Archivi tag: demoni

Cap 39 – La Donna Poncho

La prima cosa che vedo appena apro gli occhi è il paletto da spiedino con il quale ho infilzato il Ric. La punta è di un colore scuro, vi sono ancora i rimasugli del suo sangue.

Stefan è stato molto gentile, prima di uscire dal locale, ha approfittato del trambusto che si era creato, per rubarlo.

Sono indeciso se farlo incorniciare o continuare ad usarlo in quella che sarà la mia nuova missione: scovare e sconfiggere i demoni.

“Non sono demoni”, mi ripeto ad alta voce, questo me lo ha detto chiaramente Paolo, sono semplicemente persone malvagie, che io riesco ad individuare grazie ad spiccata sensibilità.

La stessa sensibilità, sia chiaro, che ho utilizzato per vedere un genio dove molti vedevano un timido burocrate.

Nel bene e nel male, rifletto, sono una specie di supereroe.

Mi rigiro ancora nel letto, l’idea di essere una persona speciale mi elettrizza; se è vero, come tutti dicono, che ho un dono, mi aspetto di scoprire a breve di possedere altri poteri, coerenti e ovviamente conseguenti al primo, quali: volare, volare senza mani, volare senza mani canticchiando canzoni, passare attraverso le pareti, passare attraverso le pareti senza mani, passare attraverso le pareti senza mani e canticchiando canzoni.

Non so quando comincerò ad investigare la cosa, per ora mi accontento che sia sabato e che quindi vi siano ben due giorni davanti a me per poter proseguire la mia ricerca.

Tra le altre cose, se con uno sforzo pari a 100 io riesco a vedere il bene o il male di una persona, impegnandomi un po’ meno, diciamo 50, potrei semplicemente riuscire a vedere attraverso i vestiti delle persone, opzione decisamente allettante.

Faccio colazione con pane e nutella, mi vesto e piombo senza avvisare a casa dei miei. Ioli e Bianca sono oramai abituati a queste sortite, in fondo credo a loro faccia piacere.

Sveglio mio padre mentre cerco nel suo armadio i documenti dell’adozione, la smoking gun che certifichi che Quella è stata adottata. Secondo i miei ultimi calcoli, i miei genitori debbono aver adottato una sorta di nascondiglio mobile, un marchingegno tale per cui i documenti appaiono in un posto “x” solo ed esclusivamente durante un arco di tempo stabilito. Poi scompaiono.

Ioli apre gli occhi giusto in tempo per vedermi balzare dentro il suo armadio e gettare al suolo i suoi completi Armani.

“Ma che cazzo fai?!” grida con la voce ancora impastata dal sonno.

“Cerco i documenti, sono certo di averli visti comparire proprio adesso” gli rispondo sicuro.

La mia ricerca alla fine risulta vana, nel mentre Ioli si è nuovamente addormentato, voltato sul lato destro come un bambino.

Decido di scusarmi, se c’è una cosa che non sopporto, è di essere svegliato da rumori improvvisi o da persone sgradevoli.

Mi piazzo acanto a mio padre e dopo alcune spinte, e diversi adorabili fischi nelle orecchie, riesco a fare in modo che apra gli occhi.

“Volevo semplicemente chiederti scusa per averti svegliato poco fa, e per aver inavvertitamente messo a soqquadro il tuo armadio”

Ioli mi fissa alcuni secondi prima di manifestare, attraverso un borbottio simile a quello di un vecchi peschereccio, dei giudizi poco equi e amabili nei confronti di Bianca.

Turbato da queste becere esplosioni di rabbia mal indirizzata, rifletto sul da farsi, poi estraggo silenziosamente il legno appuntito. Ioli ha già ripreso sonno, russa beatamente e nulla sembra turbarlo. Mettere in dubbio la natura del proprio padre non è bello, ma Paolo è stato chiaro, a volte è difficile riconoscere i demoni, e un marito che parla così della propria compagna ha tutte le possibilità di esserlo.

Pungo mio padre sulla guancia, non troppo forte da perforare da parte a parte la carne, ma sufficiente per lacerargli la pelle.

Si sveglia gridando, si guarda intorno spaesato, incapace di realizzare cosa gli sia successo. Mi fissa con gli occhi sbarrati, la mia presenza, e il fatto che io stia ancora brandendo un oggetto appuntito, non lo aiutano a tranquillizzarsi. Si porta una mano sul viso, le dita si sporcano di sangue.

“È sangue” gli dico “per fortuna non è sabbia, non sei un demone, puoi tornare a dormire tranquillo”.

Balbetta alcune frasi senza senso mentre continua a pulirsi la ferita.

Decido di andarmene, offeso dal fatto che non mi abbia nemmeno ringraziato, in fin dei conti gli ho appena rivelato qualcosa di positivo; purtroppo l’ingratitudine di certe persone non ha pari.

Nel tragitto tra la camera da letto e la cucina prendo la seconda decisione importante: non mi sembra corretto che mio padre, per offendere me, pronunci certe frasi su Bianca, dovrà pagarla.

Mi reco da mia madre e le riferisco, tralasciando l’episodio del test per demoni, quanto accaduto; con occhi quasi lucidi le dico che mi sembra un’offesa imperdonabile, per lei come persona, ma soprattutto per lei come simbolo di tutte le donne del mondo.

Mi spingo a dire che lasciarsi offendere in questo modo dal proprio compagno, altro non è che l’inizio di una rovinosa caduta per lo spirito e la serenità di coppia.

Appena vedo che Bianca si toglie il grembiule, decido che è arrivato il momento di andarmene. Le pungo il sedere con il bacchetto, non cade sabbia…bene. Lei sembra non farci caso, ha la mente altrove.

Chiudo la porta nel momento preciso in cui mia madre comincia a tirare su le tapparelle della camera di Ioli gridando “e così secondo te io sarei una puttana”.

Torno a casa e mangio rapidamente una mozzarella di bufala, solo in un secondo momento valuto che forse avrei fatto bene a lavarmi le mani prima.

Mi addormento davanti alla tv, apro gli occhi verso le 15.30, il momento migliore per cominciare la mia caccia.

Armato di bacchetto, inforco la mia fida Graziella e sfreccio come un fulmine per le vie del centro. Mi sembra di essere uno di quegli antichi cavalieri dei tornei medioevali, con la piccola differenza che loro cavalcavano splendidi purosangue e combattevano con lunghe lance.

La gavetta la fanno tutti, rifletto, avranno cominciato con Graziella e paletto di legno pure loro.

Animato da splendidi propositi, parcheggio la bici e do inizio alla caccia.

Le prime due ore le passo scrutando con attenzione i volti delle persone, in attesa anche di un solo cenno di trasformazione. Un viso che diviene cavallo, una tonalità di pelle verde rospo, una dentatura improvvisamente simile a quella di un coccodrillo. Niente di tutto questo accade, sono circondato da decine di persone, e nessuna di queste sembra essere un demone.

C’è chi parla, chi ride, chi mangia un gelato. Genitori sorridenti portano a spasso piccole pesti, fidanzati innamorati camminano per mano e dichiarano al mondo la loro passeggera felicità.

Per prevenire l’ovvio calo di entusiasmo, decido quindi di passare alle maniere drastiche, e mi dedico a pungere le braccia e i sederi di chi mi capita a tiro.

Ricevo offese, sguardi terrorizzati, un tentativo di pestaggio che evito per pura fortuna; non incontro demoni, qui sembrano tutti santi, peggio che vivere in Vaticano, rifletto.

Le ore passano e con esse va scemando la mia voglia di salvare il mondo; verso le 19 decido di fare l’ultimo tentativo e, forte del mio abbigliamento non troppo distante dalla decenza, mi reco nella piazza dove si svolge il rito dell’aperitivo.

Centinaia di ragazzi, giovani e meno giovani, si radunano durante i week end e passano ore bevendo in compagnia. Chi organizza la serata, chi approfitta di quei minuti per salutare gli amici prima di buttassi nuovamente sui libri.

La piazza è una gigantesca passerella dove ragazzi e ragazze sfilano, giudicano e si lasciano giudicare in base al proprio look, carisma e abilità sociali.

Ammetto che mai fino ad oggi mi ero spinto tanto addentro a questo mondo, non conosco il 99% di queste persone, e l’1% che sa chi sono, finge di non vedermi.

