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Cap 34 – Una questione di donne

Ho provato in tutti i modi a spiegare al commesso che si tratta di una questione di vita o di morte, ma non c’è stato verso. Mi ha ripetuto fino a perdere la voce che non è mangiando una pastasciutta con un camaleonte fatto a pezzetti che acquisterò la facoltà di cambiare colore a mio piacimento.

Gli ho offerto di pagare la bestiola cinque volte il prezzo di listino ma niente. Il mio intuito mi dice che qui c’è sotto un complotto planetario orchestrato dalla magistratura comunista. Mi impediscono di cucinare a fuoco lento un camaleonte e di mangiarlo con gli spaghetti, perché temono che io possa intrufolarmi in uno di quegli antri del demonio dove i malvagi magistrati complottano contro la nostra libertà, per poi procedere a smascherare e denunciare la loro immonda condotta.

“Non voglio attaccare la magistratura” ho riferito allo stupito ragazzo “voglio solo evitare di trovarmi ancora davanti Ada”. Niente da fare.

La facoltà di mimetizzarsi è adottata in natura da moltissimi animali, in molti casi si tratta di una forma di difesa, in altri rappresenta una formidabile arma di attacco. Nascondersi agli occhi della possibile preda offre al predatore la possibilità di avvicinarsi quel tanto da rendere il suo attacco efficace e mortale.

Ho immaginato la scena più e più volte: arrivo dal Fabiani e d’incanto mi faccio bianco come la parete. Chiudo gli occhi per alcuni secondi, sfrutto il mio enorme naso per percepire la presenza di qualcuno nella sala d’attesa. L’odore di stantio mi dice che Ada è vicina a me, ma la povera questa volta non mi può attaccare. Socchiudo gli occhi, lei è seduta vicino alla porta dello studio, ha lo sguardo assorto, non immagina quello che le sta per succedere.

Mi avvicino lentamente facendo in modo di rimanere sempre attaccato alla parete, ogni piccolo errore potrebbe essere fatale.

Sono ad un metro da lei, sgancio un peto silenzioso ma micidiale. La nonna dopo alcuni secondi si guarda intorno inorridita, la signora che le siede accanto la guarda con sdegno.

Il Fabiani apre la porta, Ada è in procinto di entrare quando io fulmineo mi sposto alle spalle del dottore. Nessuno mi può vedere perché nel mentre il colore della mia pelle è mutato sino a fondersi con il legno della porta. Sussurro al dottore di far finta di nulla e di rientrare senza pazienti, in realtà ci sarò io con lui, e grazie alla mia astuzia avrò sconfitto la pericolosa Ada.

Il commesso si chiama Fabio, indossa una camicia verde scuro ed un paio di jeans sbiaditi. Valuto che potrà avere non più di 25 anni, probabilmente con i soldi guadagnati in questo negozio di animali si sta pagando parte degli studi in veterinaria. Con tono bonario cerca nuovamente di spiegarmi che non riuscirò a trovare alcuna macelleria disposta a vendermi carne di camaleonte, in primo luogo perché proibito, e secondo perché non reperibile in Italia.

Alla fine esausto minaccia di chiamare il WWF e di denunciarmi; il gesto mi offende ma non riesco a trovare niente di meglio per vendicarmi, che fargli cadere dal tavolo il telefono portatile poggiato davanti a lui.

Detesto le persone ottuse e Fabio evidentemente lo è, un burocrate incapace di capire le necessità delle persone. Fortunatamente ho già in serbo il pieno B. Compongo il numero a memoria e dopo due squilli la persona dall’altro capo del telefono risponde.

“Che piacere sentirti, come stai?”

“Ciancio alle bande Stefan, ho bisogno del tuo aiuto”.

Nei minuti successivi cerco di spiegare al ragazzo il senso della mia telefonata. Gli racconto di Ada e di come mi abbia quasi picchiato. Menziono il fallito tentativo del camaleonte e di come tutto sia andato a puttane a causa di un burocrate venticinquenne di nome Fabio.

Come maestro di Okuto Stefan, tu che faresti?”

Il ragazzo rimane alcuni secondi in silenzio, io mi guardo intorno, senza rendermene conto sono finito davanti al bar dove ho litigato con Annalisa pochi giorni fa, buffa coincidenza penso.

“Direi che potresti fare esplodere la signora con una pressione in uno dei suoi centri vitali”.

“Ti spiego perché non è possibile Stefan: uno perché io non sono un maestro Okuto, due perché dovrei farlo in un consultorio medico, tre perché potrebbero esserci testimoni, quattro perché poi magari il Fabiani la salva”.

“Hai ragione” risponde Stefan dopo alcuni secondi, “fammi pensare”.

Accanto a me un papà sta cercando di pulire la bocca del figlioletto di tre anni con un fazzoletto. L’operazione è resa praticamente impossibile a causa della iperattività del piccolo che continua a muoversi come fosse un’anguilla. A complicare il tutto vi è anche un palloncino ad elio che l’uomo stringe tra le dita.

“Ecco uno dei motivi per cui io non avrò mai figli” rifletto “si muovono, disturbano, e sono piccoli”.

