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Cap 34 – Una questione di donne

Ho provato in tutti i modi a spiegare al commesso che si tratta di una questione di vita o di morte, ma non c’è stato verso. Mi ha ripetuto fino a perdere la voce che non è mangiando una pastasciutta con un camaleonte fatto a pezzetti che acquisterò la facoltà di cambiare colore a mio piacimento.

Gli ho offerto di pagare la bestiola cinque volte il prezzo di listino ma niente. Il mio intuito mi dice che qui c’è sotto un complotto planetario orchestrato dalla magistratura comunista. Mi impediscono di cucinare a fuoco lento un camaleonte e di mangiarlo con gli spaghetti, perché temono che io possa intrufolarmi in uno di quegli antri del demonio dove i malvagi magistrati complottano contro la nostra libertà, per poi procedere a smascherare e denunciare la loro immonda condotta.

“Non voglio attaccare la magistratura” ho riferito allo stupito ragazzo “voglio solo evitare di trovarmi ancora davanti Ada”. Niente da fare.

La facoltà di mimetizzarsi è adottata in natura da moltissimi animali, in molti casi si tratta di una forma di difesa, in altri rappresenta una formidabile arma di attacco. Nascondersi agli occhi della possibile preda offre al predatore la possibilità di avvicinarsi quel tanto da rendere il suo attacco efficace e mortale.

Ho immaginato la scena più e più volte: arrivo dal Fabiani e d’incanto mi faccio bianco come la parete. Chiudo gli occhi per alcuni secondi, sfrutto il mio enorme naso per percepire la presenza di qualcuno nella sala d’attesa. L’odore di stantio mi dice che Ada è vicina a me, ma la povera questa volta non mi può attaccare. Socchiudo gli occhi, lei è seduta vicino alla porta dello studio, ha lo sguardo assorto, non immagina quello che le sta per succedere.

Mi avvicino lentamente facendo in modo di rimanere sempre attaccato alla parete, ogni piccolo errore potrebbe essere fatale.

Sono ad un metro da lei, sgancio un peto silenzioso ma micidiale. La nonna dopo alcuni secondi si guarda intorno inorridita, la signora che le siede accanto la guarda con sdegno.

Il Fabiani apre la porta, Ada è in procinto di entrare quando io fulmineo mi sposto alle spalle del dottore. Nessuno mi può vedere perché nel mentre il colore della mia pelle è mutato sino a fondersi con il legno della porta. Sussurro al dottore di far finta di nulla e di rientrare senza pazienti, in realtà ci sarò io con lui, e grazie alla mia astuzia avrò sconfitto la pericolosa Ada.

Il commesso si chiama Fabio, indossa una camicia verde scuro ed un paio di jeans sbiaditi. Valuto che potrà avere non più di 25 anni, probabilmente con i soldi guadagnati in questo negozio di animali si sta pagando parte degli studi in veterinaria. Con tono bonario cerca nuovamente di spiegarmi che non riuscirò a trovare alcuna macelleria disposta a vendermi carne di camaleonte, in primo luogo perché proibito, e secondo perché non reperibile in Italia.

Alla fine esausto minaccia di chiamare il WWF e di denunciarmi; il gesto mi offende ma non riesco a trovare niente di meglio per vendicarmi, che fargli cadere dal tavolo il telefono portatile poggiato davanti a lui.

Detesto le persone ottuse e Fabio evidentemente lo è, un burocrate incapace di capire le necessità delle persone. Fortunatamente ho già in serbo il pieno B. Compongo il numero a memoria e dopo due squilli la persona dall’altro capo del telefono risponde.

“Che piacere sentirti, come stai?”

“Ciancio alle bande Stefan, ho bisogno del tuo aiuto”.

Nei minuti successivi cerco di spiegare al ragazzo il senso della mia telefonata. Gli racconto di Ada e di come mi abbia quasi picchiato. Menziono il fallito tentativo del camaleonte e di come tutto sia andato a puttane a causa di un burocrate venticinquenne di nome Fabio.

Come maestro di Okuto Stefan, tu che faresti?”

Il ragazzo rimane alcuni secondi in silenzio, io mi guardo intorno, senza rendermene conto sono finito davanti al bar dove ho litigato con Annalisa pochi giorni fa, buffa coincidenza penso.

“Direi che potresti fare esplodere la signora con una pressione in uno dei suoi centri vitali”.

“Ti spiego perché non è possibile Stefan: uno perché io non sono un maestro Okuto, due perché dovrei farlo in un consultorio medico, tre perché potrebbero esserci testimoni, quattro perché poi magari il Fabiani la salva”.

“Hai ragione” risponde Stefan dopo alcuni secondi, “fammi pensare”.

Accanto a me un papà sta cercando di pulire la bocca del figlioletto di tre anni con un fazzoletto. L’operazione è resa praticamente impossibile a causa della iperattività del piccolo che continua a muoversi come fosse un’anguilla. A complicare il tutto vi è anche un palloncino ad elio che l’uomo stringe tra le dita.

“Ecco uno dei motivi per cui io non avrò mai figli” rifletto “si muovono, disturbano, e sono piccoli”.

“Ci sono!”

Stefan grida talmente forte al telefono che soffoco per puro miracolo l’istinto di scagliare il cellulare a terra.

“Tu riesci a comunicare attraverso la telepatia giusto? Quella volta con Baffino mi hai parlato, anche se io non ti ho ascoltato. Potresti entrare nella mente delle persone con la tua potenza ed indurle a vedere e credere quello che vuoi tu. Ti faccio un esempio: potresti entrare dal tuo dottore, nasconderti dietro un giornale o qualcosa di simile, e dire a tutti gli astanti che non ti stanno vedendo. Nessuno può contraddire ciò che il proprio cervello dice, sarebbe un paradosso, la gente accetterebbe in quel caso che il proprio cervello sbaglia, ammettendo di conseguenza di essere pazzo”.

Le parole di Stefan sono una illuminazione, la soluzione che mi prospetta è in assoluto la più banale e logica, stupido io a non averci pensato subito. Mi congedo da lui promettendogli di invitarlo a cena una di queste sere, difficilmente manterrò la promessa ma adoro far illudere le persone.

Davanti alla porta dello studio del dottore rilevo un errore nella strategia di Stefan: se dovessi rendermi invisibile nascondendomi dietro un giornale, i pazienti in attesa si troverebbero ad assistere ad un inspiegabile fenomeno di levitazione, cosa che sicuramente scatenerebbe il panico oltre che una serie incontrollata di spiegazioni tra le quali la più accreditata sarebbe quella del fantasma di un ex paziente ucciso dal Fabiani. Troppo pericoloso.

Decido quindi di non utilizzare alcun giornale, per nascondermi sarà sufficiente il mio dito indice e molta concentrazione.

Porto il dito indice davanti al viso e mi concentro, per incanto tutto ciò che mi circonda diventa nero. Entrare nella mente altrui è un’operazione alquanto pericolosa, solo i veri maestri possono riuscirci. Sento che il flusso della mia energia esce dal mio corpo come fosse una leggera nube di vapore. La vedo passare sotto la porta che mi separa dalla sala d’aspetto del dottore, e come un segugio la sento arrivare ed infondersi all’interno di tutti gli astanti.

Sono certo di avere il perfetto controllo delle menti di tutti i pazienti quando lentamente apro la porta e mi intrufolo. Con mia grossa sorpresa scopro che nella sala non vi è alcuna persona.

Appena sento dei rumori provenire dallo studio del dottore decido di giocargli un simpatico scherzo, e intimo alla sua mente di non vedermi.

Apre la porta e i suoi occhi fissano nella mia direzione, evidentemente, rifletto, c’è qualcosa dietro di me che lo incuriosisce.

Mi avvicino lentamente rimanendo nascosto dietro il mio dito indice, a volte inclino il busto verso destra a volte a sinistra in un movimento che ricorda un po’ quello del pugile.

Quando sono ad un metro dal Fabiani comincio a fargli le boccacce, lui non può vedermi. Il dottore stranamente non si muove e sembra quasi seguire con attenzione i miei movimenti. Ovviamente si tratta di una semplice coincidenza.

Mi piazzo alle sue spalle e gli sussurro di entrare, adoro poter controllare così facilmente le persone. Mi immagino che la schiena del dottore sia percorsa da brividi, non è da tutti i giorni sentire una voce che ti intima che fare.

Rimanendo invisibile mi accomodo nella poltrona dei pazienti, mentre il dottore si siede a apre il suo block notes.

Dopo aver annotato alcune cose si lascia sprofondare sulla poltrona. Pulisce gli occhiali con un piccolo panno che ha scovato all’interno di un cassetto e fissa nella mia direzione.

Sono un po’ a disagio, anche se evidente si tratta di una mia paranoia, ho come l’impressione che il dottore riesca a vedermi.

Decido di manifestarmi in maniera graduale per evitargli uno shock troppo grande. Il Fabiani mi anticipa e le sue parole mi lasciano di stucco.

“Si può sapere che sta facendo?”

Rimanendo invisibile mi guardo nervosamente attorno, non c’è nessun altro nella stanza, mi accorgo che involontariamente sto attuando un comportamento di difesa, rimanendo immobile e cercando di farmi sempre più piccolo sulla sedia.

“Le ripeto…che sta facendo?”

“Lei può vedermi?”

“Certo che la posso vedere, è seduto davanti a me con i piedi sulla sedia, che la pregherei di togliere. Per uno strano motivo continua a mostrarmi l’indice della sua mano destra”.

Evidentemente vi è stato un calo della mia forza mentale che ha permesso al dottore di percepire la mia presenza. Decido di concentrarmi di più e scomparire proprio davanti ai suoi occhi. Lo sforzo è notevole ma dopo pochi istanti ho il completo controllo della sua mente. Gli intimo di non riuscire a percepire la mia presenza.

Mi alzo furtivo e silenzioso come un gatto mi metto al suo lato.

“Adesso mi vede?”.

Al Fabiani è sufficiente far ruotare la sua poltrona di 90 gradi per avermi nuovamente davanti. Mi guarda un po’ spazientito. “Certo che la vedo, lei si è spostato lentamente e si è fermato a circa 1 metro da me. Continua a mostrarmi il dito indice. Le ripeto….che sta facendo?”.

