Cap 37 – La trasformazione

Assisto alla prima trasformazione alle 10.32 di un giovedì mattina. Dall’ultima volta che ho controllato l’ora sono passati solamente alcuni minuti. Tra tutti i rituali che il dottore mi ha intimato di seguire, questo è quello che mi imbarazza maggiormente.

Sarà perché sono vestito da pagliaccio, sarà perché ho l’ordine di rimanere in silenzio nel bel mezzo della piazza in cui si sta svolgendo il mercato cittadino, fatto sta che gli occhi puntati su di me sono piccole saette color viola che sfregiano il mio corpo come lame affilate.

Inizialmente le persone hanno riso di me, a molti sono probabilmente sembrato una buffa ed innocua intromissione alla loro routine, fatta di acquisti e parole banali lasciate raminghe a disperdersi nell’aria.

Bambini vocianti, sporchi di gelato al cioccolato, mi hanno sorriso, e con forza hanno strattonato le gonne delle loro madri nella speranza di poter avvicinare l’oggetto delle loro fanciullesche fantasie.

Da me hanno ricevuto solo il gelo, il silenzio di una statua, che fissando il nulla, vive l’infinito dei suoi giorni.

Ben presto la mia presenza silenziosa ha cominciato ad infastidire, la tensione è cresciuta, i sorrisi si sono tramutati prima in stupore, poi gradualmente gli sguardi hanno cominciato a trasmettermi livore, una sorda ostilità verso qualcuno di diverso, che agli occhi della massa è apparso strano, inquietante, forse pericoloso.

Prima uno sguardo, poi un gesto di sufficienza, ai quali sono seguite piccole frasi bisbigliate, infine offese sempre meno celate, e al culmine, minacce.

La gente disprezza ciò che non riesce o vuole comprendere, la diversità di un atteggiamento è già la prova sufficiente che discrimina il bene dal male, il giusto da ciò che è sbagliato, in una folle visione manichea del mondo dove le sfumature non hanno possibilità di vita, sono fiori che si affacciano spaventati nel deserto, e muoiono senza aver avuto, nemmeno per un secondo, la possibilità di essere colti e donati ad una donna amata.

C’è stato chi si è avvicinato, e con fare quasi paternalistico, ha cercato di spiegarmi che per essere un pagliaccio credibile, avrei dovuto sorridere, e far divertire le persone.

Presentandomi in quelle vesti avevo ai loro occhi assunto l’obbligo morale di confermare con i gesti, e le parole, il mio ruolo di buffone. Non altro comportamento era tollerato, pena la perdita della tranquilla navigazione nello sconfinato oceano delle vite banali, e la mia conseguente cacciata da una piazza che, pur appartenendo a tutti, sarebbe divenuta della sola maggioranza.

La società non può accettare che un pagliaccio rimanga in silenzio, il contrasto è troppo forte per non scatenare reazioni a tratti esagerate, come quelle cui sono sottoposto da alcune ore.

Rifletto. Concentrato sul mio silenzio lascio che i pensieri liberi di percorrere praterie immense fatte di associazione che dal nulla si creano, e in un attimo svaniscono.

Episodi, momenti, atomi della mia vita che scie luminose uniscono come fossero stelle di una costellazione ancora sconosciuta. Il passato con il presente, ambiti di vita all’apparenza lontani che adesso uniti, assumono forme tridimensionali, ove all’interno i significati della mia esistenza prendono i colori della ragionevolezza e della luce.

Sarà questa la luce di cui il dottore mi parlava? Fare luce sulla propria esistenza, assaporare nuove prospettive significa forse semplicemente rileggere i passi già compiuti con degli occhi nuovi?

“Sai cosa sei? Un enorme pezzo di merda!”.

Le parole hanno in me l’effetto di un secchio d’acqua fredda scaraventato d’improvviso sull’indifeso dormiente.

La donna che ho davanti avrà circa 60 anni, decisamente sovrappeso. La prima cosa che noto sono i suoi orecchini, potrebbe portarci in giro un pappagallino. Evito il commento.

