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Cap 40 – La luce in fondo al tunnel

Di argomenti per il Fabiani ne ho a bizzeffe: dovrò raccontargli che non ho seguito alla lettera il suo rituale, che ho visto tre demoni, e soprattutto cercherò di confrontarmi con lui su quelli che sono stati i miei tentativi di combattere i mostri.

Non male come programma, speriamo che i minuti che mi dedica siano sufficienti. Decido che è il momento di dare il colpo di grazia alla Barba, la indosso per la terza volta consecutiva, se non la lavo, la prossima volta verrà lei a cercarmi.

Vorrei che il Fabiani mi vedesse un po’ elegante, mi sembra quasi di doverglielo. È una questione di rispetto: lo ricevo da parte sua, che puntualmente mi accoglie nel suo studio, sempre (o quasi) impeccabilmente vestito, ma non lo restituisco, e questo comincia a pesarmi.

Un paio di Prada e una Barba non cambiano una persona, di questo sono consapevole, ma in un rituale sociale delimitato da comportamenti e aspettative, non è sbagliato adeguarsi in alcune occasioni.

Tanto per essere chiaro, se qualcuno venisse al mio funerale in infradito e canottiera, la prima cosa che farei, una volta divenuto fantasma, sarebbe di spaventarlo ogni notte con grida, apparizioni e rumori di catene; avrò tempo di fare l’hippy quando andrò ad Ibiza, dal Fabiani sarà il caso di presentarmi in modo coerente.

Parcheggio la Graziella al solito posto e mi guardo intorno alla ricerca della Donna Poncho; la prima volta che la ho vista è stata proprio qui, ma oggi di lei non c’è traccia.

In compenso noto uno strano via vai di gente, poco comune vista la zona, e soprattutto l’ora. Guardo l’orologio, sono in anticipo di circa 20 minuti, decido di seguire la massa per capire che cosa stia succedendo.

Mi rendo conto che le persone stanno muovendo verso la piazza del municipio, molti sono armati di striscioni che vanno srotolando man mano si avvicinano. La conclusione che ne traggo è che a breve si terrà una manifestazione, a favore o in contra di cosa, ancora non lo so, ma sono deciso a scoprirlo.

Domando ad un ragazzo che incrocio un po’ di informazioni.

Mi risponde che la gente si è mobilitata per protestare contro il nostro sindaco: sembra che in un “eccesso” di umana solidarietà, abbia deciso di negare la mensa ad una bambina extracomunitaria. La gente ne ha parlato, si è indignata, ed ora marcia compatta per chiedere le sue dimissioni.

Una ragazza che blocco poco dopo, completa il quadro: non solo il sindaco pretende che la bambina non mangi, ma impedisce alle maestre di donare alla piccola il loro pasto.

“Ecco un altro demone” penso, “ci scommetterei il braccio destro di Stefan“.

L’unica cosa che mi rende sereno, è vedere che le persone, a prescindere dal colore politico, si siano comunque mobilitate.

E’ stata una reazione ovvia, sensata, normale davanti a tale scempio. La società ha detto no, si è scandalizzata. Non si è trattato di destra o sinistra, ma solo di buon senso. A muovere tutti costoro è stata la semplice consapevolezza che quando in una società civile viene a mancare una base concreta di rispetto per la persona, di solidarietà verso chi ha realmente bisogno, allora quella società è destinata ad implodere nel suo egoismo, nella perfidia, nella becera e rimarchevole vendetta.

Solo in un film, o un libro, qualcuno potremme  immaginarsi una società così assuefatta alla ignoranza e alla crudeltà, da lasciare che certi personaggi continuino a governare indisturbati.

“Questa è la realtà” penso soddisfatto, “da noi certi meschini, corrotti, corruttori, imbroglioni sono cacciati via a pedate”.

L’orario dell’incontro è prossimo, anche se a malincuore, me ne torno verso lo studio.

Arrivo giusto in tempo per vedere la porta del consultorio aprirsi. Fabiani mi osserva da capo a piedi per due volte prima di tendere la mano e salutarmi.

Ci accomodiamo in silenzio, lui legge un’ultima volta i suoi appunti, poi esordisce come da copione: “Mi dica, come ha trascorso la settimana”.

Cerco di essere il più chiaro possibile, peso le mie parole per evitare fraintendimenti, sarebbe del tutto disdicevole entrare da un medico per liberarsi dalla MCI, ed uscire con la camicia di forza a causa di confessioni mal esposte.

Un po’ in imbarazzo gli comunico che ho volutamente saltato la cura in almeno due occasioni, la cosa non sembra turbarlo più di tanto, l’unica cosa che si limita a domandare è se io abbia notato ricadute o cambi repentini.

