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Cap 43 – Ultimo incontro

Io e Scrid siamo seduti uno davanti all’altro, aspettiamo da qualche minuto che Fabiani apra la porta e ci faccia entrare.

Non ci siamo nemmeno salutati, ma confesso che ho quasi sorriso non appena la ho vista.

L’unica cosa che mi impedisce di manifestare un minimo di gentilezza nei suoi riguardi, è che sono un vero uomo, e come tale dovrei in teoria non salutare, fumare, bestemmiare, picchiare i bambini, evitare di ballare, di piangere e di lasciar trasparire le emozioni.

A tratti fingo stanchezza e porto le mani davanti al viso, dai piccoli spazi tra le dita la spio, cerco di capire se anche lei stia fingendo indifferenza, o realmente sia talmente furiosa dopo quanto le ho detto, da decidere di estromettermi dalla sua vita.

Non che ci fossi mai entrato, a dire il vero, ma la comunanza di medico, e quella buffa serie di incongruenze e piccole follie che aveva manifestato, le avevano fatto guadagnare un posto nel mio personale Olimpo dei migliori amici, poco sotto il coniglio Osvaldo del mio amico Pietro, ma direi alla pari con il figlio sordomuto del giornalaio dove da piccoli compravamo di nascosto il Blitz.

Scrid non alza mai lo sguardo dalla rivista che ha raccolto dal tavolino davanti a sé, i suoi occhi esplorano con attenzione le pagine che monotonamente gira.

Il fatto di venire ignorato in maniera così palese mi mette a disagio e mi innervosisce, e ben presto mi ritrovo a fingere di grattarmi la testa utilizzando solamente il dito medio ben indirizzato verso di lei, o tirare fuori la lingua tutte le volte che la mia mano, o il telefono, possono fungere da barriera al suo sguardo.

Comportamenti pacificatori, li chiamerebbe qualcuno, ossi gesti per abbassare la tensione.

A rifletterci bene, di tensione ne ho accumulata fin troppa in questi ultimi tempi; da quando ho cominciato la cura dal dottore ne sono successe di cotte e di crude, ho scoperto molti miei pregi, e alcuni giganteschi difetti, ho fatto luce all’interno di una stanza buia, e come per incanto, ho cominciato a vedere dei demoni.

Quando ero sul punto di chiudere questa maledetta avventura, ecco comparire Scrid, spocchiosa ed insolente, a raccontarmi che la MCI non esiste, che tutto sta dentro di me e 1000 altre frottole.

Oggi sono qui più per orgoglio che per altro, voglio che sia il Fabiani a umiliare Scrid, a dirle che la MCI esiste, e che con un ultimo ed imponente rituale sarà definitivamente sconfitta, oggi, qui, per sempre.

La mia mente prende nuovamente il volo, gli occhi aperti già hanno smesso di osservare; ciò che ho davanti è una scena così vivida, che ne posso percepire i rumori e gli odori.

Ci siamo io e il dottore, concentrati a recitare formule esoteriche in lingue oramai morte, mentre i vetri vibrano a causa dell’energia che si sprigiona dal mio corpo.

E’ la MCI che lotta fino alla fine per non abbandonarmi, che vuole rimanere dentro di me, perché ha trovato un uomo ideale da sabotare.

E quando finalmente il Fabiani grida al cielo le ultime parole, il coltello sacrificale saetta verso la carne della giovane vittima….Scrid?

Non riesco a trattenere un grido di terrore, porto le mani alla bocca.

Fatti, supposizioni, fantasie, correlazioni illusorie, in un attimo tutto si unisce, e la visione che mi appare davanti agli occhi mi lascia sgomento.

Sarà possibile? Fabiani ha deciso di sacrificare una ragazza per liberarmi dalla mia malattia? Sarà per questo che me la ha fatta conoscere? Voleva conoscessi prima la vittima?

Non riesco a distogliere lo sguardo da Scrid, non so più che fare, se dirle di scappare, e condannarmi così ad una MCI eterna, o lasciare che il rituale si compia.

“Vedo che ci siete entrambi” dice il dottore che nel mentre ha aperto la porta, “volete accomodarvi?”.

Per la sorpresa quasi cado dalla sedia. Il dottore si è fermato accanto a me e mi poggia una mano sulla spalla sinistra, evito di morderlo per puro caso.

Scrid si muove per prima e mi passa davanti continuando ad ignorarmi. Una volta passata oltre la mia sedia, scopro che fingendo prurito ad un fianco, mi sta mostrando il medio.

L’affronto è sufficiente a farmi andare su tutte le furie, quel minimo di pietà stranamente apparsa in me scompare, e la ragazza viene prontamente annoverata tra le possibili “casuality”.

Lascerò che venga sacrificata, rifletto, al massimo porterò le sue ceneri avvolte in una bandiera alla famiglia.

Rinfrancato da tale pensiero, entro nello studio.

Scrid ha occupato la poltrona ove normalmente sono solito sedere, e sta armeggiando alla ricerca di un qualcosa nella sua borsa da hippy.

Scopro d’improvviso di detestare la sua stupida spilla Accidenti come amo la mozzarella di bufala.

Approfitto della sua momentanea distrazione per urtare con l’anca lo schienale della poltrona.

Scrid è protesa in avanti e l’improvvisa spinta la scaraventa al suolo. Riesce a malapena a ripararsi il viso con una mano prima di cozzare contro lo spigolo della scrivania.

“Scusa, non lo ho fatto apposta” le dico.

In silenzio lei si mette nuovamente in piedi, alza e sistema la poltrona, e senza rispondermi si mette comoda.

Ora siamo seduti uno accanto all’altro, entrambi in silenzio. La sua sacca di canapa è posata accanto al piede sinistro.

“Meglio sistemi la mia borsa dall’altro lato” dice, e nel mentre, afferra la borsa con la mano destra, e con forza la solleva da terra. E’ una questione di inerzia, non appena giunta all’altezza del suo viso, è sufficiente un piccolo impulso verso destra, e la borsa si trasforma in un proiettile che si scaglia con forza sul mio viso.

L’impatto è tale che per un attimo vedo tutto nero. Il colpo al naso è quello che più mi provoca dolore e in un attimo le lacrime che scendono dagli occhi cominciano a mischiarsi con il sangue che cola copiosamente dalle mie narici.

“Scusa, non lo ho fatto apposta” mi dice dopo avermi osservato per un po’.

Il Fabiani che ha assistito a tutta la scena ci osserva senza dire una parola.

Mi tampono il naso con un fazzoletto che il dottore mi porge, ma non degno di uno sguardo la ragazza, la mia vendetta sarà vedere il suo corpo sacrificato sull’altare della MCI.

“Vedo che avete fatto amicizia” esclama alla fine il dottore, chi di vuoi due ha voglia di raccontarmi come è andato il vostro incontro?

“La scema dice che la MCI non esiste” esclamo io dopo qualche secondo di silenzio. Mi volto verso di lei e la fisso con cattiveria.

“Lo scemo dice che la ECI è una mia invenzione” risponde Scrid e volgendosi verso di me, raccoglie la sfida e mi guarda negli occhi.

“Sei una poveretta” le dico.

“E tu uno scarafaggio” mi risponde.

“Specchio riflesso” le sgancio.

“Vai in cesso, ti ho fregato” ribatte e mi mostra il dito medio.

“Dottore, dica alla pazza qui che la MCI esiste, che la ECI è una boiata, e sbrighiamoci con il sacrificio, più tardi voglio festeggiare”.

“Io dico che la MCI te la sei inventata, che sei un buffone e che il dottore ti caccerà a pedate oggi” ribatte Scrid.

“Io dico che sembrate due bambini, e noi normalmente i bambini li calmiamo con le caramelle. Volete una Mentos? O forse, a furia di mangiarne nel corso dei rituali, già non le sopportate più?”.

Smettiamo di fissarci con astio e lentamente torniamo a sederci in direzione del dottore. Sul tavolo ci sono delle caramelle bianche, del tutto simili a quelle usate nei rituali…del tutto simili anche alle Mentos.

“Chi di vuoi due vuole azzardare una spiegazione? Domanda il dottore.

“Erano Mentos benedette?” provo io.

“Acqua”.

“Magari modificate a causa di una fuga radioattiva di cui nessuno ci ha informati? Io ho partecipato ad una manifestazione a favore, e una in contra” interviene Scrid.

“Che idiozia” ribatto “sarà una nuova linea delle Mentos, alla menta, alla frutta, e..comportamentali”.

“Acqua ancora” dice il Fabiani che continua “vi dico cosa facciamo adesso: ciascuno di voi mi racconta come è andato l’incontro del venerdì, cosa vi siete detti, a quali conclusioni siete arrivati. L’altra persona rimane in assoluto silenzio. Alla fine parlerò io, e vi dirò che ha ragione e chi ha torto”.

“Scrid, per favore, inizia tu”.

La giovane riordina per un momento i propri pensieri e comincia a narrare la sua versione dei fatti. Racconta di come sia riuscita ad intrufolarsi prima nel pc del dottore e poi nel mio.

Dice di aver letto con attenzione i miei file, e di essersi fatta un’idea ben precisa della mia situazione.

“A mio avviso, la MCI è una enorme stronzata. Nessun libro ne parla, e per quanto ho capito, questo scemo un giorno è venuto da lei dopo che si era auto diagnosticato il problema. Che avesse dei problemi, questo era evidente. I suoi appunti mi hanno restituito un’immagine di un uomo intento a sabotare le sue iniziative, a trascurare i propri pregi, e a perdere tempo in inutili battaglie”.

“Nel tempo però le cose sono cambiate” continua, “mi riferisco alla sua visione nei confronti di se stesso: non più un supereroe, ma una persona più saldamente ancorata alla realtà. Guarda caso, appena scoperto questo, lo scemo comincia a vedere delle cose. In un primo momento ho pensato fosse un pazzo, affetto da schizofrenia o una diavoleria del genere, ma poi mi è venuta in mente una battaglia che io ho affrontato in passato”.

Si volta verso di me, il suo tono ora è calmo e pacato, ricomincia ad essermi simpatica.

“Combattevo a favore di persone con problemi alla vista, e parlando con molti di loro ho avuto una conferma ad una cosa già nota, ossia che certi sensi, in mancanza di altri, si amplificano. La mia impressione è che tu sia speciale, che tu non abbia più necessità di nasconderti dietro ad una MCI, ma che debba affrontare la tua vita, prendere la tua strada, affrontare le conseguenze delle tue azioni, alla luce dei pregi e dei difetti concreti che ti ritrovi”.

Scrid mi sorride e torna a volgersi verso il dottore.

Il Fabiani annuisce e volge lo sguardo verso di me.

“E lei, che mi dice di Scrid?”.

“Le mie idee sulla ECI o come cavolo si chiama gliele ho già espresse personalmente. Conosco Scrid da poche ore ma mi sembra evidente che se in questa stanza c’è qualcuno che si sabota, quella persona è lei. Mi ha raccontato del fidanzato, di come non sia riuscita a rielaborare la sua perdita e di come, finita l’università si sia imbarcata in una serie di iniziative, per molti tratti illogiche. Come si può manifestare un giorno a favore e l’altro in contra della stessa cosa? Dal mio punto di vista è solo un modo banale di non affrontare la propria vita, perché si ha paura di prendere una decisione, di vivere sulla propria pelle momenti che potrebbero essere anche difficili. Le ho detto che la perdita del ragazzo è stata dolorosa perché Scrid non è mai vissuta indipendentemente dalla simbiosi che si era creata, così quando lui la ha lasciata, cosa triste ma umana, una parte di lei è morta”.

Questa volta sono io a dirigere lo sguardo verso Scrid.

“La ECI non può esistere, tutto sta nell’ammetterlo a se stessi, fare un respiro profondo, e guardare avanti. E’ ovvio che tutte quelle lotte non fossero altro che un modo di posticipare il tuo ingresso nel mondo degli adulti, ma adesso è arrivato anche per te, affronta le tue paure, scoprirai che non è così drammatico come sembra. Recupera la tua famiglia, i tuoi amici, perché su di loro potrai sempre contare. Butta quelle ciabatte orride, scegli un look coerente con chi sei..e poi…vola”.

Quando volgo lo sguardo, il Fabiani sta sorridendo.

“Direi che entrambi siate ansiosi di sapere cosa ne penso” esordisce.

Prende un po’ di tempo, deve aver studiato qualche tecnica di Public Speaking.

“La MCI e la ECI…ragazzi miei, non esistono”.

“Rispondo subito alla tua obiezione” dice rivolgendosi a me.

“Il libro che hai visto era un semplice elenco telefonico che ho avvolto con una falsa copertina. Volevo tu credessi di essere malato, per affrontare con te un percorso alla scoperta di chi veramente sei”.

“Ritengo che Scrid abbia fatto un’analisi perfetta di quanto è successo, mi sentirei di condividere in toto le sue parole. Tu sei venuto qui con una malattia inventata, un falso problema. Ti sei fidato di me, e nel tempo hai scoperto doti e qualità che fino al giorno prima o non sapevi di avere, o facevi di tutto per nascondere. Il rituale che vi ho proposto era talmente eccessivo e palesemente surreale proprio per comunicare ad entrambi che la vera cura, non poteva che risiedere altrove”.

“Questo altrove, miei cari amici, è dentro di voi: e se siete stati cosi bravi nel leggere l’altrui problema, è giunto il momento che entrambi guardiate per l’ultima volta dentro voi stessi. Il mio lavoro può giungere fino a qui, fino a farvi aprire le finestre delle vostre stanze buie, fino ad aiutarvi a spolverare l’argenteria lasciata in disuso per 30 o più anni. Adesso spetta a voi vivere le vostre vite, e affrontare quanto sarete in grado di creare. Non di galleggiare, come nel suo caso” dice fissandomi, “o di posticipare, come nel suo, ma combattere per un obiettivo. Quale sia, non spetta a me dirlo”.

“Se non ricordo male è stato in occasione dell’uomo Rospo che il suo amico Paolo le ha confessato due cose importanti, se le ricorda?”.

“Che non sono l’unico e…che debbo imparare a conviverci, o qualcosa di simile” rispondo.

“Giusto, che cosa ha appreso dagli incontri con la donna con il volto di cavallo, l’uomo Rospo o la donna Poncho?”.

“Che ci sono demoni che…non vogliono essere salvati. Io riesco a vederli, ma loro amano il loro status. Ho vissuto una situazione di impotenza, ho visto il male di certe persone e mi sono reso conto che non avrei potuto fare nulla per salvarle, soprattutto perché erano loro le prime a non volerlo”.

“Per molte è meglio essere una donna Poncho che farsi salvare da me”.

Interviene Scrid: “tu puoi arrivare sino ad un certo punto, poi la scelta finale non spetta più a te. Se sei in grado di vedere certe cose, segui il tuo percorso in modo coerente, ed accetta che altri possano scegliere di essere demoni per sempre”.

Passano alcuni secondi prima che il dottore prenda ancora la parola.

