Cap 1 – Nuova versione – La MCI

MCI = mancanza cronica d’iniziativa

La mancanza cronica d’iniziativa è una malattia grave, forse non come la pertosse o gli orecchioni, ma è comunque molto pericolosa. Auto diagnosticarmela è stato semplice, è bastato riflettere per un attimo sulla mia situazione.

Venerdì invece di andare a lavorare da mio padre, sono rimasto a letto. Mi hanno telefonato dall’ufficio almeno 5 volte; nell’ordine ho finto di essere: un immigrato clandestino di nome Karim che si guadagna la vita spacciando piccole dosi di fumo, una povera nonna abbandonata anche dai nipoti, Sbirulino, il Conte Dracula, una calda diciottenne alla disperata ricerca di un uomo brizzolato.

In tutti i casi, la segretaria di mio padre mi ha definito “inconcludente e fannullone”. L’accusa, reiterata così a lungo, ha smosso qualcosa, tanto che mi sono ritrovato a riflettere sulla mia situazione. Rimanendo a crogiolarmi sotto le coperte mi sono posto 5 domande che, se fossi un bimbominkia, avrei potuto tranquillamente inviare al Cioè, ovvero “chi sono”, “dove mi trovo”, “dove andrò”, “cosa ho fatto”, “a cosa ambisco”.

In realtà le domande erano sei, ma a “Che ore sono” ho risposto semplicemente guardando lo schermo del mio iPhone. Mi sono addormentato riflettendo sulla numero tre. Dopo un’ora di meritato riposo ho aperto gli occhi, e ho realizzato quanto segue: ho 36 anni e, ad oggi, non ho combinato nulla di buono. La mia vita è simile ad una zattera dispersa in alto mare. Le onde la sospingono a destra e poi a sinistra, senza una meta, in balia degli eventi.

Conosco il mio nome e il mio indirizzo di casa (domande uno e due) ma, per il resto, c’è buio pesto. L’unica spiegazione plausibile che io riesca a darmi è che io sia affetto da una nuova, quanto devastante e pericolosa malattia. L’ho battezzata MCI = mancanza cronica d’iniziativa. Suona bene, come TBC, HIV, o TAC. Tre lettere si ricordano facilmente. Ora…non mi si venga a dire che si tratta di una scusa, non è forse vero che chi manifesta sintomi quali tosse, raffreddore e febbre è universalmente riconosciuto come “una persona con l’influenza”? Bene, io che a 36 anni dimostro poca voglia di andare a lavorare, sono indolente e pigro, non ho una meta, non ho ancora vinto un Nobel, scalato l’Everest, partecipato alla notte degli Oscar, o ad una serata Bunga Bunga, sono chiaramente ed inconfutabilmente malato di MCI.

Il mio ragionamento mi convince e al tempo stesso mi preoccupa, decido pertanto che dovrò avvisare i miei genitori, magari domenica, durante il nostro consolidato e noiosissimo happening familiare.

Passo il sabato seduto sul divano, ho staccato il calendario della Canalis dalla parete e l’ho appiccicato alla televisione. Non smettiamo di fissarci per ore, c’è qualcosa di magico tra di noi. Faccio piccole pause di circa 15 minuti per far riposare la vista. Chiudo gli occhi e approfitto per immaginare le reazioni dei miei quando parlerò loro della MCI. Non è facile per un padre o una madre scoprire certe cose, sono certo si dimostreranno comprensivi, e intenderanno la mia sofferenza.

In passato ho confessato loro di essere gay, di essere di colore, di essere un gay di colore, di essere il primo uomo atterrato sulla Luna e il secondo sul Sole (dopo Berlusconi).

Hanno accettato il tutto senza eccedere in colorite manifestazioni di gioia e/o stupore, sia nel momento della confessione, che successivamente, quando ho rivelato loro che si trattava di un mucchio di fandonie.

Questa volta sarà diverso. Mia madre probabilmente ascolterà in silenzio le mie parole, mentre mio padre, fingendo che un moscerino gli sia finito dentro l’occhio, verserà qualche lacrima. Alla fine mi abbracceranno, sapranno consolarmi con frasi che solo i genitori sanno proferire; poi mi regaleranno dei soldi.

Ho già vissuto la scena almeno 1000 volte nella mia mente, e ho provato e riprovato il tutto davanti allo specchio, calibrando pause e sospiri per rendere il momento ancor più drammatico.

