mi stupisco della raffinatezza di alcuni dettagli, sono piedi belli, curati, le unghie sembrano fatte di recente e lo smalto color grigio perla li rende incredibilmente reali, altro che le Barbie dei miei tempi.

“Che stai facendo? Non sarai mica un piedofilo” dice Asia ridacchiando, “guardami in viso, non mordo”.

Per nulla rassegnato a soggiacere a questo scherzo crudele, decido di parlare direttamente con il diabolico architetto di questo triste inganno perpetrato ai miei danni.

Mi reco in camera e dal cassetto del comodino estraggo le manette di Anna.

Torno in sala mentre Asia non mi toglie lo sguardo di dosso, mi colloco dietro il divano dove lei è seduta e con un piccolo sforzo, riesco a farlo ruotare di circa 90 gradi, lei non si muove.

Il divano ora guarda direttamente alla finestra che da al cortile interno, mi ci siedo davanti e rapidamente mi ammanetto ad uno dei termosifone della casa.

“Cosa stai facendo?” domanda incredula.

Torno a guardarla, è ancora più bella di quanto avessi pensato, il suo è il viso del primo Angelo creato da Dio, mi perdo nei suoi occhi per un secondo più lungo dell’eternità, sento dentro di me l’impulso di alzarmi, inginocchiarmi davanti a lei e prometterle il mio amore eterno, le manette bloccano il mio corpo e riescono a strappare dal suo nascondiglio quel briciolo di razionalità che ancora in me esiste.

“Chi sei?” le domando.

“Ma sei completamente deficiente?” risponde ridendo.

“Chi sei?” insisto.

Sembra non capire, il suo sorriso svanisce e quando se ne vola via, porta con sé parte di quella luce che mi aveva illuminato.

“Non mi piace questo gioco, mi stai spaventando” dice seriamente “perché ti sei legato al termosifone?”.

“Prometti di dirmi chi sei se te lo racconto?”

“Promesso” forma una croce incrociando le dita e la bacia due volte, i suoi occhi tornano per un secondo a sorridere.

Mi schiarisco la voce, mi guardo un po’ intorno, fisso per un attimo la mia amata Canalis, poi esordisco: “Suppongo tu conosca la storia di Ulisse e del suo incontro con le Sirene. Ulisse sapeva che non avrebbe potuto resistere al loro canto e nel contempo desiderava ardentemente ascoltare la loro melodia. La sua curiosità era enorme ma la sua mente dominava gli istinti, i desideri, il suo mondo interiore. Fu così che chiese di essere legato all’albero maestro della sua nave, un po’ come io ora ho deciso di legarmi al termosifone, per rimanere esposto al pericolo, ma nel contempo preservarmi da te e dalla tua bellezza”.

Rimane in silenzio per alcuni minuti. i suoi occhi color nocciola mi fissano, a tratti sorridenti, a tratti dubbiosi. “Quindi io sarei una sorta di sirena per te” esordisce poco dopo..”ammetto che nessuno mi aveva descritto in questo modo”.

“Però le sirene sono esseri fantastici, mentre io sono in carne ed ossa” mi dice.

“Tu non sei reale” le rispondo “tu non puoi essere reale”

Scoppia a ridere. “Ho paura a domandartelo, ma sono troppo curiosa, perché non sarei reale?”

Rimango a fissarla incredulo, come può non capire?

“Asia..tu..tu semplicemente sei troppo perfetta per essere reale, devi essere una bambola di porcellana che qualche mente deviata ha inviato a casa mia per farmi impazzire…magari è stato il Farino del terzo piano”.

Mi fissa corrucciata, si accarezza per un momento il mento, guarda verso la finestra poi torna a fissarmi.

“Mi stai spaventando” mi dice, si avvicina e mi accarezza il viso dolcemente “ti sembro una bambola?”. La sua mano profuma di vaniglia, riesco a vedere l’odore del suo corpo trasformarsi nelle note di una sinfonia celestiale che mi avvolge quel tanto che basta per mostrarmi per un secondo, la vastità dell’amore.

Riprendo il controllo di me solo per biascicare : “Devi esserlo, altrimenti dovrei abbandonare l’idea di diventare un concertista di vuvuzela e cominciare a dedicare ogni secondo della mia vita a te”

“Ci conosciamo da meno di 1 ora e già mi prometti mari e monti?” risponde sarcastica “ne ho già conosciuti di tipi come te”.

La sua affermazione mi strappa un sorriso, il fatto di essere saldamente legato mi mette tranquillo, decido di replicare: “Io ti sto semplicemente dicendo che dal primo secondo in cui ti ho vista ho capito che, se realmente esiste la metà perfetta per ciascuno di noi, quella sei tu. Sei la prima donna che mi ha fatto realmente battere il cuore in 36 anni di vita, non chiedermi perché, ma ti ho riconosciuta, sento semplicemente dentro di me che solo con te sarei realmente completo”.

Non parla per almeno 1 minuto.

Prendo nuovamente l’iniziativa “Dal momento che comunque non credo a quanto il mio cuore sta gridando, ribadisco la tua sostanziale non esistenza. Ergo ne deduco che tu sia una bambola di porcellana, creata probabilmente dalle abili mani di un artigiano che ha il meraviglioso e pericoloso dono di saper riprodurre le fattezze degli angeli..ma rimani una bambola, quindi gentilmente, fammi parlare con il tuo capo o quell’essere maledetto che vuole il mio male”.

“Nessuno mi ha mai parlato così” dice lei, e un velo di tristezza si posa sul suo volto fatato.

“Questo dimostra la mia tesi, ti avranno creata non più tardi di una settimana fa e questo tecnicamente ti ha impedito di accumulare l’esperienza necessaria per annoverare tra le tue vittime molti stupidi uomini come me”.

“Smettila per cortesia” mi dice fissandomi “sei allo stesso tempo la persona che mi sta dicendo le cose più dolci e terribili che io abbia mai conosciuto”.

“Avrai una settimana di vita”.

“Ebete! Mi chiamo Asia, sono cugina di Flavia, hai presente la ragazza che gira nuda? Mia mamma è sorella di sua mamma, siamo cugine e fino a prova contraria sono di carne e ossa!”

“Sembrerebbe quasi credibile come storia ma io non ci casco” e così dicendo appoggio la testa al termosifone e smetto di guardarla.

“Guardami” dice lei “sono così pericolosa?”

Non le rispondo.

“Per piacere, non fare lo stupido, sei simpatico, strano al punto giusto da risultare quasi interessante, rimango qui per 5 giorni ancora, perché non ci andiamo a prendere un caffè domani, potrei cercare di farti capire che non sono una bambola”.

La mia scena muta continua.

“Veramente non mi vuoi più parlare?”

“Questa è proprio bella: a Bologna lascio un cretino a cui non parlo perché il suo unico argomento sono le macchine e le moto, e qui trovo una persona che non mi parla perché mi reputa di porcellana”.

“Ok capito, facciamo così” continua “io ti racconto un po’ di cose su di me e alla fine tu decidi se continuare a credermi una bambola o meno, e aggiungo un’altra cosa, nel caso tu rimanga della tua stupida convinzione, ti prometto che me ne andrò da casa tua e non mi vedrai più”.

