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Cap 13 – Il topo gigante

Dopo avermi eletto suo capo supremo, mentore e salvatore, Stefan si è praticamente trasferito nel mio appartamento. Non bussa alla porta, né si presenta quando entra. Rimane in silenzio osservando ogni mio gesto, aspettando un mio cenno, una mia parola, quasi fosse un fedele cagnolino in attesa dell’osso del padrone.

La sua è una presenza ormai fissa come lo sono il tavolo, le sedie, i dvd porno, e le manette che tanto piacevano ad Anna.

Il nostro è il classico esempio di “rapporto logoro”, quello che lentamente uccide le coppie che rimango insieme più per una questione di decoro, che per vero affetto: io lo ignoro e quando necessito qualcosa, gliela chiedo.

Sono ancora sotto le coperte quando lo sento entrare in casa. Ho trascorso la serata precedente in compagnia di Simona, è passata come promesso a lasciarmi Baffino, si è raccomandata di non fargli bere alcolici, di non fargli vedere il TG4, e di canticchiargli Bandiera Rossa quando voglio farlo dormire.

Ha voluto anche testare l’effetto delle parole di Veltroni sulla bestiolina, ci siamo risvegliati tutti e 3 dopo circa un’ora.

Quando se ne è andata sono rimasto almeno altri 30 minuti ad osservare il mio nuovo ospite, ne ho studiato i movimenti e le fattezze, ne ho accarezzato il morbido pelo cercando di non spaventarlo con le mie enormi dita.

In uno sprazzo di inusitata gentilezza gli ho inoltre:

I rumori provenienti dalla cucina mi allarmano, decido di alzarmi per evitare che Baffino conosca Stefan senza un mio filtro, voglio evitare almeno questo trauma alla bestiolina.

Effettivamente trovo Stefan in cucina con gli occhi fissi sulla gabbietta, Baffino è fuori dalla sua casetta e lo sta fissando, decido di evitare al mio Sancho Panza l’umiliazione di essere ipnotizzato da un criceto, quindi mi schiarisco la voce ed interrompo questo epico scontro tra titani.

“Che cosa è questa merda?” mi dice indicando con un gesto la gabbietta sul tavolo.

“Prego?” gli rispondo, “Perché merda? A me sembra bellissimo”.

Colgo una luce nei suoi occhi, non riesco a capirla inizialmente, ma mi mette a disagio.

“Perché è qui? Ha dormito con te?”

“Si chiama Baffino, è il criceto di Simona la cassiera del supermercato, mi ha chiesto di tenerglielo per alcuni giorni”.

“E’ passata ieri sera a lasciarmelo” continuo “Simona dice che è la reincarnazione di Lenin”.

“Ha dormito con te?” domanda nuovamente Stefan.

La sua istanza è così fuori luogo che il problema si acclara in meno di un secondo: Stefan è geloso di Baffino.

Mentalmente mi annoto di:

“Che domanda è ‘ha dormito con te’” dico pazientemente “E’ rimasto nella sua gabbietta a dormire tutta la notte, dopo che gli avevo mostrato i video di Anna ed Elena e cantato la ninna nanna”.

“Lo conosci da un giorno e gli fai vedere i video?” “Io non li ho mai visti quei video, e a me non hai mai cantato nulla” incalza.

Capisco che siamo vicini ad una crisi di folle gelosia, e decido di abbassare i toni: “Stefan, Baffino è un criceto, e per quanto intelligente, non credo avrà capito molto di quanto gli ho mostrato”

“Se non ti mostro i video è solo perché l’ultima volta sei andato da Giorgia a dirle che le avevi visto le tette in foto, e lei giustamente si è incazzata con me”.

“Aveva delle belle tette” risponde.

“Per quello gliele avevo fotografate, fatto sta che lei si è arrabbiata ed io ho deciso di non mostrarti più nulla”.

Il tono “papà comprensivo” sembra funzionare e Stefan si tranquillizza.

Decido di testare nuovamente il mio potere su di lui: “Appurato che Baffino non ha dormito con me e che la sua presenza, oltre che limitata temporalmente, lo è anche affettivamente, mi vuoi dire che a te non piacciono i criceti?”.

La mia domanda lo inquieta, leggo nei suoi occhi la paura di deludermi e nel contempo il desiderio, per una volta, di far valere i propri gusti e le proprie idee. Alla fine vinco ancora io.

