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Cap 33 – L’usignolo

Sono al quarto giorno della cura del Fabiani e sento che qualcosa si sta muovendo. Ho trascorso la notte anteriore gridando improperi contro il maledetto Silas, la gola ancora mi arde, ma è un dolore piacevole che ha il significato della rinascita.

Non avrei mai pensato che entrare nuovamente in contatto con la mia spiritualità sarebbe stato così semplice: una pillola, un rapido rituale ed il gioco è fatto.

Non riesco ad elaborare lucidamente quanto sta avvenendo dentro di me, di sicuro sento che le pillole comportamentali del Fabiani sono un’arma immensa, potrebbero tranquillamente cambiare il corso della storia come la scoperta della penicillina, o l’acquisto del trio Gullit, Rijkaard Van Basten.

Rimarrei volentieri a letto a riflettere su tutte le piccole cose che sono mutate in me da quando ho cominciato ad ingurgitare quelle strane pastiglie al sapore di menta, ma non posso, ho un compito da portare avanti, e per nulla al mondo lascerò che la mia inerzia prenda il sopravvento.

Mi alzo dal letto sono le tre del pomeriggio, passeggio nudo per la casa incurante degli sguardi inorriditi dei vicini.

Apro l’armadio con la rassegnazione di colui al quale è stato appena comunicato che dovrà andare a combattere al fronte. I vestiti sono tutti ammassati, non c’è nulla di pulito o stirato. Una piccola bomba nucleare è esplosa tra le mie camicie riducendole a delle deliziose palle di cotone.

Scelgo la meno peggio, è azzurra, un regalo di Bianca dell’ultimo Natale. Ripenso alle camicie fatte a mano del Fabiani, la prossima volta voglio domandargli a chi le commissiona.

Opto per un paio di Diesel con un evidente strappo che oramai lascia scoperto tutto il ginocchio destro. La MCI mi sta impedendo anche di prendere una decisione tanto semplice come comprare dei nuovi vestiti, ed il risultato è che praticamente ho gli stessi abiti che usavo cinque anni fa.

In centro ci arrivo camminando verso le 4 del pomeriggio, ancora non vi è molta gente per la strada, solo qualche universitario svogliato, stanco di passare ore chinato sui libri.

Passeggio per una delle vie principali, il dottore è stato chiaro, dovrò avvicinarmi ad almeno 3 ragazze e conoscerle utilizzando alcune frasi che mi ha suggerito. Sono certo di non aver mai raccontato al Fabiani dei miei giorni dell’Estasi, con un po’ di fortuna le due situazioni avrebbero potuto coincidere.

L’utile al dilettevole, vivere l’Estasi ed essere obbligato da un medico ad andare a donne, che c’è di meglio?

In realtà di conoscere ragazze non ho molta voglia, ma se è per sconfiggere la MCI, questo ed altro.

I primi due approcci sono un vero e proprio disastro: Silvia, 25 anni, studentessa di Scienze Politiche non trova politicamente corretto che io tessa le lodi dei suoi immensi seni al punto da spingermi a definirli l’anello di congiunzione tra l’uomo e Dio.

Sara, 30 anni splendidamente portati, mi fa notare dopo alcuni minuti che l’approccio “Mano sul sedere e provo a baciarti PRIMA di essermi presentato” è probabilmente vincente le domeniche pomeriggio in discoteca, ma un po’ distante dalle sue aspettative e dai suoi sogni di trentenne single.

Ringrazio le mie due quasi fidanzate sottolineando anche con gesti plateali, la stupidità della loro scelta, e continuo la mia passeggiata pomeridiana.

Sono ancora immerso nei miei pensieri quando vengo rapito dal dolce canto di un usignolo di nome Annalisa. Le parole e la melodia sono quelle di “Qualcosa che non c’è” di Elisa.

Annalisa veste con jeans attillati che fanno risaltare le sue gambe affusolate, calza stivali Prada color caffè perfettamente abbinati alla maglia che le scende morbida lungo i fianchi. Il taglio della t-shirt è tale che la spalla destra risulti quasi sempre scoperta. Tutto sommato l’immagine è davvero sexy, troppo sexy per una ragazza che si nutre di usignoli.

La raggiungo nel giro di pochi secondi e mi piazzo davanti a lei con fare minaccioso, la sua sorpresa è grande, istintivamente fa un passo indietro e rimane impietrita a fissarmi.

“Dovresti sputare l’usignolo, non mi sembra il caso che una ragazza come te passi il suo tempo maltrattando gli animali”.

La ragazza per lo stupore apre la bocca quel tanto che basta perché io decida di passare immediatamente alle maniere forti. Con un balzo in avanti le sono addosso e le infilo due dita in bocca.

I denti di Annalisa si chiudono istintivamente e il mio pollice ed indice rimangono fatalmente chiusi in una morsa d’acciaio.

Il dolore è di quelli lancinanti, grido con tutto il fiato che ho in corpo mentre gli occhi si fanno lucidi di lacrime. Dopo alcuni secondi che sembrano un’eternità la ragazza apre la bocca e rimane a fissarmi con gli occhi sgranati.

Un piccolo gruppo di persone, attirate dal mio grido si sono radunate intorno a noi.

Pezzo di befana cannibale, quasi mi stacchi due dita”.

La ragazza mi guarda incredula, sembra non credere alle proprie orecchie: “Si può sapere perché cavolo mi hai messo due dita in gola?”

“Per evitare che tu facessi male all’usignolo che hai in bocca, ecco perché..befana. E non fingere di non capire, mi sei passata vicino e stavi cantando Elisa con una voce che non può appartenere ad una persona..ne ho dedotto fosse quella di un usignolo, per questo ho deciso di salvarlo dalle tue grinfie”.

Un signore sulla quarantina che ha assistito alla scena si offre di accompagnarla all’ospedale e di chiamare la polizia ma lei senza perdermi di vista, rifiuta gentilmente l’offerta.

“Quindi tu mi stai dicendo che quando mi hai sentito cantare hai pensato che io avessi catturato un usignolo e sei venuto a salvare il pennuto dalle mie grinfie, corretto?”

Il sangue gocciolando lungo la mia mano, il dolore è ancora insopportabile, ho una voglia matta di picchiare la ragazza davanti a me: “Corretto, befana”.

“Messa così potrebbe quasi sembrare un complimento. Ascoltami bene, io non ho alcun usignolo con me, mi chiamo Annalisa, ho 25 anni, mi piace cantare soprattutto quando sono sotto la doccia o quando sono assorta nei miei pensieri. Mi spiace averti morso in quel modo, mi hai spaventato. Per farmi perdonare se ti va possiamo berci un caffè insieme”.

Dopo un attimo di riluttanza acconsento di accompagnarla al bar. Mi reco al bagno dove rubo un ingente quantitativo di carta igienica per tamponare la ferita. Al mio ritorno la ragazza sta ordinando un the al ginseng. Il cameriere nota la mia fasciatura già lorda di sangue. Non dice nulla e prende anche la mia ordinazione.

I successivi 15 minuti li passo cercando di scorgere qualche movimento sospetto all’interno della bocca della ragazza, anche una semplice piuma potrebbe essere un indice di un abominevole atto perpetrato nei confronti di un debole pennuto, ma nulla succede.

Annalisa mi racconta molto della sua vita, forse troppo per i miei gusti. Scopro così che vive a Verona ma ha affittato un appartamento con delle coetanee per poter seguire più tranquillamente le lezioni. Ama cantare, ma questo già lo avevo intuito e quando era piccola ha anche vinto qualche concorso canoro.

Ride spesso alle mie battute il che mi spinge a ritenere che si stia infatuando di me. Decido di accorciare i tempi, soprattutto immaginando la faccia del Fabiani al raccontargli di essermi portato a letto una ragazza grazie ai suoi approcci.

La mia espressione “Dylan” appare all’incirca quando Annalisa mi sta parlando di sua sorella Lia, il mio sguardo penetrante la zittisce e lei rimane in silenzio a guardarmi: “Che c’è?”.

“C’è che credo sia il momento di baciarci”. Avvicino la mia bocca alla sua ma sul più bello lei si sposta quei centimetri sufficienti a farmi rimanere come un fesso con le labbra protese in avanti.

“Se non torni nella posizione iniziale, difficilmente riusciremo a baciarci” le dico.

“Io non voglio baciarti” risponde tranquillamente.

Rimanendo nella scomoda posizione di bacio in cui mi trovavo insisto: “Ti chiederei di riconsiderare la situazione, io posso rimanere così sollevato in questa scomoda posizione per al massimo due secondi ancora”.

“Meglio che tu ti sieda” risponde “non ti bacerò né ora né tra 2 ore”.