I suoi occhi mi colpiscono, vi leggo dell’odio, per un attimo ho la netta sensazione che sia in procinto di colpirmi, per mia fortuna questo non succede.

A differenza di tutti coloro che fino a questo momento, armati di coraggio, si sono avvicinati a manifestare il loro disgusto nei miei confronti, questa signora non accenna ad andarsene.

Veste in modo troppo appariscente, se Bianca si azzardasse un giorno a comprarsi una maglia così scollata, probabilmente Ioli cambierebbe la serratura di casa.

Incrocia le braccia, la posizione accentua ancor di più l’enorme seno. Dalla rapida valutazione che riesco ad eseguire lanciando un furtivo sguardo verso di lei, deduco che peserà almeno 1300 kg, etto più, quintale meno.

La posizione che assume è davvero bellicosa e il trucco esagerato che la fa sembrare molto simile ad un maori, sicuramente non aiuta.

Le collane d’oro sono una palese ostentazione di ricchezza che fanno a pugni con la totale mancanza di raffinatezza e savoir faire.

Dietro di lei scorgo un uomo minuto, deduco sia il compagno dal momento che non si allontana per tutto il tempo in cui lei rimane a sfidarmi.

Sta sorreggendo a fatica le borse della spesa, se ho visto bene, prima della scenata contro di me, l’allegra coppietta ha fatto visita al panificio, ad una profumeria, a Benetton, e ad una pasticceria.

“Pensi che abbia paura di un tipo come te, pagliaccio dei miei stivali?. Perché non fai un favore al mondo e torni a casa tua? Qui dai fastidio, lo capisci?”.

Il tono sostenuto della signora ha incuriosito molti passanti che ora si sono fermati e guardano in silenzio la scena. Quello che io credo sia il marito si avvicina alla donna e le sussurra qualcosa in un orecchio.

“No che non mi calmo, a me non importa nulla della gente che ci osserva, mi preoccupo di più di questo barbone che invece di andare a lavorare, rimane qui a rubare i nostri soldi e spaventare i nostri figli”.

Mi trattengo dal desiderio di far notare alla signora come tra lei e il suo compagno, probabilmente l’unico a lavorare sia lui e che, soprattutto, difficilmente potrei rubare dei soldi rimanendo immobile come una statua e con una strana pillola in bocca.

Il mio silenzio sembra esasperare la donna che solleva la borsa e minacciosamente si avvicina.

Mi salvo solamente perché nuovamente il marito interviene e afferratala per un braccio, la allontana da me. Vedo i due parlottare per qualche minuto, non riesco a cogliere tutto lo scambio ma mi sembra evidente che le parole dell’uomo non sortiscono l’effetto sperato.

“Il problema non sono io” grida ad un certo punto la pazza. Il viso è paonazzo e non fatico a notare una vena che si è ingrossata all’altezza della tempia destra.

“Il problema sono quelli come questo sfaccendato qui!” grida volgendomi lo sguardo. “Questi qui vengono in Italia solo a rompere le scatole, bevono, fanno casino, non pagano le tasse, però poi se una cittadina come me gli spacca la testa, vanno in ospedale e il servizio medico copre tutto!”

“Ma vi pare possibile? Nemmeno mi risponde, sicuramente sarà uno di quei Crudi o Arabi”.

“Curdi, si dice Curdi, non crudi” la corregge l’uomo.

“A me non interessa nulla, sono sempre la stessa cosa”.

Osservo la folla che assiste, l’impressione che ne traggo non è certo benevola.  Le parole della donna sono spesso accolte da cenni di assenso e più di qualcuno la esorta al più presto a passare alle vie di fatto.

Non si alza nessuna voce discordante dal coro, gli incresciosi deliri della donna vengono sottolineati dalle risatine divertite di giovani e meno giovani.

Gli unici che non si divertono sono i bambini, involontari spettatori di un triste spettacolo fatto di banalità e semplificazioni. Immobilizzati dalla tenace stretta dei propri genitori, assistono impotenti al teatrino dell’uomo vile, che fiuta la preda tra i più deboli, e gode senza proferir parola innanzi anche ai più biechi tra i comportamenti.

