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Cap 8 – Mariolino

Nonostante le mie perplessità in molti sostengono che io abbia sia una madre che un padre.

Mio papà si chiama Mariolino, per gli amici o Mario o Lino, per me semplicemente Ioli per quella forma di anticonformismo cronico che mi ha sempre caratterizzato, e che negli anni mi ha fatto schierare dalla parte degli Spandau Ballet quando tutti andavano con i Duran Duran, con Sabrina Salerno quando tutti amavano Samantha Fox, con La Toya Jackson quando tutti impazzivano per la sorella Michael.

Ioli è molto ricco, è il tipico uomo si è fatto con le proprie mani, considero l’abbondante peluria che ricopre il suo corpo, e gli occhiali da miope che indossa, come prove di quanto appena affermato.

Ha creato dal nulla un’azienda che produce pannelli per isolamento termico, sembra che il business funzioni perché negli anni, pur definendosi sempre più povero, ha potuto girare il mondo, comprare un appartamento a me, uno alla “mia sorella probabilmente adottata” e una casa per lui e mia madre nella ridente, prestigiosa e vippissima località di Jesolo.

Ioli professionalmente parlando è il tipico imprenditore di successo del Nord Est, mentre dal punto di vista affettivo è tipico imprenditore di successo del Nord Est.

E’ scientificamente programmato per 4 cose:

  • guadagnare su tutto;
  • monetizzare le mie esigenze e le mie richieste di affetto;
  • mettermi in imbarazzo;
  • ignorare le mie domande.

Ricordo che dopo l’arrivo di “mia sorella probabilmente adottata”, comparsa quando io avevo all’incirca 2 anni e consegnataci (secondo la mia attendibile ricostruzione) da un solerte fattorino come omaggio alle due confezioni di arachidi da 1 kg comprate da mamma, mio padre appese in alcune zone strategiche della casa, la “Tabella dell’affetto e delle mansioni”.

A detta di Ioli questo era il modo migliore per insegnarci il valore del denaro.

Si andava dalle 100 lire per 5 minuti di grattata di schiena, alle 250 per un abbraccio (dato o ricevuto), fino alle 5000 lire per chi si fosse arrampicato nel tetto e avesse sistemato il fastidioso disturbo che gli impediva di vedere Colpo Grosso in qualità accettabile.

Ho cercato in più di un’occasione di taroccare la tabella inserendo la voce “Gettarsi dalla finestra – 10000 lire” per eliminare alla fonte il problema di “mia sorella probabilmente adottata” ma mia madre, di cui per ora non confesserò il nome per una questione di privacy, me lo impedì.

L’altro aspetto di Ioli che negli anni non ho ancora imparato a tollerare, è la sua indubbia capacità di mettermi in imbarazzo. Per un evidente caso di sdoppiamento di personalità, mio padre è capace di interpretare il ruolo dell’imprenditore quando si trova solo con me e del padre fastidiosamente affettuoso in presenza di sconosciuti.

Così mentre siamo soli in ufficio suole darmi del lei, davanti ad estranei o nel corso di importanti riunioni a cui io vengo inspiegabilmente invitato, divento “Zucchero”, “Amore”, “Piccolo”, “Tesoro”.

“Tesoro, tu che ne pensi?”, “Piccolo credi che papà stia facendo bene?”, “Zucchero, tutto bene?, “Amore vorresti dire al signore quello che abbiamo deciso?”.

Gli occhi di tutti puntati su di me, specialmente quando si tratta di giovani stagiste potenzialmente attratte dal figlio belloccio e ribelle del boss, riescono ancora, a distanza di anni, a farmi sprofondare in uno stato pervasivo di vergogna e senso di nausea dal quale emergo, sfortunatamente male, con frasi impacciate tipo “Scusatemi”, “Scusatelo”, “Chiedo scusa”, retaggio di un’educazione in cui dell’affetto ci si deve vergognare e scusare.

Ogni domenica Ioli e mamma ci invitano a pranzo e sistematicamente mi convinco che sia arrivato il giorno in cui confesseranno a “mia sorella probabilmente adottata” che il vero padre, ipotizzo un brasiliano, è ricomparso per far ritorno con lei nella favelas di Rio da cui provengono.