Ordino uno spritz e rimango in silenzio ad osservare le dinamiche di gruppo: tendenzialmente mi pare di capire che gli alfa stanno con le alfa, chi non appartiene a tale gruppo privilegiato si accontenta di circondarsi di amici dello stesso sesso.

Prima deduzione: se sei figo, hai anche il coraggio di parlare con le donne, se sei brutto, rimani in cerchio con i tuoi amici a raccontarti le stesse storie di sempre.

Le donne alfa sono o forse meglio dire, sembrano, tutte bellissime. Il trucco e i vestiti sono fatti apposta per catturare l’attenzione degli uomini presenti. Racconti quasi bisbigliati sottolineati da risate a crepapelle sono la normalità. Se non parlano con un maschio alfa, le donne alfa rimangono in piccoli gruppetti il cui unico scopo sembra essere quello di osservare gli altri e bisbigliarne apprezzamenti o drastiche stroncature.

Anche se non riuscirò a scovare dei demoni questa sera, rifletto, almeno posso dire di essere sopravvissuto ad una serata di aperitivo.

Finisco il mio cocktail e quando torno al banco per riporre il bicchiere individuo nuovamente la Donna Poncho.

Non saprei dire cosa mi colpisca, di certo dall’ultima volta che la ho vista mi è capitato in diverse occasioni di pensare a lei. C’era qualcosa di strano nel suo modo di fare, o probabilmente era una semplice sensazione, fatto sta che senza pensarci un secondo, la vado a conoscere.

“Tu per me sei la Donna Poncho”.

L’apertura è di quelle memorabili, la ragazza distoglie per un momento gli occhi dal suo iPhone e mi guarda con sospetto.

“Prego?”

“Non devi domandarmelo” rispondo, “ritengo che la preghiera sia una cosa molto intima, ciascuno sceglie i modi e i tempi in cui ricercare un contatto con colui che ritiene essere il creatore. Io ad esempio credo in Sgudibla, il tuo Dio potrebbe essere il Signor Dio o il Signor Allah, a me questo non importa molto, tanto sono consapevole di avere ragione e quando riuscirò ad organizzare un esercito di mercenari, darò il via ad una nuova ondata di crociate contro voi miscredenti e vi sterminerò. Fino ad allora, prega pure chi vuoi e quando vuoi”.

Fisso impassibile la ragazza che non mi dà l’impressione di aver capito molto.

“Ci conosciamo scusa?” dice lei.

“Ti ho vista lunedì scorso, uscivo dallo studio del dottor Fabiani, eri al telefono, indossavi questo stesso poncho, ti ho riconosciuta per questo”.

Probabilmente tocco un tasto delicato perché la vedo arrossire di colpo: “Guarda deve essere proprio un caso perché sarà la terza volta in vita mia che indosso questo poncho, che tra parentesi è di Valentino e mi è costato un patrimonio”.

“Comprato usato quindi”.

“No..come usato, nuovissimo. Ma ti pare, io che compro qualcosa di usato, ma sei fuori? Che schifo!”

“Tu hai detto che è di un tal Valentino, per questo immagino sia usato. Almeno una volta dico, lo avrà usato questo poncho il tuo amico Valentino, tecnicamente quindi è usato”.

“Ma no che hai capito, Valentino lo stilista! Il poncho è di Valentino lo stilista, lo ho comprato nuovo…ma senti scusa, tu chi sei?”

La spiegazione della Donna Poncho non è stata sufficientemente esaustiva, il dilemma nuovo/usato rimane, ma decido di sorvolare per il quieto vivere.

Allungo una mano verso di lei, “Mi chiamo S…”

“Scusa, scusa un secondo solo” mi dice mentre si porta il telefono all’orecchio.

Comincia a parlottare. “Sono dentro il bar…sì per favore help, e veloce anche, dai ti aspetto..sì già ti ho visto, sbrigati”.

Chiude la telefonata e mi guarda, io sono ancora con la mano a mezz’aria.

“Katy” mi dice stringendomi la mano.

“Molto piacere Katy, io sono S…”

“Puppy tesoro!”

Il grido di Katy è rivolto ad un ragazzo che ha appena messo piede nel locale, immagino si tratti della persona con il quale parlava al telefono. La ragazza gli fa cenno di raggiungerci e quando arriva, lo abbraccia con passione.

Una sorta di cappa di vetro scende sopra i due, io vengo scaraventato con forza al di fuori della loro esistenza.

Katy mi volta parzialmente le spalle, mi ritrovo dietro di lei e fissare Puppy, che non ha avuto nemmeno la cortesia di presentarsi. Ci rimango male, offeso, escluso in malo modo senza un motivo apparente.

Estraggo il paletto ma nel momento in cui mi accingo a verificare la mia intuizione, la ragazza si gira.

“Puppy questo è…Sandro, un tipo che ho conosciuto…dal medico”.

Poi si rivolge a me: “Perché non mi vieni a trovare questa sera? Io lavoro al Blue. Baci baci”. Si volta e si allontana.

Rimango come uno scemo, in silenzio, nel bel mezzo di un bar.

I due escono senza lasciarmi la possibilità di ricordare loro che non mi chiamo Sandro, e che non so assolutamente cosa sia il Blue. Una cosa però non se ne va con loro, e anzi cresce man mano li vedo ridere sguaiatamente e guardare verso di me, ed è la rabbia nei confronti di un altro possibile demone, la Donna Poncho.

Il Blue è un locale, non ci metto molto a scoprirlo. Il bar è tappezzato di volantini che pubblicizzano “Il sabato notte fashion, dove moda, stile e divertimento si incontrano”, non dista nemmeno troppo da casa mia, vedrò di farmi trovare pronto.

Alle 23 sono in fila fuori dal locale, le porte sono state aperte da circa 30 minuti ma attualmente passano solo tavoli e ragazze. La selezione all’entrata è ad opera di un ragazzo sui trent’anni, il sole o le lampade, hanno danneggiato più del dovuto la sua pelle, sembra il figlio scemo di Clint Eastwood.

Per uno strano effetto visivo ho come l’impressione che tutte le ragazze che stanno saltando la fila siano uguali: le acconciature sono tutte impeccabili, così come i capi che indossano. I tacchi vertiginosi le fanno sembrare amazzoni che al posto dell’arco portano le immancabili Louis Vuitton. Piccole, medie, grandi, vedo LV ovunque, come se ad un supermercato invece di borsette Ipercoop avessero fornito alla clientela femminile sacche da 2000 euro.

Vedo arrivare Katy, passa la fila senza degnare alcuno di un minimo sguardo, si ferma a baciare platealmente il piccolo Clint che ora scopro chiamarsi Pippo.

Guarda verso noi comuni mortali, incrocia il mio sguardo ma finge di non avermi visto.

Passa almeno un’altra ora prima che io riesca ad arrivare davanti a Pippo, nella tasca della giacca stringo il mio paletto di legno, mi fa sentire tranquillo sapere di averlo al mio lato.

Molte persone se ne sono già andate, quasi esclusivamente ragazzi, stanchi di aspettare, ma soprattutto di sentirsi dire che il locale è completo, salvo poi vedere gruppi di alfa arrivare e passare.

Rimango in silenzio, non spingo, non impreco, alla fine entro. Se avessi avuto qualche dubbio sul perché chiamare un locale Blue, i primi 10 secondi all’interno sono sufficienti a chiarirmi le idee, sembra di stare nella casa dei Puffi.

Azzurro, blue e bluette ovunque, dalla console alle camicie indossate dai camerieri. Faccio un rapido giro del locale, giusto per poter raccontare un giorno di esserci stato. All’interno ci saranno al massimo 500 persone, in gran parte uomini.

La pista è piena, un vocalist alquanto fastidioso ha appena finito di salutare il “tavolo Franco, Roberto, Ruby e Puppy“.

Ci siamo, penso, se c’è lui, ci sarà anche lei. Mi avvicino al tavolo Puppy, è popolato da un folto numero di ragazzi che hanno esultato come pazzi udendo il loro nome al microfono, contenti loro. Vedo Puppy, lui non vede me.

Con mio sommo dispiacere mi accorgo che Katy non è con loro.

“Apri lo shampoo Puppy, apri lo shampoo”

Le grida del vocalist non le capisco, vale davvero la pena dire ad una persona per microfono che ha bisogno di lavarsi i capelli?

Alla fine riesco a vedere Katy. E’ al tavolo con un gruppo di ragazzi che avranno al massimo trent’anni. Sta bevendo da un flute e sembra ballare svogliatamente.