La donna non accenna a mollare la presa, è il capocomico di questo grottesco circo. Ora si sbraccia, ora sbraita. Nel suo mirino non vi sono più solo io, vi è tutto il popolo dei diversi, degli emarginati, di coloro che non si sono assuefatti alla società, ma continuano a viverla da uomini indipendenti e dotati di arbitrio.

“Non sai parlare la nostra lingua? Ma allora torna a casa tua! Sei qui, vuoi fare il pagliaccio, ma non fai ridere, non sai nemmeno parlare! Vai a casa tua, qui non ti vogliamo, e portati via le tue due mogli e 300 bambini, chissà che i nostri figli possano respirare aria salubre in classe”.

Termina la frase volgendo lo sguardo alla folla, e un fragoroso applauso le conferma di aver anche questa volta fatto centro. E’ nel momento stesso in cui si gira che vedo il suo volto deformarsi.

Per un secondo che sembra durare un’eternità, davanti a me non ho più una donna dallo sguardo d’odio, ma un essere con la testa di cavallo.

L’allucinazione mi fa sobbalzare, cosa che non passa inosservata ai più. Chiudo gli occhi e quando li riapro ho nuovamente davanti a me le poco amabili fattezze della signora.

Sebbene non mi possa dire felice, accolgo la ritrovata visione con un sospiro di sollievo. I miei occhi incrociano quelli dell’uomo che silente si è ritirato un po’ in disparte, il suo è lo sguardo di un uomo rassegnato, che ha accettato di subire la prepotenza e che in silenzio accetta la vergogna, e lo smacco dell’ignoranza altrui.

“Tu tornare a casa tua, capito? Casa tua, qui Italia casa di italiani”.

Poi succede ancora. La voce della donna si deforma e contemporaneamente le sue fattezze tornano quelle di un cavallo, il muso allungato, la criniera, gli occhi neri di un essere malvagio.

Un gigantesco cavallo mi sta alitando addosso le sue ipocrite filippiche, e il suo sordido razzismo da strada. Il tiepido olezzo dell’alito dell’animale mi nausea, schizzi di saliva proiettati da una bocca schiumante di rabbia, lordano il mio volto. Capisco che non potrò controllarmi più a lungo quando oramai è troppo tardi.

Ho la netta sensazione che il tempo rallenti per permettermi di vivere appieno quanto sta succedendo. Vedo il getto di vomito volare in slow motion verso l’essere. Nei pochi attimi che precedono l’impatto non vi è più traccia dell’animale. Davanti a me vi è nuovamente la malvagia signora, talmente sorpresa da quanto sta avvenendo, da non avere nemmeno la forza di accennare una reazione. Il getto la colpisce in mezzo ai seni.

Rimaniamo entrambi a bocca aperta mentre le grida di divertimento e di disgusto provenienti dalle persone raccolte vicino a noi, si confondono.

Mi porto la mano alla bocca, “Pardon”, le dico in perfetto inglese.

Credo che quella che segue si possa definire una crisi isterica. La donna viene prima di tutto scossa da tremendi conati, poi inizia a gridare, cerca di togliere il vomito dalla maglia, ma l’unico risultato che ottiene è quello di spalmarlo ancora di più. Appena si rende conto della cosa comincia a saltellare e girare su se stessa, sembra una trottola. Il suo viso è un’unica smorfia di disgusto, emette dei suoni gutturali che mi fanno credere che a breve stramazzerà al suolo con un principio di infarto.

Le persone intorno a noi cominciano ad andarsene, non vi è più nulla da vedere. Vedo il marito avvicinare la moglie e allontanarsi a passi rapidi dalla piazza.

Decido di seguirli, l’immagine del cavallo mi ha turbato, voglio parlare al più presto all’uomo.

Non è difficile seguire la coppia: la mole della donna e le poco celate chiazze di vomito stampate sulla maglia, fanno sì che la folla si apra come il Mar Rosso al passaggio di Mosè.

Mi mantengo ad una distanza di sicurezza anche se il mio costume da pagliaccio non aiuta la mia mimetizzazione.

