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Cap 24 – Lezioni d’amore

“Vedi Stefan, dal mio punto di vista il tuo errore è credere che la donna ti stia facendo un piacere a stare con te, che sia una sorta di concessione o regalo. In realtà tu devi metterti in testa che se lei ha deciso di venire a letto con te, è semplicemente perché tu le hai dimostrato che meglio di te non può avere, e che è assolutamente ovvio che voi due facciate sesso insieme. Mi capisci?”

Stefan accenna timidamente un sì con la testa e volge il suo sguardo fuori del finestrino. I suoi occhi vagano raminghi nel girone infernale della zona industriale, ove giovani donne espongono il loro corpo per il ludibrio e sollazzo di uomini senza dignità.

Occhi tristi, strappati alla loro giovinezza dalla folle utopia del benessere, occhi senza lacrime, sprecate per lavare dal viso l’offesa loro inferta dall’ipocrita coraggio del conquistatore a pagamento, per strappare dall’anima il segno indelebile della violenza lenita dal denaro.

È il triste mercato dei corpi, la macelleria a cielo aperto di una società che non ama i suoi figli, che non parla loro di valori differenti a denaro e successo, dove anche un politico, impunemente, può affermare che prostituirsi per ottenere, non solo è lecito, ma anche comprensibile.

Madri, padri, amanti, amici, decine, forse centinaia di persone che hanno visto quegli occhi bambini, quei sorrisi innocenti. Distanti centinaia di chilometri, lasciano ingenui complici o perfidi aguzzini, che il drago banchetti con i corpi e il futuro delle loro giovani rose.

Gli abbaglianti del Mercedes in sosta dal lato opposto della strada sono ancora accesi, ancora qualche minuto di trattativa e anche per stasera la passione animale sarà soddisfatta, giusto in tempo per tornare a casa, baciare sulla fronte l’appassita moglie, e gettarsi stanchi ed affamati sulla pastasciutta fumante.

La macchina ora corre silenziosa lungo la triste tangenziale ovest della città, a destra e sinistra vedo solo capannoni, alcuni ancora illuminati, altri semplicemente silenziosi, edificati come statue senza tempo, scrigni di un immaginario raccapricciante, fatto di sogni infranti, di ricchezza mai raggiunta, di speranze smorzate come fiamme al vento. Sono le folli icone di un progresso cercato senza sosta, altare sopra il quale vite e sorrisi si sacrificano giornalmente.

Sono passati tre giorni dalla cena con i miei, i sensi di colpa non hanno smesso di lacerare mia madre. Bianca non ammette a se stessa di avermi mentito, di avermi detto una piccola ed innocente bugia per attirarmi in una ben congegnata trappola.

“Una madre che mente ad un figlio, che scandalo, mai si è vista una cosa del genere”.

Mi ha telefonato tutti i giorni alle 4, alle 5, alle 5.30, con la voce rotta dal pianto, disperata a suo dire per aver gettato alle ortiche un lavoro durato 36 anni.

Esiste una pozione magica, un sortilegio, un idolo da venerare che mi aiuti a convincere mia madre che realmente non sono offeso, che sinceramente continuo a fidarmi di lei, che il mio sviluppo psicologico non è stato per nulla compromesso dalle sue azioni? Credo di no, quindi vale la pena assecondarla.

Eccomi quindi ingabbiato in uno dei suoi pittoreschi tentativi di scusa, costretto contro il mio volere a partecipare ad una stupida festa, “per ampliare le mie conoscenze, per uscire, per distrarmi”, in realtà solo per lenire il suo senso di colpa, farla sentire con la coscienza a posto, farle poter credere di avermi in un qualche modo aiutato.

Ho deciso di portare con me Stefan, se dovessi annoiarmi o essere cacciato, avrò qualcuno con cui parlare e sfogarmi. Stiamo viaggiando oramai da almeno 20 minuti, il discorso langue. Stefan non è un abile oratore, spesso le parole bisogna cavargliele di bocca.

Fatico a gestire il silenzio, è sempre stato così sin da quando ero piccolo. Il silenzio mi crea imbarazzo, mi rende inadeguato. In uno dei miei sogni più ricorrenti sono nuovamente davanti alla commissione di maturità, mi sento a mio agio, ho studiato a dovere. La domanda che però mi viene rivolta squarcia l’aria come una freccia acuminata diretta al bersaglio. Non sono preparato, in realtà realizzo che non ho mai aperto il libro in tutto l’anno, farò scena muta, verrò bocciato.

Mi sto annoiando, detesto guidare, e mi aspettano almeno altri 20 minuti di macchina; mio cugino Luca vive a Caorle ma nell’occasione saremo ospitati nell’appartamento di una sua incosciente amica a Porto Santa Margherita.

“Io dico che con quattro o cinque piccoli accorgimenti, tu di donne Stefan potresti averne quante ne vuoi”. Attendo alcuni secondi prima di completare la frase, “anche Flavia, ho visto come la guardi, per me ti piace, e non poco”.

Anche se non ne ho l’assoluta sicurezza credo di percepire un piccolo sorriso nel volto del ragazzo.

“È bella, mi dice dopo un po’, e poi è sempre nuda”. Ridacchia in modo sommesso, a volte realmente mi fa tenerezza.

“Se mi permetti un consiglio da amico, tu lo dai troppo a vedere che ti piace. Le ragazze amano le cose più difficili, i tipi meno facili da ottenere, qualcuno che sia servizievole e pazzo di loro lo trovano quando vogliono, mentre tu devi farti desiderare di più, mi capisci?”

“Mi hai chiamato amico, è la prima volta che succede”.

“Mentivo, era per portarti a letto”.

La battuta non viene capita e Stefan lentamente si allontana da me avvicinando le spalle alla portiera.

“E’ uno scherzo, idiota, non ti voglio portare a letto, stai tranquillo”.

“Stefan le donne sono esseri complicati, per riuscire a conquistarle devi prima di tutto riuscire a catturare la loro attenzione, devi riuscire a far capire loro che tu non sei come la massa di sfigati che le vanno a conoscere e sono capaci di parlare solo di lavoro, di riempirle di banalità del tipo “Sei bellissima” e di offrire loro da bere”.

“In questo tu potenzialmente parti molto avvantaggiato, sei molto più originale della stragrande maggioranza di persone che conosco, sei schietto e diretto, non hai paura di niente, questa è una caratteristica che alle donne piace”.

“Quello che ti frega a mio modo di vedere è la fase due, quando devi dimostrare alla ragazza che ha fatto bene a badarti. È come se lei dicesse: tra questi 100 ho scelto te, non voglio pentirmene, dimostrami che sei speciale”.

“Io credo tu sia un po’ carente in questa fase. Il modo migliore per conquistare una donna Stefan è dimostrare di avere un carattere, di non aver paura o reverenza nei suoi confronti, di avere le palle”.

“Le donne sono attratte per natura dal maschio alfa del gruppo, anche se tutte lo negheranno fino alla morte, in realtà è così. Posso assicurarti che davanti a due uomini, uno bello ma con la personalità di un calzino, e uno normale ma con un carattere da leader, che saprà parlare loro da uomo, e trasmettere loro la sensazione di essere protette, la maggioranza di loro sceglierà il secondo”.

“Prendi con le pinze quello che ti sto per dire, vuoi sapere come faccio io a non aver paura delle donne, dell’approccio, del terrore di essere rifiutato?”

Stefan angli occhi fissi su di me, pende dalle mie labbra.

“Mi ripeto centinaia di volte che io sono migliore di loro, che loro sono il mio oggetto, che dovrebbero pagarmi per avermi”.

“Agli inizi era ancora peggio, un secondo prima di conoscere una donna dicevo a bassa voce “adesso vado a conoscere la sciacquetta della serata” e poi mi buttavo”.

“Quando io mi avvicinavo ad una donna, lo facevo in uno stato emotivo molto prossimo alla rabbia nei loro confronti. Mi sentivo davvero migliore, per me le donne erano delle assolute nullità, puri oggetti a cui dovevo solo dimostrare di essere il meglio sulla piazza”.

“Adesso non uso più questo metodo ma credo che a te tornerebbe utile a volte”.

“Prendiamo ad esempio il tuo rapporto con Flavia: tu Stefan la sua attenzione la hai conquistata, anche l’altro giorno se ti ricordi, ti ha detto di sederti in parte a lei, cioè ti stava dando del credito, ti stava dicendo “Stefan, ti offro la possibilità di giocartela, di conquistarmi”.

“Il problema è che tu rimani in silenzio, la fissi e ti estranei dal mondo, non le stai dimostrando quello che vali, anzi le stai dicendo “sei così bella che non riesco a parlare, sono qui che sbavo per te”.

“Altro aspetto che dovresti un po’ sistemare…anche se tutti gli uomini conoscono le donne per portarle a letto, se una donna percepisce che tu sei da lei per quello, ti brucia. Quando sei con lei non smetti mai di guardarle le tette, insomma..Flavia ha degli occhi davvero belli, cerca di stupirla la prossima volta, guardala negli occhi”.

“Perché mi stai dicendo questo?”

“In realtà non lo so, gli rispondo, credo tu sia un bravo ragazzo..e poi sai che ti voglio portare a letto”.

“Questo discorso non mi piace”.

Scoppio a ridere.

“Quando poi sei riuscito a farle capire di aver investito bene, nei confronti dell’uomo giusto intendo, è il momento in cui devi far star bene una donna, devi farla divertire, lei si deve sentire a suo agio con te”.