A turno i ragazzi le si avvicinano, lei scherza e parla con tutti ma poi torna a chiudersi in se stessa. La vedo perdere l’equilibrio per un attimo e cadere seduta sul divanetto. Ride da sola, probabilmente è un po’ brilla.

Abbandona il tavolo e si dirige verso il bagno, decido di affrontarla all’uscita.

Quando esce si avvicina al bar ed ordina qualcosa, mi metto accanto a lei.

“Ciao Donna Poncho” dico sorridendo.

Per un attimo sembra non riconoscermi, poi appoggia la mano sulla mia spalla e scoppia a ridere: “Sandro giusto? Alla fine sei venuto, bravo”.

E’ evidentemente ubriaca.

“Ti ho vista poco fa al tavolo con i tuoi amici, puoi rimanere a parlare o vai da loro?” domando.

Mi guarda perplessa. “Amici? Ma no, sono un tavolo che viene sempre qui il sabato, sono andata a fare immagine”.

Il mio sguardo smarrito la convince a proseguire.

“Io ci lavoro qui, faccio immagine. Mi pagano 150 euro per andare ai tavoli e parlare con gli sfigati”.

“Non capisco” le rispondo “come sarebbe che ti pagano per parlare?”

“Ma dove vivi?” ridacchia. “Funziona così: gruppi di amici sfigati prendono un tavolino, uno di loro è quello con il grano. Arrivano in disco, ordinano una bottiglia di qualcosa che costa loro 180 o 200 euro, non so. Lo fanno perché così hanno la scusa per invitare le ragazze. Solo che una come me non potrebbero abbordarla” ride ancora “quindi il boss del locale paga me e altre per andare al tavolo da quelli. Loro si sentono importanti e per impressionarci, comprano ancora da bere. Poi ci chiedono il numero di telefono convinti di averci conquistate, e noi o lo diamo finto, o non rispondiamo mai!”.

“Che razza di sfigati” dice e scoppia a ridere appoggiandosi ancora a me.

Si fa improvvisamente seria e mi fissa. “In teoria non dovrei parlare con te, mi rovini la piazza”.

Rimango in silenzio.

“Cioè, non ti offendere, ma io frequento un certo livello di gente, esco con imprenditori, non con mezze seghe. Se mi vedono con te, magari pensano che abbia bisogno e tirano sul prezzo”, sorride.

Continua a parlare. “Forse non te lo dovrei dire, ma tanto sono ubriaca. Sai con chi ho una storia?”

Si avvicina e mi sussurra nell’orecchio il nome di un noto calciatore.

“Lui è fidanzato, ma dice di essere pazzo di me”.

Mi guarda, sembra che si aspetti una qualche reazione che ovviamente non riceve da me.

“Io gli sfigati qui nemmeno li cago, senza offesa sai, però cerca di capire, nessuno di questi qui si può permettere una come me”.

“In che senso scusa?”

Ride ancora e mi fissa. “Lo hai capito benissimo in che senso dai, vuoi una cosa bella? La paghi. E’ così in tutto”.

Nella mia testa ora si affollano molti pensieri. La razionalità mi dice di credere a quanto lei ha appena confessato, anche se in fondo, c’è una piccola parte di me che spera di non aver capito bene, e di aver frainteso le parole di Katy.

Non sono certo se sia pena o disprezzo quello che provo, di certo mi ha tolto l’energia e il desiderio di continuare la conversazione.

“E dai, non fare quella faccia, non sono l’unica ti assicuro”.

Si avvicina a me, le nostre labbra si sfiorano, odora a prosecco di terza categoria rivenduto al prezzo di uno champagne.

“Ti piaccio vero? Tu li hai i soldi per permetterti una come me? Posso essere davvero brava”.

Per due secondi non dice nulla, sento il suo respiro su di me, poi mi spinge via e ridendo esclama: “no che non ce li hai i soldi, sei uno sfigato e pezzente come quelli!”.

“Katy amore, dove eri finita, ti stavamo aspettando per aprire una bozza di shampoo”.

Uno dei ragazzi del tavolino in cui prima la avevo notato si è avvicinato a noi. Mi guarda in cagnesco e afferra la giovane per il braccio.

Lei mi sorride e senza smettere di fissarmi si muove verso la pista.

Anche se non servirebbe alcuna conferma, mi avvicino rapidamente e colpisco il jeans Cavalli di Katy con il bastoncino.

La sabbia comincia a scendere, vedo una piccola ma continua cascata d’oro formarsi.

La afferro per l’altro braccio e la tiro a me.

Mi fissa spaventata.

“Non andare, non buttarti via”, è l’unica cosa che riesco a dirle.

Dopo il primo secondo di smarrimento lo sguardo di Katy si fa duro: “Ma chi credi di essere tu per dirmi cosa è giusto e cosa è sbagliato? Io sono bella, giovane e faccio il cazzo che voglio, ok? Scopo con chi mi pare e quando mi pare, e se ho voglia di una nuova Louis Vuitton me la compro domani, perché prendo più io in 1 ora che un pezzente come te in un mese. E adesso, paladino e salvatore delle giovani anime, allontanati da me, non farti più vedere. Se devi salvare qualcuno, guardati intorno..ce ne sono di anime in pericolo, più di quante tu possa immaginare.

Torna saltellando verso il tavolino, le porgono un bicchiere di shampoo, spero non sia tossico.

Fermo in mezzo alla discoteca mi guardo intorno…e mi accorgo per la prima volta di essere circondato da molte, troppe Donne Poncho.

Cap 38 – L’uomo rospo

Dopo quanto successo ieri, smetterò di seguire il rituale. Almeno per alcuni giorni, una settimana forse. Ho avuto delle allucinazioni, non mi era mai capitato prima. Ho visto il volto di una donna tramutarsi in cavallo, non credo si possa annoverare tra le esperienze “normali e rassicuranti”.

A causa mia ieri sera un uomo ha pianto; inginocchiato accanto ad una aguzzina, mi ha intimato di andarmene, dopo che ero quasi riuscito a liberarlo da quel demone. Non c’è alcun senso, non vedo logicità in quanto mi sta accadendo, so solo che per evitare guai, sarà meglio smettere per un po’ con queste cure per la MCI.

Non sono certo sia la cosa migliore, spero di non buttare nel cesso tutti i miglioramenti fino ad oggi ottenuti, se questo venerdì passerà senza grossi intoppi, magari riprenderò la cura domani.

Secondo quanto riportato nel foglio consegnatomi dal Fabiani, oggi avrei dovuto indossare un completo da ballerina, un tutù rosa nello specifico, e recarmi ai campi di rugby.

Titolo: “Affrontare gli orchi”.

Nel corso della giornata del venerdì il paziente, vestito di un semplice tutù rosa, dovrà recarsi presso i campi di allenamento della locale squadra di rugby. Una volta attirata l’attenzione del gruppo di atleti, il soggetto procederà a rubare l’altrui pallone di allenamento, per poi bucarlo in gesto di sfida. Una volta fatto questo, sarà compito del malato fuggire il più rapidamente possibile, e pregare di non essere mai afferrato.

Rituale studiato per permettere ai pazienti di sfidare le proprie paure più ancestrali senza timore delle possibili ripercussioni.

Decido di soprassedere, ho come l’impressione che essere pestato da un branco di orchi di venerdì sera, sia un programma cui posso fare a meno.

Questa sera ho voglia di banalità, né più né meno di ciò che fanno ragazzi della mia età. Lontano dai pericoli, alla sola ricerca di un momento di relax; credo di meritarmelo.

Esco di casa in boxer e maglietta, cammino velocemente verso l’appartamento di Stefan. Appoggio per alcuni secondi l’orecchio alla porta, quanto basta per percepire alcuni rumori provenire dall’interno.

Mi attacco al campanello e non lo lascio sino a quando percepisco distintamente un’imprecazione. Stefan apre la porta di scatto, si è vestito rapidamente e senza prestare troppa attenzione, a giudicare dalla maglietta indossata al contrario.

Il primo pensiero che mi viene alla mente è che se ci vedesse qualcuno così conciati potrebbe trarre delle conclusioni avventate, decido di evitare il commento e senza essere invitato, entro in casa.

Dall’ultima volta che sono stato qui, qualcosa è cambiato, mi guardo attorno con sospetto. Alle pareti Elisabetta continua a fare bella mostra di sé, da quando Stefan ha conosciuto la mia passione per la subrette, ne è diventato automaticamente un fan sfegatato.

