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Cap 13 – Il topo gigante

Dopo avermi eletto suo capo supremo, mentore e salvatore, Stefan si è praticamente trasferito nel mio appartamento. Non bussa alla porta, né si presenta quando entra. Rimane in silenzio osservando ogni mio gesto, aspettando un mio cenno, una mia parola, quasi fosse un fedele cagnolino in attesa dell’osso del padrone.

La sua è una presenza ormai fissa come lo sono il tavolo, le sedie, i dvd porno, e le manette che tanto piacevano ad Anna.

Il nostro è il classico esempio di “rapporto logoro”, quello che lentamente uccide le coppie che rimango insieme più per una questione di decoro, che per vero affetto: io lo ignoro e quando necessito qualcosa, gliela chiedo.

Sono ancora sotto le coperte quando lo sento entrare in casa. Ho trascorso la serata precedente in compagnia di Simona, è passata come promesso a lasciarmi Baffino, si è raccomandata di non fargli bere alcolici, di non fargli vedere il TG4, e di canticchiargli Bandiera Rossa quando voglio farlo dormire.

Ha voluto anche testare l’effetto delle parole di Veltroni sulla bestiolina, ci siamo risvegliati tutti e 3 dopo circa un’ora.

Quando se ne è andata sono rimasto almeno altri 30 minuti ad osservare il mio nuovo ospite, ne ho studiato i movimenti e le fattezze, ne ho accarezzato il morbido pelo cercando di non spaventarlo con le mie enormi dita.

In uno sprazzo di inusitata gentilezza gli ho inoltre:

I rumori provenienti dalla cucina mi allarmano, decido di alzarmi per evitare che Baffino conosca Stefan senza un mio filtro, voglio evitare almeno questo trauma alla bestiolina.

Effettivamente trovo Stefan in cucina con gli occhi fissi sulla gabbietta, Baffino è fuori dalla sua casetta e lo sta fissando, decido di evitare al mio Sancho Panza l’umiliazione di essere ipnotizzato da un criceto, quindi mi schiarisco la voce ed interrompo questo epico scontro tra titani.

“Che cosa è questa merda?” mi dice indicando con un gesto la gabbietta sul tavolo.

“Prego?” gli rispondo, “Perché merda? A me sembra bellissimo”.

Colgo una luce nei suoi occhi, non riesco a capirla inizialmente, ma mi mette a disagio.

“Perché è qui? Ha dormito con te?”

“Si chiama Baffino, è il criceto di Simona la cassiera del supermercato, mi ha chiesto di tenerglielo per alcuni giorni”.

“E’ passata ieri sera a lasciarmelo” continuo “Simona dice che è la reincarnazione di Lenin”.

“Ha dormito con te?” domanda nuovamente Stefan.

La sua istanza è così fuori luogo che il problema si acclara in meno di un secondo: Stefan è geloso di Baffino.

Mentalmente mi annoto di:

“Che domanda è ‘ha dormito con te’” dico pazientemente “E’ rimasto nella sua gabbietta a dormire tutta la notte, dopo che gli avevo mostrato i video di Anna ed Elena e cantato la ninna nanna”.

“Lo conosci da un giorno e gli fai vedere i video?” “Io non li ho mai visti quei video, e a me non hai mai cantato nulla” incalza.

Capisco che siamo vicini ad una crisi di folle gelosia, e decido di abbassare i toni: “Stefan, Baffino è un criceto, e per quanto intelligente, non credo avrà capito molto di quanto gli ho mostrato”

“Se non ti mostro i video è solo perché l’ultima volta sei andato da Giorgia a dirle che le avevi visto le tette in foto, e lei giustamente si è incazzata con me”.

“Aveva delle belle tette” risponde.

“Per quello gliele avevo fotografate, fatto sta che lei si è arrabbiata ed io ho deciso di non mostrarti più nulla”.

Il tono “papà comprensivo” sembra funzionare e Stefan si tranquillizza.

Decido di testare nuovamente il mio potere su di lui: “Appurato che Baffino non ha dormito con me e che la sua presenza, oltre che limitata temporalmente, lo è anche affettivamente, mi vuoi dire che a te non piacciono i criceti?”.