Questa volta sono io a rimanere senza parole, mi lascio cadere sulla poltrona e rifletto su quanto accaduto. Per evitare fraintendimenti decido anzi di rendere il più chiaro possibile i miei pensieri e parlo a braccio: “Mi sembra assolutamente incredibile ed impossibile che tu non voglia baciarmi. Ti ho conosciuta in un modo a dir poco inusuale, ti ho fatto ridere con le mie illuminanti battute, ho finto di ascoltare le tue storie, ti ho sedotta con la mia espressione Dylandibeverlyhills”, hai seguito alla lettera tutto il mio manuale di seduzione e sul più bello mi dici di no?”

Annalisa scoppia a ridere cosa che mi offende e non poco, le scendono le lacrime che si asciuga con un Kleenex che estrae dalla sua borsa. Riprende fiato e mi parla con un tono quasi materno: “Che tu sia simpatico, questo è indubbio; è sicuramente vero che sei per così dire inusuale, non mi hai detto che sono bella, non hai fatto le solite battute sceme che voi ragazzi fate, mi hai messo a mio agio, non lo nego ma…come dire, manca qualcosa”.

“Esatto” rispondo “il bacio e poi il sesso”.

Ride nuovamente, questa volta ancora con più gusto”.

“Non è questo”. Rimane per alcuni istanti a fissarmi, solo ora noto l’azzurro intenso dei suoi occhi, è davvero molto bella.

D’improvviso comincia a raccontare: “Ho conosciuto Lorenzo al mare, tra di noi c’è stato subito un certo feeling. Mi piaceva perché lui era l’unico di tutto il gruppo dei suoi amici che non faceva mai allusioni al sesso. Con lui si poteva parlare di tutto, mi sapeva ascoltare. Dopo alcuni giorni abbiamo cominciato a scherzare sul fatto di potersi innamorare l’uno dell’altro. Sembravamo due quattordicenni alle prese con i primi veri battiti del cuore. Mi ha baciata una sera vicino alla casa che avevo affittato con alcune amiche, mi è sembrato di toccare il paradiso con una mano. Poi è scomparso.”

“Un fantasma…” dico io.

“No scemo, non era un fantasma. E’ scomparso nel senso che la mattina dopo non lo ho chiamato per non sembrare troppo appiccicosa, il pomeriggio non lo ho visto perché sono andata via con una amica, e alla sera…non era più nel suo hotel”.

“Lo ho chiamato almeno 1000 volte ma non ha più risposto. Ho cercato di parlare con i suoi amici ma non c’è stato niente da fare, si inventavano mille scuse ed alla fine ho desistito”.

“E’ da allora che penso a Lorenzo, ed ancora non riesco a dimenticarlo”. Sospira, questa volta il sorriso è amaro. “Tu sei una persona piacevole, probabilmente in un altro momento il bacio te lo avrei dato, ma non ora. Dentro di me c’è ancora lui e sino a quando non se ne andrà…” Le parole rimangono in sospeso, Annalisa si porta ancora una volta il fazzoletto al viso e si asciuga le lacrime.

Rifletto su quanto mi è appena stato detto, la soluzione mi sembra ovvia. “Se lui davvero è ancora dentro di te e in un’occasione ben specifica è scomparso, riconsidererei la possibilità che si sia trattato davvero di un fantasma. In questo caso credo che la soluzione migliore sia quella di chiamare un esperto. Il mio vicino di casa Stefan credo sia anche esorcista oltre che maestro di Okuto”.

La risata di Annalisa è così potente che tutti gli avventori del bar si girano verso di noi.

“Sei un pazzo, ma mi fai morire dal ridere, questo è il patto..non ti denuncio per avermi messo due dita in gola, ti passo il mio numero di telefono e rimaniamo amici, che ne dici?”

Sono talmente offeso dalle parole di Annalisa che per un istante medito se scagliarle il portacenere sui denti, recupero la mia tranquillità e le rispondo: “Io e te non saremo mai amici”.

Questa volta è lei a farsi seria: “Perché scusa?”

“Faremo sesso insieme?” domando

“Ti ho detto di no” risponde.

“E allora niente amicizia, mi compro un cane se voglio un amico”.

“Mi stai dicendo che tu non hai amiche, che tutte le ragazze che conosci le porti a letto?”.

“Non tutte, solo quelle belle”.

“Ah questa poi” esclama con un tono che non cela una buona dose di sarcasmo. “Fatti dare un consiglio, cerca di ripensare alla tua relazione con le donne, mi sembra un po’ disturbata”.

Non riesco più a trattenermi: “Ascoltami tu invece, io sono simpatico, molto carino e ci so fare. Non sta né in cielo né in terra che dopo tutto quello che ho fatto per te, tu stia qui a raccontarmi di Lorenzo e mi proponga un’amicizia”.

Capisco di aver detto una stronzata ancor prima di terminare la frase ma oramai non riesco più a smettere.

Annalisa ora è seria e mi scruta con interesse, rimane in silenzio per almeno 30 interminabili secondi poi mi colpisce nel punto più nero e nascosto della mia anima: “Tu non sei carino, a dire la verità hai più difetti che pregi. Sei molto simpatico però, sei un folle piacevole. Sono queste le caratteristiche che fanno di te una persona interessante, non certo la tua espressione Brandondibeverlyhills”.

“Dylan…Dilandibeverlyhills” la correggo.

“Ok, Dylan. Cosa significa che hai fatto qualcosa per me? Che forse io dovrei sentirmi in qualche modo grata nei tuoi confronti?”

Adesso è lei ad essere un fiume in piena, parla in farsetto scimmiottando i miei gesti ed espressioni nel bel mezzo di un bar: “Guarda Annalisa, ti ho fatto ridere, forse ti offrirò il the, sono stato bravo? Mi dai la ricompensa? “Noooooo Annalisa, la ricompensa che mi offri non mi basta, ed io sono un bimbo viziato che strilla e si incazza e così ottiene tutto”.

C’è del disprezzo negli occhi di Annalisa, lo percepisco e mi spaventa; la sua filippica non ha ancora fine: “Stammi a sentire ragazzo mio, sei riuscito a bruciarti in 5 secondi tutto quello che avevi guadagnato in 1 ora. Ricordati quello che ti dico: io non sono tua madre che ti concede di fare le bizze per ottenere quello che vuoi, io sono una donna che ti poteva dare un bene molto prezioso che si chiama amicizia. Se sei così stupido da non capirlo…è meglio perderti che trovarti”.

Si alza e se ne va, mi lascia il conto da pagare e un macigno da una tonnellata che preme su di me e non mi lascia quasi respirare.

Cap 23 – La storia di Bianca

Rimango in silenzio ad osservare Ioli mentre si serve una abbondante porzione di fumante salmone allo zenzero. È probabilmente il suo piatto preferito, Bianca glielo prepara sono in alcune rare occasioni. Mentalmente mi do dello stupido, avrei dovuto rendermene conto fin dal principio che qualcosa di speciale stava per accadere.

Bianca cucina bistecca e patate fritte almeno 4 volte a settimana, rigorosamente a pranzo, rigorosamente senza sale. La pastasciutta con il ragù è un altro di quei rituali che permettono a Ioli di mantenere ancora una certa connessione con il mondo reale, se questo piatto dovesse improvvisamente scomparire dal menù di casa, probabilmente sentiremmo parlare di mio padre in un telegiornale.

Lo descriverebbero come “quel tale che si è asserragliato in casa dopo aver ucciso la propria compagna, e ora minaccia di togliersi la vita se non gli forniranno un costume da Superman in grado realmente di farlo volare, e non gli faranno incontrare Berlusconi, l’unico in grado di intercedere per lui presso il Padreterno, in virtù del loro rapporto di reciproca stima e amicizia“.

Il salmone compare solamente in occasione di grandi eventi quali: “acquisto nuova casa al mare”, “cambio della macchina”, “ritorno in Brasile di “quella” con il vero padre che è venuto a prendersela”.

Lasagne, lombo con il latte e tiramisù accompagnano in genere compleanni e festività quali Natale e Pasqua.

Nelle rarissime occasioni in cui “quella” ha deciso di presentare alla famiglia, e soprattutto all’adorato fratello maggiore, i suoi fidanzati, Bianca si è lasciata sedurre dallo spirito di Pellegrino Artusi, e ci ha deliziati con piatti che incredibilmente non prevedevano alcunché di fritto, in cui la carne, questa affascinante e intrigante sconosciuta, veniva cucinata all’interno di quel misterioso oggetto chiamato forno.

Nonostante gli esiti più che lusinghieri, affranta probabilmente per la tiepida accoglienza ricevuta da “quella” e da Ioli, gli esperimenti sono rimasti sporadici e appunto relegati a poche e ristrettissime occasioni.

Vale la pena dire che durante quei deliziosi incontri, era forse mancato a mia madre il giusto appoggio morale del suo amato figlio, intento a demolire il fidanzato della sorella attraverso un interrogatorio che molto ricordava gli anni oscuri dell’oppressione stalinista.