Anche la disposizione dei mobili non è cambiata, l’appartamento è sostanzialmente uguale al mio, come metratura e come disegno, quella volta l’architetto non si deve essere sforzato molto.

Senza smettere di guardarmi intorno, vado al frigorifero e mi servo una birra, mi siedo sul divano e accendo la televisione. I genitori del ragazzo debbono essere abbastanza facoltosi, gli hanno comprato un plasma da 37 pollici in full HD che lui sfrutta al massimo con i miei DVD di Taylor Rain.

Stefan non ha detto nulla, i nostri rapporti sono da sempre così: io parlo, lui esegue.

Lascio passare cinque minuti prima di rivolgergli la parola. Non ha smesso di fissarmi ed è rimasto in piedi accanto a me…ammetto che la cosa comincia ad infastidirmi.

“Sarei un po’ occupato in questo momento” mi dice sommessamente non appena riesce ad incrociare il mio sguardo.

“Ne dubito” rispondo distratto.

“..la verità è che, non sono solo in questo momento”.

Con la bottiglia ancora a mezz’asta fisso con interesse il volto del ragazzo. Il suo sguardo imbarazzato mi comunica inevitabilmente che sta mentendo.

Sorrido e a gran voce grido: “E così mi stai dicendo che in camera tua c’è la zoccola di cui mi parlavi ieri!”.

Stefan strabuzza gli occhi, muove un passo verso di me, allunga una mano quasi a cercare di tapparmi la bocca, poi si porta entrambe le mani sui capelli e muovendole velocemente in circola, spettina ancor di più la sua folta capigliatura.

Mi ricorda Edward Mani di Forbice, bevo un sorso di birra e ridacchio godendomi lo spettacolo.

La scena da “miodioquantosonopreoccupato-maèunabugia” non accenna a fermarsi, tanto che, in gesto di sfida mi volto verso di lui.

Dei rumori provenienti dalla stanza da letto catturano la mia attenzione. Il fatto che dalla sua camera esca d’improvviso una ragazza, mi comunica che probabilmente, Stefan in effetti, fosse a letto con una ragazza. Lapalissiano.

Potrebbe sembrare anche carina, sfortunatamente cammina a testa bassa e si volta solo per mostrarci il dito medio. Una gran maleducata insomma, meglio perderla che trovarla.

Stefan non prova nemmeno a fermarla, si porta le mani al volto e rimane in quella posizione per almeno 10 secondi. Lentamente abbassa le braccia, i polpastrelli delle dita non scivolano sulla sua pelle. Il suo volto si deforma, mi ricorda l’urlo di Munch.

L’odore! Mi batto la mano sulla fronte! Ecco cos’era la novità che avevo percepito appena entrato. Avrei dovuto rendermene conto subito, la casa di Stefan non puzzava come sempre. Era profumo ciò che aveva catturato la mia attenzione, un profumo indiscutibilmente femminile.

“Una pazza, amico mio, meglio perderla che trovarla una così” esclamo, certo che la mia considerazione porterà giovamento al ragazzo.

Stefan non dice nulla e mi siede accanto, mi ruba dalle mani la bottiglia e ne beve un sorso.

Non appena me la porge nuovamente, la afferro e la scaglio con tutta la forza contro il muro. Si disintegra, i vetri si spargono in parte della sala, mentre un’enorme macchia ora lorda la parete.

“Sai che mi fa schifo bere dove un estraneo ha poggiato la bocca” gli dico; il ragazzo rimane in silenzio per un po’: “Avresti semplicemente potuto poggiarla a terra” risponde.

“Non ci avevo pensato”.

Rimaniamo in silenzio ancora qualche minuto, Stefan non accenna a muoversi, la luce che entra dalla finestra riflette sui vetri sparsi sul pavimento, il gioco di luci è affascinante ed alienante al tempo stesso, potrei rimanere così in eterno.

Stefan, ho deciso di mollare la cura”, riesco a dire dopo che con un immane sforzo, sono riuscito a destarmi da quello stato catatonico in cui ero piombato, “ieri sera sono successe delle cose molto strane, mi sono spaventato. L’unica cosa di cui ho bisogno adesso è di un po’ di sana e innocente banalità. Un venerdì tipico, uscire, fare le cose che normalmente voi umani siete soliti fare.

“Vuoi invitarmi ad una pizza, poi cinema e poi portarmi a letto?”.

Per quanto allettante, rifiuto cortesemente il piano proposto, ed esorto il ragazzo  a sforzarsi un po’ e propormi qualcosa di differente.

Lui volge lo sguardo verso la finestra, un condominio color verde è il massimo che si possa ottenere da queste parti alla voce “panorama “. Uno strano senso di angoscia mi assale, vedo decine di minuscole terrazze, tutte addobbate con vasi di gerani probabilmente di plastica, ove fanno bella mostra chiller arrugginiti e parabole satellitari. Penso alle famiglie che vivono in quegli appartamenti, alle sofferenze ed ai sacrifici che hanno dovuto affrontare per quelle piccole concessioni al consumismo moderno, deboli colpi di coda, per affermare se stessi nei confronti dei molti vicini, che non hanno nome né volto. Penso a quei genitori, che spinti dalle pressanti richieste di figli ancora immaturi, hanno accettato di spendere parte dei loro risparmi, per godere dell’effimera sensazione del sentirsi migliori per ciò che possiedi, e non per ciò che sei, per poi ritrovarsi senza rendertene conto, uguale agli altri, omologato nell’acquisto, in una uniformità di desideri e ambizioni che anche una parete di un edificio certifica inesorabilmente.

C’è un po’ di melanconia nei miei pensieri, ma non voglio che queste riflessioni mi facciano piombare in uno stato di apatia. Anche Stefan sembra strano, ho l’impressione che stia subendo la mia presenza, piuttosto che godendo della mia amabile persona.

“Stefan, dimmi che cosa c’è” lo esorto “sei strano. C’è qualcosa che non va?”.

Non ottengo risposta, ma riesco a leggere chiaramente i segnali non verbali che mi sta lanciando con il corpo.

“Dimmi che ti succede, non mi incazzo, giuro”.

Prende un respiro più profondo e mi fissa: “Io questa sera sono stato invitato ad un compleanno. Uno dei ragazzi che vengono in palestra con me ha riservato un tavolo in birreria. Non ci sarei andato, se non fosse che tra gli invitati c’è una tipa che mi piace. Ho accettato, ma…” si guarda intorno in evidente imbarazzo, “ho paura che se ti invito tu mi farai fare brutte figure con lei; quindi, se mi prometti che non dirai cose strane o racconterai aneddoti buffi su di me, possiamo andare insieme”.

“Lei si chiama Lia, studia veterinaria, è intelligente ed educata, mi piace”.

E come la mettiamo con Santa Maria Goretti che ci ha da poco salutati mostrandoci il dito medio?”.

“Ecco, appunto, non devi dire nulla. Quella che hai visto è una scema che ho conosciuto in un pub, però non mi interessa. Con Lia non c’è stato mai nulla, a mala pena ci salutiamo, questa sera però vorrei cercare di conoscerla, insomma hai capito”.

Accetto il tratto e dopo poco saluto e torno nel mio appartamento. L’idea di affrontare un venerdì sera banale ha paradossalmente un effetto euforizzante in me.

D’un tratto mi rendo conto di non avere praticamente nulla di pulito da mettermi, decido di meritarmi un piccolo regalo, e inforcata la Graziella Blu, mi dirigo in centro.

Ben presto mi rendo conto di non aver la benché minima idea di cosa indossa la gente il venerdì sera, penso nuovamente alla camicia del Fabiani e a quel suo dannato modo di vestirsi sempre in maniera impeccabile.

Un tale un giorno mi disse che di un uomo bisogna sempre osservare le scarpe e la camicia, decido si seguire il consiglio alla lettera.

Acquisto un paio di Prada nere e un gentile signore mi convince che la mia vita non sarebbe degna di nota senza una camicia Barba.

Evito accuratamente di sommare anche solo mentalmente il prezzo dei due capi, e estremamente orgoglioso, faccio ritorno a casa.

A dispetto del solito, dedico ben 15 minuti alla mia igiene personale, senza tralasciare alcun arto o sezione del mio corpo. Tempo addietro avevo dato inizio ad una buffa iniziativa. Stabilivo arbitrariamente quale parte del corpo non avrei lavato per una settimana intera.