La mia domanda lo inquieta, leggo nei suoi occhi la paura di deludermi e nel contempo il desiderio, per una volta, di far valere i propri gusti e le proprie idee. Alla fine vinco ancora io.

“Normalmente non molto, ma questo che hai tu è molto bello…cioè a me non piacciono quelli scuri, ma quello che hai tu è stupendo davvero”. Mi sorride falsamente.

“Potrei affezionarmi ad un mostro così” insisto io.

“Già” risponde “sono davvero animaletti fantastici” risponde poco convinto.

Quello che succede nei giorni successivi ha quasi dell’incredibile: il bambino geloso che era arrivato ad un passo dal gridare la sua rabbia, e ribellarsi per difendere e rivendicare il proprio diritto all’amore del genitore, si trasforma come d’incanto nel bimbo mansueto, che cerca di compiacere chi ha eletto come modello di vita, imitandone i gesti, o semplicemente anticipandone i desideri.

Ma in Stefan la ferita non è del tutto rimarginata e la rabbia, non ancora del tutto sopita, riemerge simbolicamente, furtiva come una volpe, in piccoli gesti e decisioni.

“Vieni a vedere, in casa mia c’è una bella sorpresa” mi dice il giorno seguente.

Già immagino di cosa si tratta ma vado comunque a vedere.

Questo è Adolf” dice orgoglioso indicando la gabbietta.

Adolf è un topo, più simile ad un castoro che ad una cavia, è enorme, la gabbietta che gli hanno dato è troppo piccola.

“Di cosa si tratta?” domando.

“Non vedi? è un criceto, come il tuo” risponde.

“Stefan, la differenza tra un criceto e questo coso che ti hanno venduto, è la stessa che esiste tra una tigre ed un gatto“.

Mi guarda perplesso.

“No, mi hanno assicurato che anche il tuo quando cresce diventa così”.

“A parte il fatto che non è mio” dico ” fossi in te andrei a cambiarlo, ti hanno sicuramente truffato”.

“Sì hai ragione…sono dei figli di puttana!”

Un lampo di scoramento attraversa il suo volto, intuisco solo in quel momento quanto avesse investito in quel gesto, al tempo stesso di resa e di ribellione. Da un lato il topo, gigante come lo erano i monumenti che gli antichi edificavano per ingraziarsi gli Dei, dall’altro il nome, retaggio di una nefasta epoca, palesemente in contrasto con quanto gli avevo raccontato di Baffino.

Decido di verificare la mia tesi: “Perché lo hai chiamato Adolf” gli domando.

“Perché è forte e spietato come lo…ZIO Adolf” risponde ammiccando.

Decido di riprendere il discorso in un secondo momento.

“Che pensi di fare”, gli domando “lo vai a cambiare?”

“Vado subito” risponde.

Entra in cucina dopo circa un’ora.

“Ti presento Adolf” mi dice sorridendo.

“È molto bellino” gli dico “non è un criceto ma almeno ne ha le fattezze”.

Questa volta nel negozio di animali gli hanno rifilato il tipico topolino da esperimento. È bianco, sembra affettuoso. Se ho capito bene, hanno individuato in Stefan lo scemo cui sganciare tutti gli animali che non si vendono, quindi onde evitare di vedermelo arrivare con scimmie, boa e un bue muschiato spacciati per differenti tipi di criceto, decido di assecondarlo.

“E del topo gigante che ne hai fatto” domando con curiosità.

“Debbo tenerlo, non lo prendono indietro”.

“Passerò a salutare i due Adolf prossimamente” gli dico per sbolognarmelo.

Non vedo Stefan per ben due giorni, poi d’improvviso compare in casa mia terrorizzato.

“Mi devi aiutare, è successo un disastro”.

“Che è successo” domando.

“Adolf ha praticamente ammazzato Adolf” mi dice.

Lo fisso senza dire nulla.

Il topo gigante ha praticamente ammazzato il piccolo” dice quasi gridando.

Spiegami che è successo” gli dico mentre ci dirigiamo al suo appartamento.

“Quando ho portato a casa il criceto Adolf piccolo ho desiderato facesse amicizia con il criceto Adolf grande e quindi li ho messi nella gabbietta insieme”.