“Hai magari delle storie divertenti da raccontare? Riesci a farla ridere con delle battute? Ricordati che se una donna ride con te, è praticamente nelle tue mani”.

“Supponiamo che io sia Flavia, raccontami qualcosa di divertente”.

Rimango in silenzio per alcuni secondi, non ricevendo alcuna risposta mi volgo nuovamente verso Stefan, i suoi occhi sono puntati fissi verso il mio petto.

“Mi stai guardando le tette presumo”.

“Credo di sì in effetti, mi hai detto di essere Flavia e..ehm, sì no”.

“Sì No….splendido”.

“Coraggio, una storia divertente!”

“Una volta ho fatto una puzza in ascensore e la ragazza accanto a me ha quasi vomitato”

Lo fisso con incredulità: “Ok, questa è una storia bellissima ma eviterei di raccontarla ad un primo appuntamento”

“Vuoi che ti dica una delle mie storie di sicuro successo con le donne?”

“Mi piacerebbe!”, esclama entusiasta.

“Troppo tardi, siamo arrivati”.

Parcheggio la macchina e mi avvio con il mio fido scudiero verso il condominio della festa.

Suono tutti i campanelli anche se il cognome della padrona di casa mi era stato correttamente comunicato, adoro fomentare risse tra i vicini.

Saliamo le scale sino ad incontrare l’appartamento della festa. Sul pianerottolo una bella ragazza è intenta a scusarsi con i dirimpettai per il disturbo arrecato.

Con lei c’è anche mio cugino, appena mi vede mi fa cenno di aspettare.

Luca mi si avvicina rapidamente “Non fare il tipo raro che poi le fighe se ne vanno” mi dice e poi rivolgendosi a Stefan si presenta stringendogli la mano.

“Promesso” rispondo “parola di lupetto”. Rimane interdetto poi mi abbraccia e torna a dare man forte alla ragazza.

La festa è come me la ero immaginata, noiosa; a parte la padrona di casa non ci sono ragazze degne di nota, propongo a Stefan di giocare ai “barboni affamati”.

Mi avvicino al buffet e comincio ad ingurgitare tutto quello che trovo. Mangio come un maiale, senza averne voglia, senza un motivo vero. Stefan non è da meno, un trita rifiuti non avrebbe svolto un lavoro migliore. Afferro delle pizzette che cerco di nascondere nelle tasche dei jeans del mio compare. il pomodoro lorda le mie mani e rende impresentabili i suoi jeans.

Lo spettacolo viene notato dalla padrona di casa che si avvicina “Non mangi da un anno?” mi chiede con un mezzo sorriso.

Guardo Stefan per un secondo, gli sorrido, spero abbia capito le mie intenzioni, è ora di dimostrare sul campo la lezione teorica.

“Ma guarda, la ragazza che litiga con i vicini arrabbiati perché lei suona loro il campanello e poi scappa” le rispondo.

Rimane sconcertata per qualche istante poi scoppia a ridere.

“Sei un bastardo! sei stato tu?”

“Solo tecnicamente, perché moralmente non avrei voluto, sfortunatamente sono vittima di uno spirito maligno che mi obbliga a suonare i campanelli, rivelare al mondo segreti inconfessabili come il sesto segreto di Fatima e limonare ma sempre senza lingua”

“Non mi dire, e come si chiamerebbe questo spiritello?”

Sgudibla”.

La sua risata è fragorosa e cattura l’attenzione di tutti gli invitati

“Cerca di non mettermi in imbarazzo”, le dico, “poi ci cacciano e saremo costretti a passare la notte in giro per questa metropoli a suonare campanelli”.

Ride ancora e mi afferra per un attimo il braccio.

Sono riuscito a conquistare la sua attenzione, non le ho detto che è bella anche se lo penso, non abbiamo parlato di cose banali. Ha riso mentre la prendevo in giro, la cosa le è piaciuta tanto che si è avvicinata a me, anche fisicamente.

“Sei il cugino di Luca” mi dice, “ho sentito parlare di te”.

Gioco in casa, vado con un classico: “Se è per quella storia ti giuro che la tipa mi aveva giurato di essere maggiorenne”.

Ride ancora, buon segno.

“Io sono Cristina” dice allungando la mano.

Afferro la sua mano le rivolgendole il palmo verso il basso comincio ad osservarla.

“Cosa c’è?” domanda con un minimo di apprensione.

“Guardavo le tue dita, sono veramente tante, quante saranno? almeno 9 direi”.

“Sono 10”

“Ma scherzi? Così tante? ma è sempre stato così o te ne sono cresciute nel tempo?”

“Sei proprio scemo” dice lei e ancora una volta mi colpisce con dolcezza la spalla.

Il dialogo surreale sembra divertirla, decido di indagare un po’ di più.

“Voglio essere subito sincero e ti parlo da uomo a uomo, se sei venuta a conoscermi solo per avere il mio corpo, mettiti in fila” le dico.

“Come hai fatto a scoprirmi” risponde divertita lei.

“Non sei la prima, ma guarda che sono molto difficile io, non è che mi concedo tanto facilmente”.

“Dovrò proprio impegnarmi allora”, ribatte.

“Facciamo un patto: ti metto in prima posizione nella mia waiting list, prima di Angelina Jolie e Amanda Lear, se mi racconti a chi hai rubato quel modo assolutamente affascinante di sorridere che hai”.

Colpito nel segno, spiazzata ancora una volta.

“Cosa ha di speciale il mio sorriso?”

“Ti racconto una cosa, quando prima siamo arrivati nel pianerottolo tu, se ricordi, stavi litigando con i vicini perché sei una peste che suona i campanelli e scappa”.

“Esatto”, risponde, e ride ancora.

“Tu ti sei girata per un secondo e mi hai sorriso ed io in quel momento ho deciso che avrei dovuto assolutamente conoscerti. Il tuo sorriso è diverso, è sincero…tu sorridi anche con gli occhi, e questo è raro, e nel contempo affascinante”.

“Ma non è vero, figurati se lo hai notato”.

“Lo ho notato eccome, ho anche continuato a fissarti mentre Luca mi parlava, speravo anzi ti girassi ancora”.

“Ma dai! non è vero”. Questa volta vi è molta complicità in quello che dice, è lusingata ma non lo vuole ammettere.

“Però se non fossi venuta io a conoscerti, tu ti saresti ingozzato e poi magari anche ubriacato”.

È il momento di cambiare marcia, la fisso negli occhi, le sorrido e dopo una pausa le espongo il mio punto di vista: “Io non sono abituato a lasciare le cose a metà, ti ho notata subito e sarei venuto a conoscerti perché sarebbe stato da pazzi non farlo. Mi ha colpito il tuo sorriso ma soprattutto mi sta piacendo molto parlare con te ora, cosa che conferma la prima impressione che avevo avuto”.

“Non sono il tipo che racconta balle, anzi diciamo che non potrei definirmi una persona molto accondiscendente, non faccio complimenti a vanvera e soprattutto rimango a parlare con una donna solo se ne vale la pena, di belle donne è pieno il mondo, di donne interessanti no”.

“A volte uno è fortunato, e trova entrambe”.

Lei rimane in silenzio, è il momento di smorzare il complimento: “come sarebbe capitato se io avessi conosciuto quella tipa e non te”, lo dico indicando una ragazza cicciottella che sta parlando con mio cugino in quel momento.

La risata e l’ulteriore schiaffo sulla testa mi confermano ancora di essere sulla buona strada, è ora di chiudere.

Mi fissa per alcuni secondi rimanendo in silenzio, noto che per un attimo si mordicchia il labbro inferiore.

“Smettila di guardarmi così” le intimo.

“Perché?” domanda “come ti starei guardando?” continua.

“Senti, ho già una mezza elezione, se continui così finisce male”.

“Hai cosa?” domanda lei “Una elezione?”

“Mezza, ad oggi” rispondo.

“Tu non sei normale” mi dice.

“Pensa un po’ quanto normale sei tu che stai passando il tuo tempo con me” rispondo.

“Hai ragione anche te” riflette ad alta voce.

“Chi va con lo zoppo arriva tardi” le dico in tono solenne.

“La conoscevo in maniera diversa..chi va con lo zoppo impara a zoppicare” dice lei divertita.

“Già in principio volevo imparare pure io a zoppicare ma poi ho avuto un po’ di problemi con la schiena e quindi ho preferito camminare normale ma aspettare lo zoppo, il problema è che lui va molto lento e quindi arriviamo spesso tardi”. “Pensa che per arrivare a questa festa siamo dovuti partire un’ora prima del previsto”.

Il suo sguardo è di chi si è perso nel deserto.

“Sei qui con qualcuno?” domanda.

“Con lo zoppo” rispondo ed indico Stefan.

“Lui sarebbe quindi uno zoppo”, trattiene le risate a stento.

“Stefan è vero che sei zoppo?”

“Dalla nascita” risponde prontamente, adoro quando mi fa la spalla correttamente.

“..e una volta ho fatto una puzza in ascensore e la ragazza accanto a me ha quasi vomitato” conclude.

Lei sgrana gli occhi incredula: “Come scusa?”

“Nulla, non è importante, dicevamo che è zoppo, ma non amiamo pubblicizzare la cosa perché mi secca che mi vedano con uno zoppo, sai voi giovani d’oggi, pensate subito che anche tu sia zoppo se ti vedono con uno zoppo”.

La mia spiegazione non fa una piega, ne sono orgoglioso.

“Potrei odiati o perdere la testa per uno come te lo sai?” dice lei fissandomi.