“Ci sono!”

Stefan grida talmente forte al telefono che soffoco per puro miracolo l’istinto di scagliare il cellulare a terra.

“Tu riesci a comunicare attraverso la telepatia giusto? Quella volta con Baffino mi hai parlato, anche se io non ti ho ascoltato. Potresti entrare nella mente delle persone con la tua potenza ed indurle a vedere e credere quello che vuoi tu. Ti faccio un esempio: potresti entrare dal tuo dottore, nasconderti dietro un giornale o qualcosa di simile, e dire a tutti gli astanti che non ti stanno vedendo. Nessuno può contraddire ciò che il proprio cervello dice, sarebbe un paradosso, la gente accetterebbe in quel caso che il proprio cervello sbaglia, ammettendo di conseguenza di essere pazzo”.

Le parole di Stefan sono una illuminazione, la soluzione che mi prospetta è in assoluto la più banale e logica, stupido io a non averci pensato subito. Mi congedo da lui promettendogli di invitarlo a cena una di queste sere, difficilmente manterrò la promessa ma adoro far illudere le persone.

Davanti alla porta dello studio del dottore rilevo un errore nella strategia di Stefan: se dovessi rendermi invisibile nascondendomi dietro un giornale, i pazienti in attesa si troverebbero ad assistere ad un inspiegabile fenomeno di levitazione, cosa che sicuramente scatenerebbe il panico oltre che una serie incontrollata di spiegazioni tra le quali la più accreditata sarebbe quella del fantasma di un ex paziente ucciso dal Fabiani. Troppo pericoloso.

Decido quindi di non utilizzare alcun giornale, per nascondermi sarà sufficiente il mio dito indice e molta concentrazione.

Porto il dito indice davanti al viso e mi concentro, per incanto tutto ciò che mi circonda diventa nero. Entrare nella mente altrui è un’operazione alquanto pericolosa, solo i veri maestri possono riuscirci. Sento che il flusso della mia energia esce dal mio corpo come fosse una leggera nube di vapore. La vedo passare sotto la porta che mi separa dalla sala d’aspetto del dottore, e come un segugio la sento arrivare ed infondersi all’interno di tutti gli astanti.

Sono certo di avere il perfetto controllo delle menti di tutti i pazienti quando lentamente apro la porta e mi intrufolo. Con mia grossa sorpresa scopro che nella sala non vi è alcuna persona.

Appena sento dei rumori provenire dallo studio del dottore decido di giocargli un simpatico scherzo, e intimo alla sua mente di non vedermi.

Apre la porta e i suoi occhi fissano nella mia direzione, evidentemente, rifletto, c’è qualcosa dietro di me che lo incuriosisce.

Mi avvicino lentamente rimanendo nascosto dietro il mio dito indice, a volte inclino il busto verso destra a volte a sinistra in un movimento che ricorda un po’ quello del pugile.

Quando sono ad un metro dal Fabiani comincio a fargli le boccacce, lui non può vedermi. Il dottore stranamente non si muove e sembra quasi seguire con attenzione i miei movimenti. Ovviamente si tratta di una semplice coincidenza.

Mi piazzo alle sue spalle e gli sussurro di entrare, adoro poter controllare così facilmente le persone. Mi immagino che la schiena del dottore sia percorsa da brividi, non è da tutti i giorni sentire una voce che ti intima che fare.

Rimanendo invisibile mi accomodo nella poltrona dei pazienti, mentre il dottore si siede a apre il suo block notes.

Dopo aver annotato alcune cose si lascia sprofondare sulla poltrona. Pulisce gli occhiali con un piccolo panno che ha scovato all’interno di un cassetto e fissa nella mia direzione.

Sono un po’ a disagio, anche se evidente si tratta di una mia paranoia, ho come l’impressione che il dottore riesca a vedermi.

Decido di manifestarmi in maniera graduale per evitargli uno shock troppo grande. Il Fabiani mi anticipa e le sue parole mi lasciano di stucco.

“Si può sapere che sta facendo?”

Rimanendo invisibile mi guardo nervosamente attorno, non c’è nessun altro nella stanza, mi accorgo che involontariamente sto attuando un comportamento di difesa, rimanendo immobile e cercando di farmi sempre più piccolo sulla sedia.

“Le ripeto…che sta facendo?”

“Lei può vedermi?”

“Certo che la posso vedere, è seduto davanti a me con i piedi sulla sedia, che la pregherei di togliere. Per uno strano motivo continua a mostrarmi l’indice della sua mano destra”.

Evidentemente vi è stato un calo della mia forza mentale che ha permesso al dottore di percepire la mia presenza. Decido di concentrarmi di più e scomparire proprio davanti ai suoi occhi. Lo sforzo è notevole ma dopo pochi istanti ho il completo controllo della sua mente. Gli intimo di non riuscire a percepire la mia presenza.

Mi alzo furtivo e silenzioso come un gatto mi metto al suo lato.

“Adesso mi vede?”.