“Normalmente non molto, ma questo che hai tu è molto bello…cioè a me non piacciono quelli scuri, ma quello che hai tu è stupendo davvero”. Mi sorride falsamente.

“Potrei affezionarmi ad un mostro così” insisto io.

“Già” risponde “sono davvero animaletti fantastici” risponde poco convinto.

Quello che succede nei giorni successivi ha quasi dell’incredibile: il bambino geloso che era arrivato ad un passo dal gridare la sua rabbia, e ribellarsi per difendere e rivendicare il proprio diritto all’amore del genitore, si trasforma come d’incanto nel bimbo mansueto, che cerca di compiacere chi ha eletto come modello di vita, imitandone i gesti, o semplicemente anticipandone i desideri.

Ma in Stefan la ferita non è del tutto rimarginata e la rabbia, non ancora del tutto sopita, riemerge simbolicamente, furtiva come una volpe, in piccoli gesti e decisioni.

“Vieni a vedere, in casa mia c’è una bella sorpresa” mi dice il giorno seguente.

Già immagino di cosa si tratta ma vado comunque a vedere.

Questo è Adolf” dice orgoglioso indicando la gabbietta.

Adolf è un topo, più simile ad un castoro che ad una cavia, è enorme, la gabbietta che gli hanno dato è troppo piccola.

“Di cosa si tratta?” domando.

“Non vedi? è un criceto, come il tuo” risponde.

“Stefan, la differenza tra un criceto e questo coso che ti hanno venduto, è la stessa che esiste tra una tigre ed un gatto“.

Mi guarda perplesso.

“No, mi hanno assicurato che anche il tuo quando cresce diventa così”.

“A parte il fatto che non è mio” dico ” fossi in te andrei a cambiarlo, ti hanno sicuramente truffato”.

“Sì hai ragione…sono dei figli di puttana!”

Un lampo di scoramento attraversa il suo volto, intuisco solo in quel momento quanto avesse investito in quel gesto, al tempo stesso di resa e di ribellione. Da un lato il topo, gigante come lo erano i monumenti che gli antichi edificavano per ingraziarsi gli Dei, dall’altro il nome, retaggio di una nefasta epoca, palesemente in contrasto con quanto gli avevo raccontato di Baffino.

Decido di verificare la mia tesi: “Perché lo hai chiamato Adolf” gli domando.

“Perché è forte e spietato come lo…ZIO Adolf” risponde ammiccando.

Decido di riprendere il discorso in un secondo momento.

“Che pensi di fare”, gli domando “lo vai a cambiare?”

“Vado subito” risponde.

Entra in cucina dopo circa un’ora.

“Ti presento Adolf” mi dice sorridendo.

“È molto bellino” gli dico “non è un criceto ma almeno ne ha le fattezze”.

Questa volta nel negozio di animali gli hanno rifilato il tipico topolino da esperimento. È bianco, sembra affettuoso. Se ho capito bene, hanno individuato in Stefan lo scemo cui sganciare tutti gli animali che non si vendono, quindi onde evitare di vedermelo arrivare con scimmie, boa e un bue muschiato spacciati per differenti tipi di criceto, decido di assecondarlo.

“E del topo gigante che ne hai fatto” domando con curiosità.

“Debbo tenerlo, non lo prendono indietro”.

“Passerò a salutare i due Adolf prossimamente” gli dico per sbolognarmelo.

Non vedo Stefan per ben due giorni, poi d’improvviso compare in casa mia terrorizzato.

“Mi devi aiutare, è successo un disastro”.

“Che è successo” domando.

“Adolf ha praticamente ammazzato Adolf” mi dice.

Lo fisso senza dire nulla.

Il topo gigante ha praticamente ammazzato il piccolo” dice quasi gridando.

Spiegami che è successo” gli dico mentre ci dirigiamo al suo appartamento.

“Quando ho portato a casa il criceto Adolf piccolo ho desiderato facesse amicizia con il criceto Adolf grande e quindi li ho messi nella gabbietta insieme”.

Lo blocco subito. “Fammi capire…tu hai messo nella stessa gabbia un topolino bianco, esile ed impaurito con un topo dieci volte più grande?”

“Volevo facessero amicizia”

“Che è successo?” gli domando.

“Il grande lo ha osservato per un po’ e poi gli è saltato addosso, lo ha morso ovunque, pensavo gli staccasse la testa” dice sconsolato.

“Stefan” comincio pacatamente “riprendo la similitudine già utilizzata…tu metteresti nella stessa gabbietta una tigre e un gatto nella speranza che facciano amicizia?”

