Archivi tag: cura malattie rare

Cap 39 – La Donna Poncho

La prima cosa che vedo appena apro gli occhi è il paletto da spiedino con il quale ho infilzato il Ric. La punta è di un colore scuro, vi sono ancora i rimasugli del suo sangue.

Stefan è stato molto gentile, prima di uscire dal locale, ha approfittato del trambusto che si era creato, per rubarlo.

Sono indeciso se farlo incorniciare o continuare ad usarlo in quella che sarà la mia nuova missione: scovare e sconfiggere i demoni.

“Non sono demoni”, mi ripeto ad alta voce, questo me lo ha detto chiaramente Paolo, sono semplicemente persone malvagie, che io riesco ad individuare grazie ad spiccata sensibilità.

La stessa sensibilità, sia chiaro, che ho utilizzato per vedere un genio dove molti vedevano un timido burocrate.

Nel bene e nel male, rifletto, sono una specie di supereroe.

Mi rigiro ancora nel letto, l’idea di essere una persona speciale mi elettrizza; se è vero, come tutti dicono, che ho un dono, mi aspetto di scoprire a breve di possedere altri poteri, coerenti e ovviamente conseguenti al primo, quali: volare, volare senza mani, volare senza mani canticchiando canzoni, passare attraverso le pareti, passare attraverso le pareti senza mani, passare attraverso le pareti senza mani e canticchiando canzoni.

Non so quando comincerò ad investigare la cosa, per ora mi accontento che sia sabato e che quindi vi siano ben due giorni davanti a me per poter proseguire la mia ricerca.

Tra le altre cose, se con uno sforzo pari a 100 io riesco a vedere il bene o il male di una persona, impegnandomi un po’ meno, diciamo 50, potrei semplicemente riuscire a vedere attraverso i vestiti delle persone, opzione decisamente allettante.

Faccio colazione con pane e nutella, mi vesto e piombo senza avvisare a casa dei miei. Ioli e Bianca sono oramai abituati a queste sortite, in fondo credo a loro faccia piacere.

Sveglio mio padre mentre cerco nel suo armadio i documenti dell’adozione, la smoking gun che certifichi che Quella è stata adottata. Secondo i miei ultimi calcoli, i miei genitori debbono aver adottato una sorta di nascondiglio mobile, un marchingegno tale per cui i documenti appaiono in un posto “x” solo ed esclusivamente durante un arco di tempo stabilito. Poi scompaiono.

Ioli apre gli occhi giusto in tempo per vedermi balzare dentro il suo armadio e gettare al suolo i suoi completi Armani.

“Ma che cazzo fai?!” grida con la voce ancora impastata dal sonno.

“Cerco i documenti, sono certo di averli visti comparire proprio adesso” gli rispondo sicuro.

La mia ricerca alla fine risulta vana, nel mentre Ioli si è nuovamente addormentato, voltato sul lato destro come un bambino.

Decido di scusarmi, se c’è una cosa che non sopporto, è di essere svegliato da rumori improvvisi o da persone sgradevoli.

Mi piazzo acanto a mio padre e dopo alcune spinte, e diversi adorabili fischi nelle orecchie, riesco a fare in modo che apra gli occhi.

“Volevo semplicemente chiederti scusa per averti svegliato poco fa, e per aver inavvertitamente messo a soqquadro il tuo armadio”

Ioli mi fissa alcuni secondi prima di manifestare, attraverso un borbottio simile a quello di un vecchi peschereccio, dei giudizi poco equi e amabili nei confronti di Bianca.

Turbato da queste becere esplosioni di rabbia mal indirizzata, rifletto sul da farsi, poi estraggo silenziosamente il legno appuntito. Ioli ha già ripreso sonno, russa beatamente e nulla sembra turbarlo. Mettere in dubbio la natura del proprio padre non è bello, ma Paolo è stato chiaro, a volte è difficile riconoscere i demoni, e un marito che parla così della propria compagna ha tutte le possibilità di esserlo.

Pungo mio padre sulla guancia, non troppo forte da perforare da parte a parte la carne, ma sufficiente per lacerargli la pelle.

Si sveglia gridando, si guarda intorno spaesato, incapace di realizzare cosa gli sia successo. Mi fissa con gli occhi sbarrati, la mia presenza, e il fatto che io stia ancora brandendo un oggetto appuntito, non lo aiutano a tranquillizzarsi. Si porta una mano sul viso, le dita si sporcano di sangue.

“È sangue” gli dico “per fortuna non è sabbia, non sei un demone, puoi tornare a dormire tranquillo”.

Balbetta alcune frasi senza senso mentre continua a pulirsi la ferita.

Decido di andarmene, offeso dal fatto che non mi abbia nemmeno ringraziato, in fin dei conti gli ho appena rivelato qualcosa di positivo; purtroppo l’ingratitudine di certe persone non ha pari.

Nel tragitto tra la camera da letto e la cucina prendo la seconda decisione importante: non mi sembra corretto che mio padre, per offendere me, pronunci certe frasi su Bianca, dovrà pagarla.

Mi reco da mia madre e le riferisco, tralasciando l’episodio del test per demoni, quanto accaduto; con occhi quasi lucidi le dico che mi sembra un’offesa imperdonabile, per lei come persona, ma soprattutto per lei come simbolo di tutte le donne del mondo.

Mi spingo a dire che lasciarsi offendere in questo modo dal proprio compagno, altro non è che l’inizio di una rovinosa caduta per lo spirito e la serenità di coppia.

Appena vedo che Bianca si toglie il grembiule, decido che è arrivato il momento di andarmene. Le pungo il sedere con il bacchetto, non cade sabbia…bene. Lei sembra non farci caso, ha la mente altrove.

Chiudo la porta nel momento preciso in cui mia madre comincia a tirare su le tapparelle della camera di Ioli gridando “e così secondo te io sarei una puttana”.

Torno a casa e mangio rapidamente una mozzarella di bufala, solo in un secondo momento valuto che forse avrei fatto bene a lavarmi le mani prima.

Mi addormento davanti alla tv, apro gli occhi verso le 15.30, il momento migliore per cominciare la mia caccia.

Armato di bacchetto, inforco la mia fida Graziella e sfreccio come un fulmine per le vie del centro. Mi sembra di essere uno di quegli antichi cavalieri dei tornei medioevali, con la piccola differenza che loro cavalcavano splendidi purosangue e combattevano con lunghe lance.

La gavetta la fanno tutti, rifletto, avranno cominciato con Graziella e paletto di legno pure loro.

Animato da splendidi propositi, parcheggio la bici e do inizio alla caccia.

Le prime due ore le passo scrutando con attenzione i volti delle persone, in attesa anche di un solo cenno di trasformazione. Un viso che diviene cavallo, una tonalità di pelle verde rospo, una dentatura improvvisamente simile a quella di un coccodrillo. Niente di tutto questo accade, sono circondato da decine di persone, e nessuna di queste sembra essere un demone.

C’è chi parla, chi ride, chi mangia un gelato. Genitori sorridenti portano a spasso piccole pesti, fidanzati innamorati camminano per mano e dichiarano al mondo la loro passeggera felicità.

Per prevenire l’ovvio calo di entusiasmo, decido quindi di passare alle maniere drastiche, e mi dedico a pungere le braccia e i sederi di chi mi capita a tiro.

Ricevo offese, sguardi terrorizzati, un tentativo di pestaggio che evito per pura fortuna; non incontro demoni, qui sembrano tutti santi, peggio che vivere in Vaticano, rifletto.

Le ore passano e con esse va scemando la mia voglia di salvare il mondo; verso le 19 decido di fare l’ultimo tentativo e, forte del mio abbigliamento non troppo distante dalla decenza, mi reco nella piazza dove si svolge il rito dell’aperitivo.

Centinaia di ragazzi, giovani e meno giovani, si radunano durante i week end e passano ore bevendo in compagnia. Chi organizza la serata, chi approfitta di quei minuti per salutare gli amici prima di buttassi nuovamente sui libri.

La piazza è una gigantesca passerella dove ragazzi e ragazze sfilano, giudicano e si lasciano giudicare in base al proprio look, carisma e abilità sociali.

Ammetto che mai fino ad oggi mi ero spinto tanto addentro a questo mondo, non conosco il 99% di queste persone, e l’1% che sa chi sono, finge di non vedermi.