Non la degno di uno sguardo.

“Ok allora da dove comincio…ho quasi 25 anni, sono di Bologna, sto finendo Scienze Politiche, quando mi laureerò vorrei lavorare per un’agenzia di Milano, magari organizzare eventi in giro per l’Italia e viaggiare da Bari a Torino ogni settimana. Sogno un marito ingegnere, geloso quanto basta da impedirmi di fare topless in spiaggia e da litigare con chi posa gli occhi su di me, voglio una casa elegante, uno o due gatti che chiamerei Luna e…Poldo credo, un giardino enorme dove prendere il sole d’estate, un vicino guardone, e almeno due bimbe, belle come la mamma, vestite di rosa che mi sorridono quando mi vedono tornare a casa.”

“Ecco chi sono, una persona normale…altro che bambola di porcellana”.

Il mio assordante silenzio continua, la vedo mentre appoggia la schiena sul divano e porta le mani davanti al volto, rimane così per qualche secondo poi si alza.

“Complimenti..davvero, mai visto una persona capace di rovinare le cose come te”.

Si avvia verso la porta e senza più voltarsi, esce per sempre dalla mia vita.

Rimango legato al termosifone per un tempo indefinito, esaurisco prima le lacrime, poi la forza, per ultimo credo la mia anima.

La mia mente prende il volo e come un antico aruspice riesco a vedere il futuro che mai sarà, mi vedo disteso con Asia mentre prendiamo il sole in un caldo pomeriggio di luglio, distesi in un vecchio pontile di legno che si è vestito di rose solo per noi, le nostre mani si stringono e le nostre labbra si sfiorano. Percepisco in sogno il suo profumo, e d’incanto comprendo che quello sarà per me l’odore dell’Amore, che non smetterà più di accompagnarmi anche quando, a distanza di anni, mi dirò nuovamente innamorato.

So di essermi giocato la mia vera possibilità di essere felice, ma capisco di non avere la forza di reagire, sono qui, inerme, legato per mia propria volontà, mentre mi impedisco di essere felice.

Flavia entra in casa mia dopo almeno 2 ore, mi trova ancora legato, si fa indicare dove tengo le chiavi e mi libera.

La abbraccio e stringo il suo nudo corpo a me, sento il bisogno di calore umano, dell’affetto che rifuggo come un vampiro con la luce.

“Cosa è successo?” domanda con un filo di voce “mia cugina mi ha lasciato un messaggio, dice che è dovuta scappare, non risponde al telefono, poi vengo qui a chiederti qualche notizia e ti trovo ammanettato ad un termosifone, credo mi dobbiate delle spiegazioni”.

“Tua cugina è una bambola di porcellana, troppo bella e perfetta per me, troppo pericolosa per poterla amare, le ho detto di andarsene”.

“Le hai detto questo?”

“Più o meno..”.

“Che altro?”

“Ho smesso di parlarle, non dialogo con le bambole”.

“…e lei se ne è andata”.

“Sì”

“Ma ti piace?”

Rido, “Asia è l’altra metà della luna”.

“Bene cavolo! Smettila di fare lo scemo, chiamala, fai qualcosa, lotta per lei!”

“Ho rovinato tutto” le rispondo “non c’è possibilità”

“Come puoi dirlo senza provarci?” insiste.

“Ho la MCI…non posso farlo”.

“È da un po’ che ti sento parlare di questa MCI, vuoi il mio parere?”

“No”

“Ok, la MCI non esiste, ficcatelo in testa! Ho fatto anche una ricerca in Google ieri, proprio perché mi avevi incuriosito, ti assicuro che nessuno ne parla”

“Google sbaglia”

“Allora ascoltami bene, hai 2 possibilità, anzi tre:

  • La MCI non esiste, quindi ti alzi e tiri fuori le palle e chiami mia cugina
  • La MCI esiste e non fai nulla, guarda come ti sei ridotto, e può solo peggiorare
  • La MCI esiste e ti fai aiutare da qualcuno, un dottore, un prete, un amico…lo decidi tu.

Respiro profondamente, nella mia mente Asia è ancora seduta sul divano, il suo profumo divenuto luce illumina tutti gli angoli del mio squallido appartamento, sono nati fiori dove lei prima camminava.

Dicono che uno capisce cosa aveva solo quando lo ha perduto, forse questa volta ho davvero toccato il fondo, dovrò solo capire come fare a risalire.

Cap 15 – L’addio

Le parole di Ioli rimbombano come campane impazzite all’interno della mia mente, scavano un buco profondo nel mio animo che si riempie di grida di dolore. Regredisco, sono d’improvviso un uomo di 36 anni e un bambino di qualche mese; sono privo di ragione ed esperienza, vivo di sensazioni estreme: fame, sete, gioia, dolore. Non c’è nulla a mitigare la mia pena, soffro intensamente, ed è il dolore puro, il punto zero della afflizione.

C’è però qualcosa che mi prende per i capelli e mi solleva dalle sabbie mobili della mia melanconia.

Per quanto paradossale possa sembrare, il messaggio di Simona mi impedisce di cadere nel baratro che Ioli si è prodigato di scavarmi davanti, e mi fornisce l’insperata forza di reagire, di passare al contrattacco, di lottare per qualcosa.

Esco senza salutare dall’ufficio, mi soffermo solo a fissare intensamente Mattia, se realmente Ioli lo assumerà, deve già sapere che con me avrà vita difficilissima.

Chiamo Stefan.

“Che stavi facendo” gli domando.

“Ero con una tipa” risponde con uno slancio inconsueto.

“Con quale porno?”

“No..davvero, sono con una figa che ho conosciuto l’altra sera e..”

“Stefan..”

“Ok, quello con Taylor Rain“.

“Guarda che è anche il mio preferito, vedi di non rovinarlo”

“No..figurati, non ci faccio niente” risponde.

“Comunque ora smetti, rivestiti, lavati, andiamo in guerra”.

“Bene! I maledetti francesi?”

“Con i francesi un’altra volta, oggi il nemico è Simona”.

“Chi è Simona?”, domanda sorpreso.

“La padrona di Baffino, mi ha scritto che torna stasera a riprendersi il criceto ed io non lo posso permettere”.

Stefan non risponde, è probabile che non abbia fermato il dvd e le immagini di Taylor alle prese con due giovani amanti lo stiano deconcentrando.

“Dimmi cosa vuoi che faccia” dice dopo alcuni secondi.

“Chiama Flavia e dille di raggiungerti a casa mia, chiedile di portare alcune sue foto, di comprare due piante. Cambia un po’ la disposizione dei mobili, ti raggiungo in 30 minuti, passo a comprare una gabbietta nuova per Baffino“.

“Chi è Flavia?

“La nudista, la mia vicina di casa!”

“Ahh lei, scusa ma mi hai detto che non si chiama Flavia”

“Già, non si chiama Flavia ma almeno per oggi sarà Flavia.”

“Perché coinvolgere anche lei?”