“Lo sapevo, vuoi limonare con me”.

“Ti sembrano cose da dire???” risponde lei in un tono che è già un sì.

“Ti parlo come un amico può parlare alla figlia del fratello dell’amico del postino conosciuto online durante una chat erotica” le dico afferrandole le mani e girandola leggermente verso di me.

“Ok” risponde lei, “capisco la profondità e la solennità della cosa”.

“Mi compiaccio” rispondo “io odio la maggioranza di queste persone, ti dirò che per il 90% non le conosco”. “Se rimango qui 10 minuti ancora finirò per mangiare tutto quello che è rimasto e passare poi agli alcolici con esiti imprevedibili”. “Se invece adesso io e te ci baciamo, facciamo la cosa che entrambi desideriamo e non avrai sulla coscienza il fatto che io sia diventato un ciccione dopo questa festa”.

“Ti elenco quindi alcuni buoni motivi per cui io e te dovremmo baciarci” continuo.

“Ti ascolto” risponde “sono curiosa di conoscerli pure io”.

  1. Ovviamente ti piaccio
  2. Ovviamente ti sto simpatico
  3. Altrettanto ovvio che tu abbia capito che sono un vero uomo, uno di quelli che fumano, bestemmiano, non ballano, si ubriacano e picchiano i bambini
  4. Direi che anche tu ti stai annoiando
  5. C’è un gran feeling tra di noi
  6. Poi ovviamente ti piaccio

“Questo lo hai già detto” risponde seria.

“Già è che io ti piaccio molto” le rispondo.

“Sei molto sicuro di te” afferma.

Mi avvicino alle sue labbra, lei non si sposta. “Chi io? Scherzi?” sussurro.

Sorride.

La bacio.

Cap 23 – La storia di Bianca

Rimango in silenzio ad osservare Ioli mentre si serve una abbondante porzione di fumante salmone allo zenzero. È probabilmente il suo piatto preferito, Bianca glielo prepara sono in alcune rare occasioni. Mentalmente mi do dello stupido, avrei dovuto rendermene conto fin dal principio che qualcosa di speciale stava per accadere.

Bianca cucina bistecca e patate fritte almeno 4 volte a settimana, rigorosamente a pranzo, rigorosamente senza sale. La pastasciutta con il ragù è un altro di quei rituali che permettono a Ioli di mantenere ancora una certa connessione con il mondo reale, se questo piatto dovesse improvvisamente scomparire dal menù di casa, probabilmente sentiremmo parlare di mio padre in un telegiornale.

Lo descriverebbero come “quel tale che si è asserragliato in casa dopo aver ucciso la propria compagna, e ora minaccia di togliersi la vita se non gli forniranno un costume da Superman in grado realmente di farlo volare, e non gli faranno incontrare Berlusconi, l’unico in grado di intercedere per lui presso il Padreterno, in virtù del loro rapporto di reciproca stima e amicizia“.

Il salmone compare solamente in occasione di grandi eventi quali: “acquisto nuova casa al mare”, “cambio della macchina”, “ritorno in Brasile di “quella” con il vero padre che è venuto a prendersela”.

Lasagne, lombo con il latte e tiramisù accompagnano in genere compleanni e festività quali Natale e Pasqua.

Nelle rarissime occasioni in cui “quella” ha deciso di presentare alla famiglia, e soprattutto all’adorato fratello maggiore, i suoi fidanzati, Bianca si è lasciata sedurre dallo spirito di Pellegrino Artusi, e ci ha deliziati con piatti che incredibilmente non prevedevano alcunché di fritto, in cui la carne, questa affascinante e intrigante sconosciuta, veniva cucinata all’interno di quel misterioso oggetto chiamato forno.

Nonostante gli esiti più che lusinghieri, affranta probabilmente per la tiepida accoglienza ricevuta da “quella” e da Ioli, gli esperimenti sono rimasti sporadici e appunto relegati a poche e ristrettissime occasioni.

Vale la pena dire che durante quei deliziosi incontri, era forse mancato a mia madre il giusto appoggio morale del suo amato figlio, intento a demolire il fidanzato della sorella attraverso un interrogatorio che molto ricordava gli anni oscuri dell’oppressione stalinista.

Il primo passo consisteva sempre nel tastare il terreno e cominciare a studiare il nemico.

“Tu chi saresti?”

“È un vero piacere conoscerti, tua sorella mi ha molto parlato di te mettendomi in un certo senso anche in guardia rispetto ad alcuni tuoi comp..”

“Tu chi saresti, di grazia?”

“Ehm, mi chiamo Matteo e sarei il ragazzo di tua sorella”

“Partiamo con due punti che ritengo fondamentali per il proseguo di questa nostra amabile presentazione: lei non è mia sorella e tu per comodità e per comunanza di prospettive e futuro, ti chiamerai Nicola, come il suo ex”.

A questo punto normalmente Bianca o “quella” intervenivano per sottrarre il malcapitato alla incipiente tortura.

“Smettila, lascialo perdere”.

I più fortunati desistevano e si lasciavano trasportare dall’onda di banalità che Bianca era pronta a riversare in loro aiuto: “Di cosa ti occupi”, “Ma sei dei Montagner che hanno la merceria in centro?”, “Avevo un Montagner in classe, credo si chiamasse Egidio, è per caso tuo parente?”, altri invece, piccoli e sfrontati eroi abituati a comandare nel loro minuto e misero pollaio ma non avvezzi alla lotta del Colosseo, zittivano “quella” e davano il via alle danze normalmente con una battuta, per loro tanto sfortuna quanto visionaria: “Non c’è problema, non mi mangia mica”.

Sfortunati loro, e sfortunata mia sorella, anche se mai ammetterò realmente che possa assurgere e onorarsi di questo ambito titolo, che in realtà sarei ben disposto a regalare senza troppi patemi d’animo ad Angelina Jolie e Charlotte di Sex in the City; più la seconda che la prima, un po’ perché incarna il mio ideale di bellezza, fascino ed eleganza, un po’ perché in caso della Jolie, diventerei immediatamente zio di una orda di bambini vocianti e viziati, che mi porterebbero nel giro di qualche secondo a rimpiangere “quella” e i suoi pochi ed innocui amori, come verso il signori Sergio Rossi e Jimmy Choo.

“Infatti, non ti mangerò, anche se plausibilmente non farò a tempo ad affezionarmi a te e pertanto non mi esimerei dal mangiarti nel caso io e te ci trovassimo in una situazione tipo “dispersi in un’isola deserta o in un ghiacciaio in attesa dei soccorsi“.

“A tal proposito, tu mi mangeresti?”

Già a questo punto il malcapitato cominciava a dare segno di nervosismo, visto il campo minato in cui lo avevo trascinato.

“Probabilmente in un caso estremo, se si trattasse di una questione di vita o di morte..”

“Tu credi che Nostro Signore potrebbe apprezzare quanto hai appena detto a casa di uno sconosciuto?”

“In realtà stiamo ragionando per assurdo e allora io dico che..”

“Tu dici che cosa? Sei entrato a casa di un uomo che sta spezzando il proprio pane per darti da mangiare, e l’unica cosa che sei in grado di affermare è che non solo gli ammazzeresti l’unico figlio maschio, ma che glielo mangeresti pure”.

“In realtà quello che intendevo dire è..”

“…è che mi hai anche interrotto forse?”

“Io non so chi ti abbia insegnato l’educazione giovanotto, ma se la tua idea era quella di fare una bella impressione alla famiglia della donna cui vorresti alzare la gonna e fare il servizietto, beh..cominci molto male”.

“Tra le varie cose, visto che tu mi hai condotto a parlare dell’argomento, spero almeno tu abbia avuto l’accortezza di informarti, e di conseguenza rispettare, uno dei dogmi e punti fermi della nostra casa, ossia che nessuna delle donne qui presenti, alle quali aggiungo anche nonna, ha mai osato solo pensare di accoppiarsi con un uomo. Lo sapevi vero?

A questo punto lo sguardo del malcapitato cominciava a spostarsi da Ioli a Bianca passando per “quella” come una pallina da flipper, senza trovare quell’appoggio in grado di salvarlo. Causa prima del suo naufragio, il giovane mozzo gridava in silenzio che qualcuno gli gettasse un salvagente, ma nessuno era più disposto a farlo, un po’ per divertimento, un po’ per sadismo.

“Ragazzo, lascia che te lo dica in maniera civile e sensata: lo vedi il signore alla tua destra?”

Al timido accenno di sì rivolto a Ioli, il mio attacco continuava.

“Bene, le mani di questo signore sono abituate a muovere pannelli isolanti da quando ha 18 anni. Ho ancora gli incubi quando ripenso a quello che fece al malcapitato Silvio, un ex di mia sorella con il brutto vizio di raccontare frottole e usare troppo le mani su di lei. Adesso io te lo giuro, e lo faccio sui miei figli come fece in passato una persona pura d’animo e trasparente nelle azioni, per testare l’assoluta illibatezza di mia sorella sono disposto a chiamare in seduta stante un amico veterinario e fargli verificare che tutto in lei sia integro”.

“Se scopriamo che qualcosa non va, tu da qui non esci intero. Adesso sei davanti ad un bivio bislacco figlio di puttana, puoi alzarti e mestamente andartene da questa casa, non farti più vedere, dimenticare mia sorella e pregare Dio che il giorno in cui malauguratamente dovessi incrociare il tuo puzzolente corpo, io non abbia le palle girate e ti riduca a brandelli con la motosega liofilizzata che porto in macchina, o affrontare da uomo il tuo destino, obbligando mia sorella a sottoporsi ad un accurato esame che ne provi l’assoluta illibatezza, qui, sopra questo tavolo, e per opera di un mezzo sconosciuto abituato a far partorire vitellini”.