Al Fabiani è sufficiente far ruotare la sua poltrona di 90 gradi per avermi nuovamente davanti. Mi guarda un po’ spazientito. “Certo che la vedo, lei si è spostato lentamente e si è fermato a circa 1 metro da me. Continua a mostrarmi il dito indice. Le ripeto….che sta facendo?”.

Sconsolato abbasso la mano e in silenzio riprendo posizione nella poltrona situata davanti alla scrivania del dottore. Sono molto turbato, qualcosa non ha funzionato.

“Da quando ha percepito la mia presenza?”

“Più o meno da quando ho aperto la porta del mio studio e la ho vista”.

“Ha visto quando mi muovevo?”

“Sì”

“Anche quando le facevo le boccacce?”

“Certo”.

“Anche quando…?”

Sì anche quando si è abbassato i pantaloni mostrandomi il suo candido sedere”.

Rimango in silenzio, sono allo stesso tempo preso da sconforto ed in evidente imbarazzo. Fabiani mi viene in aiuto: “Se ho capito bene, lei è convinto di poter rendersi invisibile. Ammesso che questo sia possibile, mi piacerebbe affrontare l’argomento in un prossimo incontro. Che ne dice nel mentre, di raccontarmi come è andata la sua settimana?”.

Un po’ riluttante comincio a fare un breve resoconto di tutti gli avvenimenti a mio avviso degni di nota che sono avvenuti negli ultimi sette giorni. Non pongo troppa enfasi sull’incontro con Annalisa perché non lo ritengo una cosa degna di nota, ma il Fabiani evidentemente non la pensa come me, e mi chiede di raccontargli per filo e per segno quanto accaduto.

Il dottore ascolta attentamente e non smette di prendere appunti. Alla fine mi guarda con intensità. “Che effetto le hanno fatto le parole di Annalisa, hanno suscitato in lei qualche ricordo speciale?”.

Non ho voglia di affrontare l’argomento, darei un braccio di Stefan in cambio della possibilità di evadere da queste quattro mura.

Stancamente comincio a raccontare di come le parole di Annalisa mi abbiano offeso, della incredulità che ho provato quando lei si è rifiutata di baciarmi e, peggiore dei mali, dell’onta di sdegno che ho provato quando la befana mi ha definito brutto.

“In un certo senso, mi ha fatto venire in mente quanto successo con due mie ex, Elena e Anna”.

Sono ricordi per me dolorosi, non riesco a sostenere lo sguardo del dottore e mi ritrovo a fissare la parete bianca.

“Me ne parli”.

Come organizzare i propri ricordi affinché alla fine del racconto il tuo interlocutore non ti ritenga un pezzo di imbecille? Molto difficile nel mio caso, qualunque sia la strada intrapresa, il risultato è lo stesso.

“Elena è una delle donne più belle con cui io sia mai stato, direi perfetta. Bionda con gli occhi verdi e un fisico da togliere il fiato. Quando la ho conosciuta c’era praticamente mezza università che le moriva dietro, l’altra metà ancora non la aveva incontrata. La ho conquistata, nessuno ci poteva credere, per primo io. Ho deciso che mai la avrei perduta, era troppo importante per me ed ero certo che mai più avrei avuto tra le mani una donna così. Così ho cominciato a trattarla come una regina, pagavo le uscite e i suoi vizi, non le facevo mancare nulla. I primi screzi sono nati quando mi sono reso conto che da lei non stavo ricevendo abbastanza. Io pretendevo, perché stavo dando molto. Prima sommessamente, poi sempre di più le mie lamentele si sono fatte pressanti. Un giorno ho fatto un bluff e la ho lasciata, dopo due giorni le ho chiesto di tornare insieme, ma lei non mi ha più voluto. Ho sentito come se mi fosse stato tolto il terreno da sotto i piedi. Ho pianto tutte le lacrime che avevo in corpo. Avevo dedicato tutto a quella storia, tutto me stesso affinché funzionasse, ed era fallito miseramente. Non smetto di pensare a lei, ho perso la mia sicurezza, mi sento davvero un fallito.

“Con Anna invece la cosa è stata differente, anche lei bellissima ma sicuramente più problematica. Ho lasciato che mi manipolasse, non ho mai avuto la forza di reagire. Mi ha mentito, mi ha tradito, mi ha trattato come fossi uno zerbino, Nonostante tutto questo, io volevo vedere qualcosa che non c’era, volevo credere in una possibile svolta positiva, che ovviamente non c’è mai stata. Quella donna mi ha destabilizzato”.

Fabiani finisce di annotare le ultime cose e poi mi fissa. Conosco quello sguardo, è in procinto di sganciarmi qualche bomba.

“Cosa c’è che accomuna i tre avvenimenti? Ci rifletta.”

Davanti al dottore ho oramai adottato la modalità “riflessione a voce alta”, ho come l’impressione che lasciando scorrere le parole, si scoprano molte più cose.

“Con Annalisa ed Elena io…pretendevo qualcosa, e loro non me lo hanno dato”.

Un breve accenno da parte del dottore mi esorta a continuare su questa strada.

“Vediamo…entrambe mi hanno scaricato, chi prima, chi dopo. Entrambe erano belle”.