“No, direi di no” rispondo sinceramente, e lui mi fa cenno di proseguire.

Gli racconto del mio strano incontro al mercato, ma mi blocco al momento di descrivere per filo e per segno la trasformazione cui ho assistito.

“Mi dica” mi esorta “le assicuro che non vi è nulla di strano, e nulla di ciò che mi racconterà potrà turbarmi, vada avanti. Mi stava dicendo che questa donna inveiva contro di lei, e poi?”.

“…e poi, cavolo..non so come dirglielo. E poi si è trasformata in un cavallo”.

Mi aspetto di vedere il dottore chiamare ed ordinare un TSO, ma rimane impassibile a fissarmi. Appunta qualcosa sul notes e mi chiede di procedere.

Un po’ rinfrancato, continuo con il riassunto delle ultime vicende, gli parlo della notte del giovedì e di come io abbia cercato di salvare il marito della donna cavallo utilizando un fucile a pallini, poi gli racconto dell’uomo Rospo ed infine della Donna Poncho.

Alla fine mi guarda ed accenna un sorriso, rilegge i suoi appunti e sorride ancora.

Valuto se rompergli il naso scaraventandogli un libro con tutta la mia forza, decido di passare.

Questa volta è lui a parlare. “Mi sembra di vedere che lei abbia fatto acquisti ultimamente. La felicito per la sua Barba, un’ottima camicia, anche se, se lo lasci dire, spendendo la metà potrebbe avere qualcosa di più suo, personale, speciale solo per lei”.

Il bordo della giacca si sposta quel tanto da mostrare chiaramente le iniziali ricamate della camicia.

Il figlio di buona donna ha visto che gliela stavo adocchiando, e mi ha preso in castagna.

“Se le interessa posso darle il numero della camiceria dove le mando a fare, vicino a Treviso”.

“Volevo qualcosa di elegante”, rispondo, “è stato come un regalo che mi sono fatto, sentivo il bisogno di…dirmi che mi merito qualcosa”.

Il dottore mi guarda quasi compiaciuto.

E’ lui quindi a prendere l’iniziativa. “Mi permetta quindi di fare un piccolo riassunto della situazione” dice, “e come sempre, si senta libero di interrompermi qualora la mia ricostruzione sia errata, o manchi di qualche dato importante”.

“Lei è qui per curarsi dalla sua mancanza cronica di iniziativa. Siamo partiti parlando dei suoi affetti. Nel corso dei nostri incontri abbiamo scoperto che la famiglia che tanto idealizzava, nascondeva un qualcosa, giusto?”

Non mi lascia il tempo di rispondere, ma in effetti sta dicendo cose sensate.

“Investigando abbiamo scoperto l’esistenza di una madre che, nel tentativo di far capire al figlio l’importanza dello studio, della dedizione al lavoro e dell’importanza del sacrificio, si è trasformata in una sorta di aguzzina. Non in realtà, sia chiaro, ma così è stata interiorizzata da quel ragazzo, ovvero lei. Con gli anni, la voce di sua madre è divenuta così pressante e onnipresente, che le ha impedito di imparare a gioire delle cose. Un giorno credo, si è definito incapace di provare piacere per le cose, giusto?”.

Taccio ancora.

“Cosa mi dice di suo padre, non ne abbiamo mai parlato”.

Penso per un attimo alla figura di Ioli, a quanto ha faticato per costruire quello che ora possiede. Me lo ricordo tornare a casa stravolto dal lavoro ed avere la forza solo per mangiare e trascinarsi a letto. Mai una serata con gli amici, un cinema, una pizza, solo lavoro, dedizione, e qualche settimana di vacanza all’anno.

Tempo per me, davvero poco, ma più in generale, tempo per se stesso, praticamente nullo.

“Ioli lavora sempre molto, arrivava stanco e alle 9 era a letto” rispondo con voce sommessa.

“Possiamo quindi definirlo..un padre, assente?”

“..ha molte cose da fare, per mantenerci…”

Fabiani tace e continua a fissarmi, il suo sguardo mi perfora la carne e si fa insostenibile.

“Io adoro mia madre, e mio padre, e li stimo entrambi” rispondo.

“Non è quello che le ho domandato. Non stiamo ponendo in dubbio la qualità dei suoi genitori. Cerchiamo solo di capire come si sia plasmato lei in funzione dei loro comportamenti, soprattutto perché si ricordi, lei era un bambino, incapace quindi di comprendere appieno certe dinamiche familiari e affettive”.

“In questo caso, direi di sì allora, probabilmente Ioli è stato un po’ assente nella mia vita”.

“Certo” risponde, “è coerente”.