Le mie speranze vengono sistematicamente disattese ma perlomeno mi viene offerta la possibilità di dialogare con mio padre di qualcosa che non sia lavoro.

“Fatico a spiegarmi alcune cose relative alla mia nascita” ho esordito la settimana scorsa tra un boccone e l’altro di fumante spezzatino.

Ioli non mi ha nemmeno degnato di uno sguardo preso com’era dal fenomenale servizio sulle “scimmie che dicono il loro nome a rutti” che il TG2 stava mandando in onda.

“Cerca di seguire il mio ragionamento” ho continuato “Partiamo da un assunto: mamma e direi anche nonna sono sicuramente ancora vergini”

“Basta guardarle per rendersi conto che mai e poi mai hanno conosciuto uomo e fatto cose turpi e peccaminose, dico bene?”

“Ti posso concedere che mamma, in quanto sessantottina bolognese, è probabile che qualche bacio lo abbia anche dato, ma nonna no…nonna è santa e tutt’ora vergine”.

“Appurato tutto ciò, capisci che questo mette in crisi molte delle certezze sulle quali si è fondato il mio sviluppo emotivo e psicologico” continuo.

Attendo un qualche tipo di reazione che non arriva quindi continuo con il mio monologo.

“Ora io apprezzo che voi mi abbiate accolto per anni nella vostra famiglia, ma credo sia arrivato il momento di dirmi se è vero come credo, che sono il figlio di un qualche essere superiore comparso d’improvviso 36 anni fa in Italia”

…ancora niente.

“Che mia sorella sia adottata questo è scontato…ma dimmi almeno che aspetto aveva mio padre, se mi ha lasciato qualcosa, un’arma, un messaggio…magari ‘ricorda a mio figlio di salvare il mondo a 36 anni’ oppure ‘L’assassino di Laura Palmer è..”…qualcosa del genere”.

Guardo per un secondo mia madre, giusto in tempo per ammirare il suo sguardo tra lo stupito e il rassegnato, mi giro nuovamente verso Ioli e mi accorgo  che sta ridendo sguaiatamente alla vista di una scimmia di nome Giada.

“Avete sentito?” grida divertito “Ha detto Giada con un rutto!”

“Non mi hai ascoltato” gli dico.

“No” risponde.

“Nemmeno quando ho parlato del mio vero padre?”

“Figuriamoci” ribatte.

“Tarpi le ali della mia dirompente vitalità ed originalità in questo modo” dico dopo un po’  “e forse metti in pericolo l’intero mondo” continuo.

“100 euro vanno bene?” risponde distrattamente.

Intasco 100 euro da questa persona che non può essere mio padre anche se lui è convinto di esserlo e contino a mangiare.