Sconsolato abbasso la mano e in silenzio riprendo posizione nella poltrona situata davanti alla scrivania del dottore. Sono molto turbato, qualcosa non ha funzionato.

“Da quando ha percepito la mia presenza?”

“Più o meno da quando ho aperto la porta del mio studio e la ho vista”.

“Ha visto quando mi muovevo?”

“Sì”

“Anche quando le facevo le boccacce?”

“Certo”.

“Anche quando…?”

Sì anche quando si è abbassato i pantaloni mostrandomi il suo candido sedere”.

Rimango in silenzio, sono allo stesso tempo preso da sconforto ed in evidente imbarazzo. Fabiani mi viene in aiuto: “Se ho capito bene, lei è convinto di poter rendersi invisibile. Ammesso che questo sia possibile, mi piacerebbe affrontare l’argomento in un prossimo incontro. Che ne dice nel mentre, di raccontarmi come è andata la sua settimana?”.

Un po’ riluttante comincio a fare un breve resoconto di tutti gli avvenimenti a mio avviso degni di nota che sono avvenuti negli ultimi sette giorni. Non pongo troppa enfasi sull’incontro con Annalisa perché non lo ritengo una cosa degna di nota, ma il Fabiani evidentemente non la pensa come me, e mi chiede di raccontargli per filo e per segno quanto accaduto.

Il dottore ascolta attentamente e non smette di prendere appunti. Alla fine mi guarda con intensità. “Che effetto le hanno fatto le parole di Annalisa, hanno suscitato in lei qualche ricordo speciale?”.

Non ho voglia di affrontare l’argomento, darei un braccio di Stefan in cambio della possibilità di evadere da queste quattro mura.

Stancamente comincio a raccontare di come le parole di Annalisa mi abbiano offeso, della incredulità che ho provato quando lei si è rifiutata di baciarmi e, peggiore dei mali, dell’onta di sdegno che ho provato quando la befana mi ha definito brutto.

“In un certo senso, mi ha fatto venire in mente quanto successo con due mie ex, Elena e Anna”.

Sono ricordi per me dolorosi, non riesco a sostenere lo sguardo del dottore e mi ritrovo a fissare la parete bianca.

“Me ne parli”.

Come organizzare i propri ricordi affinché alla fine del racconto il tuo interlocutore non ti ritenga un pezzo di imbecille? Molto difficile nel mio caso, qualunque sia la strada intrapresa, il risultato è lo stesso.

“Elena è una delle donne più belle con cui io sia mai stato, direi perfetta. Bionda con gli occhi verdi e un fisico da togliere il fiato. Quando la ho conosciuta c’era praticamente mezza università che le moriva dietro, l’altra metà ancora non la aveva incontrata. La ho conquistata, nessuno ci poteva credere, per primo io. Ho deciso che mai la avrei perduta, era troppo importante per me ed ero certo che mai più avrei avuto tra le mani una donna così. Così ho cominciato a trattarla come una regina, pagavo le uscite e i suoi vizi, non le facevo mancare nulla. I primi screzi sono nati quando mi sono reso conto che da lei non stavo ricevendo abbastanza. Io pretendevo, perché stavo dando molto. Prima sommessamente, poi sempre di più le mie lamentele si sono fatte pressanti. Un giorno ho fatto un bluff e la ho lasciata, dopo due giorni le ho chiesto di tornare insieme, ma lei non mi ha più voluto. Ho sentito come se mi fosse stato tolto il terreno da sotto i piedi. Ho pianto tutte le lacrime che avevo in corpo. Avevo dedicato tutto a quella storia, tutto me stesso affinché funzionasse, ed era fallito miseramente. Non smetto di pensare a lei, ho perso la mia sicurezza, mi sento davvero un fallito.

“Con Anna invece la cosa è stata differente, anche lei bellissima ma sicuramente più problematica. Ho lasciato che mi manipolasse, non ho mai avuto la forza di reagire. Mi ha mentito, mi ha tradito, mi ha trattato come fossi uno zerbino, Nonostante tutto questo, io volevo vedere qualcosa che non c’era, volevo credere in una possibile svolta positiva, che ovviamente non c’è mai stata. Quella donna mi ha destabilizzato”.

Fabiani finisce di annotare le ultime cose e poi mi fissa. Conosco quello sguardo, è in procinto di sganciarmi qualche bomba.

“Cosa c’è che accomuna i tre avvenimenti? Ci rifletta.”

Davanti al dottore ho oramai adottato la modalità “riflessione a voce alta”, ho come l’impressione che lasciando scorrere le parole, si scoprano molte più cose.

“Con Annalisa ed Elena io…pretendevo qualcosa, e loro non me lo hanno dato”.

Un breve accenno da parte del dottore mi esorta a continuare su questa strada.

“Vediamo…entrambe mi hanno scaricato, chi prima, chi dopo. Entrambe erano belle”.

Per un attimo ho come un’intuizione, sfortunatamente non riesco a metterla a fuoco.

“Annalisa mi ha detto che mi comportavo come un bambino…ma Elena no, non ha mai detto questo..”

Nuovamente quella sensazione, ancora una volta non riesco a capire di cosa si tratti.

“Non saprei davvero, mi hanno fatto incazzare, insomma io mi stavo impegnando e loro non hanno voluto…”

L’insight: la capacità di vedere un collegamento ove prima vi era buio. Eventi distanti, teoricamente differenti che improvvisamente si incasellano in una rappresentazione della realtà che interpreta nuovamente la storia in una nuova ottica, questa volta più chiara.

Ancora una volta succede qualcosa in me, apro una porta che non sapevo esistesse.

Da piccolo giocavo con l’alcool insieme a Mauro. Ci divertivamo a creare delle piste con il liquido infiammabile e dopo aver reso la stanza buia, era sufficiente una piccola scintilla per vedere la strada di fuoco prendere forma.

In questo momento sto vivendo la stessa situazione, ed una strada di fuoco sta illuminando il mio buio.

Annalisa mi ha detto che mi stavo comportando come un bambino. Mi ha ricordato di non essere mia madre, ma una donna. Io non avevo capito, fino ad ora. Con Elena io ho fatto lo stesso! Non ero più un uomo, con i suoi pregi e difetti che si relaziona con la propria compagna, ma un bambino che ha davanti sua madre. Quando mi sforzavo con Elena in realtà ero il bimbo bravo che cercava di compiacere Bianca, facevo “tutti i miei compiti e doveri”, ossia cercavo di fare in modo che il rapporto funzionasse. Come ogni bambino però volevo qualcosa in cambio, qualcosa che Elena non era tenuta a darmi, in quanto mia fidanzata, non mia madre. Elena, come Annalisa, hanno inconsciamente capito di avere davanti un bambino che cercava una madre, e mi hanno cacciato. E’ per questo che io non ho saputo superare il lutto della perdita di Elena, perché a rifiutarmi non era semplicemente una donna, ma era…mia madre…”

Attendo alcuni secondi: “Ed una madre…non può rifiutare un figlio”.

Tutte le mie dinamiche svelate in pochi minuti, troppo per non lasciarmi scosso.

Il Fabiani si alza e mi fa cenno di seguirlo. Ci avviciniamo ad uno specchio che riflette la mia figura per intero. Mi dice di guardare nello specchio e di raccontare cosa vedo.

Rimango in silenzio per un po’, sono davvero inorridito.

“Sono brutto” comincio dopo un po’, “avrei bisogno di farmi la barba e di un buon barbiere. Le mie scarpe sono sporche, i jeans lisi e la camicia è dozzinale. Il mio naso è enorme, il colore della mia pelle mi ricorda molto quello di Michael Jackson. Sono un trentaseienne da buttare nel cesso”.

Torniamo a sedere.

Fabiani mi scruta per alcuni secondi: “Credo che per oggi possa bastare” mi dice. Mi consegna una busta dove intuisco vi siano le nuove pastiglie con i dettami del nuovo rituale.

“Prima di andare salutarci” esclama “mi dica cosa le è parso del nostro incontro”.

Ci rifletto per qualche secondo: “Sono turbato”. Non riesco aggiungere nient’altro.

“E’ ok così, torneremo sull’argomento la prossima settimana”.

Mi porge la mano, la sua stratta è decisa.

“Arrivederci”.

Cap 33 – L’usignolo

Sono al quarto giorno della cura del Fabiani e sento che qualcosa si sta muovendo. Ho trascorso la notte anteriore gridando improperi contro il maledetto Silas, la gola ancora mi arde, ma è un dolore piacevole che ha il significato della rinascita.

Non avrei mai pensato che entrare nuovamente in contatto con la mia spiritualità sarebbe stato così semplice: una pillola, un rapido rituale ed il gioco è fatto.

Non riesco ad elaborare lucidamente quanto sta avvenendo dentro di me, di sicuro sento che le pillole comportamentali del Fabiani sono un’arma immensa, potrebbero tranquillamente cambiare il corso della storia come la scoperta della penicillina, o l’acquisto del trio Gullit, Rijkaard Van Basten.

Rimarrei volentieri a letto a riflettere su tutte le piccole cose che sono mutate in me da quando ho cominciato ad ingurgitare quelle strane pastiglie al sapore di menta, ma non posso, ho un compito da portare avanti, e per nulla al mondo lascerò che la mia inerzia prenda il sopravvento.

Mi alzo dal letto sono le tre del pomeriggio, passeggio nudo per la casa incurante degli sguardi inorriditi dei vicini.

Apro l’armadio con la rassegnazione di colui al quale è stato appena comunicato che dovrà andare a combattere al fronte. I vestiti sono tutti ammassati, non c’è nulla di pulito o stirato. Una piccola bomba nucleare è esplosa tra le mie camicie riducendole a delle deliziose palle di cotone.

Scelgo la meno peggio, è azzurra, un regalo di Bianca dell’ultimo Natale. Ripenso alle camicie fatte a mano del Fabiani, la prossima volta voglio domandargli a chi le commissiona.

Opto per un paio di Diesel con un evidente strappo che oramai lascia scoperto tutto il ginocchio destro. La MCI mi sta impedendo anche di prendere una decisione tanto semplice come comprare dei nuovi vestiti, ed il risultato è che praticamente ho gli stessi abiti che usavo cinque anni fa.