Il primo passo consisteva sempre nel tastare il terreno e cominciare a studiare il nemico.

“Tu chi saresti?”

“È un vero piacere conoscerti, tua sorella mi ha molto parlato di te mettendomi in un certo senso anche in guardia rispetto ad alcuni tuoi comp..”

“Tu chi saresti, di grazia?”

“Ehm, mi chiamo Matteo e sarei il ragazzo di tua sorella”

“Partiamo con due punti che ritengo fondamentali per il proseguo di questa nostra amabile presentazione: lei non è mia sorella e tu per comodità e per comunanza di prospettive e futuro, ti chiamerai Nicola, come il suo ex”.

A questo punto normalmente Bianca o “quella” intervenivano per sottrarre il malcapitato alla incipiente tortura.

“Smettila, lascialo perdere”.

I più fortunati desistevano e si lasciavano trasportare dall’onda di banalità che Bianca era pronta a riversare in loro aiuto: “Di cosa ti occupi”, “Ma sei dei Montagner che hanno la merceria in centro?”, “Avevo un Montagner in classe, credo si chiamasse Egidio, è per caso tuo parente?”, altri invece, piccoli e sfrontati eroi abituati a comandare nel loro minuto e misero pollaio ma non avvezzi alla lotta del Colosseo, zittivano “quella” e davano il via alle danze normalmente con una battuta, per loro tanto sfortuna quanto visionaria: “Non c’è problema, non mi mangia mica”.

Sfortunati loro, e sfortunata mia sorella, anche se mai ammetterò realmente che possa assurgere e onorarsi di questo ambito titolo, che in realtà sarei ben disposto a regalare senza troppi patemi d’animo ad Angelina Jolie e Charlotte di Sex in the City; più la seconda che la prima, un po’ perché incarna il mio ideale di bellezza, fascino ed eleganza, un po’ perché in caso della Jolie, diventerei immediatamente zio di una orda di bambini vocianti e viziati, che mi porterebbero nel giro di qualche secondo a rimpiangere “quella” e i suoi pochi ed innocui amori, come verso il signori Sergio Rossi e Jimmy Choo.

“Infatti, non ti mangerò, anche se plausibilmente non farò a tempo ad affezionarmi a te e pertanto non mi esimerei dal mangiarti nel caso io e te ci trovassimo in una situazione tipo “dispersi in un’isola deserta o in un ghiacciaio in attesa dei soccorsi“.

“A tal proposito, tu mi mangeresti?”

Già a questo punto il malcapitato cominciava a dare segno di nervosismo, visto il campo minato in cui lo avevo trascinato.

“Probabilmente in un caso estremo, se si trattasse di una questione di vita o di morte..”

“Tu credi che Nostro Signore potrebbe apprezzare quanto hai appena detto a casa di uno sconosciuto?”

“In realtà stiamo ragionando per assurdo e allora io dico che..”

“Tu dici che cosa? Sei entrato a casa di un uomo che sta spezzando il proprio pane per darti da mangiare, e l’unica cosa che sei in grado di affermare è che non solo gli ammazzeresti l’unico figlio maschio, ma che glielo mangeresti pure”.

“In realtà quello che intendevo dire è..”

“…è che mi hai anche interrotto forse?”

“Io non so chi ti abbia insegnato l’educazione giovanotto, ma se la tua idea era quella di fare una bella impressione alla famiglia della donna cui vorresti alzare la gonna e fare il servizietto, beh..cominci molto male”.

“Tra le varie cose, visto che tu mi hai condotto a parlare dell’argomento, spero almeno tu abbia avuto l’accortezza di informarti, e di conseguenza rispettare, uno dei dogmi e punti fermi della nostra casa, ossia che nessuna delle donne qui presenti, alle quali aggiungo anche nonna, ha mai osato solo pensare di accoppiarsi con un uomo. Lo sapevi vero?

A questo punto lo sguardo del malcapitato cominciava a spostarsi da Ioli a Bianca passando per “quella” come una pallina da flipper, senza trovare quell’appoggio in grado di salvarlo. Causa prima del suo naufragio, il giovane mozzo gridava in silenzio che qualcuno gli gettasse un salvagente, ma nessuno era più disposto a farlo, un po’ per divertimento, un po’ per sadismo.

“Ragazzo, lascia che te lo dica in maniera civile e sensata: lo vedi il signore alla tua destra?”

Al timido accenno di sì rivolto a Ioli, il mio attacco continuava.

“Bene, le mani di questo signore sono abituate a muovere pannelli isolanti da quando ha 18 anni. Ho ancora gli incubi quando ripenso a quello che fece al malcapitato Silvio, un ex di mia sorella con il brutto vizio di raccontare frottole e usare troppo le mani su di lei. Adesso io te lo giuro, e lo faccio sui miei figli come fece in passato una persona pura d’animo e trasparente nelle azioni, per testare l’assoluta illibatezza di mia sorella sono disposto a chiamare in seduta stante un amico veterinario e fargli verificare che tutto in lei sia integro”.

“Se scopriamo che qualcosa non va, tu da qui non esci intero. Adesso sei davanti ad un bivio bislacco figlio di puttana, puoi alzarti e mestamente andartene da questa casa, non farti più vedere, dimenticare mia sorella e pregare Dio che il giorno in cui malauguratamente dovessi incrociare il tuo puzzolente corpo, io non abbia le palle girate e ti riduca a brandelli con la motosega liofilizzata che porto in macchina, o affrontare da uomo il tuo destino, obbligando mia sorella a sottoporsi ad un accurato esame che ne provi l’assoluta illibatezza, qui, sopra questo tavolo, e per opera di un mezzo sconosciuto abituato a far partorire vitellini”.

Per dare più enfasi alla scena normalmente a questo punto cominciavo a brandire un coltello o scagliavo del pane con forza verso il muro. La fuga dell’oramai ex fidanzato era il passo immediatamente successivo che ero solito festeggiare con adorabili frasi quali: “Non era poi tanto male”, “Simpatico questo, non come l’ultimo hippy che avevi portato a casa”.

Il profumo dolciastro della salsa a base di soia e Sherry si mescola con quello del profumo dozzinale che Ioli continua imperterrito a preferire ai vari Bulgari, Cartier, Hugo Boss che negli anni io e “quella” ci siamo inventati di regalargli.

Sono ancora assorto nei miei pensieri quando un particolare che in un primo momento non avevo colto, mi desta dalla mia trance. Il viso di Ioli è fresco di rasatura, il che significa una sola cosa, Ioli attendeva con ansia questo incontro e si è preparato al meglio per affrontarlo.

Verso la fine della cena, quando oramai del salmone non ne sono rimasti che pochi rimasugli, Ioli rompe il silenzio che si era creato e comincia a raccontarmi la sua incredibile storia.

“La prima cosa che devi sapere è che io e Bruno una volta eravamo dei buoni amici. Ci siamo conosciuti ai tempi dell’università, se non sbaglio era il primo anno. Lui era un anno più avanti ma frequentavamo insieme alcuni corsi”.

“Ricordo che la prima volta che mi resi conto della sua esistenza fu quando si mise a litigare con un professore, era il temuto ed insieme osannato Checchi di cui si narrava avesse bocciato più del 90% di partecipanti all’ultimo appello, e avesse cacciato una ragazza che aveva avuto l’ardire di presentarsi un po’ scollacciata e con i vestiti intrisi di puzzo di sigaretta ad un suo orale, utilizzando la frase di Enea “ti saluto quindi Troia fumante”.

“Fatto sta che questo Bruno era entrato tardi a lezione accompagnato come sempre dai quattro o cinque personaggi della sua combriccola”

“Che intendi?”

“Lui era strano, raramente lo vedevi da solo, aveva sempre intorno qualcuno o più spesso qualcuna. Ricordo che c’era qualcosa di strano però in quel gruppetto, non era cioè il classico gruppo di amici o un gruppo di studio, sembrava di veder arrivare la star con il segretario, il portaborse, la valletta, la truccatrice. Sembrava che quel personaggio fungesse da calamita per un bel po’ di parassiti.

“Capisco cosa intendi”, e il pensiero viaggia velocemente al giorno del mio incontro, alle parole di Mara e alle considerazioni del dottore.

“Quel giorno però Bruno mi stupì, non si fece mettere i piedi in testa; al docente che gli intimava di uscire rispose per le rime, cominciando ad arringare la folla di noi poveri studenti che a poco a poco prendemmo coraggio e lo applaudimmo in maniera spudorata. Era riuscito a toccare le corde del nostro orgoglio, o forse semplicemente a far risuonare nelle nostre orecchie una musica incantatrice”.