Ordino uno spritz e rimango in silenzio ad osservare le dinamiche di gruppo: tendenzialmente mi pare di capire che gli alfa stanno con le alfa, chi non appartiene a tale gruppo privilegiato si accontenta di circondarsi di amici dello stesso sesso.

Prima deduzione: se sei figo, hai anche il coraggio di parlare con le donne, se sei brutto, rimani in cerchio con i tuoi amici a raccontarti le stesse storie di sempre.

Le donne alfa sono o forse meglio dire, sembrano, tutte bellissime. Il trucco e i vestiti sono fatti apposta per catturare l’attenzione degli uomini presenti. Racconti quasi bisbigliati sottolineati da risate a crepapelle sono la normalità. Se non parlano con un maschio alfa, le donne alfa rimangono in piccoli gruppetti il cui unico scopo sembra essere quello di osservare gli altri e bisbigliarne apprezzamenti o drastiche stroncature.

Anche se non riuscirò a scovare dei demoni questa sera, rifletto, almeno posso dire di essere sopravvissuto ad una serata di aperitivo.

Finisco il mio cocktail e quando torno al banco per riporre il bicchiere individuo nuovamente la Donna Poncho.

Non saprei dire cosa mi colpisca, di certo dall’ultima volta che la ho vista mi è capitato in diverse occasioni di pensare a lei. C’era qualcosa di strano nel suo modo di fare, o probabilmente era una semplice sensazione, fatto sta che senza pensarci un secondo, la vado a conoscere.

“Tu per me sei la Donna Poncho”.

L’apertura è di quelle memorabili, la ragazza distoglie per un momento gli occhi dal suo iPhone e mi guarda con sospetto.

“Prego?”

“Non devi domandarmelo” rispondo, “ritengo che la preghiera sia una cosa molto intima, ciascuno sceglie i modi e i tempi in cui ricercare un contatto con colui che ritiene essere il creatore. Io ad esempio credo in Sgudibla, il tuo Dio potrebbe essere il Signor Dio o il Signor Allah, a me questo non importa molto, tanto sono consapevole di avere ragione e quando riuscirò ad organizzare un esercito di mercenari, darò il via ad una nuova ondata di crociate contro voi miscredenti e vi sterminerò. Fino ad allora, prega pure chi vuoi e quando vuoi”.

Fisso impassibile la ragazza che non mi dà l’impressione di aver capito molto.

“Ci conosciamo scusa?” dice lei.

“Ti ho vista lunedì scorso, uscivo dallo studio del dottor Fabiani, eri al telefono, indossavi questo stesso poncho, ti ho riconosciuta per questo”.

Probabilmente tocco un tasto delicato perché la vedo arrossire di colpo: “Guarda deve essere proprio un caso perché sarà la terza volta in vita mia che indosso questo poncho, che tra parentesi è di Valentino e mi è costato un patrimonio”.

“Comprato usato quindi”.

“No..come usato, nuovissimo. Ma ti pare, io che compro qualcosa di usato, ma sei fuori? Che schifo!”

“Tu hai detto che è di un tal Valentino, per questo immagino sia usato. Almeno una volta dico, lo avrà usato questo poncho il tuo amico Valentino, tecnicamente quindi è usato”.

“Ma no che hai capito, Valentino lo stilista! Il poncho è di Valentino lo stilista, lo ho comprato nuovo…ma senti scusa, tu chi sei?”

La spiegazione della Donna Poncho non è stata sufficientemente esaustiva, il dilemma nuovo/usato rimane, ma decido di sorvolare per il quieto vivere.

Allungo una mano verso di lei, “Mi chiamo S…”

“Scusa, scusa un secondo solo” mi dice mentre si porta il telefono all’orecchio.

Comincia a parlottare. “Sono dentro il bar…sì per favore help, e veloce anche, dai ti aspetto..sì già ti ho visto, sbrigati”.

Chiude la telefonata e mi guarda, io sono ancora con la mano a mezz’aria.

“Katy” mi dice stringendomi la mano.

“Molto piacere Katy, io sono S…”

“Puppy tesoro!”

Il grido di Katy è rivolto ad un ragazzo che ha appena messo piede nel locale, immagino si tratti della persona con il quale parlava al telefono. La ragazza gli fa cenno di raggiungerci e quando arriva, lo abbraccia con passione.

Una sorta di cappa di vetro scende sopra i due, io vengo scaraventato con forza al di fuori della loro esistenza.

Katy mi volta parzialmente le spalle, mi ritrovo dietro di lei e fissare Puppy, che non ha avuto nemmeno la cortesia di presentarsi. Ci rimango male, offeso, escluso in malo modo senza un motivo apparente.

Estraggo il paletto ma nel momento in cui mi accingo a verificare la mia intuizione, la ragazza si gira.

“Puppy questo è…Sandro, un tipo che ho conosciuto…dal medico”.

Poi si rivolge a me: “Perché non mi vieni a trovare questa sera? Io lavoro al Blue. Baci baci”. Si volta e si allontana.

Rimango come uno scemo, in silenzio, nel bel mezzo di un bar.

I due escono senza lasciarmi la possibilità di ricordare loro che non mi chiamo Sandro, e che non so assolutamente cosa sia il Blue. Una cosa però non se ne va con loro, e anzi cresce man mano li vedo ridere sguaiatamente e guardare verso di me, ed è la rabbia nei confronti di un altro possibile demone, la Donna Poncho.

Il Blue è un locale, non ci metto molto a scoprirlo. Il bar è tappezzato di volantini che pubblicizzano “Il sabato notte fashion, dove moda, stile e divertimento si incontrano”, non dista nemmeno troppo da casa mia, vedrò di farmi trovare pronto.

Alle 23 sono in fila fuori dal locale, le porte sono state aperte da circa 30 minuti ma attualmente passano solo tavoli e ragazze. La selezione all’entrata è ad opera di un ragazzo sui trent’anni, il sole o le lampade, hanno danneggiato più del dovuto la sua pelle, sembra il figlio scemo di Clint Eastwood.

Per uno strano effetto visivo ho come l’impressione che tutte le ragazze che stanno saltando la fila siano uguali: le acconciature sono tutte impeccabili, così come i capi che indossano. I tacchi vertiginosi le fanno sembrare amazzoni che al posto dell’arco portano le immancabili Louis Vuitton. Piccole, medie, grandi, vedo LV ovunque, come se ad un supermercato invece di borsette Ipercoop avessero fornito alla clientela femminile sacche da 2000 euro.

Vedo arrivare Katy, passa la fila senza degnare alcuno di un minimo sguardo, si ferma a baciare platealmente il piccolo Clint che ora scopro chiamarsi Pippo.

Guarda verso noi comuni mortali, incrocia il mio sguardo ma finge di non avermi visto.

Passa almeno un’altra ora prima che io riesca ad arrivare davanti a Pippo, nella tasca della giacca stringo il mio paletto di legno, mi fa sentire tranquillo sapere di averlo al mio lato.

Molte persone se ne sono già andate, quasi esclusivamente ragazzi, stanchi di aspettare, ma soprattutto di sentirsi dire che il locale è completo, salvo poi vedere gruppi di alfa arrivare e passare.

Rimango in silenzio, non spingo, non impreco, alla fine entro. Se avessi avuto qualche dubbio sul perché chiamare un locale Blue, i primi 10 secondi all’interno sono sufficienti a chiarirmi le idee, sembra di stare nella casa dei Puffi.

Azzurro, blue e bluette ovunque, dalla console alle camicie indossate dai camerieri. Faccio un rapido giro del locale, giusto per poter raccontare un giorno di esserci stato. All’interno ci saranno al massimo 500 persone, in gran parte uomini.

La pista è piena, un vocalist alquanto fastidioso ha appena finito di salutare il “tavolo Franco, Roberto, Ruby e Puppy“.

Ci siamo, penso, se c’è lui, ci sarà anche lei. Mi avvicino al tavolo Puppy, è popolato da un folto numero di ragazzi che hanno esultato come pazzi udendo il loro nome al microfono, contenti loro. Vedo Puppy, lui non vede me.

Con mio sommo dispiacere mi accorgo che Katy non è con loro.

“Apri lo shampoo Puppy, apri lo shampoo”

Le grida del vocalist non le capisco, vale davvero la pena dire ad una persona per microfono che ha bisogno di lavarsi i capelli?