Per un attimo ho come un’intuizione, sfortunatamente non riesco a metterla a fuoco.

“Annalisa mi ha detto che mi comportavo come un bambino…ma Elena no, non ha mai detto questo..”

Nuovamente quella sensazione, ancora una volta non riesco a capire di cosa si tratti.

“Non saprei davvero, mi hanno fatto incazzare, insomma io mi stavo impegnando e loro non hanno voluto…”

L’insight: la capacità di vedere un collegamento ove prima vi era buio. Eventi distanti, teoricamente differenti che improvvisamente si incasellano in una rappresentazione della realtà che interpreta nuovamente la storia in una nuova ottica, questa volta più chiara.

Ancora una volta succede qualcosa in me, apro una porta che non sapevo esistesse.

Da piccolo giocavo con l’alcool insieme a Mauro. Ci divertivamo a creare delle piste con il liquido infiammabile e dopo aver reso la stanza buia, era sufficiente una piccola scintilla per vedere la strada di fuoco prendere forma.

In questo momento sto vivendo la stessa situazione, ed una strada di fuoco sta illuminando il mio buio.

Annalisa mi ha detto che mi stavo comportando come un bambino. Mi ha ricordato di non essere mia madre, ma una donna. Io non avevo capito, fino ad ora. Con Elena io ho fatto lo stesso! Non ero più un uomo, con i suoi pregi e difetti che si relaziona con la propria compagna, ma un bambino che ha davanti sua madre. Quando mi sforzavo con Elena in realtà ero il bimbo bravo che cercava di compiacere Bianca, facevo “tutti i miei compiti e doveri”, ossia cercavo di fare in modo che il rapporto funzionasse. Come ogni bambino però volevo qualcosa in cambio, qualcosa che Elena non era tenuta a darmi, in quanto mia fidanzata, non mia madre. Elena, come Annalisa, hanno inconsciamente capito di avere davanti un bambino che cercava una madre, e mi hanno cacciato. E’ per questo che io non ho saputo superare il lutto della perdita di Elena, perché a rifiutarmi non era semplicemente una donna, ma era…mia madre…”

Attendo alcuni secondi: “Ed una madre…non può rifiutare un figlio”.

Tutte le mie dinamiche svelate in pochi minuti, troppo per non lasciarmi scosso.

Il Fabiani si alza e mi fa cenno di seguirlo. Ci avviciniamo ad uno specchio che riflette la mia figura per intero. Mi dice di guardare nello specchio e di raccontare cosa vedo.

Rimango in silenzio per un po’, sono davvero inorridito.

“Sono brutto” comincio dopo un po’, “avrei bisogno di farmi la barba e di un buon barbiere. Le mie scarpe sono sporche, i jeans lisi e la camicia è dozzinale. Il mio naso è enorme, il colore della mia pelle mi ricorda molto quello di Michael Jackson. Sono un trentaseienne da buttare nel cesso”.

Torniamo a sedere.

Fabiani mi scruta per alcuni secondi: “Credo che per oggi possa bastare” mi dice. Mi consegna una busta dove intuisco vi siano le nuove pastiglie con i dettami del nuovo rituale.

“Prima di andare salutarci” esclama “mi dica cosa le è parso del nostro incontro”.

Ci rifletto per qualche secondo: “Sono turbato”. Non riesco aggiungere nient’altro.

“E’ ok così, torneremo sull’argomento la prossima settimana”.

Mi porge la mano, la sua stratta è decisa.

“Arrivederci”.

Cap 33 – L’usignolo

Sono al quarto giorno della cura del Fabiani e sento che qualcosa si sta muovendo. Ho trascorso la notte anteriore gridando improperi contro il maledetto Silas, la gola ancora mi arde, ma è un dolore piacevole che ha il significato della rinascita.

Non avrei mai pensato che entrare nuovamente in contatto con la mia spiritualità sarebbe stato così semplice: una pillola, un rapido rituale ed il gioco è fatto.

Non riesco ad elaborare lucidamente quanto sta avvenendo dentro di me, di sicuro sento che le pillole comportamentali del Fabiani sono un’arma immensa, potrebbero tranquillamente cambiare il corso della storia come la scoperta della penicillina, o l’acquisto del trio Gullit, Rijkaard Van Basten.

Rimarrei volentieri a letto a riflettere su tutte le piccole cose che sono mutate in me da quando ho cominciato ad ingurgitare quelle strane pastiglie al sapore di menta, ma non posso, ho un compito da portare avanti, e per nulla al mondo lascerò che la mia inerzia prenda il sopravvento.

Mi alzo dal letto sono le tre del pomeriggio, passeggio nudo per la casa incurante degli sguardi inorriditi dei vicini.

Apro l’armadio con la rassegnazione di colui al quale è stato appena comunicato che dovrà andare a combattere al fronte. I vestiti sono tutti ammassati, non c’è nulla di pulito o stirato. Una piccola bomba nucleare è esplosa tra le mie camicie riducendole a delle deliziose palle di cotone.