“Scrid, anche nel suo caso il discorso è simile: l’analisi che il suo gentile amico ha fatto è assolutamente condivisibile. La ECI non esiste, non fugga, scoprirà che le sue risorse sono più che sufficienti a renderla felice, e a dare un senso alla sua vita”.

“Lasci che le racconti un’ultima cosa” dice infine rivolgendosi a me.

“Poco dopo aver cominciato le visite oggi è arrivata una signora con il figlioletto. Il bimbo piangeva, e piangeva, ma la madre continuava a sostenere che si trattasse di una finta per non andare a scuola. Ho toccato la fronte del piccolo, scottava. Ho consigliato alla signora di portarlo a casa e di metterlo al caldo, vi assicuro che era qui davanti a me e stava tremando. La donna ha cominciato a dirmi che non era possibile, che aveva un pranzo importante con delle amiche e che mai avrebbe rinunciato a causa di uno stupido moccioso imbroglione. Quella donna se ne è andata strattonando il figlio ed io…ho avuto modo di vederle la coda verde spuntare da sotto la gonna, e il suo viso allungato da alligatore salutare con mal celato odio. A volte è difficile convivere con i demoni, ma le nostre battaglie possono arrivare solo ad un certo punto, poi la vita degli altri si separa dalla nostra, per sempre”.

“…anche lei vede” dico io sorridendo, “…avrei dovuto immaginarmelo, non ha mai chiamato il manicomio quando le raccontavo le mie visioni..”

Mi sorride. “Vedo il male, ma vedo anche il bene, e per quello che è in mio potere, cerco di aiutare. E’ per questo che ho accettato di parlare ad entrambi, nelle vostre diversità siete due persone che valeva la pena accompagnare fuori dal pantano in cui entrambi stavate affogando”.

“Che ne dite di andarvene adesso?” dice sorridendo.

Ci alziamo insieme ed in silenzio ci avviamo verso la porta. Probabilmente sarà l’ultima vote che lo vedrò, e sono certo un po’ mi mancherà.

Saluta Scrid con un abbraccio e poi mi tende la mano che stringo con forza.

“Adesso spetta a lei, esca di qui, e affronti la sua vita, ne ha tutte le capacità”.

Cap 41 – Gli S.a.S

Non salverò il mondo, di questo oramai sono certo, ma almeno potrò renderlo migliore, eliminando il maggior numero di demoni possibile.

Questo è la prima cosa cui penso il martedì mattina. Non alla Nutella, e nemmeno alla scusa per non andare a lavorare. Evito di concentrarmi su alcuni evidenti segnali fisici, indicativi di una concentrazione di testosterone ancora a livelli accettabili; si sa, una cosa tira l’altra, e vorrei conservare per un po’ di tempo ancora le poche diottrie rimaste.

Ecco una cosa interessante da fare: aprire il vocabolario e verificare l’esistenza della parola “idiottria”, ovvero l’unità di misura per riconoscere un ignorante a colpo d’occhio, o di “pupille gustative”, attraverso le quali osserviamo cibi abbondanti e all’apparenza succulenti.

In caso contrario, cercare sulle pagine bianche online il numero di telefono del signor Devoto o del signor Oli, e comunicare loro le modifiche da apportare alla nuova versione del vocabolario.

Sono al settimo cielo, non c’è che dire, penso alla mia missione, alla sovrastruttura di obiettivi, regole e interazioni che regoleranno e restituiranno senso alle mie azioni nei prossimi giorni.

Sono ancora un uomo in prigione, ma con il mio cucchiaino sono riuscito a scavare un tunnel sufficiente ampio da permettermi di fuggire, di respirare, forse per la prima volta, l’aria nuova della libertà. Ho davanti l’ultima settimana di vita “imprigionata”, da lunedì prossimo sarò definitivamente libero dalla mia MCI.

Mi crogiolo mentre penso alle decine di cose che potrò fare: potrei decidere di punto in bianco di fare il giro del mondo, di trasferirmi in India e dedicare la mia vita ai più bisognosi, di fare il mago o il cuoco in tv, di diventare un miliardario e dedicare la mia vita a leggere libri di Bruno Vespa.

Nel frattempo, ho solo un impegno in tutta la settimana, telefonare a questa ragazza di nome Scrid, e scambiarci due parole. Pochi impegni significano solo una cosa, molto tempo libero da dedicare alla mia caccia.

Un pensiero continua ad assillarmi: come posso riuscire ad eliminare i demoni che man mano incontrerò? Secondo quanto mi è stato riferito da Paolo debbo solo imparare a conviverci, io tutto sommato vorrei qualcosa in più, magari essere il primo in grado di sterminarli.

Potrebbero dedicarmi una statua un giorno, “A colui che ci liberò dai demoni”. La vorrei in marmo, di proporzioni simili al Colosseo. Vedo un’enorme massa di demoni morti ed io in cima a questa montagna, armato del mio stuzzicadenti magico.

Mi alzo dal letto e mi dirigo in cucina. Mi trascino lentamente, sono come un’automobile diesel che necessita di tempo per andare a regime.

Finisco la mia abbondante colazione e mi siedo davanti al computer. Ho pensato a questa opzione ieri notte, prima di addormentarmi: in che modo attualmente le persone cercano le cose cui sono interessate? Risposta: Google.

Perché allora non cercare anche online i demoni? Di gente malvagia è pieno il mondo, magari si vedranno in forum o blog per parlare delle loro nefandezze o delle loro teste di cavallo.

Apro la pagina di Google e digito: “demoni”. 6.350.000 risultati, un po’ tanti. Affino la ricerca aggiungendo via via nuove keywords sino a quando mi imbatto in un qualcosa di interessante.

Si fanno chiamare S.a.S e si definiscono Scambisti adoratori di Satana. La homepage page è un delirante affresco della loro filosofia di vita: non credono in Dio, ma nel suo gemello cattivo. Sono convinti che attraverso il sesso non monogamo si potrà raggiungere l’estasi e la purificazione. Qualche foto, un blog, un gruppo in Facebook ed un forum.

“Questa volta, miei cari demoni, sarà la montagna ad andare da Maometto” pronuncio a denti stretti.

Non mi è difficile farmi accettare; delle buone conoscenze sulle dinamiche di gruppo online, e qualche bella foto di una ex in topless fanno il resto. Ricevo ben presto gli accessi e mi presento a tutti con li nickname Zozzodizolfo69.

Dopo qualche approccio andato a vuoto, riesco finalmente ad agganciare la mia prossima vittima, una ragazza che dalla foto valuto avere 25 anni, nickname “Schiavadeldemonio”.

Le invio una mail proponendole del sesso sufficientemente strano da farle comparire sporadiche ciocche di capelli bianchi o in alternativa, di sgozzare un gattino.

Cade facilmente nella trappola ed opta per l’opzione B.

Dopo aver annotato nella mia personale agenda del rimorchio che l’approccio “Ciocca di capelli bianchi” non sortisce l’effetto desiderato, comincio a riflettere sul dress code da adottare per un evento mondano come quello che mi appresto a presenziare.

La prima idea che mi sovviene è quella di arrivare cavalcando un caprone: mi sembra logico supporre che se le brave ragazze sognano il principe azzurro che monta un bianco cavallo, è facile che una come Schiavadeldemonio fantastichi di un uomo peloso a cavallo di un caprone.

Faccio una rapida ricerca in Google ma non trovo alcun maneggio e/o noleggio di caproni nella zona. Idea bocciata.

L’appuntamento è per le 14 del mercoledì, ho tempo a sufficienza per preparare con dovizia di particolari, l’agguato. Decido di evitare accuratamente di farmi la doccia affinché il mio odore possa sortire un effetto afrodisiaco nella peccatrice.

Mi alleno a salutarla parlando al contrario, memore dei molti messaggi satanici che sono certo di aver individuato in passato  facendo girare al contrario i dischi di Pupo e dei Ricchi e Poveri di Bianca.

“Oaic Schiavadeldemonio oteil id eraf al aut aznecsonoc”…

Oppure: “Leb oproc, otaccep ehc a everb arinif otazlifni emoc olleuq id naS onaitsabeS”.

Da Stefan prendo in prestito una maglietta degli Slayer raffigurante un inquietante girone infernale e per finire, con abile gioco di Attak, riesco a capovolgere il crocifisso regalatomi da mio zio il giorno della mia prima comunione.

L’appuntamento è per le 3 del pomeriggio del mercoledì.

Alla fine abbiamo optato per un semplice bar, nonostante io avessi a lungo insistito per un primo incontro presso la cappella del cimitero. Arrivo alle 3.15 per darle prova della mia sconcertante personalità e mettermi in una situazione dominante.

Mi prova la sua sconcertante personalità arrivando alle 3.30. Non sono certo se a mettermi in soggezione sia il suo comportamento, o la sua bellezza, fatto sta che mi sento a disagio dal primo momento che la vedo.

E’ più bella di persona che in foto, mi dispiacerà quando la vedrò tramutarsi in sabbia.

“Oaic Schiavadeldemonio oteil id eraf al aut aznecsonoc”…esordisco.

“Che?” .

“Ho detto, oaic Schiavadeldemonio oteil id eraf al aut aznecsonoc”

“Non capisco” risponde sgranando gli occhi.

Annoto mentalmente che a) o questa Schiavadeldemonio non è una satanista come dice o b) non ci sono più i demoni di una volta.

Mi spiazza dimostrandomi incredibili doti di chiaroveggenza: “Quindi tu saresti il tipo strano che mi ha proposto di fare sesso o in alternativa sgozzare un gattino”.

“Come hai fatto ad indovinare” domando in maniera inquisitoria, adoro prendere in castagna i messaggeri del demonio.

“Vediamo…magari perché ti ho riconosciuto dalla foto mi hai spedito?”

Bella ed intelligente, una donna pericolosa, rifletto.

Valuto per un secondo la possibilità di negare e presentarmi come Ajmed, un giovane marocchino che cerca di ripercorrere le gesta di Kledi, il ballerino albanese di Maria De Filippi, ma capisco al volo che la bugia non reggerebbe a lungo.

“Comunque io sono Giovanna, nel caso ti interessasse la cosa” e dicendolo mi tende la mano.

La lascio alcuni secondi in quella buffa posizione. Senza un motivo ben preciso comincio ad immaginarla addobbata con palline natalizie, la cosa mi diverte a tal punto che mi scappa una risata.

“Sono tanto buffa?” domanda irritata.

“Addobbata con palline di natale lo saresti” le rispondo seriamente…non voglio creda che io sia un tipo strano.

Ci riflette per alcuni secondi poi annuisce: “Sì, sarei buffa”

Si siede accanto a me, per sua sfortuna la posizione migliore per essere trafitta dal mio paletto caccia demoni.

Decido di non terminarla subito, quindi intavolo un interessantissimo monologo sui nessi causa-effetto esistenti tra l’usare il filo interdentale ed essere del segno dell’acquario.

Il nocciolo della questione ruota attorno al fatto che l’acquario è indipendente, generoso ma a volte irascibile, mentre il filo interdentale ha la doppia valenza costrittiva data dall’obbligatorietà temporale – usarlo almeno una volta al giorno – e quella simbolica – una corda che lega-.

Non sembra completamente presa dalla mia arte oratoria, ma non smette di fissarmi e questo provoca in me un certo trambusto ormonale.

Finisco il mio bicchiere di spuma e decido di farla finita.

La distraggo con la più classiche delle scuse: “Non è una tarantola quella cosa dietro di te?”

Lei grida, si allontana rapidamente dallo schienale della poltroncina in cui è seduta, lasciandomi il bersaglio completamente libero.

Faccio partire lo spiedino, la punta si conficca nel centro della sua natica destra…non vedo sabbia.

“Ahi! Ma sei cretino?” grida girandosi.

La pungo un’altra volta, questa volta all’altezza della coscia sinistra. Il buco nel jeans è evidente.

“Smetti di pungermi con quello stuzzicadenti, scemo!”

“Non c’è sabbia…cioè, non ti sei trasformata in sabbia” le dico incredulo.

“Perché avrei dovuto trasformarmi in sabbia, razza di imbecille?” risponde passandosi la mano sopra la ferita.

“Perché sei un demone” le rispondo.

“Io non sono un demone” ribatte.

“Ti ho conosciuta in un forum di scambisti adoratori di Satana, e sei qui per sgozzare un gattino” replico io.

“Ma tu sei fuori” risponde “Io non sono né una scambista, né una adoratrice di Satana, e per tua informazione ho 3 gatti a casa”.

“Morti?”

“No”

“Che ucciderai?”

“Ma no!”

Ci rifletto alcuni secondi.

“Torture? Magari a volte?”

“Noooooooo”.

“Ok, ok, non ti arrabbiare. Perché eri in quel forum allora?” domando.

Sorride. “Sono dei tipi folli..gli unici che mi ascoltano e mi credono quando racconto loro le mie storie e i miei casini. Molti sono da evitare, ma ci sono persone di gran cuore anche tra di loro, devi solo vincere il pregiudizio e conoscerli”.

Giovanna continua a massaggiarsi la gamba sinistra. Noto le sue mani, sono curate anche se confesso di detestare il suo smalto viola scuro.

Comincia a raccontarmi qualcosa di lei dopo poco, senza che io le chieda nulla. Mi parla dei suoi sogni, della sua famiglia, dei suoi gatti “così pigri da sembrare di peluche“.

Ascoltarla mi rilassa, i suoi racconti sono a tratti buffi, a tratti drammaticamente sinceri. Scopro che nella sua vita ci sono stati molti uomini meschini, che hanno approfittato della sua ingenuità per affondare delle lame nel suo cuore, che queste esperienze la hanno forgiata, fatta più forte, pragmatica, disillusa.

Fissandomi negli occhi mi dice che trova più semplice incontrare affetto ed umanità in gruppo come gli S.a.S, piuttosto che in altre situazioni socialmente e moralmente più normali e accettate.

Sono completamente perso nel suo sguardo, seguo il movimento delle sue labbra come fossero l’orologio che il dottore fa oscillare davanti a chi vuole ipnotizzare.

Incapace di resistere più a lungo e spinto da una strana forma di euforia e felicità che sento nascere all’interno, le propongo di baciarmi.

“Direi di no” risponde divertita, ma senza esitare un secondo.

Per un attimo ho l’impressione che a colpirmi sia stato Mike Tyson, la doccia gelata ed inaspettata mi riporta alla realtà.

Sono in un bar, davanti ad una ragazza che ho appena cominciato a conoscere. È bella, e ci sono stato bene. Mi ha appena rifiutato.

Rivedo come un flashback quanto successo con Annalisa: una persona interessante, uno scambio acceso di vedute, un addio.

Cosa posso guadagnare da Giovanna? Ci sono stato bene, è intelligente, sensibile, simpatica. Un giorno potremmo davvero innamorarci. Cosa posso perdere? Potrebbe essere un’altra Annalisa, potrei perderla per sempre.

Questa volta non voglio che la cosa si ripeta.