“Perché voi due dovrete presentarvi come i nuovi inquilini, Simona ci crederà e cercherà il mio criceto altrove. Stai sicuro che entro poco tempo, ancora drogata dai fumi dell’amore, se ne dimenticherà e a quel punto Baffino sarà mio”.

“Tutto chiaro? Te la senti?”

“Sì, ok..me la sento” risponde svogliatamente.

Arrivo a casa ed entrambi mi stanno aspettando seduti nel divano, Flavia deve aver fatto un po’ di pulizia perché tutto stranamente odora di buono. I cartoni di pizza sono stati raccolti e probabilmente buttati, mentre dalle pareti è stata fatta impunemente sparire la mia preziosissima collezione di calendari di Max.

“Dove sono i calendari?” Domando nervosamente senza salutare.

“Erano troppo caratteristici, se Simona è stata qui sicuramente li avrebbe riconosciuti” risponde Flavia.

La spiegazione non fa una piega ma ciò nonostante mi suscita una certa rabbia; l’idea che le loro dita sporche abbiano toccato la sacra immagine della Canalis mi rende pazzo.

“Dove li avete messi?”

“In camera, tranquillo” risponde Stefan “non ti preoccupare, me ne sono occupato personalmente”.

Sorrido nervosamente, la notizia non mi ha di certo tranquillizzato.

“Cosa hai in mente?” domanda Flavia.

“Stefan non ti ha detto nulla?”

“Non ha detto una parola…forse aveva altro da fare, magari guardare” il tono della voce si fa improvvisamente marcato e la ragazza con le braccia conserte si volge a guardare Stefan negli occhi.

“Sei nuda!” sbotta Stefan.

“E che significa, non ne hai mai viste altre?”

“Sì..chiaro, molte altre, però qui è diverso”.

“È diverso solo per una convenzione sociale, che differenza c’è a stare nudi in spiaggia o in casa propria? Sarei disposta a vestirmi solo se il mio comportamento fosse offensivo nei confronti di qualcuno”.

Sai ad esempio che a Barcellona la legge ti permette non solo di fare nudismo in spiaggia ma anche di camminare per le strade senza vestiti?”

“In fin dei conti, pensaci bene, se tu non provi vergogna, ma anzi ritieni del tutto naturale il tuo corpo, cosa ti impedisce di mostrarlo?”

Stefan ha smesso di ascoltarla probabilmente da qualche minuto rimanendo a fissarla come un automa.

“Mi stai ascoltando o ti sei nuovamente perso nelle mie tette?”

“Stefan?”

“STEFAN sveglia” grido io.

Si desta dalla sua trance e si guarda intorno spaesato.

“Cerca di spiegarmi bene come ti sei immaginato l’incontro” interviene Flavia togliendolo dalla situazione imbarazzante.

“E’ semplice, quando arriva Simona voi due le aprite e le fate capire che siete i nuovi inquilini.. Che te ne pare?”

“Tutto qui?” Risponde lei ” Un trasloco in una settimana? E poi perché non restituirle il topo? E’ suo in fin dei conti”

“Non potrei vivere senza Baffino”, le rispondo.

“Che discorso idiota, hai vissuto 36 anni senza Baffino, adesso lo tieni una settimana e sembra che senza di lui non possa vivere. Sembri un bambino piccolo a volte..”

“Mi vuoi aiutare o no?” Le chiedo nervosamente.

“Io ti aiuto, ma anche tu dovresti fare aiutare…da qualcuno di bravo però.

Scoppia a ridere di gusto, Stefan sembra apprezzare il ritmico ondeggiare dei suoi seni.

“Io mi nasconderò in cucina, in modo da poter ascoltare la vostra conversazione. Stefan, tu lascerai che a parlare sia Flavia e ti sistemerai tra l’ingresso e la sala, in modo tale che avrai sempre la possibilità di guardare verso di me se vi trovate in difficoltà.”

“Baffino starà con me in cucina.”

“E se dovesse cominciare a correre nella sua ruota?” Domanda Flavia prendendomi alla sprovvista.

“Potremmo strappargli le zampette” propone Stefan.

Ci rifletto per alcuni secondi ma poi scarto la possibilità per la difficoltà poi di incontrare un buon chirurgo capace di attaccargliele nuovamente.

“Perché non stacchi semplicemente la ruota?” rilancia la ragazza.

La sua proposta sembra ragionevole anche se suona un po’ crudele nei confronti della bestiolina, privata per almeno 1 ora del suo gioco preferito.

“Scusatemi, e come potrai comunicare con noi?” domanda Flavia.

“Con la telepatia”.

“Stefan, a che livello di corso di Okuto sei arrivato?”

“Terzo”

“Come sei messo con la telepatia?”

“Normalmente bene…se ci sono molti cellulari accesi…mi confondo” mi risponde.

“Ok, basterà solo spegnere i telefonini quando Simona arriva”.

Flavia scoppia nuovamente a ridere, questa volta si acciuga le lacrime con il dorso della mano.

“Voi due siete due pazzi, sono proprio curiosa di vedere come andrà a finire. Dimmi solo una cosa, a che ora dovrebbe arrivare?”

“Tra 20 minuti.”

Simona si presenta con circa 10 minuti di ritardo, suona il campanello nel modo in cui lo farebbe una madre snaturata che abbandona i propri figli.

Baffino sembra percepire l’arrivo della sua padrona perché si pone sull’attenti guardando in direzione della porta.

Flavia apre la porta e lo shock per Simona deve essere forte.

La mia vicina è la prima a parlare.

“Posso aiutarti?”

“Sì..credo di sì…sono venuta a riprendermi il mio criceto”

“Qui non c’è nessun Baffino” risponde Stefan.

“Coglione” gli dico telepaticamente “taci!”.

Il mio messaggio non sembra arrivare perché Stefan parla nuovamente.

“Come vedi questo non è l’appartamento che hai visto l’ultima volta, non ci sono i calendari e nemmeno i mobili sono disposti come quando sei stata qui”.

“Questa adesso è casa mia, io vivo qui con lei che è la mia fidanzata nudista” e così facendo abbraccia Flavia approfittando in maniera fin troppo evidente del suo seno nudo.

Flavia si divincola e gli stampa una bella sberla sul viso.

Sento Simona ridere di gusto e domandare a Stefan: “Interessante…dimmi solo 2 cose, come sai che io sono stata qui, e che il mio criceto si chiama Baffino?”

“Perché leggi nel pensiero” gli grido con la mia forza telepatica, ma probabilmente il telefonino di Simona sta facendo interferenza.

“E visto che ci siamo” continua Simona “Come si chiama la tua ragazza e perché è nuda?”

“Si chiama..cioè in teoria Flavia, però mi hanno detto che questo non può essere il suo vero nome, quindi ne ha un altro che mi comunicheranno, e rimane nuda…perché è una porca”.

“Eh no! Questo no!” sbotta Flavia e per la seconda volta una sua sberla riecheggia per la stanza.

Stefan sentendosi accerchiato, crolla miseramente.

“Ok..è vero, non è la mia ragazza, io non volevo nemmeno fare questa cosa”. “Mi hanno obbligato, io Baffino lo odio, voglio che se ne vada da questa casa perché da quando c’è lui, io praticamente non esisto”.