Per dare più enfasi alla scena normalmente a questo punto cominciavo a brandire un coltello o scagliavo del pane con forza verso il muro. La fuga dell’oramai ex fidanzato era il passo immediatamente successivo che ero solito festeggiare con adorabili frasi quali: “Non era poi tanto male”, “Simpatico questo, non come l’ultimo hippy che avevi portato a casa”.

Il profumo dolciastro della salsa a base di soia e Sherry si mescola con quello del profumo dozzinale che Ioli continua imperterrito a preferire ai vari Bulgari, Cartier, Hugo Boss che negli anni io e “quella” ci siamo inventati di regalargli.

Sono ancora assorto nei miei pensieri quando un particolare che in un primo momento non avevo colto, mi desta dalla mia trance. Il viso di Ioli è fresco di rasatura, il che significa una sola cosa, Ioli attendeva con ansia questo incontro e si è preparato al meglio per affrontarlo.

Verso la fine della cena, quando oramai del salmone non ne sono rimasti che pochi rimasugli, Ioli rompe il silenzio che si era creato e comincia a raccontarmi la sua incredibile storia.

“La prima cosa che devi sapere è che io e Bruno una volta eravamo dei buoni amici. Ci siamo conosciuti ai tempi dell’università, se non sbaglio era il primo anno. Lui era un anno più avanti ma frequentavamo insieme alcuni corsi”.

“Ricordo che la prima volta che mi resi conto della sua esistenza fu quando si mise a litigare con un professore, era il temuto ed insieme osannato Checchi di cui si narrava avesse bocciato più del 90% di partecipanti all’ultimo appello, e avesse cacciato una ragazza che aveva avuto l’ardire di presentarsi un po’ scollacciata e con i vestiti intrisi di puzzo di sigaretta ad un suo orale, utilizzando la frase di Enea “ti saluto quindi Troia fumante”.

“Fatto sta che questo Bruno era entrato tardi a lezione accompagnato come sempre dai quattro o cinque personaggi della sua combriccola”

“Che intendi?”

“Lui era strano, raramente lo vedevi da solo, aveva sempre intorno qualcuno o più spesso qualcuna. Ricordo che c’era qualcosa di strano però in quel gruppetto, non era cioè il classico gruppo di amici o un gruppo di studio, sembrava di veder arrivare la star con il segretario, il portaborse, la valletta, la truccatrice. Sembrava che quel personaggio fungesse da calamita per un bel po’ di parassiti.

“Capisco cosa intendi”, e il pensiero viaggia velocemente al giorno del mio incontro, alle parole di Mara e alle considerazioni del dottore.

“Quel giorno però Bruno mi stupì, non si fece mettere i piedi in testa; al docente che gli intimava di uscire rispose per le rime, cominciando ad arringare la folla di noi poveri studenti che a poco a poco prendemmo coraggio e lo applaudimmo in maniera spudorata. Era riuscito a toccare le corde del nostro orgoglio, o forse semplicemente a far risuonare nelle nostre orecchie una musica incantatrice”.

“Ricordo che parlò di diritto, di sopruso, di persecuzione. Ci disse che non potevamo rimanere inermi davanti ad un uomo che faceva dell’abuso di potere la sua carta d’identità”.

“Il professore tentò vagamente di fargli notare che semplicemente lui stava facendo rispettare un regolamento, che le regole sono alla base del vivere civile, e che una buona oratoria non poteva essere utilizzata per mistificare una verità, o sobillare degli studenti contro un professore”.

“Non ci fu verso, quel giorno Bruno salì sopra una sedia e continuò la sua arringa, divenne un capopopolo, conquistò il cuore di molti di noi”.

“Pochi giorni dopo lo incontrai in un corridoio e mi feci coraggio, cercai di avvicinarmi a lui per fargli i miei complimenti per quanto avvenuto”.

“Mi bloccarono prima. Ci rimasi così male che scoppiai a ridere in mezzo alla facoltà. Uno di quei mezze ameba con cui amava circondarsi si era messo tra me e lui e non intendeva farmi passare se prima non gli avessi anticipato l’argomento del nostro incontro”.

“Tuo padre che all’epoca era anche un po’ nervosetto, prima si fece una bella risata, poi con un ceffone mise a sedere l’improvvisato bodyguard”.

Mentre mi avvicinavo a Bruno vidi il terrore nei suoi occhi, era convinto volessi menarlo quando in realtà a me premeva solo salutarlo. Quando gli avvicinai la mano per salutarlo cominciò quasi a gridare”.

“Solo dopo alcuni secondi si rese conto della figura che stava facendo, tornò serio, fece un sorriso e contraccambiò il saluto”.

“Voglio essere sincero con te, se non avesse avuto quella reazione da femminuccia, me ne sarei andato, invece rimasi affascinato dal contrasto esistente tra il ragazzo sicuro dell’aula e il bimbo pauroso che avevo avuto modo di vedere”.

“Diventammo amici, e ovviamente mi attirai l’odio di tutti quelli della sua cricca. Io andavo da Bruno non perché lo ritenessi un leader come facevano gli altri, ma paradossalmente perché avevo visto in lui un bambino”.

“Cominciammo ad uscire insieme, e debbo dirti la verità, mi divertivo anche parecchio. Aveva sempre molti soldi in tasca, non ho mai capito da dove sbucassero, nel tempo ha sempre evitato di rispondere alle mie domande”.

“Ascolta” gli dicevo “a me ovviamente fa piacere che tu stia pagando tutto, ma mi spieghi da dove li tiri fuori? Chi ti finanzia, i tuoi genitori?”

“Niente da fare, cambiava discorso, mi diceva che a me doveva solo interessare l’oggi, quanto successo in passato, non importava”.

Arrivai a dirgli che avrei smesso di uscire con lui se non mi avesse spiegato qualcosa; cerca di capirmi figliolo, avevo paura fosse denaro sporco. Quella volta a farmi desistere fu uno dei suoi amici che si premurò di farmi avere un dossier sulle finanze di Bruno in cui si attribuiva la sua ricchezza ad una serie di invenzioni quali: il motore a scoppio, il viaggio nel tempo, il gomito del tennista e il salto della quaglia”.

“Davanti a tale idiozia capii che non ne avrei mai cavato un ragno dal buco e mi staccai progressivamente da lui”.

“Poco tempo dopo conobbi tua madre e cominciammo ad uscire insieme, io brutto squattrinato, lei bella e benestante..la bella e la bestia insomma”.

“Puoi ben dirlo” esclama Bianca scoppiando a ridere.

“Io e tua madre cominciamo a frequentarci sino a quando un giorno incontriamo Bruno, non ricordo dov’era, un cinema, una pizzeria?” Domanda Ioli a mia madre.

“In ristorante. adesso lascia che continui io”.

“Quella sera tuo padre era stranamente euforico, mi aveva portato in questa famoso ristorante dove a suo dire, trovare un tavolo era praticamente un miracolo. Ci avevano fatto aspettare mezz’ora per il tavolo e altri 20 minuti prima di prendere le ordinazioni. Eravamo sul punto di alzarci quando vediamo entrare questo chiassoso gruppo di sette o otto persone capeggiato da questo ragazzo piccolino e molto elegante”.

“Sul momento mi sono messa a ridere immaginando a cosa aspettasse il gruppetto, ma in realtà mi sono ricreduta poco dopo. Appena entrati ho visto scattare almeno due camerieri che nel giro di 5 minuti hanno apparecchiato un nuovo tavolo e preso le ordinazioni di tutti. Era bastato un cenno del piccoletto e tutti si erano messi sull’attenti”.

“Immaginati il mio stupore quando quel ragazzo si era avvicinato al nostro tavolo per salutare tuo padre”.

“Bruno quella sera si comportò come un vero signore, ci invitò al suo tavolo, offrì la cena a tutti. Raccontò un sacco di barzellette, alcune volgari e fuori luogo. Tutto sommato però quel ragazzo mi affascinava, non capivo cosa avesse così di speciale. Le persone intorno a lui ridevano quando lui rideva, rimanevano in silenzio quando lui parlava”

“Cantò. Ricordo che chiese ad uno dei suoi amici di accompagnarlo con il pianoforte del ristorante; conosceva tutto il repertorio da piano bar da crociera, tutto sommato risultava piacevole”.

Con me fu molto gentile, mi fece sedere tra lui e tuo padre, mi chiese come e quando ci fossimo conosciuti, mi fece parlare e ridere per tutta la serata. Mi corteggiò senza che me ne rendessi conto. Nel mentre tuo padre si era chiuso in uno di quei silenzi che ben conosci”

Annuisco con la testa.

“Per fartela breve, mi mise un po’ in crisi, io sapevo di voler bene a tuo padre ma questo Bruno era stato capace di mostrarmi qualcosa di diverso, un mondo a cui forse avrei voluto appartenere”.

“Io e tuo padre litigammo quella sera e per almeno due giorni non ci fu tra di noi alcun contatto”.

“Nel mentre qualcuno mi fece recapitare a casa un mazzo di rose rosse accompagnate da una collana con un pendaglio a forma di farfalla e un biglietto che diceva qualcosa tipo: “La tua luce ha illuminato la mia sera più di 1000 stelle del cielo”.