Alla fine riesco a vedere Katy. E’ al tavolo con un gruppo di ragazzi che avranno al massimo trent’anni. Sta bevendo da un flute e sembra ballare svogliatamente.

A turno i ragazzi le si avvicinano, lei scherza e parla con tutti ma poi torna a chiudersi in se stessa. La vedo perdere l’equilibrio per un attimo e cadere seduta sul divanetto. Ride da sola, probabilmente è un po’ brilla.

Abbandona il tavolo e si dirige verso il bagno, decido di affrontarla all’uscita.

Quando esce si avvicina al bar ed ordina qualcosa, mi metto accanto a lei.

“Ciao Donna Poncho” dico sorridendo.

Per un attimo sembra non riconoscermi, poi appoggia la mano sulla mia spalla e scoppia a ridere: “Sandro giusto? Alla fine sei venuto, bravo”.

E’ evidentemente ubriaca.

“Ti ho vista poco fa al tavolo con i tuoi amici, puoi rimanere a parlare o vai da loro?” domando.

Mi guarda perplessa. “Amici? Ma no, sono un tavolo che viene sempre qui il sabato, sono andata a fare immagine”.

Il mio sguardo smarrito la convince a proseguire.

“Io ci lavoro qui, faccio immagine. Mi pagano 150 euro per andare ai tavoli e parlare con gli sfigati”.

“Non capisco” le rispondo “come sarebbe che ti pagano per parlare?”

“Ma dove vivi?” ridacchia. “Funziona così: gruppi di amici sfigati prendono un tavolino, uno di loro è quello con il grano. Arrivano in disco, ordinano una bottiglia di qualcosa che costa loro 180 o 200 euro, non so. Lo fanno perché così hanno la scusa per invitare le ragazze. Solo che una come me non potrebbero abbordarla” ride ancora “quindi il boss del locale paga me e altre per andare al tavolo da quelli. Loro si sentono importanti e per impressionarci, comprano ancora da bere. Poi ci chiedono il numero di telefono convinti di averci conquistate, e noi o lo diamo finto, o non rispondiamo mai!”.

“Che razza di sfigati” dice e scoppia a ridere appoggiandosi ancora a me.

Si fa improvvisamente seria e mi fissa. “In teoria non dovrei parlare con te, mi rovini la piazza”.

Rimango in silenzio.

“Cioè, non ti offendere, ma io frequento un certo livello di gente, esco con imprenditori, non con mezze seghe. Se mi vedono con te, magari pensano che abbia bisogno e tirano sul prezzo”, sorride.

Continua a parlare. “Forse non te lo dovrei dire, ma tanto sono ubriaca. Sai con chi ho una storia?”

Si avvicina e mi sussurra nell’orecchio il nome di un noto calciatore.

“Lui è fidanzato, ma dice di essere pazzo di me”.

Mi guarda, sembra che si aspetti una qualche reazione che ovviamente non riceve da me.

“Io gli sfigati qui nemmeno li cago, senza offesa sai, però cerca di capire, nessuno di questi qui si può permettere una come me”.

“In che senso scusa?”

Ride ancora e mi fissa. “Lo hai capito benissimo in che senso dai, vuoi una cosa bella? La paghi. E’ così in tutto”.

Nella mia testa ora si affollano molti pensieri. La razionalità mi dice di credere a quanto lei ha appena confessato, anche se in fondo, c’è una piccola parte di me che spera di non aver capito bene, e di aver frainteso le parole di Katy.

Non sono certo se sia pena o disprezzo quello che provo, di certo mi ha tolto l’energia e il desiderio di continuare la conversazione.

“E dai, non fare quella faccia, non sono l’unica ti assicuro”.

Si avvicina a me, le nostre labbra si sfiorano, odora a prosecco di terza categoria rivenduto al prezzo di uno champagne.

“Ti piaccio vero? Tu li hai i soldi per permetterti una come me? Posso essere davvero brava”.

Per due secondi non dice nulla, sento il suo respiro su di me, poi mi spinge via e ridendo esclama: “no che non ce li hai i soldi, sei uno sfigato e pezzente come quelli!”.

“Katy amore, dove eri finita, ti stavamo aspettando per aprire una bozza di shampoo”.

Uno dei ragazzi del tavolino in cui prima la avevo notato si è avvicinato a noi. Mi guarda in cagnesco e afferra la giovane per il braccio.

Lei mi sorride e senza smettere di fissarmi si muove verso la pista.

Anche se non servirebbe alcuna conferma, mi avvicino rapidamente e colpisco il jeans Cavalli di Katy con il bastoncino.

La sabbia comincia a scendere, vedo una piccola ma continua cascata d’oro formarsi.

La afferro per l’altro braccio e la tiro a me.

Mi fissa spaventata.

“Non andare, non buttarti via”, è l’unica cosa che riesco a dirle.

Dopo il primo secondo di smarrimento lo sguardo di Katy si fa duro: “Ma chi credi di essere tu per dirmi cosa è giusto e cosa è sbagliato? Io sono bella, giovane e faccio il cazzo che voglio, ok? Scopo con chi mi pare e quando mi pare, e se ho voglia di una nuova Louis Vuitton me la compro domani, perché prendo più io in 1 ora che un pezzente come te in un mese. E adesso, paladino e salvatore delle giovani anime, allontanati da me, non farti più vedere. Se devi salvare qualcuno, guardati intorno..ce ne sono di anime in pericolo, più di quante tu possa immaginare.

Torna saltellando verso il tavolino, le porgono un bicchiere di shampoo, spero non sia tossico.

Fermo in mezzo alla discoteca mi guardo intorno…e mi accorgo per la prima volta di essere circondato da molte, troppe Donne Poncho.

Annunci

Cap 33 – L’usignolo

Sono al quarto giorno della cura del Fabiani e sento che qualcosa si sta muovendo. Ho trascorso la notte anteriore gridando improperi contro il maledetto Silas, la gola ancora mi arde, ma è un dolore piacevole che ha il significato della rinascita.

Non avrei mai pensato che entrare nuovamente in contatto con la mia spiritualità sarebbe stato così semplice: una pillola, un rapido rituale ed il gioco è fatto.

Non riesco ad elaborare lucidamente quanto sta avvenendo dentro di me, di sicuro sento che le pillole comportamentali del Fabiani sono un’arma immensa, potrebbero tranquillamente cambiare il corso della storia come la scoperta della penicillina, o l’acquisto del trio Gullit, Rijkaard Van Basten.

Rimarrei volentieri a letto a riflettere su tutte le piccole cose che sono mutate in me da quando ho cominciato ad ingurgitare quelle strane pastiglie al sapore di menta, ma non posso, ho un compito da portare avanti, e per nulla al mondo lascerò che la mia inerzia prenda il sopravvento.

Mi alzo dal letto sono le tre del pomeriggio, passeggio nudo per la casa incurante degli sguardi inorriditi dei vicini.

Apro l’armadio con la rassegnazione di colui al quale è stato appena comunicato che dovrà andare a combattere al fronte. I vestiti sono tutti ammassati, non c’è nulla di pulito o stirato. Una piccola bomba nucleare è esplosa tra le mie camicie riducendole a delle deliziose palle di cotone.

Scelgo la meno peggio, è azzurra, un regalo di Bianca dell’ultimo Natale. Ripenso alle camicie fatte a mano del Fabiani, la prossima volta voglio domandargli a chi le commissiona.

Opto per un paio di Diesel con un evidente strappo che oramai lascia scoperto tutto il ginocchio destro. La MCI mi sta impedendo anche di prendere una decisione tanto semplice come comprare dei nuovi vestiti, ed il risultato è che praticamente ho gli stessi abiti che usavo cinque anni fa.

In centro ci arrivo camminando verso le 4 del pomeriggio, ancora non vi è molta gente per la strada, solo qualche universitario svogliato, stanco di passare ore chinato sui libri.

Passeggio per una delle vie principali, il dottore è stato chiaro, dovrò avvicinarmi ad almeno 3 ragazze e conoscerle utilizzando alcune frasi che mi ha suggerito. Sono certo di non aver mai raccontato al Fabiani dei miei giorni dell’Estasi, con un po’ di fortuna le due situazioni avrebbero potuto coincidere.

L’utile al dilettevole, vivere l’Estasi ed essere obbligato da un medico ad andare a donne, che c’è di meglio?