“Torniamo a lei. Questa situazione, un padre assente, e una madre vissuta quasi come aguzzina, hanno generato in lei una confusione di ruoli, attribuzioni ed aspettative. La confusione di cui parliamo” continua, “non è però data da una intrinseca mancanza di qualità, ma dal fatto che certi suoi plus sono stati nascosti, per far spazio ad immagini idealizzate di lei che abbiamo già individuato. In una delle ultime volte abbiamo distrutto la sua idea di essere una sorta di supereroe, di poter controllare le menti altrui, di essere bello, e abbiamo cominciato a fare luce su altri aspetti positivi che le persone accanto a lei le riconoscono: lei è onesto, sincero, ha il dono speciale di vedere più chiaramente l’anima e la sostanza delle persone”.

“Oggi mi racconta che la sua sensibilità nel vedere il bene delle persone, vale anche per gli aspetti negativi. Lei li ha chiamati demoni, di sicuro…mi lasci controllare” sfoglia gli appunti, “la donna cavallo stava manifestando atteggiamenti razzisti, il Rospo era alquanto…ignorante, e la Donna Poncho, si commenta da sola”.

“Tutto questo lei lo ha scoperto..in che modo?”

Non capisco la domanda e rimango in silenzio. È probabile che da me voglia uno sforzo in più dal momento che il silenzio perdura per almeno un minuto.

Cambio posizione sulla sedia e rifletto sulle sue parole.

“Non saprei, insomma giovedì ero al mercato per il rituale, e poi sono andato a salvare l’ometto, venerdì ho deciso di non seguire il rituale e ho finito con il piantare un bacchetto di legno nella mano di uno sconosciuto, e sabato ero a caccia di demoni”.

“Ho deciso, sono andato, ho fatto…tipiche iniziative di chi è affetto da MCI” commenta il dottore, ed il sarcasmo è tutto tranne che celato.

“…forse” rifletto ad alta voce, “il fatto di essermi reso conto che sono in grado di vedere certe cose, mi ha un po’ sbloccato. In effetti” continuo, “sabato sono uscito con un obiettivo, ho cercato un demone, e lo ho trovato…nessuno mi ha obbligato, nel senso, non era previsto dal suo rituale”.

“Rituale che lei ha abbandonato, senza peraltro pregiudicare alcunché” dice il dottore.

“Direi di no” rispondo pensieroso, anche se in fondo sento crescere in me una strana sensazione, un mix di orgoglio e soddisfazione.

“Però non ho sconfitto i demoni” rispondo in uno di quegli slanci autodistruttivi che compio non appena mi rendo conto di aver fatto qualcosa di buono.

“Dia tempo al tempo” risponde il Fabiani che continua “lei ha fatto dei progressi, credo se ne stia rendendo conto. Abbiamo fatto luce all’interno della sua stanza, abbiamo messo ordine. Lei adesso sa quello che realmente è capace di fare e spero, con il tempo, anche quello che non è capace. Negli ultimi giorni ha preso delle iniziative, alcune grandi altre più piccole, ma non creda per questo meno significative. Si presentava da me come un hippy, oggi si è presentato come un uomo, senza che io le abbia detto nulla”.

“Le faccio una proposta: questa settimana lei ha un unico compito, smetta pure con le pastiglie. Ne mangi una solamente venerdì. Voglio che lei contatti questa persona, si fa chiamare Scrid e vorrei che la incontrasse”.

Mi allunga un foglietto in cui vi è appuntato un numero di cellulare e il solo nome Scrid. Mi stupisce che lo avesse già pronto, non ho visto mentre lo scriveva ma è stato molto celere nel cogliere il momento adatto per consegnarmelo. Sembra quasi che si aspettasse le mie parole.

“È una mia paziente, non è affetta da MCI ma da qualcosa di diametralmente opposto. Sono certo che entrambi potrete trarre qualcosa di buono l’uno dall’altro. La veda e poi lunedì prossimo tornate insieme da me, stessa ora. Sarà il nostro ultimo incontro, che gliene pare?”

Quali sono le reazioni tipiche di un organismo attraverso il quale si manifesta una sensazione come la gioia?

Il cuore batte più forte? La pressione sanguigna aumenta? Non si riesce a smettere di sorridere, si sente una voglia irrefrenabile di gridare, di alzare i pugni al cielo?

Credo di sperimentarle in successione tutte, più volte.

I miei minuti sono finiti, allungo il denaro al dottore che con un gesto mi blocca.

“Se adesso avesse a disposizione quel denaro” mi dice, “come lo spenderebbe?”.