“Non so come ma riuscì a recuperare il mio telefono e mi invitò ad uscire. Accettai pur sapendo che quello che stavo facendo era una cavolata”.

“Mi venne a prendere con un’auto immensa con tanto di autista, mi portò in un ristorante meraviglioso e probabilmente fece di tutto per rendersi interessante…ma non ci riuscì. Io ero fuori con lui, e mi stava promettendo mari e monti, mi parlava di case al mare e parchi da favola. Ascoltavo ma c’era una domanda che mi ronzava in testa: “Perché stai facendo questo a me? Io sono la ragazza di un tuo supposto amico, tu sei passato sopra a tutto ciò senza pensarci un solo secondo”.

“Più parlava più mi mancava tuo padre; alla fine, mentre mi stava riaccompagnando a casa, cominciò a cantarmi una canzone d’amore e ti assicuro che senza volerlo cominciai a ridergli in faccia. Non ti dico la sua espressione, probabilmente quello era per lui l’ultimo passo di una tecnica oramai consolidata e ritenuta infallibile”.

“Non ci fu niente da fare, cominciai a ridere e smisi solo una volta scesa dall’auto. Gli chiesi scusa ma nel contempo gli dissi anche che non sarei più uscita con lui”.

“Non mi sembra tanto grave” intervengo “in fin dei conti si è dimostrato un bastardo, ma c’è di peggio”.

“Perché ancora non ti abbiamo raccontato il peggio” afferma Ioli.

Questa volta è mio padre che si schiarisce la gola; il suo sguardo è fisso, nella sua mente, frammenti di una storia lontana si stanno pigramente unendo, pronti ad essere portati alla luce, dopo anni di timido ed imbarazzato silenzio”.

“Ricordo che la mattina dopo tua madre mi chiamò verso le otto del mattino, io ero andato a dormire da non più di due ore, ubriaco e disperato. Sapevo della loro uscita, conoscevo la fama di Bruno, davo per certo che fossero a letto insieme mentre io, disperato e in lacrime, continuavo ad ordinare da bere”.

“La sua chiamata mi fece passare la sbornia in meno di 1 secondo; mi raccontò cosa era successo e si invitò da me, per parlare ma soprattutto per starmi vicino”.

“La storia sembrerebbe a lieto fine ma, perché il ma c’è sempre, a tua madre cominciarono ad arrivare strane lettere a casa”.

Ioli e Bianca si palleggiano il racconto della storia come abili oratori, questa volta è lei a continuare.

In un primo momento non ci diedi peso, si diceva in poche parole che tuo padre non solo avesse una amante ma soprattutto fosse avvezzo all’uso di droghe. Mi si diceva di stare attenta e di cominciare a sorvegliarlo con attenzione. Tutte le lettere erano firmate “una amica”.

“Poco dopo come d’incanto, mi trovai invischiata in una serie di situazioni apparentemente casuali, anche se poi si scoprì che di casuale non avevano nulla. Andavo in bagno e improvvisamente entravano due ragazze parlando di tuo padre.

“Raccontavano di come stesse frequentando una loro amica all’insaputa della sua ragazza. Belle ragazze si avvicinavano a Mario appena io mi allontanavo, casualmente a tuo padre capitava di ricevere telefonate mute proprio quando eravamo in casa insieme”.

“Non te la sto a fare troppo lunga, cominciai a sospettare di tuo padre, e persi progressivamente la fiducia in lui. La goccia che fece traboccare il vaso fu quando due perfetti sconosciuti mi si avvicinarono e mi pregarono di parlare a Ioli. A loro dire solo grazie al mio intervento tuo padre avrebbe desistito dall’idea di massacrarli di botte per via del mancato pagamento di due dosi di marijuana. Feci una scenataa tuo padre e me ne andai, ero disperata e delusa”.

“Incontrai “casualmente” Bruno nel negozio di tessuti vicino casa, e si dimostrò comprensivo e molto in sintonia con i miei sentimenti, mi offrì di starmi vicino, mi fece sentire bene. Mi fece un lavaggio del cervello, con il senno del poi posso ammetterlo. Mi portava ad interpretar i comportamenti di tuo padre come se fossero delle vere e proprie ammissioni di colpevolezza. “Se tuo padre chiamava in lacrime giurando di non aver fatto nulla, Bruno rigirava la frittata per farlo apparire il tipico uomo che solo dopo l’errore capisce il danno che ha causato”.

“Cominciai a frequentare Bruno, di tuo padre mi ero imposta di non voler sapere più nulla. Con Bruno tutto era sempre molto controllato, uscite, telefonate, feste, avevo in pratica il programma settimanale già pronto la domenica sera. A fornirmelo c’era una bella ragazza di nome Marinella”.

“Un giorno le chiesi delle spiegazioni, insomma era oramai un mese che uscivo con Bruno e non capivo perché tutto fosse così…freddo e preciso. Mi sorrise in modo triste, i suoi erano occhi di chi è sul punto di crollare e confessare, ma non disse nulla”.

Due giorni dopo ricevetti un’altra lettera anonima, la calligrafia era la stessa delle vecchie missive contro tuo padre. C’era scritto “Scusa” e poi un indirizzo con data e ora. Non ne parlai a Bruno ma decisi di andare in fondo alla questione.

Mi feci accompagnare in macchina da tua zia, le dissi di rimanere ad aspettarmi. Entrai in un palazzo signorile in pieno centro, dal cortile si udivano le grida e la musica provenienti da uno degli appartamenti. Le porte erano aperte quindi non mi fu difficile entrare. La prima cosa che mi colpì fu il forte odore di marijuana, tre ragazze stavano ballando da sole in centro della sala mentre un gruppo di ragazzi era intento a bere e ridere in modo sguaiato.

Non mi fu difficile riconoscere due delle ragazze che avevo sentito parlare in bagno e con loro alcuni dei ragazzi che normalmente uscivano con me e Bruno”.

“Rimasi in attesa per non più di cinque minuti, Bruno uscì da una stanza abbracciato a due ragazze. Non so se fossero ubriache o drogate, lui le teneva per la vita e si atteggiava un po’ a quel tipo, sai il padrone di Playboy”.

“Quando si rese conto della mia presenza rimase pietrificato, si voltò di scatto prima a destra e poi a sinistra, probabilmente in cerca di chi avrebbe dovuto sorvegliare l’entrata”.

“Non trovò nessuno quindi sfoderò uno dei suoi mitici sorrisi e si avvicinò a me allargando le braccia”.

“Io avevo perfettamente capito cosa fosse successo, ma decisi di ascoltare la sua storia. Disse che lo avevano incastrato in quella festa, che si trattava di un complotto ai suoi danni, probabilmente era successo per mezzo di un massiccio uso di droghe. Mi disse che tutto si sarebbe risolto e che avrei dovuto semplicemente esprimere un desiderio, chiedergli qualcosa e lui me lo avrebbe comprato per chiedermi scusa”.

“Più parlava più capivo l’errore che avevo commesso: lui aveva creato tutta una serie di indizi che avevano logorato la mia fiducia nei confronti di tuo padre, ci aveva fatti separare per mezzo di bugie costruite ad hoc e ripetute all’infinito da ragazzi e ragazze del suo gruppo”.

“Ricordo che dalla tasca dell’accappatoio in seta che portava estrasse una collana, al posto della farfalla vi era una tartaruga, era il suo marchio di fabbrica”.

“Si avvicinò fissandomi negli occhi, cominciò a cantare una di quelle sue insopportabili canzoni napoletane”.

Quello che successe dopo fu puro istinto: afferrai una statuetta raffigurante il Duomo di Milano da una mensola a me vicina e gliela scagliai in testa con tutta la forza che avevo. Lui cadde al suolo come un sacco di patate. Emilio, un suo fedele collaboratore che aveva seguito la scena, cominciò a piangere e strillava di chiamare un’ambulanza”.

“Io impassibile mi avvicinai e raccolsi la statuetta, la misi in borsa e me ne andai. “Quella sera stessa tornai da tuo padre, piansi e gli chiesi scusa…il resto lo puoi immaginare”.

Rimasto senza parole mi appoggio allo schienale della sedia, guardo mio padre e mia madre e mi sento davvero orgoglioso di loro.

“Quindi tu mi hai mandato da quel buffone per..”

“Per dimostrarti che esistono delle scorciatoie, ma che se vuoi ottenere una cosa nella tua vita, è meglio che tu ti dia da fare”.

“Corretto”, rispondo, “mi sembra giusto”.

Rimango in silenzio ancora qualche secondo poi esplodo: “La statuetta del Duomo che hai in ufficio!!”

“Esatto”, risponde ioli, “proprio quella sulla mia scrivania in bella mostra…proprio quella”.

Cap 18 – Gian Antonio Farino

Sono le 4 e 30 del mattino, esco dall’appartamento di Stefan dopo averlo lasciato praticamente agonizzante nel letto. Fingo di fumare una sigaretta per darmi un tono, spero sempre nella possibilità che un talent scout possa notarmi in questa posa da bello e dannato. Rimango in attesa per 5 secondi, assumo lo sguardo alla Dylan di Beverly Hills ma anche questa volta non succede nulla, difficile a pensarci bene, dentro un condominio, e a queste ore.

Decido di affrontare il Farino in uno dei prossimi giorni, ma il desiderio di urinare mi spinge comunque a salire le scale e dirigermi verso il suo stuoino.