Decido di intervenire prima che sia troppo tardi. Mi trascino lentamente fino alla porta e sorrido tristemente a Simona.

“Finalmente”, mi dice, “si può sapere che succede qui?”

Improvviso: “Baffino è morto, non sapevo come dirtelo e mi sono inventato tutto”.

Flavia a stento trattiene una risata, Stefan volge stupito lo sguardo verso di me.

“Quando è morto?” mi domanda con un tono che non nasconde la gioia sottesa alla sorpresa.

“Non è morto ebete, è una bugia per farla desistere” gli dico mentalmente.

Lo stupore nel viso di Simona si trattiene per un secondo solo, poi un sorriso furbo si fa largo e rivolgendosi a Stefan dice: “Certo che se fosse davvero morto, dovrei denunciare te e TUTTI coloro che ti hanno aiutato in questi giorni in quanto complici per OMICIDIO di minore…carcere per almeno 5 anni”.

Ora Stefan è una maschera di paura, lo vedo inginocchiarsi davanti a Simona: “Pietà, non lo sapevo, perdonami, fino a 5 minuti fa Baffino era vivo e vegeto, adesso scopro che era morto da ieri…io non voglio aver niente a che fare con un criceto zombi e tanto meno con la polizia” singhiozza.

Chiude gli occhi e indicandomi con l’indice destro continua: “è stata una sua idea, lui ci ha chiamati e ci ha fatto nascondere i porno e riordinare casa. È un malvagio, diglielo alla polizia, ricorda loro che mi sta trattando come una donna oggetto, che tira le caccole alle persone, paga in ritardo le bollette e alla tradizionale orgia di ferragosto che organizza per il suo ufficio, non vengo mai invitato” e così dicendo abbraccia Flavia rimanendo con il suo viso appoggiato al pube della ragazza.

Flavia si divincola con destrezza e pianta un pugno sul naso a Stefan che inizia a imprecare in un idioma che immagino sia tedesco.

“Ci fate il favore di lasciarci soli?”, domanda Simona a Flavia e Stefan, “credo che io e il “fenomeno” qui davanti dobbiamo fare una bella chiacchierata”.

Simona mi sta fissando seriamente, Flavia e Stefan se ne sono andati da circa 10 minuti e la gabbia di Baffino fa bella mostra sul tavolo della sala.

“Adesso mi spieghi bene cosa ti è preso”.

“Non voglio ridarti Baffino” le rispondo. Non ho coraggio di guardarla negli occhi, giochicchio con il mio telefono per abbassare un po’ la tensione.

“Sai benissimo che Baffino è mio, me lo hai gentilmente tenuto per 1 settimana, ma gli accordi erano chiari, una volta tornata dalle ferie sarei passata a riprendermelo”.

“Non posso vivere senza di lui, ha dato un senso alle mie giornate”.

“Ne sono lieta” risponde “ma siamo tra adulti, c’erano degli accordi, devi rispettarli”.

“Senza Baffino potrei morire”.

“Che esagerato che sei! Hai vissuto 36 anni senza B…”

“Sì sì, me lo hanno già detto..senza Baffino e sei sopravvissuto bla bla bla.. ”

“Esatto..e non fare il bambino. Ma scusa, ma perché non te ne compri uno?”

“Non posso..ho la MCI”

“E che sarebbe, di grazia?”

“MCI = mancanza cronica di iniziativa

La mancanza cronica di iniziativa è una malattia molto grave, magari non come la pertosse o gli orecchioni, ma è molto pericolosa.”

Recito la filastrocca tutta d’un fiato e rimango a fissarla.

“E questa poi? Da dove salta fuori?”

“Me la sono auto diagnosticata”.

“Appunto, come volevasi dimostrare! Tu ti crei una malattia immaginaria e attraverso questa interpreti le cose che ti circondano. Non solo questo, se non che questa ‘malattia’ diventa un’entità vera e propria, tanto che le tue azioni soggiaciono ad essa. Cerca di capire la differenza: se io ti dico: sono affabile, gentile ed educata ed essendo nata il 16 febbraio sono del segno dell’acquario è diverso rispetto a “ sono affabile, gentile ed educata in quanto nata sotto il segno dell’acquario”

“Hai preso una categoria puramente descrittiva e da te inventata come “MCI”, dentro la quale ci metti tutte le tue debolezze e paure, e la hai fatta divenire la causa di tutti i tuoi mali e la giustificazione dei tuoi fallimenti”.

“Invece di dire: non ho voglia di fare, ho 36 anni ma mi comporto come un bambino, sono un debole, mi circondo di folli e galleggio nel mare della  mia vita, e, giusto per sfizio, decido di chiamare tutta questa serie di atteggiamenti e comportamenti MCI, tu dici HO LA MCI e per questo non ho voglia di fare, mi comporto come un bambino, sono un debole, mi circondo di folli e galleggio nel mare della mia vita.”

Sento che le parole di Simona hanno un senso, ma non riesco a coglierlo del tutto.

Farfuglio qualcosa sulla MCI ma l’unica cosa che voglio è che se ne vadano da casa mia, rimanere solo, nel mio buio.

Mi alzo e vado ad aprire la porta.

Sorrido a Baffino prima di chiudere la porta, probabilmente sarà l’ultima volta nella mia vita che lo vedrò.

Cap 14 – In prossimità del baratro

Baffino dà un senso alle mie giornate, imparo a svegliarmi presto per nutrirlo, a stonare per lui quando ha bisogno di dormire, a investire parte del mio prezioso tempo, destinato normalmente a Youporn, per spiegargli quanto illuminati siano i politici che in nome della salvezza di uno, stanno rovinando il futuro di molti.

Anche alzarmi per andare da Ioli non mi pesa così tanto, Baffino in macchina si comporta da vero lord inglese, e la sua presenza ha trasformato la mia postazione di lavoro in una specie di attrazione turistica.

Nel mio ufficio normalmente entrano 2 tipologie di persone:

Il mio umore è nuovamente in una fase ascendente, e l’odierno incontro preliminare con il laureando di turno, ne è una prova tangibile.

Si chiama Mattia, studia ingegneria delle costruzioni, e come spesso accade, anche lui ricade nel classico cliché che tanto piace a mio padre: serio, compito, studioso, nerd.

Mattia si presenta in maniera impeccabile, mi racconta con passione del suo immacolato iter di studi, riesce ad annoiarmi così tanto che la mia reazione è quasi scontata.

“Le propongo tre differenti ricerche” gli dico, “dopo avergli narrato per completo la storia di Baffino”.

“Le premetto prima di tutto che tutte le richieste provengono direttamente dai nostri uomini di marketing; glielo dico perché possa da subito intendere quanto importante sia questo lavoro, anche in chiave di un futuro impiego qui con noi”.

Mattia sembra rinascere, si aggiusta la cravatta, e si protende leggermente verso di me.

“Per noi sarebbe importante sapere e verificare se esista una correlazione diretta tra la frequenza di utilizzo delle vocali “a” ed “o”, e delle consonanti “s” e “p”, rintracciate all’interno di un panel di riviste dedicate ad un pubblico di posatori e lattonieri, e l’incremento degli assassini seriali tra chi è in qualche modo implicato nel nostro entusiasmante e sbarazzino mondo delle costruzioni“.

