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Cap 39 – La Donna Poncho

La prima cosa che vedo appena apro gli occhi è il paletto da spiedino con il quale ho infilzato il Ric. La punta è di un colore scuro, vi sono ancora i rimasugli del suo sangue.

Stefan è stato molto gentile, prima di uscire dal locale, ha approfittato del trambusto che si era creato, per rubarlo.

Sono indeciso se farlo incorniciare o continuare ad usarlo in quella che sarà la mia nuova missione: scovare e sconfiggere i demoni.

“Non sono demoni”, mi ripeto ad alta voce, questo me lo ha detto chiaramente Paolo, sono semplicemente persone malvagie, che io riesco ad individuare grazie ad spiccata sensibilità.

La stessa sensibilità, sia chiaro, che ho utilizzato per vedere un genio dove molti vedevano un timido burocrate.

Nel bene e nel male, rifletto, sono una specie di supereroe.

Mi rigiro ancora nel letto, l’idea di essere una persona speciale mi elettrizza; se è vero, come tutti dicono, che ho un dono, mi aspetto di scoprire a breve di possedere altri poteri, coerenti e ovviamente conseguenti al primo, quali: volare, volare senza mani, volare senza mani canticchiando canzoni, passare attraverso le pareti, passare attraverso le pareti senza mani, passare attraverso le pareti senza mani e canticchiando canzoni.

Non so quando comincerò ad investigare la cosa, per ora mi accontento che sia sabato e che quindi vi siano ben due giorni davanti a me per poter proseguire la mia ricerca.

Tra le altre cose, se con uno sforzo pari a 100 io riesco a vedere il bene o il male di una persona, impegnandomi un po’ meno, diciamo 50, potrei semplicemente riuscire a vedere attraverso i vestiti delle persone, opzione decisamente allettante.

Faccio colazione con pane e nutella, mi vesto e piombo senza avvisare a casa dei miei. Ioli e Bianca sono oramai abituati a queste sortite, in fondo credo a loro faccia piacere.

Sveglio mio padre mentre cerco nel suo armadio i documenti dell’adozione, la smoking gun che certifichi che Quella è stata adottata. Secondo i miei ultimi calcoli, i miei genitori debbono aver adottato una sorta di nascondiglio mobile, un marchingegno tale per cui i documenti appaiono in un posto “x” solo ed esclusivamente durante un arco di tempo stabilito. Poi scompaiono.

Ioli apre gli occhi giusto in tempo per vedermi balzare dentro il suo armadio e gettare al suolo i suoi completi Armani.

“Ma che cazzo fai?!” grida con la voce ancora impastata dal sonno.

“Cerco i documenti, sono certo di averli visti comparire proprio adesso” gli rispondo sicuro.

La mia ricerca alla fine risulta vana, nel mentre Ioli si è nuovamente addormentato, voltato sul lato destro come un bambino.

Decido di scusarmi, se c’è una cosa che non sopporto, è di essere svegliato da rumori improvvisi o da persone sgradevoli.

Mi piazzo acanto a mio padre e dopo alcune spinte, e diversi adorabili fischi nelle orecchie, riesco a fare in modo che apra gli occhi.

“Volevo semplicemente chiederti scusa per averti svegliato poco fa, e per aver inavvertitamente messo a soqquadro il tuo armadio”

Ioli mi fissa alcuni secondi prima di manifestare, attraverso un borbottio simile a quello di un vecchi peschereccio, dei giudizi poco equi e amabili nei confronti di Bianca.

Turbato da queste becere esplosioni di rabbia mal indirizzata, rifletto sul da farsi, poi estraggo silenziosamente il legno appuntito. Ioli ha già ripreso sonno, russa beatamente e nulla sembra turbarlo. Mettere in dubbio la natura del proprio padre non è bello, ma Paolo è stato chiaro, a volte è difficile riconoscere i demoni, e un marito che parla così della propria compagna ha tutte le possibilità di esserlo.

Pungo mio padre sulla guancia, non troppo forte da perforare da parte a parte la carne, ma sufficiente per lacerargli la pelle.

Si sveglia gridando, si guarda intorno spaesato, incapace di realizzare cosa gli sia successo. Mi fissa con gli occhi sbarrati, la mia presenza, e il fatto che io stia ancora brandendo un oggetto appuntito, non lo aiutano a tranquillizzarsi. Si porta una mano sul viso, le dita si sporcano di sangue.

“È sangue” gli dico “per fortuna non è sabbia, non sei un demone, puoi tornare a dormire tranquillo”.

Balbetta alcune frasi senza senso mentre continua a pulirsi la ferita.

Decido di andarmene, offeso dal fatto che non mi abbia nemmeno ringraziato, in fin dei conti gli ho appena rivelato qualcosa di positivo; purtroppo l’ingratitudine di certe persone non ha pari.