Cap 7 – I giorni dell’Estasi

L’incontro con il Fabiani ha l’indubbio merito di destarmi da quel torpore ottuso e rancoroso che mi accompagna nei giorni dell’Ansia. Le pillole verdi e rosse, sorprendentemente simili a delle Fruit Joy, sembrano svolgere il loro compito, e il rischio di rimanere incinta attraverso contagio aerobico già non è al top dei miei pensieri e delle mie preoccupazioni.
Alla stregua di un usurato motore diesel la mia routine quotidiana fatta di riposo, sporadica igiene personale, telefonate oscene, e saltuarie visite ad amici e vicini, riprende lentamente a funzionare; l’ingranaggio della mia esistenza, inceppatosi a causa del nero mostro della mia anima, pigramente si muove.
Consumo quel poco che mi rimane di iniziativa per avvertire mio padre che mi assenterò dal lavoro per altri 3 giorni e decido di dedicare il resto del tempo a pulire e ordinare la casa con la sola forza del pensiero.
Novello Giordano Bruno dei nostri tempi, passo alcune ore dialogando telepaticamente con le anime contenute nei diversi oggetti del mio appartamento, cerco di far loro capire  che si trovano difronte ad un vero e proprio maschio alfa al fine di renderle così delle succubi schiave pronte a servire il loro capo – padrone.
Il totale fallimento della mia iniziativa ha la sua apoteosi nella ostinata resistenza che una delle ante dell’armadio oppone al mio ordine di chiudersi.
Il dolore alla testa che mi provoca tale epica battaglia mi obbliga a coricarmi nuovamente per altre 2 ore passate le quali mi sveglio in preda ai crampi della fame.
L’immagine del mio frigorifero vuoto e l’idea di nutrirmi un’altra volta di pizza mi porta sull’orlo di una crisi isterica, tracollo che evito decidendo di uscire di casa per una saggia visita al supermercato del quartiere.
Cammino per via degli Olmi respirando il tiepido freddo di una giornata di fine inverno, i miei occhi catturano istanti di vite sconosciute. D’improvviso mi fermo con il fiato sospeso, giro e giro ancora su me stesso quasi fossi una trottola lanciata dalle abili mani di un contadino del Borneo.
Percepisco che un’energia vitale si sta diffondendo dentro me rendendomi diverso, sento di poter volare, amare, irradiare luce e calore.
In preda ad una sindrome di Stendhal che è anche sindrome di Stoccolma, vengo rapito dalla bellezza degli orridi edifici che mi circondano, mi stordisce l’armoniosa musica della maleducata strada, mi commuovo per l’amore dell’accattone per il suo vecchio cane.
Vedo con gli occhi di una persona nuova, leggo ciò che mi circonda con lo sguardo del saggio, riconosco il bello dove tutti vedono il brutto, individuo la luce degli uomini dove la gente è ormai abituata a vedere l’ombra.
Ciò che normalmente odio, ora amo, ciò che aborro, ora cerco, ciò che mi rimane indifferente, ora mi turba.
Entro nel supermercato camminando 15 centimetri sollevato dal suolo, posso respirare l’anima delle persone, obbligarle ad innamorarsi di me con la mia sola presenza.
Sono la bellezza di un Matisse, il fascino di un attore famoso, l’amore di una madre, la magia di una nascita, nessuno mi può resistere.
Conosco una giovane universitaria facendo la fila per il pane. Le confesso che lei è la donna più affascinante che io abbia conosciuto negli ultimi 20 secondi. Lei ride.
Le parlo con gli occhi, con il mio corpo, con il mio cervello.
La faccio divertire e senza sforzo lei capisce che dovrebbe entrare nel mio mondo per essere felice. Lasciamo che due persone ci passino davanti, la cosa non ha importanza. La prendo in giro, lei finge di risentirsi, la tocco leggermente quando le chiedo scusa.

E’ davvero molto bella, le chiedo se ha una amica carina da presentarmi…mi dà uno schiaffo che è insieme una carezza ed un invito.
Mi domanda chi sono, da dove sono venuto fuori, chi è il pazzo che mi ha fatto uscire dal manicomio..tante parole per dirmi che le interesso
Tronco la conversazione dicendole di avere un impegno, con un generico “Potremmo rivederci” la obbligo a domandarmi il mio numero di telefono.
Uscirò con lei uno dei prossimi giorni, farò del sesso con lei, per una notte le farò credere di amarla.
Lei parlerà alle sue amiche dicendo di aver trovato il suo principe azzurro, e tale rimarrò fino a quando, nuovamente, la calda fiamma dell’estasi si spegnerà; sarà quello il momento in cui i fantasmi di Anna ed Elena ricominceranno a tormentarmi, ed allora come sono apparso,  scomparirò per sempre dalla sua vita.