Scelgo la meno peggio, è azzurra, un regalo di Bianca dell’ultimo Natale. Ripenso alle camicie fatte a mano del Fabiani, la prossima volta voglio domandargli a chi le commissiona.

Opto per un paio di Diesel con un evidente strappo che oramai lascia scoperto tutto il ginocchio destro. La MCI mi sta impedendo anche di prendere una decisione tanto semplice come comprare dei nuovi vestiti, ed il risultato è che praticamente ho gli stessi abiti che usavo cinque anni fa.

In centro ci arrivo camminando verso le 4 del pomeriggio, ancora non vi è molta gente per la strada, solo qualche universitario svogliato, stanco di passare ore chinato sui libri.

Passeggio per una delle vie principali, il dottore è stato chiaro, dovrò avvicinarmi ad almeno 3 ragazze e conoscerle utilizzando alcune frasi che mi ha suggerito. Sono certo di non aver mai raccontato al Fabiani dei miei giorni dell’Estasi, con un po’ di fortuna le due situazioni avrebbero potuto coincidere.

L’utile al dilettevole, vivere l’Estasi ed essere obbligato da un medico ad andare a donne, che c’è di meglio?

In realtà di conoscere ragazze non ho molta voglia, ma se è per sconfiggere la MCI, questo ed altro.

I primi due approcci sono un vero e proprio disastro: Silvia, 25 anni, studentessa di Scienze Politiche non trova politicamente corretto che io tessa le lodi dei suoi immensi seni al punto da spingermi a definirli l’anello di congiunzione tra l’uomo e Dio.

Sara, 30 anni splendidamente portati, mi fa notare dopo alcuni minuti che l’approccio “Mano sul sedere e provo a baciarti PRIMA di essermi presentato” è probabilmente vincente le domeniche pomeriggio in discoteca, ma un po’ distante dalle sue aspettative e dai suoi sogni di trentenne single.

Ringrazio le mie due quasi fidanzate sottolineando anche con gesti plateali, la stupidità della loro scelta, e continuo la mia passeggiata pomeridiana.

Sono ancora immerso nei miei pensieri quando vengo rapito dal dolce canto di un usignolo di nome Annalisa. Le parole e la melodia sono quelle di “Qualcosa che non c’è” di Elisa.

Annalisa veste con jeans attillati che fanno risaltare le sue gambe affusolate, calza stivali Prada color caffè perfettamente abbinati alla maglia che le scende morbida lungo i fianchi. Il taglio della t-shirt è tale che la spalla destra risulti quasi sempre scoperta. Tutto sommato l’immagine è davvero sexy, troppo sexy per una ragazza che si nutre di usignoli.

La raggiungo nel giro di pochi secondi e mi piazzo davanti a lei con fare minaccioso, la sua sorpresa è grande, istintivamente fa un passo indietro e rimane impietrita a fissarmi.

“Dovresti sputare l’usignolo, non mi sembra il caso che una ragazza come te passi il suo tempo maltrattando gli animali”.

La ragazza per lo stupore apre la bocca quel tanto che basta perché io decida di passare immediatamente alle maniere forti. Con un balzo in avanti le sono addosso e le infilo due dita in bocca.

I denti di Annalisa si chiudono istintivamente e il mio pollice ed indice rimangono fatalmente chiusi in una morsa d’acciaio.

Il dolore è di quelli lancinanti, grido con tutto il fiato che ho in corpo mentre gli occhi si fanno lucidi di lacrime. Dopo alcuni secondi che sembrano un’eternità la ragazza apre la bocca e rimane a fissarmi con gli occhi sgranati.

Un piccolo gruppo di persone, attirate dal mio grido si sono radunate intorno a noi.

Pezzo di befana cannibale, quasi mi stacchi due dita”.

La ragazza mi guarda incredula, sembra non credere alle proprie orecchie: “Si può sapere perché cavolo mi hai messo due dita in gola?”

“Per evitare che tu facessi male all’usignolo che hai in bocca, ecco perché..befana. E non fingere di non capire, mi sei passata vicino e stavi cantando Elisa con una voce che non può appartenere ad una persona..ne ho dedotto fosse quella di un usignolo, per questo ho deciso di salvarlo dalle tue grinfie”.

Un signore sulla quarantina che ha assistito alla scena si offre di accompagnarla all’ospedale e di chiamare la polizia ma lei senza perdermi di vista, rifiuta gentilmente l’offerta.

“Quindi tu mi stai dicendo che quando mi hai sentito cantare hai pensato che io avessi catturato un usignolo e sei venuto a salvare il pennuto dalle mie grinfie, corretto?”

Il sangue gocciolando lungo la mia mano, il dolore è ancora insopportabile, ho una voglia matta di picchiare la ragazza davanti a me: “Corretto, befana”.

“Messa così potrebbe quasi sembrare un complimento. Ascoltami bene, io non ho alcun usignolo con me, mi chiamo Annalisa, ho 25 anni, mi piace cantare soprattutto quando sono sotto la doccia o quando sono assorta nei miei pensieri. Mi spiace averti morso in quel modo, mi hai spaventato. Per farmi perdonare se ti va possiamo berci un caffè insieme”.