Nel tragitto tra la camera da letto e la cucina prendo la seconda decisione importante: non mi sembra corretto che mio padre, per offendere me, pronunci certe frasi su Bianca, dovrà pagarla.

Mi reco da mia madre e le riferisco, tralasciando l’episodio del test per demoni, quanto accaduto; con occhi quasi lucidi le dico che mi sembra un’offesa imperdonabile, per lei come persona, ma soprattutto per lei come simbolo di tutte le donne del mondo.

Mi spingo a dire che lasciarsi offendere in questo modo dal proprio compagno, altro non è che l’inizio di una rovinosa caduta per lo spirito e la serenità di coppia.

Appena vedo che Bianca si toglie il grembiule, decido che è arrivato il momento di andarmene. Le pungo il sedere con il bacchetto, non cade sabbia…bene. Lei sembra non farci caso, ha la mente altrove.

Chiudo la porta nel momento preciso in cui mia madre comincia a tirare su le tapparelle della camera di Ioli gridando “e così secondo te io sarei una puttana”.

Torno a casa e mangio rapidamente una mozzarella di bufala, solo in un secondo momento valuto che forse avrei fatto bene a lavarmi le mani prima.

Mi addormento davanti alla tv, apro gli occhi verso le 15.30, il momento migliore per cominciare la mia caccia.

Armato di bacchetto, inforco la mia fida Graziella e sfreccio come un fulmine per le vie del centro. Mi sembra di essere uno di quegli antichi cavalieri dei tornei medioevali, con la piccola differenza che loro cavalcavano splendidi purosangue e combattevano con lunghe lance.

La gavetta la fanno tutti, rifletto, avranno cominciato con Graziella e paletto di legno pure loro.

Animato da splendidi propositi, parcheggio la bici e do inizio alla caccia.

Le prime due ore le passo scrutando con attenzione i volti delle persone, in attesa anche di un solo cenno di trasformazione. Un viso che diviene cavallo, una tonalità di pelle verde rospo, una dentatura improvvisamente simile a quella di un coccodrillo. Niente di tutto questo accade, sono circondato da decine di persone, e nessuna di queste sembra essere un demone.

C’è chi parla, chi ride, chi mangia un gelato. Genitori sorridenti portano a spasso piccole pesti, fidanzati innamorati camminano per mano e dichiarano al mondo la loro passeggera felicità.

Per prevenire l’ovvio calo di entusiasmo, decido quindi di passare alle maniere drastiche, e mi dedico a pungere le braccia e i sederi di chi mi capita a tiro.

Ricevo offese, sguardi terrorizzati, un tentativo di pestaggio che evito per pura fortuna; non incontro demoni, qui sembrano tutti santi, peggio che vivere in Vaticano, rifletto.

Le ore passano e con esse va scemando la mia voglia di salvare il mondo; verso le 19 decido di fare l’ultimo tentativo e, forte del mio abbigliamento non troppo distante dalla decenza, mi reco nella piazza dove si svolge il rito dell’aperitivo.

Centinaia di ragazzi, giovani e meno giovani, si radunano durante i week end e passano ore bevendo in compagnia. Chi organizza la serata, chi approfitta di quei minuti per salutare gli amici prima di buttassi nuovamente sui libri.

La piazza è una gigantesca passerella dove ragazzi e ragazze sfilano, giudicano e si lasciano giudicare in base al proprio look, carisma e abilità sociali.

Ammetto che mai fino ad oggi mi ero spinto tanto addentro a questo mondo, non conosco il 99% di queste persone, e l’1% che sa chi sono, finge di non vedermi.

Ordino uno spritz e rimango in silenzio ad osservare le dinamiche di gruppo: tendenzialmente mi pare di capire che gli alfa stanno con le alfa, chi non appartiene a tale gruppo privilegiato si accontenta di circondarsi di amici dello stesso sesso.

Prima deduzione: se sei figo, hai anche il coraggio di parlare con le donne, se sei brutto, rimani in cerchio con i tuoi amici a raccontarti le stesse storie di sempre.

Le donne alfa sono o forse meglio dire, sembrano, tutte bellissime. Il trucco e i vestiti sono fatti apposta per catturare l’attenzione degli uomini presenti. Racconti quasi bisbigliati sottolineati da risate a crepapelle sono la normalità. Se non parlano con un maschio alfa, le donne alfa rimangono in piccoli gruppetti il cui unico scopo sembra essere quello di osservare gli altri e bisbigliarne apprezzamenti o drastiche stroncature.

Anche se non riuscirò a scovare dei demoni questa sera, rifletto, almeno posso dire di essere sopravvissuto ad una serata di aperitivo.

Finisco il mio cocktail e quando torno al banco per riporre il bicchiere individuo nuovamente la Donna Poncho.