Non risponde, guarda il pavimento.

“Ok” dico “Adolf piccolo adesso come sta?”

“Non lo so, forse lo ho buttato via”

“Come sarebbe a dire che forse lo hai buttato via”.

“Non avendo un’altra gabbietta lo ho lasciato libero per casa” comincia.

“Ieri non lo trovavo, poi ho sentito uno strano fruscio venire dalla borsa dell’immondizia che lascio sul pavimento”…

“Mi sono preso paura, ho preso una scopa e ho colpito forte la borsa, poi la ho chiusa e sono sceso a buttare tutto nel bidone”.

“Solo dopo ho pensato ci potesse essere dentro Adolf piccolo” conclude.

Ho paura a domandarglielo ma mi faccio coraggio: “Ed Adolf grande?”.

“Ah…Adolf grande lo ho ammazzato io” dice.

“Perché”.

“Aveva fatto male ad Adolf piccolo…non doveva farlo, così impara”.

Rimango 10 secondi a guardarlo, aspetto che esca il regista a dirmi “sei in una candid camera”.

Non succede, me ne torno sui miei passi lasciandolo solo nel corridoio.

Cap 9 – Arnold

La notizia della morte di Arnold giunge come un fulmine a ciel sereno e mi getta in uno stato di profondo sconforto. L’evento è di tal magnitudo che almeno due punti fermi della mia vita, sui quali si basavano molte delle mie aspettative future, vengono messi in discussione:
Dal fidato TG1 apprendo nell’ordine che:
  1. il piccolo Arnold era in realtà un signore di circa 42 anni;
  2. non viveva più con il Signor Drummond da molto tempo;
  3. nonostante il padre facoltoso, Arnold  aveva abbandonato precocemente gli  studi e si era ridotto a lavorare come guardia giurata per sbarcare il lunario;
  4. è più importante tutelare la privacy dei cittadini che arrestare i mafiosi e i delinquenti (credo fosse la notizia successiva a quella della morte del mio eroe).
Profondamente affranto, decido di scrivere una accorata lettera di condoglianze ai congiunti del defunto.
Rifletto per un attimo sull’idioma da utilizzare per redigere la missiva e alla fine opto per l’italiano,  mi conforta il fatto che in anni di programmazione non ho mai sentito alcun membro della famiglia commettere errori di sintassi o di pronuncia.
Ho appreso dalla televisione della tragica scomparsa del nostro amato Arnold. Anche se mai abbiamo avuto modo di conoscerci volevo porgervi  le mie più sincere condoglianze.
Tutti voi (anche se, in effetti, della signora domestica fatico a ricordare il nome) siete stati per me  dei preziosi consiglieri di vita.
Dovete sapere che per molti della mia generazione  la televisione ha rappresentato un degno surrogato dell’affetto famigliare.
Mentre mia madre Bianca era impegnata a svilire e troncare sul nascere tutte le mie iniziative, e mio padre Ioli lavorava come un negro (scusi! È un nostro modo di dire),  è solo incamerando sapere dal tubo catodico che ho imparato a vivere.
Da “Bo and Luke” ho appreso a guidare , dall’”A-Team” come si risolvono i problemi,  guardando “Happy Days” ho capito che i bulli in giacca di pelle rimorchiano un botto e hanno sempre ragione, dai “Visitors” e “Megaloman” che gli alieni esistono e che gli stessi possono essere sconfitti qualora  qualcuno si faccia crescere i capelli e pronunci le fatidiche parole “Fiamma di Megalopoli”.
Le vostre storie, a volte commoventi,  a volte ricche di humor, mi hanno aiutato a crescere come uomo e come persona. Arnold per me era il fratello che non ho mai avuto (mentre ho una sorella probabilmente adottata che, secondo la mia ricostruzione,  è ci è stata fornita in omaggio dopo che mamma aveva comprato 2 confezioni da 1 Kg di arachidi), era il figlio di colore che Ioli mai avrebbe accolto in casa.
Ho passato intere giornate fantasticando su come avrebbe potuto essere la mia famiglia con un “Arnold in più”: ho riso  immaginandoci tutti insieme vicino al camino con il mio fratellino intento a redarguire mio padre con il suo famoso  “Che cavolo stai dicendo Ioli”, ho ricreato nella mia mente dotte disquisizioni sul paradosso insito in una famiglia ove ad un figlio nero si contrappone una madre di nome Bianca.
Lasciatemi anche aggiungere che le vostre vicissitudini  mi hanno aiutato  nel difficile passaggio dalla infanzia  alla adolescenza, giungendo a rappresentare con il tempo, un punto quasi inamovibile nella galassia delle mie fantasia sessuali più turpi e peccaminose.
Mia dolce Kimberly, mi rivolgo a te come una zia potrebbe parlare alla figlia di un giornalaio, se oggi sono una persona dalla sessualità quasi mai deviata è anche grazie alle conturbanti orge che hai consumato nella mia testa con i 2 tuoi fratelli di colore all’insaputa del povero Sig Drummond.
Voglio salutarvi così, con questa immagine di profonda accettazione e rispetto interculturale,  nella speranza che le mie umili parole siano testimonianza dell’affetto e della stima nei confronti dello splendido e indimenticabile Arnold.