“In questo caso”, continuo, “le direi di concentrarsi soprattutto nella riviste della BE-MA quali In Beton, Modulo e Lattoneria, e qualcosa anche del gruppo Tecniche Nuove che valuteremo al momento”.

Mattia mi osserva allibito, sembra stia aspettando un mio sorriso o gesto che possa indicargli che sto scherzando. Ovviamente rimango serio ma decido di aiutarlo.

“Si tratta semplicemente di contare quante “a – o – s – p” hanno utilizzato queste riviste nel 2009 e quante nel 2010, e valutare se esista una correlazione con il numero di assassini seriali che di lavoro fanno i muratori, o i posatori, veda lei”.

Il ragazzo sembra pietrificato.

“Cerchi di capire l’importanza dello studio, se riusciamo a verificare questa cosa, diventiamo meglio di Lombroso, significa fama, soldi, interviste su tutti i quotidiani, ospitate in discoteca e se è fortunato, la mandano a fare L’Isola dei Famosi e mi sposa una velina”.

Non reagisce, decido di passare alla proposta due.

“La seconda possibilità dovrebbe verificare se lo spreco di una determinata acqua minerale in bottiglia possa essere la causa dell’insorgenza di episodi psicotici. In questo caso il target della nostra analisi sarà naturalmente uno solo dei gruppi di lavoratori che operano nel settore delle costruzioni”.

“Le voglio dare una mano”, continuo “il mio consiglio è quello di rapire un campione rappresentativo di muratori e obbligarli, sotto minaccia di qualche arma batteriologica che preventivamente avrà sintetizzato, a lavorare sotto il sole senza poter bere”.

“Fossi in lei aspetterei almeno 7 o 8 ore prima di mostrare a tutti loro uno spreco qualsiasi di acqua: potrebbe annaffiarci dei rami secchi, affogarci le formiche o che ne so, scriverci cose blasfeme sui muri”.

“Lo scopo è quello di individuare l’insorgenza dell’episodio psicotico, collegarlo alla specifica marca di acqua e chiedere poi al produttore di vietarne la vendita, almeno a chi opera nel nostro settore”.

Mattia ora è davvero agitato, si muove sempre più nervosamente sulla sedia e ha cominciato a sfregarsi il viso imberbe con la mano.

“Veniamo alla terza possibilità che le offro, che le confesso essere anche la mia preferita. Si tratta di verificare quanto la scomparsa di una tribù semi primitiva africana incida sul benessere percepito del solito campione rappresentativo di popolazione che avremo individuato”.

“Lei capisce che nei prossimi anni l’Africa rappresenterà un nodo vitale per noi che ci occupiamo di isolamento termico. Provi ad immaginarsi, migliaia e migliaia di capanne isolate termicamente con i nostri pannelli. Capirà bene l’importanza quindi di un lavoro che metta a fuoco problematiche direttamente legate con la popolazione del luogo”.

“Ma sono capanne fatte in paglia e fango” accenna debolmente il ragazzo.

“Non mi faccia il razzista sa?” rispondo bruscamente. “Non sarà uno di quelli che non fa business con l’Africa solo perché sono neri?”

“No, no..non ha capito” pigola Mattia “non importa, anzi scusi”.

“Il primo passo di una buona ricerca è quella di selezionare il nostro campione rappresentativo”.

“Posatori, marmisti eccetera” accenna lui.

“Bravo. Dovrà verificare come percepiscono la loro vita, se sono felici o tristi, questo rappresenterà il nostro punto di partenza.”

“Di seguito lei a sue spese, si recherà in Africa e farà in modo di integrarsi in una di queste popolazioni, la veda come una sorta di gita, la sua prima ricerca etnologica, pensi che bello”.

“Una volta raccolte le informazioni, tornerà in Italia e mostrerà il materiale, audio, video e foto ai suoi soggetti. Subito dopo dovrà sottoporre gli stessi ad un questionario che investighi il sentiment del campione verso la nostra tribù.

“Una volta fatto questo, viene il bello: lei tornerà dagli amici africani e li sterminerà”.

“Ma..”

“Mi lasci finire”

“Scusi”

“Dicevamo…sì la tribù, ok la sterminiamo, facciamo un bel lavoro, donne e bambini, vecchi e giovani, non tralascerei cani o altri animali da compagnia quali scorpioni e pulluli”.

“Pulluli?”

“Non conosce? Sono simili ai babbuini ma biondi. Ha capito a cosa mi riferisco?”

“N..no, realmente non ho capito, ma non importa”.

“Ok, proseguo: a quel punto, armati di Santa pazienza, lei contatterà nuovamente i suoi soggetti, spiegherà l’accaduto, per poi verificare a distanza di 5 – 10 – 15 -30 giorni se il grado di felicità auto percepita è mutato”.

“Immagini per un attimo che noi si vinca un appalto per 10.000 capanne, i nostri operai si recano in Africa e conoscono i locali, per una sfiga qualsiasi qualcosa o qualcuno stermina gli autoctoni…se gli operai si intristiscono mi lavorano poco e male e questo Ioli non lo permette”.

“Questo è quanto, adesso mi dica, che ne pensa?”

Il ragazzo si alza quasi tremando dalla sedia, farfuglia qualcosa di sconnesso e senza darmi le spalle, si avvia verso la porta del mio ufficio.

Lo smidollato se ne va praticamente senza salutare, lascia la porta aperta e lo vedo mentre riesce a farsi ricevere da Ioli. L’incontro tra i due si protrae più del normale, cosa che presagisce una prossima venuta di “Ioli il distruttore”.

Come da pronostico Ioli entra nel mio ufficio senza bussare dopo circa 10 minuti, ce ne mette almeno altri 2 per formulare la prima frase di senso compiuto che più o meno recita così: “sei un pezzo di coglione”.

Poche altre volte lo ho visto così arrabbiato, pertanto pur non comprendendo appieno la sua foga, decido di non replicare.

Tuo nonno si starà rivoltando nella tomba, mi dice digrignando i denti.

“Credi che nonno sia vivo? Dopo tutto questo tempo? Lo abbiamo sotterrato almeno 5 anni fa, di cosa credi si sia nutrito? E se si fosse mangiato una gamba? Tu accetteresti nuovamente a casa tuo padre se scoprissi che si è mangiato una gamba?”

“ZITTO!” grida “STAI ZITTO E ASCOLTAMI”.

Tu sei un pazzo, il più squinternato pazzo figlio di puttana che conosco

Sarà felice Bianca, aspetta che glielo dica, dare della battona alla propria moglie, bell’eroe.

ZITTO ZITTO ZITTO!!

Sei mio figlio ma ti giuro che a volte vorrei non averti mai avuto: vieni qui 3 volte a settimana, ti ho affidato 1 cosa da fare e tu riesci a vanificare tutto proponendo, quando abbiamo fortuna, di sterminare popolazioni africane!