Respiro profondamente, la rabbia che per un attimo era salita a livelli di guardia si attenua, quando sono più rilassato le parlo: “Vediamo se indovino, ti sono simpatico, ma non sei in cerca di un’avventura. Hai ragione, sono stato un po’ precipitoso, ti prego di perdonarmi. Ti faccio un’altra proposta, mi piacerebbe poter uscire con te, come due amici”.

“Io e te amici…” riflette ad alta voce, “senza baci, senza sesso”.

“No, non lascerò che tu ti approfitti di me” le rispondo.

Ride. “Ok..ci sto…prometti però due cose”.

“Vai” rispondo

“Niente più spilloni o stuzzicadenti strani”.

“Promesso”.

“E la prossima volta ti lavi..”

Le sorrido ma non le prometto nulla…è ovvio che la mia essenza di vero uomo ha già cominciato a fare effetto su di lei.

Cap 39 – La Donna Poncho

La prima cosa che vedo appena apro gli occhi è il paletto da spiedino con il quale ho infilzato il Ric. La punta è di un colore scuro, vi sono ancora i rimasugli del suo sangue.

Stefan è stato molto gentile, prima di uscire dal locale, ha approfittato del trambusto che si era creato, per rubarlo.

Sono indeciso se farlo incorniciare o continuare ad usarlo in quella che sarà la mia nuova missione: scovare e sconfiggere i demoni.

“Non sono demoni”, mi ripeto ad alta voce, questo me lo ha detto chiaramente Paolo, sono semplicemente persone malvagie, che io riesco ad individuare grazie ad spiccata sensibilità.

La stessa sensibilità, sia chiaro, che ho utilizzato per vedere un genio dove molti vedevano un timido burocrate.

Nel bene e nel male, rifletto, sono una specie di supereroe.

Mi rigiro ancora nel letto, l’idea di essere una persona speciale mi elettrizza; se è vero, come tutti dicono, che ho un dono, mi aspetto di scoprire a breve di possedere altri poteri, coerenti e ovviamente conseguenti al primo, quali: volare, volare senza mani, volare senza mani canticchiando canzoni, passare attraverso le pareti, passare attraverso le pareti senza mani, passare attraverso le pareti senza mani e canticchiando canzoni.

Non so quando comincerò ad investigare la cosa, per ora mi accontento che sia sabato e che quindi vi siano ben due giorni davanti a me per poter proseguire la mia ricerca.

Tra le altre cose, se con uno sforzo pari a 100 io riesco a vedere il bene o il male di una persona, impegnandomi un po’ meno, diciamo 50, potrei semplicemente riuscire a vedere attraverso i vestiti delle persone, opzione decisamente allettante.

Faccio colazione con pane e nutella, mi vesto e piombo senza avvisare a casa dei miei. Ioli e Bianca sono oramai abituati a queste sortite, in fondo credo a loro faccia piacere.

Sveglio mio padre mentre cerco nel suo armadio i documenti dell’adozione, la smoking gun che certifichi che Quella è stata adottata. Secondo i miei ultimi calcoli, i miei genitori debbono aver adottato una sorta di nascondiglio mobile, un marchingegno tale per cui i documenti appaiono in un posto “x” solo ed esclusivamente durante un arco di tempo stabilito. Poi scompaiono.

Ioli apre gli occhi giusto in tempo per vedermi balzare dentro il suo armadio e gettare al suolo i suoi completi Armani.

“Ma che cazzo fai?!” grida con la voce ancora impastata dal sonno.

“Cerco i documenti, sono certo di averli visti comparire proprio adesso” gli rispondo sicuro.

La mia ricerca alla fine risulta vana, nel mentre Ioli si è nuovamente addormentato, voltato sul lato destro come un bambino.

Decido di scusarmi, se c’è una cosa che non sopporto, è di essere svegliato da rumori improvvisi o da persone sgradevoli.

Mi piazzo acanto a mio padre e dopo alcune spinte, e diversi adorabili fischi nelle orecchie, riesco a fare in modo che apra gli occhi.

“Volevo semplicemente chiederti scusa per averti svegliato poco fa, e per aver inavvertitamente messo a soqquadro il tuo armadio”

Ioli mi fissa alcuni secondi prima di manifestare, attraverso un borbottio simile a quello di un vecchi peschereccio, dei giudizi poco equi e amabili nei confronti di Bianca.

Turbato da queste becere esplosioni di rabbia mal indirizzata, rifletto sul da farsi, poi estraggo silenziosamente il legno appuntito. Ioli ha già ripreso sonno, russa beatamente e nulla sembra turbarlo. Mettere in dubbio la natura del proprio padre non è bello, ma Paolo è stato chiaro, a volte è difficile riconoscere i demoni, e un marito che parla così della propria compagna ha tutte le possibilità di esserlo.

Pungo mio padre sulla guancia, non troppo forte da perforare da parte a parte la carne, ma sufficiente per lacerargli la pelle.

Si sveglia gridando, si guarda intorno spaesato, incapace di realizzare cosa gli sia successo. Mi fissa con gli occhi sbarrati, la mia presenza, e il fatto che io stia ancora brandendo un oggetto appuntito, non lo aiutano a tranquillizzarsi. Si porta una mano sul viso, le dita si sporcano di sangue.

“È sangue” gli dico “per fortuna non è sabbia, non sei un demone, puoi tornare a dormire tranquillo”.

Balbetta alcune frasi senza senso mentre continua a pulirsi la ferita.

Decido di andarmene, offeso dal fatto che non mi abbia nemmeno ringraziato, in fin dei conti gli ho appena rivelato qualcosa di positivo; purtroppo l’ingratitudine di certe persone non ha pari.

Nel tragitto tra la camera da letto e la cucina prendo la seconda decisione importante: non mi sembra corretto che mio padre, per offendere me, pronunci certe frasi su Bianca, dovrà pagarla.

Mi reco da mia madre e le riferisco, tralasciando l’episodio del test per demoni, quanto accaduto; con occhi quasi lucidi le dico che mi sembra un’offesa imperdonabile, per lei come persona, ma soprattutto per lei come simbolo di tutte le donne del mondo.

Mi spingo a dire che lasciarsi offendere in questo modo dal proprio compagno, altro non è che l’inizio di una rovinosa caduta per lo spirito e la serenità di coppia.

Appena vedo che Bianca si toglie il grembiule, decido che è arrivato il momento di andarmene. Le pungo il sedere con il bacchetto, non cade sabbia…bene. Lei sembra non farci caso, ha la mente altrove.

Chiudo la porta nel momento preciso in cui mia madre comincia a tirare su le tapparelle della camera di Ioli gridando “e così secondo te io sarei una puttana”.

Torno a casa e mangio rapidamente una mozzarella di bufala, solo in un secondo momento valuto che forse avrei fatto bene a lavarmi le mani prima.

Mi addormento davanti alla tv, apro gli occhi verso le 15.30, il momento migliore per cominciare la mia caccia.

Armato di bacchetto, inforco la mia fida Graziella e sfreccio come un fulmine per le vie del centro. Mi sembra di essere uno di quegli antichi cavalieri dei tornei medioevali, con la piccola differenza che loro cavalcavano splendidi purosangue e combattevano con lunghe lance.

La gavetta la fanno tutti, rifletto, avranno cominciato con Graziella e paletto di legno pure loro.

Animato da splendidi propositi, parcheggio la bici e do inizio alla caccia.

Le prime due ore le passo scrutando con attenzione i volti delle persone, in attesa anche di un solo cenno di trasformazione. Un viso che diviene cavallo, una tonalità di pelle verde rospo, una dentatura improvvisamente simile a quella di un coccodrillo. Niente di tutto questo accade, sono circondato da decine di persone, e nessuna di queste sembra essere un demone.

C’è chi parla, chi ride, chi mangia un gelato. Genitori sorridenti portano a spasso piccole pesti, fidanzati innamorati camminano per mano e dichiarano al mondo la loro passeggera felicità.

Per prevenire l’ovvio calo di entusiasmo, decido quindi di passare alle maniere drastiche, e mi dedico a pungere le braccia e i sederi di chi mi capita a tiro.

Ricevo offese, sguardi terrorizzati, un tentativo di pestaggio che evito per pura fortuna; non incontro demoni, qui sembrano tutti santi, peggio che vivere in Vaticano, rifletto.

Le ore passano e con esse va scemando la mia voglia di salvare il mondo; verso le 19 decido di fare l’ultimo tentativo e, forte del mio abbigliamento non troppo distante dalla decenza, mi reco nella piazza dove si svolge il rito dell’aperitivo.

Centinaia di ragazzi, giovani e meno giovani, si radunano durante i week end e passano ore bevendo in compagnia. Chi organizza la serata, chi approfitta di quei minuti per salutare gli amici prima di buttassi nuovamente sui libri.

La piazza è una gigantesca passerella dove ragazzi e ragazze sfilano, giudicano e si lasciano giudicare in base al proprio look, carisma e abilità sociali.

Ammetto che mai fino ad oggi mi ero spinto tanto addentro a questo mondo, non conosco il 99% di queste persone, e l’1% che sa chi sono, finge di non vedermi.

Ordino uno spritz e rimango in silenzio ad osservare le dinamiche di gruppo: tendenzialmente mi pare di capire che gli alfa stanno con le alfa, chi non appartiene a tale gruppo privilegiato si accontenta di circondarsi di amici dello stesso sesso.

Prima deduzione: se sei figo, hai anche il coraggio di parlare con le donne, se sei brutto, rimani in cerchio con i tuoi amici a raccontarti le stesse storie di sempre.

Le donne alfa sono o forse meglio dire, sembrano, tutte bellissime. Il trucco e i vestiti sono fatti apposta per catturare l’attenzione degli uomini presenti. Racconti quasi bisbigliati sottolineati da risate a crepapelle sono la normalità. Se non parlano con un maschio alfa, le donne alfa rimangono in piccoli gruppetti il cui unico scopo sembra essere quello di osservare gli altri e bisbigliarne apprezzamenti o drastiche stroncature.

Anche se non riuscirò a scovare dei demoni questa sera, rifletto, almeno posso dire di essere sopravvissuto ad una serata di aperitivo.

Finisco il mio cocktail e quando torno al banco per riporre il bicchiere individuo nuovamente la Donna Poncho.

Non saprei dire cosa mi colpisca, di certo dall’ultima volta che la ho vista mi è capitato in diverse occasioni di pensare a lei. C’era qualcosa di strano nel suo modo di fare, o probabilmente era una semplice sensazione, fatto sta che senza pensarci un secondo, la vado a conoscere.

“Tu per me sei la Donna Poncho”.

L’apertura è di quelle memorabili, la ragazza distoglie per un momento gli occhi dal suo iPhone e mi guarda con sospetto.

“Prego?”

“Non devi domandarmelo” rispondo, “ritengo che la preghiera sia una cosa molto intima, ciascuno sceglie i modi e i tempi in cui ricercare un contatto con colui che ritiene essere il creatore. Io ad esempio credo in Sgudibla, il tuo Dio potrebbe essere il Signor Dio o il Signor Allah, a me questo non importa molto, tanto sono consapevole di avere ragione e quando riuscirò ad organizzare un esercito di mercenari, darò il via ad una nuova ondata di crociate contro voi miscredenti e vi sterminerò. Fino ad allora, prega pure chi vuoi e quando vuoi”.

Fisso impassibile la ragazza che non mi dà l’impressione di aver capito molto.

“Ci conosciamo scusa?” dice lei.

“Ti ho vista lunedì scorso, uscivo dallo studio del dottor Fabiani, eri al telefono, indossavi questo stesso poncho, ti ho riconosciuta per questo”.

Probabilmente tocco un tasto delicato perché la vedo arrossire di colpo: “Guarda deve essere proprio un caso perché sarà la terza volta in vita mia che indosso questo poncho, che tra parentesi è di Valentino e mi è costato un patrimonio”.

“Comprato usato quindi”.

“No..come usato, nuovissimo. Ma ti pare, io che compro qualcosa di usato, ma sei fuori? Che schifo!”

“Tu hai detto che è di un tal Valentino, per questo immagino sia usato. Almeno una volta dico, lo avrà usato questo poncho il tuo amico Valentino, tecnicamente quindi è usato”.

“Ma no che hai capito, Valentino lo stilista! Il poncho è di Valentino lo stilista, lo ho comprato nuovo…ma senti scusa, tu chi sei?”

La spiegazione della Donna Poncho non è stata sufficientemente esaustiva, il dilemma nuovo/usato rimane, ma decido di sorvolare per il quieto vivere.

Allungo una mano verso di lei, “Mi chiamo S…”

“Scusa, scusa un secondo solo” mi dice mentre si porta il telefono all’orecchio.

Comincia a parlottare. “Sono dentro il bar…sì per favore help, e veloce anche, dai ti aspetto..sì già ti ho visto, sbrigati”.

Chiude la telefonata e mi guarda, io sono ancora con la mano a mezz’aria.

“Katy” mi dice stringendomi la mano.

“Molto piacere Katy, io sono S…”

“Puppy tesoro!”

Il grido di Katy è rivolto ad un ragazzo che ha appena messo piede nel locale, immagino si tratti della persona con il quale parlava al telefono. La ragazza gli fa cenno di raggiungerci e quando arriva, lo abbraccia con passione.

Una sorta di cappa di vetro scende sopra i due, io vengo scaraventato con forza al di fuori della loro esistenza.

Katy mi volta parzialmente le spalle, mi ritrovo dietro di lei e fissare Puppy, che non ha avuto nemmeno la cortesia di presentarsi. Ci rimango male, offeso, escluso in malo modo senza un motivo apparente.

Estraggo il paletto ma nel momento in cui mi accingo a verificare la mia intuizione, la ragazza si gira.

“Puppy questo è…Sandro, un tipo che ho conosciuto…dal medico”.

Poi si rivolge a me: “Perché non mi vieni a trovare questa sera? Io lavoro al Blue. Baci baci”. Si volta e si allontana.

Rimango come uno scemo, in silenzio, nel bel mezzo di un bar.

I due escono senza lasciarmi la possibilità di ricordare loro che non mi chiamo Sandro, e che non so assolutamente cosa sia il Blue. Una cosa però non se ne va con loro, e anzi cresce man mano li vedo ridere sguaiatamente e guardare verso di me, ed è la rabbia nei confronti di un altro possibile demone, la Donna Poncho.

Il Blue è un locale, non ci metto molto a scoprirlo. Il bar è tappezzato di volantini che pubblicizzano “Il sabato notte fashion, dove moda, stile e divertimento si incontrano”, non dista nemmeno troppo da casa mia, vedrò di farmi trovare pronto.

Alle 23 sono in fila fuori dal locale, le porte sono state aperte da circa 30 minuti ma attualmente passano solo tavoli e ragazze. La selezione all’entrata è ad opera di un ragazzo sui trent’anni, il sole o le lampade, hanno danneggiato più del dovuto la sua pelle, sembra il figlio scemo di Clint Eastwood.