Sembra una domanda trabocchetto, potrei vendergli la storia che mi sono redento e dirgli che li userei per “la pace nel mondo” o “perché sia sconfitta la malaria”, con le varianti rappresentate da cancro, AIDS, pertosse e gomito del tennista. Potrei puntare sull’abolizione della pena di morte o l’acqua nel Sahara.

Alla fine decido di dirgli la prima cosa che realmente ritengo giusta: “Mi comprerei una delle sue camicie”.

Mi sorride e mi allunga un secondo foglietto, questa volta ci sono l’indirizzo, il nome e il telefono della camiceria di Treviso di cui mi parlava.

Il fatto che anche questo foglietto fosse già pronto mi manda su tutte le furie, ho l’impressione che riesca a leggermi nel pensiero.

Valuto se testare il mio bacchetto “scova demoni” anche sul dottore, ma lui mi blocca prima che io decida se attaccare o meno.

“Non sono un demone”, glielo assicuro. “Ho imparato a conoscerla, e se le dico che la prossima volta sarà l’ultima, c’è un motivo”.

Mi sorride, ci salutiamo sulla porta come sempre.

Tornato in strada controllo nuovamente l’ora, la manifestazione è sicuramente cominciata, ma ho tempo di raggiungere il municipio e di aggiungere la mia voce al coro di persone indignate.

Cap 28 – La telefonata

Egregio dottor Fabiani

Le scrivo questa mail sostanzialmente perché non ho molta voglia di passare un’ora nella sala d’attesa del suo ambulatorio, circondato da vecchi litigiosi e malaticci. L’ultima volta mi sono fatto prendere troppo la mano, e mi sono ritrovato a litigare con una poco amabile signora, che sosteneva a gran voce che io fossi una sorta di anticristo, sceso sulla terra per rubarle il posto nella fila. Dopo avermi bollato come “ignorante di ritorno”, e aver minacciato di picchiarmi con il tacco della scarpa, ha deciso di soprassedere solo grazie al salvifico intervento di tale signora Adele, che ha ricordato alla combattiva amica come entrambe fossero compagne di mia madre in un corso di ceramica.

Pertanto prima di imbarcarmi in un’altra estenuante attesa, e affrontare nuovamente tale orda barbarica, credo sia il caso di capire se lei realmente sia in grado di aiutarmi.

Le faccio un breve riepilogo di quanto mi è successo nelle ultime settimane. Il primo passo è stato ammettere di avere un problema, nel caso specifico questo ostacolo per me ha un nome preciso: MCI. Stanco di vivere in una sorta di limbo fatto di indecisione e casualità, ho deciso di affrontare il problema rivolgendomi ad alcuni esperti. Dapprima ho incontrato un life coach che si è rivelato essere un emerito buffone, poi mi sono rivolto ad un amico prete, il quale non ha saputo darmi un supporto realmente utile e concreto. A tutto questo aggiunga che ho passato giornate altalenanti, caratterizzate da momentanei innamoramenti per soluzioni dimostratesi poi assoluti fracassi. Dopo una lunga riflessione, supportato in questo non solo dalle parole di Bianca, ma anche dal ricordo del prezioso aiuto che ha saputo darmi in occasione della terribile epidemia che ci colpì un po’ di tempo addietro, le chiedo sinceramente…lei mi può prendere in cura? Può fare qualcosa per la mia MCI? Attendo una sua telefonata quanto prima.

Un cordiale saluto.

Invio la mail al Fabiani alle 3 del pomeriggio; anche se non mi aspetto da lui una risposta immediata, mi siedo sul letto e comincio a fissare lo schermo del telefono.

Il primo check lo effettuo dopo 5 minuti: chiamo il mio cellulare dal telefono di casa, la chiamata entra normalmente. Un po’ affranto mi distendo nuovamente nel letto. Gioco per un po’ con Topple, ben presto mi stanco e provo a concentrarmi sulla lettura di un libro. Le dotte elucubrazioni dell’autore mi fanno ben presto cadere in un sonno profondo dal quale mi desta il Va’ Pensiero del mio iPhone.

“Non ho ancora cambiato suoneria al telefono” rifletto, “è l’ultimo retaggio del mio fugace innamoramento padano”.

“Che vuoi?” rispondo brusco.

“Ciao sono Stefan da Giussano”

“Ciao Stefan da Giussano, che vuoi? Sto aspettando una telefonata importante, non posso perdere tempo con te”.

“Volevo sapere quando comincerà la nostra battaglia contro i nemici della Padania”

“Stefan, voglio essere sincero, ci ho ripensato un po’ in questi giorni e sono giunto alla conclusione che non continuerò la lotta per la Padania e cercherò di concentrarmi su cose più serie”.