Non saprei dire cosa mi colpisca, di certo dall’ultima volta che la ho vista mi è capitato in diverse occasioni di pensare a lei. C’era qualcosa di strano nel suo modo di fare, o probabilmente era una semplice sensazione, fatto sta che senza pensarci un secondo, la vado a conoscere.

“Tu per me sei la Donna Poncho”.

L’apertura è di quelle memorabili, la ragazza distoglie per un momento gli occhi dal suo iPhone e mi guarda con sospetto.

“Prego?”

“Non devi domandarmelo” rispondo, “ritengo che la preghiera sia una cosa molto intima, ciascuno sceglie i modi e i tempi in cui ricercare un contatto con colui che ritiene essere il creatore. Io ad esempio credo in Sgudibla, il tuo Dio potrebbe essere il Signor Dio o il Signor Allah, a me questo non importa molto, tanto sono consapevole di avere ragione e quando riuscirò ad organizzare un esercito di mercenari, darò il via ad una nuova ondata di crociate contro voi miscredenti e vi sterminerò. Fino ad allora, prega pure chi vuoi e quando vuoi”.

Fisso impassibile la ragazza che non mi dà l’impressione di aver capito molto.

“Ci conosciamo scusa?” dice lei.

“Ti ho vista lunedì scorso, uscivo dallo studio del dottor Fabiani, eri al telefono, indossavi questo stesso poncho, ti ho riconosciuta per questo”.

Probabilmente tocco un tasto delicato perché la vedo arrossire di colpo: “Guarda deve essere proprio un caso perché sarà la terza volta in vita mia che indosso questo poncho, che tra parentesi è di Valentino e mi è costato un patrimonio”.

“Comprato usato quindi”.

“No..come usato, nuovissimo. Ma ti pare, io che compro qualcosa di usato, ma sei fuori? Che schifo!”

“Tu hai detto che è di un tal Valentino, per questo immagino sia usato. Almeno una volta dico, lo avrà usato questo poncho il tuo amico Valentino, tecnicamente quindi è usato”.

“Ma no che hai capito, Valentino lo stilista! Il poncho è di Valentino lo stilista, lo ho comprato nuovo…ma senti scusa, tu chi sei?”

La spiegazione della Donna Poncho non è stata sufficientemente esaustiva, il dilemma nuovo/usato rimane, ma decido di sorvolare per il quieto vivere.

Allungo una mano verso di lei, “Mi chiamo S…”

“Scusa, scusa un secondo solo” mi dice mentre si porta il telefono all’orecchio.

Comincia a parlottare. “Sono dentro il bar…sì per favore help, e veloce anche, dai ti aspetto..sì già ti ho visto, sbrigati”.

Chiude la telefonata e mi guarda, io sono ancora con la mano a mezz’aria.

“Katy” mi dice stringendomi la mano.

“Molto piacere Katy, io sono S…”

“Puppy tesoro!”

Il grido di Katy è rivolto ad un ragazzo che ha appena messo piede nel locale, immagino si tratti della persona con il quale parlava al telefono. La ragazza gli fa cenno di raggiungerci e quando arriva, lo abbraccia con passione.

Una sorta di cappa di vetro scende sopra i due, io vengo scaraventato con forza al di fuori della loro esistenza.

Katy mi volta parzialmente le spalle, mi ritrovo dietro di lei e fissare Puppy, che non ha avuto nemmeno la cortesia di presentarsi. Ci rimango male, offeso, escluso in malo modo senza un motivo apparente.

Estraggo il paletto ma nel momento in cui mi accingo a verificare la mia intuizione, la ragazza si gira.

“Puppy questo è…Sandro, un tipo che ho conosciuto…dal medico”.

Poi si rivolge a me: “Perché non mi vieni a trovare questa sera? Io lavoro al Blue. Baci baci”. Si volta e si allontana.

Rimango come uno scemo, in silenzio, nel bel mezzo di un bar.

I due escono senza lasciarmi la possibilità di ricordare loro che non mi chiamo Sandro, e che non so assolutamente cosa sia il Blue. Una cosa però non se ne va con loro, e anzi cresce man mano li vedo ridere sguaiatamente e guardare verso di me, ed è la rabbia nei confronti di un altro possibile demone, la Donna Poncho.

Il Blue è un locale, non ci metto molto a scoprirlo. Il bar è tappezzato di volantini che pubblicizzano “Il sabato notte fashion, dove moda, stile e divertimento si incontrano”, non dista nemmeno troppo da casa mia, vedrò di farmi trovare pronto.

Alle 23 sono in fila fuori dal locale, le porte sono state aperte da circa 30 minuti ma attualmente passano solo tavoli e ragazze. La selezione all’entrata è ad opera di un ragazzo sui trent’anni, il sole o le lampade, hanno danneggiato più del dovuto la sua pelle, sembra il figlio scemo di Clint Eastwood.