“Ricordo che parlò di diritto, di sopruso, di persecuzione. Ci disse che non potevamo rimanere inermi davanti ad un uomo che faceva dell’abuso di potere la sua carta d’identità”.

“Il professore tentò vagamente di fargli notare che semplicemente lui stava facendo rispettare un regolamento, che le regole sono alla base del vivere civile, e che una buona oratoria non poteva essere utilizzata per mistificare una verità, o sobillare degli studenti contro un professore”.

“Non ci fu verso, quel giorno Bruno salì sopra una sedia e continuò la sua arringa, divenne un capopopolo, conquistò il cuore di molti di noi”.

“Pochi giorni dopo lo incontrai in un corridoio e mi feci coraggio, cercai di avvicinarmi a lui per fargli i miei complimenti per quanto avvenuto”.

“Mi bloccarono prima. Ci rimasi così male che scoppiai a ridere in mezzo alla facoltà. Uno di quei mezze ameba con cui amava circondarsi si era messo tra me e lui e non intendeva farmi passare se prima non gli avessi anticipato l’argomento del nostro incontro”.

“Tuo padre che all’epoca era anche un po’ nervosetto, prima si fece una bella risata, poi con un ceffone mise a sedere l’improvvisato bodyguard”.

Mentre mi avvicinavo a Bruno vidi il terrore nei suoi occhi, era convinto volessi menarlo quando in realtà a me premeva solo salutarlo. Quando gli avvicinai la mano per salutarlo cominciò quasi a gridare”.

“Solo dopo alcuni secondi si rese conto della figura che stava facendo, tornò serio, fece un sorriso e contraccambiò il saluto”.

“Voglio essere sincero con te, se non avesse avuto quella reazione da femminuccia, me ne sarei andato, invece rimasi affascinato dal contrasto esistente tra il ragazzo sicuro dell’aula e il bimbo pauroso che avevo avuto modo di vedere”.

“Diventammo amici, e ovviamente mi attirai l’odio di tutti quelli della sua cricca. Io andavo da Bruno non perché lo ritenessi un leader come facevano gli altri, ma paradossalmente perché avevo visto in lui un bambino”.

“Cominciammo ad uscire insieme, e debbo dirti la verità, mi divertivo anche parecchio. Aveva sempre molti soldi in tasca, non ho mai capito da dove sbucassero, nel tempo ha sempre evitato di rispondere alle mie domande”.

“Ascolta” gli dicevo “a me ovviamente fa piacere che tu stia pagando tutto, ma mi spieghi da dove li tiri fuori? Chi ti finanzia, i tuoi genitori?”

“Niente da fare, cambiava discorso, mi diceva che a me doveva solo interessare l’oggi, quanto successo in passato, non importava”.

Arrivai a dirgli che avrei smesso di uscire con lui se non mi avesse spiegato qualcosa; cerca di capirmi figliolo, avevo paura fosse denaro sporco. Quella volta a farmi desistere fu uno dei suoi amici che si premurò di farmi avere un dossier sulle finanze di Bruno in cui si attribuiva la sua ricchezza ad una serie di invenzioni quali: il motore a scoppio, il viaggio nel tempo, il gomito del tennista e il salto della quaglia”.

“Davanti a tale idiozia capii che non ne avrei mai cavato un ragno dal buco e mi staccai progressivamente da lui”.

“Poco tempo dopo conobbi tua madre e cominciammo ad uscire insieme, io brutto squattrinato, lei bella e benestante..la bella e la bestia insomma”.

“Puoi ben dirlo” esclama Bianca scoppiando a ridere.

“Io e tua madre cominciamo a frequentarci sino a quando un giorno incontriamo Bruno, non ricordo dov’era, un cinema, una pizzeria?” Domanda Ioli a mia madre.

“In ristorante. adesso lascia che continui io”.

“Quella sera tuo padre era stranamente euforico, mi aveva portato in questa famoso ristorante dove a suo dire, trovare un tavolo era praticamente un miracolo. Ci avevano fatto aspettare mezz’ora per il tavolo e altri 20 minuti prima di prendere le ordinazioni. Eravamo sul punto di alzarci quando vediamo entrare questo chiassoso gruppo di sette o otto persone capeggiato da questo ragazzo piccolino e molto elegante”.

“Sul momento mi sono messa a ridere immaginando a cosa aspettasse il gruppetto, ma in realtà mi sono ricreduta poco dopo. Appena entrati ho visto scattare almeno due camerieri che nel giro di 5 minuti hanno apparecchiato un nuovo tavolo e preso le ordinazioni di tutti. Era bastato un cenno del piccoletto e tutti si erano messi sull’attenti”.

“Immaginati il mio stupore quando quel ragazzo si era avvicinato al nostro tavolo per salutare tuo padre”.

“Bruno quella sera si comportò come un vero signore, ci invitò al suo tavolo, offrì la cena a tutti. Raccontò un sacco di barzellette, alcune volgari e fuori luogo. Tutto sommato però quel ragazzo mi affascinava, non capivo cosa avesse così di speciale. Le persone intorno a lui ridevano quando lui rideva, rimanevano in silenzio quando lui parlava”

“Cantò. Ricordo che chiese ad uno dei suoi amici di accompagnarlo con il pianoforte del ristorante; conosceva tutto il repertorio da piano bar da crociera, tutto sommato risultava piacevole”.

Con me fu molto gentile, mi fece sedere tra lui e tuo padre, mi chiese come e quando ci fossimo conosciuti, mi fece parlare e ridere per tutta la serata. Mi corteggiò senza che me ne rendessi conto. Nel mentre tuo padre si era chiuso in uno di quei silenzi che ben conosci”

Annuisco con la testa.

“Per fartela breve, mi mise un po’ in crisi, io sapevo di voler bene a tuo padre ma questo Bruno era stato capace di mostrarmi qualcosa di diverso, un mondo a cui forse avrei voluto appartenere”.

“Io e tuo padre litigammo quella sera e per almeno due giorni non ci fu tra di noi alcun contatto”.

“Nel mentre qualcuno mi fece recapitare a casa un mazzo di rose rosse accompagnate da una collana con un pendaglio a forma di farfalla e un biglietto che diceva qualcosa tipo: “La tua luce ha illuminato la mia sera più di 1000 stelle del cielo”.

“Non so come ma riuscì a recuperare il mio telefono e mi invitò ad uscire. Accettai pur sapendo che quello che stavo facendo era una cavolata”.

“Mi venne a prendere con un’auto immensa con tanto di autista, mi portò in un ristorante meraviglioso e probabilmente fece di tutto per rendersi interessante…ma non ci riuscì. Io ero fuori con lui, e mi stava promettendo mari e monti, mi parlava di case al mare e parchi da favola. Ascoltavo ma c’era una domanda che mi ronzava in testa: “Perché stai facendo questo a me? Io sono la ragazza di un tuo supposto amico, tu sei passato sopra a tutto ciò senza pensarci un solo secondo”.

“Più parlava più mi mancava tuo padre; alla fine, mentre mi stava riaccompagnando a casa, cominciò a cantarmi una canzone d’amore e ti assicuro che senza volerlo cominciai a ridergli in faccia. Non ti dico la sua espressione, probabilmente quello era per lui l’ultimo passo di una tecnica oramai consolidata e ritenuta infallibile”.

“Non ci fu niente da fare, cominciai a ridere e smisi solo una volta scesa dall’auto. Gli chiesi scusa ma nel contempo gli dissi anche che non sarei più uscita con lui”.

“Non mi sembra tanto grave” intervengo “in fin dei conti si è dimostrato un bastardo, ma c’è di peggio”.

“Perché ancora non ti abbiamo raccontato il peggio” afferma Ioli.

Questa volta è mio padre che si schiarisce la gola; il suo sguardo è fisso, nella sua mente, frammenti di una storia lontana si stanno pigramente unendo, pronti ad essere portati alla luce, dopo anni di timido ed imbarazzato silenzio”.

“Ricordo che la mattina dopo tua madre mi chiamò verso le otto del mattino, io ero andato a dormire da non più di due ore, ubriaco e disperato. Sapevo della loro uscita, conoscevo la fama di Bruno, davo per certo che fossero a letto insieme mentre io, disperato e in lacrime, continuavo ad ordinare da bere”.

“La sua chiamata mi fece passare la sbornia in meno di 1 secondo; mi raccontò cosa era successo e si invitò da me, per parlare ma soprattutto per starmi vicino”.

“La storia sembrerebbe a lieto fine ma, perché il ma c’è sempre, a tua madre cominciarono ad arrivare strane lettere a casa”.

Ioli e Bianca si palleggiano il racconto della storia come abili oratori, questa volta è lei a continuare.

In un primo momento non ci diedi peso, si diceva in poche parole che tuo padre non solo avesse una amante ma soprattutto fosse avvezzo all’uso di droghe. Mi si diceva di stare attenta e di cominciare a sorvegliarlo con attenzione. Tutte le lettere erano firmate “una amica”.