Adesso è domenica, sono le 13.30. Mio papà siede alla mia sinistra, mia sorella si è accomodata di fronte a me. Ho come l’impressione che mi eviti sistematicamente. La televisione è sintonizzata sul TG1, mio padre è già sprofondato in un religioso silenzio che romperà solamente quando l’ultima delle notizie sarà data. Nel corso dei 30 minuti di TG, l’uomo che ritiene di aver in un qualche modo contribuito alla mia nascita, sarà in grado di rispondere solamente a monosillabi. E’ come se il 95% della sua RAM fosse dedicata alla comprensione dei programmi TV.

Non ho mai capito se si tratti di una sorta d’isolamento e fuga dalla famiglia, o semplicemente sia affascinato dallo spettacolo messo in onda. Per non traumatizzarli subito con la terribile confessione, decido di preparare il terreno allietando il nostro pranzo domenicale con aneddoti e racconti di assoluto interesse.

“Padre, evidentemente hai avuto la sfortuna di incappare in una zanzafante, non si spiegherebbe altrimenti il tuo dolore alla spalla”. Mia madre si sofferma per un secondo a guardarmi, accenna un sorriso, poi ricomincia a servire il pranzo. Fatico ad interpretare i suoi sguardi, a volte ho come l’impressione che mi reputi un mezzo svitato.

Sono arrivato a casa dei miei genitori da circa un’ora, mio padre non mi ha ancora rivolto la parola. E’ probabilmente furioso per il fatto che mi sia presentato al lavoro sono due volte questa settimana. Sarò sincero…me ne frego. Gli parlo come se realmente ricevessi da lui un feedback, cambio repentinamente di tematica cercando di stimolare il suo interesse, mi prodigo per rendere le conversazioni sempre attuali e piacevoli. Lo ammetto, sono un figlio modello, forse non tanto modello come Marcus Schenkenberg, ma molte mamme adorerebbero avermi accanto.

La donna che si vanta di essere mia mamma fa la spola tra la pentola e la tavola, trasportando piatti di fumante spezzatino. Cucina molto bene, ad eccezione delle patate al forno, quelle inspiegabilmente risultano sempre, per consistenza, simili alle pietre focaie. Negli anni ha provato di tutto: a farle lessare prima di infornarle, a tenerle in forno per il doppio del tempo consigliato, fin a comprarle già cucinate, non c’è stato nulla da fare. Per un misterioso evento, difficilmente spiegabile se non attraverso la frase “viaggi ai confini della realtà”, le patate rimangono crude, immangiabili, disgustose.

Oggi veste in modo alquanto singolare: pantaloni della tuta verde fosforescente (per evitare di macchiarsi, dice) abbinati con un’elegante maglia color viola che Quella le ha regalato per il compleanno.

Quella è “mia sorella probabilmente adottata”. Il fatto che io non abbia ancora scovato i documenti che comprovino l’effettiva adozione è solo un dettaglio. Le prove ci sono, i miei le hanno solamente nascoste bene, è una questione di tempo, prima o poi le scoverò. Possibilità di celare qualcosa in casa ve ne sono a bizzeffe, io negli anni mi sono specializzato nell’occultamento di giornaletti sconci.

A 13 anni comprai il mio primo Bliz, mi costò 1000 lire e 10 minuti di terrore. Passai in rassegna tutti gli articoli da regalo esposti dall’edicolante prima di veder uscire dalla porta anche l’ultima cliente. Una volta solo, armato di soldi e coraggio, mi avvicinai all’uomo con in mano l’oggetto della mia lussuria. “Questo” dissi, poggiando il giornaletto sul banco. Non stavo comprando Famiglia Cristiana, e il seno di Carmen Russo in bella mostra, ne era la più fervida delle testimonianze. “Questo?” domandò l’uomo. “Perché” risposi io in stato confusionale “è solo vietato ai minori di 14 anni”. “Intendevo…solo questo, o desideri altro?” rispose l’uomo sorridendo. “Solo questo” replicai balbettando, e dopo aver pagato, mi incamminai velocemente verso l’uscita.