Pisciare nello stuoino del signor Gian Antonio è divenuta prassi comune nel condominio, Flavia in più di un’occasione lo ha fatto, sicuramente Stefan su mia imbeccata; i Farino sembrano non essersene accorti o convivono beatamente con un costante odore di lettiera di gatto.

Il Farino, detto a seconda degli interlocutori “il Pazzo”, il “Fuori di testa” (o “Fuoritesta” nella versione di Bianca) è un uomo di circa 65 anni; meridionale di nascita è il risultato di quel fenomeno che i meteorologi chiamano “Venti da Sud” ossia sparuti gruppi di 20 persone provenienti dal Sud Italia che si trasferiscono al Nord in cerca di un futuro migliore .

In più di un’occasione ho sentito Ioli utilizzare questa spiegazione per giustificare il cospicuo numero di meridionali assunti nella sua azienda “Venti dal Sud oggi, venti dal Sud anche domani, va a finire che ce li troviamo tutti qui”.

Qui al Nord Gian Antonio non ha trovato troppa fortuna ma ha sposato Francesca, ex professoressa di educazione tecnica, nonché pensionata baby senza averne requisiti.

Dall’unione dei due, o meglio dall’unica volta in cui i due si sono uniti, è venuta Antonia, ragazzina nata bruttina, cresciuta brutta, ma fattasi incredibilmente cessa in età adulta. Come spesso si dice “le vie del Signore sono infinite” e nonostante le sue aberranti fattezze anche lei è riuscita a trovare un pazzo – boy scout – buon samaritano che di lei prima si è innamorato e poi ha deciso di sposarla, e renderla madre.

Come se non bastasse, il caritatevole marito, nella speranza (vana) di ingraziarsi il futuro suocero e di evitare così una delle sue ormai famose denunce a grappolo (termine mutuato dalle tristemente note bombe a grappolo) ha pensato bene di colmare il ratto della fanciulla con un animale domestico, e un bel giorno si è presentato in casa Farino con un adorabile cucciolo di cocker.

Ovviamente il cagnolino, circondato da siffatta umanità, non ha tardato molto a manifestare segni di squilibrio trasformandosi, nei sogni di molti vicini, in una perfetta cavia per le nuove pallottole Beretta con punta in titanio (anche se forse l’argento in questo caso sarebbe più adatto) e doppia carica esplosiva.

Il Farino ha saputo con il tempo guadagnarsi sul campo la fama di insoffribile vicino, riuscendo a farsi odiare non solo dai diversi condomini ma anche dalla sua stessa famiglia.

Come ci sia riuscito è presto detto: il Farino vive in un mondo parallelo in cui tutto ciò che accade viene interpretato come attacco personale alla sua persona e dignità, e per questo diviene meritevole dell’unica forma di comunicazione da lui conosciuta, ossia la denuncia.

Non esiste atto, atteggiamento, movimento che il Buon Antonio non abbia analizzato e elevato a rango di “grave offesa”, non esiste persona nel palazzo che in un modo o nell’altro non abbia avuto a che fare con questa sua paranoia delirante.

Assorto nelle mie riflessioni giungo davanti la casa incriminata.

Mi slaccio cintura e jeans e rimango con i boxer alle ginocchia e mani sui fianchi. La posizione “Mussolini al bagno” è sempre stata una delle mie favorite, adottata alla fine di una lunga selezione che nel tempo mi ha portato a sperimentare anche la “Zorro che combatte”, “Fiamma di Megalopoli”, “Il vortice ipnotizzante” tutte con pessimi risultati, soprattutto per tende e pavimento di Bianca.

In una serata come questa è probabile che io sia il primo a omaggiare i Farino in questo modo, è durante i week end che si forma quasi una fila, tanto che in più di un’occasione si è pensato di creare una sorta di lista di attesa o di distribuire i biglietti numerati, come nei supermercati.

Mi guardo intorno mentre la mia calda pipì comincia a bagnare la porta del vicino, mi immagino al balcone di Piazza Venezia mentre arringo migliaia di persone convincendole che uccidere e morire per la Patria è non solo intelligente ma anche onorevole.

Lo spavento che desta in me la porta che si apre non è tale da bloccare le mie funzioni corporali.

“Cosa stai facendo?” mi domanda Gian Antonio di cui riesco a intravedere solo un occhio che mi osserva da dietro la porta.

“Piscio”.

“Potresti smettere? …questa sarebbe casa mia”.

“Tecnicamente non sono certo che il tuo stuoino sia casa tua”.

“Tecnicamente stai mirando verso di me, la tua urina sta entrando in casa mia attraverso lo spazio che si è creato una volta che io ho aperto la porta.”

“Mi hai fregato, ti sto pisciando in casa, lo ammetto.”

“Perché?” domanda

Mi rivesto lentamente, stanchezza e alcool di certo non mi aiutano.

Assumo nuovamente la postura e l’espressione Dylan, fumo con piacere una mia “non sigaretta”, guardo pensieroso il vuoto.

“Scusa? Ehi!”

Le parole del Farino interrompono la magia.

“Ti ho chiesto di spiegarmi il per quale strano motivo tu mi stai pisciando in casa”.

Gli rido in faccia, bel coraggio, penso tra me e me.

“Ti dice niente il nome Asia?”.

Colpisco nel segno, mi fa cenno di aspettare e mi chiude la porta in faccia, il botto deve aver svegliato sicuramente qualcuno, rifletto.

Compare nuovamente dopo alcuni minuti, questa volta apre del tutto la porta, indossa un pigiama verde a quadri grandi, mi ricorda Sbirulino.

Ai piedi veste delle buffe calze da notte, non capisco se vi siano stampati cagnolini o rane.

In mano ha un grosso libro dove assorto sta controllando qualcosa; lo spavento avvicinandomi a lui di scatto, istintivamente fa un passo indietro e il suo piede finisce inevitabilmente nella piccola pozza di pipì creatasi vicino alla porta.

“È inaudito!” grida “ti denuncio”.

Scoppio a ridere di gusto, mentre lui rimane in equilibrio su di un solo piede e ricomincia a controllare il libro.

“Qui a me risultano 2 Asia: ho denunciato una signora Asia Alberti nel 1986 perché è “arrivata prima di me in un parcheggio, si è rifiutata con atteggiamento supponente di cedermi il posto nonostante io le avessi spiegato che a me era più utile che a lei”.

“Interessante” intervengo “lei arriva prima di te, non ti cede il parcheggio e tu la denunci”.

“Ovviamente” risponde impettito.

“Sì sì, ovviamente” ribatto “la seconda Asia?”.

“Allora, questa è ancora in corso, ho denunciato l’Asia perché ci manda troppi cinesi”.

“E a te cosa te ne frega se ci sono i cinesi?”

“Sono troppi, è inaudito, inoltre è evidente che la loro presenza sia una manovra orchestrata dal Vaticano per tentare di convertirmi”.

“Non ti seguo”

“Ascoltami bene, tutto è molto chiaro: di che colore siamo noi italiani?”

“Bianchi”

“Geniale, e di che colore sono loro?”

“Gialli?”

“Perfetto, tu dovevi essere il primo della classe”.

“In realtà no, c’era Giovanni più bravo, ma ora si è fatto prete” rispondo.

“VEDI!! Tutto torna! Allora i colori del Vaticano non sono per caso Bianco e Giallo?”

“Effettivamente..”

“E’ quindi ovvio che questo sia un gigantesca azione di conversione di massa perpetrata anche attraverso la diffusione di un messaggio subliminale di dimensioni colossali, messo in piedi dal Vaticano – e guarda caso oggi scopriamo che un tuo amico è prete – contro chi come me non è credente e ha denunciato Dio”.

“Hai denunciato Dio?”

Ricomincia a scartabellare nel suo libro.

“Sì, per rumori molesti…i tuoni, non mi fanno dormire”.

“Come è finita?”

“Se ne sta occupando il mio avvocato, dice che c’è qualche problema nell’incontrare la controparte”.

“Ciancio alle bande” ricomincio io, “io mi riferivo ad Asia, la ragazza…no, scusa,…la bambola che mi hai mandato a casa per farmi impazzire”.

Gian Antonio mi guarda ora esterrefatto, piega la testa da un lato, si gratta per qualche secondo il mento.

“Una bambola?”

“CERTO UNA BAMBOLA” grido “una bambola perfetta di cui io mi sono sbarazzato prima di potermene innamorare, una bambola della bellezza di un angelo che tu hai creato o commissionato a qualcuno per…perché mi odi, o perché volevi burlarti di me..qualcosa del genere”.

Il Farino accenna un sorriso, rientra in casa e torna dopo poco con sua moglie per mano: “Francesca questa poi la devi sentire. Questo screanzato si è permesso prima di tutto di pisciare sul nostro stuoino”

“Lo fanno tutti Antò” risponde lei.

“Lasciami finire, mi ha pisciato in casa e poi mi ha accusato di avergli inviato una bambola gonfiabile per farlo innamorare” e così dicendo scoppia a ridere.

Il mio pugno lo raggiunge direttamente sulla bocca, cade all’indietro e travolge la moglie. I due cominciano a gridare e nel giro di pochi secondo siamo circondati da molti curiosi del pianerottolo e dei piani sottostanti.

“Asia non è una bambola gonfiabile” gli dico fissandolo con odio “è una bambola di porcellana, così bella e perfetta che solo una mano ispirata da Dio avrebbe potuto crearla così”.

“Dubito che tale perfezione possa arrivare da un verme come questo allora” dice Flavia, che nel mentre si è fatta strada tra i presenti.