“Poco dopo come d’incanto, mi trovai invischiata in una serie di situazioni apparentemente casuali, anche se poi si scoprì che di casuale non avevano nulla. Andavo in bagno e improvvisamente entravano due ragazze parlando di tuo padre.

“Raccontavano di come stesse frequentando una loro amica all’insaputa della sua ragazza. Belle ragazze si avvicinavano a Mario appena io mi allontanavo, casualmente a tuo padre capitava di ricevere telefonate mute proprio quando eravamo in casa insieme”.

“Non te la sto a fare troppo lunga, cominciai a sospettare di tuo padre, e persi progressivamente la fiducia in lui. La goccia che fece traboccare il vaso fu quando due perfetti sconosciuti mi si avvicinarono e mi pregarono di parlare a Ioli. A loro dire solo grazie al mio intervento tuo padre avrebbe desistito dall’idea di massacrarli di botte per via del mancato pagamento di due dosi di marijuana. Feci una scenataa tuo padre e me ne andai, ero disperata e delusa”.

“Incontrai “casualmente” Bruno nel negozio di tessuti vicino casa, e si dimostrò comprensivo e molto in sintonia con i miei sentimenti, mi offrì di starmi vicino, mi fece sentire bene. Mi fece un lavaggio del cervello, con il senno del poi posso ammetterlo. Mi portava ad interpretar i comportamenti di tuo padre come se fossero delle vere e proprie ammissioni di colpevolezza. “Se tuo padre chiamava in lacrime giurando di non aver fatto nulla, Bruno rigirava la frittata per farlo apparire il tipico uomo che solo dopo l’errore capisce il danno che ha causato”.

“Cominciai a frequentare Bruno, di tuo padre mi ero imposta di non voler sapere più nulla. Con Bruno tutto era sempre molto controllato, uscite, telefonate, feste, avevo in pratica il programma settimanale già pronto la domenica sera. A fornirmelo c’era una bella ragazza di nome Marinella”.

“Un giorno le chiesi delle spiegazioni, insomma era oramai un mese che uscivo con Bruno e non capivo perché tutto fosse così…freddo e preciso. Mi sorrise in modo triste, i suoi erano occhi di chi è sul punto di crollare e confessare, ma non disse nulla”.

Due giorni dopo ricevetti un’altra lettera anonima, la calligrafia era la stessa delle vecchie missive contro tuo padre. C’era scritto “Scusa” e poi un indirizzo con data e ora. Non ne parlai a Bruno ma decisi di andare in fondo alla questione.

Mi feci accompagnare in macchina da tua zia, le dissi di rimanere ad aspettarmi. Entrai in un palazzo signorile in pieno centro, dal cortile si udivano le grida e la musica provenienti da uno degli appartamenti. Le porte erano aperte quindi non mi fu difficile entrare. La prima cosa che mi colpì fu il forte odore di marijuana, tre ragazze stavano ballando da sole in centro della sala mentre un gruppo di ragazzi era intento a bere e ridere in modo sguaiato.

Non mi fu difficile riconoscere due delle ragazze che avevo sentito parlare in bagno e con loro alcuni dei ragazzi che normalmente uscivano con me e Bruno”.

“Rimasi in attesa per non più di cinque minuti, Bruno uscì da una stanza abbracciato a due ragazze. Non so se fossero ubriache o drogate, lui le teneva per la vita e si atteggiava un po’ a quel tipo, sai il padrone di Playboy”.

“Quando si rese conto della mia presenza rimase pietrificato, si voltò di scatto prima a destra e poi a sinistra, probabilmente in cerca di chi avrebbe dovuto sorvegliare l’entrata”.

“Non trovò nessuno quindi sfoderò uno dei suoi mitici sorrisi e si avvicinò a me allargando le braccia”.

“Io avevo perfettamente capito cosa fosse successo, ma decisi di ascoltare la sua storia. Disse che lo avevano incastrato in quella festa, che si trattava di un complotto ai suoi danni, probabilmente era successo per mezzo di un massiccio uso di droghe. Mi disse che tutto si sarebbe risolto e che avrei dovuto semplicemente esprimere un desiderio, chiedergli qualcosa e lui me lo avrebbe comprato per chiedermi scusa”.

“Più parlava più capivo l’errore che avevo commesso: lui aveva creato tutta una serie di indizi che avevano logorato la mia fiducia nei confronti di tuo padre, ci aveva fatti separare per mezzo di bugie costruite ad hoc e ripetute all’infinito da ragazzi e ragazze del suo gruppo”.

“Ricordo che dalla tasca dell’accappatoio in seta che portava estrasse una collana, al posto della farfalla vi era una tartaruga, era il suo marchio di fabbrica”.

“Si avvicinò fissandomi negli occhi, cominciò a cantare una di quelle sue insopportabili canzoni napoletane”.

Quello che successe dopo fu puro istinto: afferrai una statuetta raffigurante il Duomo di Milano da una mensola a me vicina e gliela scagliai in testa con tutta la forza che avevo. Lui cadde al suolo come un sacco di patate. Emilio, un suo fedele collaboratore che aveva seguito la scena, cominciò a piangere e strillava di chiamare un’ambulanza”.

“Io impassibile mi avvicinai e raccolsi la statuetta, la misi in borsa e me ne andai. “Quella sera stessa tornai da tuo padre, piansi e gli chiesi scusa…il resto lo puoi immaginare”.

Rimasto senza parole mi appoggio allo schienale della sedia, guardo mio padre e mia madre e mi sento davvero orgoglioso di loro.

“Quindi tu mi hai mandato da quel buffone per..”

“Per dimostrarti che esistono delle scorciatoie, ma che se vuoi ottenere una cosa nella tua vita, è meglio che tu ti dia da fare”.

“Corretto”, rispondo, “mi sembra giusto”.

Rimango in silenzio ancora qualche secondo poi esplodo: “La statuetta del Duomo che hai in ufficio!!”

“Esatto”, risponde ioli, “proprio quella sulla mia scrivania in bella mostra…proprio quella”.

Cap 18 – Gian Antonio Farino

Sono le 4 e 30 del mattino, esco dall’appartamento di Stefan dopo averlo lasciato praticamente agonizzante nel letto. Fingo di fumare una sigaretta per darmi un tono, spero sempre nella possibilità che un talent scout possa notarmi in questa posa da bello e dannato. Rimango in attesa per 5 secondi, assumo lo sguardo alla Dylan di Beverly Hills ma anche questa volta non succede nulla, difficile a pensarci bene, dentro un condominio, e a queste ore.

Decido di affrontare il Farino in uno dei prossimi giorni, ma il desiderio di urinare mi spinge comunque a salire le scale e dirigermi verso il suo stuoino.

Pisciare nello stuoino del signor Gian Antonio è divenuta prassi comune nel condominio, Flavia in più di un’occasione lo ha fatto, sicuramente Stefan su mia imbeccata; i Farino sembrano non essersene accorti o convivono beatamente con un costante odore di lettiera di gatto.

Il Farino, detto a seconda degli interlocutori “il Pazzo”, il “Fuori di testa” (o “Fuoritesta” nella versione di Bianca) è un uomo di circa 65 anni; meridionale di nascita è il risultato di quel fenomeno che i meteorologi chiamano “Venti da Sud” ossia sparuti gruppi di 20 persone provenienti dal Sud Italia che si trasferiscono al Nord in cerca di un futuro migliore .

In più di un’occasione ho sentito Ioli utilizzare questa spiegazione per giustificare il cospicuo numero di meridionali assunti nella sua azienda “Venti dal Sud oggi, venti dal Sud anche domani, va a finire che ce li troviamo tutti qui”.

Qui al Nord Gian Antonio non ha trovato troppa fortuna ma ha sposato Francesca, ex professoressa di educazione tecnica, nonché pensionata baby senza averne requisiti.

Dall’unione dei due, o meglio dall’unica volta in cui i due si sono uniti, è venuta Antonia, ragazzina nata bruttina, cresciuta brutta, ma fattasi incredibilmente cessa in età adulta. Come spesso si dice “le vie del Signore sono infinite” e nonostante le sue aberranti fattezze anche lei è riuscita a trovare un pazzo – boy scout – buon samaritano che di lei prima si è innamorato e poi ha deciso di sposarla, e renderla madre.

Come se non bastasse, il caritatevole marito, nella speranza (vana) di ingraziarsi il futuro suocero e di evitare così una delle sue ormai famose denunce a grappolo (termine mutuato dalle tristemente note bombe a grappolo) ha pensato bene di colmare il ratto della fanciulla con un animale domestico, e un bel giorno si è presentato in casa Farino con un adorabile cucciolo di cocker.