“Mi stai dicendo che non siamo più padani e non andremo più a caccia di draghi?”

“Per il momento no, magari più avanti”.

Dall’altro capo della cornetta cala il silenzio. Percepisco il respiro di Stefan, mi sembra di averlo davanti, nuovamente serio, chiuso a riccio, una piccola bomba pronta ad esplodere. Si blocca per due volte in procinto di dirmi qualcosa. Riconosco questi suoi silenzi.

“Dimmi” esordisco “ti conosco, vuoi dirmi qualcosa”.

Si schiarisce la voce, riesco a sentire la sua agitazione che cresce.

Alla fine si decide: “E’ che a volte non capisco, mi dici certe cose, poi il giorno dopo cambi idea, poi magari torni sui tuoi passi, ed io ci rimango male perché credo tu sia un’ottima persona, con delle bellissime intuizioni, però non riesco sempre a comprenderti, ho sempre paura di sbagliare perché non è evidente dove tu stia realmente andando. Ami una cosa per un giorno e il mattino dopo la hai già accantonata, così a me capita di decidere di seguirti, di appassionarmi ad una tua iniziativa, per poi trovarmi a mani vuote, perché tu ti sei stancato. A volte è…frustrante” .

Sorrido. Alla fine anche Stefan è riuscito a dirmi quello che mio padre, mia madre e molte altre persone sostengono da tempo. Sono un racconto incompiuto, sono un vulcano che erutta idee, propositi, progetti senza sosta, investo energia e tempo creando bolle di sapone, splendide ma volatili. Non c’è continuità in tutto quello che faccio, appena le cose si fanno difficili mi arrendo, perché nel mentre ho dato vita a mille altre iniziative che mi offrono la scusa per poter girare le spalle ancora una volta, a quanto ho iniziato.

“Credo tu abbia ragione questa volta Stefan”. Non riesco a dirgli nient’altro, a volte è difficile guardarsi allo specchio. Se noi siamo davvero il risultato della relazione con un’altra persona, è il caso che capisca che il feedback che ho appena ricevuto richiede una risposta che implica un cambiamento, è l’unico modo di fuggire dal loop eterno delle mie equivoche coazioni a ripetere.

“Non vorrei ti fossi offeso”.

“Figurati Stefan, ero solo assorto per un momento nelle mie riflessioni. Usciamo a bere qualcosa domani se sei libero, che ne dici?”

“Mi piacerebbe, domani ti chiamo”

Salutato Stefan ripiombo dopo poco in uno stato catatonico, di cucinare non ne ho voglia e i pochi Grisbì al cioccolato che recupero dalla scatola lasciata sul comodino, mi calmierano la fame. Guardo la tv, idiozie ovunque, gente felice, disposta ad umiliarsi per il denaro.

Forse è facile criticare quando davvero non sei dentro ad un certo meccanismo, magari davanti ad una offerta importante, potrei cedere pure io.

Mi addormento pensando ad Asia, mi capita spesso ultimamente, vorrei sognarla, ma ho paura che mi possa mancare, di soffrire per lei, di rovinare qualcosa che veramente non ho mai avuto il coraggio di cominciare.

Il Va’ Pensiero mi sveglia alle 3 in punto.

Ci metto un attimo per realizzare cosa stia succedendo. Osservo con attenzione lo schermo del telefono, mi chiamano dall’ambulatorio del Fabiani.

“Parla Fabiani, come stai? Stavi dormendo? Spero di no..”

L’istinto mi direbbe di porre in evidenza con forbite e amabili parole, come negli anni la santa madre del dottore si sia dedicata al sollazzo di intere tribù di berberi urlanti, ma la stanchezza e la curiosità hanno il sopravvento.

“Sono le 3 del mattino” rispondo “perché mi sta telefonando a quest’ora dottore?”

“Ho una proposta da farti..credo ti piacerà” mi risponde.

“Non farò sesso con lei” ribatto.

“No no, non è questo”

“E nemmeno accetterò di fare l’amore con sua moglie mentre lei filma il tutto” continuo.

“Non è nemmeno questo” dice “la proposta riguarda la tua MCI, credo di poterti aiutare”.

Mi metto seduto sul letto, “la ascolto”.

“Credo di aver trovato in un libro qualcosa che potrebbe fare al caso nostro”

“Nostro?” rispondo perplesso.

“Sì nostro perché tu potresti guarire cosa che automaticamente mi convertirebbe in unico esperto al mondo di MCI, il che tradotto potrebbe significare per me: una svolta professionale, soldi, fama, molto bunga bunga e forse anche un calendario di nudo come quello di Gabriel Garko per Max”.

L’immagine del Fabiani in un calendario di nudo mi diverte, decido di approfondire la tematica.