Cap 6 – L’epidemia

Arrivo nella sala d’aspetto del Fabiani trafelato ed ansimante. Conto le persone che mi precedono…sei..sono troppe.
Non aspetterò il mio turno, il mio problema è  più grave.
Poi ammettiamolo, dei sei sconosciuti presenti, cinque avranno almeno 75 anni, i classici vecchietti che, per ammazzare il tempo, si inventano acciacchi ogni quarto d’ora.
Da quando sono entrato nessuno ha più parlato, sento puntati su di me gli sguardi di tutti.
In un altro momento forse avrei dissolto la tensione con una delle mie famose domande rompi ghiaccio: “Chi è l’ultimo della fila?”, “Qualcuno ricorda il nome del milite ignoto?”, “C’è vita dopo la morte?” ma oggi no, oggi è uno dei miei giorni d’Ansia.
L’Ansia è diabolica, arriva quando meno te lo aspetti, è subdola e pervasiva, cresce come un rampicante all’interno del mio corpo. Stringe pian piano le mie viscere sino ad arrivare alla gola. Mi toglie il respiro, mi annebbia la vista.
E’ come se un genio malvagio mi avesse chiuso la testa in una scatola di cartone ove i miei pensieri diventano echi di grida disperate e il mio vivere uno gocciolare immondo di paure e insicurezze.
Non resisto, abbasso lo sguardo e d’impulso entro nell’ambulatorio.
Il Fabiani non sembra stupito di vedermi. “Che piacere mio caro, qual buon vento”? dice ,  facendo capire alla paziente che sta visitando di rivestirsi ed andarsene.
La signora lo guarda incredula, poi sbotta qualcosa e si allaccia mestamente la camicia color cachi.
Trattengo a stento il mio impulso di scaraventarla fuori in malo modo.
Aspetto che la porta dello studio sia chiusa per cominciare a parlare. “Nessun buon vento dottore qui siamo in piena epidemia, mi deve vaccinare”.
“Siediti per favore” risponde “e spiegami bene cosa ti ha spinto a venire fino qui a chiedere il mio aiuto”.
Lo osservo mentre con gesti pacati solleva la cornetta del telefono e la ripone sul tavolo, sceglie con molta cura una bic nera tra le 10 del suo portapenne, apre il  block notes in una pagina bianca ove annota il mio nome e la data.
Per un attimo vivo la vita di un’altra persona, e mi trovo circondato da nomadi vocianti che mi accolgono e ricevono tra di loro offrendomi la testa di una pecora in un rito arcaico di benvenuto. Mi sento accettato, mi piace.
Scuoto impercettibilità la testa per risvegliarmi ed espongo il mio problema.
“Laura..è incinta”. Lo dico fissandolo negli occhi.
“Mi sembra una notizia di indubbio interesse” risponde. “e lo sarebbe ancor di più se tu fossi così gentile da dirmi chi è Laura e in che modo la cosa ti stia preoccupando”.
“Laura è incinta, la Dolly è incinta, due impiegate di mio padre lo sono, mia cugina Francesca ha una pancia che sembra una mongolfiera” gli rispondo bruscamente.
“Continuo a non capire” ribatte il Dott. Fabiani inclinandosi verso di me.
La mia rabbia esplode improvvisa ed ha la forza di un vulcano sopito da secoli.
“Come non capisce! E lei sarebbe un medico?? Non si rende conto che c’è un’epidemia che mette incinte le persone?” grido.
Il dottore mi fissa per alcuni secondi, imperturbabile come una statua di cera.
“Cerca di acclarare il mio dubbio” ribatte. “Tu hai bisogno di un vaccino che ti impedisca di mettere incinta una ragazza?”
L’idiozia delle persone mi esaspera.
“Che domande dottore!” grido con ancor più forza “sono io che non voglio rimanere incinta, non voglio che questa epidemia mi contagi!”
Annuisce. “Certo, ora capisco perfettamente” risponde. Si alza e per alcuni minuti rimane assorto guardando fuori dalla finestra.
“Ammetto che la tua domanda mi ha spiazzato” esordisce d’improvviso, “la possibilità che esista un’epidemia di questo genere mi allarma e tu ragazzo hai fatto benissimo a dirmelo” continua.
Si volge verso di me dandomi tempo di appuntare mentalmente di:
  1. verificare l’eventuale presenza di daltonici nella mia famiglia
  2. verificare la mia attuale capacità di distinguere i colori verde e rosso
  3. controllare la cerniera dei miei pantaloni
  4. fare la spesa.
“Credo tu abbia fatto qualcosa di realmente importante per la tua comunità quest’oggi…ce ne fossero di tipi come te” .
Passa una manciata di secondi e il Fabiani continua solenne: “E’ plausibile ritenere che sia una semplice convenzione sociale quella che obbliga la donna a interpretare il ruolo di madre e, di conseguenza, a rimanere incinta, mentre nulla ci impedisce di credere che le cose potrebbero improvvisamente cambiare…e, fammelo dire, l’idea di rimanere incinta a 61 anni mi terrorizza” conclude.
Lo vedo armeggiare in un cassetto della sua scrivania ed estrarre dopo poco un sacchetto contenente pillole di diverso colore. Ritengo ve ne siano di verdi e rosse ma l’eventualità che io sia affetto da daltonismo mi impedisce di affermarlo con sicurezza.
“Queste dovrebbero proteggerti almeno dall’evenienza di rimanere incinta” mi dice, “prendine una al giorno per una settimana e nel frattempo lascia che raccolga un po’ di dati su questa nuova epidemia”.
Rimango basito, per la prima volta in 36 anni quest’uomo mi ha colpito positivamente…è riuscito a darmi un esaustivo parere medico ed una soluzione senza farsi odiare.
Il Dott. Fabiani mi accompagna alla porta, ci sono le stesse 6 persone che aspettano di entrare.
“Scusate un attimo” esclama dopo aver attirato l’attenzione di tutti schiarendosi la voce “ho due importanti notizie da dare”.
“La prima è che questo ragazzo è un maledetto eroe”.
Brusio.
“La seconda è che per oggi le visite sono finite, andate a casa, chiudetevi in camera, non uscite; un’epidemia molto pericolosa si sta diffondendo e l’unico modo di combatterla è non ammalarsi.”
Guardo i sei anziani uscire mestamente dall’ambulatorio, sono consapevole di aver fatto anche per oggi la mia buona azione.
Saluto il Fabiani, lo fisso per un attimo…oggi splende di una luce diversa.