Per uno strano effetto visivo ho come l’impressione che tutte le ragazze che stanno saltando la fila siano uguali: le acconciature sono tutte impeccabili, così come i capi che indossano. I tacchi vertiginosi le fanno sembrare amazzoni che al posto dell’arco portano le immancabili Louis Vuitton. Piccole, medie, grandi, vedo LV ovunque, come se ad un supermercato invece di borsette Ipercoop avessero fornito alla clientela femminile sacche da 2000 euro.

Vedo arrivare Katy, passa la fila senza degnare alcuno di un minimo sguardo, si ferma a baciare platealmente il piccolo Clint che ora scopro chiamarsi Pippo.

Guarda verso noi comuni mortali, incrocia il mio sguardo ma finge di non avermi visto.

Passa almeno un’altra ora prima che io riesca ad arrivare davanti a Pippo, nella tasca della giacca stringo il mio paletto di legno, mi fa sentire tranquillo sapere di averlo al mio lato.

Molte persone se ne sono già andate, quasi esclusivamente ragazzi, stanchi di aspettare, ma soprattutto di sentirsi dire che il locale è completo, salvo poi vedere gruppi di alfa arrivare e passare.

Rimango in silenzio, non spingo, non impreco, alla fine entro. Se avessi avuto qualche dubbio sul perché chiamare un locale Blue, i primi 10 secondi all’interno sono sufficienti a chiarirmi le idee, sembra di stare nella casa dei Puffi.

Azzurro, blue e bluette ovunque, dalla console alle camicie indossate dai camerieri. Faccio un rapido giro del locale, giusto per poter raccontare un giorno di esserci stato. All’interno ci saranno al massimo 500 persone, in gran parte uomini.

La pista è piena, un vocalist alquanto fastidioso ha appena finito di salutare il “tavolo Franco, Roberto, Ruby e Puppy“.

Ci siamo, penso, se c’è lui, ci sarà anche lei. Mi avvicino al tavolo Puppy, è popolato da un folto numero di ragazzi che hanno esultato come pazzi udendo il loro nome al microfono, contenti loro. Vedo Puppy, lui non vede me.

Con mio sommo dispiacere mi accorgo che Katy non è con loro.

“Apri lo shampoo Puppy, apri lo shampoo”

Le grida del vocalist non le capisco, vale davvero la pena dire ad una persona per microfono che ha bisogno di lavarsi i capelli?

Alla fine riesco a vedere Katy. E’ al tavolo con un gruppo di ragazzi che avranno al massimo trent’anni. Sta bevendo da un flute e sembra ballare svogliatamente.

A turno i ragazzi le si avvicinano, lei scherza e parla con tutti ma poi torna a chiudersi in se stessa. La vedo perdere l’equilibrio per un attimo e cadere seduta sul divanetto. Ride da sola, probabilmente è un po’ brilla.

Abbandona il tavolo e si dirige verso il bagno, decido di affrontarla all’uscita.

Quando esce si avvicina al bar ed ordina qualcosa, mi metto accanto a lei.

“Ciao Donna Poncho” dico sorridendo.

Per un attimo sembra non riconoscermi, poi appoggia la mano sulla mia spalla e scoppia a ridere: “Sandro giusto? Alla fine sei venuto, bravo”.

E’ evidentemente ubriaca.

“Ti ho vista poco fa al tavolo con i tuoi amici, puoi rimanere a parlare o vai da loro?” domando.

Mi guarda perplessa. “Amici? Ma no, sono un tavolo che viene sempre qui il sabato, sono andata a fare immagine”.

Il mio sguardo smarrito la convince a proseguire.

“Io ci lavoro qui, faccio immagine. Mi pagano 150 euro per andare ai tavoli e parlare con gli sfigati”.

“Non capisco” le rispondo “come sarebbe che ti pagano per parlare?”

“Ma dove vivi?” ridacchia. “Funziona così: gruppi di amici sfigati prendono un tavolino, uno di loro è quello con il grano. Arrivano in disco, ordinano una bottiglia di qualcosa che costa loro 180 o 200 euro, non so. Lo fanno perché così hanno la scusa per invitare le ragazze. Solo che una come me non potrebbero abbordarla” ride ancora “quindi il boss del locale paga me e altre per andare al tavolo da quelli. Loro si sentono importanti e per impressionarci, comprano ancora da bere. Poi ci chiedono il numero di telefono convinti di averci conquistate, e noi o lo diamo finto, o non rispondiamo mai!”.

“Che razza di sfigati” dice e scoppia a ridere appoggiandosi ancora a me.

Si fa improvvisamente seria e mi fissa. “In teoria non dovrei parlare con te, mi rovini la piazza”.

Rimango in silenzio.