In realtà di conoscere ragazze non ho molta voglia, ma se è per sconfiggere la MCI, questo ed altro.

I primi due approcci sono un vero e proprio disastro: Silvia, 25 anni, studentessa di Scienze Politiche non trova politicamente corretto che io tessa le lodi dei suoi immensi seni al punto da spingermi a definirli l’anello di congiunzione tra l’uomo e Dio.

Sara, 30 anni splendidamente portati, mi fa notare dopo alcuni minuti che l’approccio “Mano sul sedere e provo a baciarti PRIMA di essermi presentato” è probabilmente vincente le domeniche pomeriggio in discoteca, ma un po’ distante dalle sue aspettative e dai suoi sogni di trentenne single.

Ringrazio le mie due quasi fidanzate sottolineando anche con gesti plateali, la stupidità della loro scelta, e continuo la mia passeggiata pomeridiana.

Sono ancora immerso nei miei pensieri quando vengo rapito dal dolce canto di un usignolo di nome Annalisa. Le parole e la melodia sono quelle di “Qualcosa che non c’è” di Elisa.

Annalisa veste con jeans attillati che fanno risaltare le sue gambe affusolate, calza stivali Prada color caffè perfettamente abbinati alla maglia che le scende morbida lungo i fianchi. Il taglio della t-shirt è tale che la spalla destra risulti quasi sempre scoperta. Tutto sommato l’immagine è davvero sexy, troppo sexy per una ragazza che si nutre di usignoli.

La raggiungo nel giro di pochi secondi e mi piazzo davanti a lei con fare minaccioso, la sua sorpresa è grande, istintivamente fa un passo indietro e rimane impietrita a fissarmi.

“Dovresti sputare l’usignolo, non mi sembra il caso che una ragazza come te passi il suo tempo maltrattando gli animali”.

La ragazza per lo stupore apre la bocca quel tanto che basta perché io decida di passare immediatamente alle maniere forti. Con un balzo in avanti le sono addosso e le infilo due dita in bocca.

I denti di Annalisa si chiudono istintivamente e il mio pollice ed indice rimangono fatalmente chiusi in una morsa d’acciaio.

Il dolore è di quelli lancinanti, grido con tutto il fiato che ho in corpo mentre gli occhi si fanno lucidi di lacrime. Dopo alcuni secondi che sembrano un’eternità la ragazza apre la bocca e rimane a fissarmi con gli occhi sgranati.

Un piccolo gruppo di persone, attirate dal mio grido si sono radunate intorno a noi.

Pezzo di befana cannibale, quasi mi stacchi due dita”.

La ragazza mi guarda incredula, sembra non credere alle proprie orecchie: “Si può sapere perché cavolo mi hai messo due dita in gola?”

“Per evitare che tu facessi male all’usignolo che hai in bocca, ecco perché..befana. E non fingere di non capire, mi sei passata vicino e stavi cantando Elisa con una voce che non può appartenere ad una persona..ne ho dedotto fosse quella di un usignolo, per questo ho deciso di salvarlo dalle tue grinfie”.

Un signore sulla quarantina che ha assistito alla scena si offre di accompagnarla all’ospedale e di chiamare la polizia ma lei senza perdermi di vista, rifiuta gentilmente l’offerta.

“Quindi tu mi stai dicendo che quando mi hai sentito cantare hai pensato che io avessi catturato un usignolo e sei venuto a salvare il pennuto dalle mie grinfie, corretto?”

Il sangue gocciolando lungo la mia mano, il dolore è ancora insopportabile, ho una voglia matta di picchiare la ragazza davanti a me: “Corretto, befana”.

“Messa così potrebbe quasi sembrare un complimento. Ascoltami bene, io non ho alcun usignolo con me, mi chiamo Annalisa, ho 25 anni, mi piace cantare soprattutto quando sono sotto la doccia o quando sono assorta nei miei pensieri. Mi spiace averti morso in quel modo, mi hai spaventato. Per farmi perdonare se ti va possiamo berci un caffè insieme”.

Dopo un attimo di riluttanza acconsento di accompagnarla al bar. Mi reco al bagno dove rubo un ingente quantitativo di carta igienica per tamponare la ferita. Al mio ritorno la ragazza sta ordinando un the al ginseng. Il cameriere nota la mia fasciatura già lorda di sangue. Non dice nulla e prende anche la mia ordinazione.

I successivi 15 minuti li passo cercando di scorgere qualche movimento sospetto all’interno della bocca della ragazza, anche una semplice piuma potrebbe essere un indice di un abominevole atto perpetrato nei confronti di un debole pennuto, ma nulla succede.

Annalisa mi racconta molto della sua vita, forse troppo per i miei gusti. Scopro così che vive a Verona ma ha affittato un appartamento con delle coetanee per poter seguire più tranquillamente le lezioni. Ama cantare, ma questo già lo avevo intuito e quando era piccola ha anche vinto qualche concorso canoro.

Ride spesso alle mie battute il che mi spinge a ritenere che si stia infatuando di me. Decido di accorciare i tempi, soprattutto immaginando la faccia del Fabiani al raccontargli di essermi portato a letto una ragazza grazie ai suoi approcci.

La mia espressione “Dylan” appare all’incirca quando Annalisa mi sta parlando di sua sorella Lia, il mio sguardo penetrante la zittisce e lei rimane in silenzio a guardarmi: “Che c’è?”.

“C’è che credo sia il momento di baciarci”. Avvicino la mia bocca alla sua ma sul più bello lei si sposta quei centimetri sufficienti a farmi rimanere come un fesso con le labbra protese in avanti.

“Se non torni nella posizione iniziale, difficilmente riusciremo a baciarci” le dico.

“Io non voglio baciarti” risponde tranquillamente.

Rimanendo nella scomoda posizione di bacio in cui mi trovavo insisto: “Ti chiederei di riconsiderare la situazione, io posso rimanere così sollevato in questa scomoda posizione per al massimo due secondi ancora”.

“Meglio che tu ti sieda” risponde “non ti bacerò né ora né tra 2 ore”.

Questa volta sono io a rimanere senza parole, mi lascio cadere sulla poltrona e rifletto su quanto accaduto. Per evitare fraintendimenti decido anzi di rendere il più chiaro possibile i miei pensieri e parlo a braccio: “Mi sembra assolutamente incredibile ed impossibile che tu non voglia baciarmi. Ti ho conosciuta in un modo a dir poco inusuale, ti ho fatto ridere con le mie illuminanti battute, ho finto di ascoltare le tue storie, ti ho sedotta con la mia espressione Dylandibeverlyhills”, hai seguito alla lettera tutto il mio manuale di seduzione e sul più bello mi dici di no?”

Annalisa scoppia a ridere cosa che mi offende e non poco, le scendono le lacrime che si asciuga con un Kleenex che estrae dalla sua borsa. Riprende fiato e mi parla con un tono quasi materno: “Che tu sia simpatico, questo è indubbio; è sicuramente vero che sei per così dire inusuale, non mi hai detto che sono bella, non hai fatto le solite battute sceme che voi ragazzi fate, mi hai messo a mio agio, non lo nego ma…come dire, manca qualcosa”.

“Esatto” rispondo “il bacio e poi il sesso”.

Ride nuovamente, questa volta ancora con più gusto”.

“Non è questo”. Rimane per alcuni istanti a fissarmi, solo ora noto l’azzurro intenso dei suoi occhi, è davvero molto bella.

D’improvviso comincia a raccontare: “Ho conosciuto Lorenzo al mare, tra di noi c’è stato subito un certo feeling. Mi piaceva perché lui era l’unico di tutto il gruppo dei suoi amici che non faceva mai allusioni al sesso. Con lui si poteva parlare di tutto, mi sapeva ascoltare. Dopo alcuni giorni abbiamo cominciato a scherzare sul fatto di potersi innamorare l’uno dell’altro. Sembravamo due quattordicenni alle prese con i primi veri battiti del cuore. Mi ha baciata una sera vicino alla casa che avevo affittato con alcune amiche, mi è sembrato di toccare il paradiso con una mano. Poi è scomparso.”

“Un fantasma…” dico io.

“No scemo, non era un fantasma. E’ scomparso nel senso che la mattina dopo non lo ho chiamato per non sembrare troppo appiccicosa, il pomeriggio non lo ho visto perché sono andata via con una amica, e alla sera…non era più nel suo hotel”.