Quando sono sul punto di profumare la mia lettera con alcune gocce di Chanel Nr 5 un dubbio mi assale:  “Siamo davvero certi che tutti loro sapessero di essere ripresi?” “E se si fosse trattato invece di una sorta di Truman Show registrato all’insaputa dell’intera famiglia?”
L’insicurezza mi assale e l’idea di comunicare al provato signor Drummond una verità potenzialmente devastante, soprattutto in un momento di evidente difficoltà emotiva, mi obbliga a stracciare la missiva. In un atto di squisito e sublime simbolismo  scelgo di recarmi quindi  dal vicino Nano per porge a lui – e contemporaneamente a tutti i nani della terra – le mie condoglianze.
Busso con insistenza per almeno 15 secondi prima di udire la sua voce proveniente dall’interno: “Chi è?” domanda.
“Apri, ti debbo parlare” gli rispondo.
Dopo un attimo di silenzio risponde: “Hai intenzione di spararmi questa volta o ti limiterai solamente ad investirmi?”
“Pensavo stessi giocando” rispondo “dai aprimi, c’è una cosa importante che ti debbo dire”.
“Ti rendi conto che mi hai segnalato come possibile terrorista? Rincara la dose.
“Non sapevo che stessi facendo nel tuo garage” rispondo “e comunque davvero, aprimi, non mi piace parlare con una porta”.
“Rimani fuori sino a quando decido io” ribatte “avresti potuto domandarmelo che ci facevo in garage, te lo avrei detto senza problemi”.
“Non volevo disturbarti” rispondo “ e poi con voi terroristi non si da mai”.
Apre la porta di scatto, con una velocità inaspettata mi calcia due volte lo stinco destro e rimane a fissarmi.
Il dolore è molto forte e per un attimo ne sono accecato, cerco di afferrarlo per i capelli ma indietreggia rapidamente schivando il mio attacco.
Non lo vedo partire ma lo sento arrivare, mi colpisce altre due volte nello stinco  lasciandomi senza fiato.
“Ok” dice “questi te li dovevo, cosa vuoi da me?”
Faccio l’ultimo tentativo di raggiungerlo con un calcio ma il nano è davvero veloce, evita il mio colpo e mi sferra un pugno alle palle. Cado a terra dove ci rimango per almeno 4 minuti.
“Tu sei un pazzo” gli dico “ero qui per farti le mie condoglianze”
“Il pazzo in realtà sei tu” ribatte “perché primo non è morto nessuno che io conosca, e secondo mi hai fatto passare uno dei giorni più brutti della mia vita con la tua denuncia”
“E’ morto Arnold” gli grido in faccia “mi sembrava un bel gesto venire a farti le condoglianze…ma a quanto pare a te interessa solo la vendetta”.
Rimane per un minuto a fissarmi, nel mentre sono riuscito a mettermi seduto, il dolore gradualmente sta svanendo.
“Nel migliore dei casi sei la persona più strana che io abbia mai conosciuto” esordisce “nel peggiore sei da camicia di forza”.
Mi aiuta a rialzarmi e mi indica di seguirlo dentro casa. Mi fa accomodare su di un divano bianco che io provvedo immediatamente a sporcare con le mie All Star sudice in sprezzante gesto di sfida e vendetta.
“E’ un divano lavabile, coglione” mi dice ferendo profondamente il mio orgoglio.
“Ora spiegami perché a me dovrebbe importare qualcosa della morte di Arnold” dice poco dopo.
“Pensavo per te fosse importante, come dire..fosse uno di voi, magari un simbolo..ho pensato potesse farti piacere avere qualcuno vicino in questo momento” rispondo.