“Hai 36 anni, se io fossi uno “spara panzane” alto un metro e mezzo direi che sei un bamboccione, vivi in un mondo tutto tuo fatto di incongruenze, passi dall’essere una persona adorabile ad un mostro abbietto e crudele, ti circondi di fricchettoni e hippy che nemmeno a Woodstock se ne videro tanti, se non fosse per quello che ti passo io non avresti nemmeno un lavoro, ti avrebbero cacciato alla prima caccola tirata al capo.”

“Chi ti ha raccontato che ti tiro le caccole?”

“Smettila, non è questo il punto. Il problema di base sei tu, dimmi chi sei, cosa fai, qual è il futuro per il quale stai lottando.

“Per quello che concerne il futuro io..”

“E non dirmi che vuoi fare il concertista di vuvuzelas”.

“Mmmm…ok allora se questo non posso, vorrei..”

“E nemmeno che vuoi dedicare la tua vita a questo criceto puzzone”

“…normalmente uno può esprimere solo 1 veto”.

“Rispondimi!”

“Ho la MCI, non saprei che fare, né da dove cominciare.”

“Eh no! Io mi sono rotto di te e della tua MCI: mettitelo in testa, la MCI te la sei inventata tu, e ti comoda tirarla fuori quando ti trovi davanti alle difficoltà.”

“Ti dirò di più, questo lo fai perché sei un pigro, abituato troppo bene sicuramente da tua madre, sei un vile che fugge le proprie responsabilità ed adora incolpare gli altri.”

“C’è da farsi i cazzi propri? Tu sei sempre pronto, c’è una qualsiasi difficoltà? hai la MCI”

Le sue parole cominciano a ferirmi come aghi incandescenti nella pelle, ogni parola è un masso che cade dal cielo e si schianta crudele nella mia malandata schiena.

“Io non so come tu possa fare per superare questa tua inerzia di vivere, ma devi farlo: vai da un mago, vai dal Fabiani, fai quel cazzo che ti pare ma risolvi il tuo problema, trova la tua strada, TROVA LA TUA STRADA hai capito? “

“Mi spiace essere così brusco, ma credo ormai sia necessario mettertela giù dura: se non vedo una reazione, un cambio o qualcosa di simile, cercati pure un altro lavoro”.

Ioli incavolato lo ho visto per 36 anni, Ioli così incazzato, mai.

Se ne va sbattendo la porta, spaventa impunemente Baffino e mi lascia con la sensazione di essere sul punto di vomitare.

Cerco di ricapitolare quanto mi è appena stato detto: la MCI non esiste, è tutta una scusa, me la invento e la tiro fuori a piacimento ogni volta che mi comoda, ho 36 anni e agli occhi di mio padre, diretto discendente di un qualche crudele conquistatore barbaro, sono poco più che un fallito.

Cerco di pensare alle cose buone che ho fatto ma non mi viene in mente nulla, affettivamente ho collezionato solo tante storielle sceme e qualche storiaccia con persone pessime, nel lavoro a quanto pare, sono un poco di buono, nella vita non ho un obiettivo e una strada, e le idee che saltuariamente mi animano sono mal percepite dagli altri, primo tra tutti da mio padre.

Ho una casa solo grazie alla mia famiglia, ho un lavoro solo grazie alla benevolenza di mio padre, mi circondo di tipi strani, magari si riferiva a Stefan.

Butto stancamente nel cestino le carte di Mars, retaggio dell’ennesimo pranzo junk consumato, e decidono di andarmene a casa, a riflettere, magari a piangere, o a cercare di far passare questa strana sensazione che mi attanaglia.

Le parole di mio padre mi hanno scosso, ferito profondamente o semplicemente toccato in un punto che speravo in me non esistesse.

Mi arriva un SMS, sul display del mio iPhone compare il nome di Simona, dice che passerà più tardi a riprendersi Baffino.

Ora mi sento davvero disperato.

Cap 13 – Il topo gigante

Dopo avermi eletto suo capo supremo, mentore e salvatore, Stefan si è praticamente trasferito nel mio appartamento. Non bussa alla porta, né si presenta quando entra. Rimane in silenzio osservando ogni mio gesto, aspettando un mio cenno, una mia parola, quasi fosse un fedele cagnolino in attesa dell’osso del padrone.

La sua è una presenza ormai fissa come lo sono il tavolo, le sedie, i dvd porno, e le manette che tanto piacevano ad Anna.

Il nostro è il classico esempio di “rapporto logoro”, quello che lentamente uccide le coppie che rimango insieme più per una questione di decoro, che per vero affetto: io lo ignoro e quando necessito qualcosa, gliela chiedo.

Sono ancora sotto le coperte quando lo sento entrare in casa. Ho trascorso la serata precedente in compagnia di Simona, è passata come promesso a lasciarmi Baffino, si è raccomandata di non fargli bere alcolici, di non fargli vedere il TG4, e di canticchiargli Bandiera Rossa quando voglio farlo dormire.

Ha voluto anche testare l’effetto delle parole di Veltroni sulla bestiolina, ci siamo risvegliati tutti e 3 dopo circa un’ora.

Quando se ne è andata sono rimasto almeno altri 30 minuti ad osservare il mio nuovo ospite, ne ho studiato i movimenti e le fattezze, ne ho accarezzato il morbido pelo cercando di non spaventarlo con le mie enormi dita.

In uno sprazzo di inusitata gentilezza gli ho inoltre:

I rumori provenienti dalla cucina mi allarmano, decido di alzarmi per evitare che Baffino conosca Stefan senza un mio filtro, voglio evitare almeno questo trauma alla bestiolina.

Effettivamente trovo Stefan in cucina con gli occhi fissi sulla gabbietta, Baffino è fuori dalla sua casetta e lo sta fissando, decido di evitare al mio Sancho Panza l’umiliazione di essere ipnotizzato da un criceto, quindi mi schiarisco la voce ed interrompo questo epico scontro tra titani.

“Che cosa è questa merda?” mi dice indicando con un gesto la gabbietta sul tavolo.

“Prego?” gli rispondo, “Perché merda? A me sembra bellissimo”.

Colgo una luce nei suoi occhi, non riesco a capirla inizialmente, ma mi mette a disagio.

“Perché è qui? Ha dormito con te?”

“Si chiama Baffino, è il criceto di Simona la cassiera del supermercato, mi ha chiesto di tenerglielo per alcuni giorni”.

“E’ passata ieri sera a lasciarmelo” continuo “Simona dice che è la reincarnazione di Lenin”.

“Ha dormito con te?” domanda nuovamente Stefan.

La sua istanza è così fuori luogo che il problema si acclara in meno di un secondo: Stefan è geloso di Baffino.

Mentalmente mi annoto di:

“Che domanda è ‘ha dormito con te’” dico pazientemente “E’ rimasto nella sua gabbietta a dormire tutta la notte, dopo che gli avevo mostrato i video di Anna ed Elena e cantato la ninna nanna”.

“Lo conosci da un giorno e gli fai vedere i video?” “Io non li ho mai visti quei video, e a me non hai mai cantato nulla” incalza.