Ovviamente il cagnolino, circondato da siffatta umanità, non ha tardato molto a manifestare segni di squilibrio trasformandosi, nei sogni di molti vicini, in una perfetta cavia per le nuove pallottole Beretta con punta in titanio (anche se forse l’argento in questo caso sarebbe più adatto) e doppia carica esplosiva.

Il Farino ha saputo con il tempo guadagnarsi sul campo la fama di insoffribile vicino, riuscendo a farsi odiare non solo dai diversi condomini ma anche dalla sua stessa famiglia.

Come ci sia riuscito è presto detto: il Farino vive in un mondo parallelo in cui tutto ciò che accade viene interpretato come attacco personale alla sua persona e dignità, e per questo diviene meritevole dell’unica forma di comunicazione da lui conosciuta, ossia la denuncia.

Non esiste atto, atteggiamento, movimento che il Buon Antonio non abbia analizzato e elevato a rango di “grave offesa”, non esiste persona nel palazzo che in un modo o nell’altro non abbia avuto a che fare con questa sua paranoia delirante.

Assorto nelle mie riflessioni giungo davanti la casa incriminata.

Mi slaccio cintura e jeans e rimango con i boxer alle ginocchia e mani sui fianchi. La posizione “Mussolini al bagno” è sempre stata una delle mie favorite, adottata alla fine di una lunga selezione che nel tempo mi ha portato a sperimentare anche la “Zorro che combatte”, “Fiamma di Megalopoli”, “Il vortice ipnotizzante” tutte con pessimi risultati, soprattutto per tende e pavimento di Bianca.

In una serata come questa è probabile che io sia il primo a omaggiare i Farino in questo modo, è durante i week end che si forma quasi una fila, tanto che in più di un’occasione si è pensato di creare una sorta di lista di attesa o di distribuire i biglietti numerati, come nei supermercati.

Mi guardo intorno mentre la mia calda pipì comincia a bagnare la porta del vicino, mi immagino al balcone di Piazza Venezia mentre arringo migliaia di persone convincendole che uccidere e morire per la Patria è non solo intelligente ma anche onorevole.

Lo spavento che desta in me la porta che si apre non è tale da bloccare le mie funzioni corporali.

“Cosa stai facendo?” mi domanda Gian Antonio di cui riesco a intravedere solo un occhio che mi osserva da dietro la porta.

“Piscio”.

“Potresti smettere? …questa sarebbe casa mia”.

“Tecnicamente non sono certo che il tuo stuoino sia casa tua”.

“Tecnicamente stai mirando verso di me, la tua urina sta entrando in casa mia attraverso lo spazio che si è creato una volta che io ho aperto la porta.”

“Mi hai fregato, ti sto pisciando in casa, lo ammetto.”

“Perché?” domanda

Mi rivesto lentamente, stanchezza e alcool di certo non mi aiutano.

Assumo nuovamente la postura e l’espressione Dylan, fumo con piacere una mia “non sigaretta”, guardo pensieroso il vuoto.

“Scusa? Ehi!”

Le parole del Farino interrompono la magia.

“Ti ho chiesto di spiegarmi il per quale strano motivo tu mi stai pisciando in casa”.

Gli rido in faccia, bel coraggio, penso tra me e me.

“Ti dice niente il nome Asia?”.

Colpisco nel segno, mi fa cenno di aspettare e mi chiude la porta in faccia, il botto deve aver svegliato sicuramente qualcuno, rifletto.

Compare nuovamente dopo alcuni minuti, questa volta apre del tutto la porta, indossa un pigiama verde a quadri grandi, mi ricorda Sbirulino.

Ai piedi veste delle buffe calze da notte, non capisco se vi siano stampati cagnolini o rane.

In mano ha un grosso libro dove assorto sta controllando qualcosa; lo spavento avvicinandomi a lui di scatto, istintivamente fa un passo indietro e il suo piede finisce inevitabilmente nella piccola pozza di pipì creatasi vicino alla porta.

“È inaudito!” grida “ti denuncio”.

Scoppio a ridere di gusto, mentre lui rimane in equilibrio su di un solo piede e ricomincia a controllare il libro.

“Qui a me risultano 2 Asia: ho denunciato una signora Asia Alberti nel 1986 perché è “arrivata prima di me in un parcheggio, si è rifiutata con atteggiamento supponente di cedermi il posto nonostante io le avessi spiegato che a me era più utile che a lei”.

“Interessante” intervengo “lei arriva prima di te, non ti cede il parcheggio e tu la denunci”.

“Ovviamente” risponde impettito.

“Sì sì, ovviamente” ribatto “la seconda Asia?”.

“Allora, questa è ancora in corso, ho denunciato l’Asia perché ci manda troppi cinesi”.

“E a te cosa te ne frega se ci sono i cinesi?”

“Sono troppi, è inaudito, inoltre è evidente che la loro presenza sia una manovra orchestrata dal Vaticano per tentare di convertirmi”.

“Non ti seguo”

“Ascoltami bene, tutto è molto chiaro: di che colore siamo noi italiani?”

“Bianchi”

“Geniale, e di che colore sono loro?”

“Gialli?”

“Perfetto, tu dovevi essere il primo della classe”.

“In realtà no, c’era Giovanni più bravo, ma ora si è fatto prete” rispondo.

“VEDI!! Tutto torna! Allora i colori del Vaticano non sono per caso Bianco e Giallo?”

“Effettivamente..”

“E’ quindi ovvio che questo sia un gigantesca azione di conversione di massa perpetrata anche attraverso la diffusione di un messaggio subliminale di dimensioni colossali, messo in piedi dal Vaticano – e guarda caso oggi scopriamo che un tuo amico è prete – contro chi come me non è credente e ha denunciato Dio”.

“Hai denunciato Dio?”

Ricomincia a scartabellare nel suo libro.

“Sì, per rumori molesti…i tuoni, non mi fanno dormire”.

“Come è finita?”

“Se ne sta occupando il mio avvocato, dice che c’è qualche problema nell’incontrare la controparte”.

“Ciancio alle bande” ricomincio io, “io mi riferivo ad Asia, la ragazza…no, scusa,…la bambola che mi hai mandato a casa per farmi impazzire”.

Gian Antonio mi guarda ora esterrefatto, piega la testa da un lato, si gratta per qualche secondo il mento.

“Una bambola?”

“CERTO UNA BAMBOLA” grido “una bambola perfetta di cui io mi sono sbarazzato prima di potermene innamorare, una bambola della bellezza di un angelo che tu hai creato o commissionato a qualcuno per…perché mi odi, o perché volevi burlarti di me..qualcosa del genere”.

Il Farino accenna un sorriso, rientra in casa e torna dopo poco con sua moglie per mano: “Francesca questa poi la devi sentire. Questo screanzato si è permesso prima di tutto di pisciare sul nostro stuoino”

“Lo fanno tutti Antò” risponde lei.

“Lasciami finire, mi ha pisciato in casa e poi mi ha accusato di avergli inviato una bambola gonfiabile per farlo innamorare” e così dicendo scoppia a ridere.

Il mio pugno lo raggiunge direttamente sulla bocca, cade all’indietro e travolge la moglie. I due cominciano a gridare e nel giro di pochi secondo siamo circondati da molti curiosi del pianerottolo e dei piani sottostanti.

“Asia non è una bambola gonfiabile” gli dico fissandolo con odio “è una bambola di porcellana, così bella e perfetta che solo una mano ispirata da Dio avrebbe potuto crearla così”.

“Dubito che tale perfezione possa arrivare da un verme come questo allora” dice Flavia, che nel mentre si è fatta strada tra i presenti.

“Lei stia zitta!” grida il Farino “altrimenti la denuncio”.

“Mi hai già denunciato ebete” risponde lei “una volta perché giravo nuda, e la volta dopo perché non giravo nuda”.

“Mi avevi illuso” risponde lui.

“A me ha denunciato perché a suo dire rovino l’euritmia dell’edificio” interviene il nano da pochi istanti unitosi al gruppetto.

“La sua statura non è consona alla bellezza dello stabile” risponde.

Il Farino non si è ancora alzato da terra e il nano ha buon gioco a sferrargli un pugno sul naso.

“Se è per questo ha denunciato anche me” interviene la moglie.

Tutti rimangono in silenzio a fissarla: “Secondo quanto mi hanno riferito il fatto di girare per casa in ciabatte e gambaletto è un attentato alla sua salute psico-fisica”.

“Sei brutta che fai spavento” risponde lui pulendosi il sangue che scende dal suo naso con la manica del pigiama.

“Hai denunciato anche tua figlia, brutto stronzo!” continua Francesca “Perché a suo dire accarezzava più il cane che il padre”.

“Smettetela tutti” grida Gian Antonio alzandosi in piedi “Vi ho denunciati e continuerò a farlo, oggi mi avete picchiato, umiliato e diffamato, pensate di cavarvela con poco?”