Cap 5 – Il Nano

Il vicino nano passa molte ore rinchiuso nel suo garage.
Non so esattamente a cosa si dedichi, ma sicuramente la cosa lo tiene molto impegnato.
Ho immaginato in un primo momento che potesse essere una specie di falegname, idea bocciata sul nascere dal momento che in quella categoria non esistono nani.
A sostegno di questa mia tesi mi enumero ben due casi di falegnami non nani: Geppetto e il papà del mio amico Franco.
Scartata questa prima ipotesi, il problema rimane, la curiosità mi assilla, non ci dormo la notte.
Valuto per un istante la possibilità di rivolgergli alcune domande di persona ma poi, in un travolgente sprazzo di genialità, prendo la decisione migliore della mia vita: lo denuncio alle autorità come possibile terrorista.
Racconto al solerte poliziotto che raccoglie la mia denuncia che ho molta paura, riesco anche a fingere un leggero tremore nella voce.
Mi invento che dal suo garage provengono strani rumori e che di recente ho notato un sinistro viavai di gente barbuta vestita di bianco.
Suggello la mia inconfutabile verità raccontando che in quell’ambiguo tugurio vengono recapitati ordini di pizze SISTEMATICAMENTE prive di carne suina: non si ordinano “Prosciutto e funghi”, non si ordinano “Prosciutto e mozzarella né “Con salamino piccante”.
Il poliziotto sembra turbato da quest’ultima affermazione.
La mia testimonianza risulta convincente perché si portano via il nano verso le 5 del mattino.
Lo sento gridare e imprecare…”Maledetto terrorista!” rifletto, “non rispetta la nostra cultura e le nostre tradizioni, un terrorista italiano avrebbe aspettato almeno le nove prima di cominciare a lamentarsi in modo così maleducato ed indecente”.
Poco dopo ci informano che, per la nostra sicurezza, l’edificio dovrà essere sgomberato; in un niente mi trovo in strada circondato da una moltitudine infreddolita ed inferocita.
Come dar loro torto?
Dopo preparativi estenuanti gli specialisti forzano la porta del garage, ho i brividi a pensare a cosa ci troveranno.
Passo il resto della mattinata cercando di contare le vite che ho salvato. Chiedo con poco successo alle persone di non andarsene, e di disporsi in file ordinate in modo che io possa continuare con questo importante lavoro di memoria storica, ma molti si scherniscono, altri si rifugiano nei bar per scaldarsi un po’.
Verso le 12 ci permettono di tornare nelle nostre abitazioni, nessuna esplosione grazie a Dio.
Sono circa le due quando vedo arrivare la macchina della polizia; scende il nano, rivolge lo sguardo verso la mia finestra, mi vede, mi fissa.
Non lo affronto immediatamente a causa della maledetta MCI, non dimentico però il trambusto e lo scandalo che ha causato, prima o poi mi farò sentire.
Scendo in strada dopo alcune ore, il vicino nano è nel suo garage. Entro in macchina, la accendo, lui mi vede. Cammina verso di me, ha gli occhi tumefatti e il labbro inferiore gonfio.
“Buongiorno vicino nano” esordisco io con il migliore dei miei sorrisi. Lui rimane interdetto. “Gran baccano avete fatto alle 5 del mattino” continuo.
“Ho passato nove ore in questura per niente, mi hanno interrogato, picchiato ed umiliato, hanno passato al setaccio la mia casa e ogni parte del mio corpo” risponde incredulo.
“Non ci avranno messo molto per quello” rispondo.
Rimane a bocca aperta.
“Dico, non ci avranno messo molto per via della tua altezza, sì..insomma, perché sei un nano no?”.
Non risponde, sembra indignato, sconcertato ed offeso. Per ragioni a me sconosciute provo un minimo di compassione nei suoi confronti, percepisco che qualcosa nelle mie parole o azioni lo ha turbato. Cerco di liberarmi di questa nuvola nera sforzandomi di pensare a cose divertenti ma non ci riesco, guardandolo da vicino sembra molto più simile ad una persona che ad un terrorista.
Decido di partire comunque, la conversazione mi ha annoiato. Ingrano la prima, l’auto si muove.