“Mi descriva gennaio” inizio.

Passano alcuni secondi e poi risponde “Gennaio lo vedo bianco..con la neve”.

“Banale” lo interrompo, troncando sul nascere la spiegazione.

“Già..forse hai ragione. Beh a Gennaio bruciano la Befana..potrei essere nudo in una pira.

“Lei ha 61 anni..sicuro che le persone la vogliano vedere nudo?”

“Gabriel Garko lo hanno visto nudo”.

“Caspita sì..ma lui è bello”

“Con Photoshop si fanno miracoli al giorno d’oggi..continuiamo”

“Ok, Febbraio” dico

“Febbraio…carnevale…Venezia…ci sono, io che esco da uno dei canali di Venezia”

“Nudo”

“Nudo”

“E con la leptospirosi”..

“Sono un medico”.

“Ok, andiamo avanti, marzo”

“Marzo…marzo pazzerello…io che corro nudo per il parco con un cappello da Napoleone in testa in un parco affollato”.

“Efficacie..immagine incisiva” ribatto.

“In Aprile – dolce dormire – mi vedo completamente sotto le coperte”.

“Cioè..la foto sarà di una coperta” dico.

“Esattamente” ribatte.

“Quest’uomo ha qualcosa di geniale” rifletto..

“Saltiamo a novembre perché vorrei tornare a dormire”

“Allora novembre non ci ho ancora pensato ma a dicembre mi metterò a cavallo o di un bue o di un asinello o di una stella cometa”.

“Opterei per l’opzione tre, più innovativa” rispondo sicuro.

“Ottimo allora” risponde il Fabiani “calendario organizzato, non ci resta che vederci domani”

“Domani?” ribatto interdetto.

“La tua MCI!” mi grida al telefono.

“Giusto..la MCI..e chi ci pensava più..”

Cap 27 – L’anima verde

L’illuminazione giunge d’improvviso guardando la televisione. Come un novello San Paolo, fulminato sulla via di Damasco, mi ritrovo prima sorpreso, poi affascinato ed infine conquistato dall’incalzante eloquio di un uomo chiamato Umberto.

La sua voce è profonda, roca, a tratti simile all’eco del limaccioso fiume che scende verso valle. Accompagna i suoi ragionamenti con suoni, gesti, espressioni che all’apparenza potrebbero essere quelli di un cafone, ma che rivelano un’astuzia senza pari.

Le sue parole mi fanno sussultare, sono come l’acqua per chi ha sete, sono come l’amore per chi è solo, sono forse l’ingranaggio mancante del meccanismo inceppato della mia vita. Lui è qualcosa di più di un semplice leader di partito, in lui vedo un rivoluzionario, un innovatore, come prima di lui lo sono stati: Gesù, Martin Luther King, Madre Teresa di Calcutta, Gegia Caramella.

In un turbine inarrestabile di libere associazioni penso alla vita di Gesù, alle sue lotte dapprima derise, poi seguite da miliardi di persone. Fu capace di dirsi Figlio di Dio e di morire per questo. E se un nuovo Gesù realmente nascesse oggi? E se davvero fosse già tra di noi, tornato sulla terra per cercare di farci aprire nuovamente gli occhi, per aiutarci a salvare quel poco che ancora non abbiamo distrutto del nostro pianeta?

C’è da scommetterci che nell’anno 2010 la disillusione, l’indifferenza e la poca propensione a credere negli altri delle persone, spingerebbe qualche solerte psichiatra a somministrargli massicce dosi di anti-psicotici, per calmierare i suoi episodi di deliro mistico e dissociazione dalla realtà.

Ne parlerebbero in TV, magari in uno di quei contenitori domenicali zeppi di tuttologi e soubrette o ancor meglio in un qualche programma di approfondimento, magari a Porta a Porta.

Riesco ad immaginarmelo, sullo sfondo dello studio una grande scritta “Il Nuovo Messia?” e a discuterne un potpurrì di esperti quali Morelli (cosa ne pensa la psicoterapia), Gasparri (cosa ne pensa la politica), Belen (“da giovane ho visto la Madonna”), Don Luigi Verzé, per un’autorevole presa di posizione da parte della Chiesa e l’immancabile Roberta Bruzzone, perché il parere di un criminologo non si rifiuta mai.

Umberto come Gesù? No..il paragone non regge nella mia mente, almeno per ora. Il focus della mia attenzione torna alla televisione, la voce di Umberto diffonde potenza, i suoi collaboratori e la folla che sta assistendo al suo comizio pendono dalle sue labbra, sembra quasi che lo necessitino, abbiano bisogno di lui, come guida, come uomo forte, come luce per uscire dal buio. Forse è ciò che mi mancava, forse è proprio questo l’ingrediente segreto per strutturare la mia persona?