In centro ci arrivo camminando verso le 4 del pomeriggio, ancora non vi è molta gente per la strada, solo qualche universitario svogliato, stanco di passare ore chinato sui libri.

Passeggio per una delle vie principali, il dottore è stato chiaro, dovrò avvicinarmi ad almeno 3 ragazze e conoscerle utilizzando alcune frasi che mi ha suggerito. Sono certo di non aver mai raccontato al Fabiani dei miei giorni dell’Estasi, con un po’ di fortuna le due situazioni avrebbero potuto coincidere.

L’utile al dilettevole, vivere l’Estasi ed essere obbligato da un medico ad andare a donne, che c’è di meglio?

In realtà di conoscere ragazze non ho molta voglia, ma se è per sconfiggere la MCI, questo ed altro.

I primi due approcci sono un vero e proprio disastro: Silvia, 25 anni, studentessa di Scienze Politiche non trova politicamente corretto che io tessa le lodi dei suoi immensi seni al punto da spingermi a definirli l’anello di congiunzione tra l’uomo e Dio.

Sara, 30 anni splendidamente portati, mi fa notare dopo alcuni minuti che l’approccio “Mano sul sedere e provo a baciarti PRIMA di essermi presentato” è probabilmente vincente le domeniche pomeriggio in discoteca, ma un po’ distante dalle sue aspettative e dai suoi sogni di trentenne single.

Ringrazio le mie due quasi fidanzate sottolineando anche con gesti plateali, la stupidità della loro scelta, e continuo la mia passeggiata pomeridiana.

Sono ancora immerso nei miei pensieri quando vengo rapito dal dolce canto di un usignolo di nome Annalisa. Le parole e la melodia sono quelle di “Qualcosa che non c’è” di Elisa.

Annalisa veste con jeans attillati che fanno risaltare le sue gambe affusolate, calza stivali Prada color caffè perfettamente abbinati alla maglia che le scende morbida lungo i fianchi. Il taglio della t-shirt è tale che la spalla destra risulti quasi sempre scoperta. Tutto sommato l’immagine è davvero sexy, troppo sexy per una ragazza che si nutre di usignoli.

La raggiungo nel giro di pochi secondi e mi piazzo davanti a lei con fare minaccioso, la sua sorpresa è grande, istintivamente fa un passo indietro e rimane impietrita a fissarmi.

“Dovresti sputare l’usignolo, non mi sembra il caso che una ragazza come te passi il suo tempo maltrattando gli animali”.

La ragazza per lo stupore apre la bocca quel tanto che basta perché io decida di passare immediatamente alle maniere forti. Con un balzo in avanti le sono addosso e le infilo due dita in bocca.

I denti di Annalisa si chiudono istintivamente e il mio pollice ed indice rimangono fatalmente chiusi in una morsa d’acciaio.

Il dolore è di quelli lancinanti, grido con tutto il fiato che ho in corpo mentre gli occhi si fanno lucidi di lacrime. Dopo alcuni secondi che sembrano un’eternità la ragazza apre la bocca e rimane a fissarmi con gli occhi sgranati.

Un piccolo gruppo di persone, attirate dal mio grido si sono radunate intorno a noi.

Pezzo di befana cannibale, quasi mi stacchi due dita”.

La ragazza mi guarda incredula, sembra non credere alle proprie orecchie: “Si può sapere perché cavolo mi hai messo due dita in gola?”

“Per evitare che tu facessi male all’usignolo che hai in bocca, ecco perché..befana. E non fingere di non capire, mi sei passata vicino e stavi cantando Elisa con una voce che non può appartenere ad una persona..ne ho dedotto fosse quella di un usignolo, per questo ho deciso di salvarlo dalle tue grinfie”.

Un signore sulla quarantina che ha assistito alla scena si offre di accompagnarla all’ospedale e di chiamare la polizia ma lei senza perdermi di vista, rifiuta gentilmente l’offerta.

“Quindi tu mi stai dicendo che quando mi hai sentito cantare hai pensato che io avessi catturato un usignolo e sei venuto a salvare il pennuto dalle mie grinfie, corretto?”

Il sangue gocciolando lungo la mia mano, il dolore è ancora insopportabile, ho una voglia matta di picchiare la ragazza davanti a me: “Corretto, befana”.

“Messa così potrebbe quasi sembrare un complimento. Ascoltami bene, io non ho alcun usignolo con me, mi chiamo Annalisa, ho 25 anni, mi piace cantare soprattutto quando sono sotto la doccia o quando sono assorta nei miei pensieri. Mi spiace averti morso in quel modo, mi hai spaventato. Per farmi perdonare se ti va possiamo berci un caffè insieme”.

Dopo un attimo di riluttanza acconsento di accompagnarla al bar. Mi reco al bagno dove rubo un ingente quantitativo di carta igienica per tamponare la ferita. Al mio ritorno la ragazza sta ordinando un the al ginseng. Il cameriere nota la mia fasciatura già lorda di sangue. Non dice nulla e prende anche la mia ordinazione.

I successivi 15 minuti li passo cercando di scorgere qualche movimento sospetto all’interno della bocca della ragazza, anche una semplice piuma potrebbe essere un indice di un abominevole atto perpetrato nei confronti di un debole pennuto, ma nulla succede.

Annalisa mi racconta molto della sua vita, forse troppo per i miei gusti. Scopro così che vive a Verona ma ha affittato un appartamento con delle coetanee per poter seguire più tranquillamente le lezioni. Ama cantare, ma questo già lo avevo intuito e quando era piccola ha anche vinto qualche concorso canoro.

Ride spesso alle mie battute il che mi spinge a ritenere che si stia infatuando di me. Decido di accorciare i tempi, soprattutto immaginando la faccia del Fabiani al raccontargli di essermi portato a letto una ragazza grazie ai suoi approcci.

La mia espressione “Dylan” appare all’incirca quando Annalisa mi sta parlando di sua sorella Lia, il mio sguardo penetrante la zittisce e lei rimane in silenzio a guardarmi: “Che c’è?”.

“C’è che credo sia il momento di baciarci”. Avvicino la mia bocca alla sua ma sul più bello lei si sposta quei centimetri sufficienti a farmi rimanere come un fesso con le labbra protese in avanti.

“Se non torni nella posizione iniziale, difficilmente riusciremo a baciarci” le dico.

“Io non voglio baciarti” risponde tranquillamente.

Rimanendo nella scomoda posizione di bacio in cui mi trovavo insisto: “Ti chiederei di riconsiderare la situazione, io posso rimanere così sollevato in questa scomoda posizione per al massimo due secondi ancora”.

“Meglio che tu ti sieda” risponde “non ti bacerò né ora né tra 2 ore”.

Questa volta sono io a rimanere senza parole, mi lascio cadere sulla poltrona e rifletto su quanto accaduto. Per evitare fraintendimenti decido anzi di rendere il più chiaro possibile i miei pensieri e parlo a braccio: “Mi sembra assolutamente incredibile ed impossibile che tu non voglia baciarmi. Ti ho conosciuta in un modo a dir poco inusuale, ti ho fatto ridere con le mie illuminanti battute, ho finto di ascoltare le tue storie, ti ho sedotta con la mia espressione Dylandibeverlyhills”, hai seguito alla lettera tutto il mio manuale di seduzione e sul più bello mi dici di no?”

Annalisa scoppia a ridere cosa che mi offende e non poco, le scendono le lacrime che si asciuga con un Kleenex che estrae dalla sua borsa. Riprende fiato e mi parla con un tono quasi materno: “Che tu sia simpatico, questo è indubbio; è sicuramente vero che sei per così dire inusuale, non mi hai detto che sono bella, non hai fatto le solite battute sceme che voi ragazzi fate, mi hai messo a mio agio, non lo nego ma…come dire, manca qualcosa”.

“Esatto” rispondo “il bacio e poi il sesso”.

Ride nuovamente, questa volta ancora con più gusto”.

“Non è questo”. Rimane per alcuni istanti a fissarmi, solo ora noto l’azzurro intenso dei suoi occhi, è davvero molto bella.

D’improvviso comincia a raccontare: “Ho conosciuto Lorenzo al mare, tra di noi c’è stato subito un certo feeling. Mi piaceva perché lui era l’unico di tutto il gruppo dei suoi amici che non faceva mai allusioni al sesso. Con lui si poteva parlare di tutto, mi sapeva ascoltare. Dopo alcuni giorni abbiamo cominciato a scherzare sul fatto di potersi innamorare l’uno dell’altro. Sembravamo due quattordicenni alle prese con i primi veri battiti del cuore. Mi ha baciata una sera vicino alla casa che avevo affittato con alcune amiche, mi è sembrato di toccare il paradiso con una mano. Poi è scomparso.”

“Un fantasma…” dico io.

“No scemo, non era un fantasma. E’ scomparso nel senso che la mattina dopo non lo ho chiamato per non sembrare troppo appiccicosa, il pomeriggio non lo ho visto perché sono andata via con una amica, e alla sera…non era più nel suo hotel”.

“Lo ho chiamato almeno 1000 volte ma non ha più risposto. Ho cercato di parlare con i suoi amici ma non c’è stato niente da fare, si inventavano mille scuse ed alla fine ho desistito”.

“E’ da allora che penso a Lorenzo, ed ancora non riesco a dimenticarlo”. Sospira, questa volta il sorriso è amaro. “Tu sei una persona piacevole, probabilmente in un altro momento il bacio te lo avrei dato, ma non ora. Dentro di me c’è ancora lui e sino a quando non se ne andrà…” Le parole rimangono in sospeso, Annalisa si porta ancora una volta il fazzoletto al viso e si asciuga le lacrime.

Rifletto su quanto mi è appena stato detto, la soluzione mi sembra ovvia. “Se lui davvero è ancora dentro di te e in un’occasione ben specifica è scomparso, riconsidererei la possibilità che si sia trattato davvero di un fantasma. In questo caso credo che la soluzione migliore sia quella di chiamare un esperto. Il mio vicino di casa Stefan credo sia anche esorcista oltre che maestro di Okuto”.