Si fermano in una piazzola poco distante, la donna si accomoda sui gradini di una chiesa mentre l’uomo si muove verso una bancarella di frutta e verdura. Capisco che si tratta della mia occasione e decido di affrontarlo.

“Compra le carote per il cavallo?”.

La mia domanda lo coglie impreparato tanto che istintivamente arretra di un passo. Non mi risponde, sembra che non abbia mai visto un pagliaccio parlare.

“Le ho chiesto, se è qui per comprare le carote al cavallo”.

Ancora una volta l’uomo non risponde, non smette di fissarmi.

La situazione mi spazientisce, e il rischio di trovarmi nuovamente addosso quella strana donna mi spinge ad accelerare i tempi.

“La signora di prima, quella con il vomito, in realtà credo sia un cavallo gigantesco. Mi piacerebbe sapere come lei possa continuare a condividere la sua vita con quell’essere”

La mia frase sembra risvegliarlo da un profondo sogno, apre la bocca come se volesse dire qualcosa ma si trattiene.

“E’ mia moglie, non è un cavallo” dice dopo alcuni secondi di riflessione.

La sua semplicità è fin commovente, sembra non voler accettare una verità che è sotto gli occhi di tutti.

“A parte il fatto che ho visto perfettamente il volto dell’animale poco fa, lei evidentemente si è fermato a comprare delle carote e guarda caso, ai cavalli piacciono le carote”.

“Anche ai conigli piacciono le carote” mi risponde “potrei semplicemente avere un coniglio in casa”.

Valuto per un istante la risposta dell’uomo: una difesa evidentemente scriteriata e eccessiva, frutto probabilmente di una coscienza sporca, che cerca con la bugia di negare una inconfutabile evidenza.

“Cerchiamo di non sviare l’attenzione dal problema principale, ho chiaramente assistito alla trasformazione della sua signora poco fa. Sono certo si trattasse di un cavallo per due semplici motivi: riesco a distinguere un cavallo da un coniglio, e secondo, io detesto i cavalli e non i conigli”.

“In realtà più dei cavalli, io odio i Bamby, ma in questo caso sono certo che sua moglie non appartenga a questa immonda razza”.

Cercando ancora una volta di allontanarsi da me, l’uomo appoggia male il piede destro e cade rovinosamente sull’asfalto. Si alza prima che io riesca ad aiutarlo.

“Ci pensi bene, non le sembra contro natura frequentare una bestia di siffatta proporzione? Il cavallo è una bestia malvagia, mangia le carote ma non si abbronza, morde, perde appositamente le gare per rovinare le persone, e per causa di un cavallo Candy Candy ha visto morire il suo amato Anthony. Lei mi sembra una persona seria e buona…non dovrebbe accettare supinamente questa situazione, ma non si preoccupi, io la salverò”.

All’udire tali parole l’uomo fugge a gambe levate, lo vedo parlottare con la moglie e poi incamminarsi verso la fermata del bus.

Non mi risulta troppo difficile seguirli, i due salgono nel numero 9 e si piazzano nei posti vicini all’autista.

Scendono mestamente in una zona che si potrebbe definire popolare. Le case, una volta fiore all’occhiello del comune, sono state lasciate sole a combattere l’impari lotta contro il tempo.

Un piccolo bastardino non smette di abbaiare.

Rimango ad una distanza di sicurezza fino a scoprire con esattezza l’ubicazione della loro dimora. Evidentemente debbono essere tra i facoltosi della zona perché la casa, distribuita su due piani, è circondata da uno splendido giardino. Il cancello è aperto, ne approfitto per entrare a dare un’occhiata. Cammino indisturbato per una decina di metri, scorgo quella che ritengo essere una piscina sul retro dell’edificio.

Faccio ritorno a casa, mangio velocemente alcuni rimasugli di formaggio, e mi preparo alla grande notte. Ho deciso che aiuterò l’uomo, quel povero signore vittima di un maleficio ha solo bisogno di qualcuno che gli faccia aprire gli occhi.

Nel mio zaino faccio entrare una Umarex 92 FS XX Treme a carica elettrica, tra le più micidiali delle mie pistole ad aria compressa.