Per uno strano effetto visivo ho come l’impressione che tutte le ragazze che stanno saltando la fila siano uguali: le acconciature sono tutte impeccabili, così come i capi che indossano. I tacchi vertiginosi le fanno sembrare amazzoni che al posto dell’arco portano le immancabili Louis Vuitton. Piccole, medie, grandi, vedo LV ovunque, come se ad un supermercato invece di borsette Ipercoop avessero fornito alla clientela femminile sacche da 2000 euro.

Vedo arrivare Katy, passa la fila senza degnare alcuno di un minimo sguardo, si ferma a baciare platealmente il piccolo Clint che ora scopro chiamarsi Pippo.

Guarda verso noi comuni mortali, incrocia il mio sguardo ma finge di non avermi visto.

Passa almeno un’altra ora prima che io riesca ad arrivare davanti a Pippo, nella tasca della giacca stringo il mio paletto di legno, mi fa sentire tranquillo sapere di averlo al mio lato.

Molte persone se ne sono già andate, quasi esclusivamente ragazzi, stanchi di aspettare, ma soprattutto di sentirsi dire che il locale è completo, salvo poi vedere gruppi di alfa arrivare e passare.

Rimango in silenzio, non spingo, non impreco, alla fine entro. Se avessi avuto qualche dubbio sul perché chiamare un locale Blue, i primi 10 secondi all’interno sono sufficienti a chiarirmi le idee, sembra di stare nella casa dei Puffi.

Azzurro, blue e bluette ovunque, dalla console alle camicie indossate dai camerieri. Faccio un rapido giro del locale, giusto per poter raccontare un giorno di esserci stato. All’interno ci saranno al massimo 500 persone, in gran parte uomini.

La pista è piena, un vocalist alquanto fastidioso ha appena finito di salutare il “tavolo Franco, Roberto, Ruby e Puppy“.

Ci siamo, penso, se c’è lui, ci sarà anche lei. Mi avvicino al tavolo Puppy, è popolato da un folto numero di ragazzi che hanno esultato come pazzi udendo il loro nome al microfono, contenti loro. Vedo Puppy, lui non vede me.

Con mio sommo dispiacere mi accorgo che Katy non è con loro.

“Apri lo shampoo Puppy, apri lo shampoo”

Le grida del vocalist non le capisco, vale davvero la pena dire ad una persona per microfono che ha bisogno di lavarsi i capelli?

Alla fine riesco a vedere Katy. E’ al tavolo con un gruppo di ragazzi che avranno al massimo trent’anni. Sta bevendo da un flute e sembra ballare svogliatamente.

A turno i ragazzi le si avvicinano, lei scherza e parla con tutti ma poi torna a chiudersi in se stessa. La vedo perdere l’equilibrio per un attimo e cadere seduta sul divanetto. Ride da sola, probabilmente è un po’ brilla.

Abbandona il tavolo e si dirige verso il bagno, decido di affrontarla all’uscita.

Quando esce si avvicina al bar ed ordina qualcosa, mi metto accanto a lei.

“Ciao Donna Poncho” dico sorridendo.

Per un attimo sembra non riconoscermi, poi appoggia la mano sulla mia spalla e scoppia a ridere: “Sandro giusto? Alla fine sei venuto, bravo”.

E’ evidentemente ubriaca.

“Ti ho vista poco fa al tavolo con i tuoi amici, puoi rimanere a parlare o vai da loro?” domando.

Mi guarda perplessa. “Amici? Ma no, sono un tavolo che viene sempre qui il sabato, sono andata a fare immagine”.

Il mio sguardo smarrito la convince a proseguire.

“Io ci lavoro qui, faccio immagine. Mi pagano 150 euro per andare ai tavoli e parlare con gli sfigati”.

“Non capisco” le rispondo “come sarebbe che ti pagano per parlare?”

“Ma dove vivi?” ridacchia. “Funziona così: gruppi di amici sfigati prendono un tavolino, uno di loro è quello con il grano. Arrivano in disco, ordinano una bottiglia di qualcosa che costa loro 180 o 200 euro, non so. Lo fanno perché così hanno la scusa per invitare le ragazze. Solo che una come me non potrebbero abbordarla” ride ancora “quindi il boss del locale paga me e altre per andare al tavolo da quelli. Loro si sentono importanti e per impressionarci, comprano ancora da bere. Poi ci chiedono il numero di telefono convinti di averci conquistate, e noi o lo diamo finto, o non rispondiamo mai!”.

“Che razza di sfigati” dice e scoppia a ridere appoggiandosi ancora a me.

Si fa improvvisamente seria e mi fissa. “In teoria non dovrei parlare con te, mi rovini la piazza”.

Rimango in silenzio.

“Cioè, non ti offendere, ma io frequento un certo livello di gente, esco con imprenditori, non con mezze seghe. Se mi vedono con te, magari pensano che abbia bisogno e tirano sul prezzo”, sorride.

Continua a parlare. “Forse non te lo dovrei dire, ma tanto sono ubriaca. Sai con chi ho una storia?”

Si avvicina e mi sussurra nell’orecchio il nome di un noto calciatore.

“Lui è fidanzato, ma dice di essere pazzo di me”.

Mi guarda, sembra che si aspetti una qualche reazione che ovviamente non riceve da me.

“Io gli sfigati qui nemmeno li cago, senza offesa sai, però cerca di capire, nessuno di questi qui si può permettere una come me”.

“In che senso scusa?”

Ride ancora e mi fissa. “Lo hai capito benissimo in che senso dai, vuoi una cosa bella? La paghi. E’ così in tutto”.

Nella mia testa ora si affollano molti pensieri. La razionalità mi dice di credere a quanto lei ha appena confessato, anche se in fondo, c’è una piccola parte di me che spera di non aver capito bene, e di aver frainteso le parole di Katy.

Non sono certo se sia pena o disprezzo quello che provo, di certo mi ha tolto l’energia e il desiderio di continuare la conversazione.

“E dai, non fare quella faccia, non sono l’unica ti assicuro”.

Si avvicina a me, le nostre labbra si sfiorano, odora a prosecco di terza categoria rivenduto al prezzo di uno champagne.

“Ti piaccio vero? Tu li hai i soldi per permetterti una come me? Posso essere davvero brava”.

Per due secondi non dice nulla, sento il suo respiro su di me, poi mi spinge via e ridendo esclama: “no che non ce li hai i soldi, sei uno sfigato e pezzente come quelli!”.

“Katy amore, dove eri finita, ti stavamo aspettando per aprire una bozza di shampoo”.

Uno dei ragazzi del tavolino in cui prima la avevo notato si è avvicinato a noi. Mi guarda in cagnesco e afferra la giovane per il braccio.

Lei mi sorride e senza smettere di fissarmi si muove verso la pista.

Anche se non servirebbe alcuna conferma, mi avvicino rapidamente e colpisco il jeans Cavalli di Katy con il bastoncino.

La sabbia comincia a scendere, vedo una piccola ma continua cascata d’oro formarsi.

La afferro per l’altro braccio e la tiro a me.

Mi fissa spaventata.

“Non andare, non buttarti via”, è l’unica cosa che riesco a dirle.

Dopo il primo secondo di smarrimento lo sguardo di Katy si fa duro: “Ma chi credi di essere tu per dirmi cosa è giusto e cosa è sbagliato? Io sono bella, giovane e faccio il cazzo che voglio, ok? Scopo con chi mi pare e quando mi pare, e se ho voglia di una nuova Louis Vuitton me la compro domani, perché prendo più io in 1 ora che un pezzente come te in un mese. E adesso, paladino e salvatore delle giovani anime, allontanati da me, non farti più vedere. Se devi salvare qualcuno, guardati intorno..ce ne sono di anime in pericolo, più di quante tu possa immaginare.

Torna saltellando verso il tavolino, le porgono un bicchiere di shampoo, spero non sia tossico.

Fermo in mezzo alla discoteca mi guardo intorno…e mi accorgo per la prima volta di essere circondato da molte, troppe Donne Poncho.

Cap 38 – L’uomo rospo

Dopo quanto successo ieri, smetterò di seguire il rituale. Almeno per alcuni giorni, una settimana forse. Ho avuto delle allucinazioni, non mi era mai capitato prima. Ho visto il volto di una donna tramutarsi in cavallo, non credo si possa annoverare tra le esperienze “normali e rassicuranti”.

A causa mia ieri sera un uomo ha pianto; inginocchiato accanto ad una aguzzina, mi ha intimato di andarmene, dopo che ero quasi riuscito a liberarlo da quel demone. Non c’è alcun senso, non vedo logicità in quanto mi sta accadendo, so solo che per evitare guai, sarà meglio smettere per un po’ con queste cure per la MCI.

Non sono certo sia la cosa migliore, spero di non buttare nel cesso tutti i miglioramenti fino ad oggi ottenuti, se questo venerdì passerà senza grossi intoppi, magari riprenderò la cura domani.

Secondo quanto riportato nel foglio consegnatomi dal Fabiani, oggi avrei dovuto indossare un completo da ballerina, un tutù rosa nello specifico, e recarmi ai campi di rugby.

Titolo: “Affrontare gli orchi”.

Nel corso della giornata del venerdì il paziente, vestito di un semplice tutù rosa, dovrà recarsi presso i campi di allenamento della locale squadra di rugby. Una volta attirata l’attenzione del gruppo di atleti, il soggetto procederà a rubare l’altrui pallone di allenamento, per poi bucarlo in gesto di sfida. Una volta fatto questo, sarà compito del malato fuggire il più rapidamente possibile, e pregare di non essere mai afferrato.

Rituale studiato per permettere ai pazienti di sfidare le proprie paure più ancestrali senza timore delle possibili ripercussioni.

Decido di soprassedere, ho come l’impressione che essere pestato da un branco di orchi di venerdì sera, sia un programma cui posso fare a meno.

Questa sera ho voglia di banalità, né più né meno di ciò che fanno ragazzi della mia età. Lontano dai pericoli, alla sola ricerca di un momento di relax; credo di meritarmelo.

Esco di casa in boxer e maglietta, cammino velocemente verso l’appartamento di Stefan. Appoggio per alcuni secondi l’orecchio alla porta, quanto basta per percepire alcuni rumori provenire dall’interno.

Mi attacco al campanello e non lo lascio sino a quando percepisco distintamente un’imprecazione. Stefan apre la porta di scatto, si è vestito rapidamente e senza prestare troppa attenzione, a giudicare dalla maglietta indossata al contrario.

Il primo pensiero che mi viene alla mente è che se ci vedesse qualcuno così conciati potrebbe trarre delle conclusioni avventate, decido di evitare il commento e senza essere invitato, entro in casa.

Dall’ultima volta che sono stato qui, qualcosa è cambiato, mi guardo attorno con sospetto. Alle pareti Elisabetta continua a fare bella mostra di sé, da quando Stefan ha conosciuto la mia passione per la subrette, ne è diventato automaticamente un fan sfegatato.

Anche la disposizione dei mobili non è cambiata, l’appartamento è sostanzialmente uguale al mio, come metratura e come disegno, quella volta l’architetto non si deve essere sforzato molto.

Senza smettere di guardarmi intorno, vado al frigorifero e mi servo una birra, mi siedo sul divano e accendo la televisione. I genitori del ragazzo debbono essere abbastanza facoltosi, gli hanno comprato un plasma da 37 pollici in full HD che lui sfrutta al massimo con i miei DVD di Taylor Rain.

Stefan non ha detto nulla, i nostri rapporti sono da sempre così: io parlo, lui esegue.

Lascio passare cinque minuti prima di rivolgergli la parola. Non ha smesso di fissarmi ed è rimasto in piedi accanto a me…ammetto che la cosa comincia ad infastidirmi.

“Sarei un po’ occupato in questo momento” mi dice sommessamente non appena riesce ad incrociare il mio sguardo.

“Ne dubito” rispondo distratto.

“..la verità è che, non sono solo in questo momento”.

Con la bottiglia ancora a mezz’asta fisso con interesse il volto del ragazzo. Il suo sguardo imbarazzato mi comunica inevitabilmente che sta mentendo.

Sorrido e a gran voce grido: “E così mi stai dicendo che in camera tua c’è la zoccola di cui mi parlavi ieri!”.

Stefan strabuzza gli occhi, muove un passo verso di me, allunga una mano quasi a cercare di tapparmi la bocca, poi si porta entrambe le mani sui capelli e muovendole velocemente in circola, spettina ancor di più la sua folta capigliatura.

Mi ricorda Edward Mani di Forbice, bevo un sorso di birra e ridacchio godendomi lo spettacolo.

La scena da “miodioquantosonopreoccupato-maèunabugia” non accenna a fermarsi, tanto che, in gesto di sfida mi volto verso di lui.

Dei rumori provenienti dalla stanza da letto catturano la mia attenzione. Il fatto che dalla sua camera esca d’improvviso una ragazza, mi comunica che probabilmente, Stefan in effetti, fosse a letto con una ragazza. Lapalissiano.

Potrebbe sembrare anche carina, sfortunatamente cammina a testa bassa e si volta solo per mostrarci il dito medio. Una gran maleducata insomma, meglio perderla che trovarla.

Stefan non prova nemmeno a fermarla, si porta le mani al volto e rimane in quella posizione per almeno 10 secondi. Lentamente abbassa le braccia, i polpastrelli delle dita non scivolano sulla sua pelle. Il suo volto si deforma, mi ricorda l’urlo di Munch.

L’odore! Mi batto la mano sulla fronte! Ecco cos’era la novità che avevo percepito appena entrato. Avrei dovuto rendermene conto subito, la casa di Stefan non puzzava come sempre. Era profumo ciò che aveva catturato la mia attenzione, un profumo indiscutibilmente femminile.

“Una pazza, amico mio, meglio perderla che trovarla una così” esclamo, certo che la mia considerazione porterà giovamento al ragazzo.

Stefan non dice nulla e mi siede accanto, mi ruba dalle mani la bottiglia e ne beve un sorso.

Non appena me la porge nuovamente, la afferro e la scaglio con tutta la forza contro il muro. Si disintegra, i vetri si spargono in parte della sala, mentre un’enorme macchia ora lorda la parete.

“Sai che mi fa schifo bere dove un estraneo ha poggiato la bocca” gli dico; il ragazzo rimane in silenzio per un po’: “Avresti semplicemente potuto poggiarla a terra” risponde.

“Non ci avevo pensato”.

Rimaniamo in silenzio ancora qualche minuto, Stefan non accenna a muoversi, la luce che entra dalla finestra riflette sui vetri sparsi sul pavimento, il gioco di luci è affascinante ed alienante al tempo stesso, potrei rimanere così in eterno.

Stefan, ho deciso di mollare la cura”, riesco a dire dopo che con un immane sforzo, sono riuscito a destarmi da quello stato catatonico in cui ero piombato, “ieri sera sono successe delle cose molto strane, mi sono spaventato. L’unica cosa di cui ho bisogno adesso è di un po’ di sana e innocente banalità. Un venerdì tipico, uscire, fare le cose che normalmente voi umani siete soliti fare.

“Vuoi invitarmi ad una pizza, poi cinema e poi portarmi a letto?”.