Il vicino nano è ancora davanti a me. Capisco il suo gioco, è: “Vediamo chi si sposta prima”. Accelero.

Lo colpisco duramente, il rumore è sordo, lui cade all’indietro.
“Hai vinto tu ok!” gli grido mentre me ne vado, “Che coraggio hanno questi terroristi” penso mentre imbocco via degli Olmi.

Cap 2 – Il Dott. Fabiani

Il Dott. Fabiani mi vuole molto bene, ne sono certo. Sorride appena mi vede, mi cerca, si capisce che ha una voglia matta di parlare con me.

Io non ho mai voglia di parlare con lui per il semplice motivo che il Dott. Fabiani è probabilmente l’uomo più noioso del mondo.

Non racconta cose tragiche come invece è solita fare la mia maestra delle elementari, le sue sono più riflessioni, atomi di vita inconsistente e triste, flash di future rivalse e progetti che mai andranno a buon fine.

Vorrei concentrare i miei studi sulle personalità antisociali presenti nei consigli di amministrazione delle 10 più importanti multinazionali che hanno sede qui in Italia”.

Vorrei studiare “la paura” per poi escogitare qualcosa per fare in modo che i ragazzi della squadra di rugby non ne provino in partita”

Decine di “vorrei” che non porteranno mai da nessuna parte.

Oggi per mia sfortuna, mi sono dovuto recare presso il suo studio.

Il Fabiani ha divagato più del solito, le vecchiette qui fuori sicuro mi stanno odiando.

Per l’ennesima volta mi ha chiesto ragguagli sul mio iter di studi e per l’ennesima volta si è stupito quando gli ho detto che sono laureato in psicologia.

“Sai che sto conducendo degli studi sulla paura?” [Nooooooo, non mi dica] “Davvero, che interessante” “Sì, l’idea è applicare questi studi ai ragazzi qui del rugby”, “Tu potresti magari intervenire visto la tua esperienza”.

“Io ho la MCI, non credo di potere”.

La mia affermazione lo preoccupa visibilmente: “Hai ragione” risponde, “riguardati molto”.