A volte si trattava di un’ascella, a volte di una gamba, più spesso tendevo a boicottare l’intera sezione sinistra o destra del mio corpo, comprendente quindi mezzo volto, un braccio, una gamba e così via.

Ero affascinato dalla dicotomia amore/odio, ossia della possibilità di poter risultare nel medesimo tempo una persona a modo, profumata e gradevole per tutti coloro si fossero trovati alla mia destra, e un detestabile puzzone per gli sfortunati del lato sinistro.

Oggi no, il venerdì banale necessita una doccia banale. Davanti allo specchio, lavato, rasato, con una bella camicia e un elegante paio di scarpe, decido che tutto sommato, faccio anche la mia figura. Per migliorar, decido di indossare anche un paio di boxer e dei jeans.

Stefan bussa alla mia porta alle nove in punto, quando apro sembra non credere ai suoi occhi. Dice: “Sembri quasi…normale”.

“E’ la Barba”.

“Sicuramente, incolta come la tenevi sembravi un po’ un hippy“.

“No ebete, Barba è la marca della camicia, se mi vedi normale è perché mi sono vestito bene”.

Accenna un sorriso anche se non credo abbia capito perfettamente ciò che gli ho appena detto. Per l’appuntamento con Lia anche lui ha dato il meglio di sé: le scarpe sono nere, lucide da sembrare quasi di vernice, indossa dei jeans scuri con un evidente taglio sulla coscia. Se leggo bene l’etichetta credo si tratti di un paio di Diesel. La camicia mi lascia alquanto perplesso, stretta in vita all’inverosimile, si apre a livello del collo lasciando ben evidente una collana di spago con un piccolo pendaglio a forma di croce.

Non l’emblema dell’eleganza, rifletto, ma preferisco tacere, questa sera farò il bravo. Durante il viaggio in macchina Stefan mi racconta qualcosa di Lia, dice di averci parlato un po’ di volte solamente e sempre in occasioni molto neutre. Mi strappa un sorriso quando mi racconta di aver comprato il nuovo profumo Gucci solo perché, origliando una conversazione della ragazza, ha scoperto che è il suo favorito.

Arriviamo per ultimi nel locale, strategicamente non la cosa migliore dal momento che non ti permette di stringere tacite alleanze con altri componenti della tavolata. Vi sono due soli posti liberi, uno vicino a quella che intuisco essere Lia ed uno più spostato verso il capo tavola.

Stefan imbarazzato come poche altre volte mi è capitato di vedere prima, chiede tre volte il permesso prima di sedersi, io mi accomodo in fondo.

Non conosco alcuno dei presenti ma questo non bloccherà la mia idea di passare una fantasmagorica serata banale. Davanti a me è seduto un ragazzo che valuto possa avere la mia età. Mi sorride e tendendo la mano, si presenta come Paolo. Nei pochi minuti che seguono conosco Gianmaria, Riccardo e Matteo, ovvero il Gu, il Ric, e il Teo.

Comincio ad odiarli dal minuto successivo.

Dei tre detesto senza dubbio quello che ad occhi e croce sembra essere l’alfa dog, il capo indiscusso della combriccola: il Ric.

Forte di un tono di voce palesemente eccessivo se paragonato alla sua massa corporea, ed evidentemente su di giri a causa di una pinta di birra in più del dovuto, il ragazzo non perde occasione per far conoscere all’intero tavolo le sue opinioni su tutto lo scibile umano, oltre che massacrare gli astanti con battute dal dubbio gusto.

“Stefan” esordisce, “non ti avevo detto di evitare di portare i tuoi amici gay?”. la battuta, evidentemente indirizzata a me, in altri momenti avrebbe sicuramente fatto guadagnare al simpatico amico una sonora gomitata sul naso, ma oggi no, ho deciso di soprassedere e fingo quasi di essermi divertito.

Il Ric è un fiume in piena, ne ha per tutti: la ragazza dell’amico alla sua destra? Una puttana, lui l’ha scopata almeno 3 volte; la mamma dell’altro ragazzo? Dio ci liberi da tal genere di svergognata. Delle ragazze presenti non ce n’è una che si salvi, tutte sceme, utili solo per un’oretta di svago orizzontale.

Il Ric grida, sottolinea le sue battute a suon di bestemmie e gesti inequivocabili. Accanto a lui nessuno sembra dar peso a quanto sta avvenendo, comincio a dubitare della mia scelta, avrei fatto meglio a rimanere a casa.

“Che macchina hai?” domanda d’improvviso rivolgendomi per la prima volta la parola.

Una Citroen” rispondo sorridendo. Guarda il Teo per un secondo, poi grida: “Ma che cazzo hai da sorridere se guidi una Citroen”.

La gag deve essere già collaudata perché in un attimo gran parte della tavolata sta ridendo di me.

Volgo lo sguardo verso Stefan, sembra non essersi accorto di nulla, sta parlando con Lia e il baccano che li circonda non sembra disturbarli.

Faccio un attimo mente locale e ricordo a me stesso la parola data a Stefan, prima di volgere nuovamente lo sguardo verso il Ric respiro profondamente.

Mi volto, e succede nuovamente.

Per un secondo davanti ho un uomo, ma la sua testa è scomparsa, al suo posto vi è l’estremità di un rospo.

Lo shock è enorme, sento il cuore aumentare improvvisamente la frequenza di pulsazione e un cerchio invisibile si stringe attorno alla mia testa.

“Non te la prendere – bestemmia – ricordati che la cosa più importante del mondo non sono le macchine…ma è la figa!”.

La battuta provoca le reazioni scomposte di molti che si affannano a dargli il 5, io distolgo per un secondo lo sguardo dal ragazzo e incrocio gli occhi di Paolo. Mi fissa e accenna un rapido sorriso.

“Un rospo vero?”.

Il panico mi assale, non sono più sicuro di quanto ho visto e di quanto ho udito. Possibile che Paolo mi abbia appena descritto la mia allucinazione? Non sarà forse che gli ultimi strascichi di medicinale ancora in circolo nel mio organismo, mi stanno giocando un pessimo scherzo?

Le grida dei ragazzi si sono fatte assordanti, c’è chi discute del Grande Fratello, chi canta le lodi della propria vettura, chi mostra agli amici video imbecilli registrati sul telefonino.

In silenzio mi guardo attorno, come travolto da ondate di banale umanità.

Stefan e Lia sono sempre più vicini, e questa volta è lei a prendere la parola: “Oggi mi sono comprato l’ultimo libro di Eco” esclama sorridente.

La reazione non si fa attendere, e come sempre è il Ric a condurre le danze: “Ma che due palle che sei – bestemmia – ovvio che non trovi un uomo! Leggi di meno e dalla di più” continua “vedrai che saremo tutti più felici – bestemmia -“.

Ancora una volta le grida divertite della combriccola riescono a coprire la musica emessa dall’impianto di amplificazione del locale, peccato, rifletto, mi piaceva ascoltare i REM.

Pur conoscendo il rischio cui sto per correre, decido di osservare nuovamente il Ric. Mi volgo. Davanti a me c’è nuovamente un rospo: ha la voce del Ric, il corpo del ragazzo, e le stesse movenze, peccato sia verde e abbia due enormi occhi neri incastonati ai lati, come gemme preziose.

Mi sforzo di continuare ad osservare la scena, deciso a sconfiggere con la forza della mia ragionevolezza le allucinazioni, ed è in quel momento che Paolo parla ancora: “Che razza di rospo, vero?”.

Questa volta non ci sono dubbi, a parlare è stato lui e la parola rospo è stata scandita a dovere.

Mi sta sorridendo quando mi metto a fissarlo, si alza e si viene a sedere accanto a me.

“Non ti preoccupare” mi dice, “sono così ebbri e imbecilli che non capiranno una parola di quanto ci stiamo dicendo”.

“Lascia che parli prima io” mi dice “è meglio così”.

Annuisco con la testa, mi sembra di vivere in un sogno.

“Prima di tutto ti posso dire che anche io vedo in questo momento un rospo, e ti posso assicurare che non sono pazzo; di conseguenza tranquillizzati, nemmeno tu lo sei. A volte io vedo coccodrilli, altre maiali..”

Io ho visto una donna con la testa di cavallo” esclamo titubante.