Raggiungo il quartiere verso le 21. Il cielo è stellato, e il frinire dei grilli accompagna i miei passi fino alla casa dei coniugi. Dalla strada si odono delle voci, forse sono dei nitriti. La serata è fresca ma questo non ha impedito alla coppia di cenare all’aperto. Hanno allestito un piccolo tavolino davanti alla porta del garage, dalla strada è già possibile osservare le loro mosse con chiarezza.

Entro dal cancello e mi nascondo dietro il tronco di un albero. Distinguo chiaramente la voce dell’uomo, il tono sembra sommesso, è probabile che stia cercando di scusarsi. Deduco stia parlando con quello strano essere con cui si accompagnava in giornata, controllo la carica della pistola.

La petulante donna sta rimproverando qualcosa al marito, è la goccia che fa traboccare il vaso.

E’ sufficiente spostarmi lateralmente di solo 50 centimetri per avere una visuale di tiro perfetta. Prendo la mira. Con il primo colpo mando in frantumi un bicchiere della tavola. Dopo alcuni secondi di smarrimento le voci si fanno più forti e nitide. Non aspetto, sparo nuovamente.

Sento un urlo. Continuo a sparare nella stessa direzione, ad ogni colpo un urlo nuovo. “Strano modo di lamentarsi ha questo cavallo” penso, poi riconosco la voce dell’uomo gridare: “Basta, basta per pietà”.

Decido di smettere e andare a controllare il lavoro svolto. Mi avvicino e saluto l’uomo. E’ accovacciato a terra e si sta riparando con una delle sedie in plastica. Sta tremando, immagino sia gratitudine.

Poco distante l’essere demoniaco si sta massaggiando una gamba. Nel tentativo di ripararsi ha fatto cadere la tavola con tutte le vettovaglie. Mi fissa con orrore, probabilmente non riesce a riconoscermi. Anche lei trema, una reazione che non mi sarei aspettato da un demonio come lei.

Volgo lo sguardo all’uomo e lo aiuto a mettersi in piedi.

Piange.

“Non pianga” gli dico “lo ho fatto con piacere”.

“Perché?” mi domanda.

“Odio i cavalli” gli rispondo.

“Qui non c’è alcun cavallo” mi risponde “è mia moglie” grida lui. Corre verso la donna, le accarezza i capelli e la bacia con dolcezza. Le sussurra qualcosa all’orecchio, lei singhiozzando si stringe a lui.

Si volge verso di me: “Vattene, pazzoide, o io chiamo la polizia”.

Lo sfogo dell’uomo mi lascia interdetto, ho come l’impressione che il mio aiuto non sia stato compreso. Dove ho sbagliato? Ho individuato un essere malvagio, mi sono battuto affinché una buona persona potesse sconfiggerlo, mi sono dato da fare, e il ringraziamento? Lei che piange, lui che la consola, entrambi che vogliono denunciarmi.

C’è qualcosa in tutto questo che non capisco, perché le persone non dovrebbero accettare il mio aiuto?

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8 risposte a “Cap 37 – La trasformazione

  1. un pezzo unico e sconcertante!!
    è da genio folle questo testo!!
    è pazzesco e geniale!
    assurdo e fantastico!

    mi piace la prima parte, quella della massa in silenzio mentre il più prepotente e ignorante vuole applausi per i suoi “vomitevoli”, maligni ideali.

    sinceramente mi aspettavo che il pagliaccio “che è in lui” si svegliasse trasformandoci in un nuovo Socrate pronto a far vedere, a far nascere, la verità dalla gente.

    però in effetti nella sua illogicità, questo testo ha la sua logica con l’intero romanzo e il percorso difficile che sta affrontando il particolare protagonista.

  2. Dici bene, lui ha un obiettivo..la sua MCI. Il lavoro svolto con il dottore lo sta portando ad una progressiva trasformazione e presa di coscienza. Ha allontanato la semplice rivalsa momentanea e imboccato la strada del “salvataggio” nei confronti del povero marito, solo quando ha compreso la vera natura della donna. Se le avesse risposto immediatamente, sarebbe stato semplicemente una litigata con una persona maleducata..ma aspettando, lui ha fatto un paso in avanti…

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