“Lei stia zitta!” grida il Farino “altrimenti la denuncio”.

“Mi hai già denunciato ebete” risponde lei “una volta perché giravo nuda, e la volta dopo perché non giravo nuda”.

“Mi avevi illuso” risponde lui.

“A me ha denunciato perché a suo dire rovino l’euritmia dell’edificio” interviene il nano da pochi istanti unitosi al gruppetto.

“La sua statura non è consona alla bellezza dello stabile” risponde.

Il Farino non si è ancora alzato da terra e il nano ha buon gioco a sferrargli un pugno sul naso.

“Se è per questo ha denunciato anche me” interviene la moglie.

Tutti rimangono in silenzio a fissarla: “Secondo quanto mi hanno riferito il fatto di girare per casa in ciabatte e gambaletto è un attentato alla sua salute psico-fisica”.

“Sei brutta che fai spavento” risponde lui pulendosi il sangue che scende dal suo naso con la manica del pigiama.

“Hai denunciato anche tua figlia, brutto stronzo!” continua Francesca “Perché a suo dire accarezzava più il cane che il padre”.

“Smettetela tutti” grida Gian Antonio alzandosi in piedi “Vi ho denunciati e continuerò a farlo, oggi mi avete picchiato, umiliato e diffamato, pensate di cavarvela con poco?”

“Tu” rivolgendosi a me “Mi hai pisciato in casa, diffamato, picchiato e con la mente mi hai dato pure del coglione”.

“Allora funziona!!” grido io con entusiasmo “Lo sapevo!” grido rivolgendomi a Flavia che mi abbraccia felice.

“Voi tutti, vi denuncerò per…manifestazione non autorizzata contro un pover’uomo”

“Tanto povero che a quanto ci risulta, ha fatto la cresta in più occasioni sui lavori che sono stati effettuati nell’edificio, tanto che è riuscito a non pagare un euro, ha rubato della corrispondenza a suo dire contenente sostanze nocive, ha installato parabole e trasmittenti illegali per ascoltarci e si acquatta in posizioni strategiche per fotografare sotto le gonne di chi sale le scale“ interviene Chantal del 4C, avvocato e mamma di professione.

Rimaniamo in silenzio a fissare l’uomo che ora comincia a balbettare.

“E’ un’infamia” esclama “una bugia che sarà denunciata alle autorità..”

“E che dire dell’appartamento che possiedi in via Giotto? Dicono tu abbia passato bei guai quando hanno scoperto che ci vivevano ammassati 8..o erano 10 extracomunitari? ”

“E’ una infamia!” la voce di Stefan giunge da un punto indefinito situato dietro il capannello di persone.

Si fa largo ridacchiando, ancora in preda all’alcool.

“Tu mi hai denunciato, figlio di puttana, perché non mi sono fatto toccare il culo da te” biascica.

“Mi aveva invitato ad un martedì gay! Cosa dovevo fare?” risponde Farino.

“Il martedì gay è per fare la spesa..stron..”

La parola si strozza in gola, Stefan sbarra gli occhi e si china verso lo stuoino.

Vomita tutto quello che non aveva lasciato in macchina.

L’odore si fa insopportabile, la gente torna ai propri appartamenti, aiuto Stefan a rialzarsi e me ne vado da Gian Antonio, Francesca e il loro stuoino lercio.

Cap 14 – In prossimità del baratro

Baffino dà un senso alle mie giornate, imparo a svegliarmi presto per nutrirlo, a stonare per lui quando ha bisogno di dormire, a investire parte del mio prezioso tempo, destinato normalmente a Youporn, per spiegargli quanto illuminati siano i politici che in nome della salvezza di uno, stanno rovinando il futuro di molti.

Anche alzarmi per andare da Ioli non mi pesa così tanto, Baffino in macchina si comporta da vero lord inglese, e la sua presenza ha trasformato la mia postazione di lavoro in una specie di attrazione turistica.

Nel mio ufficio normalmente entrano 2 tipologie di persone:

Il mio umore è nuovamente in una fase ascendente, e l’odierno incontro preliminare con il laureando di turno, ne è una prova tangibile.

Si chiama Mattia, studia ingegneria delle costruzioni, e come spesso accade, anche lui ricade nel classico cliché che tanto piace a mio padre: serio, compito, studioso, nerd.

Mattia si presenta in maniera impeccabile, mi racconta con passione del suo immacolato iter di studi, riesce ad annoiarmi così tanto che la mia reazione è quasi scontata.

“Le propongo tre differenti ricerche” gli dico, “dopo avergli narrato per completo la storia di Baffino”.

“Le premetto prima di tutto che tutte le richieste provengono direttamente dai nostri uomini di marketing; glielo dico perché possa da subito intendere quanto importante sia questo lavoro, anche in chiave di un futuro impiego qui con noi”.

Mattia sembra rinascere, si aggiusta la cravatta, e si protende leggermente verso di me.

“Per noi sarebbe importante sapere e verificare se esista una correlazione diretta tra la frequenza di utilizzo delle vocali “a” ed “o”, e delle consonanti “s” e “p”, rintracciate all’interno di un panel di riviste dedicate ad un pubblico di posatori e lattonieri, e l’incremento degli assassini seriali tra chi è in qualche modo implicato nel nostro entusiasmante e sbarazzino mondo delle costruzioni“.

“In questo caso”, continuo, “le direi di concentrarsi soprattutto nella riviste della BE-MA quali In Beton, Modulo e Lattoneria, e qualcosa anche del gruppo Tecniche Nuove che valuteremo al momento”.

Mattia mi osserva allibito, sembra stia aspettando un mio sorriso o gesto che possa indicargli che sto scherzando. Ovviamente rimango serio ma decido di aiutarlo.

“Si tratta semplicemente di contare quante “a – o – s – p” hanno utilizzato queste riviste nel 2009 e quante nel 2010, e valutare se esista una correlazione con il numero di assassini seriali che di lavoro fanno i muratori, o i posatori, veda lei”.

Il ragazzo sembra pietrificato.

“Cerchi di capire l’importanza dello studio, se riusciamo a verificare questa cosa, diventiamo meglio di Lombroso, significa fama, soldi, interviste su tutti i quotidiani, ospitate in discoteca e se è fortunato, la mandano a fare L’Isola dei Famosi e mi sposa una velina”.

Non reagisce, decido di passare alla proposta due.

“La seconda possibilità dovrebbe verificare se lo spreco di una determinata acqua minerale in bottiglia possa essere la causa dell’insorgenza di episodi psicotici. In questo caso il target della nostra analisi sarà naturalmente uno solo dei gruppi di lavoratori che operano nel settore delle costruzioni”.

“Le voglio dare una mano”, continuo “il mio consiglio è quello di rapire un campione rappresentativo di muratori e obbligarli, sotto minaccia di qualche arma batteriologica che preventivamente avrà sintetizzato, a lavorare sotto il sole senza poter bere”.

“Fossi in lei aspetterei almeno 7 o 8 ore prima di mostrare a tutti loro uno spreco qualsiasi di acqua: potrebbe annaffiarci dei rami secchi, affogarci le formiche o che ne so, scriverci cose blasfeme sui muri”.

“Lo scopo è quello di individuare l’insorgenza dell’episodio psicotico, collegarlo alla specifica marca di acqua e chiedere poi al produttore di vietarne la vendita, almeno a chi opera nel nostro settore”.

Mattia ora è davvero agitato, si muove sempre più nervosamente sulla sedia e ha cominciato a sfregarsi il viso imberbe con la mano.

“Veniamo alla terza possibilità che le offro, che le confesso essere anche la mia preferita. Si tratta di verificare quanto la scomparsa di una tribù semi primitiva africana incida sul benessere percepito del solito campione rappresentativo di popolazione che avremo individuato”.

“Lei capisce che nei prossimi anni l’Africa rappresenterà un nodo vitale per noi che ci occupiamo di isolamento termico. Provi ad immaginarsi, migliaia e migliaia di capanne isolate termicamente con i nostri pannelli. Capirà bene l’importanza quindi di un lavoro che metta a fuoco problematiche direttamente legate con la popolazione del luogo”.

“Ma sono capanne fatte in paglia e fango” accenna debolmente il ragazzo.

“Non mi faccia il razzista sa?” rispondo bruscamente. “Non sarà uno di quelli che non fa business con l’Africa solo perché sono neri?”

“No, no..non ha capito” pigola Mattia “non importa, anzi scusi”.

“Il primo passo di una buona ricerca è quella di selezionare il nostro campione rappresentativo”.

“Posatori, marmisti eccetera” accenna lui.

“Bravo. Dovrà verificare come percepiscono la loro vita, se sono felici o tristi, questo rappresenterà il nostro punto di partenza.”

“Di seguito lei a sue spese, si recherà in Africa e farà in modo di integrarsi in una di queste popolazioni, la veda come una sorta di gita, la sua prima ricerca etnologica, pensi che bello”.

“Una volta raccolte le informazioni, tornerà in Italia e mostrerà il materiale, audio, video e foto ai suoi soggetti. Subito dopo dovrà sottoporre gli stessi ad un questionario che investighi il sentiment del campione verso la nostra tribù.

“Una volta fatto questo, viene il bello: lei tornerà dagli amici africani e li sterminerà”.

“Ma..”

“Mi lasci finire”

“Scusi”

“Dicevamo…sì la tribù, ok la sterminiamo, facciamo un bel lavoro, donne e bambini, vecchi e giovani, non tralascerei cani o altri animali da compagnia quali scorpioni e pulluli”.