Capisco che siamo vicini ad una crisi di folle gelosia, e decido di abbassare i toni: “Stefan, Baffino è un criceto, e per quanto intelligente, non credo avrà capito molto di quanto gli ho mostrato”

“Se non ti mostro i video è solo perché l’ultima volta sei andato da Giorgia a dirle che le avevi visto le tette in foto, e lei giustamente si è incazzata con me”.

“Aveva delle belle tette” risponde.

“Per quello gliele avevo fotografate, fatto sta che lei si è arrabbiata ed io ho deciso di non mostrarti più nulla”.

Il tono “papà comprensivo” sembra funzionare e Stefan si tranquillizza.

Decido di testare nuovamente il mio potere su di lui: “Appurato che Baffino non ha dormito con me e che la sua presenza, oltre che limitata temporalmente, lo è anche affettivamente, mi vuoi dire che a te non piacciono i criceti?”.

La mia domanda lo inquieta, leggo nei suoi occhi la paura di deludermi e nel contempo il desiderio, per una volta, di far valere i propri gusti e le proprie idee. Alla fine vinco ancora io.

“Normalmente non molto, ma questo che hai tu è molto bello…cioè a me non piacciono quelli scuri, ma quello che hai tu è stupendo davvero”. Mi sorride falsamente.

“Potrei affezionarmi ad un mostro così” insisto io.

“Già” risponde “sono davvero animaletti fantastici” risponde poco convinto.

Quello che succede nei giorni successivi ha quasi dell’incredibile: il bambino geloso che era arrivato ad un passo dal gridare la sua rabbia, e ribellarsi per difendere e rivendicare il proprio diritto all’amore del genitore, si trasforma come d’incanto nel bimbo mansueto, che cerca di compiacere chi ha eletto come modello di vita, imitandone i gesti, o semplicemente anticipandone i desideri.

Ma in Stefan la ferita non è del tutto rimarginata e la rabbia, non ancora del tutto sopita, riemerge simbolicamente, furtiva come una volpe, in piccoli gesti e decisioni.

“Vieni a vedere, in casa mia c’è una bella sorpresa” mi dice il giorno seguente.

Già immagino di cosa si tratta ma vado comunque a vedere.

Questo è Adolf” dice orgoglioso indicando la gabbietta.

Adolf è un topo, più simile ad un castoro che ad una cavia, è enorme, la gabbietta che gli hanno dato è troppo piccola.

“Di cosa si tratta?” domando.

“Non vedi? è un criceto, come il tuo” risponde.

“Stefan, la differenza tra un criceto e questo coso che ti hanno venduto, è la stessa che esiste tra una tigre ed un gatto“.

Mi guarda perplesso.

“No, mi hanno assicurato che anche il tuo quando cresce diventa così”.

“A parte il fatto che non è mio” dico ” fossi in te andrei a cambiarlo, ti hanno sicuramente truffato”.

“Sì hai ragione…sono dei figli di puttana!”

Un lampo di scoramento attraversa il suo volto, intuisco solo in quel momento quanto avesse investito in quel gesto, al tempo stesso di resa e di ribellione. Da un lato il topo, gigante come lo erano i monumenti che gli antichi edificavano per ingraziarsi gli Dei, dall’altro il nome, retaggio di una nefasta epoca, palesemente in contrasto con quanto gli avevo raccontato di Baffino.

Decido di verificare la mia tesi: “Perché lo hai chiamato Adolf” gli domando.

“Perché è forte e spietato come lo…ZIO Adolf” risponde ammiccando.

Decido di riprendere il discorso in un secondo momento.

“Che pensi di fare”, gli domando “lo vai a cambiare?”

“Vado subito” risponde.

Entra in cucina dopo circa un’ora.

“Ti presento Adolf” mi dice sorridendo.

“È molto bellino” gli dico “non è un criceto ma almeno ne ha le fattezze”.

Questa volta nel negozio di animali gli hanno rifilato il tipico topolino da esperimento. È bianco, sembra affettuoso. Se ho capito bene, hanno individuato in Stefan lo scemo cui sganciare tutti gli animali che non si vendono, quindi onde evitare di vedermelo arrivare con scimmie, boa e un bue muschiato spacciati per differenti tipi di criceto, decido di assecondarlo.

“E del topo gigante che ne hai fatto” domando con curiosità.

“Debbo tenerlo, non lo prendono indietro”.

“Passerò a salutare i due Adolf prossimamente” gli dico per sbolognarmelo.

Non vedo Stefan per ben due giorni, poi d’improvviso compare in casa mia terrorizzato.

“Mi devi aiutare, è successo un disastro”.

“Che è successo” domando.

“Adolf ha praticamente ammazzato Adolf” mi dice.

Lo fisso senza dire nulla.

Il topo gigante ha praticamente ammazzato il piccolo” dice quasi gridando.

Spiegami che è successo” gli dico mentre ci dirigiamo al suo appartamento.

“Quando ho portato a casa il criceto Adolf piccolo ho desiderato facesse amicizia con il criceto Adolf grande e quindi li ho messi nella gabbietta insieme”.

Lo blocco subito. “Fammi capire…tu hai messo nella stessa gabbia un topolino bianco, esile ed impaurito con un topo dieci volte più grande?”

“Volevo facessero amicizia”

“Che è successo?” gli domando.

“Il grande lo ha osservato per un po’ e poi gli è saltato addosso, lo ha morso ovunque, pensavo gli staccasse la testa” dice sconsolato.

“Stefan” comincio pacatamente “riprendo la similitudine già utilizzata…tu metteresti nella stessa gabbietta una tigre e un gatto nella speranza che facciano amicizia?”

Non risponde, guarda il pavimento.

“Ok” dico “Adolf piccolo adesso come sta?”

“Non lo so, forse lo ho buttato via”

“Come sarebbe a dire che forse lo hai buttato via”.

“Non avendo un’altra gabbietta lo ho lasciato libero per casa” comincia.

“Ieri non lo trovavo, poi ho sentito uno strano fruscio venire dalla borsa dell’immondizia che lascio sul pavimento”…

“Mi sono preso paura, ho preso una scopa e ho colpito forte la borsa, poi la ho chiusa e sono sceso a buttare tutto nel bidone”.

“Solo dopo ho pensato ci potesse essere dentro Adolf piccolo” conclude.

Ho paura a domandarglielo ma mi faccio coraggio: “Ed Adolf grande?”.

“Ah…Adolf grande lo ho ammazzato io” dice.

“Perché”.

“Aveva fatto male ad Adolf piccolo…non doveva farlo, così impara”.

Rimango 10 secondi a guardarlo, aspetto che esca il regista a dirmi “sei in una candid camera”.

Non succede, me ne torno sui miei passi lasciandolo solo nel corridoio.

Cap 12 – La cassiera

La prima regola del supermercato recita: “Un uomo che gironzola in solitudine per i corridoi di un esercizio commerciale adibito alla vendita di generi alimentari, con un carrello pieno di “4 salti in padella”, è un single a caccia di mamme e/o donne infelici”.