“Cioè, non ti offendere, ma io frequento un certo livello di gente, esco con imprenditori, non con mezze seghe. Se mi vedono con te, magari pensano che abbia bisogno e tirano sul prezzo”, sorride.

Continua a parlare. “Forse non te lo dovrei dire, ma tanto sono ubriaca. Sai con chi ho una storia?”

Si avvicina e mi sussurra nell’orecchio il nome di un noto calciatore.

“Lui è fidanzato, ma dice di essere pazzo di me”.

Mi guarda, sembra che si aspetti una qualche reazione che ovviamente non riceve da me.

“Io gli sfigati qui nemmeno li cago, senza offesa sai, però cerca di capire, nessuno di questi qui si può permettere una come me”.

“In che senso scusa?”

Ride ancora e mi fissa. “Lo hai capito benissimo in che senso dai, vuoi una cosa bella? La paghi. E’ così in tutto”.

Nella mia testa ora si affollano molti pensieri. La razionalità mi dice di credere a quanto lei ha appena confessato, anche se in fondo, c’è una piccola parte di me che spera di non aver capito bene, e di aver frainteso le parole di Katy.

Non sono certo se sia pena o disprezzo quello che provo, di certo mi ha tolto l’energia e il desiderio di continuare la conversazione.

“E dai, non fare quella faccia, non sono l’unica ti assicuro”.

Si avvicina a me, le nostre labbra si sfiorano, odora a prosecco di terza categoria rivenduto al prezzo di uno champagne.

“Ti piaccio vero? Tu li hai i soldi per permetterti una come me? Posso essere davvero brava”.

Per due secondi non dice nulla, sento il suo respiro su di me, poi mi spinge via e ridendo esclama: “no che non ce li hai i soldi, sei uno sfigato e pezzente come quelli!”.

“Katy amore, dove eri finita, ti stavamo aspettando per aprire una bozza di shampoo”.

Uno dei ragazzi del tavolino in cui prima la avevo notato si è avvicinato a noi. Mi guarda in cagnesco e afferra la giovane per il braccio.

Lei mi sorride e senza smettere di fissarmi si muove verso la pista.

Anche se non servirebbe alcuna conferma, mi avvicino rapidamente e colpisco il jeans Cavalli di Katy con il bastoncino.

La sabbia comincia a scendere, vedo una piccola ma continua cascata d’oro formarsi.

La afferro per l’altro braccio e la tiro a me.

Mi fissa spaventata.

“Non andare, non buttarti via”, è l’unica cosa che riesco a dirle.

Dopo il primo secondo di smarrimento lo sguardo di Katy si fa duro: “Ma chi credi di essere tu per dirmi cosa è giusto e cosa è sbagliato? Io sono bella, giovane e faccio il cazzo che voglio, ok? Scopo con chi mi pare e quando mi pare, e se ho voglia di una nuova Louis Vuitton me la compro domani, perché prendo più io in 1 ora che un pezzente come te in un mese. E adesso, paladino e salvatore delle giovani anime, allontanati da me, non farti più vedere. Se devi salvare qualcuno, guardati intorno..ce ne sono di anime in pericolo, più di quante tu possa immaginare.

Torna saltellando verso il tavolino, le porgono un bicchiere di shampoo, spero non sia tossico.

Fermo in mezzo alla discoteca mi guardo intorno…e mi accorgo per la prima volta di essere circondato da molte, troppe Donne Poncho.

Cap 16 – Asia

C’è un momento in cui un raggio di sole squarcia prepotente le grigie nubi che coprono il cielo; i colori, che impauriti erano fuggiti nel lontano mondo del Tedio, tornano ad affacciarsi timorosi per restituire l’anima ai fiori. Il calore che dal cielo si irradia, è più dolce della melodia di un petalo di rosa, più puro di un fiocco di neve che si poggia sulla mia mano, e diviene parte di me, per sempre.

C’è un momento in cui il tuo cuore apprende per la prima volta a parlare con l’Amore, e lascia che il suo caldo soffio lo colmi della gioia dell’universo; il freddo iceberg cresciuto silente negli anfratti del tuo passato, sorride stupito al tepore di uno sguardo, e si scioglie lentamente, come neve al sole.

Asia ha parlato al mio cuore e lo ha destato dal suo sonno ormai senza tempo, Asia mi ha insegnato a capire l’amore quando io l’ho spinta lontana da me, per sempre.

Asia è la cugina di Flavia, la mia vicina nudista, fortunatamente o sfortunatamente non ne sposa appieno usi e costumi.

Si trasferisce per circa una settimana a casa della cugina per concentrarsi appieno sulla sua tesi e per sfuggire ad una situazione sentimentale più complicata che altro.

La incrocio per la prima volta due giorni dopo il suo arrivo davanti alla porta di casa.