“Lo ho chiamato almeno 1000 volte ma non ha più risposto. Ho cercato di parlare con i suoi amici ma non c’è stato niente da fare, si inventavano mille scuse ed alla fine ho desistito”.

“E’ da allora che penso a Lorenzo, ed ancora non riesco a dimenticarlo”. Sospira, questa volta il sorriso è amaro. “Tu sei una persona piacevole, probabilmente in un altro momento il bacio te lo avrei dato, ma non ora. Dentro di me c’è ancora lui e sino a quando non se ne andrà…” Le parole rimangono in sospeso, Annalisa si porta ancora una volta il fazzoletto al viso e si asciuga le lacrime.

Rifletto su quanto mi è appena stato detto, la soluzione mi sembra ovvia. “Se lui davvero è ancora dentro di te e in un’occasione ben specifica è scomparso, riconsidererei la possibilità che si sia trattato davvero di un fantasma. In questo caso credo che la soluzione migliore sia quella di chiamare un esperto. Il mio vicino di casa Stefan credo sia anche esorcista oltre che maestro di Okuto”.

La risata di Annalisa è così potente che tutti gli avventori del bar si girano verso di noi.

“Sei un pazzo, ma mi fai morire dal ridere, questo è il patto..non ti denuncio per avermi messo due dita in gola, ti passo il mio numero di telefono e rimaniamo amici, che ne dici?”

Sono talmente offeso dalle parole di Annalisa che per un istante medito se scagliarle il portacenere sui denti, recupero la mia tranquillità e le rispondo: “Io e te non saremo mai amici”.

Questa volta è lei a farsi seria: “Perché scusa?”

“Faremo sesso insieme?” domando

“Ti ho detto di no” risponde.

“E allora niente amicizia, mi compro un cane se voglio un amico”.

“Mi stai dicendo che tu non hai amiche, che tutte le ragazze che conosci le porti a letto?”.

“Non tutte, solo quelle belle”.

“Ah questa poi” esclama con un tono che non cela una buona dose di sarcasmo. “Fatti dare un consiglio, cerca di ripensare alla tua relazione con le donne, mi sembra un po’ disturbata”.

Non riesco più a trattenermi: “Ascoltami tu invece, io sono simpatico, molto carino e ci so fare. Non sta né in cielo né in terra che dopo tutto quello che ho fatto per te, tu stia qui a raccontarmi di Lorenzo e mi proponga un’amicizia”.

Capisco di aver detto una stronzata ancor prima di terminare la frase ma oramai non riesco più a smettere.

Annalisa ora è seria e mi scruta con interesse, rimane in silenzio per almeno 30 interminabili secondi poi mi colpisce nel punto più nero e nascosto della mia anima: “Tu non sei carino, a dire la verità hai più difetti che pregi. Sei molto simpatico però, sei un folle piacevole. Sono queste le caratteristiche che fanno di te una persona interessante, non certo la tua espressione Brandondibeverlyhills”.

“Dylan…Dilandibeverlyhills” la correggo.

“Ok, Dylan. Cosa significa che hai fatto qualcosa per me? Che forse io dovrei sentirmi in qualche modo grata nei tuoi confronti?”

Adesso è lei ad essere un fiume in piena, parla in farsetto scimmiottando i miei gesti ed espressioni nel bel mezzo di un bar: “Guarda Annalisa, ti ho fatto ridere, forse ti offrirò il the, sono stato bravo? Mi dai la ricompensa? “Noooooo Annalisa, la ricompensa che mi offri non mi basta, ed io sono un bimbo viziato che strilla e si incazza e così ottiene tutto”.

C’è del disprezzo negli occhi di Annalisa, lo percepisco e mi spaventa; la sua filippica non ha ancora fine: “Stammi a sentire ragazzo mio, sei riuscito a bruciarti in 5 secondi tutto quello che avevi guadagnato in 1 ora. Ricordati quello che ti dico: io non sono tua madre che ti concede di fare le bizze per ottenere quello che vuoi, io sono una donna che ti poteva dare un bene molto prezioso che si chiama amicizia. Se sei così stupido da non capirlo…è meglio perderti che trovarti”.

Si alza e se ne va, mi lascia il conto da pagare e un macigno da una tonnellata che preme su di me e non mi lascia quasi respirare.

Cap 32 – Il rituale

Per valutare sensazioni, pensieri ed intenzioni è fondamentale saper discernere l’agio e il disagio nei comportamenti. Banalizzando si può dire che il disagio lo si possa percepire attraverso condotte indicative di stress.

Nella speranza di riacquisire una sorta di equilibrio venuto a mancare in occasione di un evento negativo o traumatico, il cervello ordina al nostro corpo di eseguire alcuni comportamenti che vengono detti pacificatori.

I bambini si succhiano il dito, i cani e i gatti si leccano, il Fabiani non smette di strofinarsi la fronte con la mano, io sto finendo di mangiarmi anche l’unghia del mignolo della mano destra.

Entrambi siamo a disagio, sono bastate le parole taglienti di una anziana signora per metterci a tacere, e smascherare d’incanto una deprecabile prassi.

Mi muovo nervosamente sulla sedia, cambio spesso di posizione; la situazione non muta quando decido di accavallare le gambe: questa volta è il piede che come impazzito inizia a muoversi, sembra che sia animato di vita propria, non riesco a fermarne il movimento.

Nessuno dei due ha il coraggio di affrontare l’argomento Ada, probabilmente entrambi siamo alle prese con una rapida analisi di quanto appena accaduto.

A rompere il ghiaccio ci pensa il dottore, una volta riacquistata la sua calma e postura. Indossa un completo nero con camicia a righe bianche e azzurre. Noto le iniziali bordate appena sotto il cuore, il Fabiani commissiona camicie su misura, un punto a suo favore rifletto.

La cravatta è l’unica nota stonata dell’insieme, il giallo canarino è davvero un pugno in un occhio, ne deduco che il dottore sia single e non abbia a casa una compagna capace di frenare sul nascere certe imprudenze.

Nel complesso però l’immagine non è così disastrosa, direi che forse riflette appieno l’idea che mi sono costruito di lui: professionale, ma un po’ eccentrico.

“Direi che per ora potremmo sorvolare sull’increscioso episodio appena capitato e fingere che nulla sia mai accaduto, che ne pensa?”.

Il Fabiani ha rotto il silenzio che stava consumando inesorabilmente i pochi minuti a mia disposizione. La sua proposta in fin dei conti mi aggrada, anche se ho come l’impressione che la piccola vecchietta sia riuscita a colpirmi molto più profondamente di quanto io voglia ammettere.

“Fingo sistematicamente anche i miei orgasmi, non avrò alcun problema nel dar ad intendere di non aver mai incontrato quella gentile signora”.

“Realmente lei finge gli orgasmi?”

“Solo quando mi annoio molto o c’è South Park in televisione”.

Fabiani annota la cose nel suo block notes senza mai perdermi di vista, sembra sinceramente colpito dalla mia rivelazione.

“Un giorno mi spiegherà tecnicamente come avviene la cosa, insomma..c’è una parte della dinamica che non mi è perfettamente chiara”.

“Non sarà un problema, io prendo 65 euro all’ora e la spiegazione dura tra i 40 e i 45 minuti”. Sorrido.

Fabiani sembra insensibile al mio umorismo, rimane impassibile a scrutare il mio volto.

“L’ultima volta che ci siamo visti, avevamo cominciato a parlare di sua madre”, il dottore controlla per un attimo i suoi appunti prima di procedere, “Bianca”. “Ha per caso pensato a quanto ci siamo detti?”

“A dire il vero no, non ci ho pensato. Ho notato però che la settimana è andata abbastanza bene. Sono andato al lavoro, ho chiamato e visto nuovamente alcune persone che non vedevo da tempo. Avevo voglia di farlo e mi è sembrato il momento giusto. Ho anche parlato con Quella, la poverina quasi piange per la sorpresa”.

“Quindi possiamo dire che tutto sommato lei questa settimana ha preso delle iniziative, corretto?”

La dinamica mentale è assolutamente affascinante, positiva o negativa che sia, riesce sempre e comunque ad attuare una rielaborazione del tuo vissuto e delle tue esperienze, affinché sposino l’immagine di te che ti sei creato.