Una volta a casa, dopo aver scientificamente evitato di percorrere la strada principale, ed essermi fermato almeno una decina di volte a controllare che le ragazze (nude) non soffrissero il freddo, e non stessero soffocando (strette tra la pelle e i jeans, e coperte dalla mia maglietta), decisi di nascondere il mio tesoro dietro all’armadio della mia stanza.

Mia madre fece pulire a fondo la camera la settimana seguente: oltre alla polvere, trovò il mio Bliz, che ovviamente fu bruciato. La seconda volta (sempre con un Bliz) decisi astutamente di nascondere la rivista dentro il vecchio aspirapolvere dei miei. Lo tenevano in garage, sporco, abbandonato, sostituito da un modello più nuovo e potente.

Tornò utile agli operai di mio padre, i quali, non riuscendo a farlo funzionare, decisero di aprirlo. Oltre alla polvere, trovarono il mio Bliz, che ovviamente fu bruciato. Smisi di comprare giornaletti, ma in compenso divenni un esperto di tutti i più nascosti anfratti della casa. In uno di questi si cela la verità su Quella.

“Quella racconta a tua madre della zanzafante della tua favela”. Mia sorella ha un piccolo sussulto, mi fissa con terrore e comincia a piangere. Il signor Pavlov sarebbe orgoglioso di me, oramai riesco a farla piangere solo rivolgendole la parola. Mio padre, o presunto tale, non smette di massaggiarsi la spalla, borbotta qualcosa riguardo lo stress.

“Padre la zanzafante è un insetto subdolo, ne hanno parlato Piero Angela e il figlio Sconosciuto Angela non più tardi di una settimana fa, in una puntata speciale di Super Quark. Ricordo perfettamente il tono allarmistico che utilizzavano. Hanno spiegato come l’insetto sia il risultato di un’appassionata, quanto singolare, notte di sesso intercorsa tra un elefante maschio, e una zanzara femmina”. “Sorvoliamo il fatto che la suddetta signora zanzara sia entrata di diritto nella Hall of Fame degli insetti/animali più fortunati e sorridenti del mondo, alla stregua del geco che vive nel bagno di Angelina Jolie, e del pitone di Cicciolina, e focalizziamoci sulla gravità della situazione. Angela 1 e 2 sostenevano che il prodotto di tale incontro fosse appunto la zanzafante, un insetto grande come una zanzara ma del peso dell’elefante, fornito di ali per volare, proboscide e orecchie di spropositate dimensioni”.

Il mio appassionante racconto non sembra interessare molto mio padre. Mangia fissando la televisione come se ne fosse completamente ipnotizzato. “Cercavano di far comprendere agli ascoltatori la gravità della situazione: se una zanzafante si poggia su di te…è come se lo facesse un elefante! Ti rendi conto che ti sei salvato per un pelo? Probabilmente ti ha semplicemente toccato sulla spalla, per questo ora la senti indolenzita”.

“Mangia che si raffredda”, mi interrompe mia madre. Lascio passare alcuni minuti prima di affrontare l’argomento, sento che vi sono tutti i presupposti per essere capito e compatito.

“Miei cari ho una notizia che probabilmente vi farà soffrire, e preoccupare, ho deciso di parlarne oggi, davanti a tutti, per dare anche a Quella la possibilità di capire come una vera famiglia italiana, anzi direi quasi padana, si stringa attorno ad un figlio – non adottato – nel momento del bisogno”.

Non lascio a mia madre il tempo di obiettare qualcosa. “La notizia è tragica, ma vorrò raccontarvela nel modo meno drammatico possibile, ovvero useremo un gioco. Le regole sono queste: io vi dirò una serie di malattie, tutte accomunate dal fatto di venire abbreviate con sigle di 3 lettere. Poi voi dovrete quale di queste io abbia”. Succede l’inspiegabile, mio padre spegne la televisione, giusto nel momento in cui si raccontava dell’assoluzione del signor Mills, respira profondamente, con gesti che sembrano riprese in slow motion si pulisce gli occhiali; poi rimane a fissarmi. In cucina regna il più assoluto silenzio.

“Allora ditemi, e ricordo che ciascuno di voi ha solo una possibilità, quale di queste malattie ho beccato:

* HIV

* TBC

* MCI

* NBA

* TAC

* PUF

Mia madre porta d’istinto la mano alla bocca e scoppia a piangere. Direi prevedibile.