Lo blocco subito. “Fammi capire…tu hai messo nella stessa gabbia un topolino bianco, esile ed impaurito con un topo dieci volte più grande?”

“Volevo facessero amicizia”

“Che è successo?” gli domando.

“Il grande lo ha osservato per un po’ e poi gli è saltato addosso, lo ha morso ovunque, pensavo gli staccasse la testa” dice sconsolato.

“Stefan” comincio pacatamente “riprendo la similitudine già utilizzata…tu metteresti nella stessa gabbietta una tigre e un gatto nella speranza che facciano amicizia?”

Non risponde, guarda il pavimento.

“Ok” dico “Adolf piccolo adesso come sta?”

“Non lo so, forse lo ho buttato via”

“Come sarebbe a dire che forse lo hai buttato via”.

“Non avendo un’altra gabbietta lo ho lasciato libero per casa” comincia.

“Ieri non lo trovavo, poi ho sentito uno strano fruscio venire dalla borsa dell’immondizia che lascio sul pavimento”…

“Mi sono preso paura, ho preso una scopa e ho colpito forte la borsa, poi la ho chiusa e sono sceso a buttare tutto nel bidone”.

“Solo dopo ho pensato ci potesse essere dentro Adolf piccolo” conclude.

Ho paura a domandarglielo ma mi faccio coraggio: “Ed Adolf grande?”.

“Ah…Adolf grande lo ho ammazzato io” dice.

“Perché”.

“Aveva fatto male ad Adolf piccolo…non doveva farlo, così impara”.

Rimango 10 secondi a guardarlo, aspetto che esca il regista a dirmi “sei in una candid camera”.

Non succede, me ne torno sui miei passi lasciandolo solo nel corridoio.