“Ma queste non sono vere iniziative, sono delle mezze stronzate…i problemi continuo ad averli, la MCI mi perseguita”.

Questa volta percepisco un piccolo movimento nel volto del Fabiani, il lato destro della sua bocca si solleva impercettibilmente ma quanto basta per darmi l’impressione che stia sorridendo.

“Continui a parlarmi di Bianca”, mi esorta.

“Bianca come le ho raccontato è la spina dorsale della famiglia, è una donna incredibile che ha sempre un sorriso e una parola di conforto per tutti. Sembra animata da un’energia e un amore per la vita infinito. E’ una lavoratrice instancabile, anche se è stanca morta riesce comunque a farti trovare sulla tavola il piatto caldo, e prima che tu abbia deciso di alzarti da tavola, ha già lavato i piatti e sistemato. Io la ammiro molto, come le ho detto, è una donna fantastica”.

Questa volta è il turno del dottore. “Avrà per caso qualche difetto Bianca? Le ripeto la domanda dell’ultima volta: come è possibile che di una donna così perfetta, lei non conservi nemmeno un ricordo positivo?”

Speravo di aver già esaurito l’argomento la settimana passata ma evidentemente per il dottore non è così, sento un certo nervosismo montare, un misto di rabbia e frustrazione. Non capisco perché questo distinto signore stia rovistando in una parte di me, quando in teoria lo pago per risolvere una malattia del tutto differente.

“Ma noi non siamo qui per curare la MCI?” Rispondo impettito.

Nuovamente quello strano sorriso, il dottore si starà forse burlando di me?

“Si ricorda l’ultima volta? Le ho chiesto come mi vedeva, e lei mi ha risposto…aspetti che le leggo le parole esatte: “Professionale, deciso e capace”.

“Sono stato per caso poco chiaro nel dirle che avrei voluto prima sapere alcune cose in generale su di lei, per poi procedere con la cura?”

“Me lo ha detto”.

“Quanto tempo abbiamo passato qui oggi?”

“Direi 15 minuti”

“Più o meno; mi può concedere il beneficio del dubbio e procedere ad una valutazione solo alla fine del tempo da noi pattuito, lasciandomi proseguire ancora un po’ su questo terreno?”

La logica è ferrea e la costruzione delle domande non mi lascia alcuno spazio di manovra, acconsento con un semplice cenno della testa.

“A dire il vero un ricordo di Bianca lo ho, però non è positivo. La avverto che è una stupidata, solo che le sue parole me lo hanno fatto venire alla mente, e non mi ha abbandonato durante questa settimana”.

“Me ne parli”.

“Bianca è sempre stata…ossessiva: con la scuola, con i compiti, con le cose “da fare”. Ricordo che sin da piccolo, potrei parlarle già a partire dalle scuole elementari, Bianca era la voce fuori campo che in ogni momento mi ricordava i miei doveri. Questo avveniva sia quando oggettivamente vi era la necessità, sia quando io sapevo di aver fatto il mio lavoro, ero conscio che potevo prendermi del tempo libero, avevo voglia di uscire a divertirmi”.

“Per Bianca questi momenti non dovevano esistere, dovevo approfittare per studiare e portarmi avanti con i compiti. Le sue parole “studia”, “studia”, “portati avanti con i compiti” erano un flagello per la mia voglia di divertirmi. Mi hanno come distrutto la capacità di gioire, di rilassarmi al 100%. Non c’era mai il divertimento puro, c’era sempre Bianca dietro ad impormi il limite”.

“E’ buffo, perché se c’è una cosa che io mi rimprovero oggi, è proprio quella di non sapere godere delle cose”.

“Lo trova buffo?”

Sento nuovamente in nodo alla gola, e improvvisamente ho voglia di piangere. Cosa mi sta succedendo, da dove nasce questa maledetta reazione emotiva? Respiro profondamente ma l’aria sembra non voler entrare nei miei polmoni. Mi agito.

Il silenzio del Fabiani amplifica il mio sconforto tanto che vorrei prenderlo a pugni per quello che mi sta facendo. Chi cazzo credi di essere per ridurmi così con le tue domande? Chi sei tu vecchio squinternato per mettere in dubbio Bianca?

Prende la parola il dottore.

“C’è un bambino, diciamo di 6 o 7 anni che non ha ancora maturato, e affronta per la prima volta la scuola, che impone regole e disciplina. Il passaggio dovrebbe essere graduale, come lo è il percorso di apprendimento. Dovrebbe esistere la scuola, ma non dovrebbero scomparire i giochi.”

“Il bambino è sveglio, svolge i suoi compiti e il suo dovere, avrebbe voglia di uscire, di andare a giocare, di godere dei suoi meritati momenti di svago. Ma ad ostacolare tutto questo vi è sua madre. Non sappiamo quanto spesso si metta di traverso tra questo piccolo e il suo mondo di giochi, ma sicuramente in maniera sufficiente da far interiorizzare al bambino almeno due cose, mi dica lei quali sono”.

Le parole mi escono di bocca quasi per incanto: “Io ho interiorizzato questo ricordo, martellante, della sua voce che mi impone di studiare”.

“Altro?”

Ho paura di quanto sto pensando, sento che sto per aprire una porta, e che una volta fatto, non vi sarà marcia indietro. Mille pensieri affollano la mia mente, sento un vociare assordante che mi fa scoppiare la testa.

“Bianca…Bianca è stata troppo dura con me. Ha cercato di inculcarmi la disciplina e il concetto di dovere, ma così facendo mi ha impedito di essere davvero un bambino. Ero piccolo, non avevo bisogno di un aguzzino, avevo solo voglia di giocare con Mauro e gli altri amici!. Anche quando uscivo a divertirmi, non ero mai tranquillo, perché c’era sempre qualcosa che avrei potuto fare. Invece di gioire come solo i bambini riescono a fare, io sentivo di infrangere delle regole, percepivo che la stavo deludendo, che lei non approvava quanto io stavo facendo”.

“Da piccolo mi è stata preclusa la possibilità di apprendere a gioire, di fare quello che davvero mi piace. Ho quasi 37 anni, mi rendo conto che sto ancora pagando pegno per tutto questo”.

“Ancora oggi non sono ancora capace di trovare una strada, perché non desidero nulla; non lotto per nulla perché ancora non posso provare piacere, non so come si faccia”. “Sono ancora quel bambino che associa al divertimento la sensazione che sia sbagliato e proibito”.

Le rivelazioni in me si susseguono con la forza dirompente di una slavina, mille luci si accendono nella mia testa, mille concatenazioni logiche illuminano il percorso che mi ha condotto ad essere quello che sono.

“Tutte le volta che mi trovo davanti ad una possibilità, ad una occasione, non sono capace di vederne l’aspetto positivo, mi è preclusa questa facoltà, ne vedo solo i problemi, le possibili implicazioni negative, in poche parole davanti a me ho sempre la più banale interiorizzazione possibile delle paure e ansie che Bianca mi ha inculcato. Ancora oggi non vi è nulla così potente da…far tacere mia madre”.

Mi porto la mano alla bocca e fisso con gli occhi sgranati il Fabiani. Sono sconcertato, ho parlato con quest’uomo 30 minuti e d’incanto si è illuminata una parte di me che io non sapevo che esistesse.

“Direi che per oggi può bastare così, adesso pensiamo a curare questa MCI”.

Fabiani estrae da una cassetto un sacchetto di pillole bianche e lo sistema sul tavolo.

“Attualmente queste pastiglie rappresentano quanto di più innovativo ed efficacie in commercio per la cura della MCI. Le ho avute da un amico che lavora in una multinazionale farmaceutica”.

“Si tratta di un prodotto che ancora non è in commercio, anche se per forma e sapore potrebbero sembrarti delle Mentos”.

“La peculiarità di queste pillole è che si attivano con il comportamento, ti spiego come: se adesso tu decidessi di prenderne una, non ti farebbe alcun effetto. Affinché le pillole funzionino, è necessario che tu segua il rituale di attivazione. Come vedi sono 7, una per ogni giorno della settimana che ci separa dal prossimo incontro. Non è importante come ti dicevo la pastiglia, quanto il rituale che cambia di giorno in giorno. Le ho scritto tutto qui, lo legga per favore.