Ride. “Sì ce l’ho. Alcune trasformazioni sono comuni a tutti, i rospi, i cavalli, i coccodrilli, altri demoni sono peculiari, cambiano da persona a persona”.

“Demoni?”

Paolo deve aver percepito il panico nella mia voce perché si affretta a tranquillizzarmi. “Non ti spaventare” mi dice “non stiamo parlando di Satana e Anticristo. Li chiamiamo demoni perché sono persone malvagie, esseri la cui stupidità è di danno non solo a loro stessi, ma anche agli altri. Ve ne sono ovunque, c’è il padre che suole picchiare il figlio, la madre che si dimentica di amare ed immerge la sua vita in un bicchiere di vodka, c’è il piccolo teppistello che adora molestare il ragazzo down che vive sotto casa, la ragazzina quindicenne che accetta di vendere se stessa e la sua dignità per una borsa di Prada, chi picchia gli animali, chi non rispetta gli anziani. Il mondo è pieno di questi esemplari; io, te e molti, altri abbiamo solo la capacità di riconoscerli più facilmente”.

“All’inizio non ci volevo credere, ero certo di essere pazzo” continua “poi ho incontrato una persona speciale che mi ha aperto gli occhi, e tutto è diventato più semplice e chiaro”.

“Sono sconvolto” gli dico.

“E ci mancherebbe” risponde ridendo.

“Perché?” è la prima domanda che mi viene alla mente, “e..cosa possiamo fare? Dobbiamo piantare loro un paletto di frassino nel cuore?”.

La risata fragorosa di Paolo si diffonde per tutta la sala, non molti sembrano farci attenzione: “Niente di tutto questo” risponde, “Dovrai solo imparare a conviverci, e ti assicuro che non sarà facile. Lascia che ti mostri una cosa”.

Afferra il paletto in legno del mio spiedino dal piatto e me lo mostra: “Non tutti i demoni si visualizzano come l’ebete qui accanto, però tutti reagisco allo stesso modo, osserva”.

Senza dare nell’occhi avvicina il paletto alla gamba del Ric, è sufficiente un piccolo tocco e come per magia una sottile cascata di sabbia comincia a fluire dai corpo del ragazzo.

Sono senza fiato, quanto ho appena visto è talmente incredibile che stento io stesso a crederlo.

“Fico no?” dice ridendo ” porta sempre con te qualcosa di appuntito, ti servirà, soprattutto le prime volte”.

“Ma se si trasformano in sabbia, potremmo eliminarli facilmente!” esclamo di colpo.

“Non dobbiamo né possiamo eliminarli” dice “i soliti neofiti irruenti!”.

Ride di gusto alla sua battuta.

“Divertiamoci un po’” mi dice.

“Ric, sei stato in palestra oggi?”.

Il Ric volge lo sguardo verso di noi: “Ovvio – bestemmia – pettorali e spalle”.

“Sei così grosso che sembri un rospo” risponde Paolo.

Quasi scoppio a ridere mentre il Ric sorride a malapena, indeciso se quanto appena udito sia un complimento o meno.

Il Ric, innervosito dai nostri sguardi, estrae una sigaretta dal pacchetto e accenna ad alzarsi, evidentemente vuole andare a fumare.

“Non dovresti” dice Paolo, “poi scoppi” continuo io.

“Che cazzo dite voi due sciroccati?”.

“Se cominci a fumare, poi non riesci a sputarlo fuori, ti gonfi sempre di più sino ad esplodere” gli spiego con tono accondiscendente.

“Poi sai che casino…tutti pezzetti verdi sui muri” continua Paolo.

“Era un gioco molto crudele che facevano i ragazzini scemi alle elementari, fortuna che non ti hanno mai beccato, non saresti qui” concludo.

“Ma che cazzo dite?” risponde il ragazzo ora rosso in viso “i rospi scoppiano con le sigarette, lo facevo sempre, troppo forte. Ma che cazzo c’entra con me? Non sono un rospo, sono un umano, vedete?” con gesti plateali ci fa passare davanti agli occhi le mani prima, e poi gli avambracci.

“Cra cra” rispondo io, “Cra” mi fa eco Paolo.

Il Ric reagisce nell’unico modo a lui consono: “Stefan – bestemmia – smetti di provarci con Lia che tanto non te la dà, che razza di imbecille di amico hai? Questo sua madre lo ha partorito per il buco sbagliato quella volta”.

In un decimo di secondo decido che:

  • il Ric è un demone,
  • sono stanco di farmi offendere da un deficiente,
  • Stefan e Lia meritano rispetto,
  • Bianca merita rispetto,
  • i demoni, nonostante quello che dice Paolo, si possono sconfiggere.

Afferro il legnetto e con tutta la forza che ho lo pianto nella mano del ragazzo, momentaneamente appoggiata davanti a me.

Quello che segue è presto detto: invece che sabbia vedo sgorgare un bel po’ di sangue, il Ric comincia a bestemmiare e subito dopo mi sferra un pugno che fortunatamente mi manca. Mani sconosciute mi afferrano e accompagnano fuori dal locale.

Vedo gente alzarsi, alcuni strillano, altri inveiscono contro me e tutte le divinità a loro conosciute.

Le braccia possenti mi trascinano fuori, il mio primo pensiero è per il cielo, non c’è una nuvola, davvero affascinante come spettacolo.

“Te lo avevo detto, non si uccidono, bisogna imparare a conviverci”.

Paolo. È stato lui a proteggermi ed accompagnarmi fuori. Mi volto verso di lui e lo ringrazio.

Dentro al locale vedo ancora il Ric intento a tamponarsi la ferita con della carta, osservo Stefan mentre saluta e annota nel telefonino il numero di Lia, bel colpo.

Esce anche lui all’aria aperta, il suo sorriso è inequivocabile.

“Come è andata” ci domanda.

“Bene” risponde Paolo.

“Molti rospi” rispondo io ridendo.

Stefan mi guarda dubbioso, gli batto la mano sulla spalla facendogli cenno che è ora di andare.

Saluto Paolo e l’unica cosa che riesco a dirgli è nuovamente, grazie.

Cap 37 – La trasformazione

Assisto alla prima trasformazione alle 10.32 di un giovedì mattina. Dall’ultima volta che ho controllato l’ora sono passati solamente alcuni minuti. Tra tutti i rituali che il dottore mi ha intimato di seguire, questo è quello che mi imbarazza maggiormente.

Sarà perché sono vestito da pagliaccio, sarà perché ho l’ordine di rimanere in silenzio nel bel mezzo della piazza in cui si sta svolgendo il mercato cittadino, fatto sta che gli occhi puntati su di me sono piccole saette color viola che sfregiano il mio corpo come lame affilate.

Inizialmente le persone hanno riso di me, a molti sono probabilmente sembrato una buffa ed innocua intromissione alla loro routine, fatta di acquisti e parole banali lasciate raminghe a disperdersi nell’aria.

Bambini vocianti, sporchi di gelato al cioccolato, mi hanno sorriso, e con forza hanno strattonato le gonne delle loro madri nella speranza di poter avvicinare l’oggetto delle loro fanciullesche fantasie.

Da me hanno ricevuto solo il gelo, il silenzio di una statua, che fissando il nulla, vive l’infinito dei suoi giorni.

Ben presto la mia presenza silenziosa ha cominciato ad infastidire, la tensione è cresciuta, i sorrisi si sono tramutati prima in stupore, poi gradualmente gli sguardi hanno cominciato a trasmettermi livore, una sorda ostilità verso qualcuno di diverso, che agli occhi della massa è apparso strano, inquietante, forse pericoloso.

Prima uno sguardo, poi un gesto di sufficienza, ai quali sono seguite piccole frasi bisbigliate, infine offese sempre meno celate, e al culmine, minacce.

La gente disprezza ciò che non riesce o vuole comprendere, la diversità di un atteggiamento è già la prova sufficiente che discrimina il bene dal male, il giusto da ciò che è sbagliato, in una folle visione manichea del mondo dove le sfumature non hanno possibilità di vita, sono fiori che si affacciano spaventati nel deserto, e muoiono senza aver avuto, nemmeno per un secondo, la possibilità di essere colti e donati ad una donna amata.

C’è stato chi si è avvicinato, e con fare quasi paternalistico, ha cercato di spiegarmi che per essere un pagliaccio credibile, avrei dovuto sorridere, e far divertire le persone.