Sono impegnato in un difficile esperimento di auto induzione di un colpo di sonno, ed ho la mente completamente assorta nell’immaginare una fila infinita di pecore che saltano una staccionata fatta di cioccolata Milka alle nocciole, quando percepisco gli occhi di una dea che mi fissano incuriositi.

“Scommetto che tu sei il vicino di casa matto” dice ridendo “io sono Asia, la cugina di Flavia, sarò anch’io una tua vicina per almeno altri 5 giorni.

“Mia cugina si è dimenticata di dirmi che rimane fuori a mangiare questa sera ed io sono senza chiavi di casa. Mi ha detto che potevo aspettare da te il suo ritorno.”

Mi sorride e mi tende la mano.

Rimango immobile a fissare le sue dita abbronzate, uno strano senso di confusione mi pervade.

Continuo ad osservarla per almeno 15 secondi, poi noto un certo imbarazzo nei suoi gesti.

Di tutte le donne imbarazzate che ho conosciuto, lei è senza dubbio la più bella.

È vestita in modo così semplice da risultare incredibilmente sexy, noto le sue Havaianas rosa, penso andrebbero d’accordo con le mie All Star.

La scruto per altri 10 secondi alla ricerca di un qualsiasi difetto, per sua sfortuna non ne trovo, per questo decido di non farla entrare in casa.

Cambia espressione quando le chiudo la porta in faccia, ma su due piedi ritengo si sia trattato di una semplice allucinazione.

Sento bussare dopo alcuni minuti: “Mi apri per cortesia? Sono Asia”.

Decido di ignorarla, io non parlo con le bambole di porcellana.

Come bambola risulta parecchio insistente, tanto che alla fine decido di farla entrare.

“Si può sapere che ti prende?” Mi domanda esterrefatta appena dentro.

Decido di evitare per quanto possibile di guardarla per non incorrere nell’inconveniente di innamorarmi di un semplice oggetto, per quanto perfetto.

“Parlami per cortesia” mi dice “si può sapere perché mi stai evitando?”.

Lascia le infradito vicino alla porta e comincia a gironzolare curiosa per casa mia.

Dopo l’addio a Baffino ho prontamente abbandonato la pessima abitudine di pulire e ordinare casa, ma a quanto pare la cosa non deve essere ancora così evidente da impedire ad Asia di muoversi liberamente, come in un verde prato primaverile.

“Vedo che ti piace la Canalis”, dice scoppiando a ridere davanti al sacro calendario di Max.

Il tour non guidato della casa termina poco dopo, quindi con sguardo soddisfatto si siede sul divano, incrocia le gambe e mi fissa sorridendo.

Incrocio per un solo attimo i suoi occhi ed un calore inatteso mi pervade, abbasso subito lo sguardo che cade inevitabilmente sui suoi piedi.

Mi stupisco della raffinatezza di alcuni dettagli, sono piedi belli, curati, le unghie sembrano fatte di recente e lo smalto color grigio perla li rende incredibilmente reali, altro che le Barbie dei miei tempi.

“Che stai facendo? Non sarai mica un piedofilo” dice Asia ridacchiando, “guardami in viso, non mordo”.

Per nulla rassegnato a soggiacere a questo scherzo crudele, decido di parlare direttamente con il diabolico architetto di questo triste inganno perpetrato ai miei danni.

Mi reco in camera e dal cassetto del comodino estraggo le manette di Anna.

Torno in sala mentre Asia non mi toglie lo sguardo di dosso, mi colloco dietro il divano dove lei è seduta e con un piccolo sforzo, riesco a farlo ruotare di circa 90 gradi, lei non si muove.

Il divano ora guarda direttamente alla finestra che da al cortile interno, mi ci siedo davanti e rapidamente mi ammanetto ad uno dei termosifone della casa.

“Cosa stai facendo?” domanda incredula.

Torno a guardarla, è ancora più bella di quanto avessi pensato, il suo è il viso del primo Angelo creato da Dio, mi perdo nei suoi occhi per un secondo più lungo dell’eternità, sento dentro di me l’impulso di alzarmi, inginocchiarmi davanti a lei e prometterle il mio amore eterno, le manette bloccano il mio corpo e riescono a strappare dal suo nascondiglio quel briciolo di razionalità che ancora in me esiste.

“Chi sei?” le domando.

“Ma sei completamente deficiente?” risponde ridendo.

“Chi sei?” insisto.

Sembra non capire, il suo sorriso svanisce e quando se ne vola via, porta con sé parte di quella luce che mi aveva illuminato.

“Non mi piace questo gioco, mi stai spaventando” dice seriamente “perché ti sei legato al termosifone?”.

“Prometti di dirmi chi sei se te lo racconto?”

“Promesso” forma una croce incrociando le dita e la bacia due volte, i suoi occhi tornano per un secondo a sorridere.