Dopo un attimo di riluttanza acconsento di accompagnarla al bar. Mi reco al bagno dove rubo un ingente quantitativo di carta igienica per tamponare la ferita. Al mio ritorno la ragazza sta ordinando un the al ginseng. Il cameriere nota la mia fasciatura già lorda di sangue. Non dice nulla e prende anche la mia ordinazione.

I successivi 15 minuti li passo cercando di scorgere qualche movimento sospetto all’interno della bocca della ragazza, anche una semplice piuma potrebbe essere un indice di un abominevole atto perpetrato nei confronti di un debole pennuto, ma nulla succede.

Annalisa mi racconta molto della sua vita, forse troppo per i miei gusti. Scopro così che vive a Verona ma ha affittato un appartamento con delle coetanee per poter seguire più tranquillamente le lezioni. Ama cantare, ma questo già lo avevo intuito e quando era piccola ha anche vinto qualche concorso canoro.

Ride spesso alle mie battute il che mi spinge a ritenere che si stia infatuando di me. Decido di accorciare i tempi, soprattutto immaginando la faccia del Fabiani al raccontargli di essermi portato a letto una ragazza grazie ai suoi approcci.

La mia espressione “Dylan” appare all’incirca quando Annalisa mi sta parlando di sua sorella Lia, il mio sguardo penetrante la zittisce e lei rimane in silenzio a guardarmi: “Che c’è?”.

“C’è che credo sia il momento di baciarci”. Avvicino la mia bocca alla sua ma sul più bello lei si sposta quei centimetri sufficienti a farmi rimanere come un fesso con le labbra protese in avanti.

“Se non torni nella posizione iniziale, difficilmente riusciremo a baciarci” le dico.

“Io non voglio baciarti” risponde tranquillamente.

Rimanendo nella scomoda posizione di bacio in cui mi trovavo insisto: “Ti chiederei di riconsiderare la situazione, io posso rimanere così sollevato in questa scomoda posizione per al massimo due secondi ancora”.

“Meglio che tu ti sieda” risponde “non ti bacerò né ora né tra 2 ore”.

Questa volta sono io a rimanere senza parole, mi lascio cadere sulla poltrona e rifletto su quanto accaduto. Per evitare fraintendimenti decido anzi di rendere il più chiaro possibile i miei pensieri e parlo a braccio: “Mi sembra assolutamente incredibile ed impossibile che tu non voglia baciarmi. Ti ho conosciuta in un modo a dir poco inusuale, ti ho fatto ridere con le mie illuminanti battute, ho finto di ascoltare le tue storie, ti ho sedotta con la mia espressione Dylandibeverlyhills”, hai seguito alla lettera tutto il mio manuale di seduzione e sul più bello mi dici di no?”

Annalisa scoppia a ridere cosa che mi offende e non poco, le scendono le lacrime che si asciuga con un Kleenex che estrae dalla sua borsa. Riprende fiato e mi parla con un tono quasi materno: “Che tu sia simpatico, questo è indubbio; è sicuramente vero che sei per così dire inusuale, non mi hai detto che sono bella, non hai fatto le solite battute sceme che voi ragazzi fate, mi hai messo a mio agio, non lo nego ma…come dire, manca qualcosa”.

“Esatto” rispondo “il bacio e poi il sesso”.

Ride nuovamente, questa volta ancora con più gusto”.

“Non è questo”. Rimane per alcuni istanti a fissarmi, solo ora noto l’azzurro intenso dei suoi occhi, è davvero molto bella.

D’improvviso comincia a raccontare: “Ho conosciuto Lorenzo al mare, tra di noi c’è stato subito un certo feeling. Mi piaceva perché lui era l’unico di tutto il gruppo dei suoi amici che non faceva mai allusioni al sesso. Con lui si poteva parlare di tutto, mi sapeva ascoltare. Dopo alcuni giorni abbiamo cominciato a scherzare sul fatto di potersi innamorare l’uno dell’altro. Sembravamo due quattordicenni alle prese con i primi veri battiti del cuore. Mi ha baciata una sera vicino alla casa che avevo affittato con alcune amiche, mi è sembrato di toccare il paradiso con una mano. Poi è scomparso.”

“Un fantasma…” dico io.

“No scemo, non era un fantasma. E’ scomparso nel senso che la mattina dopo non lo ho chiamato per non sembrare troppo appiccicosa, il pomeriggio non lo ho visto perché sono andata via con una amica, e alla sera…non era più nel suo hotel”.

“Lo ho chiamato almeno 1000 volte ma non ha più risposto. Ho cercato di parlare con i suoi amici ma non c’è stato niente da fare, si inventavano mille scuse ed alla fine ho desistito”.

“E’ da allora che penso a Lorenzo, ed ancora non riesco a dimenticarlo”. Sospira, questa volta il sorriso è amaro. “Tu sei una persona piacevole, probabilmente in un altro momento il bacio te lo avrei dato, ma non ora. Dentro di me c’è ancora lui e sino a quando non se ne andrà…” Le parole rimangono in sospeso, Annalisa si porta ancora una volta il fazzoletto al viso e si asciuga le lacrime.