Presentandomi in quelle vesti avevo ai loro occhi assunto l’obbligo morale di confermare con i gesti, e le parole, il mio ruolo di buffone. Non altro comportamento era tollerato, pena la perdita della tranquilla navigazione nello sconfinato oceano delle vite banali, e la mia conseguente cacciata da una piazza che, pur appartenendo a tutti, sarebbe divenuta della sola maggioranza.

La società non può accettare che un pagliaccio rimanga in silenzio, il contrasto è troppo forte per non scatenare reazioni a tratti esagerate, come quelle cui sono sottoposto da alcune ore.

Rifletto. Concentrato sul mio silenzio lascio che i pensieri liberi di percorrere praterie immense fatte di associazione che dal nulla si creano, e in un attimo svaniscono.

Episodi, momenti, atomi della mia vita che scie luminose uniscono come fossero stelle di una costellazione ancora sconosciuta. Il passato con il presente, ambiti di vita all’apparenza lontani che adesso uniti, assumono forme tridimensionali, ove all’interno i significati della mia esistenza prendono i colori della ragionevolezza e della luce.

Sarà questa la luce di cui il dottore mi parlava? Fare luce sulla propria esistenza, assaporare nuove prospettive significa forse semplicemente rileggere i passi già compiuti con degli occhi nuovi?

“Sai cosa sei? Un enorme pezzo di merda!”.

Le parole hanno in me l’effetto di un secchio d’acqua fredda scaraventato d’improvviso sull’indifeso dormiente.

La donna che ho davanti avrà circa 60 anni, decisamente sovrappeso. La prima cosa che noto sono i suoi orecchini, potrebbe portarci in giro un pappagallino. Evito il commento.

I suoi occhi mi colpiscono, vi leggo dell’odio, per un attimo ho la netta sensazione che sia in procinto di colpirmi, per mia fortuna questo non succede.

A differenza di tutti coloro che fino a questo momento, armati di coraggio, si sono avvicinati a manifestare il loro disgusto nei miei confronti, questa signora non accenna ad andarsene.

Veste in modo troppo appariscente, se Bianca si azzardasse un giorno a comprarsi una maglia così scollata, probabilmente Ioli cambierebbe la serratura di casa.

Incrocia le braccia, la posizione accentua ancor di più l’enorme seno. Dalla rapida valutazione che riesco ad eseguire lanciando un furtivo sguardo verso di lei, deduco che peserà almeno 1300 kg, etto più, quintale meno.

La posizione che assume è davvero bellicosa e il trucco esagerato che la fa sembrare molto simile ad un maori, sicuramente non aiuta.

Le collane d’oro sono una palese ostentazione di ricchezza che fanno a pugni con la totale mancanza di raffinatezza e savoir faire.

Dietro di lei scorgo un uomo minuto, deduco sia il compagno dal momento che non si allontana per tutto il tempo in cui lei rimane a sfidarmi.

Sta sorreggendo a fatica le borse della spesa, se ho visto bene, prima della scenata contro di me, l’allegra coppietta ha fatto visita al panificio, ad una profumeria, a Benetton, e ad una pasticceria.

“Pensi che abbia paura di un tipo come te, pagliaccio dei miei stivali?. Perché non fai un favore al mondo e torni a casa tua? Qui dai fastidio, lo capisci?”.

Il tono sostenuto della signora ha incuriosito molti passanti che ora si sono fermati e guardano in silenzio la scena. Quello che io credo sia il marito si avvicina alla donna e le sussurra qualcosa in un orecchio.

“No che non mi calmo, a me non importa nulla della gente che ci osserva, mi preoccupo di più di questo barbone che invece di andare a lavorare, rimane qui a rubare i nostri soldi e spaventare i nostri figli”.

Mi trattengo dal desiderio di far notare alla signora come tra lei e il suo compagno, probabilmente l’unico a lavorare sia lui e che, soprattutto, difficilmente potrei rubare dei soldi rimanendo immobile come una statua e con una strana pillola in bocca.

Il mio silenzio sembra esasperare la donna che solleva la borsa e minacciosamente si avvicina.

Mi salvo solamente perché nuovamente il marito interviene e afferratala per un braccio, la allontana da me. Vedo i due parlottare per qualche minuto, non riesco a cogliere tutto lo scambio ma mi sembra evidente che le parole dell’uomo non sortiscono l’effetto sperato.

“Il problema non sono io” grida ad un certo punto la pazza. Il viso è paonazzo e non fatico a notare una vena che si è ingrossata all’altezza della tempia destra.

“Il problema sono quelli come questo sfaccendato qui!” grida volgendomi lo sguardo. “Questi qui vengono in Italia solo a rompere le scatole, bevono, fanno casino, non pagano le tasse, però poi se una cittadina come me gli spacca la testa, vanno in ospedale e il servizio medico copre tutto!”

“Ma vi pare possibile? Nemmeno mi risponde, sicuramente sarà uno di quei Crudi o Arabi”.

“Curdi, si dice Curdi, non crudi” la corregge l’uomo.

“A me non interessa nulla, sono sempre la stessa cosa”.

Osservo la folla che assiste, l’impressione che ne traggo non è certo benevola.  Le parole della donna sono spesso accolte da cenni di assenso e più di qualcuno la esorta al più presto a passare alle vie di fatto.

Non si alza nessuna voce discordante dal coro, gli incresciosi deliri della donna vengono sottolineati dalle risatine divertite di giovani e meno giovani.

Gli unici che non si divertono sono i bambini, involontari spettatori di un triste spettacolo fatto di banalità e semplificazioni. Immobilizzati dalla tenace stretta dei propri genitori, assistono impotenti al teatrino dell’uomo vile, che fiuta la preda tra i più deboli, e gode senza proferir parola innanzi anche ai più biechi tra i comportamenti.

La donna non accenna a mollare la presa, è il capocomico di questo grottesco circo. Ora si sbraccia, ora sbraita. Nel suo mirino non vi sono più solo io, vi è tutto il popolo dei diversi, degli emarginati, di coloro che non si sono assuefatti alla società, ma continuano a viverla da uomini indipendenti e dotati di arbitrio.

“Non sai parlare la nostra lingua? Ma allora torna a casa tua! Sei qui, vuoi fare il pagliaccio, ma non fai ridere, non sai nemmeno parlare! Vai a casa tua, qui non ti vogliamo, e portati via le tue due mogli e 300 bambini, chissà che i nostri figli possano respirare aria salubre in classe”.

Termina la frase volgendo lo sguardo alla folla, e un fragoroso applauso le conferma di aver anche questa volta fatto centro. E’ nel momento stesso in cui si gira che vedo il suo volto deformarsi.

Per un secondo che sembra durare un’eternità, davanti a me non ho più una donna dallo sguardo d’odio, ma un essere con la testa di cavallo.

L’allucinazione mi fa sobbalzare, cosa che non passa inosservata ai più. Chiudo gli occhi e quando li riapro ho nuovamente davanti a me le poco amabili fattezze della signora.

Sebbene non mi possa dire felice, accolgo la ritrovata visione con un sospiro di sollievo. I miei occhi incrociano quelli dell’uomo che silente si è ritirato un po’ in disparte, il suo è lo sguardo di un uomo rassegnato, che ha accettato di subire la prepotenza e che in silenzio accetta la vergogna, e lo smacco dell’ignoranza altrui.

“Tu tornare a casa tua, capito? Casa tua, qui Italia casa di italiani”.

Poi succede ancora. La voce della donna si deforma e contemporaneamente le sue fattezze tornano quelle di un cavallo, il muso allungato, la criniera, gli occhi neri di un essere malvagio.

Un gigantesco cavallo mi sta alitando addosso le sue ipocrite filippiche, e il suo sordido razzismo da strada. Il tiepido olezzo dell’alito dell’animale mi nausea, schizzi di saliva proiettati da una bocca schiumante di rabbia, lordano il mio volto. Capisco che non potrò controllarmi più a lungo quando oramai è troppo tardi.

Ho la netta sensazione che il tempo rallenti per permettermi di vivere appieno quanto sta succedendo. Vedo il getto di vomito volare in slow motion verso l’essere. Nei pochi attimi che precedono l’impatto non vi è più traccia dell’animale. Davanti a me vi è nuovamente la malvagia signora, talmente sorpresa da quanto sta avvenendo, da non avere nemmeno la forza di accennare una reazione. Il getto la colpisce in mezzo ai seni.