“Pulluli?”

“Non conosce? Sono simili ai babbuini ma biondi. Ha capito a cosa mi riferisco?”

“N..no, realmente non ho capito, ma non importa”.

“Ok, proseguo: a quel punto, armati di Santa pazienza, lei contatterà nuovamente i suoi soggetti, spiegherà l’accaduto, per poi verificare a distanza di 5 – 10 – 15 -30 giorni se il grado di felicità auto percepita è mutato”.

“Immagini per un attimo che noi si vinca un appalto per 10.000 capanne, i nostri operai si recano in Africa e conoscono i locali, per una sfiga qualsiasi qualcosa o qualcuno stermina gli autoctoni…se gli operai si intristiscono mi lavorano poco e male e questo Ioli non lo permette”.

“Questo è quanto, adesso mi dica, che ne pensa?”

Il ragazzo si alza quasi tremando dalla sedia, farfuglia qualcosa di sconnesso e senza darmi le spalle, si avvia verso la porta del mio ufficio.

Lo smidollato se ne va praticamente senza salutare, lascia la porta aperta e lo vedo mentre riesce a farsi ricevere da Ioli. L’incontro tra i due si protrae più del normale, cosa che presagisce una prossima venuta di “Ioli il distruttore”.

Come da pronostico Ioli entra nel mio ufficio senza bussare dopo circa 10 minuti, ce ne mette almeno altri 2 per formulare la prima frase di senso compiuto che più o meno recita così: “sei un pezzo di coglione”.

Poche altre volte lo ho visto così arrabbiato, pertanto pur non comprendendo appieno la sua foga, decido di non replicare.

Tuo nonno si starà rivoltando nella tomba, mi dice digrignando i denti.

“Credi che nonno sia vivo? Dopo tutto questo tempo? Lo abbiamo sotterrato almeno 5 anni fa, di cosa credi si sia nutrito? E se si fosse mangiato una gamba? Tu accetteresti nuovamente a casa tuo padre se scoprissi che si è mangiato una gamba?”

“ZITTO!” grida “STAI ZITTO E ASCOLTAMI”.

Tu sei un pazzo, il più squinternato pazzo figlio di puttana che conosco

Sarà felice Bianca, aspetta che glielo dica, dare della battona alla propria moglie, bell’eroe.

ZITTO ZITTO ZITTO!!

Sei mio figlio ma ti giuro che a volte vorrei non averti mai avuto: vieni qui 3 volte a settimana, ti ho affidato 1 cosa da fare e tu riesci a vanificare tutto proponendo, quando abbiamo fortuna, di sterminare popolazioni africane!

“Hai 36 anni, se io fossi uno “spara panzane” alto un metro e mezzo direi che sei un bamboccione, vivi in un mondo tutto tuo fatto di incongruenze, passi dall’essere una persona adorabile ad un mostro abbietto e crudele, ti circondi di fricchettoni e hippy che nemmeno a Woodstock se ne videro tanti, se non fosse per quello che ti passo io non avresti nemmeno un lavoro, ti avrebbero cacciato alla prima caccola tirata al capo.”

“Chi ti ha raccontato che ti tiro le caccole?”

“Smettila, non è questo il punto. Il problema di base sei tu, dimmi chi sei, cosa fai, qual è il futuro per il quale stai lottando.

“Per quello che concerne il futuro io..”

“E non dirmi che vuoi fare il concertista di vuvuzelas”.

“Mmmm…ok allora se questo non posso, vorrei..”

“E nemmeno che vuoi dedicare la tua vita a questo criceto puzzone”

“…normalmente uno può esprimere solo 1 veto”.

“Rispondimi!”

“Ho la MCI, non saprei che fare, né da dove cominciare.”

“Eh no! Io mi sono rotto di te e della tua MCI: mettitelo in testa, la MCI te la sei inventata tu, e ti comoda tirarla fuori quando ti trovi davanti alle difficoltà.”

“Ti dirò di più, questo lo fai perché sei un pigro, abituato troppo bene sicuramente da tua madre, sei un vile che fugge le proprie responsabilità ed adora incolpare gli altri.”

“C’è da farsi i cazzi propri? Tu sei sempre pronto, c’è una qualsiasi difficoltà? hai la MCI”

Le sue parole cominciano a ferirmi come aghi incandescenti nella pelle, ogni parola è un masso che cade dal cielo e si schianta crudele nella mia malandata schiena.

“Io non so come tu possa fare per superare questa tua inerzia di vivere, ma devi farlo: vai da un mago, vai dal Fabiani, fai quel cazzo che ti pare ma risolvi il tuo problema, trova la tua strada, TROVA LA TUA STRADA hai capito? “

“Mi spiace essere così brusco, ma credo ormai sia necessario mettertela giù dura: se non vedo una reazione, un cambio o qualcosa di simile, cercati pure un altro lavoro”.

Ioli incavolato lo ho visto per 36 anni, Ioli così incazzato, mai.

Se ne va sbattendo la porta, spaventa impunemente Baffino e mi lascia con la sensazione di essere sul punto di vomitare.

Cerco di ricapitolare quanto mi è appena stato detto: la MCI non esiste, è tutta una scusa, me la invento e la tiro fuori a piacimento ogni volta che mi comoda, ho 36 anni e agli occhi di mio padre, diretto discendente di un qualche crudele conquistatore barbaro, sono poco più che un fallito.

Cerco di pensare alle cose buone che ho fatto ma non mi viene in mente nulla, affettivamente ho collezionato solo tante storielle sceme e qualche storiaccia con persone pessime, nel lavoro a quanto pare, sono un poco di buono, nella vita non ho un obiettivo e una strada, e le idee che saltuariamente mi animano sono mal percepite dagli altri, primo tra tutti da mio padre.

Ho una casa solo grazie alla mia famiglia, ho un lavoro solo grazie alla benevolenza di mio padre, mi circondo di tipi strani, magari si riferiva a Stefan.

Butto stancamente nel cestino le carte di Mars, retaggio dell’ennesimo pranzo junk consumato, e decidono di andarmene a casa, a riflettere, magari a piangere, o a cercare di far passare questa strana sensazione che mi attanaglia.

Le parole di mio padre mi hanno scosso, ferito profondamente o semplicemente toccato in un punto che speravo in me non esistesse.

Mi arriva un SMS, sul display del mio iPhone compare il nome di Simona, dice che passerà più tardi a riprendersi Baffino.

Ora mi sento davvero disperato.

Cap 3 – La vicina nudista

Nel mio palazzo vivono 40 famiglie. Otto di queste occupano gli appartamenti al piano terra e le rimanenti sono distribuite in quattro piani ciascuno con otto abitazioni.

Ammetto di detestare una buona parte dei miei vicini solo perché gli altri ancora non li ho conosciuti.

Da un ipotetico rogo salverei probabilmente la vicina nudista dell’appartamento 1A; lei dice di chiamarsi Flavia ma io, ovviamente, non le credo.

Ho cercato più volte di spiegarle che è scientificamente dimostrabile che lei non possa  chiamarsi così, perché “Flavia” è un nome da magra e lei è tutto fuorché magra.

Le mie doti persuasive hanno sortito l’effetto desiderato ed ora non si schernisce più se la chiamo Bobbola.

Si è anzi quasi commossa quando con l’esempio delle lince le ho spiegato che le “b” e le “o” sono per i nomi dei grassi mentre le “f” e le “i” per i magri.

Chiudi gli occhi e pronuncia la parola “lince” .

Lince”.

E’ grassa o magra?” le ho domandato “come la visualizzi?”.

Magra” ha risposto e immediatamente ha aperto gli occhi e mi ha guardato con ammirazione.

In psicologia della Gestalt questo si chiama insight: è come un flash che ti arriva all’improvviso  e dalla ridefinizione delle cose scopri come risolvere il tuo problema.

Ora anche lei sa di non chiamarsi Flavia.

Vederla girare nuda non è un gran spettacolo, io ne sono assuefatto, i fattorini delle pizzerie con consegna a domicilio già meno.

Ormai la conoscono e nessuno dei ragazzi vuole fare il lavoro perché non desiderano trovarsela davanti.

Lei, astuta come una volpe, ha cominciato ad ordinare le pizze facendole recapitare a casa mia.

In principio la cosa ha funzionato, poi si è sparsa la voce che io fossi affetto da MCI ed ora i fattorini, temendo di ammalarsi,  non consegnano nemmeno più a me.

Cap 1 – La MCI

MCI = mancanza cronica di iniziativa

La mancanza cronica di iniziativa è una malattia molto grave, magari non come la pertosse o gli orecchioni, ma è molto pericolosa.

Auto diagnosticarmela è stato semplice, è bastato riflettere sul mio stato psicofisico per rendermi conto che qualcosa di male dovevo per forza avere.

Non si giustificherebbe altrimenti il fatto che io oggi non voglia andare a lavorare da mio padre e preferisca rimanere sotto le coperte.

Ora non mi si venga a dire che si tratta di una scusa, non è forse vero che chi manifesta sintomi quali tosse, raffreddore e febbre ha l’influenza? Bene, io che manifesto poca voglia di andare a lavorare, sono indolente e pigro sono chiaramente ed inconfutabilmente affetto da MCI.

E che vada al diavolo mio padre che sbraita in cucina con mia madre, lui è sano come un pesce, sono io l’ammalato di casa.

Il mio ragionamento mi convince, sto meglio, ho trovato la spiegazione a quanto mi sta succedendo, chiudo gli occhi, dormo.