Torno a riflettere su quanto accaduto negli ultimi tempi. Ho cercato come non mai una figura capace di guidarmi, di fornirmi le indicazioni indispensabili per rielaborare la mia esistenza e poter procedere a grandi passi verso nuovi obiettivi.

Ma è stato solo questo? Se così fosse, dovrei presumere di esistere come persona a prescindere da chi mi circonda e dall’esperienza che giornalmente ho con il mondo. Solo assumendo di esistere indipendentemente dagli altri, potrei leggere i miei gesti come una semplice richiesta di aiuto.

Fatico però in questo momento a definire ed individuare con esattezza il punto in cui finisce la mia persona e comincia il mio essere sociale. Forse questa distinzione non esiste, ed io altro non sono che il risultato di un continuo riconoscimento che ricevo da chi mi circonda.

Quando parlo con Stefan, con Ioli o con le centinaia di persone che conosco io riesco a rapportarmi con loro sulla base di aspettative ben chiare ed esperienze pregresse. Se per Stefan sono un leader è solo perché lui mi ha riconosciuto in questo ruolo, ma lo stesso comportamento per Ioli è un chiaro esempio di immaturità e poca voglia di fare.

Esisterei come uomo se non conoscessi alcuna persona? Forse tanto quanto un albero, sperduto nella foresta Siberiana, che carico di neve e stanco di vivere, si lascia cadere. Se nessuno ha assistito e ha registrato l’accaduto, siamo davvero sicuri che quel fatto sia realmente avvenuto, che l’albero abbia emesso un rumore mentre cadeva al suolo?

La mia situazione però è forse ancor peggiore, non cerco solo un riconoscimento, ma sono alla folle ricerca di una guida.

E’ il paradosso della mia esistenza: una guida mi serve come specchio che mi restituisce e veste di un ruolo di bisognoso, di bambino incapace di affrontare la vita, ma smanioso di farsi coccolare nelle braccia forti e sicure dell’altrui esperienza.

Cerco una guida perché ho deciso di non concedermi il lusso di sbagliare. E’ il terrore dell’errore che mi blocca, ma è solo da una corretta analisi dell’errore che la nostra esperienza cambia e ci permette di progredire.

Le mie parole sembra abbiano un senso ma volano rapidamente fuori dal mio corpo, dalla mia percezione e consapevolezza. Sento di aver toccato un punto oscuro della mia persona, ma che per ora una forza troppo grande ha chiuso di scatto una gigantesca porta.

La mente torna a quanto sto guardando in televisione, c’è Umberto che parla, ne sono nuovamente rapito. Ascolto quest’uomo illuminato mentre riscrive 2000 anni di storia e mette in crisi tutte le convinzioni su cui si fondava il mio spirito patriottico.

Roma, la Repubblica, Cesare, Augusto, nulla di tutto ciò ha più un senso perché scopro di essere un Padano ed avere origini celtiche. Una nuova origine, un nuovo scopo di vita, un nuovo credo…forse è quello che mi ci vuole.

Ancora seduto sul divano scorro mentalmente l’elenco dei parenti più stretti e colloco nella nuova categoria di interpretazione del reale “Celti” tutti coloro che per fattezze o comportamenti rappresentano un’ovvia conferma alla tesi del signor Umberto.

Celti:

  • Ioli: le sue fattezze da orco ne fanno un Odino dei nostri tempi
  • Mio zio Massimo (fratello di mio papà): perché beve molta birra
  • Zia Maria (moglie di zio Massimo) per l’idioma incomprensibile che utilizza nelle litigate con zio, ora scopro essere celtico
  • Mio cugino Luca (figlio di Massimo e Maria) per la tendenza a mettere le corna a tutte le sue ragazze, la simbologia e il messaggio subliminale sono ora più che mai evidenti
  • Io: il mio colore preferito è il verde

Non Celti

  • Bianca – troppo maldestra, con lei i Celti si sarebbero estinti in 15 minuti
  • “Quella” – in quanto adottata

Umberto non si risparmia e dopo aver inveito contro la città di Roma offre al mio immaginario un nuovo mito capace finalmente di scalzare l’ormai desueto Kledi di Maria de Filippi: d’ora in poi io dovrò cercare di emulare le gesta, diffondere i messaggi e riempire la mia camera con i poster di un tale Alberto da Giussano.

Convoco di fretta e furia il soldato Stefan e lo informo con immenso gaudio il nostro cambio di obiettivo di vita: combattere per far in modo che i nostri antenati druidi siano orgogliosi di tutti noi.