Mi porge un foglio stampato su carta intestata, il titolo è: rituale di attivazione delle pillole anti MCI.

Sul fondo risaltano il timbro e la sua firma.

GIORNO UNO: togliersi le scarpe e rimanere per 3 minuti e 14 secondi davanti ad uno specchio. Cantare l’inno nazionale italiano. Mangiare la pillola. Attenzione a non masticarla, e soprattutto a non utilizzare Coca Cola per deglutire.

Questo rituale aiuta a ritrovare il legame con la propria terra natia.

GIORNO DUE: disporsi lungo i bordi del letto e lasciarsi cadere a peso morto sul materasso 5 volte. Mangiare 3 scatolette di carne Simmenthal pensando intensamente di essere la simpatica e leggiadra Kaori. Inghiottire la pillola.

In questo caso attiviamo la propensione al rischio e alle cose sconosciute.

GIORNO TRE: vestirsi da monaco buddista e/o prete e/o monaca e guardare per almeno 3 volte il DVD Il Codice Da Vinci. E’ fondamenta offendere in malo modo Silas, il monaco albino, ogni volta che venga inquadrato. Alla fine della terza proiezione, inghiottire la pastiglia.

Il rituale serve a ricongiungerci con la nostra spiritualità.

GIORNO 4: recarsi in centro e cercare di conoscere alcune ragazze utilizzando una o più di queste frasi: “Caspita, che bella topa che sei”; “Complimenti alla mamma”; “Sono tutte tue o le hai comprate in latteria”; “Cosa fai tu di cognome, Viagra?”. Mangiare la pillola dopo almeno 4 tentativi.

Rituale che ci pone in contatto con la nostra femminilità e ci prepara a tutti i futuri rapporti con le donne.

GIORNO 5: seguire il TG1, TG5, il telegiornale di RETE 4 e prestare molta attenzione alle affermazioni di Fede, Capezzone, Calderoli e Gasparri e della signora Santanché.

L’obiettivo è quello di capire che la vita può davvero essere dura e renderci infelici.

GIORNO 6: Armato di un Cicciobello il paziente dovrà passeggiare per almeno 1 ora per la città. L’unico aspetto da tenere in considerazione è che per tutta la durata del rituale, il paziente dovrà comportarsi come un genitore e chiamare il bambolotto con un nome proprio di persona, ideale sarebbe utilizzare il nome del paziente stesso.

Questo è ovviamente il rituale che punta a sbloccare il rapporto con Bianca e tuo padre.

GIORNO 7: per almeno 1 ora dovrai camminare all’indietro e trasportare pesi da 8 kg. Una volta finito, dovrai mangiare l’ultima pillola.

Il rituale, per quanto criptico, punta a far capire quanto a volte sia duro essere se stessi.

Finisco di leggere i dettami e mi ritrovo a fissare nuovamente la cravatta giallo canarino del dottore.

“Le sembra tutto chiaro?”

“Direi di sì”.

“Mi dica adesso, prima di salutarci, come le è sembrato il nostro incontro”.

Anche questa volta non ho difficoltà ad ammettere che qualcosa di inusuale ed inaspettato sia avvenuto; quella improvvisa esplosione di emotività ha lasciato il segno e soprattutto ora ho in mano una cura alla mia malattia.

“Mi è piaciuto, mi ha sconvolto, ancora una volta mi ha stupito in positivo. Mi è sembrato una persona che…sapeva dove andare a parare”.

Questa volta il sorriso è più evidente, ma dura solo un attimo, e come un soffio, scompare.

Pago quanto dovuto e mi avvio verso casa.

Cap 29 – Nello studio del Fabiani

Disteso nel letto guardo l’ora sul telefono. Sono passati solo 3 minuti dall’ultima volta che ho controllato; oggi il tempo non sembra trascorrere.

Poco tempo fa un amico mi spiegò che esistono due maniere differenti per affrontare una maratona: ci si può concentrare su tutti quelli che sono i segnali che il nostro organismo ci sta inviando, o si può procedere con una sorta di dissociazione. In questo caso è fondamentale far viaggiare la fantasia, visualizzare una situazione ben specifica, e cercare di immaginarne i più piccoli particolari, obbligare il nostro cervello a vivere una realtà parallela ove la fatica, la sete, la stanchezza non hanno patria. È l’unico modo per truffare legalmente la nostra mente, e così perdere per incanto la percezione del tempo che non passa, e della spossatezza che avanza.

Con gli occhi aperti, pian piano mi immergo nei miei ricordi, sono nuovamente nella vecchia e logora palestra di Jesolo, stiamo giocando una finale di pallacanestro con una squadra che abbiamo sempre sconfitto. Io sono sicuro di me, ho la consapevolezza che le finali sono le mie partite, che io non sbaglio mai gli avvenimenti importanti.

Corro, sudo, lotto. Il mio avversario non vede una palla, lo anniento, il mister vuole questo da me. La mia squadra gioca male, perdiamo, ma io non ne sono troppo deluso, perché so di essermi impegnato a fondo, a fallire sono stati gli altri.

Mi riconosco, questo sono stato io per anni, una macchina infallibile, l’uomo giusto al momento giusto, quello capace di trascinare gli altri, su cui si poteva contare.

Ora sono nuovamente in quel campo di gioco, rubo una palla importante e corro verso il canestro avversario; sono troppo rapido per i miei avversari, loro desistono mentre rapidamente mi avvicino a marcare altri due punti. Salto, volo… Ho il tempo di guardare negli occhi il mio allenatore, “questa è per te che mi hai dato fiducia”. Schiaccio.

La gente si alza in piedi, sento un’ovazione, tutti gli applausi sono solo per me. Sono felice, ho l’approvazione e la stima di tutti.

Torno per un attimo alla realtà della mia stanza, l’orologio adesso segna le 14.31, l’appuntamento con il Fabiani è fissato per le 15, valutando che non ho intenzione di lavarmi e meno che meno impegnarmi alla ricerca di qualcosa di pulito da mettermi, ho almeno altri dieci minuti liberi.

Rifletto per un attimo sulla fantasia che ho appena avuto, ho come la sensazione che blocchi temporali differenti si siano mescolati, creando qualcosa di assolutamente nuovo. Due momenti distinti della mia vita, così vicini a livello temporale, ma così drammaticamente differenti. Per un attimo hanno convissuto due aspetti di me, uno concreto, sicuro, vincente, patrimonio di un passato che sembra scomparso, e l’altro che si alimenta di sogni, di situazioni irrealizzabili, di voli di fantasia utili solo per addormentarsi, ma troppo distanti dalla vita reale e dalla concreta possibilità di realizzarsi per rappresentare davvero uno stimolo a crescere e migliorare.

A volte mi dimentico di quanto io sia cambiato, di quanto mi sia involuto, diventando quello che sono. Quando è cominciato tutto questo? Perché mi sono ammalato di MCI?

Il dottor Fabiani in questo momento rappresenta la mia ultima speranza, dopo di lui non saprei realmente a chi potermi rivolgere. Al telefono è sembrato sicuro di sé, sinceramente non ho molto da perdere.

Sono molto combattuto a dire il vero, da un lato desidero ardentemente uscire da questa strana situazione, dall’altra temo che rivolgendomi ad un vero medico, non farei altro che certificare la mia diversità, la mia anomalia. Voglio sentirmi malato, per poter credere che possa esistere una cura, ma temo di esserlo, per tutto quello che comporta in termini di giudizio sociale, e conseguente emarginazione.

E se si coprisse che la MCI si diffonde per via aerobica? Un semplice starnuto e bang, decine di persone ridotte a trascinarsi miserevolmente attraverso gli anni, vedendo svanire davanti agli occhi i propri sogni. Centinaia di persone disperate per aver perduto la loro Asia, e non essere più in grado di lottare per riaverla.

Verrei ghettizzato, spinto all’angolo dalla ragionevolezza della maggioranza, più che disponibile a giudicarmi per il male che mi affligge, e per quello che posso provocare. Mi obbligherebbero a girare con una mascherina bianca – poco male, il mio naso è brutto – ma anche con questo accorgimento vedrei poco a poco svanire, dissolversi in un nulla, decine di amicizie.

Le mie interazioni sociali andrebbero così via via riducendosi all’osso, fino forse a scomparire del tutto. Non voglio ridurmi a 36 anni a vivere richiuso in casa, mangiando cioccolata che qualcuno, forse Bianca, è andato a comprare per me.