Rifletto su quanto mi è appena stato detto, la soluzione mi sembra ovvia. “Se lui davvero è ancora dentro di te e in un’occasione ben specifica è scomparso, riconsidererei la possibilità che si sia trattato davvero di un fantasma. In questo caso credo che la soluzione migliore sia quella di chiamare un esperto. Il mio vicino di casa Stefan credo sia anche esorcista oltre che maestro di Okuto”.

La risata di Annalisa è così potente che tutti gli avventori del bar si girano verso di noi.

“Sei un pazzo, ma mi fai morire dal ridere, questo è il patto..non ti denuncio per avermi messo due dita in gola, ti passo il mio numero di telefono e rimaniamo amici, che ne dici?”

Sono talmente offeso dalle parole di Annalisa che per un istante medito se scagliarle il portacenere sui denti, recupero la mia tranquillità e le rispondo: “Io e te non saremo mai amici”.

Questa volta è lei a farsi seria: “Perché scusa?”

“Faremo sesso insieme?” domando

“Ti ho detto di no” risponde.

“E allora niente amicizia, mi compro un cane se voglio un amico”.

“Mi stai dicendo che tu non hai amiche, che tutte le ragazze che conosci le porti a letto?”.

“Non tutte, solo quelle belle”.

“Ah questa poi” esclama con un tono che non cela una buona dose di sarcasmo. “Fatti dare un consiglio, cerca di ripensare alla tua relazione con le donne, mi sembra un po’ disturbata”.

Non riesco più a trattenermi: “Ascoltami tu invece, io sono simpatico, molto carino e ci so fare. Non sta né in cielo né in terra che dopo tutto quello che ho fatto per te, tu stia qui a raccontarmi di Lorenzo e mi proponga un’amicizia”.

Capisco di aver detto una stronzata ancor prima di terminare la frase ma oramai non riesco più a smettere.

Annalisa ora è seria e mi scruta con interesse, rimane in silenzio per almeno 30 interminabili secondi poi mi colpisce nel punto più nero e nascosto della mia anima: “Tu non sei carino, a dire la verità hai più difetti che pregi. Sei molto simpatico però, sei un folle piacevole. Sono queste le caratteristiche che fanno di te una persona interessante, non certo la tua espressione Brandondibeverlyhills”.

“Dylan…Dilandibeverlyhills” la correggo.

“Ok, Dylan. Cosa significa che hai fatto qualcosa per me? Che forse io dovrei sentirmi in qualche modo grata nei tuoi confronti?”

Adesso è lei ad essere un fiume in piena, parla in farsetto scimmiottando i miei gesti ed espressioni nel bel mezzo di un bar: “Guarda Annalisa, ti ho fatto ridere, forse ti offrirò il the, sono stato bravo? Mi dai la ricompensa? “Noooooo Annalisa, la ricompensa che mi offri non mi basta, ed io sono un bimbo viziato che strilla e si incazza e così ottiene tutto”.

C’è del disprezzo negli occhi di Annalisa, lo percepisco e mi spaventa; la sua filippica non ha ancora fine: “Stammi a sentire ragazzo mio, sei riuscito a bruciarti in 5 secondi tutto quello che avevi guadagnato in 1 ora. Ricordati quello che ti dico: io non sono tua madre che ti concede di fare le bizze per ottenere quello che vuoi, io sono una donna che ti poteva dare un bene molto prezioso che si chiama amicizia. Se sei così stupido da non capirlo…è meglio perderti che trovarti”.

Si alza e se ne va, mi lascia il conto da pagare e un macigno da una tonnellata che preme su di me e non mi lascia quasi respirare.