La risata di Annalisa è così potente che tutti gli avventori del bar si girano verso di noi.

“Sei un pazzo, ma mi fai morire dal ridere, questo è il patto..non ti denuncio per avermi messo due dita in gola, ti passo il mio numero di telefono e rimaniamo amici, che ne dici?”

Sono talmente offeso dalle parole di Annalisa che per un istante medito se scagliarle il portacenere sui denti, recupero la mia tranquillità e le rispondo: “Io e te non saremo mai amici”.

Questa volta è lei a farsi seria: “Perché scusa?”

“Faremo sesso insieme?” domando

“Ti ho detto di no” risponde.

“E allora niente amicizia, mi compro un cane se voglio un amico”.

“Mi stai dicendo che tu non hai amiche, che tutte le ragazze che conosci le porti a letto?”.

“Non tutte, solo quelle belle”.

“Ah questa poi” esclama con un tono che non cela una buona dose di sarcasmo. “Fatti dare un consiglio, cerca di ripensare alla tua relazione con le donne, mi sembra un po’ disturbata”.

Non riesco più a trattenermi: “Ascoltami tu invece, io sono simpatico, molto carino e ci so fare. Non sta né in cielo né in terra che dopo tutto quello che ho fatto per te, tu stia qui a raccontarmi di Lorenzo e mi proponga un’amicizia”.

Capisco di aver detto una stronzata ancor prima di terminare la frase ma oramai non riesco più a smettere.

Annalisa ora è seria e mi scruta con interesse, rimane in silenzio per almeno 30 interminabili secondi poi mi colpisce nel punto più nero e nascosto della mia anima: “Tu non sei carino, a dire la verità hai più difetti che pregi. Sei molto simpatico però, sei un folle piacevole. Sono queste le caratteristiche che fanno di te una persona interessante, non certo la tua espressione Brandondibeverlyhills”.

“Dylan…Dilandibeverlyhills” la correggo.

“Ok, Dylan. Cosa significa che hai fatto qualcosa per me? Che forse io dovrei sentirmi in qualche modo grata nei tuoi confronti?”

Adesso è lei ad essere un fiume in piena, parla in farsetto scimmiottando i miei gesti ed espressioni nel bel mezzo di un bar: “Guarda Annalisa, ti ho fatto ridere, forse ti offrirò il the, sono stato bravo? Mi dai la ricompensa? “Noooooo Annalisa, la ricompensa che mi offri non mi basta, ed io sono un bimbo viziato che strilla e si incazza e così ottiene tutto”.

C’è del disprezzo negli occhi di Annalisa, lo percepisco e mi spaventa; la sua filippica non ha ancora fine: “Stammi a sentire ragazzo mio, sei riuscito a bruciarti in 5 secondi tutto quello che avevi guadagnato in 1 ora. Ricordati quello che ti dico: io non sono tua madre che ti concede di fare le bizze per ottenere quello che vuoi, io sono una donna che ti poteva dare un bene molto prezioso che si chiama amicizia. Se sei così stupido da non capirlo…è meglio perderti che trovarti”.

Si alza e se ne va, mi lascia il conto da pagare e un macigno da una tonnellata che preme su di me e non mi lascia quasi respirare.

Cap 31 – Ada

Attendo con ansia che qualcosa di davvero devastante succeda, non vi è ragione per cui questo non debba accadere. Come cambierà il mio corpo, la mia mente dopo il primo incontro con il dottore? Sarò in grado di camminare, respirare come prima? Mi avrà forse causato un qualche trauma, magari da oggi comincerò ad udire voci che sempre più insistentemente mi obbligheranno a denudarmi in pubblico proclamandomi Figlio di Dio, o magari più semplicemente mi intimeranno di estirpare con la forza il demonio dagli occhi di una innocente. La paura che mi assale le prime ore dopo la seduta è di quelle che paralizzano.

Mi sento circondato da mille sguardi ostili, tutto ciò che vedo, può rappresentare un pericolo. Il cambiamento, qualunque esso sia, ti porta a rinegoziare il tuo equilibrio con ciò che ti circonda. Tutto ciò che prima era già parte dell’universo delle tue certezze, può manifestarsi improvvisamente come fosse il peggiore dei tuoi mali.

Non è forse questa una delle più grandi paure dell’uomo? Peggiore forse di vedere un vecchio corruttore divenire Presidente della Repubblica? La complessità di quanto ci circonda viene resa accettabile per mezzo delle griglie interpretative della realtà che noi apprendiamo e modifichiamo attraverso l’esperienza. Per un marziano atterrato sul nostro Pianeta, la stretta di mano potrebbe rappresentare un segno ostile, infatti lui, privato di tali schemi interpretativi, non avrebbe modo di capire che in realtà si tratta solo di un modo di salutare.

La mancanza di schemi, di regole, di chiare indicazioni, ma anche l’improvviso cambio di questi meta comportamenti, destabilizzano l’equilibrio che ciascuno di noi riesce ad avere nel mondo. Così, se nella mia personale costruzione di quello che io sono, rappresento e valgo in questa vita, il feedback altrui è parte attiva e generatrice, una risposta incostante da parte dell’altro, o la mia cattiva propensione a decifrare le risposte, possono drammaticamente pregiudicarmi, fisicamente e moralmente.

Cosa accade al bambino abituato a chiedere e ricevere da suo papà un dolce dopo cena, se improvvisamente l’uomo, stanco dopo la giornata di lavoro, e alterato dai due bicchieri di rosso bevuti, invece di esaudire le richieste del piccolo, gli risponde con un sonoro ceffone?

Succede che la realtà, fino a quel momento chiara e lineare, perde per il bimbo i suoi pilastri fondamentali, forza la mente del fanciullo ad una rielaborazione del tutto nuova, in cui la violenza, il dolore, il pianto, non sono più la possibile  ripercussione per un comportamento errato, ma anche la terribile ricompensa per una azione semplice, neutra, come la richiesta di cibo.

Quando la consuetudine viene a mancare, subentra l’ansia, quando sai che qualcosa in te è cambiato, sai che nulla sarà più come prima, che d’improvviso, potrai ricevere un ceffone dalla tua vita, da parte di qualcuno o qualcosa che un tempo ti era amico.

Dopo l’incontro con il Fabiani sono quindi un bambino di 36 anni, che pone il suo piede in un mondo nuovo e sperimenta tutto come se fosse la prima volta.

Questa sensazione in realtà non dura molto, e ben presto scopro che nulla o quasi sembra essere cambiato.

Nessuna delle cose che temevo accadessero in realtà si avvera: l’interazione con gli altri non muta, il mio conto corrente bancario non viene prosciugato, il dottore non mi invia alcun MMS pornografico, non avverto la presenza di un maniaco alle mie spalle. È così che pian piano riesco a rilassarmi e con la mente fissa al successivo appuntamento, anche le giornate in ufficio sembrano pesare meno. Riesco ad arrivare puntuale in 2 dei 4 giorni rimanenti, e il venerdì, a dispetto di una abitudine consolidatasi a regola, esco alle 18, invece di sparire come per incanto alle 13.

Questo inconsueto stato di grazia non passa inosservato, in più di un’occasione mi vedo costretto a negare con forza di essere incinta.

Stefan vi sono molti motivi per cui qualcuno può sentirsi bene e in pace con se stesso, non necessariamente uno deve essere incinta”.

“Tu sembri anche più bello però, ed io so che se vedi una donna felice e bella, allora è incinta, per questo credo che anche tu lo sia, e ne sono felice, l’unica cosa è che mi piacerebbe che tuo figlio portasse il mio nome, in onore a questa nostra fantastica amicizia”.

La dolce follia di Stefan, che in altre occasioni avrei cacciato a pedate da casa, mi fa stranamente sorridere e commuovere, e a nulla vale mostrargli le pastiglie anti epidemia ottenute all’epoca dal Fabiani, per il ragazzo l’unica spiegazione alla mia inconsueta tranquillità, è da attribuirsi alla imminente nascita di un bebè.

Dopo averlo finalmente convinto del contrario, sottoponendomi per ben tre volte in sua presenza, ad un imbarazzante test di gravidanza, decido di approfittare di questo mio fugace momento di piacevole e insperata intelligenza sociale per riallacciare i fili con alcune persone da tempo trascurate.

Passo ben cinque minuti parlando con Quella, che turbata a tal punto dalla mia inusuale gentilezza, fugge piangendo in cerca del conforto e della protezione di Bianca. Allo stesso modo, torno al supermercato vicino casa, per scambiare due parole con Simona, per chiedere informazioni su Baffino, in fin dei conti, uno dei pochi a cui ho voluto davvero bene.

Affrontare queste piccole sfide mi stimola, l’adrenalina scorre nelle mie vene e mi stringe con violenza lo stomaco. E’ molto semplice fuggire innanzi ad un ostacolo, ma spesso risulta altrettanto semplice superarlo.

Giunge così il tanto atteso lunedì che trascorro fantasticando su quanto potrà accadere e su come il dottore potrà condurre l’incontro. Mi rendo conto, forse per la prima volta, di nutrire nei suoi confronti un sentimento misto di stima e rispetto. Ha saputo aiutarmi in occasione della terribile epidemia fornendomi delle pillole miracolose che mi hanno evitato di rimanere incinta, e si è offerto spontaneamente di liberarmi una volta per tutte dalla MCI.

Saluto tutti al lavoro alle 17.30 e alle 17.50 faccio la mia entrata trionfale nella sala d’aspetto del dottore. Non guardo in faccia a nessuno un po’ per maleducazione, un po’ nella convinzione che un giorno una modella ninfomane desiderosa di provare il sesso a tre con la sua migliore amica, ed inspiegabilmente seduta in attesa di una visita del Fabiani, noti il mio atteggiamento di bello e dannato e mi chieda di condividere con lei la sua torbida fantasia.

Sono in procinto di aprire la porta dello studio quando sento una voce.

“Mi scusi”.

Intuisco immediatamente quanto sta per succedere. “Finalmente il giorno è arrivato” rispondo senza girarmi “Sì, farò l’amore con te e la tua migliore amica”.

“…la mia migliore amica ha 72 anni” risponde la donna “Però..contento te…”.