Per quanto allettante, rifiuto cortesemente il piano proposto, ed esorto il ragazzo  a sforzarsi un po’ e propormi qualcosa di differente.

Lui volge lo sguardo verso la finestra, un condominio color verde è il massimo che si possa ottenere da queste parti alla voce “panorama “. Uno strano senso di angoscia mi assale, vedo decine di minuscole terrazze, tutte addobbate con vasi di gerani probabilmente di plastica, ove fanno bella mostra chiller arrugginiti e parabole satellitari. Penso alle famiglie che vivono in quegli appartamenti, alle sofferenze ed ai sacrifici che hanno dovuto affrontare per quelle piccole concessioni al consumismo moderno, deboli colpi di coda, per affermare se stessi nei confronti dei molti vicini, che non hanno nome né volto. Penso a quei genitori, che spinti dalle pressanti richieste di figli ancora immaturi, hanno accettato di spendere parte dei loro risparmi, per godere dell’effimera sensazione del sentirsi migliori per ciò che possiedi, e non per ciò che sei, per poi ritrovarsi senza rendertene conto, uguale agli altri, omologato nell’acquisto, in una uniformità di desideri e ambizioni che anche una parete di un edificio certifica inesorabilmente.

C’è un po’ di melanconia nei miei pensieri, ma non voglio che queste riflessioni mi facciano piombare in uno stato di apatia. Anche Stefan sembra strano, ho l’impressione che stia subendo la mia presenza, piuttosto che godendo della mia amabile persona.

“Stefan, dimmi che cosa c’è” lo esorto “sei strano. C’è qualcosa che non va?”.

Non ottengo risposta, ma riesco a leggere chiaramente i segnali non verbali che mi sta lanciando con il corpo.

“Dimmi che ti succede, non mi incazzo, giuro”.

Prende un respiro più profondo e mi fissa: “Io questa sera sono stato invitato ad un compleanno. Uno dei ragazzi che vengono in palestra con me ha riservato un tavolo in birreria. Non ci sarei andato, se non fosse che tra gli invitati c’è una tipa che mi piace. Ho accettato, ma…” si guarda intorno in evidente imbarazzo, “ho paura che se ti invito tu mi farai fare brutte figure con lei; quindi, se mi prometti che non dirai cose strane o racconterai aneddoti buffi su di me, possiamo andare insieme”.

“Lei si chiama Lia, studia veterinaria, è intelligente ed educata, mi piace”.

E come la mettiamo con Santa Maria Goretti che ci ha da poco salutati mostrandoci il dito medio?”.

“Ecco, appunto, non devi dire nulla. Quella che hai visto è una scema che ho conosciuto in un pub, però non mi interessa. Con Lia non c’è stato mai nulla, a mala pena ci salutiamo, questa sera però vorrei cercare di conoscerla, insomma hai capito”.

Accetto il tratto e dopo poco saluto e torno nel mio appartamento. L’idea di affrontare un venerdì sera banale ha paradossalmente un effetto euforizzante in me.

D’un tratto mi rendo conto di non avere praticamente nulla di pulito da mettermi, decido di meritarmi un piccolo regalo, e inforcata la Graziella Blu, mi dirigo in centro.

Ben presto mi rendo conto di non aver la benché minima idea di cosa indossa la gente il venerdì sera, penso nuovamente alla camicia del Fabiani e a quel suo dannato modo di vestirsi sempre in maniera impeccabile.

Un tale un giorno mi disse che di un uomo bisogna sempre osservare le scarpe e la camicia, decido si seguire il consiglio alla lettera.

Acquisto un paio di Prada nere e un gentile signore mi convince che la mia vita non sarebbe degna di nota senza una camicia Barba.

Evito accuratamente di sommare anche solo mentalmente il prezzo dei due capi, e estremamente orgoglioso, faccio ritorno a casa.

A dispetto del solito, dedico ben 15 minuti alla mia igiene personale, senza tralasciare alcun arto o sezione del mio corpo. Tempo addietro avevo dato inizio ad una buffa iniziativa. Stabilivo arbitrariamente quale parte del corpo non avrei lavato per una settimana intera.

A volte si trattava di un’ascella, a volte di una gamba, più spesso tendevo a boicottare l’intera sezione sinistra o destra del mio corpo, comprendente quindi mezzo volto, un braccio, una gamba e così via.

Ero affascinato dalla dicotomia amore/odio, ossia della possibilità di poter risultare nel medesimo tempo una persona a modo, profumata e gradevole per tutti coloro si fossero trovati alla mia destra, e un detestabile puzzone per gli sfortunati del lato sinistro.

Oggi no, il venerdì banale necessita una doccia banale. Davanti allo specchio, lavato, rasato, con una bella camicia e un elegante paio di scarpe, decido che tutto sommato, faccio anche la mia figura. Per migliorar, decido di indossare anche un paio di boxer e dei jeans.

Stefan bussa alla mia porta alle nove in punto, quando apro sembra non credere ai suoi occhi. Dice: “Sembri quasi…normale”.

“E’ la Barba”.

“Sicuramente, incolta come la tenevi sembravi un po’ un hippy“.

“No ebete, Barba è la marca della camicia, se mi vedi normale è perché mi sono vestito bene”.

Accenna un sorriso anche se non credo abbia capito perfettamente ciò che gli ho appena detto. Per l’appuntamento con Lia anche lui ha dato il meglio di sé: le scarpe sono nere, lucide da sembrare quasi di vernice, indossa dei jeans scuri con un evidente taglio sulla coscia. Se leggo bene l’etichetta credo si tratti di un paio di Diesel. La camicia mi lascia alquanto perplesso, stretta in vita all’inverosimile, si apre a livello del collo lasciando ben evidente una collana di spago con un piccolo pendaglio a forma di croce.

Non l’emblema dell’eleganza, rifletto, ma preferisco tacere, questa sera farò il bravo. Durante il viaggio in macchina Stefan mi racconta qualcosa di Lia, dice di averci parlato un po’ di volte solamente e sempre in occasioni molto neutre. Mi strappa un sorriso quando mi racconta di aver comprato il nuovo profumo Gucci solo perché, origliando una conversazione della ragazza, ha scoperto che è il suo favorito.

Arriviamo per ultimi nel locale, strategicamente non la cosa migliore dal momento che non ti permette di stringere tacite alleanze con altri componenti della tavolata. Vi sono due soli posti liberi, uno vicino a quella che intuisco essere Lia ed uno più spostato verso il capo tavola.

Stefan imbarazzato come poche altre volte mi è capitato di vedere prima, chiede tre volte il permesso prima di sedersi, io mi accomodo in fondo.

Non conosco alcuno dei presenti ma questo non bloccherà la mia idea di passare una fantasmagorica serata banale. Davanti a me è seduto un ragazzo che valuto possa avere la mia età. Mi sorride e tendendo la mano, si presenta come Paolo. Nei pochi minuti che seguono conosco Gianmaria, Riccardo e Matteo, ovvero il Gu, il Ric, e il Teo.

Comincio ad odiarli dal minuto successivo.

Dei tre detesto senza dubbio quello che ad occhi e croce sembra essere l’alfa dog, il capo indiscusso della combriccola: il Ric.

Forte di un tono di voce palesemente eccessivo se paragonato alla sua massa corporea, ed evidentemente su di giri a causa di una pinta di birra in più del dovuto, il ragazzo non perde occasione per far conoscere all’intero tavolo le sue opinioni su tutto lo scibile umano, oltre che massacrare gli astanti con battute dal dubbio gusto.

“Stefan” esordisce, “non ti avevo detto di evitare di portare i tuoi amici gay?”. la battuta, evidentemente indirizzata a me, in altri momenti avrebbe sicuramente fatto guadagnare al simpatico amico una sonora gomitata sul naso, ma oggi no, ho deciso di soprassedere e fingo quasi di essermi divertito.

Il Ric è un fiume in piena, ne ha per tutti: la ragazza dell’amico alla sua destra? Una puttana, lui l’ha scopata almeno 3 volte; la mamma dell’altro ragazzo? Dio ci liberi da tal genere di svergognata. Delle ragazze presenti non ce n’è una che si salvi, tutte sceme, utili solo per un’oretta di svago orizzontale.

Il Ric grida, sottolinea le sue battute a suon di bestemmie e gesti inequivocabili. Accanto a lui nessuno sembra dar peso a quanto sta avvenendo, comincio a dubitare della mia scelta, avrei fatto meglio a rimanere a casa.

“Che macchina hai?” domanda d’improvviso rivolgendomi per la prima volta la parola.

Una Citroen” rispondo sorridendo. Guarda il Teo per un secondo, poi grida: “Ma che cazzo hai da sorridere se guidi una Citroen”.

La gag deve essere già collaudata perché in un attimo gran parte della tavolata sta ridendo di me.

Volgo lo sguardo verso Stefan, sembra non essersi accorto di nulla, sta parlando con Lia e il baccano che li circonda non sembra disturbarli.

Faccio un attimo mente locale e ricordo a me stesso la parola data a Stefan, prima di volgere nuovamente lo sguardo verso il Ric respiro profondamente.

Mi volto, e succede nuovamente.

Per un secondo davanti ho un uomo, ma la sua testa è scomparsa, al suo posto vi è l’estremità di un rospo.

Lo shock è enorme, sento il cuore aumentare improvvisamente la frequenza di pulsazione e un cerchio invisibile si stringe attorno alla mia testa.

“Non te la prendere – bestemmia – ricordati che la cosa più importante del mondo non sono le macchine…ma è la figa!”.

La battuta provoca le reazioni scomposte di molti che si affannano a dargli il 5, io distolgo per un secondo lo sguardo dal ragazzo e incrocio gli occhi di Paolo. Mi fissa e accenna un rapido sorriso.

“Un rospo vero?”.

Il panico mi assale, non sono più sicuro di quanto ho visto e di quanto ho udito. Possibile che Paolo mi abbia appena descritto la mia allucinazione? Non sarà forse che gli ultimi strascichi di medicinale ancora in circolo nel mio organismo, mi stanno giocando un pessimo scherzo?

Le grida dei ragazzi si sono fatte assordanti, c’è chi discute del Grande Fratello, chi canta le lodi della propria vettura, chi mostra agli amici video imbecilli registrati sul telefonino.

In silenzio mi guardo attorno, come travolto da ondate di banale umanità.

Stefan e Lia sono sempre più vicini, e questa volta è lei a prendere la parola: “Oggi mi sono comprato l’ultimo libro di Eco” esclama sorridente.

La reazione non si fa attendere, e come sempre è il Ric a condurre le danze: “Ma che due palle che sei – bestemmia – ovvio che non trovi un uomo! Leggi di meno e dalla di più” continua “vedrai che saremo tutti più felici – bestemmia -“.

Ancora una volta le grida divertite della combriccola riescono a coprire la musica emessa dall’impianto di amplificazione del locale, peccato, rifletto, mi piaceva ascoltare i REM.

Pur conoscendo il rischio cui sto per correre, decido di osservare nuovamente il Ric. Mi volgo. Davanti a me c’è nuovamente un rospo: ha la voce del Ric, il corpo del ragazzo, e le stesse movenze, peccato sia verde e abbia due enormi occhi neri incastonati ai lati, come gemme preziose.

Mi sforzo di continuare ad osservare la scena, deciso a sconfiggere con la forza della mia ragionevolezza le allucinazioni, ed è in quel momento che Paolo parla ancora: “Che razza di rospo, vero?”.

Questa volta non ci sono dubbi, a parlare è stato lui e la parola rospo è stata scandita a dovere.

Mi sta sorridendo quando mi metto a fissarlo, si alza e si viene a sedere accanto a me.

“Non ti preoccupare” mi dice, “sono così ebbri e imbecilli che non capiranno una parola di quanto ci stiamo dicendo”.

“Lascia che parli prima io” mi dice “è meglio così”.

Annuisco con la testa, mi sembra di vivere in un sogno.

“Prima di tutto ti posso dire che anche io vedo in questo momento un rospo, e ti posso assicurare che non sono pazzo; di conseguenza tranquillizzati, nemmeno tu lo sei. A volte io vedo coccodrilli, altre maiali..”

Io ho visto una donna con la testa di cavallo” esclamo titubante.

Ride. “Sì ce l’ho. Alcune trasformazioni sono comuni a tutti, i rospi, i cavalli, i coccodrilli, altri demoni sono peculiari, cambiano da persona a persona”.

“Demoni?”

Paolo deve aver percepito il panico nella mia voce perché si affretta a tranquillizzarmi. “Non ti spaventare” mi dice “non stiamo parlando di Satana e Anticristo. Li chiamiamo demoni perché sono persone malvagie, esseri la cui stupidità è di danno non solo a loro stessi, ma anche agli altri. Ve ne sono ovunque, c’è il padre che suole picchiare il figlio, la madre che si dimentica di amare ed immerge la sua vita in un bicchiere di vodka, c’è il piccolo teppistello che adora molestare il ragazzo down che vive sotto casa, la ragazzina quindicenne che accetta di vendere se stessa e la sua dignità per una borsa di Prada, chi picchia gli animali, chi non rispetta gli anziani. Il mondo è pieno di questi esemplari; io, te e molti, altri abbiamo solo la capacità di riconoscerli più facilmente”.

“All’inizio non ci volevo credere, ero certo di essere pazzo” continua “poi ho incontrato una persona speciale che mi ha aperto gli occhi, e tutto è diventato più semplice e chiaro”.

“Sono sconvolto” gli dico.

“E ci mancherebbe” risponde ridendo.

“Perché?” è la prima domanda che mi viene alla mente, “e..cosa possiamo fare? Dobbiamo piantare loro un paletto di frassino nel cuore?”.

La risata fragorosa di Paolo si diffonde per tutta la sala, non molti sembrano farci attenzione: “Niente di tutto questo” risponde, “Dovrai solo imparare a conviverci, e ti assicuro che non sarà facile. Lascia che ti mostri una cosa”.

Afferra il paletto in legno del mio spiedino dal piatto e me lo mostra: “Non tutti i demoni si visualizzano come l’ebete qui accanto, però tutti reagisco allo stesso modo, osserva”.

Senza dare nell’occhi avvicina il paletto alla gamba del Ric, è sufficiente un piccolo tocco e come per magia una sottile cascata di sabbia comincia a fluire dai corpo del ragazzo.

Sono senza fiato, quanto ho appena visto è talmente incredibile che stento io stesso a crederlo.

“Fico no?” dice ridendo ” porta sempre con te qualcosa di appuntito, ti servirà, soprattutto le prime volte”.

“Ma se si trasformano in sabbia, potremmo eliminarli facilmente!” esclamo di colpo.

“Non dobbiamo né possiamo eliminarli” dice “i soliti neofiti irruenti!”.

Ride di gusto alla sua battuta.

“Divertiamoci un po’” mi dice.

“Ric, sei stato in palestra oggi?”.

Il Ric volge lo sguardo verso di noi: “Ovvio – bestemmia – pettorali e spalle”.

“Sei così grosso che sembri un rospo” risponde Paolo.