Stefan sposa la causa immediatamente e decide di cambiare il suo nome in Stefan da Giussano.

Consci del nostro nuovo obiettivo facciamo un breve decalogo del buon Padano.

  1. Munirsi di spada sufficientemente ampia da poter tagliare la testa ad un eventuale drago;
  2. Smettere di bere acqua in bottiglia e abbeverarsi solamente con acqua di fiume Druido (ipotesi più accreditata: il Po);
  3. Beffeggiare amabilmente tutte le festività nazionali nel corso delle quali si celebrano le migliaia di nostri compatrioti morti;
  4. Storpiare a piacere l’inno di Mameli, esempio “Boccelli d’Italia una quaglia è più lesta” o “Naselli d’Italia con aglio c’è festa” e fare del Va Pensiero la nuova suoneria dell’iPhone;
  5. Bruciare con supponente irriverenza le nostre vesti eccessivamente italiche e indossare le gloriose vesti druide;
  6. Apprendere le regole basiche della grammatica druida, quelle perlomeno necessarie a pronunciare le gloriose frasi “Benvenuti in Padania”; “La pastasciutta è da terroni, qui si mangia solo carne cruda”, “Con l’avvento della nuova era padana abbiamo deciso di reintrodurre lo ius primae noctis, che gliene pare?;
  7. Apprendere ad incolpare in maniera sistematica tutte le minoranze, ed in caso di assenza di queste ultime, inventarsene ad hoc;
  8. Inventarsi completamente una nuova genealogia ove ovviamente le varie parentele al di sotto del fiume Po vengano cancellate od omesse;
  9. Millantare conoscenze importanti nel ghota della intellighenzia legista tipo “Sono Trota, il figlio dell’Umberto”, “Sono stato l’amante della figlia di un amico del Tremonti”, “L’altro giorno il Maroni mi ha detto “mi scusi, ha finito con La Gazzetta” in aeroporto”;
  10. Cominciare a maturare una sorta di insofferenza nei confronti degli abitanti della Padania del Sud, notoriamente svogliati e tendenti al parassitismo esasperato.

Increduli dell’incredibile opportunità capitataci scendiamo in strada come due novelli apostoli del Verbo ritrovato, pronti a convertire con le nostre parole anche il più becero dei miscredenti.

L’occasione è ben presto servita: Ciro ha dieci anni ed è il figlio di Antonio, proprietario della pizzeria “Bella Napoli”, una delle più famose della città.

Quale soggetto migliore per diffondere il nostro nuovo Verbo e, novelli crociati, convertire l’infedele?

“Ciro, vieni qui” gli dico appena lo incrocio mentre corre in bicicletta.

Il ragazzino si avvicina titubante, è plausibile che la visione di Stefan brandendo la spada “He-man per il potere di Greyskul” in plastica non sia tra le più rassicuranti.

“Che volete?” domanda.

“Questa è la Padania” esordisco io “non è più l’Italia”.

“E chi lo dice scusa?” risponde.

“Noi Padani”.

“Quanti sareste?” domanda Ciro.

“Circa il 10% di tutti gli italiani” ribatto orgoglioso.

“Siete due cretini” risponde.

“D’ora in poi dovrai parlare Druido” interviene Stefan per togliermi dall’imbarazzo.

“Io parlo l’italiano e sto studiando inglese a scuola” risponde il piccolo.

“D’ora in poi…il Druido”.

“Quante persone al mondo lo parlano?” chiede.

“Nessuno..solo noi padani”.

Alcuni secondi di perplessità da parte del ragazzo poi conferma quanto precedente sostenuto “Siete due cretini”.

“E non ci saranno più 25 Aprile o 2 Giugno piccolo ignorantello, la Padania non festeggia queste date” affermo.

“Mio nonno è morto in guerra, papà dice che era un partigiano, che è morto per l’Italia” risponde Ciro.

“Morto per niente, ora c’è solo la Padania” rispondo io titubante.

Il ragazzino afferra bene il manubrio della bici, pone il piede destro sul pedale, è pronto per andarsene. Si ferma un secondo, ci guarda ed esclama: “Ma vi ascoltate quando parlate? Siete due cretini” e così dicendo se ne va lasciandoci impalati in mezzo al cortile dell’edificio.

“Non gli abbiamo detto dell’acqua del Po” esclama dopo poco Stefan.

“Ci avrebbe detto che siamo due cretini” rispondo io.

Torniamo verso casa in silenzio…oggi la mia anima verde è stata lordata dalle risposte di un non-padano, mi ripropongo di studiare i discorsi dell’Umberto…sono abbastanza sicuro che lui ce l’avrebbe fatta a convertire il piccolo delinquente.