Recupero per un attimo la mia lucidità e la mia giusta collocazione spazio temporale.

Telefono – recenti – Fabiani. Sono molto tentato di chiamare il dottore e cancellare l’incontro. Ci penso per alcuni secondi, lentamente mi alzo dal letto, indosso le scarpe ed esco di casa.

Incrocio per le scale il genio del Ruberti, mi guarda con terrore, la sua voglia di fuggire è palese, ma non ha davvero via di fuga. Gli sorrido, e senza dirgli nulla gli passo accanto. Sento i suoi occhi puntati su di me, mi accompagnano sino a quando arrivato alla fine della rampa della scale, esco dalla porta principale, e scompaio dalla sua vista.

Ci sono molte cose che avrei voluto dirgli, dovendo scegliere mi sarei soffermato a disquisire con lui su quanto io sia preoccupato per la sua vita sessuale, non credo più molto attiva ed eccitante. Avremo sicuramente modo di parlarne più avanti.

Non ho voglia di guidare oggi, e non so come starò dopo l’incontro con il dottore, meglio muoversi in bici. lo studio del Fabiani è a pochi isolati da casa, in un baleno sono davanti al suo portone. Suono il campanello e dopo pochi secondi, qualcuno mi apre.

Nella sala d’aspetto vi sono tre persone e mezzo che stanno aspettando. Due tossiscono con insistenza, se fossero malate di MCI a quest’ora non vi sarebbe più scampo per gli altri.

Una donna di circa 38 anni tiene sulle gambe un bambino lamentoso, comincio ad odiare il fanciullo dopo circa 10 secondi, arrivato ai 20 sto già fantasticando di poter divenire invisibile e schiaffeggiarlo con dovizia e saggezza.

“Con queste persone davanti a me” rifletto “avrò pace per almeno 1 ora”.

La porta che divide la sala d’aspetto dallo studio in cui il dottore riceve si apre di scatto. Riconosco la parlata del Fabiani, anche se la voce alquanto risentita della signora che sta uscendo con lui dallo studio, è sufficientemente forte da coprirla.

“A me non interessa signora se ha altre cose, si prenda un’aspirina, dica quattro Ave Maria e 2 Padre Nostro e torni domani, adesso ho cose più urgenti, un caso gravissimo da…”

Il Fabiani incrocia il mio sguardo e per una attimo le sue parole rimangono in sospeso.

“Ecco, lo vede?” dice rivolgendosi alla signora “è lui il ragazzo di cui le parlavo; adesso faccia la brava e se ne vada, ci vediamo domani”

Il dottore spinge con un certo impeto la donna fuori dalla stanza, si avvicina e mi stringe con decisione la mano.

“Benvenuto, speravo proprio di vederti”.

Si volge di scatto verso gli astanti e con piglio risoluto intima a tutti di andarsene.

“Scusatemi, purtroppo per oggi le visite sono finite, andate a casa e ci vediamo domani”.

“Ma che modo è questo” esclama la donna con il bimbo “è quasi un’ora che aspetto, mio figlio ha la febbre e lei ci caccia via così?”

“Mi dia solo qualche secondo per pensarci” ribatte il dottore assumendo una posizione da filosofo greco.

“Sì, se ne vada” risponde dopo due secondi, ed indica la porta d’uscita con l’indice della mano destra.

“Ma lei è impazzito” grida la donna rossa in viso “lei non è un uomo, è un essere senza pietà!”

L’accusa non sembra per nulla scalfire la tranquillità del Fabiani che anzi coglie l’occasione per rincarare la dose: “Su questo non posso darle torto, non sono umano, vengo da un pianeta ostile alla terra chiamato…”

Il dottore mi guarda, dal suo sguardo percepisco una richiesta di aiuto,

“Sgudibla Centauri” accenno.

“Esatto, Sgudibla Centauri, sono stato inviato qui dal mio capo allo scopo di fingermi medico, e curare voi terrestri in un modo equivoco e poco efficiente”.

“Ora che mi avete scoperto, vi concedo 2 possibilità: o vi riduco tutti in cenere con la mia pistola a neutrini aromatizzati all’albicocca, o ve ne andate e tornate domani facendo finta che non sia successo nulla”.

“Aggiungo anche che, dalle poche ma fondamentali informazioni che sono riuscito ad evincere in questi adorabili minuti passati in vostra compagnia, posso affermare che nessuno di voi tre tirerà le cuoia nelle prossime 24 ore”.

“Queste mie affermazioni non possono ovviamente tenere in considerazione eventi straordinari quali:

  1. Un meteorite che vi cade in casa e vi schiaccia;
  2. L’ eruzione di un vulcano situato, a vostra insaputa, sotto casa vostra;
  3. Esseri demoniaci che si vendicano su di voi in quanto inquilini di una casa maledetta costruita sopra un cimitero indiano sconsacrato;
  4. Giocare ubriachi alla Roulette Russa invece che alla solita partita a scopa in parrocchia.

“In tutti questi casi ebbene sì, morirete; per gli altri no, perché lei signore che tossisce non ha nulla, si compri uno sciroppo; lei signora anziana che tossisce…non ha nulla, si faccia prestare lo sciroppo dal primo signore e ne approfitti per farsi portare a ballare”

“..e lei, mia dolce e battagliera mamma, suo figlio è un piccolo sfaccendato, ha pianto e si è lamentato da quando è entrato; ci scommetterei che ha fatto salire la febbre mettendo il termometro vicino al termosifone e adesso vorrebbe a tutti i costi andare a giocare. Lo picchi, o lo mandi in miniera per la stagione estiva, è il metodo migliore. Arrivederci.”

Incrocio lo sguardo carico di odio della donna, sembra che voglia piangere e si sta trattenendo a stento.

“..e lei non dice nulla? Si può sapere che diavolo ha?”

“Ho la MCI” le rispondo “potrei attaccarla a suo figlio semplicemente alitandogli vicino, si ritroverebbe con un piccolo ameba rompi palle in casa…veda lei”.

In impeto di assoluto amore cristiano decido di aiutare le donna nella difficile operazione di alzarsi con il bambino in braccio e uscire dalla stanza. Per fare questo mi prodigo nel fornirle un valido appoggio psicologico, nonché alcune informazioni di vitale importanza.

“Quella è la porta” le dico, indicando come fatto poco prima dal dottore la porta.

La donna esprime ad alta voce un parere su Bianca e la mamma, credo oramai defunta, del Fabiani, sottolineando come entrambe abbiano in comune il fatto di esercitare uno dei mestieri più antichi del mondo, alla pari del cacciatore, del mago, e del gondoliere che canta “O sole mio” agli estasiati turisti giapponesi in gita a Venezia.

Il Fabiani mi fa cenno di accomodarmi, e dopo aver chiuso la porta dello studio a chiave, torna nel suo ufficio e si siede davanti a me.

Lo fisso in silenzio, non sono ancora riuscito a decifrare correttamente quanto è appena successo, sicuramente però le sensazioni che ho sono del tutto positive. Questa persona ha cacciato sostanzialmente quattro pazienti perché aveva un appuntamento con me, è stato di parola, si è dimostrato serio.

Certo, avrebbe potuto trattare un po’ meglio i suoi pazienti, ma anche loro avrebbero dovuto immaginare che oggi sarei arrivato io, con un problema sicuramente più importante del loro.

Sulla scrivania, in evidenza, capeggia un volume dalla copertina rossa, si distinguono perfettamente tre lettere MCI. Rimango per un qualche secondo a fissare il libro, le emozioni che mi suscita tale visione sono confuse e contraddittorie.

Il Fabiani, fino a quel momento rimasto in silenzio, si schiarisce la voce e cattura così la mia attenzione.

Non indossa alcun camice bianco, in realtà riflettendoci bene, non gli ho mai visto indossare alcun camice bianco. Oggi però c’è qualcosa di diverso, non sono certo si tratti della giacca nera, più probabilmente è merito della cravatta.

Si è vestito elegante per il nostro incontro, rifletto, spero non voglia provarci.

Ancora una volta il Fabiani mi desta dalla mia momentanea trance con un piccolo colpo di tosse, apre molto lentamente un block notes, mi fissa negli occhi.

Sei pronto? Domanda, “Possiamo cominciare?”