Cap 6 – L’epidemia

Arrivo nella sala d’aspetto del Fabiani trafelato ed ansimante. Conto le persone che mi precedono…sei..sono troppe.
Non aspetterò il mio turno, il mio problema è  più grave.
Poi ammettiamolo, dei sei sconosciuti presenti, cinque avranno almeno 75 anni, i classici vecchietti che, per ammazzare il tempo, si inventano acciacchi ogni quarto d’ora.
Da quando sono entrato nessuno ha più parlato, sento puntati su di me gli sguardi di tutti.
In un altro momento forse avrei dissolto la tensione con una delle mie famose domande rompi ghiaccio: “Chi è l’ultimo della fila?”, “Qualcuno ricorda il nome del milite ignoto?”, “C’è vita dopo la morte?” ma oggi no, oggi è uno dei miei giorni d’Ansia.
L’Ansia è diabolica, arriva quando meno te lo aspetti, è subdola e pervasiva, cresce come un rampicante all’interno del mio corpo. Stringe pian piano le mie viscere sino ad arrivare alla gola. Mi toglie il respiro, mi annebbia la vista.
E’ come se un genio malvagio mi avesse chiuso la testa in una scatola di cartone ove i miei pensieri diventano echi di grida disperate e il mio vivere uno gocciolare immondo di paure e insicurezze.
Non resisto, abbasso lo sguardo e d’impulso entro nell’ambulatorio.
Il Fabiani non sembra stupito di vedermi. “Che piacere mio caro, qual buon vento”? dice ,  facendo capire alla paziente che sta visitando di rivestirsi ed andarsene.
La signora lo guarda incredula, poi sbotta qualcosa e si allaccia mestamente la camicia color cachi.
Trattengo a stento il mio impulso di scaraventarla fuori in malo modo.
Aspetto che la porta dello studio sia chiusa per cominciare a parlare. “Nessun buon vento dottore qui siamo in piena epidemia, mi deve vaccinare”.
“Siediti per favore” risponde “e spiegami bene cosa ti ha spinto a venire fino qui a chiedere il mio aiuto”.
Lo osservo mentre con gesti pacati solleva la cornetta del telefono e la ripone sul tavolo, sceglie con molta cura una bic nera tra le 10 del suo portapenne, apre il  block notes in una pagina bianca ove annota il mio nome e la data.
Per un attimo vivo la vita di un’altra persona, e mi trovo circondato da nomadi vocianti che mi accolgono e ricevono tra di loro offrendomi la testa di una pecora in un rito arcaico di benvenuto. Mi sento accettato, mi piace.
Scuoto impercettibilità la testa per risvegliarmi ed espongo il mio problema.
“Laura..è incinta”. Lo dico fissandolo negli occhi.
“Mi sembra una notizia di indubbio interesse” risponde. “e lo sarebbe ancor di più se tu fossi così gentile da dirmi chi è Laura e in che modo la cosa ti stia preoccupando”.
“Laura è incinta, la Dolly è incinta, due impiegate di mio padre lo sono, mia cugina Francesca ha una pancia che sembra una mongolfiera” gli rispondo bruscamente.
“Continuo a non capire” ribatte il Dott. Fabiani inclinandosi verso di me.
La mia rabbia esplode improvvisa ed ha la forza di un vulcano sopito da secoli.
“Come non capisce! E lei sarebbe un medico?? Non si rende conto che c’è un’epidemia che mette incinte le persone?” grido.
Il dottore mi fissa per alcuni secondi, imperturbabile come una statua di cera.
“Cerca di acclarare il mio dubbio” ribatte. “Tu hai bisogno di un vaccino che ti impedisca di mettere incinta una ragazza?”
L’idiozia delle persone mi esaspera.
“Che domande dottore!” grido con ancor più forza “sono io che non voglio rimanere incinta, non voglio che questa epidemia mi contagi!”
Annuisce. “Certo, ora capisco perfettamente” risponde. Si alza e per alcuni minuti rimane assorto guardando fuori dalla finestra.
“Ammetto che la tua domanda mi ha spiazzato” esordisce d’improvviso, “la possibilità che esista un’epidemia di questo genere mi allarma e tu ragazzo hai fatto benissimo a dirmelo” continua.
Si volge verso di me dandomi tempo di appuntare mentalmente di:
  1. verificare l’eventuale presenza di daltonici nella mia famiglia
  2. verificare la mia attuale capacità di distinguere i colori verde e rosso
  3. controllare la cerniera dei miei pantaloni
  4. fare la spesa.
“Credo tu abbia fatto qualcosa di realmente importante per la tua comunità quest’oggi…ce ne fossero di tipi come te” .
Passa una manciata di secondi e il Fabiani continua solenne: “E’ plausibile ritenere che sia una semplice convenzione sociale quella che obbliga la donna a interpretare il ruolo di madre e, di conseguenza, a rimanere incinta, mentre nulla ci impedisce di credere che le cose potrebbero improvvisamente cambiare…e, fammelo dire, l’idea di rimanere incinta a 61 anni mi terrorizza” conclude.
Lo vedo armeggiare in un cassetto della sua scrivania ed estrarre dopo poco un sacchetto contenente pillole di diverso colore. Ritengo ve ne siano di verdi e rosse ma l’eventualità che io sia affetto da daltonismo mi impedisce di affermarlo con sicurezza.
“Queste dovrebbero proteggerti almeno dall’evenienza di rimanere incinta” mi dice, “prendine una al giorno per una settimana e nel frattempo lascia che raccolga un po’ di dati su questa nuova epidemia”.
Rimango basito, per la prima volta in 36 anni quest’uomo mi ha colpito positivamente…è riuscito a darmi un esaustivo parere medico ed una soluzione senza farsi odiare.
Il Dott. Fabiani mi accompagna alla porta, ci sono le stesse 6 persone che aspettano di entrare.
“Scusate un attimo” esclama dopo aver attirato l’attenzione di tutti schiarendosi la voce “ho due importanti notizie da dare”.
“La prima è che questo ragazzo è un maledetto eroe”.
Brusio.
“La seconda è che per oggi le visite sono finite, andate a casa, chiudetevi in camera, non uscite; un’epidemia molto pericolosa si sta diffondendo e l’unico modo di combatterla è non ammalarsi.”
Guardo i sei anziani uscire mestamente dall’ambulatorio, sono consapevole di aver fatto anche per oggi la mia buona azione.
Saluto il Fabiani, lo fisso per un attimo…oggi splende di una luce diversa.