“Accetto la tu perversione a patto che sia tu ad occuparti di lei” le rispondo senza esitare un secondo.

Continuando a darle le spalle e assumendo nel contempo la postura “Sì sono un bello e dannato” fingo di accendermi una sigaretta e di fumarla.

“Che stai facendo?” domanda.

“Fumo”.

“Ma cosa?” ribatte ” non ha nulla in mano..stai facendo finta di fumare”.

“Siamo in un ambulatorio medico, baby” ribatto e lei sembra accettare la spiegazione.

“Credo ci sia un equivoco” azzarda, “Forse sarebbe il caso ti girassi”.

Non riesco a decifrare perfettamente il significato della sua affermazione, ma per la prima volta noto la voce della mia compagna di avventure sessuali, più simile a quella di una dolce nonna che a quella di una focosa ventenne in cerca di sordide emozioni.

Mi giro lentamente e mi trovo per la prima volta davanti ad Ada.

“Ritengo di non essere proprio la ragazza che ti stavi immaginando” mi dice ridendo.

La persona che mi sta parlando è seduta nella stessa seggiola in cui l’ultima volta avevo notato la mamma con il figlioletto imbroglione. Indossa un abito elegante color rosa opaco, due fili di perle adornano il suo collo di pelle avvizzita come un vestito non stirato. Due occhi azzurri mi fissano divertiti, il loro colore è reso ancor più brillante grazie al contrasto con il bianco dei capelli.

Su due piedi valuto che la vecchietta non possa avere meno di 200 anni. Decido che la soluzione migliore per confermare questa mia ipotesi sia quella di tagliare un braccio alla malcapitata, e contare il numero di anelli di accrescimento che negli anni si sono andati formando.

“Vorrei tagliarle un braccio per scoprire la sua età” esordisco con semplicità.

“Ok, a me invece piacerebbe gridare qualcosa vicino al tuo orecchio e calcolare per quanto tempo si sente la eco in quella testa vuota che ti ritrovi”.

“L’eco”.

“Confermo quanto appena detto, eco è femminile”.

“Sublime, lei mi ricorda un vecchio saggio nudista che ho conosciuto in una spiaggia di Barcellona. In realtà il vecchio saggio aveva la barba e il corpo lucido a causa di un olio abbronzante che continuava a spalmarsi con fin troppa cura, e dedizione”.

“Non fraintendiamo però, non sto sostenendo in questo momento che lei abbia la barba, e nemmeno vorrei che lei giungesse alla conclusione che io stia indossando quegli occhiali per vedere attraverso i vestiti e la stia vedendo nuda. Ecco, questo volevo precisarlo”.

“Vorrei anche aggiungere che quegli occhialetti in realtà non funzionano, da quello che mi hanno raccontato, una volta che una persona li indossa, può semplicemente leggere una frase impressa probabilmente sulle lenti che dice “E adesso usa la tua fantasia”.

“Buffo non trova? Non sa quante volte ho pensato di comprarmeli, ma poi ho sempre desistito. Scommetto che lei invece un paio ne aveva…e ovviamente ho pensato al saggio perché lei mi ha appena insegnato che eco è femminile”.

La mia divagazione coglie del tutto impreparata la signora che inclina il capo verso destra e rimane in silenzio a fissarmi.

Passano alcuni secondi prima che la donna rompa il silenzio.

“Mi chiamo Ada, sono nata nel 1919, te lo dico per evitare che tu giovane picchiatello decida ti tagliarmi un braccio per verificare la mia età. Sono certa tu non stia indossando quegli occhiali, e sono altrettanto sicura di non poter nemmeno avvicinare, per saggezza e status morale, quell’anziano nudista da te incontrato a Barcellona. Ho deciso di attirare la tua attenzione perché ho avuto l’impressione che tu volessi passarmi davanti, ed entrare direttamente dal dottore senza rispettare la fila”.

“Ammette quindi di possedere o di aver posseduto degli occhiali a raggi X”.

“No, giovane malato mentale, non posseggo sfortunatamente questo incantevole gadget, ma non preoccuparti, sarà mia premura appena uscita di qui, cercare chi sia il distributore ufficiale del prodotto in Italia, per poterne subito acquistare almeno 3 paia”.

Percepisco una nota di sarcasmo in quanto appena affermato da Ada, la cosa mi offende a tal punto che decido di vendicarmi“.

Sfodero il mio amabile sorriso da Figlio del Demonio, e mi congratulo mentalmente con me stesso, mentre ascolto con quale perfidia sto rispondendo alla donna.

“Per rispondere alla sua osservazione, signora Ada, la informo che io ho un appuntamento alle 18 e che per sua sfortuna, sono molto amico del Fabiani. Stia pure certa che il dottore non la riceverà, perché il mio problema è più grave del suo.  Prevedo anzi che il dottore provvederà a cacciarla in malo modo, come ha già fatto con alcune persone lo scorso lunedì. Mi spiace signora, è la legge del più forte e di chi ha le migliori conoscenze”.

Chiudo il tutto con il mio roboante sorriso “Ebbene sì, ti ho fregata” e attendo impaziente che Ada pianga disperata e mi chieda perdono.

Capisco di essermi cacciato in un brutto guaio quando la nonnina comincia a muovere la testa a destra e sinistra come un pugile prima di una battaglia. Senza smettere di fissarmi la signora apre e chiude la mandibola ed effettua alcuni movimenti di riscaldamento per le spalle.

Si alza in piedi e camminando lentamente mi raggiunge. Si piazza tra me e la porta dello studio del Fabiani, quasi a voler far scudo con il suo corpo. Ada non arriva al metro e 65, la posso guardare dall’alto verso il basso, ciò nonostante mi intimorisce.

“Lascia che ti spieghi una cosa” esordisce. Il tono della sua voce è cambiato, da dolce e amabile si è trasformato nel cupo ruggito di un leone. “A me non importa un fico secco di chi tu sia o chi tu conosca. Ho 91 anni e nella mia vita ne ho vissute di tutti i colori. Sono sopravvissuta ad una guerra e alla morte di una figlia, ho patito il freddo e la fame, ho perduto mio marito quando ero davvero troppo giovane, ma ciò nonostante ho allevato due splendidi figli”.

“Non sono arrivata a questa età per permettere ad un piccolo sbruffoncello di calpestare quelli che sono i miei diritti, in nome di una tua supposta superiorità fisica, o di una millantata conoscenza”.

La porta dello studio si apre e il Fabiani rimane alquanto sorpreso innanzi a siffatta scena. Molto lentamente Ada si volge verso di lui, punta l’indice verso il volto del dottore ed esclama: “Lei stia zitto, adesso arriva anche la sua parte”.

Sono terrorizzato, le frasi della vecchietta stanno rimbombando dentro la mia testa, ogni parola pesa più di un macigno.

“Adesso tu ragazzino” continua ” Ti metti seduto ed aspetti il tuo turno. Cerca di farti entrare in quella zucca che la nostra società vive e si basa su delle regole, che è troppo semplice comportarsi da prepotenti con i più deboli. Se hai forza e coraggio, usali contro gli usurpatori, contro chi imbroglia, contro chi fa pesare, come tu hai cercato di fare, conoscenze ed amicizie. A 91 anni ho imparato che le cose che non ci piacciono vanno combattute, altrimenti ci si riduce a covare internamente tanta rabbia, e sfogarla solo quando davanti si ha un debole”.

“E lei”, continua la donna rivolgendosi al Fabiani, “Ci provi a mandarmi via o far passare questo pagliaccio prima di me, e le giuro che prima le rompo il naso e poi le pianto uno di quei casini legali che nel giro di un anno sarà per la strada a chiedere l’elemosina. Non dica nulla, si giri, entri nel suo studio e mi aspetti”.

Il Fabiani mi guarda atterrito, il suo volto è divenuto d’incanto bianco come un lenzuolo, senza aver la forza nemmeno di respirare, rientra nel suo ufficio.

È di nuovo il mio turno, l’onda anomala torna a riversarsi su di me.

“Non sembri un cattivo ragazzo, quindi per questa volta non ti metto le mani addosso” riprende Ada, il tono della voce si è nuovamente mutato in quello di una dolce nonna.

“Ascoltami bene ragazzino, questo è l’insegnamento migliore che tu possa ricevere, se hai dell’energia dentro di te, cerca di utilizzarla per qualcosa di buono, non per sopraffare chi non può rispondere. Ricordati che nella vita ci sarà sempre qualcuno più brutto, forte e cattivo di te, ma non per questo dovrai lasciare che ti mettano i piedi in testa. Sei sufficientemente svitato da starmi simpatico, quindi accetta un consiglio da una mite signora di 91 anni: focalizza sempre e distingui nettamente ciò che è giusto da ciò che non lo è, e prendi le tue decisioni di conseguenza”.

Mi sorride, apre la porta dell’ufficio del Fabiani e in silenzio richiude la porta alle sue spalle, lasciandomi solo nella sala d’aspetto.

Cap 30 – Primi passi a ritroso nel tempo

“E se ammettessi di sentirmi un po’ turbato? Andrei all’inferno? Forse sì, l’inferno delle femminucce, in compagnia di tutti i finti uomini che hanno pianto guardando il Titanic, o magari ai piedi di una donna che già gli aveva rottamati”.

“Mi trovo davanti ad una persona, e mi sento a disagio. Credo si tratti di una questione di potere, in questa situazione c’è chi lo possiede, e chi invece rimane in ginocchio, e chiede aiuto. Tutto avrei pensato, tranne di trovarmi così, nudo, davanti al Fabiani“.

“In fin dei conti questo è il signore che alle tre del mattino mi ha parlato del suo prossimo calendario di Max!”

“Posso riporre le mie speranze, la mia fiducia, in una persona tanto disordinata e…strana? E’ davvero plausibile che lui possa aiutarmi? Ma soprattutto, il dubbio che adesso mi assilla è…il suo calendario, venderà di più o di meno rispetto a quello di Garko, o Gassman?”

“E se dovesse realmente avere successo, in che modo potrei approfittare della situazione? Sarei visto come il semplice miracolato, o anch’io potrei giovarmi di una fetta di questa gloria? In fin dei conti l’ammalato sono io, a me spetta portare ogni giorno sul groppone il peso di questa drammatica e devastante malattia”.