“Tu” rivolgendosi a me “Mi hai pisciato in casa, diffamato, picchiato e con la mente mi hai dato pure del coglione”.

“Allora funziona!!” grido io con entusiasmo “Lo sapevo!” grido rivolgendomi a Flavia che mi abbraccia felice.

“Voi tutti, vi denuncerò per…manifestazione non autorizzata contro un pover’uomo”

“Tanto povero che a quanto ci risulta, ha fatto la cresta in più occasioni sui lavori che sono stati effettuati nell’edificio, tanto che è riuscito a non pagare un euro, ha rubato della corrispondenza a suo dire contenente sostanze nocive, ha installato parabole e trasmittenti illegali per ascoltarci e si acquatta in posizioni strategiche per fotografare sotto le gonne di chi sale le scale“ interviene Chantal del 4C, avvocato e mamma di professione.

Rimaniamo in silenzio a fissare l’uomo che ora comincia a balbettare.

“E’ un’infamia” esclama “una bugia che sarà denunciata alle autorità..”

“E che dire dell’appartamento che possiedi in via Giotto? Dicono tu abbia passato bei guai quando hanno scoperto che ci vivevano ammassati 8..o erano 10 extracomunitari? ”

“E’ una infamia!” la voce di Stefan giunge da un punto indefinito situato dietro il capannello di persone.

Si fa largo ridacchiando, ancora in preda all’alcool.

“Tu mi hai denunciato, figlio di puttana, perché non mi sono fatto toccare il culo da te” biascica.

“Mi aveva invitato ad un martedì gay! Cosa dovevo fare?” risponde Farino.

“Il martedì gay è per fare la spesa..stron..”

La parola si strozza in gola, Stefan sbarra gli occhi e si china verso lo stuoino.

Vomita tutto quello che non aveva lasciato in macchina.

L’odore si fa insopportabile, la gente torna ai propri appartamenti, aiuto Stefan a rialzarsi e me ne vado da Gian Antonio, Francesca e il loro stuoino lercio.

Cap 16 – Asia

C’è un momento in cui un raggio di sole squarcia prepotente le grigie nubi che coprono il cielo; i colori, che impauriti erano fuggiti nel lontano mondo del Tedio, tornano ad affacciarsi timorosi per restituire l’anima ai fiori. Il calore che dal cielo si irradia, è più dolce della melodia di un petalo di rosa, più puro di un fiocco di neve che si poggia sulla mia mano, e diviene parte di me, per sempre.

C’è un momento in cui il tuo cuore apprende per la prima volta a parlare con l’Amore, e lascia che il suo caldo soffio lo colmi della gioia dell’universo; il freddo iceberg cresciuto silente negli anfratti del tuo passato, sorride stupito al tepore di uno sguardo, e si scioglie lentamente, come neve al sole.

Asia ha parlato al mio cuore e lo ha destato dal suo sonno ormai senza tempo, Asia mi ha insegnato a capire l’amore quando io l’ho spinta lontana da me, per sempre.

Asia è la cugina di Flavia, la mia vicina nudista, fortunatamente o sfortunatamente non ne sposa appieno usi e costumi.

Si trasferisce per circa una settimana a casa della cugina per concentrarsi appieno sulla sua tesi e per sfuggire ad una situazione sentimentale più complicata che altro.

La incrocio per la prima volta due giorni dopo il suo arrivo davanti alla porta di casa.

Sono impegnato in un difficile esperimento di auto induzione di un colpo di sonno, ed ho la mente completamente assorta nell’immaginare una fila infinita di pecore che saltano una staccionata fatta di cioccolata Milka alle nocciole, quando percepisco gli occhi di una dea che mi fissano incuriositi.

“Scommetto che tu sei il vicino di casa matto” dice ridendo “io sono Asia, la cugina di Flavia, sarò anch’io una tua vicina per almeno altri 5 giorni.

“Mia cugina si è dimenticata di dirmi che rimane fuori a mangiare questa sera ed io sono senza chiavi di casa. Mi ha detto che potevo aspettare da te il suo ritorno.”

Mi sorride e mi tende la mano.

Rimango immobile a fissare le sue dita abbronzate, uno strano senso di confusione mi pervade.

Continuo ad osservarla per almeno 15 secondi, poi noto un certo imbarazzo nei suoi gesti.

Di tutte le donne imbarazzate che ho conosciuto, lei è senza dubbio la più bella.

È vestita in modo così semplice da risultare incredibilmente sexy, noto le sue Havaianas rosa, penso andrebbero d’accordo con le mie All Star.

La scruto per altri 10 secondi alla ricerca di un qualsiasi difetto, per sua sfortuna non ne trovo, per questo decido di non farla entrare in casa.

Cambia espressione quando le chiudo la porta in faccia, ma su due piedi ritengo si sia trattato di una semplice allucinazione.

Sento bussare dopo alcuni minuti: “Mi apri per cortesia? Sono Asia”.

Decido di ignorarla, io non parlo con le bambole di porcellana.

Come bambola risulta parecchio insistente, tanto che alla fine decido di farla entrare.

“Si può sapere che ti prende?” Mi domanda esterrefatta appena dentro.

Decido di evitare per quanto possibile di guardarla per non incorrere nell’inconveniente di innamorarmi di un semplice oggetto, per quanto perfetto.

“Parlami per cortesia” mi dice “si può sapere perché mi stai evitando?”.

Lascia le infradito vicino alla porta e comincia a gironzolare curiosa per casa mia.

Dopo l’addio a Baffino ho prontamente abbandonato la pessima abitudine di pulire e ordinare casa, ma a quanto pare la cosa non deve essere ancora così evidente da impedire ad Asia di muoversi liberamente, come in un verde prato primaverile.

“Vedo che ti piace la Canalis”, dice scoppiando a ridere davanti al sacro calendario di Max.

Il tour non guidato della casa termina poco dopo, quindi con sguardo soddisfatto si siede sul divano, incrocia le gambe e mi fissa sorridendo.

Incrocio per un solo attimo i suoi occhi ed un calore inatteso mi pervade, abbasso subito lo sguardo che cade inevitabilmente sui suoi piedi.

Mi stupisco della raffinatezza di alcuni dettagli, sono piedi belli, curati, le unghie sembrano fatte di recente e lo smalto color grigio perla li rende incredibilmente reali, altro che le Barbie dei miei tempi.

“Che stai facendo? Non sarai mica un piedofilo” dice Asia ridacchiando, “guardami in viso, non mordo”.

Per nulla rassegnato a soggiacere a questo scherzo crudele, decido di parlare direttamente con il diabolico architetto di questo triste inganno perpetrato ai miei danni.

Mi reco in camera e dal cassetto del comodino estraggo le manette di Anna.

Torno in sala mentre Asia non mi toglie lo sguardo di dosso, mi colloco dietro il divano dove lei è seduta e con un piccolo sforzo, riesco a farlo ruotare di circa 90 gradi, lei non si muove.

Il divano ora guarda direttamente alla finestra che da al cortile interno, mi ci siedo davanti e rapidamente mi ammanetto ad uno dei termosifone della casa.

“Cosa stai facendo?” domanda incredula.

Torno a guardarla, è ancora più bella di quanto avessi pensato, il suo è il viso del primo Angelo creato da Dio, mi perdo nei suoi occhi per un secondo più lungo dell’eternità, sento dentro di me l’impulso di alzarmi, inginocchiarmi davanti a lei e prometterle il mio amore eterno, le manette bloccano il mio corpo e riescono a strappare dal suo nascondiglio quel briciolo di razionalità che ancora in me esiste.

“Chi sei?” le domando.

“Ma sei completamente deficiente?” risponde ridendo.

“Chi sei?” insisto.

Sembra non capire, il suo sorriso svanisce e quando se ne vola via, porta con sé parte di quella luce che mi aveva illuminato.

“Non mi piace questo gioco, mi stai spaventando” dice seriamente “perché ti sei legato al termosifone?”.

“Prometti di dirmi chi sei se te lo racconto?”

“Promesso” forma una croce incrociando le dita e la bacia due volte, i suoi occhi tornano per un secondo a sorridere.

Mi schiarisco la voce, mi guardo un po’ intorno, fisso per un attimo la mia amata Canalis, poi esordisco: “Suppongo tu conosca la storia di Ulisse e del suo incontro con le Sirene. Ulisse sapeva che non avrebbe potuto resistere al loro canto e nel contempo desiderava ardentemente ascoltare la loro melodia. La sua curiosità era enorme ma la sua mente dominava gli istinti, i desideri, il suo mondo interiore. Fu così che chiese di essere legato all’albero maestro della sua nave, un po’ come io ora ho deciso di legarmi al termosifone, per rimanere esposto al pericolo, ma nel contempo preservarmi da te e dalla tua bellezza”.