Mi fissa in silenzio.
“Quindi saltuariamente tu provi sentimenti e sei capace di gesti che si potrebbero definire…umani”.
La sua affermazione mi stupisce, percepisco una sorta di vicinanza tra di noi, decido di approfittarne: “Che ci fai in garage?”
“Leggo i miei Dylan Dog senza che mia moglie mi rompa” risponde.
“Sai leggere?” domando.
“Non fare il figlio di puttana” ribatte “mangio, dormo, respiro, leggo come fa qualsiasi altra persona”.
Coglie il mio sguardo perplesso e decide di rilanciare.
“Toccami le braccia” dice.
“Mi fai senso..potresti attaccarmi la nanite” rispondo d’istinto.
“La nanite non esiste idiota, toccami il braccio” insiste.
La sua risolutezza mi convince, con il mio dito indice tocco il suo grassoccio avambraccio.
“Sei diventato nano?” domanda.
Non rispondo.
“Aspettami qui” mi dice “ e non sporcarmi il divano”.
Mi tolgo una caccola dal naso e gliela spalmo in uno dei braccioli in segno di sfida.
Torna, ha in mano una busta, estrae quelle che all’apparenza sembrano delle lastre, me le porge.
“Queste me le hanno fatte dopo che mi hai investito” mi dice, “che ci vedi?”.
“Ossa…qui invece c’è un cranio” rispondo.
“Come ti sembrano?”
Capisco dove vuole arrivare, “ok..messaggio recepito” gli dico “è come dire che tu hai un corpo da bambino ma la testa di un adulto”.
“Finalmente! Esclama..è proprio così”.
Rileggo molti dei miei ultimi comportamenti sotto la lente di queste nuove considerazioni e sento un profondo senso di disagio salire in me.
“Sono stato proprio un coglione vero?” domando. Non lo lascio rispondere, lo afferro per le ascelle e me lo metto seduto sulle ginocchia.
“Ti prometto una cosa” continuo “d’ora in poi mi comporterò bene con te”.
Comincio a muovere su e giù le ginocchia ritmicamente, il nano che in un primo momento non capisce, d’improvviso sgrana gli occhi.
“Non sono né un bambino né un bambolotto..smettila di muovere le gambe che vomito”
Non presto attenzione a quanto mi dice, la mia voce è quella di una mamma che sta coccolando il suo bambino: “e ti comprerò tanti vestitini nuovi tutte le settimane, vero amore?”
Appoggio la mia bocca sulla pancia del nano e soffiando forte produco una tempesta di pernacchie.
“Smettila cretino!” mi intima.
Ormai sono entrato nel loop “Genitore modello”, “Picipicipicipici..pucipucipucipuci..hai fame amore? Vuoi la tettina?” e così dicendo alzo la maglia e forzo la testa del malcapitato verso il mio petto.
Il suo pugno diretto alla mia bocca ha il pregio di risvegliarmi.
“Mi hai fatto male cretino” gli dico.
“Volevi alimentarmi al tuo seno” risponde.
“Poteva essere il suggello alla nostra amicizia” ribatto.
“Senti…sei un pazzo ma un pazzo buono, dimentichiamo tutto quello che è successo, magari una volta usciremo a bere qualcosa, adesso però vattene a casa tua e lasciami stare”.
Mi alzo e mi dirigo verso la porta, sento che se me ne andassi così vivrei il resto della mia vita da vero sconfitto…ed io odio perdere.
“Ci vediamo” gli dico sulla soglia “e….ti ho spalmato una caccola sul divano”.
Mi giro giusto in tempo per evitare un suo calcio, saluto sorridendo il mio nuovo amico e me ne torno a casa.