Cap 6 – L’epidemia

Arrivo nella sala d’aspetto del Fabiani trafelato ed ansimante. Conto le persone che mi precedono…sei..sono troppe.
Non aspetterò il mio turno, il mio problema è  più grave.
Poi ammettiamolo, dei sei sconosciuti presenti, cinque avranno almeno 75 anni, i classici vecchietti che, per ammazzare il tempo, si inventano acciacchi ogni quarto d’ora.
Da quando sono entrato nessuno ha più parlato, sento puntati su di me gli sguardi di tutti.
In un altro momento forse avrei dissolto la tensione con una delle mie famose domande rompi ghiaccio: “Chi è l’ultimo della fila?”, “Qualcuno ricorda il nome del milite ignoto?”, “C’è vita dopo la morte?” ma oggi no, oggi è uno dei miei giorni d’Ansia.
L’Ansia è diabolica, arriva quando meno te lo aspetti, è subdola e pervasiva, cresce come un rampicante all’interno del mio corpo. Stringe pian piano le mie viscere sino ad arrivare alla gola. Mi toglie il respiro, mi annebbia la vista.
E’ come se un genio malvagio mi avesse chiuso la testa in una scatola di cartone ove i miei pensieri diventano echi di grida disperate e il mio vivere uno gocciolare immondo di paure e insicurezze.
Non resisto, abbasso lo sguardo e d’impulso entro nell’ambulatorio.
Il Fabiani non sembra stupito di vedermi. “Che piacere mio caro, qual buon vento”? dice ,  facendo capire alla paziente che sta visitando di rivestirsi ed andarsene.
La signora lo guarda incredula, poi sbotta qualcosa e si allaccia mestamente la camicia color cachi.
Trattengo a stento il mio impulso di scaraventarla fuori in malo modo.
Aspetto che la porta dello studio sia chiusa per cominciare a parlare. “Nessun buon vento dottore qui siamo in piena epidemia, mi deve vaccinare”.
“Siediti per favore” risponde “e spiegami bene cosa ti ha spinto a venire fino qui a chiedere il mio aiuto”.
Lo osservo mentre con gesti pacati solleva la cornetta del telefono e la ripone sul tavolo, sceglie con molta cura una bic nera tra le 10 del suo portapenne, apre il  block notes in una pagina bianca ove annota il mio nome e la data.
Per un attimo vivo la vita di un’altra persona, e mi trovo circondato da nomadi vocianti che mi accolgono e ricevono tra di loro offrendomi la testa di una pecora in un rito arcaico di benvenuto. Mi sento accettato, mi piace.
Scuoto impercettibilità la testa per risvegliarmi ed espongo il mio problema.
“Laura..è incinta”. Lo dico fissandolo negli occhi.
“Mi sembra una notizia di indubbio interesse” risponde. “e lo sarebbe ancor di più se tu fossi così gentile da dirmi chi è Laura e in che modo la cosa ti stia preoccupando”.
“Laura è incinta, la Dolly è incinta, due impiegate di mio padre lo sono, mia cugina Francesca ha una pancia che sembra una mongolfiera” gli rispondo bruscamente.
“Continuo a non capire” ribatte il Dott. Fabiani inclinandosi verso di me.
La mia rabbia esplode improvvisa ed ha la forza di un vulcano sopito da secoli.
“Come non capisce! E lei sarebbe un medico?? Non si rende conto che c’è un’epidemia che mette incinte le persone?” grido.
Il dottore mi fissa per alcuni secondi, imperturbabile come una statua di cera.
“Cerca di acclarare il mio dubbio” ribatte. “Tu hai bisogno di un vaccino che ti impedisca di mettere incinta una ragazza?”
L’idiozia delle persone mi esaspera.
“Che domande dottore!” grido con ancor più forza “sono io che non voglio rimanere incinta, non voglio che questa epidemia mi contagi!”
Annuisce. “Certo, ora capisco perfettamente” risponde. Si alza e per alcuni minuti rimane assorto guardando fuori dalla finestra.
“Ammetto che la tua domanda mi ha spiazzato” esordisce d’improvviso, “la possibilità che esista un’epidemia di questo genere mi allarma e tu ragazzo hai fatto benissimo a dirmelo” continua.
Si volge verso di me dandomi tempo di appuntare mentalmente di:
  1. verificare l’eventuale presenza di daltonici nella mia famiglia
  2. verificare la mia attuale capacità di distinguere i colori verde e rosso
  3. controllare la cerniera dei miei pantaloni
  4. fare la spesa.
“Credo tu abbia fatto qualcosa di realmente importante per la tua comunità quest’oggi…ce ne fossero di tipi come te” .
Passa una manciata di secondi e il Fabiani continua solenne: “E’ plausibile ritenere che sia una semplice convenzione sociale quella che obbliga la donna a interpretare il ruolo di madre e, di conseguenza, a rimanere incinta, mentre nulla ci impedisce di credere che le cose potrebbero improvvisamente cambiare…e, fammelo dire, l’idea di rimanere incinta a 61 anni mi terrorizza” conclude.
Lo vedo armeggiare in un cassetto della sua scrivania ed estrarre dopo poco un sacchetto contenente pillole di diverso colore. Ritengo ve ne siano di verdi e rosse ma l’eventualità che io sia affetto da daltonismo mi impedisce di affermarlo con sicurezza.
“Queste dovrebbero proteggerti almeno dall’evenienza di rimanere incinta” mi dice, “prendine una al giorno per una settimana e nel frattempo lascia che raccolga un po’ di dati su questa nuova epidemia”.
Rimango basito, per la prima volta in 36 anni quest’uomo mi ha colpito positivamente…è riuscito a darmi un esaustivo parere medico ed una soluzione senza farsi odiare.
Il Dott. Fabiani mi accompagna alla porta, ci sono le stesse 6 persone che aspettano di entrare.
“Scusate un attimo” esclama dopo aver attirato l’attenzione di tutti schiarendosi la voce “ho due importanti notizie da dare”.
“La prima è che questo ragazzo è un maledetto eroe”.
Brusio.
“La seconda è che per oggi le visite sono finite, andate a casa, chiudetevi in camera, non uscite; un’epidemia molto pericolosa si sta diffondendo e l’unico modo di combatterla è non ammalarsi.”
Guardo i sei anziani uscire mestamente dall’ambulatorio, sono consapevole di aver fatto anche per oggi la mia buona azione.
Saluto il Fabiani, lo fisso per un attimo…oggi splende di una luce diversa.