Rimane in silenzio per alcuni minuti. i suoi occhi color nocciola mi fissano, a tratti sorridenti, a tratti dubbiosi. “Quindi io sarei una sorta di sirena per te” esordisce poco dopo..”ammetto che nessuno mi aveva descritto in questo modo”.

“Però le sirene sono esseri fantastici, mentre io sono in carne ed ossa” mi dice.

“Tu non sei reale” le rispondo “tu non puoi essere reale”

Scoppia a ridere. “Ho paura a domandartelo, ma sono troppo curiosa, perché non sarei reale?”

Rimango a fissarla incredulo, come può non capire?

“Asia..tu..tu semplicemente sei troppo perfetta per essere reale, devi essere una bambola di porcellana che qualche mente deviata ha inviato a casa mia per farmi impazzire…magari è stato il Farino del terzo piano”.

Mi fissa corrucciata, si accarezza per un momento il mento, guarda verso la finestra poi torna a fissarmi.

“Mi stai spaventando” mi dice, si avvicina e mi accarezza il viso dolcemente “ti sembro una bambola?”. La sua mano profuma di vaniglia, riesco a vedere l’odore del suo corpo trasformarsi nelle note di una sinfonia celestiale che mi avvolge quel tanto che basta per mostrarmi per un secondo, la vastità dell’amore.

Riprendo il controllo di me solo per biascicare : “Devi esserlo, altrimenti dovrei abbandonare l’idea di diventare un concertista di vuvuzela e cominciare a dedicare ogni secondo della mia vita a te”

“Ci conosciamo da meno di 1 ora e già mi prometti mari e monti?” risponde sarcastica “ne ho già conosciuti di tipi come te”.

La sua affermazione mi strappa un sorriso, il fatto di essere saldamente legato mi mette tranquillo, decido di replicare: “Io ti sto semplicemente dicendo che dal primo secondo in cui ti ho vista ho capito che, se realmente esiste la metà perfetta per ciascuno di noi, quella sei tu. Sei la prima donna che mi ha fatto realmente battere il cuore in 36 anni di vita, non chiedermi perché, ma ti ho riconosciuta, sento semplicemente dentro di me che solo con te sarei realmente completo”.

Non parla per almeno 1 minuto.

Prendo nuovamente l’iniziativa “Dal momento che comunque non credo a quanto il mio cuore sta gridando, ribadisco la tua sostanziale non esistenza. Ergo ne deduco che tu sia una bambola di porcellana, creata probabilmente dalle abili mani di un artigiano che ha il meraviglioso e pericoloso dono di saper riprodurre le fattezze degli angeli..ma rimani una bambola, quindi gentilmente, fammi parlare con il tuo capo o quell’essere maledetto che vuole il mio male”.

“Nessuno mi ha mai parlato così” dice lei, e un velo di tristezza si posa sul suo volto fatato.

“Questo dimostra la mia tesi, ti avranno creata non più tardi di una settimana fa e questo tecnicamente ti ha impedito di accumulare l’esperienza necessaria per annoverare tra le tue vittime molti stupidi uomini come me”.

“Smettila per cortesia” mi dice fissandomi “sei allo stesso tempo la persona che mi sta dicendo le cose più dolci e terribili che io abbia mai conosciuto”.

“Avrai una settimana di vita”.

“Ebete! Mi chiamo Asia, sono cugina di Flavia, hai presente la ragazza che gira nuda? Mia mamma è sorella di sua mamma, siamo cugine e fino a prova contraria sono di carne e ossa!”

“Sembrerebbe quasi credibile come storia ma io non ci casco” e così dicendo appoggio la testa al termosifone e smetto di guardarla.

“Guardami” dice lei “sono così pericolosa?”

Non le rispondo.

“Per piacere, non fare lo stupido, sei simpatico, strano al punto giusto da risultare quasi interessante, rimango qui per 5 giorni ancora, perché non ci andiamo a prendere un caffè domani, potrei cercare di farti capire che non sono una bambola”.

La mia scena muta continua.

“Veramente non mi vuoi più parlare?”

“Questa è proprio bella: a Bologna lascio un cretino a cui non parlo perché il suo unico argomento sono le macchine e le moto, e qui trovo una persona che non mi parla perché mi reputa di porcellana”.

“Ok capito, facciamo così” continua “io ti racconto un po’ di cose su di me e alla fine tu decidi se continuare a credermi una bambola o meno, e aggiungo un’altra cosa, nel caso tu rimanga della tua stupida convinzione, ti prometto che me ne andrò da casa tua e non mi vedrai più”.

Non la degno di uno sguardo.

“Ok allora da dove comincio…ho quasi 25 anni, sono di Bologna, sto finendo Scienze Politiche, quando mi laureerò vorrei lavorare per un’agenzia di Milano, magari organizzare eventi in giro per l’Italia e viaggiare da Bari a Torino ogni settimana. Sogno un marito ingegnere, geloso quanto basta da impedirmi di fare topless in spiaggia e da litigare con chi posa gli occhi su di me, voglio una casa elegante, uno o due gatti che chiamerei Luna e…Poldo credo, un giardino enorme dove prendere il sole d’estate, un vicino guardone, e almeno due bimbe, belle come la mamma, vestite di rosa che mi sorridono quando mi vedono tornare a casa.”

“Ecco chi sono, una persona normale…altro che bambola di porcellana”.

Il mio assordante silenzio continua, la vedo mentre appoggia la schiena sul divano e porta le mani davanti al volto, rimane così per qualche secondo poi si alza.

“Complimenti..davvero, mai visto una persona capace di rovinare le cose come te”.

Si avvia verso la porta e senza più voltarsi, esce per sempre dalla mia vita.

Rimango legato al termosifone per un tempo indefinito, esaurisco prima le lacrime, poi la forza, per ultimo credo la mia anima.

La mia mente prende il volo e come un antico aruspice riesco a vedere il futuro che mai sarà, mi vedo disteso con Asia mentre prendiamo il sole in un caldo pomeriggio di luglio, distesi in un vecchio pontile di legno che si è vestito di rose solo per noi, le nostre mani si stringono e le nostre labbra si sfiorano. Percepisco in sogno il suo profumo, e d’incanto comprendo che quello sarà per me l’odore dell’Amore, che non smetterà più di accompagnarmi anche quando, a distanza di anni, mi dirò nuovamente innamorato.

So di essermi giocato la mia vera possibilità di essere felice, ma capisco di non avere la forza di reagire, sono qui, inerme, legato per mia propria volontà, mentre mi impedisco di essere felice.

Flavia entra in casa mia dopo almeno 2 ore, mi trova ancora legato, si fa indicare dove tengo le chiavi e mi libera.

La abbraccio e stringo il suo nudo corpo a me, sento il bisogno di calore umano, dell’affetto che rifuggo come un vampiro con la luce.

“Cosa è successo?” domanda con un filo di voce “mia cugina mi ha lasciato un messaggio, dice che è dovuta scappare, non risponde al telefono, poi vengo qui a chiederti qualche notizia e ti trovo ammanettato ad un termosifone, credo mi dobbiate delle spiegazioni”.

“Tua cugina è una bambola di porcellana, troppo bella e perfetta per me, troppo pericolosa per poterla amare, le ho detto di andarsene”.

“Le hai detto questo?”

“Più o meno..”.

“Che altro?”

“Ho smesso di parlarle, non dialogo con le bambole”.

“…e lei se ne è andata”.

“Sì”

“Ma ti piace?”

Rido, “Asia è l’altra metà della luna”.

“Bene cavolo! Smettila di fare lo scemo, chiamala, fai qualcosa, lotta per lei!”

“Ho rovinato tutto” le rispondo “non c’è possibilità”

“Come puoi dirlo senza provarci?” insiste.

“Ho la MCI…non posso farlo”.

“È da un po’ che ti sento parlare di questa MCI, vuoi il mio parere?”

“No”

“Ok, la MCI non esiste, ficcatelo in testa! Ho fatto anche una ricerca in Google ieri, proprio perché mi avevi incuriosito, ti assicuro che nessuno ne parla”

“Google sbaglia”

“Allora ascoltami bene, hai 2 possibilità, anzi tre:

  • La MCI non esiste, quindi ti alzi e tiri fuori le palle e chiami mia cugina
  • La MCI esiste e non fai nulla, guarda come ti sei ridotto, e può solo peggiorare
  • La MCI esiste e ti fai aiutare da qualcuno, un dottore, un prete, un amico…lo decidi tu.

Respiro profondamente, nella mia mente Asia è ancora seduta sul divano, il suo profumo divenuto luce illumina tutti gli angoli del mio squallido appartamento, sono nati fiori dove lei prima camminava.

Dicono che uno capisce cosa aveva solo quando lo ha perduto, forse questa volta ho davvero toccato il fondo, dovrò solo capire come fare a risalire.