“Eh no, mio caro dottore, non ci siamo! Io dovrò figurare accanto a te quando un bel giorno, in uno di quei vippissimi bar di Milano, mostrerai all’Italia la gigantografia della copertina del tuo calendario“.

“Poi magari, gironzolando per i tavoli, raccogliendo le impressioni e gli sguardi ammirati delle signore presenti, potrei incrociare la Canalis“.

“Non c’è dubbio, la Canalis sarà presente all’evento, non potrà mancare in quanto ex ragazza Max. Il nostro incontro sarà casuale, potrei dirle che mi ricorda qualcuno, e dopo alcuni secondi di suspance le direi: “Ma certo, che scemo, sei Marisa Laurito”.

“La farei ridere per almeno 10 minuti, raccontandole della MCI, di come sono guarito, di come la mia vita sia cambiata. Le farei capire senza dirglielo che in fin dei conti, per una ragazza bella, di successo come lei, rimanere aggrappata a quel vecchietto del suo fidanzato è una cosa scema. Sono certo che dopo meno di 1 ora la avrei già sedotta”.

“Prima di andarmene però, fissandola negli occhi, le direi la verità. Le racconterei che ho voluto conquistarla solo per dimostrare a me stesso che adesso io posso ottenere qualsiasi cosa, ma che in definitiva non è lei che desidero”.

“Il mio cuore ha realmente battuto una sola volta per una donna, e non c’è corpo perfetto o viso d’angelo che possano farmi dimenticare tutto questo. Le direi che potrei vivere in un prato fiorito, ma il profumo dei boccioli che si aprono alla luce del sole, non potrebbe inebriarmi come l’odore della pelle di Asia, e che potrei possedere tutti i dipinti di Bacon, ma la loro intensità, la loro bellezza, non potrebbero mai provocare in me i brividi provati innanzi a quel perfetto e meschino gioco del destino che ho fatto fuggire, per paura di amare.

“Mia dolce Elisabetta”, concluderei, “accontentati di quello che il fato ti ha concesso. Non ti offendere, ma il mio cuore appartiene ad un’altra, e ti posso giurare che preferirei passare un solo minuto ancora con Asia, che un’intera vita con te”.

“Prima di tutto vorrei sapere da te una cosa”. La voce del Fabiani entra prepotentemente nel mio sogno ad occhi aperti e mi riporta con impeto alla realtà.

“Prego”, rispondo, “faccia come se ci trovassimo nel suo studio”.

“Vorrei sapere in questo momento come mi vedi, cioè che impressione hai di me, alla luce di quanto è appena avvenuto”.

La domanda mi prende un po’ in contropiede, mi aspettavo un altro genere di richiesta.

Avevo già pronta una nutrita schiera di risposte evasive per evitare di passargli le mie foto di nudo, o per evitare il bacio in bocca della buonanotte.

Per la foto gli avrei semplicemente detto che essendo stato da poco ingaggiato da Lele Mora, e avendo firmato un contratto di esclusività, solo a lui, avrei potuto fornire tale materiale scabroso.

Per il bacio ero ancora indeciso tra: “non bacio mai al primo appuntamento” e “esco da una storia di 7 anni con un tipo” con leggera propensione per la seconda, perché poter citare Elio è sempre un motivo di orgoglio.

Possibile che io non gli sappia rispondere? Smetto di fissare per un momento il dottore e lascio che la mia memoria mi riporti ad una mattina di circa 28 anni fa. Ho 8 o 9 anni, sono ancora biondo e il mio naso non è ancora cresciuto come quello di un elefante.

La Megera mi chiama alla lavagna per interrogarmi in geometria Conosco le regole, e tutto quello che c’è da sapere, ci sarà un motivo se sono probabilmente, il più bravo della classe.

L’interrogazione non mi spaventa, prendo il gesso e mi sistemo vicino alla lavagna in attesa.

La Maledetta mi dice: “Traccia una linea che misuri due decimetri”. Per la prima volta in vita mia scopro che cosa vuol dire provare panico. “Io posso tracciare una linea signora Megera, posso eseguire tutti i calcoli del mondo con le sue maledette 20 unità, ma non mi domandi qualcosa che non si può studiare”.

“Come posso sapere quando fermare la mia mano? E se invece di 20 cm le disegnassi 19? Tracciare una linea di 20 cm è possibile solo sfruttando i quadretti del mio quaderno, ma è impossibile in una lavagna nera. Perché Donna figlia dell’Inferno mi stai domandando questo? Lo sai che io…io provo panico?

Comincio a sudare, la testa inizia a pulsare, la Megera capisce di avermi incastrato e non molla l’osso. Mi umilia davanti a tutti, mi irride, sprofondo in un abisso di vergogna dal quale non potrò più riemergere

Disegno una linea, guardo la Donna Maledetta che impassibile scruta il mio lavoro. “Quella secondo te misura 2 decimetri? Sei sicuro? Lo sei veramente?”. La palla passa alla classe, la domanda è la stessa: “Ragazzi, vedete quel bambino nudo davanti a voi, quello che si credeva bravo, proprio quel biondino che in un po’ di anni cercherà di spaccarsi il naso contro una porta, per convincere sua madre a pagargli una plastica. Dietro quel bambino che trema a causa della sua insicurezza c’è una maledetta riga tracciata con un gesso bianco. Lui dice che misura 2 decimetri…gli crediamo?”

“Perché mi è venuto in mente tutto questo? Forse perché anche in questo momento non ho la minima idea di cosa rispondere.

Mi guardo un po’ intorno per prendere tempo, il mio sguardo si sofferma ancora una volta nel libro poggiato sulla scrivania. Bofonchio qualcosa, giusto per non sembrare muto mentre il Fabiani mi fissa in silenzio. L’immagine del dottore in giacca e cravatta, silenzioso davanti a me, a dire il vero qualcosa mi ispira, decido di seguire questa strada.

“La ho trovata elegante, oggi indossa la giacca e la cravatta. In un primo momento ho anche pensato ci volesse provare con me, ma la avverto, voglio arrivare vergine al matrimonio, e magari fare anche il Papa, quindi come già le ho detto, niente sesso”.

Nessuna risata, nessun cenno di comprensione, il dottore non muta la sua espressione e rimane in silenzio.

Ok..diciamo che in un certo senso mi è sembrato molto deciso, ha cacciato delle persone in modo risoluto per rispettare il nostro appuntamento, mi è sembrato…giusto da parte sua, un bel gesto“.

Come se improvvisamente gli avessero attaccato la spina, il Fabiani ricomincia a muoversi: “Perfetto, adesso lascia che ti spieghi una cosa: come ben puoi vedere io ho questo libro sulla mia scrivania. Parla in maniera dettagliata della MCI e ne evidenzia le possibili cure. Prima però di cominciare questo cammino insieme, vorrei che tu mi raccontassi un po’ la tua storia, e perché sei qui da me a cercare un aiuto. In definitiva, devo essere certo che tu davvero abbia la MCI”.

Per alcuni secondi cerco di riorganizzare le idee su di me, chi sono, cosa faccio, perché sono davanti ad un medico. Se fossi davanti ad una donna sarebbe più semplice, perché fin dal principio mi sarebbe chiaro l’obiettivo da raggiungere.
Con un medico è differente, che cosa può e cosa non deve entrare? Saranno cose significative per lui o quello che gli racconto non ha alcuna rilevanza medica?

Potrei dirgli che adoro il mare, i gatti, tifo Milan e mi piacciono le ragazze more, ma non necessariamente questo ha avuto rilevanza nella eziogenesi della mia patologia.

Il mio racconto è come un motore diesel…l’inizio è titubante.

“Vediamo: ho 36 anni, una laurea, un lavoro presso la fabbrica di mio padre. Con la mia famiglia ho un buon rapporto, tranne con “Quella” che i miei genitori spacciano come mia sorella, ma che in realtà è adottata”.

Noto subito che il Fabiani ha cominciato a prendere appunti, la cosa mi allarma.

“Che scrive?”

“Per avere chiara la tua situazione ho bisogno di appuntare alcune cose”.

“Ok senta, Quella non è adottata, cioè io credo lo sia, ma ad oggi non ho ancora trovato dei documenti che lo dimostrino. Per ora scriva che ho una sorella”.

Diligentemente Fabiani annota la correzione e ricomincia a fissarmi.

“Sono qui da lei perché…c’è qualcosa in me che non funziona. E’ da tempo che ho capito di essere affetto da MCI, solo che fino a poco tempo fa questa situazione non mi aveva pregiudicato più di tanto. In fin dei conti ho la mia casa, ho un lavoro che mi annoia, in ufficio ci vado quando ne ho voglia, tanto mio padre può fare a meno di me“.

“E’ con le donne che la cosa ha cominciato a preoccuparmi, cioè io non ho mai avuto problemi a conquistarne ma ho notato che…esiste come una sorta di loop, un gioco perverso in cui regolarmente cado, per cui finisco per conquistare la ragazza, ma poi vengo regolarmente mollato”.

“Sono stato mollato da Elena, da Anna, e pian piano tutto questo mi ha come tolto la terra sotto i piedi. Ultimamente poi, davanti ad una donna che credo potesse rappresentare la mia perfetta metà..sono fuggito, meglio ho cacciato via lei. Non ho avuto il coraggio di affrontare il rischio, di giocare la partita, ho perso per paura di perdere. Questa è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso“.

“Prima di lei ho cercato conforto e aiuto altrove, ma è come se il mio carattere e il mio problema fossero troppo nuovi e potenti per i miei interlocutori. Alla fine non si è risolto nulla, ed io mi ritrovo insoddisfatto, incapace di muovermi, di reagire…insomma, con un chiarissimo caso di MCI”.

Il Fabiani finisce di appuntare alcune cose, poi torna a guardarmi con severità: “Mi corregga se sbaglio quindi, lei è un giovane uomo di 36 anni, con una vita sostanzialmente tranquilla, nel senso che non è disoccupato, ha comunque una certa stabilità alle spalle, ha un buon livello socio-culturale. Per quello che mi dice, esiste in lei una sorta di coazione a ripetere a causa della quale non solo sta perdendo molte occasioni importanti, ma gradatamente sta come velando quanto di buono comunque già possiede”.