Mi schiarisco la voce, mi guardo un po’ intorno, fisso per un attimo la mia amata Canalis, poi esordisco: “Suppongo tu conosca la storia di Ulisse e del suo incontro con le Sirene. Ulisse sapeva che non avrebbe potuto resistere al loro canto e nel contempo desiderava ardentemente ascoltare la loro melodia. La sua curiosità era enorme ma la sua mente dominava gli istinti, i desideri, il suo mondo interiore. Fu così che chiese di essere legato all’albero maestro della sua nave, un po’ come io ora ho deciso di legarmi al termosifone, per rimanere esposto al pericolo, ma nel contempo preservarmi da te e dalla tua bellezza”.

Rimane in silenzio per alcuni minuti. i suoi occhi color nocciola mi fissano, a tratti sorridenti, a tratti dubbiosi. “Quindi io sarei una sorta di sirena per te” esordisce poco dopo..”ammetto che nessuno mi aveva descritto in questo modo”.

“Però le sirene sono esseri fantastici, mentre io sono in carne ed ossa” mi dice.

“Tu non sei reale” le rispondo “tu non puoi essere reale”

Scoppia a ridere. “Ho paura a domandartelo, ma sono troppo curiosa, perché non sarei reale?”

Rimango a fissarla incredulo, come può non capire?

“Asia..tu..tu semplicemente sei troppo perfetta per essere reale, devi essere una bambola di porcellana che qualche mente deviata ha inviato a casa mia per farmi impazzire…magari è stato il Farino del terzo piano”.

Mi fissa corrucciata, si accarezza per un momento il mento, guarda verso la finestra poi torna a fissarmi.

“Mi stai spaventando” mi dice, si avvicina e mi accarezza il viso dolcemente “ti sembro una bambola?”. La sua mano profuma di vaniglia, riesco a vedere l’odore del suo corpo trasformarsi nelle note di una sinfonia celestiale che mi avvolge quel tanto che basta per mostrarmi per un secondo, la vastità dell’amore.

Riprendo il controllo di me solo per biascicare : “Devi esserlo, altrimenti dovrei abbandonare l’idea di diventare un concertista di vuvuzela e cominciare a dedicare ogni secondo della mia vita a te”

“Ci conosciamo da meno di 1 ora e già mi prometti mari e monti?” risponde sarcastica “ne ho già conosciuti di tipi come te”.

La sua affermazione mi strappa un sorriso, il fatto di essere saldamente legato mi mette tranquillo, decido di replicare: “Io ti sto semplicemente dicendo che dal primo secondo in cui ti ho vista ho capito che, se realmente esiste la metà perfetta per ciascuno di noi, quella sei tu. Sei la prima donna che mi ha fatto realmente battere il cuore in 36 anni di vita, non chiedermi perché, ma ti ho riconosciuta, sento semplicemente dentro di me che solo con te sarei realmente completo”.

Non parla per almeno 1 minuto.

Prendo nuovamente l’iniziativa “Dal momento che comunque non credo a quanto il mio cuore sta gridando, ribadisco la tua sostanziale non esistenza. Ergo ne deduco che tu sia una bambola di porcellana, creata probabilmente dalle abili mani di un artigiano che ha il meraviglioso e pericoloso dono di saper riprodurre le fattezze degli angeli..ma rimani una bambola, quindi gentilmente, fammi parlare con il tuo capo o quell’essere maledetto che vuole il mio male”.

“Nessuno mi ha mai parlato così” dice lei, e un velo di tristezza si posa sul suo volto fatato.

“Questo dimostra la mia tesi, ti avranno creata non più tardi di una settimana fa e questo tecnicamente ti ha impedito di accumulare l’esperienza necessaria per annoverare tra le tue vittime molti stupidi uomini come me”.

“Smettila per cortesia” mi dice fissandomi “sei allo stesso tempo la persona che mi sta dicendo le cose più dolci e terribili che io abbia mai conosciuto”.

“Avrai una settimana di vita”.

“Ebete! Mi chiamo Asia, sono cugina di Flavia, hai presente la ragazza che gira nuda? Mia mamma è sorella di sua mamma, siamo cugine e fino a prova contraria sono di carne e ossa!”

“Sembrerebbe quasi credibile come storia ma io non ci casco” e così dicendo appoggio la testa al termosifone e smetto di guardarla.

“Guardami” dice lei “sono così pericolosa?”

Non le rispondo.

“Per piacere, non fare lo stupido, sei simpatico, strano al punto giusto da risultare quasi interessante, rimango qui per 5 giorni ancora, perché non ci andiamo a prendere un caffè domani, potrei cercare di farti capire che non sono una bambola”.

La mia scena muta continua.

“Veramente non mi vuoi più parlare?”