Quasi scoppio a ridere mentre il Ric sorride a malapena, indeciso se quanto appena udito sia un complimento o meno.

Il Ric, innervosito dai nostri sguardi, estrae una sigaretta dal pacchetto e accenna ad alzarsi, evidentemente vuole andare a fumare.

“Non dovresti” dice Paolo, “poi scoppi” continuo io.

“Che cazzo dite voi due sciroccati?”.

“Se cominci a fumare, poi non riesci a sputarlo fuori, ti gonfi sempre di più sino ad esplodere” gli spiego con tono accondiscendente.

“Poi sai che casino…tutti pezzetti verdi sui muri” continua Paolo.

“Era un gioco molto crudele che facevano i ragazzini scemi alle elementari, fortuna che non ti hanno mai beccato, non saresti qui” concludo.

“Ma che cazzo dite?” risponde il ragazzo ora rosso in viso “i rospi scoppiano con le sigarette, lo facevo sempre, troppo forte. Ma che cazzo c’entra con me? Non sono un rospo, sono un umano, vedete?” con gesti plateali ci fa passare davanti agli occhi le mani prima, e poi gli avambracci.

“Cra cra” rispondo io, “Cra” mi fa eco Paolo.

Il Ric reagisce nell’unico modo a lui consono: “Stefan – bestemmia – smetti di provarci con Lia che tanto non te la dà, che razza di imbecille di amico hai? Questo sua madre lo ha partorito per il buco sbagliato quella volta”.

In un decimo di secondo decido che:

  • il Ric è un demone,
  • sono stanco di farmi offendere da un deficiente,
  • Stefan e Lia meritano rispetto,
  • Bianca merita rispetto,
  • i demoni, nonostante quello che dice Paolo, si possono sconfiggere.

Afferro il legnetto e con tutta la forza che ho lo pianto nella mano del ragazzo, momentaneamente appoggiata davanti a me.

Quello che segue è presto detto: invece che sabbia vedo sgorgare un bel po’ di sangue, il Ric comincia a bestemmiare e subito dopo mi sferra un pugno che fortunatamente mi manca. Mani sconosciute mi afferrano e accompagnano fuori dal locale.

Vedo gente alzarsi, alcuni strillano, altri inveiscono contro me e tutte le divinità a loro conosciute.

Le braccia possenti mi trascinano fuori, il mio primo pensiero è per il cielo, non c’è una nuvola, davvero affascinante come spettacolo.

“Te lo avevo detto, non si uccidono, bisogna imparare a conviverci”.

Paolo. È stato lui a proteggermi ed accompagnarmi fuori. Mi volto verso di lui e lo ringrazio.

Dentro al locale vedo ancora il Ric intento a tamponarsi la ferita con della carta, osservo Stefan mentre saluta e annota nel telefonino il numero di Lia, bel colpo.

Esce anche lui all’aria aperta, il suo sorriso è inequivocabile.

“Come è andata” ci domanda.

“Bene” risponde Paolo.

“Molti rospi” rispondo io ridendo.

Stefan mi guarda dubbioso, gli batto la mano sulla spalla facendogli cenno che è ora di andare.

Saluto Paolo e l’unica cosa che riesco a dirgli è nuovamente, grazie.

Cap 37 – La trasformazione

Assisto alla prima trasformazione alle 10.32 di un giovedì mattina. Dall’ultima volta che ho controllato l’ora sono passati solamente alcuni minuti. Tra tutti i rituali che il dottore mi ha intimato di seguire, questo è quello che mi imbarazza maggiormente.

Sarà perché sono vestito da pagliaccio, sarà perché ho l’ordine di rimanere in silenzio nel bel mezzo della piazza in cui si sta svolgendo il mercato cittadino, fatto sta che gli occhi puntati su di me sono piccole saette color viola che sfregiano il mio corpo come lame affilate.

Inizialmente le persone hanno riso di me, a molti sono probabilmente sembrato una buffa ed innocua intromissione alla loro routine, fatta di acquisti e parole banali lasciate raminghe a disperdersi nell’aria.

Bambini vocianti, sporchi di gelato al cioccolato, mi hanno sorriso, e con forza hanno strattonato le gonne delle loro madri nella speranza di poter avvicinare l’oggetto delle loro fanciullesche fantasie.

Da me hanno ricevuto solo il gelo, il silenzio di una statua, che fissando il nulla, vive l’infinito dei suoi giorni.

Ben presto la mia presenza silenziosa ha cominciato ad infastidire, la tensione è cresciuta, i sorrisi si sono tramutati prima in stupore, poi gradualmente gli sguardi hanno cominciato a trasmettermi livore, una sorda ostilità verso qualcuno di diverso, che agli occhi della massa è apparso strano, inquietante, forse pericoloso.

Prima uno sguardo, poi un gesto di sufficienza, ai quali sono seguite piccole frasi bisbigliate, infine offese sempre meno celate, e al culmine, minacce.

La gente disprezza ciò che non riesce o vuole comprendere, la diversità di un atteggiamento è già la prova sufficiente che discrimina il bene dal male, il giusto da ciò che è sbagliato, in una folle visione manichea del mondo dove le sfumature non hanno possibilità di vita, sono fiori che si affacciano spaventati nel deserto, e muoiono senza aver avuto, nemmeno per un secondo, la possibilità di essere colti e donati ad una donna amata.

C’è stato chi si è avvicinato, e con fare quasi paternalistico, ha cercato di spiegarmi che per essere un pagliaccio credibile, avrei dovuto sorridere, e far divertire le persone.

Presentandomi in quelle vesti avevo ai loro occhi assunto l’obbligo morale di confermare con i gesti, e le parole, il mio ruolo di buffone. Non altro comportamento era tollerato, pena la perdita della tranquilla navigazione nello sconfinato oceano delle vite banali, e la mia conseguente cacciata da una piazza che, pur appartenendo a tutti, sarebbe divenuta della sola maggioranza.

La società non può accettare che un pagliaccio rimanga in silenzio, il contrasto è troppo forte per non scatenare reazioni a tratti esagerate, come quelle cui sono sottoposto da alcune ore.

Rifletto. Concentrato sul mio silenzio lascio che i pensieri liberi di percorrere praterie immense fatte di associazione che dal nulla si creano, e in un attimo svaniscono.

Episodi, momenti, atomi della mia vita che scie luminose uniscono come fossero stelle di una costellazione ancora sconosciuta. Il passato con il presente, ambiti di vita all’apparenza lontani che adesso uniti, assumono forme tridimensionali, ove all’interno i significati della mia esistenza prendono i colori della ragionevolezza e della luce.

Sarà questa la luce di cui il dottore mi parlava? Fare luce sulla propria esistenza, assaporare nuove prospettive significa forse semplicemente rileggere i passi già compiuti con degli occhi nuovi?

“Sai cosa sei? Un enorme pezzo di merda!”.

Le parole hanno in me l’effetto di un secchio d’acqua fredda scaraventato d’improvviso sull’indifeso dormiente.

La donna che ho davanti avrà circa 60 anni, decisamente sovrappeso. La prima cosa che noto sono i suoi orecchini, potrebbe portarci in giro un pappagallino. Evito il commento.

I suoi occhi mi colpiscono, vi leggo dell’odio, per un attimo ho la netta sensazione che sia in procinto di colpirmi, per mia fortuna questo non succede.

A differenza di tutti coloro che fino a questo momento, armati di coraggio, si sono avvicinati a manifestare il loro disgusto nei miei confronti, questa signora non accenna ad andarsene.

Veste in modo troppo appariscente, se Bianca si azzardasse un giorno a comprarsi una maglia così scollata, probabilmente Ioli cambierebbe la serratura di casa.

Incrocia le braccia, la posizione accentua ancor di più l’enorme seno. Dalla rapida valutazione che riesco ad eseguire lanciando un furtivo sguardo verso di lei, deduco che peserà almeno 1300 kg, etto più, quintale meno.

La posizione che assume è davvero bellicosa e il trucco esagerato che la fa sembrare molto simile ad un maori, sicuramente non aiuta.

Le collane d’oro sono una palese ostentazione di ricchezza che fanno a pugni con la totale mancanza di raffinatezza e savoir faire.

Dietro di lei scorgo un uomo minuto, deduco sia il compagno dal momento che non si allontana per tutto il tempo in cui lei rimane a sfidarmi.

Sta sorreggendo a fatica le borse della spesa, se ho visto bene, prima della scenata contro di me, l’allegra coppietta ha fatto visita al panificio, ad una profumeria, a Benetton, e ad una pasticceria.

“Pensi che abbia paura di un tipo come te, pagliaccio dei miei stivali?. Perché non fai un favore al mondo e torni a casa tua? Qui dai fastidio, lo capisci?”.

Il tono sostenuto della signora ha incuriosito molti passanti che ora si sono fermati e guardano in silenzio la scena. Quello che io credo sia il marito si avvicina alla donna e le sussurra qualcosa in un orecchio.

“No che non mi calmo, a me non importa nulla della gente che ci osserva, mi preoccupo di più di questo barbone che invece di andare a lavorare, rimane qui a rubare i nostri soldi e spaventare i nostri figli”.

Mi trattengo dal desiderio di far notare alla signora come tra lei e il suo compagno, probabilmente l’unico a lavorare sia lui e che, soprattutto, difficilmente potrei rubare dei soldi rimanendo immobile come una statua e con una strana pillola in bocca.

Il mio silenzio sembra esasperare la donna che solleva la borsa e minacciosamente si avvicina.

Mi salvo solamente perché nuovamente il marito interviene e afferratala per un braccio, la allontana da me. Vedo i due parlottare per qualche minuto, non riesco a cogliere tutto lo scambio ma mi sembra evidente che le parole dell’uomo non sortiscono l’effetto sperato.

“Il problema non sono io” grida ad un certo punto la pazza. Il viso è paonazzo e non fatico a notare una vena che si è ingrossata all’altezza della tempia destra.

“Il problema sono quelli come questo sfaccendato qui!” grida volgendomi lo sguardo. “Questi qui vengono in Italia solo a rompere le scatole, bevono, fanno casino, non pagano le tasse, però poi se una cittadina come me gli spacca la testa, vanno in ospedale e il servizio medico copre tutto!”

“Ma vi pare possibile? Nemmeno mi risponde, sicuramente sarà uno di quei Crudi o Arabi”.

“Curdi, si dice Curdi, non crudi” la corregge l’uomo.

“A me non interessa nulla, sono sempre la stessa cosa”.

Osservo la folla che assiste, l’impressione che ne traggo non è certo benevola.  Le parole della donna sono spesso accolte da cenni di assenso e più di qualcuno la esorta al più presto a passare alle vie di fatto.

Non si alza nessuna voce discordante dal coro, gli incresciosi deliri della donna vengono sottolineati dalle risatine divertite di giovani e meno giovani.

Gli unici che non si divertono sono i bambini, involontari spettatori di un triste spettacolo fatto di banalità e semplificazioni. Immobilizzati dalla tenace stretta dei propri genitori, assistono impotenti al teatrino dell’uomo vile, che fiuta la preda tra i più deboli, e gode senza proferir parola innanzi anche ai più biechi tra i comportamenti.

La donna non accenna a mollare la presa, è il capocomico di questo grottesco circo. Ora si sbraccia, ora sbraita. Nel suo mirino non vi sono più solo io, vi è tutto il popolo dei diversi, degli emarginati, di coloro che non si sono assuefatti alla società, ma continuano a viverla da uomini indipendenti e dotati di arbitrio.

“Non sai parlare la nostra lingua? Ma allora torna a casa tua! Sei qui, vuoi fare il pagliaccio, ma non fai ridere, non sai nemmeno parlare! Vai a casa tua, qui non ti vogliamo, e portati via le tue due mogli e 300 bambini, chissà che i nostri figli possano respirare aria salubre in classe”.

Termina la frase volgendo lo sguardo alla folla, e un fragoroso applauso le conferma di aver anche questa volta fatto centro. E’ nel momento stesso in cui si gira che vedo il suo volto deformarsi.

Per un secondo che sembra durare un’eternità, davanti a me non ho più una donna dallo sguardo d’odio, ma un essere con la testa di cavallo.

L’allucinazione mi fa sobbalzare, cosa che non passa inosservata ai più. Chiudo gli occhi e quando li riapro ho nuovamente davanti a me le poco amabili fattezze della signora.

Sebbene non mi possa dire felice, accolgo la ritrovata visione con un sospiro di sollievo. I miei occhi incrociano quelli dell’uomo che silente si è ritirato un po’ in disparte, il suo è lo sguardo di un uomo rassegnato, che ha accettato di subire la prepotenza e che in silenzio accetta la vergogna, e lo smacco dell’ignoranza altrui.

“Tu tornare a casa tua, capito? Casa tua, qui Italia casa di italiani”.

Poi succede ancora. La voce della donna si deforma e contemporaneamente le sue fattezze tornano quelle di un cavallo, il muso allungato, la criniera, gli occhi neri di un essere malvagio.

Un gigantesco cavallo mi sta alitando addosso le sue ipocrite filippiche, e il suo sordido razzismo da strada. Il tiepido olezzo dell’alito dell’animale mi nausea, schizzi di saliva proiettati da una bocca schiumante di rabbia, lordano il mio volto. Capisco che non potrò controllarmi più a lungo quando oramai è troppo tardi.

Ho la netta sensazione che il tempo rallenti per permettermi di vivere appieno quanto sta succedendo. Vedo il getto di vomito volare in slow motion verso l’essere. Nei pochi attimi che precedono l’impatto non vi è più traccia dell’animale. Davanti a me vi è nuovamente la malvagia signora, talmente sorpresa da quanto sta avvenendo, da non avere nemmeno la forza di accennare una reazione. Il getto la colpisce in mezzo ai seni.

Rimaniamo entrambi a bocca aperta mentre le grida di divertimento e di disgusto provenienti dalle persone raccolte vicino a noi, si confondono.

Mi porto la mano alla bocca, “Pardon”, le dico in perfetto inglese.

Credo che quella che segue si possa definire una crisi isterica. La donna viene prima di tutto scossa da tremendi conati, poi inizia a gridare, cerca di togliere il vomito dalla maglia, ma l’unico risultato che ottiene è quello di spalmarlo ancora di più. Appena si rende conto della cosa comincia a saltellare e girare su se stessa, sembra una trottola. Il suo viso è un’unica smorfia di disgusto, emette dei suoni gutturali che mi fanno credere che a breve stramazzerà al suolo con un principio di infarto.

Le persone intorno a noi cominciano ad andarsene, non vi è più nulla da vedere. Vedo il marito avvicinare la moglie e allontanarsi a passi rapidi dalla piazza.

Decido di seguirli, l’immagine del cavallo mi ha turbato, voglio parlare al più presto all’uomo.

Non è difficile seguire la coppia: la mole della donna e le poco celate chiazze di vomito stampate sulla maglia, fanno sì che la folla si apra come il Mar Rosso al passaggio di Mosè.

Mi mantengo ad una distanza di sicurezza anche se il mio costume da pagliaccio non aiuta la mia mimetizzazione.