La seconda regola dice che “2 uomini al supermercato sono una coppia gay: le mamme e /o le donne infelici guarderanno il belloccio dei due pensando:

Il lunedì e il mercoledì sono rispettivamente la mia giornata gay e single, in realtà il primo giorno della settimana potrebbe definirsi anche dello “sperpero inusitato di ingenti quantitativi di denaro” dal momento che cerco di comprare tutto ciò che di superfluo esiste per indurre (con ovvio successo), Stefan a fare lo stesso.

Il mercoledì generalmente mi vedo costretto quindi a tornare una seconda volta al supermercato per rifornirmi di cose realmente utili quali cibo e bevande.

Intuisco che anche Stefan abbia un suo giorno da single, almeno che il suo fisico non si sia adattato nel tempo a nutrirsi di creme depilatorie, assorbenti interni, mascara e profumatissime buste colorate.

La terza regola, applicabile però a qualsiasi tipo di esercizio commerciale, è quella di comprare sempre e comunque dei profilattici in presenza di donne piacenti, ti farà sembrare ai loro occhi un novello stallone, e passerai improvvisamente dalla categoria “uomo che in maniera insulsa mi sta guardando le tette” a quella di “wow..questo ha anche una vita sessuale a dispetto della sua apparenza che molto mi ricorda un uomo che in maniera insulsa mi sta guardando le tette”.

Non ho ancora pensato ad una regola 4 ma conto di arrivare almeno fino alla 100 prima di proporre ad un editore famoso il mio “Come sopravvivere e trarre vantaggi di tipo sessuale da un super o ipermercato nell’anno 2010”.

La mia amicizia con Simona, la cassiera del Super di via degli Olmi, è una evidente conseguenza della regola numero 3.

“Compri molti profilattici” mi ha detto un giorno, “2 scatole a settimana, scusami se sono sfacciata ma..wow, beato te”.

“In effetti ho fatto l’amore con moltissime donne, alcune delle quali si possono annoverare tra le più belle del pianeta” le ho risposto.

“A dire il vero mentre io facevo l’amore con loro, loro probabilmente erano con i rispettivi partner” ho continuato “ ho una lista aggiornata con tutte le mie avventure: la volta che Megan Fox si è trasferita nell’appartamento della vicina nudista e ne ha interiorizzato le abitudini, la volta che Paz Vega mi ha abbordato in spiaggia supplicandomi di spalmarle la crema, la volta che la Rita Levi Montalcini mi ha sculacciato forte, come punizione al fatto di aver copiato un compito in classe”.

“Ti è successo tutto questo?” mi ha domandato dubbiosa.

“Vale la fantasia?”.

“No che non vale, troppo semplice così, anch’io allora lo ho fatto con Brad Pitt”.

“Le tue frequentazioni ti fanno onore” ho ribattuto.

“Dai dimmi perché compri tanti profilattici allora”.

“In realtà non vorrei svelarti troppo di me al primo appuntamento, ma ho deciso che farò un’eccezione: ostentare una vita sessuale ha un buon ascendente sulle donne, in passato mostravo loro alcuni video registrati con delle partner occasionali, ma ho rimediato qualche ceffone di troppo, quindi ho deciso di optare per l’acquisto smodato di palloncini sessuali.

Rimane in silenzio per due secondi fissandomi intensamente con due occhi azzurri che sembrano gocce di colore cadute dal cielo.

“Deve essere divertente uscire con te”.

Vorrei tu mi amassi per quello che sono, non per il mio corpo” le dico, è una frase che avrei voluto usare per le selezioni del Grande Fratello ma mi vedo costretto ad usarla ora.

“Farò il possibile” mi risponde “io sono Simona” dice porgendomi la mano.

Gliela stringo con forza nella speranza che da questo possa dedurre ancor più cose sul mio vigore sessuale, ma la cosa sembra non interessarle.

“Potremmo bere qualcosa insieme” mi dice lei mentre la gente spazientita in fila comincia a rumoreggiare.

In realtà ho la MCI, le ragazze sono spaventate da questo e tendono ad evitarmi”.

“Se è per questo stai parlando con una persona che ha milioni di fobie assurde!”

“Attendo con ansia” le rispondo

“Vediamo…per esempio…mi affaccio volentieri al balcone, anche fosse il trentesimo piano, ma ho paura di salire in piedi su una sedia o di scendere le scale senza una ringhiera; ho paura di inghiottire le pastiglie per la possibilità di rimanerne strozzata; ho il terrore di camminare nell’erba alta perché esseri misteriosi e diabolici potrebbero nascondersi al suo interno, non manca la fobia dei rettili ma solo quelli che non hanno zampe, ho la fobia dei ragni, sono anche un filo ipocondriaca e se quando torno a casa non c’è nessuno, prima di chiudermici dentro faccio il giro di tutte le stanze e sgabuzzino e guardo dietro le tende.

Dimenticavo…..adoro il mare ma ho paura delle rocce che si vedono sul fondale.

“Queste sono alcune..continuo?”

“Potrei presentarti un buon esorcista”

“Ah, dimenticavo, e ho anche un criceto comunista di nome Baffino che ritengo sia l’incarnazione di Vladimir Ilyich Lenin” e così dicendo mi fa notare una gabbietta celata sotto la cassa.

“Come sai che è l’incarnazione di Lenin?” le domando.

“L’unico modo di farlo addormentare è fargli ascoltare le parole di Veltroni ”.

“Sono narcotiche, capita a tutti”

“Non sopporta Berlusconi”.

“Quello capita a molti”

“Se gli canto Bandiera Rossa gonfia d’orgoglio il petto e si commuove”

“Questo è già più significativo” rispondo.

“I criceti sono carini” le dico “sai che sto stranamente sviluppando una certa avversione nei confronti di pecore, cavalli e bambi?”.

“Cerbiatti?”

“No, bambi”.

“Perché? I cavalli sono animali belli ed intelligenti e i bambi sono dolci”

“In realtà è una cosa che ho notato solo ultimamente, prima mi piacevano, adesso piuttosto vorrei un mulo albino da portare al guinzaglio al parco per rimorchiarci le ragazze.

“Ne andrebbero matte” ribatte.

“Ci vediamo sabato? Che te ne pare?” dico io interrompendola

“Sono in ferie da venerdì” risponde “me ne vado a Padova dal mio ragazzo, probabilmente a terminare la “relazione agonia” che ci portiamo avanti da 4 anni”

“Potresti lasciarmi Baffino” le dico “ormai siamo amici e così saresti obbligata a passare da me per riprendertelo”

“Una sorta di ricatto” dice ridendo “ tu sì che ci sai fare con le donne”

La sua affermazione mi offende ma decido di vendicarmi in un secondo momento, le sorrido.

Scrive il suo numero in un foglietto di carta che mi porge sorridendo: “Baffino è come mio figlio, non saprei a chi lasciarlo e quindi la tua proposta mi ha davvero salvata, sono in debito”.

Potresti lasciare che ti tocchi una tetta” le dico seriamente.

“Non fare il cretino e non fare in modo che io mi penta” risponde “chiamami stasera che organizziamo il trasloco”.

La saluto un attimo prima di vedere la signora che seguiva in fila dare in escandescenza, vado a casa a fare un po’ di ordine, tra pochi giorni avrò visite.