“Perché non hai usato i profilattici con quelle donnacce” grida, il viso si è fatto paonazzo e le lacrime scorrono lungo il viso, “mi sento morire”. Dopo alcuni secondi riprende la calma, mi fissa negli occhi ed esclama solennemente: “Tuo padre ed io faremo di tutto affinché nulla cambi tra di noi. Dovremmo prestare attenzione ad alcune cose per via del contagio, ma ti assicuro che non ti mancherà mai il nostro appoggio figliolo”.

“Commovente” rispondo, “ma sfortunatamente per lei, Signora Longari, non era HIV”. Mia madre rimane alcuni secondi impietrita, poi i suoi lineamenti si distendono e ricomincia a piangere, questa volta di felicità…credo.

“Cosa sarebbe la “PUF”? domanda Quella. “Ho immaginato potesse essere la malattia di quelli affetti da meteorismo” rispondo. “Allora hai quella” risponde lei ridacchiando. “Stupida, vai a sniffare il tuo sacchetto di colla, corri. Comunque non è la PUF”. Mio padre, che non ha smesso di fissarmi aspetta che sia tornato il silenzio prima di proferire parola.

“Conoscendoti, sarà una follia. Non può essere TBC, la TAC non è una malattia, la NBA immagino sia la lega di basket americano. Sono costretto a dirti MCI, ma soprattutto a domandarti di cosa si tratti perché, ad oggi, non ho mai sentito parlare di alcuna malattia così nominata”.

Come provato più volte allo specchio assumo la mia espressione Brandon di Beverly Hills. Inarco il sopracciglio sinistro e contemporaneamente socchiudo entrambi gli occhi. Ora il mio volto trasmette sicurezza, fascino e profondità, ne ho bisogno in questo momento. Imposto anche la voce, sembro uno speaker radiofonico.

“Vi sarete domandati come mai il sottoscritto non abbia ancora vinto un Nobel, il Pallone d’Oro, un Oscar o un Pulizer. In alcuni momenti magari, vi sarò anche sembrato un po’…diciamo scansafatiche. Sappiate che non era colpa mia, sfortunatamente sono affetto da MCI, ovvero mancanza cronica d’iniziativa, una malattia grave, forse non tanto quanto la pertosse o gli orecchioni, ma comunque molto pericolosa”.

Il primo, ed unico, a parlare è mio padre. Non posso dire di aver correttamente immaginato la sua reazione. “Finisci lo spezzatino che tua madre ha cucinato, esci da questa casa, inforca la tua Graziella blu, e torna nel tuo appartamento. Fatti una doccia, riposati perché domani tu e la tua MCI vi fate trovare in ufficio alle nove altrimenti…ti prendo a calci nel sedere”.

Accende nuovamente la televisione, siamo arrivati ai servizi sportivi. La delusione è davvero enorme, mi sarei aspettato tutt’altra reazione, non si tratta così un figlio malato. C’è imbarazzo in cucina, finisco di mangiare e me ne esco senza salutare.

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3 risposte a “Cap 1 – Nuova versione – La MCI

  1. Antonella Confalone

    Sono nuova Di Twitter ( e ) non ho ancora ben capito come funziona.
    Non sono giovanissima, ma ricordo ancora il mio nome e…. quello di un paio dei miei figli; ritorno spesso a casa , e non sempre chiedo aiuto ai passanti,
    capisco ancora i telefilm, ma no…non i politici, quelli non ci riesco proprio………. ma una cosa l’HO CAPITAAAAAAA :- questa cosa che ho appena letto – vedi sopra – mi è piaciutaaaaa molto!

    • 🙂 Ciao Antonella..comincio dalla fine…davvero grazie. Quello che hai letto è la nuova versione del primo capitolo di Blog di un Libro (anche se oramai dobrei chiamare il tutto MCI – Mancanza Cronica di Iniziativa). Nei prossimi giorni continuerò con le pubblicazioni e poi, per tutti coloro che lo vorranno, spedirò anche il file completo. Per darti un’idea generale ti lascio questo link http://www.online-marketing.it/web-marketing/comunicazione/2011/storia-blog-di-un-libro/ Detto questo…i politici…che capitolo doloroso, oramai non ho nemmeno più la forza di lamentarmi…ma forse è proprio a questo che puntano!

  2. E’ un capitolo molto interessante, scritto molto bene e con buona dose di ironia. Complimenti.

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