Si fermano in una piazzola poco distante, la donna si accomoda sui gradini di una chiesa mentre l’uomo si muove verso una bancarella di frutta e verdura. Capisco che si tratta della mia occasione e decido di affrontarlo.

“Compra le carote per il cavallo?”.

La mia domanda lo coglie impreparato tanto che istintivamente arretra di un passo. Non mi risponde, sembra che non abbia mai visto un pagliaccio parlare.

“Le ho chiesto, se è qui per comprare le carote al cavallo”.

Ancora una volta l’uomo non risponde, non smette di fissarmi.

La situazione mi spazientisce, e il rischio di trovarmi nuovamente addosso quella strana donna mi spinge ad accelerare i tempi.

“La signora di prima, quella con il vomito, in realtà credo sia un cavallo gigantesco. Mi piacerebbe sapere come lei possa continuare a condividere la sua vita con quell’essere”

La mia frase sembra risvegliarlo da un profondo sogno, apre la bocca come se volesse dire qualcosa ma si trattiene.

“E’ mia moglie, non è un cavallo” dice dopo alcuni secondi di riflessione.

La sua semplicità è fin commovente, sembra non voler accettare una verità che è sotto gli occhi di tutti.

“A parte il fatto che ho visto perfettamente il volto dell’animale poco fa, lei evidentemente si è fermato a comprare delle carote e guarda caso, ai cavalli piacciono le carote”.

“Anche ai conigli piacciono le carote” mi risponde “potrei semplicemente avere un coniglio in casa”.

Valuto per un istante la risposta dell’uomo: una difesa evidentemente scriteriata e eccessiva, frutto probabilmente di una coscienza sporca, che cerca con la bugia di negare una inconfutabile evidenza.

“Cerchiamo di non sviare l’attenzione dal problema principale, ho chiaramente assistito alla trasformazione della sua signora poco fa. Sono certo si trattasse di un cavallo per due semplici motivi: riesco a distinguere un cavallo da un coniglio, e secondo, io detesto i cavalli e non i conigli”.

“In realtà più dei cavalli, io odio i Bamby, ma in questo caso sono certo che sua moglie non appartenga a questa immonda razza”.

Cercando ancora una volta di allontanarsi da me, l’uomo appoggia male il piede destro e cade rovinosamente sull’asfalto. Si alza prima che io riesca ad aiutarlo.

“Ci pensi bene, non le sembra contro natura frequentare una bestia di siffatta proporzione? Il cavallo è una bestia malvagia, mangia le carote ma non si abbronza, morde, perde appositamente le gare per rovinare le persone, e per causa di un cavallo Candy Candy ha visto morire il suo amato Anthony. Lei mi sembra una persona seria e buona…non dovrebbe accettare supinamente questa situazione, ma non si preoccupi, io la salverò”.

All’udire tali parole l’uomo fugge a gambe levate, lo vedo parlottare con la moglie e poi incamminarsi verso la fermata del bus.

Non mi risulta troppo difficile seguirli, i due salgono nel numero 9 e si piazzano nei posti vicini all’autista.

Scendono mestamente in una zona che si potrebbe definire popolare. Le case, una volta fiore all’occhiello del comune, sono state lasciate sole a combattere l’impari lotta contro il tempo.

Un piccolo bastardino non smette di abbaiare.

Rimango ad una distanza di sicurezza fino a scoprire con esattezza l’ubicazione della loro dimora. Evidentemente debbono essere tra i facoltosi della zona perché la casa, distribuita su due piani, è circondata da uno splendido giardino. Il cancello è aperto, ne approfitto per entrare a dare un’occhiata. Cammino indisturbato per una decina di metri, scorgo quella che ritengo essere una piscina sul retro dell’edificio.

Faccio ritorno a casa, mangio velocemente alcuni rimasugli di formaggio, e mi preparo alla grande notte. Ho deciso che aiuterò l’uomo, quel povero signore vittima di un maleficio ha solo bisogno di qualcuno che gli faccia aprire gli occhi.

Nel mio zaino faccio entrare una Umarex 92 FS XX Treme a carica elettrica, tra le più micidiali delle mie pistole ad aria compressa.

Raggiungo il quartiere verso le 21. Il cielo è stellato, e il frinire dei grilli accompagna i miei passi fino alla casa dei coniugi. Dalla strada si odono delle voci, forse sono dei nitriti. La serata è fresca ma questo non ha impedito alla coppia di cenare all’aperto. Hanno allestito un piccolo tavolino davanti alla porta del garage, dalla strada è già possibile osservare le loro mosse con chiarezza.

Entro dal cancello e mi nascondo dietro il tronco di un albero. Distinguo chiaramente la voce dell’uomo, il tono sembra sommesso, è probabile che stia cercando di scusarsi. Deduco stia parlando con quello strano essere con cui si accompagnava in giornata, controllo la carica della pistola.

La petulante donna sta rimproverando qualcosa al marito, è la goccia che fa traboccare il vaso.

E’ sufficiente spostarmi lateralmente di solo 50 centimetri per avere una visuale di tiro perfetta. Prendo la mira. Con il primo colpo mando in frantumi un bicchiere della tavola. Dopo alcuni secondi di smarrimento le voci si fanno più forti e nitide. Non aspetto, sparo nuovamente.

Sento un urlo. Continuo a sparare nella stessa direzione, ad ogni colpo un urlo nuovo. “Strano modo di lamentarsi ha questo cavallo” penso, poi riconosco la voce dell’uomo gridare: “Basta, basta per pietà”.

Decido di smettere e andare a controllare il lavoro svolto. Mi avvicino e saluto l’uomo. E’ accovacciato a terra e si sta riparando con una delle sedie in plastica. Sta tremando, immagino sia gratitudine.

Poco distante l’essere demoniaco si sta massaggiando una gamba. Nel tentativo di ripararsi ha fatto cadere la tavola con tutte le vettovaglie. Mi fissa con orrore, probabilmente non riesce a riconoscermi. Anche lei trema, una reazione che non mi sarei aspettato da un demonio come lei.

Volgo lo sguardo all’uomo e lo aiuto a mettersi in piedi.

Piange.

“Non pianga” gli dico “lo ho fatto con piacere”.

“Perché?” mi domanda.

“Odio i cavalli” gli rispondo.

“Qui non c’è alcun cavallo” mi risponde “è mia moglie” grida lui. Corre verso la donna, le accarezza i capelli e la bacia con dolcezza. Le sussurra qualcosa all’orecchio, lei singhiozzando si stringe a lui.

Si volge verso di me: “Vattene, pazzoide, o io chiamo la polizia”.

Lo sfogo dell’uomo mi lascia interdetto, ho come l’impressione che il mio aiuto non sia stato compreso. Dove ho sbagliato? Ho individuato un essere malvagio, mi sono battuto affinché una buona persona potesse sconfiggerlo, mi sono dato da fare, e il ringraziamento? Lei che piange, lui che la consola, entrambi che vogliono denunciarmi.

C’è qualcosa in tutto questo che non capisco, perché le persone non dovrebbero accettare il mio aiuto?

Cap 35 – Vicini di casa

Miei adorati vicini (a pensarci bene non è che vi adori, però mi sembrava un modo carino di coinvolgervi emotivamente già da subito), è con estrema tristezza che vi annuncio che a partire dalle ore 6 pm di giovedì 11 c.m. io non sarò più tra di voi, avendo infine deciso di passare a miglior vita. Quale occasione migliore per un’ultima bevuta e quattro chiacchiere tra di noi? Vi aspetto tutti questa sera alle ore 20 nel mio appartamento.

RSVP

Invio la mail alle 14.03 e alle 14.08 sento bussare alla porta. Dalla forza immagino si tratti di Stefan, decido di non aprire immediatamente, voglio che l’attesa renda l’incontro ancor più drammatico.

Dopo la seduta del lunedì ho passato lunghi momenti di pura apatia e sconforto. In poco tempo i miei pensieri hanno assunto il colore nero dell’odio, e mi sono ritrovato a maledire il giorno in cui ho conosciuto il Fabiani.

Non ho avuto il coraggio di sospendere la cura, sarà forse per quell’esigua rimanenza di amor proprio che ancora alberga in me. Pur senza molta voglia, ho affrontato le prove elencate nel foglio consegnatomi.

Ho camminato a quattro zampe per quasi due ore nel tentativo di recuperare il mio “rapporto con la flora e la fauna del mondo che mi circonda” (avrei sicuramente preferito mangiarmi un bel filetto a tal proposito) e ho sistematicamente aperto la porta nudo a tutti i poveri fattorini che hanno avuto la sfortuna di dover consegnare le 10 pizze che ho ordinato, seguendo i dettami del mio “amato dottore”. Ammetto che dopo un po’ uno ci fa anche l’abitudine e non si rende conto di essere nudo, sino a quando non nota lo sguardo disperato e, debbo dire, a tratti inorridito di chi si ha davanti.

“…così da creare una connessione perfetta tra lei e il suo corpo“. Non so se realmente questa connessione si sia creata, sicuramente ho rotto definitivamente quella che esisteva tra me e le pizzerie della zona.

Stefan continua a battere come un forsennato alla mia porta, comincia ad innervosirmi.

Per rendere ancor più drammatica la situazione decido di alzare il volume dello stereo quasi al massimo, le imponenti note del requiem di Mozart si diffondono nella stanza.

A dirla tutta, non ho alcuna intenzione di suicidarmi, avevo solo bisogno di vedere qualcuno, di scambiare con qualche amico delle riflessioni, di confrontarmi. Ho ritenuto che la mail potesse essere il modo migliore per assicurarmi la presenza di tutti.

Ho esteso l’invito a coloro che nel bene e nel male mi sono stati vicini in questi mesi: Stefan, Flavia, il mio amico nanetto e quel genio del Ruberti.

Considerando il fatto che soprattutto quest’ultimo ha continuato nel tempo ad evitare di confrontarsi con il mio amore, ho ritenuto che “un ultimo saluto” avrebbe potuto alla fine smuoverlo da quel suo ostile antro di intelligenza e solitudine.

Per l’occasione ho anche ordinato casa: i gatti di polvere sono scientificamente finiti sotto il mio letto, Elisabetta è tornata a abbellire la parete del mio salotto, i piatti sono stati lavati con una dovizia quasi maniacale.

In uno slancio di inaudita bontà ho anche rotto il rituale del lunedì single (Stefan ha inaspettatamente saltato gli ultimi due appuntamenti) e mi sono recato da Simona per acquistare un pacchetto di patatine, delle olive e alcune bottiglie di vino.

Da dove nasce tanta gentilezza e spirito di ospitalità? Da una necessità. Lo spirito di sopravvivenza può spingere le persone a compiere gesti aberranti: cannibalismo, tradimenti, voti a Berlusconi; il mio caso non è dissimile, ho di fatto dimenticato le mie note caratteristiche di asociale bastardo perché per la prima volta in vita, ho sentito la necessità di un confronto, di calore umano, ma più di qualsiasi altra cosa, di una valvola di sfogo.

Sento rabbia per il Fabiani che con le sue edulcorate riflessioni ha abbattuto le certezze su cui si basava la mia esistenza, e di riflesso odio il mondo, perché da oggi sono costretto a guardarlo con gli occhi tristi di chi è uno tra molti, e non uno differente e migliore dei più.

Volevo cambiare, questo è certo, ma sicuramente non volevo ritrovarmi a non sapere più nemmeno come mi chiamo, perché le persone mi stanno vicine, cosa sono io per gli altri.

Un tempo la cosa non mi avrebbe importato, a settimane alterne sapevo perfettamente di essere o una sorta di semi dio sceso sulla terra per dominare il mondo, o un alieno dotato di poteri inimmaginabili come “saper limonare senza lingua”, “vedere il futuro quando è già passato”, “impadronirsi della mente altrui e far dire loro cose che loro decidono di dire, indipendentemente dalla mio volere”. Tutte caratteristiche, e potenzialità sperimentate sul campo, in decine e decine di minuti di duro lavoro.

Poi sapevo di essere bello, più che bello dannatamente figo, uno di quelli che le donne le cambia con la stessa frequenza con cui cambia i boxer, una a settimana.

Dopo lunedì tutto questo si è frantumato come un cristallo, e mille frammenti luminescenti sono sparsi davanti a me, non ho la voglia e la forza di chinarmi a raccoglierli e cominciare una lenta e faticosa opera di ricostruzione, ma soprattutto adesso so che ciascuno di queste piccole schegge, ha la facoltà di lacerare la mia pelle e macchiarsi del rosso del mio sangue.

Davanti al proprio nulla, ai fallimenti, allo zero che siamo stati, ogni parola, riflessione, obiettivo, progetto rappresentano una lama incandescente che penetra nella nostra anima, e ci lascia squarci di profonda sofferenza.

Quando qualcosa ti ferisce, cerchi di ripartire dalle poche sicurezze che ti circondano, dai tuoi familiari, dai tuoi amici.

Abbasso la musica, il vociare fuori dalla mia porta si è fatto più intenso. Riconosco la voce di Flavia e lo squittire del mio amico nano.

Mi avvicino alla porta, sono quasi commosso che tutti si siano preoccupati per per me. Penso a quando ero bambino, alle ore passate davanti alla televisione guardando Goldrake.

Mi innamorai per la prima volta a quell’età di Venusia, nelle mie fantasie non vi era ancora il sesso, ma vi era una strana forma di dipendenza. Sognavo di essere ferito e di ricevere le cure e l’affetto dalla mia amata. Non vi erano baci, non vi era null’altro che comprensione, vicinanza calore, quello di cui sento ora la necessità.

Fuori dalla porta hanno capito che sono ancora vivo, ho abbassato il volume e sono certo che il genio del Ruberti abbia notato la cosa, e già istruito gli altri.

Il più scatenato sembra il nano, non smette di gridare, mi sembra di vederlo mentre si agita come una pallina davanti alla mia porta.

Sento bussare con insistenza, percepisco che l’origine del suono non si situi come normalmente accade, all’altezza dei miei occhi ma provenga da molto più in basso. Anche l’intensità del suono è differente, anche se non ne conosco la corretta spiegazione fisica, deduco che delle mani piccole producano un suono differente rispetto a delle mani di un adulto.

“Smettetela di prendere a calci la mia porta!”.

Per un attimo l’incessante borbottare proveniente dall’esterno si placa per poi ricominciare ancor più rumoroso di prima.

Le grida si confondono, il sovrapporsi di voci e rumori mi ricorda una composizione di cacofonia.

Il rumore proveniente dalla zona più bassa della porta è il più ostinato, ed è l’unico che anche dopo alcuni minuti continua a martoriare le mie orecchie.

Apro la porta di scatto e contemporaneamente esordisco dicendo: “Vi ho detto di smetterla di prendere a pedate la..”

Alla vista del nano con la mano ancora a mezz’aria pronto a colpire nuovamente il legno, continuo con la gag: “ahhh ma non erano calci..eri tu!!”