Cap 4 – Il genio dell’appartamento 3B

Avere un genio come vicino di casa è davvero un lusso; lui è quello che può risolvere tutti i tuoi problemi, dal più insignificante al più complicato

Io i geni li riconosco quasi immediatamente. Appena ho l’impressione di averne uno davanti faccio partire il mio collaudatissimo “Test per il genio in tre passi”.

Comincio con quesiti abbastanza semplici: “Hai del latte?”, “Come va?”, “Sai dirmi che ore sono?”

Se tutto fila liscio e non vi sono errori clamorosi si passa alla fase due, “le domande trabocchetto”: “Buongiorno vicino, sai dirmi se pesa più un chilo di anguille o un chilo di piume?”, “Salve!, lei vuole più bene a sua mamma o a suo papà?”, “Mi tolga una curiosità, lei riesce a baciarsi il gomito?”.

I primi due stadi si esauriscono nel giro di poche settimane, poi, se il candidato è idoneo, comincia la fase tre, detta della Simbiosi

Durante la Simbiosi mi stabilisco quasi in pianta stabile a casa dell’aspirante ed insieme affrontiamo tematiche di tipo esistenziale.

Mi presento da lui il sabato mattina verso le 7 – 7.30; spesso per farmi aprire è sufficiente suonare con un po’ di insistenza per cinque minuti, altre volte è consigliabile svegliare il genio in erba con una telefonata previa.

Una volta dentro scatta il momento dei quesiti finali.

La prima accortezza è quella di non spaventarlo con domande a raffica, è preferibile un giusto mix di banalità e cose più serie.

“Bella giornata oggi no?…ah, a proposito, quale sarebbe la prima cosa che farebbe se domani un mago cattivo la trasformasse in una pietra?”

Oppure “E’ sua moglie questa nella foto?…scusi se mi permetto ma se assumiamo che la salute sia un equilibrio dinamico che deve essere ristabilito, una sorta di ritmo che deve essere armonizzato con la natura, lei sarebbe favorevole, magari sono in alcuni precisi giorni dell’anno, a fare l’amore con animali, arbusti e licheni?

Alla fine della giornata, se tutto è andato come previsto e l’individuo a me davanti si è dimostrato un genio, mi innamoro di lui, non solo come persona ma soprattutto della sua intelligenza.

L’infatuazione dura normalmente alcuni giorni, durante i quali mi tramuto in una sorta di parassita avido di conoscenza.

Complice la MCI comincio a delegare al genio tutte le mie incombenze…mi rivolgo a lui se c’è da cambiare una lampadina, gli parlo delle mie paure di contrarre malattie veneree per via aerobica, cerco in lui una sorta di protezione dal mondo, regredisco pian piano cercando conforto nella sua saggezza

A partire dal secondo giorno di regola il genio smette di aprirmi la porta e la mia infatuazione si tramuta in odio.

L’ultimo genio che ho incontrato è il Ruberti dell’appartamento 3B, lui ha smesso di aprirmi dopo che gli avevo manifestato la mia intenzione di passare il resto della mia vita abbracciato a lui come un koala.

Ha fatto di tutto per evitarmi, poi ieri ci siamo rivisti.

“Sei un genio” gli ho detto incrociandolo sulle scale “lo sai vero?”.

“No…nnn..non direi” ha risposto lui con il tipico atteggiamento del genio.

“Falso figlio di puttana” gli ho ribattuto, “avrò anche la MCI ma un genio riesco ancora a riconoscerlo”.

“Cos’è la MCI?” mi ha domandato sospettoso.

“MCI = mancanza cronica di iniziativa: la mancanza cronica di iniziativa è una malattia molto grave, magari non come la pertosse o gli orecchioni, ma è molto grave” ho recitato a memoria.

Mi ha fissato per alcuni secondi poi, senza salutare, ha ripreso a scendere le scale.

Non mi sono mosso, non volevo metterlo in imbarazzo, non volevo mi vedesse piangere.

Il mio cuore infranto in questo caso non c’entra nulla, la nostra era una storia destinata a fracassare.

Come avrebbe fatto lui, magari tra 20 anni, a sostenere il mio peso con il suo stanco corpo? E se io fossi rimasto abbracciato a lui e alla sua intelligenza per molto tempo, come avremmo fatto a coordinare tutte le piccole azioni del vivere quotidiano come andare al bagno o semplicemente andare al lavoro? La classica storia senza futuro.

Ho pianto perché forse sono un debole e davanti allo spreco di un dono mi ostino a pensare alle migliaia di persone che questo regalo non lo hanno avuto.

Penso al Ruberti e agli sforzi che lui e molti altri come lui, fanno ogni giorno per ignorare il tesoro di cui sono provvisti.

C’è il genio che accetta di spegnere il suo talento davanti ad una inferocita fila di clienti scontenti, c’è la ragazza che quando aveva 16 anni faceva commuovere gli angeli con la sua voce e che si è rassegnata a cantare solo sotto in doccia, c’è lo spirito creativo che ha chiuso in un garage le sue tele e i suoi colori, sacrificati sull’altare del posto fisso e degli impegni familiari.

Il cellulare che squilla interrompe la mia trance…il soldato Stefan chiama.