“Questa è proprio bella: a Bologna lascio un cretino a cui non parlo perché il suo unico argomento sono le macchine e le moto, e qui trovo una persona che non mi parla perché mi reputa di porcellana”.

“Ok capito, facciamo così” continua “io ti racconto un po’ di cose su di me e alla fine tu decidi se continuare a credermi una bambola o meno, e aggiungo un’altra cosa, nel caso tu rimanga della tua stupida convinzione, ti prometto che me ne andrò da casa tua e non mi vedrai più”.

Non la degno di uno sguardo.

“Ok allora da dove comincio…ho quasi 25 anni, sono di Bologna, sto finendo Scienze Politiche, quando mi laureerò vorrei lavorare per un’agenzia di Milano, magari organizzare eventi in giro per l’Italia e viaggiare da Bari a Torino ogni settimana. Sogno un marito ingegnere, geloso quanto basta da impedirmi di fare topless in spiaggia e da litigare con chi posa gli occhi su di me, voglio una casa elegante, uno o due gatti che chiamerei Luna e…Poldo credo, un giardino enorme dove prendere il sole d’estate, un vicino guardone, e almeno due bimbe, belle come la mamma, vestite di rosa che mi sorridono quando mi vedono tornare a casa.”

“Ecco chi sono, una persona normale…altro che bambola di porcellana”.

Il mio assordante silenzio continua, la vedo mentre appoggia la schiena sul divano e porta le mani davanti al volto, rimane così per qualche secondo poi si alza.

“Complimenti..davvero, mai visto una persona capace di rovinare le cose come te”.

Si avvia verso la porta e senza più voltarsi, esce per sempre dalla mia vita.

Rimango legato al termosifone per un tempo indefinito, esaurisco prima le lacrime, poi la forza, per ultimo credo la mia anima.

La mia mente prende il volo e come un antico aruspice riesco a vedere il futuro che mai sarà, mi vedo disteso con Asia mentre prendiamo il sole in un caldo pomeriggio di luglio, distesi in un vecchio pontile di legno che si è vestito di rose solo per noi, le nostre mani si stringono e le nostre labbra si sfiorano. Percepisco in sogno il suo profumo, e d’incanto comprendo che quello sarà per me l’odore dell’Amore, che non smetterà più di accompagnarmi anche quando, a distanza di anni, mi dirò nuovamente innamorato.

So di essermi giocato la mia vera possibilità di essere felice, ma capisco di non avere la forza di reagire, sono qui, inerme, legato per mia propria volontà, mentre mi impedisco di essere felice.

Flavia entra in casa mia dopo almeno 2 ore, mi trova ancora legato, si fa indicare dove tengo le chiavi e mi libera.

La abbraccio e stringo il suo nudo corpo a me, sento il bisogno di calore umano, dell’affetto che rifuggo come un vampiro con la luce.

“Cosa è successo?” domanda con un filo di voce “mia cugina mi ha lasciato un messaggio, dice che è dovuta scappare, non risponde al telefono, poi vengo qui a chiederti qualche notizia e ti trovo ammanettato ad un termosifone, credo mi dobbiate delle spiegazioni”.

“Tua cugina è una bambola di porcellana, troppo bella e perfetta per me, troppo pericolosa per poterla amare, le ho detto di andarsene”.

“Le hai detto questo?”

“Più o meno..”.

“Che altro?”

“Ho smesso di parlarle, non dialogo con le bambole”.

“…e lei se ne è andata”.

“Sì”

“Ma ti piace?”

Rido, “Asia è l’altra metà della luna”.

“Bene cavolo! Smettila di fare lo scemo, chiamala, fai qualcosa, lotta per lei!”

“Ho rovinato tutto” le rispondo “non c’è possibilità”

“Come puoi dirlo senza provarci?” insiste.

“Ho la MCI…non posso farlo”.

“È da un po’ che ti sento parlare di questa MCI, vuoi il mio parere?”

“No”

“Ok, la MCI non esiste, ficcatelo in testa! Ho fatto anche una ricerca in Google ieri, proprio perché mi avevi incuriosito, ti assicuro che nessuno ne parla”

“Google sbaglia”

“Allora ascoltami bene, hai 2 possibilità, anzi tre:

  • La MCI non esiste, quindi ti alzi e tiri fuori le palle e chiami mia cugina
  • La MCI esiste e non fai nulla, guarda come ti sei ridotto, e può solo peggiorare
  • La MCI esiste e ti fai aiutare da qualcuno, un dottore, un prete, un amico…lo decidi tu.

Respiro profondamente, nella mia mente Asia è ancora seduta sul divano, il suo profumo divenuto luce illumina tutti gli angoli del mio squallido appartamento, sono nati fiori dove lei prima camminava.

Dicono che uno capisce cosa aveva solo quando lo ha perduto, forse questa volta ho davvero toccato il fondo, dovrò solo capire come fare a risalire.