Dopo alcuni secondi tutti, eccetto il piccoletto che rimane basito e praticamente immobile, scoppiano a ridere. La risata è davvero liberatoria, lo leggo dai loro volti e dagli sguardi che si scambiano furtivamente.

Come già successo in passato, dimentico del suo carattere a dir poco infiammabile, perdo di vista per qualche secondo il mio piccolo amico il quale, realizzato per ultimo di essere al centro della ennesima burla da parte mia, non si preoccupa nemmeno di abbassare la mano e la scaglia con notevole forza direttamente tra le mie gambe.

Il dolore al basso ventre è micidiale e mi costringe al suolo in una posizione fetale. In mio soccorso intervengono i tre vicini meno bellicosi, e lentamente mi aiutano a rimettermi in piedi e recuperare il fiato troncato di netto dal dolore.

“Dovresti andarci piano con questi colpi” esclamo fissandolo. Il piccoletto non si scompone e con fare deciso entra nel mio appartamento. Lo seguiamo in silenzio, Stefan si preoccupa di chiudere la porta e si sistema alla destra di Flavia.

Sembra meno interessato al suo corpo nudo rispetto all’ultima volta che ci siamo visti, la cosa mi sorprende non poco.

“Alla fine siete venuti tutti” esclamo sfoggiando un sorriso che farebbe invidia a Moira Orfei, “che gentili, non era così importante”.

La mia falsa modestia non coglie nel segno e la risposta di Flavia mi fulmina: “Pezzo d’idiota, dopo quella mail era il minimo che potessimo fare”.

Non è una cosa piacevole sentirsi gli occhi di tre persone e mezzo che ti fissano tra l’interdetto e l’incazzato, ho bisogno di un diversivo per abbassare la tensione e l’occasione di avere tra di noi il signor Ruberti si presta alla perfezione al mio scopo.

Non credo conosciate il signor Ruberti del 3b” dico rivolgendo lo sguardo verso Flavia, “non ricordo nello specifico quale sia il suo lavoro, sicuramente però posso dirvi che è un maledettissimo ed estremamente figlio di puttana genio”.

A suggello di tale mia poetica affermazione passo la parola direttamente all’interessato affinché stupisca tutti con una delle sue mirabolanti riflessioni: “Glielo dimostri, dica qualcosa da genio”.

Colto di sorpresa il Ruberti arrossisce come un’educanda, indietreggia impercettibilmente e balbettando riesce solo a proferire un semplice: “Ma, ma io veramente.”

“Visto, che vi avevo detto? Lo interrompo. “E’ o non è il più stramaledettoecazzutissimo genio che abbiate mai conosciuto?”

Approfitto dell’attimo di perplessità causato dalle mia affermazioni per balzare in avanti e, afferrata la testa del malcapitato, stampargli un sonoro bacio sulla bocca.

“Sai che ti amo vero? Non mi sono dimenticato di te. In realtà a pensarci bene mi ero dimenticato di te, ma il fatto che tu sia qui oggi mi riempie d’orgoglio e felicità!”

Il genio mi spinge via con tutte le sue forze e comincia a pulirsi la bocca con le maniche della camicia. Mi guarda sconcertato, probabilmente teme un mio secondo attacco.

Ignoro l’impulso di gettarmi tra le sue braccia come farebbe un bimbo con i nonni che ha appena rivisto dopo un lungo periodo di assenza e, riacquistato il mio self control, racconto a Stefan, Flavia e al nano la storia del signor Ruberti. Tutti alla fine sembrano decisamente affascinati dalla nostra strana relazione.

Il Ruberti ascolta in silenzio e in più di un’occasione si trincea dietro un mutismo imbarazzato e commovente. A dispetto di tutto, rifletto, se non fosse per il viso davvero mostruoso ed un corpo sformato dalla pastasciutta e dall’età, sarebbe anche un bell’uomo.

Flavia tempesta l’uomo con mille domande ed io approfitto del mio momento di svago, per smettere i panni di splendido anfitrione, e studiare attentamente i miei ospiti.

Chi non ha bisogno di presentazioni è Stefan, seduto in silenzio sul mio divano ascolta con interesse le parole del genio. Con un taccuino in mano ed una matita tra le dita avrebbe tutto per sembrare un giornalista alle prese con un proprio informatore.

A dispetto del solito, oggi Stefan sembra appena uscito dalla doccia, si è sicuramente fatto la barba e profuma di pulito. Indossa una comunissima Polo bianca che cozza con il ricordo più vivido che ho di lui, “quasi frantumato da due grossi energumeni vestiti di nero”.

Il corpo nudo di Flavia oramai non mi fa più effetto, e a dire il vero anche gli altri maschietti invitati la trattano come se indossasse un tailleur grigio. Divertente, rifletto, come la conoscenza diretta con una persona possa farti dimenticare per incanto che vestiti stia indossando.

Decido di attirare l’attenzione di tutti i miei invitati rivolgendo loro la domanda più ovvia: “Scusatemi” dico interrompendo le loro dotte disquisizioni sul chi sia più intelligente tra il Trota Bossi o la crosta di formaggio grana spuntata per miracolo da sotto uno dei cuscini del mio divano, “sareste così gentili da spiegarmi perché siete arrivati tutti adesso, quando l’appuntamento era per le ore 20?”

Risponde Flavia per tutti: “Abbiamo letto la tua mail, credo di parlare a nome di tutti se ti dico che ci siamo preoccupati e senza nemmeno metterci d’accordo ci siamo precipitati alla tua porta”.

Un silenzio imbarazzato segue le parole della ragazza. Rifletto su da farsi e ritengo che in questo caso la mia sincerità sarà sicuramente apprezzata dal gruppo.

“Ah ma quella mail era una balla, non ho alcuna intenzione di suicidarmi. Cercavo un pretesto per convocarvi tutti, perché vorrei parlarvi di alcune cose, mi sembrava il metodo più rapido”.

L’esperienza insegna, e al primo fremito che percepisco sul volto del nano, mi alzo dal divano e mi riparo dietro una sedia strategicamente posizionata alla mia destra.

Il piccolo uomo, che senza pensarci un secondo si era alzato di scatto e gettato verso di me con l’intenzione di colpirmi nuovamente tra le gambe, sembra per un momento spiazzato dalla mia rapidità.

Cerca di colpirmi nonostante il mio riparo e i suoi pugni non si avvicinano nemmeno al mio basso ventre. Come in un vecchio gioco di bambini cominciamo a girare intorno alla sedia, quando si muove verso destra io faccio un passo a sinistra e viceversa.

C’è profondo odio nei suoi occhi, una rabbia tale che ancora il piccoletto non è riuscito a proferire parola. Schiumante di rabbia si blocca e mi fissa intensamente, i respiri si fanno sempre più affannosi, per un momento penso sia in procinto di avere un infarto.

Accumula aria nei polmoni che mi scarica di punto in bianco gridando: “figliODIPUTTANAAAAAAAA”.

Torna ad ansimare come un cane dopo una lunga corsa, non ha ancora esaurito la rabbia a quanto pare.

Mi ricorda uno di quei palloncini che si gonfiano soffiandoci dentro, cresce pian piano sino a giungere ad uno stadio prossimo all’esplosione. La meccanica del folletto è molto simile, inspira di continuo ma invece di esplodere mi scaglia addosso tutta la sua rabbia gridandomi i più turpi improperi da lui conosciuti.

Gli altri sono fermi, immobili come se un gigantesco ragno avesse iniettato loro il suo veleno paralizzante. Guardano la scena come davanti ad un grande schermo, mi aspetto che a momenti qualcuno dei tre estragga dal nulla dei pop corn ed inizi a s mangiucchiarne distrattamente.

“Ti rendi conto aberrante figlio di puttana che ci hai fatto spaventare? Tutti noi abbiamo sentito un tonfo al cuore quando abbiamo letto le tue parole, io per primo, lo ammetto, ho anche pianto”. “Poi quando sono venuto da te, e ho visto che c’era qualcuno che aveva avuto la mia stessa idea, ho pensato che forse qualcosa si potesse ancora fare, forse la nostra presenza avrebbe potuto farti desistere dal proseguire in quella tua stupida scelta. Poi scopro che era tutta una messa in scena, per essere sicuro di averci tutti qui…una delle tue innumerevoli cavolate che metti in atto senza pensare alle possibili implicazioni, senza guardare mai al di là del tuo enorme naso”.

Capisco di aver esagerato quando il Ruberti non risponde nemmeno con un piccolo sorriso ai bacetti che gli sto mandando. Il gelo che percepisco intorno mi mette a disagio, credo di dover loro delle scuse.

Mi siedo e con un sorriso di circostanza aspetto che tutti prendano posizione. Il nano fatica a montare sul divano, gentilmente Stefan lo aiuta.

Cerco di stemperare la tensione sottolineando la scena con una risata sguaiata, ma nessuno se la sente di condividere con me la goliardica esperienza.

Mi tranquillizzo e dopo aver velatamente chiesto scusa, faccio un brave riassunto di quanto mi sia capitato negli ultimi tempi, non faccio mistero di essere sotto cura sperimentale, aspetto che sembra accendere la curiosità di tutti i presenti.

Racconto del rituale, di come proprio durante una delle prove io abbia conosciuto Annalisa. A nessuno sfugge il fatto che le parole della ragazza, citate da me quasi a memoria, abbiano avuto un effetto devastante sulla mia autostima.

Il silenzio si fa cupo non appena termino di raccontare quanto successo l’ultimo lunedì, nello studio del Fabiani.

“In fin dei conti” concludo “voi siete miei amici, vorrei il vostro parere, vorrei capire anche grazie a voi, chi sono…perché ad oggi, sembra che tutti siano in grado di dirmi solo ed esclusivamente chi non sono, e cosa non sono in grado di fare”.

“Sei un gran cretino, questo credo di avertelo più volte detto”. Le parole del nano non mi sorprendono più di tanto, a lasciarmi senza possibilità di replica sono le parole che seguono. “Sei un cretino con qualità che sistematicamente ignora per dare spazio a idee balzane e false rappresentazioni di se stesso”.

Tutti riflettono in silenzio per alcuni secondi.

“A volte non sono certo tu riesca a leggermi nel pensiero” aggiunge Stefan, “visto che siamo in confidenza posso dirtelo, in più di un’occasione ti ho mandato a cagare, e tu non ti sei incazzato”.

“Forse non ero sintonizzato con la tua mente” replico debolmente, il primo a non credere a queste parole sono io.

“Non scherziamo” a parlare è Flavia ” nessuno di noi si è preparato prima questo incontro, ma l’impressione è che tutti noi siamo concordi nel dirti che…tu, ti stai sabotando. Hai delle qualità, indubbiamente ne hai, però passi il tuo tempo affrontando battaglie inutili, paventando super poteri che non hai, gettando tutto sommato del tempo in avventure prive di uno scopo, e di un senso”.

Non credo che quei poveri uomini capitati sotto le grinfie di Tomás de Torquemada tanti anni fa si siano sentiti tanto peggio di come sto io in questo momento. La domanda che pongo al gruppo è a tutti gli effetti un assist per ricevere la mazzata finale. “Nello specifico, a cosa vi state riferendo…vorrei qualche esempio”.

“Di esempi ce ne sono a milioni!” tuona Flavia, “dici ad esempio di poter spostare gli oggetti con la forza del pensiero, di poter leggere il futuro, una volta volevi fare il Papa, un’altra volta mi parlavi di giocare a basket..”

“…come giocatore di colore” specifica il nano.

“Lo ha raccontato anche a te?” domanda la ragazza stupita.

“Ovvio, usava la storia per irridermi” risponde l’altro in tono rassegnato.

Un silenzio imbarazzato scende nella sala, Stefan ha lo sguardo rivolto verso le sue scarpe e le braccia incrociate, una forte chiusura nei confronti miei o della situazione, direbbe qualcuno.

È proprio lui a prendere la parola: “A volte io non ti capisco, quando sembra che una cosa funzioni, ne cominci un’altra. Non hai pazienza, c’è sempre una eccessiva dose di ansia in quello che fai. Mi viene in mente tuo padre, mi hai raccontato del suo lavoro, e di come si relaziona con te. Invece di fare esperienza, di apprendere un mestiere e di correggere eventualmente quelli che sono gli errori di Ioli, tu ti incazzi, non vai al lavoro, ti inventi scuse”.

Sembra pesare bene le parole prima di sferrare l’ultimo affondo: “A volte con me sei un bastardo. Mi hai detto e fatto fare cose solo per il tuo divertimento, non certo per il mio bene”.

Il ragazzo ha la decenza di non raccontare agli altri a che episodi si stia riferendo, anche se la cosa mi provoca un moto di rabbia estremo, sento che non è andato tanto distante dalla verità.

“Un bastardo inconcludente” sentenzio alla fine io con finta ironia. Se cercavo sincerità, non posso negare di averla trovata, sfortunatamente le mazzate che mi sono arrivate, non avranno di certo la capacità di farmi affrontare serenamente il mio futuro.

“Tu hai un dono”.

La voce del Ruperti rompe il silenzio come uno sparo in piena notte. Gli occhi sono tutti puntati su di lui, fino a quel momento rimasto in silenzio.

“Tu sei dotato di una sensibilità che poche persone hanno”. La frase rimane in sospeso, come un soffione, impercettibilmente spinto da brezze primaverili.

“Insomma, guardati intorno. C’è un nano, una nudista, un ragazzo che si professa maestro di Okuto..e ci sono io”.

“Io non so cosa tu abbia visto in noi, ma ti assicuro che il 99% della popolazione mondiale ci definirebbe come freaks“.

“Tu invece ci hai accolti e accettati, con i tuoi limiti e le tue pazzie, ma ci hai sicuramente fatti sentire normali. A te non importa che Flavia sia nuda, perché quando le parli tu non guardi il suo corpo; con il nostro piccolo amico sei totalmente privo di riserbo e delicatezza, irridi la sua statura ma, in fin dei conti, sembra tu gli stia mostrando la sua normalità”.

“..conosco poco Stefan, però per il poco che ho poco che ho potuto intuire, lo hai aiutato ad uscire da uno stato di semi autismo..che alcuni si spingerebbero a definire follia; in lui hai visto qualcosa di speciale, e raccontandogli la sua storia, lo hai fatto rinascere”.

“In me hai visto un genio..non sono io la persona migliore per confermare o meno questa tua lettura, ma di certo hai colpito nel segno, perché sei riuscito ad evocare in me ricordi, aspirazioni, propositi che quando ero bambino mi motivavano a studiare ed impegnarmi, ma che poi le contingenze della vita mi hanno obbligato a lasciare”.

“Non sei speciale perché puoi volare o altre amenità del genere…sei speciale perché ci hai fatti sentire speciali”.

Quando Savicevic segnò al Barcellona in una indimenticabile finale di Coppa dei Campioni, ricordo di aver pianto. Fu tale la bellezza di quel gesto che le lacrime cominciarono a scendere e non ci fu alcuna possibilità di fermarne il flusso.

A distanza di anni le sensazioni sono le stesse, mi metto le mani davanti al viso e piango come un bambino.