Rifletto un attimo sulle parole del Fabiani, credo abbia ragione, annuisco.

“Inoltre mi racconta che il suo carattere forte ha impedito ad altri di aiutarla giusto?”

“Direi di sì”.

“Lo stesso carattere che poco prima mi ha descritto come debole, in quanto affetto da MCI. Come giustifica la coesistenza di questi strani opposti? Lei ha un carattere debole, affetto da MCI, o un carattere forte, che impedisce agli altri di aiutarla?”

E siamo a due, seconda domanda cui non riesco a dare una risposta. La riflessione del dottore è pertinente, apre un piccolo squarcio nel mio buio, che altrettanto rapidamente si chiude.

Con poca convinzione rispondo la prima cosa che mi passa per la testa, e che sembra dotata di un minimo di logica: “Probabilmente la MCI colpisce solo alcuni aspetti..mentre altri li lascia intatti”.

Fabiani annota la mia risposta e ricomincia a fissarmi. “Continuando con il nostro ragionamento, lei ammette di avere un carattere forte, giusto? E che questa sua forza ha in qualche modo bloccato le persone che volevano aiutarla”.

“In un certo senso sì, insomma erano inadeguati” rispondo.

“Per sconfiggere un carattere forte, ne servirà uno ancora più forte, conviene con me?”

“Il Fabiani ha smesso di darmi del tu, ora mi da del lei, la cosa mi piace” rifletto:

“Direi di sì” rispondo.

“Come le è sembrato il mio comportamento di poco fa? E’ il comportamento di una mammoletta, o le sono sembrato una persona con le palle?”

Il link tra quanto avvenuto nella sala d’aspetto e quanto descritto dal Fabiani diventa in un attimo evidente, le parole del dottore mi illuminano una strada che avevo davanti e non riuscivo a vedere.

“Effettivamente, ha dimostrato molto carattere..insomma di avere le palle dottore”.

“Facciamo un passo ulteriore” mi dice, “a suo modo di vedere, quali sono le figure che fanno parte della cerchia ristretta di una persona, e che dovrebbero manifestare questo tipo di tratto caratteriale?”

“Beh…prima di tutto un padre direi, insomma è lui l’uomo di casa e..” Le parole si strozzano in gola, sento montare per un attimo un’onda di angoscia che fortunatamente dopo un attimo scompare.

Fabiani ancora impassibile annota la mia risposta nel suo quaderno.

Sembra non mi voglia dare tempo di pensare, prende nuovamente la parola.

“Mi ha citato la figura del padre, ma prima, mi parli un po’ di sua madre”.

La domanda questa volta ha il pregio di tranquillizzarmi, parlare di Bianca mi piace.

“Mia madre si chiama Bianca, non so esattamente quanti anni abbia ma da fonti ben informate gliene darei sicuramente più di 25. E’ una donna fantastica, gran carattere, combattiva. E’ il perno della famiglia, ha sempre una parola dolce per tutti e difficilmente si arrabbia. Davvero…una donna meravigliosa. Il rapporto con lei è da sempre davvero buono”.

“Ottimo”, risponde il Fabiani, continuando a scrivere, “Mi descriva il suo primo ricordo di un momento felice che abbia protagonista sua madre”.

Sorridendo comincio ad andare a ritroso nel tempo, ben presto però il sorriso si spegne.

Davanti a me ho un muro, e questa parete mi divide dai ricordi più belli. Non riesco, non posso, mi rendo conto di non possedere ricordi felici legati a Bianca.

L’angoscia mi assale nuovamente, e questa volta è un fiume in piena, mi sento affogare e dal Fabiani non ricevo alcun salvagente.

“Mi ha appena detto che con sua madre il rapporto era splendido, possibile che non riesca a ricordare nemmeno un episodio insieme a lei in cui era felice?”

Le parole del Fabiani sono come pietre legate alle mie caviglie, mi portano ancora più a fondo, togliendomi il respiro.

Il dottore ha raggiunto il suo obiettivo, mi ha messo davanti a qualcosa che non conoscevo,ma che sicuramente ha qualche attinenza con quanto sta succedendo.

“Per oggi basta così” mi dice, “ho in mano tutti gli elementi che mi servivano”.

“Prima di parlare delle cose più tecniche, mi dica solo una cosa: “Come mi vede ora?”.

Questa volta non faccio fatica a trovare le parole, sono ancora troppo turbato da quanto successo per non sapere come rispondergli: “Professionale, deciso e capace”.

“Bene, rimaniamo fermi qui e ne riparliamo la prossima settimana. Credo tu sia affetto da MCI, e direi che da quanto è emerso, io posso davvero aiutarti. E’ fondamentale però che tu capisca che questo non è uno scherzo, che per sconfiggere questa tua malattia c’è bisogno del tuo impegno e della tua dedizione”.

Annuisco.

“Dovremo vederci una volta a settimana, direi tutti i lunedì dalle 18 alle 18.45, non un minuto più non uno meno. Non potrò vedere altri pazienti, quindi sarà il caso di fissare un tariffario, ti offro 2 possibilità: pagarmi in euro, in questo caso sono 65 euro ad incontro, o in “minuti-vita”, e in questo caso ti impegni ad uscire con me 1 ora a settimana. Possiamo andare al cinema, a bere qualcosa o a fighe, che preferisci?

“Scelgo i soldi, pagherò i 65 € settimanali…ma con lei non esco, ci vediamo lunedì prossimo”.

Mi alzo di scatto, sono ancora molto agitato.

Il dottore mi accompagna alla porta, mi tende la mano, mi saluta con una stretta decisa.

A lunedì allora.

Cap 29 – Nello studio del Fabiani

Disteso nel letto guardo l’ora sul telefono. Sono passati solo 3 minuti dall’ultima volta che ho controllato; oggi il tempo non sembra trascorrere.

Poco tempo fa un amico mi spiegò che esistono due maniere differenti per affrontare una maratona: ci si può concentrare su tutti quelli che sono i segnali che il nostro organismo ci sta inviando, o si può procedere con una sorta di dissociazione. In questo caso è fondamentale far viaggiare la fantasia, visualizzare una situazione ben specifica, e cercare di immaginarne i più piccoli particolari, obbligare il nostro cervello a vivere una realtà parallela ove la fatica, la sete, la stanchezza non hanno patria. È l’unico modo per truffare legalmente la nostra mente, e così perdere per incanto la percezione del tempo che non passa, e della spossatezza che avanza.

Con gli occhi aperti, pian piano mi immergo nei miei ricordi, sono nuovamente nella vecchia e logora palestra di Jesolo, stiamo giocando una finale di pallacanestro con una squadra che abbiamo sempre sconfitto. Io sono sicuro di me, ho la consapevolezza che le finali sono le mie partite, che io non sbaglio mai gli avvenimenti importanti.

Corro, sudo, lotto. Il mio avversario non vede una palla, lo anniento, il mister vuole questo da me. La mia squadra gioca male, perdiamo, ma io non ne sono troppo deluso, perché so di essermi impegnato a fondo, a fallire sono stati gli altri.

Mi riconosco, questo sono stato io per anni, una macchina infallibile, l’uomo giusto al momento giusto, quello capace di trascinare gli altri, su cui si poteva contare.

Ora sono nuovamente in quel campo di gioco, rubo una palla importante e corro verso il canestro avversario; sono troppo rapido per i miei avversari, loro desistono mentre rapidamente mi avvicino a marcare altri due punti. Salto, volo… Ho il tempo di guardare negli occhi il mio allenatore, “questa è per te che mi hai dato fiducia”. Schiaccio.

La gente si alza in piedi, sento un’ovazione, tutti gli applausi sono solo per me. Sono felice, ho l’approvazione e la stima di tutti.

Torno per un attimo alla realtà della mia stanza, l’orologio adesso segna le 14.31, l’appuntamento con il Fabiani è fissato per le 15, valutando che non ho intenzione di lavarmi e meno che meno impegnarmi alla ricerca di qualcosa di pulito da mettermi, ho almeno altri dieci minuti liberi.

Rifletto per un attimo sulla fantasia che ho appena avuto, ho come la sensazione che blocchi temporali differenti si siano mescolati, creando qualcosa di assolutamente nuovo. Due momenti distinti della mia vita, così vicini a livello temporale, ma così drammaticamente differenti. Per un attimo hanno convissuto due aspetti di me, uno concreto, sicuro, vincente, patrimonio di un passato che sembra scomparso, e l’altro che si alimenta di sogni, di situazioni irrealizzabili, di voli di fantasia utili solo per addormentarsi, ma troppo distanti dalla vita reale e dalla concreta possibilità di realizzarsi per rappresentare davvero uno stimolo a crescere e migliorare.

A volte mi dimentico di quanto io sia cambiato, di quanto mi sia involuto, diventando quello che sono. Quando è cominciato tutto questo? Perché mi sono ammalato di MCI?

Il dottor Fabiani in questo momento rappresenta la mia ultima speranza, dopo di lui non saprei realmente a chi potermi rivolgere. Al telefono è sembrato sicuro di sé, sinceramente non ho molto da perdere.

Sono molto combattuto a dire il vero, da un lato desidero ardentemente uscire da questa strana situazione, dall’altra temo che rivolgendomi ad un vero medico, non farei altro che certificare la mia diversità, la mia anomalia. Voglio sentirmi malato, per poter credere che possa esistere una cura, ma temo di esserlo, per tutto quello che comporta in termini di giudizio sociale, e conseguente emarginazione.

E se si coprisse che la MCI si diffonde per via aerobica? Un semplice starnuto e bang, decine di persone ridotte a trascinarsi miserevolmente attraverso gli anni, vedendo svanire davanti agli occhi i propri sogni. Centinaia di persone disperate per aver perduto la loro Asia, e non essere più in grado di lottare per riaverla.

Verrei ghettizzato, spinto all’angolo dalla ragionevolezza della maggioranza, più che disponibile a giudicarmi per il male che mi affligge, e per quello che posso provocare. Mi obbligherebbero a girare con una mascherina bianca – poco male, il mio naso è brutto – ma anche con questo accorgimento vedrei poco a poco svanire, dissolversi in un nulla, decine di amicizie.