Rimaniamo entrambi a bocca aperta mentre le grida di divertimento e di disgusto provenienti dalle persone raccolte vicino a noi, si confondono.

Mi porto la mano alla bocca, “Pardon”, le dico in perfetto inglese.

Credo che quella che segue si possa definire una crisi isterica. La donna viene prima di tutto scossa da tremendi conati, poi inizia a gridare, cerca di togliere il vomito dalla maglia, ma l’unico risultato che ottiene è quello di spalmarlo ancora di più. Appena si rende conto della cosa comincia a saltellare e girare su se stessa, sembra una trottola. Il suo viso è un’unica smorfia di disgusto, emette dei suoni gutturali che mi fanno credere che a breve stramazzerà al suolo con un principio di infarto.

Le persone intorno a noi cominciano ad andarsene, non vi è più nulla da vedere. Vedo il marito avvicinare la moglie e allontanarsi a passi rapidi dalla piazza.

Decido di seguirli, l’immagine del cavallo mi ha turbato, voglio parlare al più presto all’uomo.

Non è difficile seguire la coppia: la mole della donna e le poco celate chiazze di vomito stampate sulla maglia, fanno sì che la folla si apra come il Mar Rosso al passaggio di Mosè.

Mi mantengo ad una distanza di sicurezza anche se il mio costume da pagliaccio non aiuta la mia mimetizzazione.

Si fermano in una piazzola poco distante, la donna si accomoda sui gradini di una chiesa mentre l’uomo si muove verso una bancarella di frutta e verdura. Capisco che si tratta della mia occasione e decido di affrontarlo.

“Compra le carote per il cavallo?”.

La mia domanda lo coglie impreparato tanto che istintivamente arretra di un passo. Non mi risponde, sembra che non abbia mai visto un pagliaccio parlare.

“Le ho chiesto, se è qui per comprare le carote al cavallo”.

Ancora una volta l’uomo non risponde, non smette di fissarmi.

La situazione mi spazientisce, e il rischio di trovarmi nuovamente addosso quella strana donna mi spinge ad accelerare i tempi.

“La signora di prima, quella con il vomito, in realtà credo sia un cavallo gigantesco. Mi piacerebbe sapere come lei possa continuare a condividere la sua vita con quell’essere”

La mia frase sembra risvegliarlo da un profondo sogno, apre la bocca come se volesse dire qualcosa ma si trattiene.

“E’ mia moglie, non è un cavallo” dice dopo alcuni secondi di riflessione.

La sua semplicità è fin commovente, sembra non voler accettare una verità che è sotto gli occhi di tutti.

“A parte il fatto che ho visto perfettamente il volto dell’animale poco fa, lei evidentemente si è fermato a comprare delle carote e guarda caso, ai cavalli piacciono le carote”.

“Anche ai conigli piacciono le carote” mi risponde “potrei semplicemente avere un coniglio in casa”.

Valuto per un istante la risposta dell’uomo: una difesa evidentemente scriteriata e eccessiva, frutto probabilmente di una coscienza sporca, che cerca con la bugia di negare una inconfutabile evidenza.

“Cerchiamo di non sviare l’attenzione dal problema principale, ho chiaramente assistito alla trasformazione della sua signora poco fa. Sono certo si trattasse di un cavallo per due semplici motivi: riesco a distinguere un cavallo da un coniglio, e secondo, io detesto i cavalli e non i conigli”.

“In realtà più dei cavalli, io odio i Bamby, ma in questo caso sono certo che sua moglie non appartenga a questa immonda razza”.

Cercando ancora una volta di allontanarsi da me, l’uomo appoggia male il piede destro e cade rovinosamente sull’asfalto. Si alza prima che io riesca ad aiutarlo.

“Ci pensi bene, non le sembra contro natura frequentare una bestia di siffatta proporzione? Il cavallo è una bestia malvagia, mangia le carote ma non si abbronza, morde, perde appositamente le gare per rovinare le persone, e per causa di un cavallo Candy Candy ha visto morire il suo amato Anthony. Lei mi sembra una persona seria e buona…non dovrebbe accettare supinamente questa situazione, ma non si preoccupi, io la salverò”.

All’udire tali parole l’uomo fugge a gambe levate, lo vedo parlottare con la moglie e poi incamminarsi verso la fermata del bus.

Non mi risulta troppo difficile seguirli, i due salgono nel numero 9 e si piazzano nei posti vicini all’autista.

Scendono mestamente in una zona che si potrebbe definire popolare. Le case, una volta fiore all’occhiello del comune, sono state lasciate sole a combattere l’impari lotta contro il tempo.

Un piccolo bastardino non smette di abbaiare.

Rimango ad una distanza di sicurezza fino a scoprire con esattezza l’ubicazione della loro dimora. Evidentemente debbono essere tra i facoltosi della zona perché la casa, distribuita su due piani, è circondata da uno splendido giardino. Il cancello è aperto, ne approfitto per entrare a dare un’occhiata. Cammino indisturbato per una decina di metri, scorgo quella che ritengo essere una piscina sul retro dell’edificio.

Faccio ritorno a casa, mangio velocemente alcuni rimasugli di formaggio, e mi preparo alla grande notte. Ho deciso che aiuterò l’uomo, quel povero signore vittima di un maleficio ha solo bisogno di qualcuno che gli faccia aprire gli occhi.

Nel mio zaino faccio entrare una Umarex 92 FS XX Treme a carica elettrica, tra le più micidiali delle mie pistole ad aria compressa.

Raggiungo il quartiere verso le 21. Il cielo è stellato, e il frinire dei grilli accompagna i miei passi fino alla casa dei coniugi. Dalla strada si odono delle voci, forse sono dei nitriti. La serata è fresca ma questo non ha impedito alla coppia di cenare all’aperto. Hanno allestito un piccolo tavolino davanti alla porta del garage, dalla strada è già possibile osservare le loro mosse con chiarezza.

Entro dal cancello e mi nascondo dietro il tronco di un albero. Distinguo chiaramente la voce dell’uomo, il tono sembra sommesso, è probabile che stia cercando di scusarsi. Deduco stia parlando con quello strano essere con cui si accompagnava in giornata, controllo la carica della pistola.

La petulante donna sta rimproverando qualcosa al marito, è la goccia che fa traboccare il vaso.

E’ sufficiente spostarmi lateralmente di solo 50 centimetri per avere una visuale di tiro perfetta. Prendo la mira. Con il primo colpo mando in frantumi un bicchiere della tavola. Dopo alcuni secondi di smarrimento le voci si fanno più forti e nitide. Non aspetto, sparo nuovamente.

Sento un urlo. Continuo a sparare nella stessa direzione, ad ogni colpo un urlo nuovo. “Strano modo di lamentarsi ha questo cavallo” penso, poi riconosco la voce dell’uomo gridare: “Basta, basta per pietà”.

Decido di smettere e andare a controllare il lavoro svolto. Mi avvicino e saluto l’uomo. E’ accovacciato a terra e si sta riparando con una delle sedie in plastica. Sta tremando, immagino sia gratitudine.

Poco distante l’essere demoniaco si sta massaggiando una gamba. Nel tentativo di ripararsi ha fatto cadere la tavola con tutte le vettovaglie. Mi fissa con orrore, probabilmente non riesce a riconoscermi. Anche lei trema, una reazione che non mi sarei aspettato da un demonio come lei.

Volgo lo sguardo all’uomo e lo aiuto a mettersi in piedi.

Piange.

“Non pianga” gli dico “lo ho fatto con piacere”.

“Perché?” mi domanda.

“Odio i cavalli” gli rispondo.

“Qui non c’è alcun cavallo” mi risponde “è mia moglie” grida lui. Corre verso la donna, le accarezza i capelli e la bacia con dolcezza. Le sussurra qualcosa all’orecchio, lei singhiozzando si stringe a lui.

Si volge verso di me: “Vattene, pazzoide, o io chiamo la polizia”.

Lo sfogo dell’uomo mi lascia interdetto, ho come l’impressione che il mio aiuto non sia stato compreso. Dove ho sbagliato? Ho individuato un essere malvagio, mi sono battuto affinché una buona persona potesse sconfiggerlo, mi sono dato da fare, e il ringraziamento? Lei che piange, lui che la consola, entrambi che vogliono denunciarmi.

C’è qualcosa in tutto questo che non capisco, perché le persone non dovrebbero accettare il mio aiuto?