Le mie interazioni sociali andrebbero così via via riducendosi all’osso, fino forse a scomparire del tutto. Non voglio ridurmi a 36 anni a vivere richiuso in casa, mangiando cioccolata che qualcuno, forse Bianca, è andato a comprare per me.

Recupero per un attimo la mia lucidità e la mia giusta collocazione spazio temporale.

Telefono – recenti – Fabiani. Sono molto tentato di chiamare il dottore e cancellare l’incontro. Ci penso per alcuni secondi, lentamente mi alzo dal letto, indosso le scarpe ed esco di casa.

Incrocio per le scale il genio del Ruberti, mi guarda con terrore, la sua voglia di fuggire è palese, ma non ha davvero via di fuga. Gli sorrido, e senza dirgli nulla gli passo accanto. Sento i suoi occhi puntati su di me, mi accompagnano sino a quando arrivato alla fine della rampa della scale, esco dalla porta principale, e scompaio dalla sua vista.

Ci sono molte cose che avrei voluto dirgli, dovendo scegliere mi sarei soffermato a disquisire con lui su quanto io sia preoccupato per la sua vita sessuale, non credo più molto attiva ed eccitante. Avremo sicuramente modo di parlarne più avanti.

Non ho voglia di guidare oggi, e non so come starò dopo l’incontro con il dottore, meglio muoversi in bici. lo studio del Fabiani è a pochi isolati da casa, in un baleno sono davanti al suo portone. Suono il campanello e dopo pochi secondi, qualcuno mi apre.

Nella sala d’aspetto vi sono tre persone e mezzo che stanno aspettando. Due tossiscono con insistenza, se fossero malate di MCI a quest’ora non vi sarebbe più scampo per gli altri.

Una donna di circa 38 anni tiene sulle gambe un bambino lamentoso, comincio ad odiare il fanciullo dopo circa 10 secondi, arrivato ai 20 sto già fantasticando di poter divenire invisibile e schiaffeggiarlo con dovizia e saggezza.

“Con queste persone davanti a me” rifletto “avrò pace per almeno 1 ora”.

La porta che divide la sala d’aspetto dallo studio in cui il dottore riceve si apre di scatto. Riconosco la parlata del Fabiani, anche se la voce alquanto risentita della signora che sta uscendo con lui dallo studio, è sufficientemente forte da coprirla.

“A me non interessa signora se ha altre cose, si prenda un’aspirina, dica quattro Ave Maria e 2 Padre Nostro e torni domani, adesso ho cose più urgenti, un caso gravissimo da…”

Il Fabiani incrocia il mio sguardo e per una attimo le sue parole rimangono in sospeso.

“Ecco, lo vede?” dice rivolgendosi alla signora “è lui il ragazzo di cui le parlavo; adesso faccia la brava e se ne vada, ci vediamo domani”

Il dottore spinge con un certo impeto la donna fuori dalla stanza, si avvicina e mi stringe con decisione la mano.

“Benvenuto, speravo proprio di vederti”.

Si volge di scatto verso gli astanti e con piglio risoluto intima a tutti di andarsene.

“Scusatemi, purtroppo per oggi le visite sono finite, andate a casa e ci vediamo domani”.

“Ma che modo è questo” esclama la donna con il bimbo “è quasi un’ora che aspetto, mio figlio ha la febbre e lei ci caccia via così?”

“Mi dia solo qualche secondo per pensarci” ribatte il dottore assumendo una posizione da filosofo greco.

“Sì, se ne vada” risponde dopo due secondi, ed indica la porta d’uscita con l’indice della mano destra.

“Ma lei è impazzito” grida la donna rossa in viso “lei non è un uomo, è un essere senza pietà!”

L’accusa non sembra per nulla scalfire la tranquillità del Fabiani che anzi coglie l’occasione per rincarare la dose: “Su questo non posso darle torto, non sono umano, vengo da un pianeta ostile alla terra chiamato…”

Il dottore mi guarda, dal suo sguardo percepisco una richiesta di aiuto,

“Sgudibla Centauri” accenno.

“Esatto, Sgudibla Centauri, sono stato inviato qui dal mio capo allo scopo di fingermi medico, e curare voi terrestri in un modo equivoco e poco efficiente”.

“Ora che mi avete scoperto, vi concedo 2 possibilità: o vi riduco tutti in cenere con la mia pistola a neutrini aromatizzati all’albicocca, o ve ne andate e tornate domani facendo finta che non sia successo nulla”.

“Aggiungo anche che, dalle poche ma fondamentali informazioni che sono riuscito ad evincere in questi adorabili minuti passati in vostra compagnia, posso affermare che nessuno di voi tre tirerà le cuoia nelle prossime 24 ore”.

“Queste mie affermazioni non possono ovviamente tenere in considerazione eventi straordinari quali:

  1. Un meteorite che vi cade in casa e vi schiaccia;
  2. L’ eruzione di un vulcano situato, a vostra insaputa, sotto casa vostra;
  3. Esseri demoniaci che si vendicano su di voi in quanto inquilini di una casa maledetta costruita sopra un cimitero indiano sconsacrato;
  4. Giocare ubriachi alla Roulette Russa invece che alla solita partita a scopa in parrocchia.

“In tutti questi casi ebbene sì, morirete; per gli altri no, perché lei signore che tossisce non ha nulla, si compri uno sciroppo; lei signora anziana che tossisce…non ha nulla, si faccia prestare lo sciroppo dal primo signore e ne approfitti per farsi portare a ballare”

“..e lei, mia dolce e battagliera mamma, suo figlio è un piccolo sfaccendato, ha pianto e si è lamentato da quando è entrato; ci scommetterei che ha fatto salire la febbre mettendo il termometro vicino al termosifone e adesso vorrebbe a tutti i costi andare a giocare. Lo picchi, o lo mandi in miniera per la stagione estiva, è il metodo migliore. Arrivederci.”

Incrocio lo sguardo carico di odio della donna, sembra che voglia piangere e si sta trattenendo a stento.

“..e lei non dice nulla? Si può sapere che diavolo ha?”

“Ho la MCI” le rispondo “potrei attaccarla a suo figlio semplicemente alitandogli vicino, si ritroverebbe con un piccolo ameba rompi palle in casa…veda lei”.

In impeto di assoluto amore cristiano decido di aiutare le donna nella difficile operazione di alzarsi con il bambino in braccio e uscire dalla stanza. Per fare questo mi prodigo nel fornirle un valido appoggio psicologico, nonché alcune informazioni di vitale importanza.

“Quella è la porta” le dico, indicando come fatto poco prima dal dottore la porta.

La donna esprime ad alta voce un parere su Bianca e la mamma, credo oramai defunta, del Fabiani, sottolineando come entrambe abbiano in comune il fatto di esercitare uno dei mestieri più antichi del mondo, alla pari del cacciatore, del mago, e del gondoliere che canta “O sole mio” agli estasiati turisti giapponesi in gita a Venezia.

Il Fabiani mi fa cenno di accomodarmi, e dopo aver chiuso la porta dello studio a chiave, torna nel suo ufficio e si siede davanti a me.

Lo fisso in silenzio, non sono ancora riuscito a decifrare correttamente quanto è appena successo, sicuramente però le sensazioni che ho sono del tutto positive. Questa persona ha cacciato sostanzialmente quattro pazienti perché aveva un appuntamento con me, è stato di parola, si è dimostrato serio.

Certo, avrebbe potuto trattare un po’ meglio i suoi pazienti, ma anche loro avrebbero dovuto immaginare che oggi sarei arrivato io, con un problema sicuramente più importante del loro.

Sulla scrivania, in evidenza, capeggia un volume dalla copertina rossa, si distinguono perfettamente tre lettere MCI. Rimango per un qualche secondo a fissare il libro, le emozioni che mi suscita tale visione sono confuse e contraddittorie.

Il Fabiani, fino a quel momento rimasto in silenzio, si schiarisce la voce e cattura così la mia attenzione.

Non indossa alcun camice bianco, in realtà riflettendoci bene, non gli ho mai visto indossare alcun camice bianco. Oggi però c’è qualcosa di diverso, non sono certo si tratti della giacca nera, più probabilmente è merito della cravatta.

Si è vestito elegante per il nostro incontro, rifletto, spero non voglia provarci.

Ancora una volta il Fabiani mi desta dalla mia momentanea trance con un piccolo colpo di tosse, apre molto lentamente un block notes, mi fissa negli occhi.

Sei pronto? Domanda, “Possiamo cominciare?”

Cap 2 – Il Dott. Fabiani

Il Dott. Fabiani mi vuole molto bene, ne sono certo. Sorride appena mi vede, mi cerca, si capisce che ha una voglia matta di parlare con me.

Io non ho mai voglia di parlare con lui per il semplice motivo che il Dott. Fabiani è probabilmente l’uomo più noioso del mondo.

Non racconta cose tragiche come invece è solita fare la mia maestra delle elementari, le sue sono più riflessioni, atomi di vita inconsistente e triste, flash di future rivalse e progetti che mai andranno a buon fine.

Vorrei concentrare i miei studi sulle personalità antisociali presenti nei consigli di amministrazione delle 10 più importanti multinazionali che hanno sede qui in Italia”.

Vorrei studiare “la paura” per poi escogitare qualcosa per fare in modo che i ragazzi della squadra di rugby non ne provino in partita”

Decine di “vorrei” che non porteranno mai da nessuna parte.

Oggi per mia sfortuna, mi sono dovuto recare presso il suo studio.

Il Fabiani ha divagato più del solito, le vecchiette qui fuori sicuro mi stanno odiando.

Per l’ennesima volta mi ha chiesto ragguagli sul mio iter di studi e per l’ennesima volta si è stupito quando gli ho detto che sono laureato in psicologia.

“Sai che sto conducendo degli studi sulla paura?” [Nooooooo, non mi dica] “Davvero, che interessante” “Sì, l’idea è applicare questi studi ai ragazzi qui del rugby”, “Tu potresti magari intervenire visto la tua esperienza”.

“Io ho la MCI, non credo di potere”.

La mia affermazione lo preoccupa visibilmente: “Hai ragione” risponde, “riguardati molto”.